Sexting tra Adolescenti

Con il termine sexting, si può definire quella pratica che prevede l’invio, la ricezione o la condivisione di messaggi di testo, foto o video sessualmente espliciti o comunque riguardanti la sfera sessuale, il tutto avviene tramite l’utilizzo dello smartphone, del pc o di qualsiasi altro dispositivo elettronico. È un fenomeno comune tra gli/le adolescenti di oggi, in quanto data la disponibilità delle nuove tecnologie, vivono in maniera inedita la fase di scoperta della propria identità e, in particolare, della propria sessualità. Il fenomeno si verifica più frequentemente tra i ragazzi delle scuole superiori e proprio per questo è importante la prevenzione durante gli anni della scuola. Diffondere un’immagine “provocante” di sé stessi può rappresentare un “regalo” molto intimo per un fidanzato o una fidanzata; può anche rappresentare un modo per dimostrarsi “adulti” o “più maturi” non solo agli occhi degli altri, ma anche verso sé stessi e può aiutare per gestire, a livello inconsapevole, le tante insicurezze tipiche dell’età adolescenziale. Perché spesso il sexting diventa un problema L’aspetto preoccupante del sexting in età adolescenziale riguarda la mancata consapevolezza dei rischi associati all’utilizzo improprio del web e la difficoltà di comprendere quali possano essere le conseguenze per sé stessi nel momento in cui ci si relaziona con persone potenzialmente pericolose. Ad esempio, in alcuni casi la perdita di controllo del materialesessuale nel web, può comportare diversi rischi. I più comuni e conosciuti sono il revenge porn e il cyberbullismo. Per evitare di giungere a conseguenze negative dovute al sexting, è indispensabile non la negazione della sessualità nei minori, cosa impossibile poiché è normale il processo di consapevolezza sessuale in quei determinati anni, ma piuttosto l’incremento di educazione sessuale e quindi di consapevolezza di cosa è il sesso e di come si caratterizza, si sperimenta e si vive nel rapporto tra pari. È questo un modo sano e utile per prevenire più il possibile condotte pericolose e dannose per sé stessi e per gli altri.
Alunni plusdotati: interventi e strategie personalizzate

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Le parole d’odio in rete: l’hate speech

Perchè oggi i giovani, ma anche meno giovani, scelgono un linguaggio carico di odio?perchè internet si presta a tale manifestazione?la lettura di questo articolo consentirà di sciogliere qualche dubbio. Così è l’odio sul web oggi Le parole d’odio in rete, il cosiddetto hate speech online, rappresentano un fenomeno esteso e trasversale: colpiscono i più vulnerabili sulla base delle origini, della religione, del genere e dell’identità di genere, dell’orientamento sessuale, delle condizioni socio-economiche, dell’aspetto. A volte sono incitate da politici e personaggi influenti, in altri casi la scintilla è innescata da notizie o fake news. Quando il livello di odio è già saturo, non c’è neppure bisogno di qualcuno o qualcosa che dia il là alla violenza verbale online. Quali sono le caratteristiche dell’odio in rete? Diffuso, perché coinvolge innumerevoli utenti della rete, in qualità di vittime o di perpetratori. Liquido, perché si propaga con forza in modo rapido e a ampio raggio, difficile da contenere. Pericoloso, perché il suo sdoganamento è al tempo stesso causa e effetto di un processo di cambiamento culturale che conduce a manifestazioni di discriminazione e intolleranza offline. Le discriminazioni e manifestazioni di ostilità nei confronti di singole persone o gruppi fanno leva su diverse caratteristiche, come l’origine, il colore della pelle, il sesso, l’orientamento sessuale, l’appartenenza religiosa o le convinzioni personali. Internet, che permette di esprimersi pubblicamente senza svelare la propria identità, è un terreno particolarmente fertile per la diffusione di messaggi discriminatori e volti a istigare all’odio. In rete i freni inibitori sono più bassi che nella vita reale e si hanno meno remore a postare commenti d’odio o mettervi un «like». I bambini e i giovani devono imparare a riconoscere quando un comportamento diventa diffamatorio e discriminatorio e come bisogna reagire a insulti, ostilità, odio. I genitori possono aiutare i figli ad assumere una posizione chiara di fronte a questo fenomeno e a combattere attivamente le discriminazioni. CHE COS’è LA DISCRIMINAZIONE? Si parla di discriminazione quando singole persone o gruppi vengono penalizzati rispetto ad altri a causa di caratteristiche specifiche. UN ESEMPIO: IL RAZZISMO Il razzismo è un’ideologia che categorizza e gerarchizza gli esseri umani in base alla loro appartenenza etnica, nazionalità o religione. Le persone non sono considerate in quanto individui, ma come membri di gruppi pseudo-naturali con caratteristiche ritenute immutabili. Questo giudizio si basa non solo su caratteristiche esteriori, ma anche e soprattutto su aspetti relativi alla situazione socio-economica o al livello d’istruzione, che sono «spiegati» come biologicamente dati con l’appartenenza etnica, culturale o religiosa. Negli ultimi anni la Fondazione contro il razzismo e l’antisemitismo ha osservato un notevole aumento dell’odio su Internet. Alla base della dinamica dei discorsi d’odio, ci sarebbero i seguenti motivi: desiderio di appartenenza influenza, potere e controllo desiderio di capire il mondo (attraverso spiegazioni semplici) aumento dell’autostima fiducia / sfiducia Cosa possono fare i genitori? Affrontare il tema dei confini tra l’ammissibile e l’inammissibile Promuovere il coraggio civile Promuovere il confronto con stereotipi e pregiudizi Riconoscere i segnali e cercare aiuto I giovani che sentono di essere vittime di odio via Internet devono prendere consapevolezza dell’accaduto e rivolgersi ad un adulto di riferimento per affrontare la cosa.
La Coppia

Perché si forma la coppia Nella coppia il singolo porta se stesso ed i suoi vissuti infantili. La crescita ed il formarsi delle funzioni psichiche dipendono dal tipo e dalla qualità d’incontro intersoggettivo che contribuiscono allo stile personale di gestione delle dinamiche affettive. Stern sostiene che le relazioni umane possono essere un tentativo di autoregolare lo stato interno per mezzo del rapporto con l’altro. La rappresentazione dell’altro ossia le immagini interne, formano relazioni con persone importanti. Cioè gli scambi con gli altri lasciano il segno, sono internalizzate e quindi modellano i successivi atteggiamenti e percezioni delle relazioni successive. Le persone vedono nella relazione affettiva duratura e significativa di coppia una sorta di “relazione terapeutica naturale” dove si mettono in atto relazioni oggettuali irrisolte. Il partner funge da contenitore di un oggetto interno dell’altro a cui vengono affidati aspetti del proprio Sé. Avviene, quindi, un’identificazione proiettiva. Secondo Zavattini le identificazioni proiettive incrociate rappresentano il tentativo di ripristinare l’integrità del Sé che è andata incontro a esperienze di rottura interne che portano forti angosce. L’altro diventa quindi la via di scarico di aspetti indesiderati, rifiutati. L’incastro di due mondi interni L’altro può essere usato in modo propulsivo per conoscersi e per crescere, ma può anche essere usato in modo delirante, spesso collusivo. Aspetti scissi, perversi e superegoici di entrambi si potenziano determinando un contesto frustrante ma corrispondente a esigenze difensive per ciascun partner. Quando una coppia si forma, vi è un ingaggio reciproco che può essere sia all’insegna di un compito evolutivo legato a processi di separazione individuazione e di monitoraggio affettivo reciproco, sia la creazione di una relazione interna regressiva e frustrante. Le aspettative che si hanno sull’altro e le fantasie idealizzanti distruggono il legame poiché appare deludente e non corrispondente all’idea iniziale. Dovrebbe nascere la capacità di elaborare l’uso che si può fare delle risorse affettive dell’altro e di Sé, tollerando quello che non ci si può aspettare. L’interesse per il partner può rappresentare un modo di sbarazzarsi proiettivamente di parti di Sé indesiderate. In questo modo, l’altro diventa l’oggetto disprezzato da dominare oppure l’oggetto danneggiato da riparare. Come cambia la coppia con i figli Il contesto affettivo che regola la coppia richiede una riorganizzazione quando arriva un figlio. Il bisogno di attaccamento del nuovo nato, riporta in primo piano le rappresentazioni interne di figure genitoriali in relazione alle prime esperienze affettive e la tendenza a ripetere i modelli interiorizzati. L’assunzione del ruolo di genitore costituisce un periodo di riassetto della personalità che può comportare momenti di grande confusione e insicurezza che investono l’individuo nel suo senso d’identità. L’importanza della progettualità della coppia è fondamentale come momento di confronto e allineamento di motivazioni ed impegno.
Come stai?

“Come stai? È la frase d’esordio nel mondo che ho intorno ..” Così intona una canzone di Dario Brunori cantautore calabrese che ha accompagnato come sottofondo la stesura di questo nuovo articolo. “Come stai?”, questa domanda nonostante la sua brevità è capace, nelle relazioni umane, di costruire un ponte, dare possibilità relazionali agli incontri tra persone. Usiamo spesso questa frase, sia negli incontri frettolosi e numerosi del vivere giornaliero, sia in quelli profondi che si vivono spesso in relazioni di cura tra bambini e caregiver o anche in spazi e rapporti terapeutici come in una seduta dallo psicoterapeuta o dal medico. Con il “come stai?” mettiamo un ponte tra due castelli vicini e, per qualche ragione, comunicanti. I modi di rispondere sono tantissimi, forse non sempre consapevoli , ma tutti nella maggior parte dei casi, validi. “Abbastanza bene” è decisamente tra tutti i modi su cui ho riflettutto, quello che trovo più cortese. Negli incontri veloci lascia spazio di domanda, d’immaginazione così come anche di chiusura, mentre in quelli per così dire “profondi” in cui ci si dedica a relazioni di cura, dà la possibilità ad esempio al terapeuta, di dare senso a quel curioso “abbastanza”. Sia ben chiaro che coltivo profondo rispetto verso gli incontri/scontri del vivere quotidiano, non sia solo perchè sono napoletana, ma anche perchè ne ho visto sul campo professionale l’importanza. Talvolta infatti questo tipo di relazioni sono dei salvavita: quella risata scambiata con la salumiera, così come la chiacchiera fuori scuola dei figli con qualche mamma o anche la parolaccia lanciata dall’automobilista al pedone indisciplinato, restano fondamentali e assolutamente non di serie B. Mi voglio però riferire maggiormente alle relazioni negli spazi di cura in cui, chi domanda, chi inizia quel ponte è un terapeuta, una persona che lavora e si forma costantemente per manipolare al meglio quel “abbastanza bene”. Una danza ritminca che va dal “come stai?” al “come sto?”. Questo oscillare non rigarda solo la persona al di là delle nostre scrivanie e dei nostri ruoli, ma anche noi terapeuti. Ciò rievoca naturalmente concetti come transfert e controtransfert che nei prossimi articoli mi piacerebbe approfondire. Più che una trincea con battaglioni l’uno contro l’altro armati con momenti di tregua, sto imparando a vederla come una danza, questo sicuramente grazie al mio lavoro di continua formazione come arteterapeuta. Una danza che oserei chiamare collettiva, in cui entrano e si scambiano il passo i numerosi personaggi che incontro quotidianamente e nel profondo ogni giorno da generazioni. Una formazione transculturale che mi permette di osservare e lavorare con la complessità dei passi altrui e non solo. A Napoli c’è un detto che mi è sempre tanto piaciuto che dice “Ogni capa è nu tribunale”.
Paura: scoperta la molecola che ci fa spaventare

Si conosce da tempo il ruolo dell’amigdala nella generazione dell’esperienza di paura. Una piccola e potentissima porzione di tessuto del nostro cervello, a forma di mandorla e delle dimensioni di un grosso fagiolo, è di fatto la responsabile del nostro sistema di allerta e di protezione. L’amigdala è una formidabile e complessa centralina: ci aiuta a rilevare le minacce intorno a noi, elabora le paure e altre emozioni che le minacce, più o meno reali, suscitano nel cervello e segnala alla nostra mente e ai nostri muscoli che dobbiamo preparare una risposta: che sia fuggire o combattere, oppure paralizzarci. L’amigdala è anche la parte del cervello coinvolta nella formazione dei ricordi spaventosi: un adattamento evolutivo essenziale, che ci aiuta a sopravvivere attraverso il comportamento appreso. Se manteniamo memoria dei pericoli possiamo essere maggiormente al sicuro; potremo evitarli o attrezzarci per combatterli, potremo collaborare con i nostri simili per proteggerci a vicenda e costruire solidarietà e aiuto reciproco, ma anche, nell’ approccio opposto, diffidenza e distanza per preservarci dalle minacce. Insomma, questa funzione utilissima alla nostra sopravvivenza, la memoria della paura, svolge purtroppo anche un ruolo in diversi disturbi mentali, come ad esempio nel disturbo da stress post-traumatico (PTSD), una condizione patologica innescata dall’aver vissuto in prima persona un evento terrificante o dall’avervi assistito, che origina sintomi pesantemente invalidanti, ansia frequente e molto intensa, calo del tono dell’umore, oltre a provocare pensieri, immagini e ricordi intrusivi, come se la persona rivivesse nel presente l’episodio traumatico. Ma come fa l’amigdala ad elaborare la paura e a trasformare semplici segnali sensoriali in campanelli d’allarme emotivi? Il Salk Institute for Biological Studies di La Jolla, San Diego, California, ha aperto un nuovo scorcio nell’esplorazione dei meccanismi che costruiscono la paura. I ricercatori hanno scoperto un percorso molecolare chiave nel cervello che distilla immagini, suoni e odori minacciosi e ci dice di provare paura. Combina tutti i segnali provenienti dai nostri organi di senso e li integra in una sensazione perfettamente integrata. In uno studio pubblicato lo scorso agosto sulla rivista Cell Reports, i ricercatori del Salk hanno individuato nel cervello una minuscola proteina: il peptide correlato al gene della calcitonina (CGRP). Hanno scoperto che, nel cervello dei topi, due distinte popolazioni di neuroni CGRP, una nel talamo e una nel tronco cerebrale, assemblano i segnali provenienti da vista, udito, gusto, olfatto e tatto in un segnale unificato di pericolo nell’amigdala. In questo modo trasmettono un forte avvertimento di pericolo, che consente all’animale di rispondere rapidamente alle minacce percepite. Inoltre, i ricercatori hanno scoperto che lo stesso percorso è coinvolto in modo critico nella formazione della memoria della paura. La scoperta di questo percorso sensoriale unificato, che combina in un unico segnale le minacce sensoriali provenienti da tutto il cervello e le trasmette all’amigdala, dimostra esattamente ciò che i neuroscienziati conoscevano da tempo e apre a molti possibili approfondimenti per passare dal modello animale all’uomo. Ricerche precedenti avevano infatti ampiamente dimostrato che, mentre molti percorsi diversi trasmettono indipendentemente suono, vista, tatto e altri potenziali segnali di pericolo attraverso più regioni del cervello, in qualche modo l’amigdala riceve questo input totale in parallelo, tutto in una volta. Quello che mancava era capire come il cervello potesse ottenere questo raggruppamento di segnali: il team di ricercatori del Salk ha scoperto che i responsabili di questo compito sono i neuroni con il neuropeptide CGRP. Come in tutti i sistemi, il malfunzionamento del nostro sistema di allarme può portare a falsi allarmi. Le persone, in questo caso, percepiscono come minacce segnali sensoriali altrimenti avvertiti come assolutamente normali. I disturbi di ipersensibilità possono ovviamente anche influenzare la memoria del pericolo, come si può intuire anche dall’esperienza quotidiana. Ma è possibile trovare modi per calmare il sovraccarico sensoriale manipolando il circuito di allarme? Secondo i ricercatori del Salk, ora che i circuiti cerebrali specifici che trasformano i segnali sensoriali negativi in paura sono stati indagati, questa scoperta di base potrebbe suggerire modi per placare la paura o i suoi effetti sviluppando farmaci antagonisti, indicati per le persone che soffrono di disturbo da stress post-traumatico o di disturbi di ipersensibilità, come accade ad esempio nello spettro autistico. La strada è ancora lunga: occorre infatti trovare terapie che aiutino a calmare il circuito quando agisce in modo anomalo, preservando tuttavia e non compromettendo il ruolo chiave del nostro sistema di allarme in caso di pericoli reali, come un terremoto o un incendio. Gli studi dello Stalk dimostrano che i neuroni all’interno dell’amigdala che utilizzano il peptide CGRP sono fondamentali per combinare insieme, nel contesto della minaccia, informazioni provenienti da sensi diversi e trasformarle in un’esperienza integrata. Siccome i bloccanti del CGRP sono stati recentemente sviluppati in studi clinici con oggetti completamente differenti, rivelandosi come trattamenti efficaci per l’emicrania, questo aprirebbe la via a possibili ricerche sugli effetti clinici del blocco del CGRP negli esseri umani anche per ciò che concerne i disturbi del funzionamento del nostro sistema di allarme. Tre anni di pandemia, la guerra in Europa e il fantasma delle armi nucleari hanno prepotentemente messo la paura al centro delle nostre sensazioni quotidiane, con un ampio spettro di manifestazioni e di manipolazioni sociali, culturali e politiche di uno dei meccanismi più utili alla nostra sopravvivenza, ma allo stesso tempo responsabile di possibili risposte ipertrofiche e disfunzionali che tanto influenzano la vita degli esseri umani: dalla ricerca dei meccanismi può venire qualche prima, utile, risposta e un’accelerazione delle strategie di contenimento dei malfunzionamenti, nella direzione di alleviare i sintomi. Con implicazioni future forse assai più grandi di quanto possiamo ora immaginare.
Il disagio della generazione post Covid: tra suicidio e Hikikomori

Il disagio psicologico della generazione post Covid: tra tentativi di suicidio e Hikikomori (sindrome da ritiro sociale).Lo scenario della salute mentale dei giovani, post pandemia, non è affatto rassicurante. I nostri ragazzi sono sempre più spaventati, costretti a subire traumi ripetuti e scenari apocalittici: dal Covid alle guerre, fino alla crisi economica mondiale. Il sentiment condiviso è di sfiducia per il futuro delle nuove generazioni, che crescono in assenza di certezze, speranze, obiettivi.La conseguenza è un ritiro dal mondo, dalla vita, in senso figurato o purtroppo letterale. Il Presidente della Federazione Italiana Medici Pediatri Antonio D’Avino ha condiviso dei dati allarmanti. Negli ultimi due anni si registra un caso al giorno di suicidio tra adolescenti con una percentuale del 75%. L’ospedale pediatrico “Bambino Gesù” di Roma ha rilevato un aumento di oltre il 60% nel biennio 2020-21 degli accessi per per ideazione suicidaria, tentativo di suicidio e autolesionismo. Non solo: Il numero di consulenze neuropsichiatriche richieste per stati depressivi o ansiosi è aumentato di ben 11 volte. Nello specifico, sono aumentate di circa 40 volte le consulenze urgenti per ideazione e tentativi di suicidio. La costante di questo forte disagio è il desiderio di scomparire, dalla vita reale come da quella sociale. Infatti, i dati sulla sindrome di Hikikomori, riportati dal Presidente di Hikikomori Italia al congresso FIMP, parlano di 100mila giovani che hanno scelto l’isolamento sociale nel periodo post Covid. I dati dell’Associazione Nazionale Hikikomori parlano di una prevalenza di maschi affetti dalla sindrome, pari all’87%. L’età media di insorgenza dei primi segnali del fenomeno si aggira intorno ai 15 anni, nel delicato passaggio tra scuole medie alle superiori. Emerge come un grido il bisogno vitale di un supporto psicologico costante. Da un lato per recuperare i casi in cui il disagio è conclamato; dall’altro per svolgere un’azione preventiva e aiutare i giovani a sviluppare efficaci strategie di coping in questo momento così delicato.
Voyeur social: una generazione di guardoni

Renato Zero in un successo del 1989 cantava “Siamo tutti voyeur”, anticipando così gli atteggiamenti della generazione digitale, figlia dello sviluppo della rete internet. Nell’era della globalizzazione e della realtà virtuale, le ore trascorse online sembrano essere comunque poche, rispetto alla potenzialità dell’offerta della rete stessa. Questo atteggiamento ci ha portato ad usare internet per facilitare le nostre ricerche e la socializzazione. D’altro canto, però, abbiamo tutti la necessità di avere profili social per comunicare in tempo reale con i nostri amici, e non solo. Uno dei fenomeni molto diffuso tra gli internauti è l’oversharing. Rappresenta coloro che hanno un bisogno interiore di pubblicare qualunque cosa sui social per ricevere una gratificazione virtuale. Il rovescio della medaglia è che se c’è qualcuno che pubblica un post, ci sono tante persone che lo guardano. Il voyeur social, infatti, è la condizione in cui un individuo trascorre il proprio tempo, a volte non solo quello libero, a guardare le pubblicazioni degli altri. Dal punto di vista psicopatologico, il voyeurismo è un disturbo della sfera sessuale, che spinge l’individuo a spiare l’intimità degli altri, in tutte le sue forme. Spostando il concetto alla vita quotidiana, tutti noi, da quando ci svegliamo, fino al momento di riaddormentarci, siamo soliti dare una sbirciata ai social. Guardiamo chi ha pubblicato post o storie, spinti da una tale curiosità, che si esaurisce solo dopo aver spulciato per bene tutte le novità che ci erano sfuggite. Così, andiamo a vedere cosa indossa quell’influncer di moda, cosa ha cucinato lo chef, o ancora cosa ha comprato di bello e irrinunciabile il nostro beneamino. Questo tipo di atteggiamento ci porta ad essere sempre connessi e non riuscire a staccare la spina e incuriosirci del mondo che ci circonda realmente. Siamo diventati una sorta di Grande Fratello di Orwell al contrario, in cui ci esponiamo volontariamente agli altri, entusiasti di arrivare sugli smartphone di tutti.
I confini tra sé e l’altro

Saper riconoscere e gestire i confini tra sé stessi e gli altri è fondamentale per stare bene ed avere relazioni sane. In terapia si lavora spesso sui confini. La maggior parte delle difficoltà che emergono in quest’area riguarda innanzitutto il riconoscersi e il vedere l’altro come diverso da sé. Tali capacità si formano nel processo di separazione-individuazione che interessa i primi anni di vita. In questa fase il bambino passa da uno stato di simbiosi naturale, in cui è tutt’uno con chi si prende cura di lui, ad uno stato più evoluto di percezione di sé come persona separata, distinta e, via via, sempre più autonoma. Nella realtà dei fatti, non di rado accade che lo sviluppo naturale venga ostacolato da meccanismi che impediscono l’abbandono della simbiosi e l’evoluzione verso l’autonomia. Confini ed alterazioni del funzionamento della persona Una carenza di confini comporta una alterazione del funzionamento della persona, con modalità che possono assumere forme differenti: onnipotenti, narcisistiche o più dichiaratamente dipendenti. Vi può essere un ritiro nello stato primario di non-differenziazione tra sé e ciò che proviene dall’esterno. O un irrigidimento su di una struttura narcisistica, di negazione dei propri bisogni affettivi, in cui l’altro non può essere visto. Oppure, un appoggiarsi all’esterno come incapacità di autoriconoscimento ed affermazione di se stessi. Questi meccanismi, al di là delle manifestazioni patologiche in cui possono sfociare, appartengono in maniera più o meno significativa ad ogni personalità. Si tratta del modo con cui il contatto con la realtà interna ed esterna viene interrotto da una riproposizione di schemi antichi. Allo scopo di difendersi di fronte ad un’esperienza proibita, temuta, cui non si accede. Confini e relazioni Avere dei buoni confini vuol dire dunque, in primis, riconoscersi per ciò che si è e riconoscere l’altro per ciò che è. Vuol dire essere in grado di distinguere quanto proviene da sé da quanto proviene dall’altro. In termini di pensiero, giudizio, sentire, bisogni, motivazioni. Scelte e azioni. Ma non solo. I confini sono sani quando si è anche in grado di rispettarli all’interno della relazione. Nella quotidianità della maggior parte delle persone accadono frequentemente eventi che hanno a che fare con problematiche di confine. Ad esempio, si può accettare dall’altro un gesto non gradito pur riconoscendo l’effetto negativo che ha su di sé. Ci si può inibire compiacendo, allineandosi al modo di pensare e di agire altrui o, al contrario, si può essere rifiutanti rispetto alle differenze che l’altro esprime. Si può avere difficoltà ad affermare se stessi per non deludere un’aspettativa. Vi possono essere dinamiche relazionali di dominio/sottomissione, controllo, confluenza. La vita adulta al di fuori delle manipolazioni Si tratta di manipolazioni apprese durante l’infanzia allo scopo di assicurarsi riconoscimento, amore. Ma, mentre a quel tempo hanno rappresentato il migliore adattamento possibile all’ambiente, nel presente della vita adulta intervengono come limitazioni. In quanto aspetti dipendenti che impediscono di stare bene, di avere una vita relazione soddisfacente e realizzarsi. Una famosa citazione di Fritz Perls, nota come “preghiera della Gestalt”, racchiude in sé tutta l’importanza dei confini: “Io sono io. Tu sei tu.Io non sono al mondo per soddisfare le tue aspettative.Tu non sei al mondo per soddisfare le mie aspettative.Io faccio la mia cosa. Tu fai la tua cosa.Se ci incontreremo sarà bellissimo;altrimenti non ci sarà stato niente da fare”.
STRESS POST TRAUMATICO: I PEAKY BLINDERS

A partire dall’analisi dei personaggi chiave dei film e delle serie tv possiamo comprendere meglio alcuni concetti psicologici, tra cui il Disturbo Post-Traumatico da Stress. In questo caso illustreremo il Disturbo Post-Traumatico da Stress a partire da uno dei protagonisti chiave di una nota serie tv “Peaky Blinders”: Thomas Shelby. Per chi non lo sapesse, Thomas Shelby è il capo di una band di Birmingham chiamata Peaky Blinders. Questo nome deriva da una particolare forma di paraocchi del berretto all’interno del quale nascondono una lametta che viene usata come arma. Questa serie tv racconta le vicende della famiglia Shelby, che, dopo il ritorno dalla guerra di Thomas e dei suoi fratelli, vuole riprendere gli affari lasciati in sospeso nel mondo della criminalità. Ma cosa succede? Una volta conclusa la Prima Guerra Mondiale, la vita degli Shelby non è più come prima. La guerra, infatti, ha lasciato degli strascichi importanti sulla loro personalità e ha portato allo sviluppo del Disturbo Post-Traumatico da Stress. Il Disturbo Post-Traumatico da Stress (PTSD) è una condizione che si sviluppa solitamente dopo essere esposti a eventi traumatici stressanti, come potrebbe essere la guerra. Uno dei sintomi caratteristici è il continuo rivivere l’evento traumatico. Nel nostro caso, Thomas Shelby ha ricorrenti e intrusivi flashback, durante i quali ricorda i combattimenti al fronte. Questa condizione può comportare una perdita di lucidità e, dunque, esporre anche il rischio del suicidio. Può capitare anche che si presentino stati dissociativi, dove la persona agisce e si sente come se l’evento si stesse ripresentando. Inoltre, le persone che soffrono di PTSD sperimentano disagio psicologico e reattività fisiologica nel momento in cui vengono esposti a eventi/stimoli che assomigliano a qualche aspetto dell’evento traumatico. Di regola, infatti, la persona si sforza volontariamente per evitare pensieri e conversazioni che possano in qualche modo ricordare il trauma. In questi casi, le persone tendono a presentare sintomi di ansia che portano a difficoltà di addormentarsi o a mantenere il sonno, incubi, irritabilità e scoppi d’ira. Questo è ben visibile nei fratelli di Thomas: Arthur e John, infatti, sono molto aggressivi e irritabili e provano piacere nel minacciare e uccidere. Proseguendo, solitamente dopo l’evento traumatico queste persone provano un minor interesse nei confronti del mondo esterno, chiamato paralisi psichica o anestesia emozionale. Nel nostro caso, Thomas Shelby manifesta dei sentimenti di distacco nei confronti degli altri, tanto che vuole portare a termine la maggior parte dei suoi affari autonomamente anche di fronte a grandi difficoltà. Da questo articolo, si evince come i film e le serie tv riproducano esperienze di vita reali e molto vicine alla disciplina psicologica. Al di là del loro intento cinematografico, essi possono contestualizzare importanti tematiche stimolando la riflessione in chi legge. In questo caso emerge quanto sia importante nella vita reale elaborare i traumi del passato per fare in modo che essi non condizionino il proprio presente e futuro. Tutto questo soprattutto senza aver paura di chiedere aiuto esterno! BIBLIOGRAFIA: Sanavio, E., & Cornoldi, C. (2017). Psicologia clinica. Terza Edizione aggiornata al DSM-5. Bologna: Il Mulino