Educazione emotiva: lo psicologo a scuola

L’educazione emotiva aiuta bambini ed adolescenti a rispondere in modo costruttivo alle emozioni. Perché è importante il contesto scuola? In questo momento, stiamo assistendo ad un numero sempre maggiore di bambini con difficoltà emotive o comportamentali. Facciamo qualche esempio: bullismo, comportamenti oppositivi e difficoltà ad accettare le regole, ansia. Perché succede? I fattori che possono contribuire ad ampliare il disagio, che i bambini manifestano poi sul piano comportamentale ed emotivo, sono numerosi e, per la maggior parte, dipendono dai contesti che il bambino vive. Viviamo in un contesto sociale dove i social hanno sostituito le comunicazioni e le interazioni tra coetanei, oltre che in un momento storico particolarmente difficile per tutti: le immagini alla televisione raccontano di un mondo fatto di violenza e povertà. Inoltre, per raggiungere un buon equilibrio emotivo, è importante che il bambino acquisisca una buona tolleranza verso la frustrazione. Al contrario, il volerlo proteggere da emozioni negative o situazioni sfavorevoli, potrebbe minare la capacità del bambino di leggere ed esprimere il proprio mondo interiore, fungendo da miccia nei comportamenti. Compaiono spesso anche modalità di pensiero assolutistiche e rigide che creano sofferenza a lungo andare. Ad esempio: “non sono MAI stato bravo”; “sono SEMPRE arrabbiato perché NESSUNO vuole stare con me”. Questi pensieri negativi possono influenzare il modo in cui trattiamo noi stessi e gli altri, e sfociare in disturbi emozionali. Perché può essere importante un programma di educazione emotiva a scuola? La scuola è uno dei contesti fondamentali per la crescita di ognuno. Si trascorre molto tempo lì e gli insegnanti diventano altre figure di riferimento per i bambini. Se si crea un ambiente sicuro, il bambino si sentirà anche più a suo agio nell’esporre ciò che sente. Ciascuno potrebbe riconoscersi nelle problematiche di un compagno, facilitando un senso di appartenenza e supporto reciproco. Tali programmi fungono da prevenzione primaria, dato che si interviene prima che si manifesti qualsiasi forma di disagio, o secondaria (quando vi sono prime manifestazioni di disagio). In ogni caso, ricordiamoci sempre che la scuola non è solo trasmissione di didattica, ma vuol dire apprendere diverse competenze, quelle competenze che serviranno per la vita!

Indietro nel tempo? Effetti e sorprese

In un momento come quello attuale, con la guerra subito dopo la lunga stagione del Covid, molti pensano a quanto fosse più facile prima, in molti sensi. È stato, ed è, un periodo duro, di incertezza e di futuro imprevedibile: più di quanto lo sia in tempi cosiddetti normali. Sperando fortemente che presto si trovino soluzioni diplomatiche e finisca un’insensata violenza, analizziamo cosa significa recuperare momenti precedenti e più sereni, e l’effetto che può avere sul nostro cervello. Vorrei ricordare qui uno degli esperimenti psicologici che sono diventati un classico della letteratura: siamo nel 1981 e la psicologa di Harvard Ellen Langer decide di allestire un esperimento con un gruppo di uomini intorno ai settant’anni (allora settanta erano già un’età avanzata). In cosa consisteva? Le persone che prendevano parte all’esperimento furono invitate a vivere cinque giorni all’interno di un monastero, in cui tutto era stato progettato per sembrare proprio come se fosse l’anno 1959. Radio, televisori in bianco e nero, libri, oggetti per la cucina, arredamento: tutto era d’epoca, l’atmosfera era perfettamente ricostruita, come in un set cinematografico. Questa distorsione temporale, in cui erano immersi, prevedeva che i partecipanti fossero trattati come se avessero 50 anni. Negli spazi che occupavano, non c’erano specchi e c’erano molte foto che li ritraevano: foto che avevano loro stessi fornito, di vent’anni prima, in cui ridevano, pescavano, abbracciavano; erano, insomma, uomini maturi attivi e in salute. Durante i cinque giorni, i partecipanti dovevano discutere le notizie e gli sport di 22 anni prima come se fossero appena accaduti, al presente, e comportarsi in tutto e per tutto come quando avevano cinquant’anni. Alla fine dei cinque giorni, che sono ovviamente un tempo assai limitato e allestito artificialmente, i ricercatori fecero le valutazioni finali. Risultato? Gli uomini, alle misurazioni fisiche, erano aumentati in altezza, avevano una maggiore destrezza manuale e una vista ancora migliore. Sembravano più giovani anche di aspetto. Tra i partecipanti (alcuni dei quali avevano precedentemente utilizzato un bastone per camminare) è stata persino improvvisata una partita di football mentre aspettavano l’autobus per tornare a casa. Ellen Langer esitava a pubblicare i risultati dell’esperimento, preoccupata che il metodo insolito e la dimensione ridotta del campione potessero essere difficili da accettare per la comunità accademica. Ma nel 2010 un programma della BBC ha ricreato l’esperimento con persone anziane famose, ottenendo effetti simili. Una successiva ricerca di Langer l’ha portata a concludere che possiamo  allenare le nostre menti per sentirci più giovani, il che a sua volta può far sì che i nostri corpi seguano l’esempio. Naturalmente è impossibile riprodurre effetti simili nelle nostre vite. Ma agire in modo differente, fare delle piccole distorsioni temporali può aiutare in modo molto concreto e misurabile. È interessante notare che il gruppo di controllo dell’esperimento, i cui partecipanti dovevano semplicemente ricordare e discutere fatti ed episodi risalenti a vent’anni prima, non aveva affatto avuto gli stessi risultati. La chiave di differenza sembra quindi stare nell’agire “come se”. Non possiamo certo riportare indietro il tempo, ma ingannare un po’ il nostro cervello ha l’effervescente effetto di riattivarlo in aree che utilizziamo meno, presi degli eventi e dalle difficoltà attuali. Applicare questo principio alle nostre azioni quotidiane, rivivere un luogo, un’esperienza, tornare ad attività lasciate, può essere un utile alimento per l’ottimismo. Se non altro, partire da una posizione meno pessimistica e negativa, può far ripartire interazioni positive con i nostri simili, ritrovare elasticità e malleabilità. E contribuire a cambiare, in meglio, la realtà che ci assedia da tempo.

La donna sui social: tra perfezione e femminismo 2.0

donna social

L’immagine della donna sui social: dalla ricerca della perfezione alla conquista del femminismo 2.0. Cosa significa essere donna nel 2022, ai tempi dei social networks? Essere donna è un dato di fatto che definisce la nostra identità nell’accezione più letterale del termine. Eppure, al giorno d’oggi, essere donna implica una responsabilità: quella di prendere consapevolezza e controllo della propria immagine. Con l’introduzione dei mezzi di comunicazione virali e alla portata di tutti, una lente di ingrandimento si è avvicinata in maniera invasiva alle nostre vite. Essere online per le nuove generazioni equivale ad esistere. Tutte le informazioni presenti in rete influenzano le percezioni e le rappresentazioni che gli altri utenti hanno di noi, dando vita alla web reputation.Se questa regola vale per tutti gli individui, perché ancora oggi rappresenta un problema quasi unicamente per le donne? Purtroppo è ancora presente e ben radicato lo stereotipo che vede la donna inscatolata in categorie ben precise che ne definiscono le sorti personali e professionali. La lotta agli stereotipi sui socialL’universo digitale ha amplificato la tendenza a giudicare la donna in base ad alcune caratteristiche e non nella sua interezza. Questa presa di coscienza ha spronato la nascita di community a supporto delle donne e di campagne volte e stravolgere la rappresentazione tradizionale della donna. I media sono stati spesso utilizzati per raccontare discriminazioni attraverso voci e volti noti, tra cui diverse influencer che hanno aderito alla causa. Tra cui Chiara Ferragni, che parlato di alcuni tristi fenomeni del nostro tempo, come il revenge porn, lo slut-shaming e il victim blaming. Ricerca della Perfezione e Dismorfismo da socialInternet è tuttavia, il posto delle grandi contraddizioni. Mentre le attiviste conducono battaglie, tante donne si adeguano agli elevatissimi standard estetici dei social networks, ritoccando le foto o emulando le star del web.Da un lato vediamo donne alla continua ricerca di una perfezione resa ancora più irraggiungibile dall’utilizzo di filtri e ritocchi. Dall’altro uomini (e donne) che si sentono in diritto di giudicare e commentare l’immagine di una donna. Come se da una foto derivasse tutta la sua identità. Riusciremo ad uscire da questo stigma quando ogni donna avrà l’opportunità di esprimere ogni sua sfumatura con ogni mezzo a sua disposizione, senza essere giudicata.

Il ricatto emotivo come strategia di comportamento

ricatto

Una strategia comportamentale che si struttura e si cristallizza nelle relazioni umane è il ricatto emotivo. È un meccanismo tipico dei rapporti confidenziali in cui il ricattatore utilizza i punti deboli della vittima per indurlo all’obbedienza. Si sentono spesso frasi come “Ho fatto tanto per te e tu cosa fai?” oppure “Io che ti voglio bene, sono disposto a farlo per te”. Mettendo in gioco i sentimenti, il ricattatore attiva il senso di colpa nella vittima e preferisce l’utilizzo del ricatto anziché affrontare una discussione. La centralità del ricatto emotivo sta essenzialmente nel circolo vizioso che si instaura. Si fa leva sulle emozioni per ottenere ciò che si vuole e si rinfaccia alla vittima di essere insensibili o egoisti. In effetti, il ricatto emotivo è una caratteristica che sembrerebbe appartenente alle personalità forti, ma in realtà denotano spesso una scarsa considerazione di sé. Questa scarsa autostima è ancor più palese nella vittima; le cui caratteristiche sono la sensibilità e la dipendenza effettiva. L’utilizzo di tale strategia corrisponde solo al fatto che come comportamento reiterato ha avuto successo. Il pianto è l’esperienza più diffusa e diretta del ricatto emotivo. I genitori cedono di fronte ai capricci dei bambini e così insegnano fin da piccoli che questa strategia può funzionare per ottenere ciò che si vuole senza problemi. Saper dire no non significa, infatti, amare meno. È dimostrare, invece, di essere responsabili verso se stessi, le proprie opinioni e rispettare anche i propri sentimenti.

Vita privata e professionale ai tempi dello smartworking: un possibile connubio o una malinconica fusione?

di Rita Tancredi Il protrarsi dell’attuale stato di emergenza sanitaria causato dalla pandemia COVID-19 non soltanto ha implicato una vertiginosa accelerazione del processo di trasformazione digitale e dei luoghi di lavoro – diffondendo la configurazione di nuove modalità, tra cui lo “smartworking” (anche definito “lavoro agile”) – ma ha anche reso maggiormente sfumati i confini fra vita professionale e vita privata. Se da un lato per aziende e dipendenti il sistema di smartworking si mostra particolarmente vantaggioso in termini economici e produttivi per le prime e in termini di equilibrio psico-fisico per i secondi, d’altra parte si delineano i confini di un efficace rendimento organizzativo e di una spiccata autonomia e gestione individuale.  Perseguire il work-life-balance, al giorno d’oggi, costituisce una delle più grandi sfide a cui organizzazione e professionisti sono sottoposti, poiché con la facilità di accesso a dispositivi aziendali (quali pc, cellulari e tablet) e ai software e agli applicativi di lavoro (quali e-mail, Skype, Zoom e Webex, per citarne solo alcuni) diviene maggiormente complicato “disconnettersi”, circoscrivere i compiti professionali entro il perimetro dell’orario di lavoro stabilito ed evitare che uno squillo telefonico o un messaggio di posta elettronica possano invadere quegli spazi dedicati al tempo libero. Alla luce di questa prospettiva, è chiaro che il lavoro “flessibile” sta abbandonando le connotazioni tipiche degli obiettivi primari con cui è stato concepito anche pre-pandemia: non più come benefit di una specifica job position, capace di garantire una schedulazione lavorativa di carattere personale, bensì come stato in cui l’individuo è ostacolato nel raggiungimento di obiettivi personali e professionali con una combinazione straordinariamente soddisfacente; e ciò poiché, unitamente ad una flessibilità lavorativa spazio-temporale, spesso da parte di aziende e dipendenti si accompagna il verificarsi di una scorretta gestione dei necessari tempi di riposo. In tal senso, nell’era della quarta rivoluzione industriale e del Coronavirus piuttosto che parlare di work-life-balance sarebbe più opportuno riferirsi al concetto di work-life-fusion: il connubio degli aspetti legati alla sfera lavorativa e a quella privata sembra assumere carattere illusorio e tradursi in una dilagante e malinconica fusione i cui effetti nel tempo vengono molto frequentemente sottovalutati. La gestione “da remoto” delle risorse umane, se non adeguatamente condotta, potrebbe evidenziare serie e critiche ripercussioni sul benessere psico-fisico dei lavoratori, dal momento che se non si considerano, ad esempio, il prolungato tempo trascorso al pc, il pensiero di dover essere potenzialmente sempre reperibili, l’assenza di una immediata condivisione con i colleghi e di una diretta supervisione da parte del responsabile, etc., nel lungo periodo potrebbero svilupparsi sintomi o disturbi da stress-lavoro-correlato. Di conseguenza potrebbero presentarsi contraccolpi aziendali poiché, piuttosto che configurarsi come la chiave per il successo organizzativo e per il welfare individuale, lo smartworking potrebbe rivelarsi in qualità di potenziale causa scatenante patologie, con eventi come l’elevato turn-over, l’incremento di assenteismo, la diminuzione della produttività, il mancato completamento degli obiettivi d’impresa. In sintesi, dunque, ciò che sicuramente emerge è: in primo luogo, una seria volontà da parte delle aziende di promuovere la salute e il successo organizzativo nonché la sostenibilità ambientale attraverso approcci quali il “lavoro agile”; in secondo luogo, una necessità sociale da parte dei dipendenti di bilanciare la propria vita, costellata dal lavoro, dalla famiglia e dagli impegni personali. Tuttavia, sebbene la rapida evoluzione digitale abbia di gran lunga agevolato il manifestarsi di condizioni favorevoli per entrambi gli attori, in realtà siamo ancora ben lontani dal panorama tanto atteso. Pervenire al desiderato traguardo di conciliazione individuale tra vita professionale e privata, senza cadere nella trappola della fusione, con il riflesso di performance organizzative ottimali, significa abbracciare il cambiamento culturale, affrontare concretamente la nuova modalità emergente di percepire l’azienda. In particolare, con riferimento allo scenario descritto, rivolgersi a professionisti del settore, esperti nella gestione delle risorse umane, si profila come possibile e significativa soluzionevolta afronteggiare le vulnerabili dinamiche che la modalità agile porta con sériversando reazioni sull’esperienza emotiva umana. Più precisamente, nella prospettiva di una mirata ed efficace formazione nei confronti dei manager in riferimento alla gestione dei team da remoto (rispettando tempi e pause) e dei dipendenti in merito alla predisposizione di un mindset focalizzato sulla responsabilizzazione e il networking, è più forte l’idea di uno smartworking che offra concreti e reciproci vantaggi: non bisogna dimenticare, infatti, che soltanto attraversando il benessere dei propri collaboratori sarà possibile giungere ad un’effettiva produttività, e dunque al successo economico dell’impresa. BIBLIOGRAFIA: Ricci F. (2012). Conciliazione vita lavorativa e vita privata. Pratiche di work life balance nelle organizzazioni. A.U.P.I WordPress. Higginbottom K.(2014). Workplace stress leads to less productive employees.Available online:https://www.forbes.com/sites/karenhigginbottom/2014/09/11/workplace-stress-leads-to-less-productiveemployees/#3b9b276931d. Messina P. (2020). Quali vantaggi dello smart working per le aziende? Scenari e opportunità di business. Palmieri G. (2021). Smart working e work-life balance: un connubio perfetto.

“Passione e Perseveranza: le due chiavi per il successo!”

di Camilla Niccolai Questa è la frase preferita di mia mamma (da utilizzare nei momenti critici) e da oggi – forse da un po’ prima di oggi – anche la mia. Questa mattina, aprendo un piccolo pacchettino postale, ho avuto la “prova tangibile” del mio percorso. Sembra una sciocchezza – e sicuramente lo sarà – ma quel timbro (diciamolo, nemmeno tanto carino) e quella semplice tessera sono la testimonianza di quanto sia importante, nella vita, avere degli obiettivi, impegnarsi e amare ciò che si fa. Potrei definire la passione come una vera e propria “linfa vitale” per la perseveranza e l’energia: perseveranza nel non mollare al primo ostacolo, o quando un tentativo fallisce, ed energia per poter stare svegli e attivi nonostante il nostro corpo ci invii chiari segnali di cedimento. Non nego che botte di fortuna (e qualche spintarella) non aiutino – e non dico quante volte ho pregato affinché un aiutino qualsiasi scendesse dal cielo – ma sono convinta che per raggiungere traguardi ambiziosi non basti desiderare..  Sono convinta sia necessario volerlo, assumersi le proprie responsabilità e fare tutto ciò che possiamo per arrivare il più vicino possibile ai nostri sogni! Ci tengo a precisare che a parlare è una persona “super ansiosa” e “lamentona” che, nonostante le mille incertezze, difficoltà e i periodi “no” è riuscita a raggiungere un primo importante traguardo. Sicuramente grazie alla “terza chiave per il successo” (che voglio introdurre io): le persone che ti dicono “niente paura!”. Sono quelle che ti danno la spinta per intraprendere un lungo e tortuoso percorso, quelle che ti dicono che hai la forza e la possibilità di fare tutto ciò che vuoi: di portare a termine un compito che sembra irrealizzabile, di “buttarti” sul lavoro dei tuoi sogni, di trasferirti in un’altra città, perché questo è quello che vuoi. Fortunatamente nel mio percorso ne ho incontrate tante (e continuo ad incontrarle) e di sogni ne ho ancora tanti (forse troppi).. ..perciò voglio dire a me stessa e a tutti quelli che leggeranno questo pensiero: “Anche se l’obiettivo da raggiungere è estremamente ambizioso, iniziate!”

Dal comportamento al comportamento problema

di Maria Valentina Di Sarno Una definizione Il comportamento può essere definito come il modo in cui un soggetto interagisce con il mondo circostante, quindi ogni parola, azione, reazione che messa in atto caratterizza il comportamento, ovvero il modo di rispondere alle sollecitazioni ambientali, fisiche e relazionali. I comportamenti di qualsivoglia natura hanno diverse funzioni e sono sempre orientati a: comunicare qualcosa, rispondere ad un bisogno, evitare certe situazioni, realizzare desideri, raggiungere obiettivi. Dunque, tutti i comportamenti sono orientati all’adattamento, alla comunicazione e al soddisfacimento di bisogni di varia natura (primari, di contatto, di riconoscimento, ecc). Un comportamento può essere definito “problema” quando è disadattivo e inappropriato, di una certa intensità, frequenza o durata da porre in serio rischio la sicurezza fisica della persona o degli altri. O ancora, un atteggiamento che limita in modo grave l’apprendimento, l’accesso alle ordinarie situazioni della vita sociale e rappresenta un ostacolo allo sviluppo intellettivo, affettivo, interpersonale o fisico del soggetto. Cos’è un comportamento problema? I comportamenti problema si presentano molto frequente mente in soggetti con diagnosi di disturbi dello spettro autistico e rappresentano un ostacolo all’adattamento funzionale e allo sviluppo di nuove capacità. Possono rappresentare un ostacolo all’apprendimento, in quanto comportano un sovraccarico psicofisico eccessivo ed inoltre sono correlati a stati ansiosi, di tensione, paura e disagio. Un esempio di tali comportamenti possono essere le reazioni emotive eccessive in relazione a determinate situazioni, come: crisi di rabbia per piccole frustrazioni opposizione sistematica alle richieste dell’adulto rigidità di certe abitudini e rituali. Un concetto fondamentale rispetto al comportamento problema riguarda il fatto che per esser stato appreso ha dovuto senz’altro condurre a conseguenze positive o ad un vantaggio. “In sostanza il comportamento problema, così come tutti i comportamenti, ha sempre uno scopo, è atto a comunicare qualcosa e rappresenta una modalità di adattamento, anche se disfunzionale” (Pontis, 2018). Il comportamento problema può dunque avere diverse funzioni: ottenere qualcosa, per esempio attenzioni. evitare qualcosa, per esempio un compito. soddisfare un bisogno, comunicare un disagio. Inoltre, tali condotte sono sempre dirette ad uno scopo ben preciso che se non viene preso in considerazione nel corso dell’intervento è probabile compaia un altro comportamento problematico, diretto al raggiungimento di quel medesimo scopo. Il comportamento problema deve essere sempre contestualizzato, in quanto non è mai esso stesso in senso stretto ad essere un problema, quanto invece lo è l’effetto che quest’ultimo ha nella complessa interazione del bambino con l’ambiente (Haim Brezis, 1986). Questi non fa parte della patologia, ma è la conseguenza dei deficit dovuti alla patologia ed è sicuramente stato modellato inavvertitamente dall’ambiente circostante. La prevalenza di comportamenti problema è inversamente proporzionale al repertorio di abilità adattive dell’individuo. COME GESTIRE UN COMPORTAMENTO PROBLEMA L’osservazione e l’analisi funzionale di tali comportamenti possono essere utili per cercare di capire che significato e che scopo ha in quella determinata situazione. E’ necessario registrare attraverso l’osservazione e l’intervista con insegnanti e genitori e/o figure di riferimento, la tipologia di comportamento, il contesto in cui si è verificato, cosa è accaduto prima dell’insorgere del comportamento e cosa è accaduto dopo. Un’analisi funzionale sistematica e attenta è necessaria per poi progettare degli interventi ad hoc che abbiano lo scopo di far estinguere il comportamento problema e/o sostituirlo con uno più funzionale all’adattamento (Brezis, 1986). In definitiva, un’attenta osservazione e l’analisi funzionale sono strumenti che possono guidare la progettazione di un intervento mirato all’apprendimento e al rinforzo di strategie adattive più funzionali. E’ sempre importante non trascurare i significati che tali condotte hanno per il bambino o la bambina e a quali bisogni profondi risponde. Per la natura di ciascun comportamento problema bisogna utilizzare delle alternative funzionali che possano sostituirli: – se il comportamento problema ha come funzione la fuga dal compito, si possono proporre  una gamma di compiti tra i quali il soggetto può scegliere;  – se la funzione fa riferimento alla richiesta di attenzione, si potrebbero proporre immagini delle persone con cui il soggetto potrebbe voler interagire, oppure una strategia funzionale per richiamare l’attenzione della persona desiderata;  – se la funzione è l’accesso a oggetti tangibili, si può offrire una scelta tra una varietà di oggetti gratificanti. DUE MODALITA’ DI INTERVENTO SUI COMPORTAMENTI PROBLEMA INTERVENTI REATTIVI : consistono nel manipolare le conseguenze di modo che, attraverso il comportamento problematico, non si possa accedere al rinforzatore che fino ad allora lo aveva mantenuto in vita. INTERVENTI PROATTIVI: consistono nella manipolazione degli eventi antecedenti per insegnare al bambino un comportamento sostitutivo incompatibile o alternativo a quello problematico.

L’odio: riconoscerlo dentro di noi

L’odio ci appartiene tutti. Riconoscerlo è fondamentale per la responsabilità che abbiamo verso noi stessi, gli altri e la vita. La parola odio indica uno stato emotivo di grave e persistente avversione verso qualcosa o qualcuno. Un sentimento opposto all’amore, caratterizzato dal desiderare il male o la rovina di un oggetto, che può anche essere il proprio sé o la vita propria o altrui. Come l’amore, l’odio può rendere dipendenti, incatenare all’oggetto e portare a pensarlo costantemente. Nei casi estremi, può persino dare senso all’esistenza. Ma mentre l’amore nutre e apre alla vita, l’odio corrode. Trasfigura l’esperienza umana, porta alla morte e alla distruzione. La teoria della struttura triangolare dell’odio Secondo Sternberg, l’odio non corrisponde ad una sola emozione ma al punto di intersezione di molteplici elementi. La teoria della struttura triangolare descrive l’odio e le sue forme in base a tre aspetti, presenti anche nell’amore: impegno, intimità (nei termini di una negazione della stessa) e passione. In base alla caratteristica “impegno”, si attiva un meccanismo di svalutazione che porta a sentimenti di superiorità e disprezzo: l’altro viene considerato inferiore. E’ ciò che Sternberg definisce “odio gelido”. La negazione dell’intimità si esprime nel tenere a distanza l’oggetto percepito come negativo. Su questo aspetto si sviluppa l’“odio freddo”, caratterizzato da pregiudizi e sentimenti di disgusto verso l’altro in quanto diverso da sé. L’odio come passione, invece, si riempie di rabbia e diventa “odio caldo”: aggredisce. Sfocia in violenza. Oppure, mosso dalla paura, porta a fuggire dagli altri ritenuti dannosi. Queste prime tre forme di odio, combinandosi tra loro, danno origine ad altre forme di odio. Ad esempio, alla forma silente e nascosta dell’“odio sobbolente”, tipica degli omicidi spietati e premeditati eseguiti ad opera di persone insospettabili. Fino alla forma dell’”odio bruciante”, che spinge ad annientare il nemico e ad utilizzare ogni mezzo per eliminarlo definitivamente. L’odio può creare comunità. La storia umana è piena di coalizioni basate proprio sull’odio condiviso, da cui sono scaturite guerre, violenze e barbarie di ogni genere. Odio, invidia e narcisismo Citando Lacan: “l’odio è una passione lucida che colpisce al cuore il nemico, è una pianificazione di annientamento”. Più che per ciò che dice o fa, l’altro è odiato per com’è. Per il colore della pelle, perché è donna, perché è omosessuale. L’odio ha alla sua base il meccanismo della proiezione. Sull’altro viene trasferito il lato più oscuro e inaccettabile del proprio essere. Oppure, l’immagine idealizzata, e per questo irraggiungibile, di se stessi. L’odio nasconde dunque parti proprie rifiutate ed escluse. Nasce dall’impossibilità di elaborare le proprie ferite narcisistiche, le proprie perdite, i propri lutti. Ne “Il gesto di Caino”, Recalcati descrive l’odio di Caino per Abele nella sua matrice invidiosa e narcisistica. Caino non sopporta che Dio abbia rifiutato i suoi doni e scelto quelli di Abele, né sopporta la vita di Abele, più viva della sua. Caino uccide il fratello perché non accetta di perdere il privilegio e l’illusione onnipotente di essere l’unico. Come Edipo, vuole essere l’unico uomo per sua madre. Rifiuta l’altro, l’alterità: vuole essere l’unico figlio al mondo. E, come Narciso, resta prigioniero nell’adorazione del proprio Io, non vuole rinunciare all’immagine grandiosa di sé. La vicenda di Caino mostra come questi conflitti interni, che avvelenano e accecano, se non riconosciuti ed elaborati, portano ad agire disperatamente. Conflitti che non sono una regressione all’istinto animale, come la credenza comune vuole, ma che appartengono esclusivamente agli esseri umani. Nel mondo animale, infatti, non esiste il crimine. La violenza è dettata da necessità naturali dell’organismo, di difesa e attacco. La violenza umana è invece dominata dalla tendenza a voler eliminare l’alterità dell’altro che, nella sua stessa esistenza, minaccia quello stato originario di onnipotenza e grandiosità che non si vuol perdere. E che arriva ad avere più valore della vita stessa. Il seme dell’odio Esiste un Caino in ognuno di noi. Ma se è facile rintracciarlo nelle guerre e nelle manifestazioni feroci della violenza, può essere difficile accettare come sia prossimo a noi, nella nostra cultura, nella nostra quotidianità, nelle nostre relazioni, e, persino, dentro noi stessi. Il seme dell’odio si diffonde ogni giorno. Nel rifiuto dell’altro, con le sue caratteristiche e la sua individualità. Attraverso modi di pensare, sentire e agire in apparenza poco rilevanti ma su cui si innestano le più grandi atrocità umane. A livello conscio, i valori dell’uguaglianza ispirano la maggior parte delle persone. Eppure, intolleranza e discriminazione sono fenomeni sempre in espansione, con modalità spesso subdole e alcune volte sconosciute anche a chi appartengono. Manca consapevolezza e, ancor di più, l’assunzione di una responsabilità individuale e sociale. “Sono forse io il custode di mio fratello?”, risponde Caino, dopo il suo gesto fratricida. Si tratta di una responsabilità che abbiamo sempre. Quando ci chiudiamo nell’invidia dell’altro, anziché aprirci alla nostra vita. Quando alimentiamo pregiudizi, rifiutiamo gli altri per come sono, proviamo desiderio di possesso o di vendetta e quando agiamo questi sentimenti. Ma non solo. Siamo responsabili anche nella connivenza. Tutte le volte che non prestiamo alcun aiuto, che non diamo il nostro contributo per contrastare la cultura dell’odio e sviluppare una umanità migliore. Riconoscere l’odio Riconoscere l’odio è il primo passo fondamentale per comprendere gli aspetti cognitivi ed emotivi che lo costituiscono ed attivare le risorse necessarie per superarli, perché non si tramutino in azione. Pregiudizi basati su convinzioni radicate, difese antiche erette allo scopo di evitare il crollo derivante dalla perdita dell’onnipotenza che il confronto con l’altro implica. L’odio come fallimento dei processi che portano a superare la ferita narcisistica e l’invidia. Riconoscere l’odio ci consente di guardare cosa stiamo rifiutando di noi stessi, dell’altro e della realtà. Di riappropriarci degli aspetti alienati del nostro essere. E così di accogliere l’alterità come ricchezza, come evoluzione. Di accogliere il nemico che vive in noi, lo straniero che abita la nostra casa, e sviluppare un senso di appartenenza e di comunità che dia valore al confronto e alla condivisione. Ci consente di amare. Bambina mia,per te avrei dato tutti i giardinidel mio regno se fossi stata regina,fino all’ultima rosa, fino

ESPERIENZA DI FLOW NELLE ORGANIZZAZIONI

Numerosi ricercatori hanno cercato di studiare il fenomeno delle esperienze trasformative da un punto di vista concettuale. Un’esperienza è trasformativa se non si limita ad aggiungere nuova conoscenza, ma se fornisce nuove lenti e prospettive attraverso cui guardare la realtà. Nel campo psicologico l’esperienza di flow è un esempio di queste. Il flow è un’esperienza ottimale, caratterizzata da un totale assorbimento nell’attività svolta. Si ha la percezione che l’attività si stia svolgendo da sola, c’è una fusione tra azione e consapevolezza e si perde la concezione spazio-temporale.  È caratterizzato da una spiccata motivazione intrinseca. Questo significa che si svolge un’attività non perché ci si aspetta una ricompensa, ma perché è associata a un’esperienza sufficientemente gratificante da giustificare l’attività stessa.  Tra gli aspetti principali c’è sicuramente il bilanciamento tra le sfide percepite e le risorse che possediamo per affrontarle. Per le forti emozioni positive provate, le persone tendono a ripetere l’esperienza di flow. Questo porta ad acquisire sempre più competenze ed abilità, che devono essere contro-bilanciate da un livello di sfida percepita molto alto altrimenti si cade in uno stato di noia e apatia.  Il flow, quindi, diventa un motore di sviluppo e benessere personale e per questo motivo è importante aiutare le persone a riconoscere tali esperienze.  Non esiste solamente il flow individuale, ma anche quello di gruppo chiamato networked flow. Da qui dovrebbe nascere l’interesse delle aziende in quanto creare opportunità di flow può portare a grandi risultati organizzativi sia in termini di performance sia di benessere dei dipendenti. Tra le caratteristiche principali del flow di gruppo c’è la creazione di un group mind, cioè una sintonia di pensiero e di azione tra i diversi membri del team. Inoltre, le persone sperimentano uno stato emotivo simile e positivo e sentono di avere la possibilità di contribuire all’attività stessa.  La situazione che viene a crearsi è come se fosse un’orchestra senza direttore perché viene a costituirsi spontaneamente ed è connotata da un’auto-organizzazione implicita. Vediamo nella pratica cosa bisognerebbe fare: creare un obiettivo comune sufficientemente aperto da consentire l’esplorazione di nuove soluzioni promuovere ascolto reciproco tra i membri dell’organizzazione facilitare la concentrazione in modo tale che tutte le attività esterne al compito sono escluse dall’attenzione e il gruppo possa focalizzarsi totalmente su di questo promuovere un controllo flessibile, in modo tale che i membri del gruppo percepiscano un senso di autonomia e competenza  creare un’intenzione collettiva dove quelle individuali si sintonizzano con quelle degli altri membri promuovere una partecipazione equa, dove tutti percepiscono di avere le stesse opportunità di esprimersi e agire diffondere una conoscenza tacita condivisa, cioè generata dall’esperienza di collaborazione e non contenuta in testi o manuali facilitare una comunicazione costante dove i membri si scambiano feedback continui attraverso le conversazioni informali incentivare i membri ad avere uno sguardo in avanti per essere sempre pronto a sviluppare competenze in risposta alle sfide ambientali  facilitare un’accettazione del rischio in modo tale da consentire un margine di errore senza soffocare gli spazi creativi Noi psicologi possiamo aiutare le aziende a facilitare l’esperienza di flow di gruppo. In questo modo si crea un incremento della motivazione e del benessere delle persone, che si traduce anche in grandi risultati aziendali. BIBLIOGRAFIA Riva, G., & Gaggioli, A. (2019). Realtà virtuali. Gli aspetti psicologici delle tecnologie simulative e il loro impatto sull’esperienza umana. Giunti Psychometrics Riva, G., Gaggioli, A., Milani, L., & Mazzoni, E. (2012). Networked Flow: esperienza ottimale e creatività di gruppo.