Robot al posto dei terapeuti? Un’occhiata all’intelligenza artificiale

Sono sempre più numerose le app per la salute e il benessere mentale e mentre alcune sono semplicemente una trasposizione digitale di interventi che prima potevano avvenire solo in presenza, cioè sono un tramite per contattare persone reali, psicologi e psicoterapeuti da consultare online, altre sono completamente affidate ai robot, i cosiddetti bot. Ne ho viste diverse, mi hanno incuriosita per come sono costruite e ingegnerizzate, e ne ho scaricata una che mi sembrava ben concepita, per utilizzarla e provarla in prima persona: ne ho scelta una basata sui principi e sulle teorie della terapia cognitivo- comportamentale, perché mi sembrava adatta allo scopo e perché numerose ricerche sembrano concludere che la terapia cognitivo comportamentale sia efficace anche quando non viene somministrata da una persona. Siamo ormai tutti abituati alla velocità di accesso ad ogni fruizione: internet è un luogo disponibile e accessibile sempre. L’esplosione di app basate sull’intelligenza artificiale e altri strumenti digitali consentono alle persone di accedere alla terapia ovunque si trovano e ogni volta che possono. Questi prodotti consentono un accesso immediato a un sostegno online, sono ben concepiti sia come design che come testi, e forniscono molti interessanti spunti di riflessione e di informazione. Ma uno dei grandi ostacoli di questi prodotti è che tendono ad avere un basso valore di persistenza nel tempo: le persone spesso abbandonano i programmi digitalizzati prima di aver ottenuto un reale beneficio. L’ingrediente mancante è la connessione umana: i pazienti cercano qualcuno con cui sviluppare un legame emotivo. Il bot è incoraggiante, supportivo, presente sempre, ma non è un essere umano. Molti consorzi di salute mentale, in particolare nei paesi anglofoni, a partire da Stati Uniti e Canada, hanno cercato di risolvere questo problema introducendo la terapia cognitivo comportamentale computerizzata sul posto di lavoro. Ci sono buone ragioni per cui le organizzazioni investono nella salute mentale dei propri dipendenti: i dipendenti che non si sentono al meglio sono ovviamente anche meno coinvolti e produttivi sul lavoro. Il punto di partenza di queste iniziative era un quesito: se la terapia cognitivo comportamentale digitalizzata facesse parte di iniziative di benessere aziendale, con i datori di lavoro che finanziano l’accesso alla piattaforma e danno ai dipendenti tempo e spazio per impegnarsi con essa, questo potrebbe risolvere il problema della scarsa persistenza e aiutare le persone a sentirsi meglio al lavoro? La risposta, in breve, è positiva. Come nel caso di Hikai: un robot, anzi precisamente una chatbot, basato sull’intelligenza artificiale e progettato per il posto di lavoro, pensato e sperimentato per la realtà canadese, in collaborazione con aziende e imprenditori e con The Decision Lab. Il bot funziona fornendo assistenza personalizzata: gli utenti (cioè i dipendenti dell’azienda coinvolta) ricevono moduli di contenuto personalizzati in base ai loro obiettivi, punti di forza e di debolezza e completano i questionari giornalieri di dieci secondi via e-mail, per informare Hikai di come si sentono. Il programma fornisce anche report aggregati alla direzione aziendale (per preservare ovviamente la privacy dei singoli dipendenti) in modo che i dirigenti possano avere un’idea del benessere del proprio team e capire dove possono apportare modifiche. Parlare con una chatbot può essere meno intimidatorio rispetto a forme di trattamento più tradizionali: i bot possono “ascoltare” gli utenti e facilitare la riflessione, senza imporre alcun giudizio. Nel complesso, gli strumenti automatizzati come Hikai sono ottime opzioni per le persone che cercano aiuto a un’intensità inferiore e ad un livello di impegno inferiore rispetto a quelli di una terapia classica. In tutti gli altri casi, quando si tratta di situazioni complesse (cioè quasi sempre, quando si tratta di essere umani che chiedono un intervento psicologico, mi sento di aggiungere) le app possono fornire un interessante momento di formazione psicopedagogica e stimolare riflessioni, ma allo stato attuale non sono in grado di offrire a un paziente ciò che un terapeuta in carne ed ossa, e cervello, può offrire, nell’esplorazione profonda dei meccanismi che ci governano e nel sostegno al cambiamento e all’accettazione delle nostre parti più fragili. Tornando a Hikai, il programma è stato testato come pilota in tre luoghi di lavoro nel corso di due settimane e ha portato l’82% dei dipendenti a riferire che il chatbot li ha aiutati a gestire meglio lo stress. È probabile che strumenti come questo svolgeranno un ruolo nel futuro panorama della salute mentale. L’attenzione a questi argomenti, che nasce in questo caso per un miglioramento delle condizioni psicologiche dei lavoratori per evidente interesse anche all’ottimizzazione delle prestazioni e per una ricaduta economica positiva, è tuttavia in continua crescita. Questa è una trasformazione abbastanza recente, un segno dei tempi: e può costituire un passo importante per fondare le basi di una maggiore cultura del benessere, in cui l’intelligenza artificiale può coadiuvare gli operatori della salute psicologica e consentire l’accesso ad elementi psicoeducativi anche a categorie che hanno minori possibilità economiche e maggiore stigma nell’affrontare alcuni argomenti. Senza sostituire il fattore umano, che resta centrale e non surrogabile: nemmeno con gli ausili del bot più brillante del mondo. E forse nemmeno in un futuro remoto.
Hikikomori: il fenomeno dell’isolamento e del ritiro sociale

Annullare ogni contatto con il mondo utilizzando la rete come unica fonte di comunicazione con l’esterno. Questo tipo di disagio psicologico che porta alla rinuncia di qualsiasi luogo di interazione, prende il nome di Sindrome di Hikikomori. Il termine giapponese “Hikikomori“, coniato nel 1998 dallo psichiatra Tamaki Saito, significa letteralmente “ritirarsi” e descrive la condizione psicologica di isolamento dalla socialità. Questa condizione, molto diffusa anche in Italia soprattutto tra adolescenti e giovani adulti, prevede un ritiro sociale assoluto e prolungato da tutti i luoghi di interazione, come la scuola o il lavoro. Quali sono le cause? Negli anni lo psichiatra Saito ha condotti diversi studi in Giappone, volti ad indagare le cause di questa autoesclusione sociale. Il quadro che emerge è quello di una società sempre più competitiva e perfezionista in cui l’Hikikomori non si riconosce. I giovani, sempre più sotto pressione, reagiscono a questi modelli di comportamento super efficienti con un tentativo di evasione. Preferiscono quindi isolarsi nella comfort zone della propria casa per evitare di affrontare le sfide della vita quotidiana. Il comune denominatore tra questi ragazzi è senz’altro la bassa autostima che incide inevitabilmente sulla qualità dei rapporti sociali. L’Associazione Hikikomori Italia ha censito alcuni fattori significativi per l’insorgenza del fenomeno: caratteriali: spesso gli hikikomori sono particolarmente sensibili e inibiti socialmente, il che aumenta le difficoltà nell’instaurare relazioni soddisfacenti e durature; familiari: nelle ricerche condotte in Giappone sono presenti casi di abbandono o di dipendenza emotiva che condizionano in modo rilevante la vita sociale dei ragazzi; scolastici: uno degli eventi sentinella è sicuramente il rifiuto ad andare a scuola. Quello che viene vissuto come un ambiente di scambio e socializzazione potrebbe rivelare episodi di bullismo; sociali: come anticipato, i giovani hikikomori subiscono il peso di uno standard di perfezione ed efficienza imposto dalla moderna società, a cui cercano di sfuggire. Hikikomori e Internet Addiction Esiste una stretta correlazione tra la sindrome di Hikikomori e l’Internet Addiction, tuttavia dagli studi condotti in materia non è chiaro se la dipendenza da internet sia una causa scatenante o una conseguenza dell’isolamento. Il web e la tecnologia in generale rappresentano uno strumento ambivalente: un rifugio dalla vita che si cerca di rifuggire, ma al contempo un modo per rimanere in contatto con il mondo esterno.
Oversharing e il bisogno di pubblicare sui social

Il fenomeno dell’oversharing, con lo sviluppo di nuovi social, sta dilagando non solo tra i più giovani. Esso consiste nella tendenza a pubblicare, continuamente, sui propri profili, molti aspetti della vita personale. Negli ultimi anni, infatti, è cresciuta molto l’esigenza di esporre se stessi allo sguardo altrui, condividendo luoghi, emozioni, il proprio corpo e le proprie esperienze. Questo tipo di atteggiamento e soprattutto la risposta positiva dei followers, stimola il rilascio di dopamina che attiva i centri del piacere nel nostro cervello. Più pubblichiamo stati sui social e più ci prolunghiamo il senso di benessere. Come ogni forma di apprendimento, il ricevere il complimento o il like virtuale, genera in noi un rinforzo positivo per il nostro comportamento. In questo modo, impariamo a sviluppare tale strategia, che ci induce a reitera questo atteggiamneto nel tempo, affinché la felicità si mantenga per un periodo prolungato. Il motivo dell’oversharing sembrerebbe apparentemente legato ad aspetti di egocentrismo. Le persone adorano essere al centro dell’attenzione altrui. Pubblicano continui aggiornamenti della loro vita privata, convogliando commenti e like. In realtà, l’aspetto principale del fenomeno sta proprio nella gratificazione ricevuta. Ciò che si mette in mostra, non è solo il corpo, ma ogni pretesto diventa giusto per condividerlo con gli altri, a meno che non sia un vero e proprio lavoro. Dunque anche i pensieri propri o aforismi altrui, bei piatti preparati da sè o da uno chef che devono essere gustati, luoghi in cui ci si trova, sono gli argomenti di maggiori pubblicazioni. Così facendo, il post pubblicato diventa il veicolo per attivare un’ondata di piacere, che ci accompagnerà fino a quello successivo. Basta ricordarci sempre che il benessere non deve arrivare esclusivamente dal web, ma c’è tutto un mondo intorno a noi. Sta, comunque, a noi capire come mantenere un buon livello di gratificazione.
Il trattamento della depressione: linee guida per l’intervento

La depressione si definisce tale quando si verificano die condizioni fondamentali: un umore depresso per la maggior parte dei giorni quasi tutti i giorni e la perdita di interesse per alcune attività che precedentemente destavano interesse e piacere. A queste due condizioni di associano poi altre manifestazioni (almeno 4 o più) come l’insonnia o l’ipersonnia, la mancanza di appetito o iperfagia, la perdita di concentrazione, vuoti di memoria, agitazione o rallentamento psicomotorio, faticabilità o perdita di energia, sentimenti di svalutazione e sensi di colpa eccessivi, pensieri ricorrenti di morte o ideazione suicidaria. Il disturbo depressivo è detto anche disturbo comune dell’umore per la facilità di riscontrare tale stato nella vita delle persone. L’intervento è caratterizzato da un approccio definito ‘stepped care’. Il primo contatto di solito e con il medico di medicina generale che valuta la sintomatologia e definisce i passaggi da compiere. Quando la persona ha una sintomatologia lieve si rimanda la persona ad una nuova visita dopo circa quindici giorni. Dopo questo periodo si rivaluta la situazione. Se invece la sintomatologia è moderata, il medico di medicina generale può chiedere al paziente di rivolgersi presso un centro di salute mentale per una consulenza specialistica. In casi gravi dove è presente anche un’ideazione suicidaria o pensieri di morte assieme, il paziente necessita una ‘presa in carico’ da parte del centro di salute mentale e seguirà un percorso sia farmacologico che psicoterapico. Tra i trattamenti psicoterapici si riconoscono come valide le terapie che sottolineano l’importanza della relazione interpersonale. Entrando nel vivo della terapia si lavora per ridurre le ruminazioni: si è visto infatti che i pazienti depressi passano molto tempo a rimuginare sui loro difetti; monitorare le attività quotidiane: la perdita di interesse per le attività quotidiane è centrale nei pazienti depressi e la flessione di questa è sintomatica di un peggioramento; pianificare le attività: per quanto possibile è fondamentale a programmare la giornata e le attività; registrare pensieri negativi e modificarli. L’aiuto di professionisti specializzati contattati in tempi adeguati diventa fondamentale per la prognosi del trattamento.
TURISMO SOSTENIBILE E PSICOLOGIA

La psicologia può dare un importante contributo all’analisi dell’impatto dei flussi turistici sulle comunità locali e a diffondere il fenomeno del turismo sostenibile. Essa diventa sempre più indispensabile per realizzare delle politiche di sviluppo capaci di prevenire gli impatti negativi dell’attività turistica sul territorio e sulle popolazioni ospitanti. Inoltre, può dare un apporto fondamentale nella realizzazione di strategie comunicative al fine di far conoscere la destinazione e attrarre così nuovi turisti. Oggi, infatti, il turista può scegliere tra numerose mete nelle quali trascorrere le proprie vacanze. Per le destinazioni diventa, quindi, essenziale avere una strategia di marketing condivisa e sviluppata. Questo permette di collegare la propria offerta turistica ai bisogni dei visitatori (la domanda). Dunque, una località turistica deve sempre essere considerata all’interno di una rete che crea valore grazie alla collaborazione di numerosi partner. Tra questi ci sono le comunità locali, le imprese pubbliche/private, le organizzazioni no-profit, i residenti, gli amministratori locali, ma anche gli stessi turisti. Una destinazione turistica dovrebbe costruirsi un’identità territoriale forte e riconoscibile. A partire, però, sia dai tratti considerati distintivi dagli operatori che vi lavorano sia dalla percezione esterna derivante dal punto di vista dei turisti. Il Place Branding si occupa proprio di questo. Creare, rafforzare e migliorare l’identità territoriale di una meta turistica considerando sia le percezioni degli operatori sia dei turisti. Di fronte alla sempre maggiore attenzione nei confronti della sostenibilità, oggi una destinazione turistica dovrebbe includere pratiche sostenibili tra i tratti identitari e distintivi della propria offerta. Al giorno d’oggi, una programmazione turistica consapevole si pone l’obiettivo di uno sviluppo equilibrato, che preservi le risorse ambientali (fisiche, culturali e sociali) e che coinvolga positivamente la comunità ospitante. Sostenibilità, però, è un termine molto ampio e complesso, che non si esaurisce nella salvaguardia dell’ambiente, ma comprende al suo interno anche aspetti legati alla sfera sociale e a quella economica. Secondo la definizione dell’Organizzazione Mondiale del Turismo, il turismo sostenibile è quel tipo di viaggio che minimizza gli impatti sull’ambiente, sulla cultura e sulla società, ma al contempo genera reddito, occupazione e conservazione degli ecosistemi locali. Il turismo sostenibile ha al suo interno una serie di sfaccettature, tra cui la dimensione responsabile e comunitaria del turismo. Il turismo responsabile si identifica come una forma di viaggio che implica sia un atteggiamento responsabile e consapevole da parte del turista sia un coinvolgimento attivo della comunità locale stessa. Con turismo comunitario si intende l’insieme delle proposte turistiche promosse e gestite dalle comunità locali. In questa prospettiva, la popolazione locale si occupa sia di gestire i servizi ricettivi di accoglienza turistica sia di condividere conoscenze sulle risorse naturali e culturali di un luogo. Dal punto di vista del turista è da considerarsi anche un’opportunità di avvicinamento e di apprendimento di nuove culture, valori e prospettive. Se la strategia è far diventare la sostenibilità un tratto cardine sulla quale costruire l’identità di un luogo, è necessario capire meglio come attivare le emozioni dei turisti e coinvolgerli in questo processo già dal momento della scelta iniziale. In questo caso la psicologia gioca un ruolo fondamentale. La comunicazione di marketing di una destinazione turistica dovrebbe generare una risposta cognitiva, affettiva e comportamentale. In primo luogo, le attività comunicative dovrebbero diffondere informazioni sugli elementi tangibili e intangibili di un’offerta territoriale in modo tale da accrescere la sua notorietà e il suo riconoscimento da parte dei turisti. Il passaggio successivo dovrebbe essere quello di far sviluppare un atteggiamento positivo nei confronti del luogo da parte dei turisti. Tutto questo avviene se vi è un’identità ben definita, ma soprattutto se viene effettivamente percepita e riconosciuta dal target. Infine, dopo aver accresciuto l’adesione nei confronti del luogo, l’obiettivo diventa quello di far sì che il turista scelga effettivamente quella determinata destinazione turistica. Chi si occupa di far conoscere una destinazione turistica può usare diversi tipi di comunicazione, utilizzando un focus più razionale oppure uno più emotivo. Alcuni studiosi hanno mostrato che i messaggi a contenuto emotivo creano una relazione maggiormente positiva con l’atteggiamento e l’intenzione di acquisto del turista. Inoltre, sembrano anche catturare in modo più efficace l’attenzione e l’interesse dello stesso. Tuttavia, costruire messaggi comunicativi con l’ausilio di emozioni negative, quali ansia e preoccupazione, potrebbe indurre ad atteggiamenti anti-ambientalisti. Altri studi hanno dimostrato l’importanza di tenere in considerazione il livello di consapevolezza ecologica dei turisti, cioè quanto i visitatori sanno circa la sostenibilità nelle sue diverse connotazioni. I turisti con una bassa consapevolezza ecologica tendono ad avere delle intenzioni di scelta di una meta maggiori di fronte ad appelli emotivi. Mentre, i consumatori con una consapevolezza ecologica elevata sono più attratti da stimoli razionali. In generale, tutti questi risultati indicano che la psicologia è da considerare come una nuova prospettiva di analisi del turismo sostenibile in quanto può aiutare a una migliore pianificazione delle strategie di programmazione e di comunicazione turistica. In particolare, questo risulta vero soprattutto quando l’obiettivo è quello di coinvolgere i consumatori meno consapevoli nelle pratiche sostenibili per tutelare e valorizzare la destinazione durante la visita. BIBLIOGRAFIA Ahn, Y. (2022). City branding and sustainable destination management. Sustainability, 12(9) El Sakka, S. (2016). Sustainability as an effective tool for place branding: an application on El Gouna City, Egypt. International Journal of Environmental Science and Development, 7(11)
Il fascino del baby talk: con il linguaggio dei bambini

Noi tutti sappiamo che linguaggio verbale è una potenzialità dell’essere umano. Ovviamente il baby talk richiede agli adulti la caapcità di utilizzare il proprio corpo in relazione a quanto si dice.Questo è fondamentale per evitare messaggi discordanti.Il baby talk diventa un messaggio che l’adulto invia al piccolo in maniera unica e personale.Il baby talk è un collante affettivo tra genitori e figli,favorisce la connessione emotiva. Il baby talk si può considerare un allenamento per il cervello del piccolo.
Cambiamento climatico ed Eco-ansia: quale impatto su bambini e giovani?

A breve distanza dall’ultimo sciopero per il clima dei ragazzi di Fridays for Future, è chiaro che affrontare la questione climatica è sempre più urgente, non solo a livello politico, economico, sociale ed ambientale, ma anche dal punto di vista psicologico e della salute mentale. L’Intergovernmental Panel for Climate Change (IPCC) ha pubblicato un report che presenta diversi scenari per il futuro, delineando le inevitabili conseguenze che gli esseri umani dovranno affrontare nei prossimi anni. In tutti questi scenari, è inevitabile che le temperature raggiungano un aumento di 1,5 gradi Celsius entro il 2040. Questo fenomeno non riguarda solo la biodiversità in generale, ma ha anche un significativo impatto sull’uomo. Negli ultimi tempi, le persone in tutto il mondo stanno acquisendo maggiore consapevolezza climatica e quindi sono preoccupate per il futuro del pianeta e per gli eventi meteorologici estremi sempre più frequenti. Vi è un chiaro consenso sugli effetti fisici del cambiamento climatico, che riguardano l’uomo, la biodiversità e la Terra, ma le persone iniziano a comprendere anche l’impatto del cambiamento climatico sulla salute mentale. Cambiamento climatico e salute mentale Berry et al. (2010) propongono tre modalità in cui il cambiamento climatico ha impatto sulla salute mentale: diretto, indiretto e vicario. L’impatto diretto si verifica dopo aver sperimentato un evento meteorologico estremo come un’alluvione, un terremoto o un uragano. Questi eventi possono portare a un disturbo da stress post-traumatico (PTSD), disturbi depressivi, disturbi d’ansia, disturbi da uso di sostanze e pensieri suicidi. Gli impatti indiretti dei cambiamenti climatici possono anche incidere sulla salute mentale attraverso conseguenze sull’economia, migrazione, danni alle infrastrutture fisiche e sociali, carenza di cibo e acqua e conflitti, che sono stati tutti collegati a stress, dolore, ansia e depressione (Hayes et al., 2018). Le reazioni vicarie, invece, riguardano l’impatto emotivo e affettivo della consapevolezza del cambiamento climatico vissuta attraverso la conoscenza del problema. In altre parole, assistere agli effetti del cambiamento climatico attraverso i media e altre fonti di informazione, senza sperimentarlo in prima persona, può anche avere un impatto sulla salute mentale. Conoscere il cambiamento climatico e le sue conseguenze può provocare molte emozioni come senso di colpa, tristezza e rabbia, che possono essere racchiuse sotto la denominazione di “eco-ansia” (Pihkala, 2020). L’American Psychological Association (APA) riconosce l’eco-ansia come una “paura cronica del destino ambientale”. Giovani, cambiamento climatico e salute mentale I giovani sono sempre più consapevoli degli effetti negativi dei cambiamenti climatici sul pianeta e sulla salute umana, ma questa conoscenza può spesso portare a risposte affettive significative, come disagio psicologico, rabbia o disperazione. La comprensione del cambiamento climatico senza l’acquisizione degli strumenti per far fronte alle emozioni che accompagnano questa conoscenza può portare alla disperazione e alla negazione. L’esperienza delle principali emozioni “negative”, come preoccupazione, senso di colpa e disperazione in previsione del cambiamento climatico è stata identificata con il termine eco-ansia; tuttavia, si sa poco sui modi in cui bambini e giovani sperimentano l’eco-ansia (Léger-Goodes et al., 2022). Review di Léger-Goodes et al. (2022) Léger-Goodes et al. (2022) nella loro review confermano che i bambini e i giovani sperimentano risposte affettive ed eco-ansia in reazione alla presa di coscienza del cambiamento climatico. Essi provano paura, rabbia, disperazione e tristezza quando diventano consapevoli del cambiamento climatico e delle sue conseguenze. Preoccupazione e speranza sono le due emozioni più riportate. Tutte queste emozioni potrebbero potenzialmente costituire diverse espressioni di eco-ansia nei bambini e nei giovani. I giovani provenienti da comunità vulnerabili, come le comunità indigene, o coloro che hanno forti legami con la terra sono spesso identificati come colpiti emotivamente dal cambiamento climatico. I bambini e i giovani affrontano l’eco-ansia in vari modi, attraverso sia risposte disadattive (ad esempio la negazione) sia adattive (come la speranza costruttiva, utilizzata come meccanismo di coping positivo). Le reazioni all’eco-ansia possono essere comprese all’interno di uno spettro: da un lato, i bambini che provano forti emozioni e che le affrontano in modo positivo possono essere più fiduciosi e agire; dall’altra parte, alcuni bambini possono essere sopraffatti da questi sentimenti e non avere gli strumenti per affrontarli adeguatamente, portando a una potenziale paralisi, disperazione appresa e negazione. Conclusione Quello del cambiamento climatico e delle sue conseguenze a livello psicologico e di salute mentale è un tema tanto attuale quanto necessario. Esistono varie lacune negli studi sull’eco-ansia, soprattutto riguardo bambini e giovani, essendo anche un tema emergente. Sono imprescindibili ulteriori ricerche e studi, al fine di comprenderne la natura sfaccettata e gli interventi, sia sociali che individuali, da implementare. Fonti https://www.ipcc.ch/report/ar6/wg2/ Berry, H. L., Bowen, K., and Kjellstrom, T. (2010). Climate change and mental health: a causal pathways framework. Int. J. Public Health 55, 123–132. doi: 10.1007/s00038-009-0112-0 Hayes, K., Blashki, G., Wiseman, J., Burke, S., and Reifels, L. (2018). Climate change and mental health: risks, impacts and priority actions. Int. J. Ment. Health Syst. 12, 28. doi: 10.1186/s13033-018-0210-6 Pihkala, P. (2020). Anxiety and the ecological crisis: an analysis of eco-anxiety and climate anxiety. Sustainability 12, 7836. doi: 10.3390/su12197836 Léger-Goodes T, Malboeuf-Hurtubise C, Mastine T, Généreux M, Paradis P-O and Camden C (2022) Eco-anxiety in children: A scoping review of the mental health impacts of the awareness of climate change. Front. Psychol. 13:872544. doi: 10.3389/fpsyg.2022.872544
AFFRONTARE LA DIAGNOSI DI UN FIGLIO CON DISABILITÀ

La disabilità di un figlio è qualcosa di stravolgente. Emergono sentimenti di dolore, rabbia e tristezza. Ma anche senso di colpa, sconforto e paura. Come affrontare tutto ciò? Esistono diverse forme di disabilità che si differenziano per le aree compromesse, per la gravità delle difficoltà e per le ripercussioni che esse hanno sulla qualità della vita del bambino. In seguito alla comunicazione della diagnosi di disabilità di un bambino, le famiglie attraversano una serie di fasi caratterizzate da reazioni emotive differenti e da conseguenti modi di agire e affrontare la situazione. Il susseguirsi di fasi La prima fase è caratterizzata da shock. Questo stato genera un senso di impotenza e di confusione che non consente ai genitori di svolgere le normali attività quotidiane, e di capire quali siano i reali bisogni del bambino. La seconda fase è caratterizzata dalla negazione del problema. Il genitore rifiuta la diagnosi ricevuta e ricerca disperatamente svariati consulti nella speranza di trovare un professionista in grado di disconfermare la diagnosi del figlio. Nella terza fase si assiste ad un’ alternanza di emozioni. Da un lato il genitore sperimenta rabbia e collera, che il più delle volte proietta all’esterno. Dall’altro lato il genitore prova un profondo senso di vergogna e di colpa. La quarta fase, ha come esito l’adattamento alla realtà e l’accettazione, seppur dolorosa della malattia o disabilità del figlio. Il genitore oltre a prendere consapevolezza dei limiti del proprio bambino, riesce finalmente a comprendere le possibili risorse legate alla malattia del figlio. Si giunge finalmente all’accettazione del problema e all’elaborazione di un nuovo progetto di vita sia per sè che per il proprio bambino. Cosa succede dopo? La non accettazione della disabilità del proprio bambino può favorire inconsapevolmente la messa in atto di condotte dannose per il corretto sviluppo del bambino. In alcuni casi il genitore rifiuta la condizione del bambino, la minimizza e di conseguenza trascura i bisogni del bambino non aderendo al protocollo di trattamento indicato per il bambino; al contrario, in altri casi sono presenti ipercoinvolgimento e iperprotezione che portano ad isolare il bambino in un guscio protettivo. Infine, un’altra reazione possibile è l’iperstimolazione. Il genitore in questo caso sollecita e sprona il bambino in maniera eccessiva prima che sia pronto. Il genitore non solo non è in grado di definire il livello attuale dello sviluppo del suo bambino ma non è neanche in grado di determinare quale sia il suo livello potenziale e ciò porta il genitore a spingere il bambino verso apprendimenti non ancora adeguati al suo grado di sviluppo ottenendo ovviamente un esito negativo. L’ELABORAZIONE DEL LUTTO DEL BAMBINO PERFETTO I bambini con disabilità possono mostrare limitazioni nel movimento, nella parola, nella vista o nell’udito. Ma anche difficoltà a livello cognitivo. Oppure nelle abilità sociali. Le difficoltà possono presentarsi isolate, oppure riguardare diverse aree contemporaneamente. Alcune disabilità possono essere evidenti. Altre, invece, possono non essere riconosciute ad uno primo sguardo. Queste famiglie, però, sono accumunate nel difficile compito di dover affrontare la perdita del bambino perfetto, pensato e immaginato. Si tratta, infatti, di un vero e proprio lutto. Affrontare la diagnosi di un figlio con disabilità è il primo passo per riprendere in mano la propria vita e affrontarla con la giusta energia. L’IMPORTANZA DELLA COMUNICAZIONE E DELLA RETE SOCIALE Un momento che assume un ruolo molto importante è la comunicazione della diagnosi. E’ importante una modalità empatica di chi comunica le informazioni. Ciò aiuta i genitori nell’affrontare la diagnosi di un figlio con disabilità. I genitori non devono essere lasciati soli in questo passaggio. Essi devono essere accompagnati nella comprensione della situazione, in maniera accogliente ed empatica. La presenza di una rete di sostegno è fondamentale. I rapporti familiari ed extrafamiliari hanno un ruolo centrale per sostenere la famiglia. Anche la qualità del rapporto coniugale incide in maniera cruciale. Qualora ci fosse difficoltà nell’accettazione è bene rivolgersi ad un professionista e chiedere un sostegno adeguato.
Il caso di Sidney Bradford: l’uomo deluso da ciò che vide

Cosa succede quando poniamo la felicità al di fuori di noi? Il caso di Sidney Bradford: l’uomo deluso da ciò che vide Sidney Bradford perse la vista a 10 mesi a causa di una malattia che fu, all’epoca, definita inoperabile. Nonostante la cecità, egli era un macchinista di professione, ammirato da vicini e colleghi per le imprese che era riuscito a compiere oltre il suo handicap. Eppure, Sidney non era mai riuscito a riscoprirsi soddisfatto di ciò che aveva, percependosi un eterno svantaggiato a causa della propria condizione. Con il progredire della scienza, Sidney fu operato e, all’età di 52 anni, riacquisì la vista. Riuscì a vedere sua moglie e il mondo circostante per la prima volta, così come aveva sempre desiderato! Eppure, ben presto, Sidney si scoraggiò ed entrò in un profondo stato di rassegnazione e depressione. Sidney disse di trovare la vista una grande delusione: questo nuovo dono non gli consentiva di vivere la vita che desiderava. Infatti, per certi versi continuava a comportarsi come un uomo cieco, lavorando con gli occhi chiusi e al buio per molte ore. Persino coloro che lo ammiravano per i successi raggiunti nonostante la cecità, ora lo consideravano soltanto “strano”. In effetti, Sidney aveva inconsapevolmente fatto della propria cecità una risorsa, riuscendo con successo a compensare l’handicap. Ciononostante, sembra che egli non abbia mai veramente accettato il proprio limite, facendo dipendere l’aspettativa della felicità costantemente al di fuori del proprio controllo e costantemente in ciò che gli mancava… dalla vista! Sidney Bradford muore, da uomo spezzato, nel 1960, meno di due anni dopo dall’intervento. Ci ha però insegnato dove poter guardare per trovare la felicità: alla scoperta delle nostre risorse, in seguito ad un profondo e duro lavoro di accettazione della nostra persona.
La terapia cognitivo-comportamentale con la famiglia

Quali sono gli aspetti positivi del coinvolgimento dei genitori nella terapia dei figli? Cosa succede nella terapia cognitivo-comportamentale. Nella terapia cognitivo-comportamentale in età evolutiva, uno dei primissimi obiettivi del terapeuta è promuovere la collaborazione dei genitori. Ciò non vuol dire certamente ritenere “responsabili” i genitori delle difficoltà del figlio, ma renderli partecipi nel miglioramento del problema. Spesso infatti può accadere che, senza rendersene conto, possono rinforzare i comportamenti problematici dei figli attraverso atteggiamenti di iperprotezione, colpevolizzazione o rifiuto. Che ruolo assume il genitore nella terapia? Wolpert e collaboratori (2005) hanno proposto, in particolare, tre ruoli che i genitori possono ricoprire nell’affiancamento alla terapia dei figli: genitore come facilitatore: è poco coinvolto e il focus rimane sul figlio. Viene scelto quando non ci sono problematiche importanti e con ragazzi più grandi e motivati; genitore come co-terapeuta: maggiore coinvolgimento soprattutto in problematiche di ansia. Si potrebbe aiutare il genitore ad apprendere delle tecniche cognitivo-comportamentali in modo da generalizzare in situazioni di vita reale; genitore come paziente: nella terapia cognitivo-comportamentale, l’intervento più diffuso è il parent training. Questa scelta viene privilegiata con bambini molto piccoli, coinvolgendo il bambino nella fase di assessment e nella valutazione al termine del trattamento. Il lavoro con i genitori inizia in realtà fin dal primo momento. Ad essi viene chiesto di descrivere la problematica, ponendo attenzione al contesto in cui avviene e a come risponde quel contesto. In questa fase, raccogliendo tutte le informazioni necessarie, il terapeuta può comprendere che ruolo far assumere al genitore, stabilendo obiettivi e modalità di intervento. Sicuramente, già durante il primo colloquio, diventa fondamentale fornire un supporto ai genitori normalizzando la loro richiesta di aiuto. Essi devono essere i primi ad avere un atteggiamento positivo verso la terapia, in modo da favorire lo stesso atteggiamento nel figlio. Secondariamente, devono essere informati della gradualità degli obiettivi e dell’importanza della collaborazione di tutti i componenti familiari nella riuscita del trattamento. Wolpert, M., Elsworth, J., Doe, J., (2005). Il lavoro con i genitori: aspetti pratici ed etici. In Graham, P. (a cura di) (2005). Tr. it. Manuale di terapia cognitivo-comportamentale con i bambini e gli adolescenti, Firera e Liuzzo Group, Roma 2010.