Delusione: il ruolo delle aspettative

La delusione è il vissuto che proviamo quando le nostre aspettative non si realizzano, quando le speranze coltivate non trovano riscontro nella realtà. Le delusioni fanno parte della vita e, come ogni tipo di sofferenza, vanno accettate ed elaborate. La ferita che ne consegue è tanto più dolorosa quanto più elevato è l’investimento affettivo verso la persona o la situazione che ci ha deluso e quanto più elevate sono le aspettative costruite. Le delusioni sono dunque ineliminabili dall’esperienza di ciascuno di noi. L’altro può mentirci, tradirci, abbandonarci. I risultati che otteniamo nella vita non dipendono solo dal nostro impegno e dalla nostra volontà e le cose non sempre vanno come noi vorremmo. Tuttavia, abbiamo una duplice responsabilità. Di integrare i limiti e le imperfezioni di ciò che siamo e del mondo che ci circonda e di rapportarci in maniera coerente alla realtà interna ed esterna che viviamo. Delusione e copione In psicoterapia capita spesso che le persone lamentino di sentirsi delusi e non di rado questa esperienza si accompagna alla sensazione di essere stati ingannati. “Ha voluto farmi credere di essere diverso/a, mi ha deluso”, “si è rivelato/a il contrario di tutto quello che mi aspettavo”. Per alcuni la delusione è un vissuto frequente, che caratterizza drasticamente tutte le loro relazioni significative. Per altri, un vissuto generalizzato, che coincide con la convinzione pervasiva di non potersi fidare di niente e nessuno, con la chiusura e il ritiro. Può capitare anche che delusioni riguardanti, ad esempio, lo studio o la vita professionale, facciano precipitare il valore e la stima di sé, andando a rafforzare idee autosvalutanti e definitive: “sono un/una fallito/a”, “non farò mai niente di buono”. Fino a portare ad uno spegnimento depressivo dei propri bisogni e desideri e a forme di passività che bloccano la realizzazione di sé. In tutte queste situazioni vi sono aspetti copionali che tendono a replicarsi: la persona non è in un reale contatto con ciò che sta vivendo, ma nella ripetizione di esperienze antiche e schemi non risolti del passato. Le aspettative In molti casi, ma non sempre, dietro grandi delusioni vi sono aspettative grandiose e idealizzanti. Avere delle aspettative è naturale. Tuttavia, quando non coerenti con la realtà, prendono la forma di aspetti illusori e fantasmatici, come riscatto dalla propria storia e via di salvezza da ciò che si sta vivendo, oppure, come conferma di quanto temuto o già vissuto e destino ineluttabile. Che siano salvifiche o catastrofiche, le aspettative copionali diventano la responsabilità che la persona ha rispetto alle proprie delusioni. Il modo con cui interrompe il contatto per illudersi, ingannandosi e lasciandosi ingannare. Per andare a confermare il copione e il suo finale. Lavorare su questi aspetti diventa fondamentale per lasciare andare le modalità infantili e stare nella realtà, da adulti. Per proteggere la propria vita affettiva e relazionale. E per imparare, al contempo, a riconoscere e accettare le delusioni che naturalmente si presentano nel corso della propria esistenza. Ad accogliere il valore evolutivo in esse racchiuse. Le delusioni pongono di fronte alla necessità di un cambiamento, di un atto creativo, verso la realizzazione di sé stessi e dei propri desideri. “La vita non è come dovrebbe essere. È quello che è. È il modo in cui l’affronti che fa la differenza.” (Virginia Satir)

ESPERIMENTO DI STANDFORD

esperimento di standford

L’esperimento di Standford è stato condotto nel 1917 da Zimbardo con lo scopo di studiare gli effetti della detenzione sui carcerati e sulle guardie. Tale esperimento nasce anche con il tentativo di spiegare cosa spinge le persone a essere cattive e a fare del male.  Zimbardo decide così di pubblicare su un giornale locale un’inserzione dove si richiedevano volontari per uno studio sulle conseguenze psicologiche della vita carceraria, che sarebbe durato 15 giorni a 15 dollari l’ora. Tutte le persone che hanno risposto a questo annuncio sono state sottoposte a test di personalità. Sono stati poi scelti 24 studenti di sesso maschile, che non presentavano problemi psicologici, disabilità fisiche e che non avevano passate storie di reclusione. Essi non si conoscevano tra di loro; 18 volontari sono stati coinvolti nell’esperimento, i restanti 6 soggetti selezionati sono rimasti a disposizione nel caso in cui si fosse resa necessaria la loro presenza.  Il 14 Agosto viene messo in scena un vero e proprio arresto di massa per le strade della città. I genitori dei volontari non sapevano che fosse un finto arresto, ma pensavano che fosse tutto vero.  I volontari vengono così portati nella prigione, creata nello scantinato dell’università grazie all’aiuto di un ex detenuto. Essa era composta da celle per reclusi, una cella di isolamento, lo spazio comune e il locale per le guardie. Ogni cella aveva il numero di identificazione. Ogni detenuto possedeva una branda con materasso, una coperta e un cuscino. Non c’erano finestre e orologi per impedire di percepire il trascorrere del tempo. Un impianto di citofoni permetteva ai ricercatori di ascoltare quanto veniva detto nelle celle e di dare eventuali comunicazioni. Nella prigione è stato creato anche un foro nel muro che permetteva di riprendere e videoregistrare ciò che accadeva tra guardie e prigionieri. Zimbardo pochi giorni prima dell’esperimento organizza un incontro tra i volontari e un ex detenuto, il quale spiega loro la vita carceraria. Essi vengono poi assegnati casualmente con il lancio di una monetina ai ruoli di detenuto/guardia (9 ragazzi detenuti e 9 ragazzi guardie). Sono state poi scelte delle regole circa l’abbigliamento e il tipo di azioni consentite. I detenuti avevano una calza di nylon in testa per essere tutti uguali e per non dover tagliare i capelli. Non potevano chiamarsi per nome, ma solo con un numero identificativo scritto sul camice che indossavano. Non potevano indossare biancheria intima, avevano una catena intorno alla caviglia e sandali di gomma ai piedi. Le guardie, invece, indossavano un’unica divisa, occhiali a specchio per non avere contatto visivo e avevano un fischietto e uno sfollagente. I detenuti sarebbero dovuti rimanere h24 per 15 giorni nella prigione. Le guardie, invece, erano presenti a terzetti per turni di 8 ore al giorno, al di fuori dei quali tornavano alla loro vita normale. L’esperimento di Standford è durato solo 6 giorni.  Già dal primo giorno, inizia a sentirsi una certa autorità da parte delle guardie.  Ad esempio, alle 2.30 di notte del primo giorno c’è stata la prima chiamata dove i detenuti dovevano dire il proprio numero di identificazione. Chi non lo avesse detto in maniera scattante, sarebbe stato punito con qualche sberla. Nella seconda giornata, invece, c’è stata una rivolta scherzosa da parte dei detenuti, ma le guardie li puniscono con il manganello. Le guardie iniziano a dividere i detenuti in buoni e cattivi, concedendo solo ai primi di cibarsi di fronte ai secondi, che potevano solo guardare. Come mai si sono comportati così? L’esperimento di Standford mostra il fatto che questi ragazzi non sono cattivi di per sé, ma si sono create delle situazioni che li hanno resi tale.  Il “Chi siamo” viene modificato dal “Dove siamo”.  Da qui si evince, il grande potere della situazione e del ruolo. Quando assumiamo un ruolo che non abbiamo mai fatto, lo ricostruiamo sulla base delle conoscenze che abbiamo su di esso.  Le guardie, infatti, si riconoscono in una posizione con uno status sociale più elevato. Condividono un’identità sociale positiva in quanto riconoscono i compagni come veri detenuti. Iniziano a pensare di essere loro quelli buoni e non gli altri a tal punto che pensano che il sorteggio sia stato truccato.  I detenuti, al contrario, avevano perso la loro identità dimenticandosi chi fossero. Per questo motivo si sono convinti che se si trovassero in prigione, una ragione ci sarebbe stata. Essi sviluppano l’impotenza appresa poiché ritengono di non avere nessun potere per cambiare la loro situazione.  Zimbardo ritiene, quindi, che la causa della trasformazione delle persone da buone a cattive sia il sistema in cui si trovano e la loro relazione con il potere.  Grazie all’esperimento di Standford, Zimbardo mostra l’importanza dell’ambiente nel determinare le condotte individuali, sottolineando come l’aggressività non debba essere esclusivamente legata a fattori interni all’individuo. Ciò non significa eliminare le responsabilità alle persone in quanto sono comunque libere di scegliere quali comportamenti mettere in atto. BIBLIOGRAFIA Zimbardo, P. (2007). L’effetto Lucifero. Cattivi si diventa? Milano: Raffaello Cortina Editore.

ATELOFOBIA e La Ricerca della Perfezione

L’Atelofobia, è un disturbo psicologico collegato al desiderio maniacale di essere perfetti in ogni cosa, la parola deriva dal greco ατελ?ς, atelès, “imperfetto, incompleto” e φ?βος, phóbos, “paura”,  ed è quindi la “paura dell’imperfezione”. Le persone con Atelofobia mancano di fiducia in sé stesse ed erroneamente ritengono che verranno accettate dagli altri solo nella misura in cui saranno ineccepibili, perfette e sempre disponibili nei confronti altrui.  Pertanto, si sforzano di eccellere in ogni campo della vita, si mostrano esageratamente compiacenti, immaginando che questo atteggiamento è ciò che gli altri si aspettano da loro. In realtà tali standard e la critica non sono richieste che provengono dall’esterno ma dalla persona stessa che si tratta in modo esageratamente severo. Essi potrebbero avere avuto dei genitori, o altre figure significative, molto esigenti che li hanno spinti a perseguire obiettivi impraticabili, pena l’essere sottoposti a severe critiche o punizioni. L’Atelofobia, essendo marcata fortemente dalla paura dell’imperfezione, porta le persone che ne soffrono a giudicarsi molto duramente, spesso fissando obiettivi troppo elevati e non realistici. Questa tendenza al porsi obiettivi irrealistici porta, nel momento in cui non vengono raggiunti, a provare rabbia e risentimento e ad una forte paura che il fallimento possa riproporsi in futuro e quindi preferiscono evitare di esporsi. Esistono diversi sintomi psicologici che si possono considerare tipici dell’Atelofobia: frequenti comportamenti di evitamento, sentimenti di impotenza, ansia e paura estrema, paura di perdere il controllo, confusione, irritabilità e mancanza di concentrazione. Possono comparire anche sintomi fisici, come iperventilazione, secchezza delle fauci, palpitazioni, nausea, mal di testa e sudorazione eccessiva. Se si mostrano segni di Atelofobia, è importante consultare un professionista della salute mentale. Le opzioni di trattamento possono includere cambiamenti nello stile di vita, terapia dell’esposizione, terapia cognitivo-comportamentale, la mindfulness e, in alcuni casi, farmaci. In generale, il superamento dell’atelofobia non è un processo semplice, ma che richiede pazienza, volontà e cooperazione da parte dell’individuo colpito.

I Disturbi della Comunicazione. Alcune riflessioni per gli psicologi

di Francesca Dicè I Disturbi della Comunicazione s o n o D i s t u r b i d e l Neurosviluppo molto frequenti in età prescolare e sono caratterizzati da quadri sindromici differenti che riguardano le capacità di comprensione, produzione e uso del linguaggio (Centro TICE). Secondo il DSM-5, essi riguardano la presenza di deficit nel linguaggio (l’uso di un sistema convenzionale di simboli), nell’eloquio (la produzione espressiva di suoni) e nella comunicazione, (il comportamento verbale o non verbale) senza alcuna compromissione delle altre aree di funzionamento (Centro TICE). Fra questi, il Disturbo del Linguaggio si configura come molto complesso perché riguarda sia la produzione che la capacità di comprendere la parola parlata; si distingue per la presenza di un lessico r i d o t t o , l a l i m i t a t a strutturazione delle frasi e la compromissione delle capacità discorsive (Centro TICE). Invece, il Disturbo Fonetico- F o n o l o g i c o r i g u a r d a esclusivamente la produzione d e l l i n g u a g g i o e d è caratterizzato da dislalie e ritardo linguistico (Centro TICE). I l Disturbo della Fluenza, comunemente detto Balbuzie, si distingue per la p r e s e n z a d i f r e q u e n t i ripetizioni o prolungamenti di suoni o sillabe e spesso è più grave in condizioni di tensione emozionale (Centro TICE). Il Disturbo della Comunicazione Sociale, infine, è caratterizzato da un deficit nell’utilizzo delle regole sociali relative alla comunicazione e presenta i m p o r t a n t i l i m i t a z i o n i n e l l ’ e f fi c a c i a , n e l l a partecipazione sociale, nelle relazioni e nelle capacità scolastiche e lavorative (Centro TICE). È opportuno specificare che f r a i D i s t u r b i d e l l a C o m u n i c a z i o n e non s i annovera il Mutismo Selettivo, che invece, secondo il DSM-5, è un disturbo d’ansia che si manifesta in età evolutiva ed è caratterizzato dall’assenza di comunicazione verbale in alcune situazioni sociali (Falcone, 2021). Il trattamento riabilitativo per i Disturbi della Comunicazione è di tipo multidisciplinare e richiede la presenza di logoterapia, psicomotricità e psicoterapia (Associazione PSY). È necessaria, tuttavia, anche una presa in carico in psicoterapia familiare, affinché l ’ i n t e r a f a m i g l i a possa avvalersi di uno specifico spazio di elaborazione e riflessione, per comprendere i vari sintomi del Disturbo, elaborare le ansie ad esso connesse e sostenere i l bambino nelle difficoltà (Associazione PSY). In questo contesto, anche il lavoro dei logopedisti si configura come un contributo fondamentale per prevenire, curare e riabilitare gli aspetti deficitari ma anche per la valutazione d e l l i n g u a g g i o e d e l l a comunicazione (Associazione PSY). In conclusione, i Disturbi della C o m u n i c a z i o n e s o n o condizioni est remamente c o m p l e s s e d a n o n sottovalutare, la cui diagnosi e presa in carico precoce possono rivelarsi determinanti per garantire il buon esito dei trattamenti riabilitativi ed una r e m i s s i o n e q u a n t o p i ù possibile completa dei sintomi (Associazione PSY, Centro TICE). Bibliografia.A m e r i c a n P s y c h i a t r i c Association (2013). Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, Fifth Edition (DSM-5). Arlington, VA ISBN 9789746522687Associazione PSY. Disturbi d e l l a c o m u n i c a z i o n e . Retrieved from https://bit.ly/3LjXIXbCentro TICE, Disturbi nella comunicazione. Retrieved from https://bit.ly/39jSvRTFalcone C. (2021). Mutismo Selettivo. Retrieved from https://bit.ly/3NisQrk

Come dire ad un bambino che deve andare dallo psicologo

Quando è il caso di chiedere una consulenza psicologica per un bambino? Come comunicarglielo? Non è necessario che la situazione sia grave per pensare allo psicologo, il primo passo è quello di far si che il bambino non si senta sbagliato. Quando è il caso di chiedere una consulenza psicologica? Il primo passo è parlare con il proprio pediatra di fiducia che, conoscendo il bambino e la famiglia, potrà valutare se sia utile o necessario rivolgersi ad uno psicologo, una figura professionale che si occupa del benessere psicologico del bambino e dell’adolescente e aiuta i genitori nel loro ruolo di educatori in tutte le fasi della crescita, dalla prima infanzia all’adolescenza. Perché è difficile chiedere un aiuto psicologico per il proprio bambino? Per quanto ogni genitore possa riconoscere di sperimentare momenti di fatica, sembra esserci ancora spesso timore a ricercare la consulenza ed il supporto di un professionista. L’attuale generazione di genitori è la prima a vivere immersa nel mondo altamente “social” di oggi, che offre un costante confronto con gli altri. Spesso, però, questo confronto rischia di assumere la veste del giudizio, o di fornire consigli non sempre appropriati. Un buon genitore è quindi un genitore che sa chiedere aiuto quando serve. Come dire ad un bambino che deve andare dallo psicologo? Molti genitori tendono a mentire al proprio figlio quando lo portano dallo psicologo, dicendo che è un medico o magari un amico di mamma e papà. Sarebbe bene invece essere onesti, e spiegare al bambino che lo si sta portando da uno psicologo, che è un dottore che non utilizza siringhe o altro, e che usa principalmente le parole e potrebbe aiutarlo a stare meglio, a sentirsi meno ansioso, triste, arrabbiato… Il genitore, a seconda dell’età del figlio, può esprimergli le proprie preoccupazioni sul suo comportamento laddove il bambino non si accorga di come questo possa far star male gli altri. È importante tuttavia che il bambino non prenda l’andare dallo psicologo come una punizione, ed è bene quindi che i genitori gli comunichino questa decisione in un momento privo di tensione emotiva, spiegandone le ragioni e provando a rispondere alle domande del bambino. Sarà poi cura dello psicologo, durante i primi incontri, instaurare col bambino una relazione di fiducia e fargli capire che non è una spia al servizio dei genitori, ma una persona che può effettivamente essergli d’aiuto. Ogni tappa evolutiva comporta nuove sfide Esistono varie tappe evolutive che possono rappresentare una sfida per il genitore: la regolarizzazione dei ritmi sonno-veglia e la gestione della nanna; il raggiungimento del controllo sfinterico, con il passaggio dal pannolino al vasino; i momenti di separazione (come l’addormentamento nel lettino, o l’inserimento a nido/scuola dell’infanzia); il periodo dei cosiddetti “terrible two”, quando verso i due anni i bambini desiderano una maggiore autonomia ma ancora faticano a controllare le proprie emozioni e i propri comportamenti, mettendo alla prova i genitori con tanti capricci… Conclusioni Un genitore per primo dovrebbe sentire di potersi fidare di un professionista esterno, e trasmettere al proprio figlio la capacità di potersi fidare di qualcun altro.

La sintonizzazione tra genitori e figli e i loro bisogni

Tollerare l’attesa e il fallimento In questo mondo che ci insegna che si deve avere tutto e subito, l’attesa o l’impossibilità della realizzazione dei nostri desideri e bisogni è l’esperienza più difficile da tollerare. Da neonati s’inizia a sperimentare questo. Non poter soddisfare immediatamente il proprio bisogno che sia di nutrizione o di altro, da un lato riempie il neonato d’angoscia, ma dall’altro lo aiuta a tollerare l’attesa e a sperimentare di non essere onnipotente. Ci sono alcune teorie che negli anni hanno sostenuto come la chiusura autistica del bambino sia dovuta allo sperimentare un’angoscia troppo forte che non riesce a tollerare. Questo avviene quando il pianto è più volte ignorato ed è eccessivamente prolungato. Accanto a questa teoria ci sono sempre stati pediatri, lo stesso Winnicott, che hanno spiegato che il bambino non deve essere anticipato nei suoi bisogni ma deve sperimentare l’assenza del suo bisogno e poi l’appagamento successivo. Deve, per esempio da neonato, piangere perché sente la pancia vuota e poi vivere l’esperienza della pancia che si riempie. Quando cresce deve imparare ad esprimere il suo bisogno di fame attraverso una richiesta esplicita (ho fame!). Spesso, invece, ci sono madri che danno il latte ai propri figli mentre dormono o li costringono a mangiare quando non hanno fame. Questa non è una buona esperienza per i bambini che devono imparare sin dai primi mesi di vita ad esprimere i propri bisogni e a vivere l’appagamento di questi ultimi. L’accudimento genitoriale Purtroppo le angosce genitoriali, spesso, non rendono chiari i bisogni dei figli che vengono confusi con i propri.  Si perpetua a sbagliare anche quando i neonati crescono non facendo vivere loro l’esperienza di non poter appagare immediatamente i propri bisogni. Spesso le donne si sentono in colpa perché non riescono ad avere la pazienza che dovrebbero nel crescere i propri i figli e che non sono così amorevoli come gli altri si aspettano. Le donne che desiderano un figlio idealizzano le loro capacità materne e, spesso, si trovano a doverle ridimensionare e ad accettare che non sono così perfette come s’immaginavano. Vi è l’idea comune che tutti, in particolare le donne, nascano con buone capacità genitoriali innate (il così detto senso materno o paterno) e che avere dei figli sia l’esperienza più bella al mondo. Nessuno, però, ci spiega che crescere dei bambini è la cosa più stancante e difficile che esista. E che a volte l’amorevole istinto genitoriale, proprio non è innato. Spesso, ci vuole tempo a connettersi con i figli e a sviluppare l’empatia e purtroppo, c’è chi non ci riesce mai. Soprattutto quando il neonato ha pochi mesi di vita, diventa estenuante accudirlo, dormendo poco, e dovendosi dedicare tutto il giorno a lui. Per il bambino, inizialmente la madre è il suo mondo, attraverso di lei fa le prime esperienze di angoscia e di pace. Attraverso il pianto comunica i suoi bisogni e la madre (o chi si occupa di lui), impara a capire e soddisfare le sue richieste. Integrazione tra amore e aggressività Durante l’infanzia il neonato percepisce il mondo per estremi: buono/cattivo, amichevole/ostile. Ovviamente ciò che è cattivo viene odiato e ci fa paura, mentre ciò che è buono ci rassicura e si tende ad amarlo. Ciascuno di noi fa fatica nel tener sotto controllo la propria aggressività innata e combinarla con sentimenti d’amore. Successivamente, in ogni bambino iniziano a coesistere idee di distruzione dell’oggetto amato e allo stesso tempo forti impulsi d’amore. Comincia a capire che lo stesso oggetto buono che ama, a volte può essere cattivo ed odiato. Il sopravvivere dell’oggetto amato ai propri attacchi di aggressività, rassicura il bambino di non aver ucciso l’oggetto amato e di poter tollerare la sua parte aggressiva.

Don Gabriele Amorth l’esorcista e la questione della corporeità. Una ricerca sul campo

Per ventiquattro anni, dal 1992 al 2016, il nostro gruppo di ricerca ha avuto la possibilità di poter partecipare a migliaia di rituali esorcistici praticati da Don Gabriele Amorth, di sicuro il più importante esorcista del ventesimo secolo. Questa possibilità è stata data grazie al buon rapporto di collaborazione tra il mio maestro e fondatore del nostro gruppo di ricerca Poliscreativa, lo psichiatra Alessandro Tamino e appunto, l’esorcista Don Gabriele Amorth. Abbiamo avuto la possibilità anche noi allievi di partecipare ai rituali esorcistici e lui stesso ha tenuto dei seminari presso la nostra scuola. Una ricerca sul campo che ha dato, come si può immaginare, dei contributi importantissimi al modello Poliscreativa, instaurando un rapporto di particolare interazione tra questi due ambiti, l’ambito psichiatrico e l’ambito esorcistico su cui uscirà a breve un libro. È bene precisare che il nostro approccio è del tutto laico e di tipo antropologico, ci interessava infatti studiare il significato culturale di queste pratiche. Il discorso da fare sarebbe molto lungo, ma cercherò di riassumervi i punti più importanti che abbiamo notato e approfondito. Prima di tutto ci siamo resi conto studiando queste pratiche che in qualche modo, sono in continuità con pratiche precristiane. Certi aspetti rimandano sicuramente allo sciamanesimo. Il sentirsi in qualche modo in continuità con il lavoro delle sciamane e degli sciamani era una delle cose più difficili da far accettare all’ esorcista. Naturalmente questa sua difficoltà era dovuta al fatto che, per un religioso cattolico, il mondo si divide in prima di Cristo e dopo Cristo. L’ammettere che esista una continuità con certe pratiche “pagane” era per lui sicuramente scardinante. Un altro aspetto fondamentale di queste pratiche era la sincronizzazione corporea. Elemento per il nostro approccio fondamentale e punto di riferimento del nostro lavoro sul campo. I rituali , come abbiamo approfondito nello scorso articolo, contrariamente a quello che si potrebbe pensare, duravano all’ incirca mezz’ora.  Questi rituali venivano ripetuti anche per anni a cadenza di ogni due settimane circa. Stiamo parlando quindi di qualcosa di molto estensivo e non intensivo. Vogliamo sottolineare che il nucleo della pratica esorcistica, al di là dell’aspetto religioso, è qualche cosa che ha a che fare con una regressione corporea controllata, in cui attraverso questa particolare  permeabilità corporea, data anche dallo stato modificato di coscienza, possono passare delle forme altamente strutturate. Stiamo parlando di un aspetto di regressione a fasi molto precoci dello sviluppo della persona, attuata grazie alla ritmicità delle preghiere che permetteva uno stato modificato di coscienza. La cosa fondamentale per noi è stata renderci conto di come una pratica “terapeutica” che abbia come scopo una migliore modulazione del mondo emotivo e dell’immaginario del soggetto, fondamentalmente è una costruzione arbitraria di una forma. Non esistono delle forme in sé per sé giuste o in sé per sé sbagliate, ma delle forme che funzionano, che riescono ad essere in qualche modo armoniche con la storia del soggetto. Concludendo possiamo dire che nelle pratiche esorcistiche c’è sicuramente un aspetto riguardante la fede, una fede che si basa su esperienze concrete, molto semplici e non sicuramente sulle nuvole, ma anche la corporeità svolge un ruolo importantissimo. Amorth stesso sottolineava che il diavolo non possiede le anime ma solo i corpi.

L’Assessment Terapeutico: perché è nuovo attrezzo nella cassetta del giovane psicologo

di Gaia Cassese Introduzione La cosa più bella che può accadere nella scelta di cominciare un nuovo corso di studio è imbattersi in una tecnica (o teoria) mai conosciuta prima e restarne totalmente rapiti. È ciò che mi è successo, in modo quasi casuale, con il metodo di Assessment Terapeutico, mentre cercavo di restare a galla tra le mille incertezze sulla valutazione psicodiagnostica ancora non sfruttata appieno in ambito clinico privato, contesto di mio principale interesse professionale. Lo studio del materiale per il mio lavoro di tesi di Master in Psicodiagnostica clinica e forense mi ha donato molteplici spunti di riflessione particolarmente ricchi, in quanto letti dal punto di vista di una giovane laureata che si approccia per le prime volte alle richieste del mondo del lavoro. In questa prospettiva, trovo che l’intervento breve proposto da Finn porti con sé, specialmente per noi giovani psicologi, moltissime potenzialità lavorative e professionali. Dalla valutazione tradizionale all’assessment collaborativo Il metodo di Finn si pone come diretto prosecutore, all’interno di un gran corpus di riflessioni, della necessità di superare la valutazione psicologica e la stessa medicina tradizionale. La valutazione psicologica standard, nonostante i consolidati tentativi di recupero di una consapevolezza della relazione somministratore-paziente, segue ancora, quantomeno nel sentire comune, il concetto di diagnosi come uno stato del paziente, fisso e immutabile (1). Questa concezione porta con sé delle difficoltà che si riversano non solo sul paziente, ma anche sul terapeuta. Possiamo facilmente immaginare l’angoscia insita al processo valutativo che si ripercuote sulle prestazioni e sulle aspettative del paziente nei confronti del percorso che sta andando ad affrontare (2). Mi vengono in mente degli episodi a cui ho assistito durante la mia attività di volontariato presso una comunità terapeutica per tossicodipendenti, dove alcuni utenti erano particolarmente riluttanti alla richiesta di una valutazione psicologica a causa di una storia familiare di patologia psichiatrica, e dal timore della prosecuzione di un potentissimo stigma già molto presente nella loro narrazione, nonché dal vissuto ambivalente di sollievo e timore nel dare un nome immutabile (o un’etichetta?) al loro disagio. Tuttavia, tale fantasma della valutazione pone diverse barriere anche per la stessa conduzione e definizione del piano terapeutico: non è raro incontrare psicologi riluttanti alla somministrazione dei test, intimoriti dall’essere percepiti dagli utenti come giudicanti, o nel timore di incasellare i propri pazienti in categorie diagnostiche, in un momento storico in cui domina il “politically correct” ed il relativismo. Un movimento in sintonia con il superamento della medicina tradizionale è anche quello che sposta il proprio focus di osservazione dalla necessità di scovare i problemi e i sintomi, a quella ispirata dalla “Psicologia Positiva” e dalle “terapie di terza ondata” di individuare e focalizzare le risorse degli utenti. L’assessment Terapeutico volge proprio in questa direzione, recuperando in toto il ruolo del contesto nel processo. La finalità dell’intervento, cioè, non è quella di definire una volta per tutte il disagio dell’individuo, quanto di conoscerne le caratteristiche, ovvero di individuare quando il paziente agisce in modo disorganizzato o non funzionale e quando, con quali fattori, agisce in modo più organizzato. Non intendiamo cioè chiuderci in una definizione di malattia che ci allontana dal paziente, quanto capire profondamente le sue emozioni, scorporare i suoi comportamenti e da quali desideri ed esigenze questi siano motivati, o si fanno portavoce. Capire i loro comportamenti e i loro desideri ci avvicina, ci permette in quanto psicologi di trovare le piccole parti di noi stessi presenti in quegli stessi desideri, in quegli aspetti e quegli agiti che ci portano a “metterci nei panni dei nostri pazienti”. In quest’ottica tutto ciò che accade nel processo di assessment assume un notevole significato: anche un test non valido ci offre informazioni, ad esempio, sui dilemmi legati al cambiamento, o sulle credenze di come gli altri potrebbero reagire agli sconvenienti risultati del test stesso. Un altro punto su cui vale la pena soffermarsi riguarda le diverse caratteristiche che assume, nei due modelli di valutazione, la relazione tra somministratore e paziente. Quella che caratterizza l’assessment tradizionale è basata su di un utente che subisce un esame testologico: consapevoli dell’influenza del professionista nella rilevazione dei dati, il tentativo è quello di minimizzare tale variabile interferente attraverso la costruzione di un ambiente che, pur mettendo a proprio agio il soggetto, si mantenga piuttosto neutrale e silenzioso. Nella testologia tradizionale, cioè, si dà troppa attenzione ai risultati e troppa poca a come questi siano emersi, nel e dal processo valutativo (Aschieri et. al, 2016). Nell’assessment collaborativo, invece, il ruolo del testista viene considerato fin dall’inizio come parte integrante del contesto: più che una variabile da controllare, questa consapevolezza viene utilizzata come una risorsa per poter creativamente “giocare” (3) con il paziente. Ne deriva certamente che anche la comunicazione, per l’intera durata degli incontri, farà riferimento alla presenza in prima persona dello psicologo, utilizzando continuamente un “messaggio-io”, ad esempio:< mi ha comunicato, voleva comunicarmi> piuttosto che < i risultati del test rivelano>. I professionisti che utilizzano il metodo di assessment terapeutico fondano l’intervento su un assunto di base fondamentale: i risultati assumono significato solo in quella determinata relazione terapeutica. È chiaro che questa differente concezione della relazione si riversa necessariamente sulle altre caratteristiche della valutazione. Ad esempio, mentre per l’approccio tradizionale la validità dei risultati dipenderà per lo più dalla capacità e bravura del testista nella somministrazione e lettura dei risultati, in quello collaborativo si predilige il vissuto del paziente: è quest’ultimo ad avere la chiave della sua verità, il testista non cercherà spiegazioni “reali” al di fuori di lui. È inevitabile un cambiamento anche nella comunicazione dei risultati, argomento oggi all’ordine del giorno per quanto riguarda la comunicazione della diagnosi in ambito sanitario (Ricci Bitti, Gremigni, 2016). A partire da questo recentissimo ambito che vede attivamente impegnati moltissimi psicologi ad offrire, nonostante le notevoli resistenze, specialmente in ambito dei servizi territoriali, il proprio contributo in ambiente sanitario, trovo molto interessante questo aspetto del modello. Nella comunicazione della diagnosi (o meglio dei risultati finali), cioè, si passa dalle “sessioni di feedback” della valutazione tradizionale, in

Il Ghosting: il fenomeno della (non)comunicazione tra i giovani

Ghosting comunicazione giovani

Il Ghosting rappresenta l’ultima frontiera della non comunicazione tra i giovani.Negli ultimi vent’anni le nuove tecnologie hanno trasformato i tradizionali canali e modelli di comunicazione. I social networks e le app di messagistica istantanea vengono utilizzate quotidianamente per interagire, rendendo questo processo molto più agile e veloce. Oltre agli strumenti, è cambiato il modo di vivere e gestire la comunicazione e i rapporti interpersonali. Il Gosthing ne è un chiaro esempio. Si tratta di un fenomeno emergente e dilagante soprattutto tra i giovani, che consiste nell’interrompere bruscamente frequentazioni, rapporti amorosi o di amicizia e scomparire senza dare alcuna spiegazione. Nel Gosthing la persona sparisce nel nulla, avvolta nel silenzio proprio come un fantasma, lasciando la vittima impotente e in sospeso. Le conseguenze per i “ghostati” sono devastanti: questa forma di rifiuto sociale è in grado di scatenare nel nostro cervello reazioni analoghe a quando si prova dolore fisico.Sul tema sono stati condotti diversi studi che si sono concentrati sull’aspetto psicologico del dolore da “gosthing”; sul ruolo dei social media nel fenomeno del ghosting e sul profilo del ghoster. In sintesi ciò che rende il Ghostig così crudele e difficile da gestire è l’assenza di una conclusione, oltre che di una spiegazione. La comunicazione interrotta con il partner e la mancata chiusura della relazione generano insicurezza e minano l’autostima e l’auto percezione del proprio valore sociale. Qual è il profilo del Ghoster? Un recente studio dell’Università degli Studi di Padova ha indagato la correlazione tra Ghosting e la “triade oscura della personalità” caratterizzata da psicopatia, machiavellismo e narcisismo. Dalla ricerca è emerso che i “Ghosters” sono più machiavellici e psicopatici rispetto a chi non ha mai fatto Ghosting. Tuttavia questa evidenza non costituisce una regola e non tutti i ghosters presentano un alto livello di triade oscura.