Il cuore ha le sue ragioni, che la ragione può conoscere

di Jonathan Santi Pace La Pegna “Il cuore ha le sue ragioni, che la ragione non conosce”. (Blaise Pascal) Sia nella letteratura che nel pensare collettivo troviamo spesso due aspetti della persona contrapposti, quasi apparentemente inconciliabili: “il cuore”, identificato metaforicamente come la sede in cui si originano i sentimenti e le emozioni, e “la mente” in rappresentazione di “ciò che sarebbe giusto”, il pensare razionale. Eppure questi due aspetti non sempre sono realmente così contrapposti come appaiono, in realtà ci sono ragioni psicologiche che ci portano ad optare per alcune scelte sentimentali (Zavattini, 2010), ad essere attratti verso qualcuno, a provare emozioni di piacevolezza nei confronti di certi modi di fare, anche se analizzandoli poi “a mente fredda” ci rendiamo conto che potrebbero essere non molto vantaggiose a lungo termine da un punto di vista razionale. La famosa teoria dell’attaccamento (Bowlby, 1989) ci spiega che esistono diversi tipi di attaccamento che ogni bambino sviluppa in riferimento alle proprie figure di riferimento genitoriale, questi tipi di attaccamento andranno a costituire degli schemi di accudimento, che poi struttureranno lo stile di attaccamento adulto e la base del suo modo di relazionarsi con il mondo (Platts, 2002). Anche la ricerca del partner è influenzata da questi schemi, che spesso inconsapevolmente direzionano ciò che cerchiamo, in funzione di ciò che desideriamo e ciò che ci manca. Eppure è possibile far “dialogare” cuore e mente, e cioè fare scelte soddisfacenti dal punto di vista dei propri desideri ma razionalmente orientate, guidate da una visione approfondita che identifichi innanzitutto coscientemente quali siano i propri bisogni affettivi ed emotivi. È possibile in virtù di queste cose scegliere un partner appropriato strutturando lucidamente una relazione con presupposti sani, che non cannibalizzi se stessa, che sussista in un sano equilibrio di interscambio, all’interno di un insieme coeso intessuto di un’individualità reciproca ad alta conducibilità.

Italiani e Social Network: le conseguenze sul benessere psicologico

social network benessere psicologico

Nei precedenti articoli abbiamo ampiamente trattato il controverso rapporto tra psicologia e tecnologia.In questo articolo analizzeremo il comportamento degli italiani sui social network e le conseguenze sul benessere psicologico. Nell’ultimo periodo gli utenti stanno prendendo sempre più coscienza degli effetti che la tecnologia e i social network esercitano sulla loro vita. Le percezioni che stanno affiorando sono di uno scarso controllo degli strumenti digitali e soprattutto dei sentimenti, in gran parte negativi, che ne scaturiscono. Le persone fanno fatica a bilanciare gli aspetti negativi e quelli positivi dei social network e, consapevoli degli effetti che potrebbero avere sul loro benessere psicologico, stanno cambiando il loro comportamento nei confronti di questi strumenti. Secondo il Report pubblicato da Kaspersky a settembre 2021, il 62% degli italiani sta modificando il proprio atteggiamento e comportamento di fruizione nei confronti dei social media in quanto ritenuti dannosi per la salute mentale. In particolare il 42% degli italiani ha dichiarato di non avere il pieno controllo dei social e di non riuscire a porsi dei limiti nel loro utilizzo, chiaro campanello d’allarme rispetto al pericolo di Social Media Addiction.Il 31% ha affermato di provare emozioni negative durante l’utilizzo, rilevando un incremento dei livelli di ansia e stress, mentre il 37% ha dichiarato di aver intenzionalmente ridotto il tempo da trascorrere sui social network. Un ulteriore rivolto della medaglia è che, reagendo a questa sindrome di iperconnettività, le persone hanno provato a rimettersi in contatto con il proprio io attraverso la meditazione o la mindfulness. Questo dato ci illumina sull’esigenza più forte della società odierna: ritornare al contatto umano, all’ascolto di sé stessi e degli altri, all’autenticità. La psicologia in questo senso è una risorsa inestimabile per riportare le persone al centro del loro essere e aiutarle a ricalibrare le priorità della loro vita in base ad un sistema di valori. La tecnologia è parte integrante delle nostre vite e un prezioso strumento per renderle più efficienti, ma è importante saperla padroneggiare e accogliere nella nostra quotidianità con consapevolezza ed equilibrio. In quest’ottica l’educazione digitale gioca sempre un ruolo fondamentale non solo per chi si approccia per la prima volta ai nuovi strumenti di comunicazione, ma anche per chi li usa quotidianamente, al fine di mantenere il giusto distacco e non venire assorbiti dal mondo virtuale.

La paura della paura. Cosa sono gli attacchi di panico?

Secondo Cindy Aaronson PhD, psichiatra clinica presso il Mount Sinai Health System di New York, gli attacchi di panico sono sorprendentemente comuni; almeno un terzo di noi ne sperimenterà uno ad un certo punto della vita. Ma quali sono i sintomi e come riconoscerli? Le manifestazioni variano da persona a persona: possono includere cuore che batte molto forte, mancanza di respiro, stordimento, sudorazione, tremori, nausea, formicolio o intorpidimento alle dita delle mani e dei piedi e un senso opprimente di morte imminente. Il senso di morte è distintivo degli attacchi di panico. Per molte persone, queste sensazioni allarmanti, che possono imitare quelle di un infarto o di altre gravi condizioni mediche, sono accompagnate dalla convinzione di essere sul punto di morire. Ma c’è anche una forma, dice Aaronson, in cui si avverte una sensazione di “irrealtà”, dove il tempo e la percezione vengono confusi, spesso descritta da chi l’ha provata come un’esperienza fuori dal corpo, in cui le persone avvertono di perdere il controllo e sentono di essere sull’orlo di impazzire. Molte persone in preda a un attacco di panico si presentano al pronto soccorso credendo di avere un infarto o di soffocare. Ma vediamo cosa avviene. È come se il corpo avesse una normale risposta di paura fisiologica, solo che questa risposta avviene in un momento del tutto inappropriato. In alcuni casi, possono essere in gioco la genetica o i cambiamenti nella funzione cerebrale. In altri, lo stress è un fattore. Lo stress percepito da piccoli, con continue sollecitazioni ed esposizione alla paura da bambini, è uno dei fattori di predisposizione. Gli attacchi di panico iniziano con qualcosa che fa battere forte il cuore: uno stimolo nell’ambiente – forse un suono o un profumo associato a un evento traumatico – o anche qualcosa di innocuo, come una dose di caffeina che accelera il battito. Una volta innescato, la cascata di risposte fisiologiche nel corpo è abbastanza universale. Il battito accelerato del cuore fa scattare un allarme di pericolo nel cervello e sollecita un’esagerazione della risposta di paura del corpo. L’ amigdala – che svolge un ruolo chiave nell’elaborazione delle emozioni – invia un segnale di pericolo all’ ipotalamo – un piccolo centro di comando che si trova in cima al tronco cerebrale e coordina funzioni corporee involontarie come la respirazione, la pressione sanguigna e il battito cardiaco. L’ ipotalamo invia messaggi attraverso il sistema nervoso autonomo alle ghiandole surrenali, spingendole a inondare il flusso sanguigno con ormoni tra cui adrenalina e cortisolo. Questi messaggeri chimici attivano i riflessi di sopravvivenza del corpo e lo preparano a intraprendere un’azione difensiva. Recentissimi studi suggeriscono che potrebbero essere coinvolte anche altre strutture del cervello, in particolare la corteccia insulare e una parte del tronco cerebrale chiamata “nucleo del tratto solitario” – regioni che insieme ricevono e mappano i segnali dal cuore, dai polmoni e dal flusso sanguigno. Ma torniamo ai sintomi e alle manifestazioni. Cosa succede esattamente? Le pupille si dilatano e la frequenza respiratoria aumenta, per consentire al corpo di assumere ossigeno extra per difendersi. Il metabolismo cellulare si modifica, per massimizzare la quantità di glucosio disponibile per cervello e muscoli. Il sangue viene deviato lontano da regioni non essenziali come lo stomaco e le dita di mani e piedi e veicolato verso i principali muscoli delle braccia e delle gambe, rafforzandoli per combattere la minaccia o avere forza e velocità sufficienti per fuggire dalla scena. Gli attacchi di panico in genere raggiungono il picco e si attenuano entro 10 o 15 minuti, e ci sono una serie di tecniche concrete che possono aiutare a superarli. La principale è riconoscere l’ esperienza come un attacco di panico e non come una crisi medica più seria, e concentrarsi a pensare che non c’è nulla di fisicamente pericoloso in questo. Sapere di cosa si tratta è già un fondamentale aiuto per chi ne soffre. Escludendo sintomi specifici di attacco cardiaco, come pressione al petto o dolore che si accumula o si irradia al braccio o alla mascella, occorre concentrarsi sul fatto che il panico passa sempre, è una condizione che dura alcuni minuti, terrorizzanti certo, ma senza conseguenze reali per l’incolumità. Detto a freddo, sembra una banalità, impossibile da applicare quando ci si sente soffocare o perdere il controllo; ma come in molte altre situazioni, è questione di allenamento. Più si applica una razionalizzazione del momento, ogni volta che accade, più si riesce a diminuirne l’impatto. La Aaronson suggerisce di dire a se stessi: “Tutto ciò che il mio corpo sta facendo in questo momento è progettato per tenermi al sicuro e proteggermi”. Questa azione coinvolge immediatamente un’altra regione del nostro cervello: la corteccia frontale. Quest’area, posizionata appena dietro la fronte, è responsabile del pensiero cosciente, del giudizio e della risoluzione dei problemi. Portare un senso di curiosità e analisi nel modo in cui osserviamo le sensazioni, anche quelle terrificanti dell’attacco di panico, può aiutare a ricordare che sono solo processi fisici transitori e a sopportarli meglio. L’altro strumento importante è il respiro. La maggior parte delle persone respira in media da 12 a 20 respiri al minuto. E quando si è in iperventilazione, i respiri arrivano anche a raddoppiarsi. Judson Brewer, psichiatra, neuroscienziato e direttore della ricerca e dell’innovazione presso il Mindfulness Center della Brown University a Providence, consiglia di provare a rallentare gradualmente la respirazione fino a un numero compreso tra cinque e 10 respiri al minuto e di fare in modo che le espirazioni siano più lunghe delle inspirazioni. Questo tipo di respirazione profonda stimola il nervo vago, il nervo più lungo del corpo, che attraversa regioni tra cui l’apparato digerente e il diaframma e trasporta segnali e informazioni sensoriali da e verso il cervello, regolando le funzioni tra cui la frequenza cardiaca, la frequenza respiratoria e la digestione. Il nervo vago è una strada a doppio senso. Respirando in modo lento e controllato, si invia un segnale potente al cervello: che siamo rilassati e non c’è nulla da temere. A sua volta, questo stimola alcune parti del muscolo

L’Adolescenza

di Marika Porricelli da Psicologinews Scientific L’adolescenza è un periodo particolarmente critico, che si pone all’attenzione di tanti specialisti provenienti da campi anche molto eterogenei tra di loro. Questo articolo indaga la perniciosa trappola dei comportamenti di rischio in cui molti adolescenti si ritrovano spesso, senza e s s e r n e n e a n c h e p i e n ame n t e consapevoli. L’obiettivo è quello di indagare le possibili cause di tale vulnerabilità che possono essere di tipo non solo sociale e psicologico, ma anche e soprattutto di tipo neurofisiologico. L’aspetto fondamentale è la descrizione dell’evoluzione del cervello di un adolescente e le differenze morfologiche e funzionali che esso presenta rispetto a quello di un soggetto adulto. Un altro aspetto che è stato affrontato è la descrizione di tutti i più frequenti comportamenti di rischio tra gli adolescenti con particolare attenzione al disturbo psicopatologico dato dalla dipendenza da internet, che spesso è poco riconosciuto. Infine viene indagata una possibile prassi di intervento specialistico. 1. INTRODUZIONE Dalla Relazione annuale al Parlamento 2018 sullo stato delle tossicodipendenze in Italia, curata dal Dipartimento per le politiche antidroga è stato stimato che in Italia un terzo della popolazione residente di età compresa tra i 15 e i 64 anni abbia assunto almeno una sostanza psicoattiva illegale nel corso della propria vita (M = 39,5%; F = 27,2%). Questo è dimostrabile anche dagli ingressi negli Istituti Penali per Minorenni in Italia di minori con imputazioni per reati droga correlati, che solo nel 2017 sono stati 163. La maggior parte degli ingressi riguarda soggetti di età inferiore a 18 anni (71%) e maschi (98%). Più nello specifico dai dati emerge che un terzo della popolazione tra i 15 e i 64 anni riferisce di aver fatto uso di cannabis almeno una volta nella vita (M = 39,1%; F = 26,4%). Anche per quanto riguarda sostanze stimolanti, quali amfetamine ed ecstasy tra i giovani adulti tali prevalenze risultano più elevate: si attesta infatti una stima di circa 350.000 giovani-adulti tra i 15 e i 24 anni. Inoltre il 3,2% dei residenti in Italia ha utilizzato sostanze allucinogene (come LSD, funghi allucinogeni ecc.) almeno una volta nel corso della propria vita, e tra questi si osserva un consumo più elevato tra i più giovani, di quasi 350.000 giovani tra i 15 e i 24 anni. 2. L’ADOLESCENZA 2.1 Il punto di inizio e di fine dell’adolescenza Sappiamo dalla letteratura che l’adolescenza viene descritta come una particolare fase della vita caratterizzata da molteplici cambiamenti e sfide. Essa è una fase di sviluppo il cui range di etá crea ancora oggi crea incompatibilitá tra i ricercatori. Ad esempio all’inizio del 20 ° secolo, G. Stanley Hall definì vagamente l’adolescenza come un periodo di sviluppo periodo che va dai 14 ai 24 anni nel suo trattato sull’adolescenza. Tuttavia, più di 50 anni fa, l’OMS propose l’adolescenza come un periodo che andava dai 10 ai 20 anni, notando che sebbene sia inizi con la pubertà, ha un punto di fine meno ben definito. Per questo motivo in Italia per convenzione spesso si utilizza come punto di fine dell’adolescenza il raggiungimento dell’età legislativa dei 18 anni, ma come espresso precedentemente dal punto di vista fisiologico e psicologico stabilire il punto di fine dell’adolescenza è piuttosto difficile. L’adolescenza comprende sia elementi di crescita biologica che importanti transizioni di ruolo sociale, elementi entrambi cambiati nel secolo scorso. Da un lato la pubertà precoce ha accelerato l’inizio dell’adolescenza in quasi tutte le popolazioni, mentre dall’altro il concetto di “crescita continua” h a i n n a l z a t o i l p u n t o d i fi n e dell’adolescenza fino a ben 20 anni. Allo stesso modo il ritardo nelle transizioni di r u o l o , come i l completamento dell’istruzione, il matrimonio e la genitorialità, continuano a modificare le percezioni popolari di quando inizia l’età adulta. 2.2 Le sfide dell’adolescenza L’adolescenza corrisponde ad un periodo di particolari sfide psicologiche sociali in cui il giovane si ritrova a dover costruire una propria identità personale credibile e che g l i permetta di addentrarsi nel mondo sociale “degli a d u l t i ” . Ma o l t r e a t a l i sfide e c amb i ame n t i p s i c o – s o c i a l i c h e coinvolgono l’adolescente vi sono anche molteplici cambiamenti cerebrali e ormonali che interessano in particolare la maturazione delle regioni cerebrali legate alla percezione delle emozioni e l a g e s t i o n e d e l r i s c h i o d e l l a gratificazione. 3.IL CERVELLO DI UN ADOLESCENTE Il cervello degli adolescenti risulta essere profondamente diverso da quello degli adulti; diversamente da quello di altri organi, infatti, lo sviluppo dell’encefalo si c o s t r u i s c e s o l o g r a d u a l m e n t e modificandosi nel corso dello sviluppo dell’individui. Ed i l processo di connessione delle aree cerebrali non può dirsi completo prima dei 25 anni, per tale motivo la caratteristica centrale del cervello degli adolescenti è il basso livello di connessione nell’area frontale. In altre parole le significative difficoltà degli adolescenti nel comprendere le conseguenze delle loro azioni e nel prendere decisioni razionali vanno pertanto attribuite all’incompleto e insufficiente sviluppo della connettività dei loro lobi frontali. Oggi, grazie all’utilizzo delle tecniche di brain imaging, è possibile osservare la maturazione del cervello nel corso dell’adolescenza, in particolare il completamento dello sviluppo del lobo frontale, che, dal punto di vista filogenetico, rappresenta quell’aspetto che distingue gli esseri umani da tutte le altre specie animali. Le prime aree del cervello a raggiungere il completo sviluppo sono il tronco cerebrale e il mesencefalo; esse regolano le funzioni corporee essenziali alla sopravvivenza (respirazione, digestione, escrezione, termoregolazione), le cosiddette funzioni autonome. Le aree

LA TERAPIA COGNITIVO-COMPORETAMENTALE DI II E DI III GENERAZIONE NEL TRATTAMENTO D’USO DA SOSTANZE (DUS)

di Ilaria Di Giusto da Psicologinews Scientific L a Terapia Cognitivo-comportamentale di II generazione ed il Disturbo d’Uso di Sostanze La Terapia Cognitivo-Comportamentale (TCC) è considerato il modello di trattamento del disturbo d’uso da sostanze maggiormente supportato da evidenze scientifiche. Risulta essere incisiva nel ridurre la gravità delle ricadute e nell’aumentare la durata degli effetti (Carroll, 1996). L’efficacia è determinata anche dalla compatibilità della TCC con altri approcci come la farmacoterapia ed i l counseling, considerati in un intervento integrato nel trattamento del disturbo. Obiettivo fondamentale della terapia cognitivo-comportamentale di II generazione è quello di focalizzarsi sui pensieri d i s f u n z i o n a l i c h e p o r t a n o a compor tament i maladat t i v i e di riconoscere nella dipendenza un importante schema comportamentale. Tale considerazione trova fondamento nelle teorie dell’apprendimento sociale r i s p e t t o a l l ’ a c q u i s i z i o n e ed a l mantenimento del problema della dipendenza da uso di sostanze e mira a favorire l’astinenza (intesa come dismissione dal l ’uso) at t raverso l’acquisizione di abilità di coping efficaci ed alternative all’uso. La TCC parte dal presupposto che le sostanze funzionano come regolatori emotivi esterni in persone con deficit ad attuare un controllo emotivo interiorizzato. Per intervenire terapeuticamente è fondamentale, innanzitutto, stabilire una relazione terapeutica empatica, sulla cui base si può successivamente facilitare ed elaborare un confronto sulle problematiche direttamente connesse all’uso, correlate, ad esempio, all’impatto che l’uso delle sostanze ha determinato nei diversi ambiti di vita del soggetto (famiglia, lavoro, cura di sé…). In tale modo si può sostenere ed argomentare la possibilità di un cambiamento della condizione di partenza, fornendo un feedback sulla situazione attuale e sulle conseguenze nefaste a cui la persona potrà arrivare mantenendo la condizione d’uso. Un intervento centrato sulla motivazione mira ad aumentare il senso di autoefficacia del paziente, e quindi la sensazione di poter contare sulle proprie abilità personali di fronteggiamento di situazioni complesse, attraverso l’identificazione di obiettivi concreti e raggiungibili. In questo modo, stabilendo obiettivi intermedi e specifici, fissando, ad esempio, brevi periodi di astinenza, il paziente, nel rispettare il patto con il terapeuta, incrementerà la fiducia in se stesso. Ma la semplice motivazione non è condizione sufficiente per promuovere il cambiamento, motivo per cui il terapeuta deve accompagnare i l soggetto nelle varie fasi, cercando di favorire una modifica del comportamento disfunzionale, supportandolo e garantendo il raggiungimento dei risultati, implementando nuove abilità personali; ponendosi come alleato non giudicante, in grado di permettere al paziente di scoprire e mettere in discussione le proprie credenze patogene. In questo modo, si riesce ad intervenire sul potenziamento del livello di consapevolezza del soggetto rispetto a l l e condotte d ’ u s o . Una fase indispensabile, affinché ciò si verifichi, è quella dell’automonitoraggio che il soggetto dovrà svolgere, con l’ausilio del terapeuta, attraverso, ad esempio, il completamento di modelli come l’ABC di A. Ellis o il CEPA di G. Liotti, così da procedere alla stilatura di un resoconto definito degli episodi di consumo, con riguardo al contesto, alle emozioni, ai pensieri ed alle azioni correlati all’evento. In questo modo verrà favorito il potenziamento di abilità di tipo metacognitivo e metariflessivo anche rispetto all’individuazione di quelle situazioni di rischio che possono rappresentare fattori scatenanti per la comparsa della condotta disfunzionale, la cui supervisione e consapevolezza può favorire la prevenzione di ricadute future. Il rafforzamento della relazione terapeutica porterà il terapeuta a rappresentare una “nuova base sicura”, da cui il paziente potrà allontanarsi per sperimentarsi nei nuovi schemi comportamentali e nel raggiungimento degli obiettivi concordati, così da potersi esporre a situazioni di vita, assumendo comportamenti e condotte adeguate e funzionali al mantenimento della propria condizione di dismissione e all’ambiente circostante. La fase di definizione degli obiettivi a breve, media e lunga s c a d e n z a , d i v i e n e u n o s t e p fondamentale per poter valutare l’utilizzo di nuove competenze ed abilità personali e sociali, anche nel riconoscimento ed inserimento in attività stabili e positive, che possano rappresentare un nuovo investimento da parte del soggetto. L a Terapia Cognitivo-Comportamentale di III onda: la mindfulness nel trattamento del DUS La terapia cognitivista di stampo “ razionalista” proposta da Beck prevedeva, quindi, una modificazione cognitiva nel modo di pensare del paziente e del suo sistema di credenze per creare una modificazione durevole a livello comportamentale (Beck, 1995). Tutte le teorie di ispirazione cognitivista condividono il presupposto che il trattamento debba implicare una forma di modificazione dei pattern disfunzionali che preveda lo sforzo attivo da parte del soggetto per indurre un cambiamento nelle cognizioni e nelle emozioni. Con la TCC di terza generazione si assiste all’integrazione tra tradizionali tecniche di modificazione di pattern d i s f u n z i o n a l i d i p e n s i e r o e comportamento con strategie basate sull’accettazione. (Tomas, Carniato, 2015). Queste tecniche terapeutiche e m e r g e n t i p r o m u o v o n o u n atteggiamento di apertura e accettazione nei confronti di eventi psicologici, anche di quelli esperiti come ‘negativi’. Le persone con DUS, si sforzano di controllare la realtà mantenendo solo il “positivo” dell’esperienza ed evitando il “negat ivo” , at t raverso l ’addiction (dipendenza psicologica da una sostanza o da un oggetto spinge alla ricerca dell’oggetto stesso). La dipendenza è caratterizzata spesso da impulsività e vulnerabilità emotiva e la sostanza viene a rappresentare, attraverso il corpo, un sistema di regolazione esterna. Con la mindfulness s i può e s p e r i r e una maggiore accettazione ed un minore evitamento delle emozioni difficili, imparando a reagire con uno schema maggiormente comprensivo ed equilibrato, ampliando le proprie competenze emotive. Essa, infatti, propone l’opportunità di guardare alla propria esperienza “negativa” e dolorosa non

Fattori di rischio e livelli di stress nelle madri con minore affetto da Disturbo dello Spettro Autistico

di Emanuele Mingione da Psicologinews Scientific L’articolo qui presentato ha lo scopo di sintetizzare alcuni aspetti psicoemotivi di genitori di minori disabili in base all’esperienza clinica svolta dall’equipe multidisciplinare del Nucleo di II Livello di NPIA del Distretto 12 dell’ASL CE (1). Nello specifico, è stato considerato il ruolo materno, prendendo in esame in particolar modo il lavoro effettuato con le madri di bambini che hanno già ricevuto la diagnosi di Disturbo dello Spettro Autistico o che sono in corso di approfondimento diagnostico, compresi in una fascia di età tra i 18 mesi e i 10 anni. L’analisi delle narrazioni durante i colloqui e le visite, nonché le interviste semistrutturate o le sessioni di osservazione di gioco attraverso test standardizzati hanno evidenziato un forte bisogno, specialmente delle madri, di ricevere un supporto personale o familiare dove poter ottenere da un lato informazioni utili sulla gestione del proprio bambino, dall’altro uno spazio dove poter elaborare i propri vissuti legati alla malattia del figlio. Introduzione Il disturbo dello Spettro Autistico è una disabilità multidimensionale dello sviluppo neurologico che colpisce le interazioni sociali e le capacità di comunicazione (2). Tale disturbo è caratterizzato da interessi e attività ripetitive e stereotipate, e da comorbidità comuni che variano in gravità in tutto lo s p e t t r o , i n c l u s i a g g r e s s i v i t à , comportamento impulsivo, ansia, depressione, difficoltà del sonno e disturbi cognitivi. Le peculiarità della sintomatologia clinica possono essere estremamente eterogenee sia in termini di complessità che di severità e possono presentare un’espressione variabile nel tempo. Gli studi epidemiologici internazionali hanno riportato un incremento generalizzato d e l l a prevalenza del Disturbo dello Spettro Autistico. La maggiore formazione dei medici, le modifiche dei criteri diagnostici e l’aumentata conoscenza del disturbo da parte della popolazione generale, connessa anche al contesto socio-economico, sono fattori da tenere in considerazione nell’interpretazione di questo incremento (3). In Italia, si stima che 1 bambino su 77 (età compresa tra i 7 ed i 9 anni) presenti un Disturbo dello Spettro Autistico con una prevalenza maggiore nei maschi. Questa stima nazionale è stata effettuata nell’ambito del “Progetto Osservatorio per il monitoraggio dei Disturbi dello Spet t ro Aut ist ico” co-coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità e dal Ministero della Salute. Diversi studi sottolineano come tale disabilità abbia un forte impatto sul benessere dell’intera famiglia. Una ricerca condotta da Bluth e collaboratori nel 2013, ad esempio, ha evidenziato che i genitori di bambini con Disturbo dello Spettro Autistico sperimentano una serie complessa di fattori di stress che sono direttamente correlati alle caratteristiche del bambino, come comportamenti molto invalidanti, e indirettamente correlati a fattori di stress del sistema, come le barriere all’accesso ai servizi per il bambino (4). In tal senso, Karst e collaboratori, in uno studio precedente, datato 2012, hanno sottolineato che i fattori di stress, che man mano si accumulano, portano le famiglie a vivere tensioni finanziarie, difficoltà nella gestione del tempo, conflitti coniugali, isolamento sociale, diminuzione dell’autoefficacia genitoriale e incertezza sul futuro del loro bambino (5). Fattori di rischio e di stress nelle madri di minori con Disturbo dello Spettro Autistico. Il mondo della psicologia ha sempre prestato una particolare attenzione al ruolo del “materno”, basti pensare al pensiero freudiano con il complesso edipico o l e successive t e o r i e psicanalitiche kleiniane o bioniane, fino al concetto di attaccamento di Bowlby. Anche rispetto alle cause dell’insorgenza dell’autismo, diverse sono state le teorizzazioni, nel tempo smentite, che vedevano nel rapporto madre-bambino la possibile causa di insorgenza del disturbo stesso. Le prime teorie, infatti, sono state di stampo psicoanalitico e vedevano le cause alla base dello sviluppo del Disturbo dello Spettro Autistico incentrate su di una particolare alterazione della relazione tra madre e bambino. Nello specifico, Bruno Bettelheim, nel 1967, ipotizzava che l’autismo scaturisse da un rapporto inadeguato del bambino con la madre, definita “madre frigorifero”, da cui il minore doveva essere staccato per una terapia riabilitativa, la cosiddetta “parentectomia” (6) (7). Oggi, invece, si è visto che il Disturbo dello Spettro Autistico è causato da una varietà di fattori di natura organica, genetica, epigenetica e di sviluppo del cervello ed il ruolo genitoriale ha assunto un’importanza nelle strategie di gestione ed intervento a supporto del minore stesso. Naturalmente, è necessario sottolineare che una madre deve mantenere il suo ruolo di genitore senza pretendere di trasformarsi essa stessa in una terapista del figlio. Durante il lavoro svolto dall’equipe multidisciplinare del Nucleo di II livello dell’ASL CE, in diversi colloqui ed interviste si è evinto, infatti, che molti genitori, in particolare le madri, che spesso sono delegate in maniera univoca al ruolo di caregiver del minore disabile, frequentavano corsi di formazione specifici per poter intervenire in maniera “abilitativa”, perdendo di vista l’importanza d e l l ’ e s c l u s i v i t à d i accudimento della relazione materna. Le caratteristiche del Disturbo dello Spettro Autistico, in particolare le difficoltà relazionali e comunicative, rendono molto complessa da un punto di vista emotivo la metabolizzazione della malattia stessa del proprio figlio. Durante gli approfondimenti diagnostici, svolti nel suddetto Nucleo, la discontinuità o la mancanza del contatto oculare, l’assenza o il ritardo nel linguaggio o il non voltarsi quando è chiamato per nome, ad esempio, sono i primi campanelli di allarme che creano sin da subito nell’animo del genitore (90% madri) che assiste alle osservazioni standardizzate, ad esempio test CARS 2 (8) o test ADOS (Modulo Toddler o Modulo 1) (9), un forte senso di angoscia. Molte madri durante le visite o durante le interviste semistrutturate come l’ADI-R (10) o le Vineland II (11) raccontano spesso di raccogliere molte informazioni sull’autismo da internet, andando incontro anche a tanti pareri o t e o r i z z a z i o n i b a s a t i s u l l a disinformazione, come ad esempio l’attribuire l’origine del disturbo alle vaccinazioni. La fase

ESSERE ATLETI AL TEMPO DEL COVID. Noi siamo l’esempio

di Luca De Rose Colgo sempre volentieri l’occasione per parlare di psicologia e naturalmente di sport. Dopo queste lunghe ed interminabili giornate, dopo che la notte sembrava più scura, ed il sole non sorgere più, ora è giusto ripartire e rialzarsi, ed è giusto che sia proprio lo sport ad iniziare. Si perché vedete lo sport è l’essenza stessa del movimento, ed il movimento è la vita, il cambiamento costante che ti permette di adattarti e di continuare. Di questo lo sport ne ha fatto un arte, ed il mondo dello sport e tutti gli addetti ai lavori, sanno bene che per quanto questo mondo possa essere maltrattato e dimenticato, costituirà sempre un fondamentale punto di formazione e crescita per tutti, non solo per i più piccoli. Anche noi però in questo ultimo anno ci siamo dovuti fermare, ci siamo dovuti “arrendere” (temporaneamente è ovvio) ad un nemico più forte di noi. Diciamo che abbiamo ripreso fiato, che tra l’altro nello sport è consentito dal regolamento, per essere pronti a rialzarci e ripartire. Il covid 19 è però un avversario tosto, ha spazzato via tanti sogni, tanti progetti, tante vite. Ricordandoci che nessuno e niente può colpire duro come fa la vita. Ma nonostante questo nelle arti marziali abbiamo un detto : “che magnifica occasione andare al tappeto cosi che il mio avversario possa vedere con quanta forza mi rialzo”. Come psicologo dello sport e psicoterapeuta alla fine della battaglia io traccio il bilancio, anche se so bene che la battaglia non è mai finita, ma ormai ci siamo abituati ad affrontare questo avversario, ed ogni giorno che passa diventiamo sempre più forti di lui, più veloci, conosciamo le sue mosse, per questo io so in cuor mio che alla fine vinceremo noi, perché abbiamo fede, coraggio ed entusiasmo. Bisogna innanzitutto dire che come sempre dietro l’atleta c’è la persona, in questo caso parliamo di giovani, ragazze e ragazzi di 19-20-25 massimo 30 anni, questo perché la carriera di atleta professionista, con rare eccezioni, non consente di andare molto oltre con l’età, per l’usura sia fisica che mentale. Questi ragazzi avevano fondamentalmente 3 cose nella loro vita, che riempivano le loro giornate, la scuola o l’università, gli amici quindi il sociale e lo sport. La vita da atleta non permette molti vizi o molte distrazioni, ne tanta socialità. Diciamo che l’aspetto sociale e commisurato al grado di importanza dell’ atleta. Più l’atleta diventa forte e importante, meno tempo ha da dedicare alla vita sociale, i suoi ritmi cambiano e i sacrifici aumentano. Detto questo la pandemia ha letteralmente stravolto la vita delle atlete, sia quelle di interesse nazionale e olimpioniche sia quella di un agonista che si allena 3 o 4 volte a settimana nel circolo del suo quartiere. Questi ragazzi e ragazze si sono viste portare via di fatto la loro vita, la loro routine, le loro sicurezze, la loro identificazione. Abbiamo avuto quindi un serio problema di ruolo dell’ atleta. Spesso infatti ciò che fai ti identifica, ti da un ruolo, se togli ad una persona il suo lavoro e se nel nostro caso quel lavoro abbraccia la maggior parte della giornata e della vita, come puoi chiedere alle persone di mantenere la calma, sapendo che hanno perso un importante punto di riferimento? Anche per noi tecnici, per noi coach, la partita non è stata facile. Ci siamo trovati davanti un altro problema, la programmazione. Abbiamo dovuto imparare a programmare sull’ impensabile, che è molto difficile. Abbiamo dovuto imparare ad aspettarci, ciò che non potrà mai accadere. Prima di Marzo 2020 nessuno avrebbe mai potuto immaginare una cosa del genere, fino ad allora molti di noi una notizia del genere l’avevano letta solo nelle clausole assicurative o dei contratti degli sponsor, dove trovi scritto in caso di forza maggiore o di calamità naturale, di pandemia o morte…beh è esattamente quello che è successo. Mi servirò di una teoria di psicologia clinica per spiegarmi meglio. Se ti chiedessi di immaginare una strada asfaltata, con ai lati un bosco e alberi e poi ti chiedessi di inserirci una macchina, tu dove la inseriresti ? Non certo nel bosco, ma sulla strada. Ciò avviene perché la nostra mente è appunto programmata e predisposta a lavorare in un certo modo, cambiare questa programmazione non è facile. Ma è quello che è successo. Cambiare la mente dell’ atleta ed aiutare i tecnici a vedere la soluzione anche quando sembra non esserci è parte del mio lavoro, ma devo dirvi che è stato molto difficile anche per me, ma alla fine è bastato guardarci negli occhi e capire che quando le difficoltà aumentano, quando è richiesto un sacrificio al di la del pensabile e del possibile, noi come una famiglia abbiamo fatto quadrato. Voglio essere ben chiaro, non lo abbiamo fatto per le istituzioni, ne tanto meno per la poltrona di qualche carica dirigenziale del CONI, lo abbiamo fatto perché potevamo, perché dovevamo e perché volevamo. Lo abbiamo fatto per le atlete ed i tecnici che ci stavano accanto, lo abbiamo fatto per quelli atleti che ci siamo cresciuti sin da piccoli e dei quali ci sentiamo responsabili, lo abbiamo fatto perché quando le cose non vanno, chi ha la possibilità di agire ha il dovere morale di agire. Non è forse (anche) questo essere atleta, dare l’esempio, essere un simbolo per i giovani, incarnare il concetto di lotta e sacrificio per perseguire un obiettivo e dimostrare che nonostante tutto e tutti…noi siamo più forti. Ho quindi imposto a tutte le atlete e gli atleti un meccanismo di sfida, ogni atleta  ha dentro di se un meccanismo quasi automatico di competitività, che poi rimane anche per chi è stato atleta a certi livelli. Se sai trovare i tasti giusti per innescare questo meccanismo, puoi chiedere all’ atleta una scelta, TU CHI VUOI ESSERE? Vuoi essere l’esempio ? vuoi fare la differenza? O vuoi essere come gli altri ? arrenderti alla prima difficoltà ? Lo abbiamo sempre detto, abbiamo sempre detto che noi atleti

Il Perdono: come agisce su di noi?

Riduce i livelli di stress e fa molto di più: ecco tutti I benefici del perdono. Da una ricerca della BBC e da un’analisi di vari studi internazionali sull’atto di perdonare, emergono risultati interessanti: il perdono fa bene, riduce in modo significativo i livelli di stress, contribuisce a prevenire il declino cognitivo in età avanzata e persino ad aumentare il livello di felicità di chi lo pratica. Insomma, al di là della popolare interpretazione del perdono, ci sono evidenze scientifiche della potenza di questo atto sul nostro benessere quotidiano. Che diciamo “io ti perdono” a qualcuno, o che semplicemente lo pensiamo e agiamo di conseguenza, i benefici sono notevoli: sia per chi perdona sia per chi riceve il perdono. E se anche la persona che ci ha offesi non mostra alcun rimorso o dispiacere, il solo fatto di perdonarla apre nuove possibilità di vivere meglio. Il perdono è un valore in moltissime culture, filosofie e religioni, con modalità, rituali e formule linguistiche differenti nei diversi idiomi del mondo, che danno al perdono connotazioni precise e sofisticate, arricchendolo di significati allargati, legati anche alla posizione della persona nel contesto socio-culturale cui appartiene. Anche la struttura psicologica dell’individuo contribuisce alle peculiari modalità ed effetti del perdono. Ma quali sono i motivi per cui perdoniamo? Nelle culture occidentali, più individualistiche, in cui le persone tendono a mettere per primi i propri bisogni e vantaggi rispetto a quelli del gruppo, perdonare è frequentemente un modo per alleggerirsi di un peso, per liberare la coscienza da un sentimento negativo di risentimento verso colui che ci ha offeso e per fare la cosa giusta rispetto alle proprie aspettative interne.   Nelle culture asiatiche e africane, più collettiviste, perdonare serve a riportare armonia nel gruppo e, anche quando la persona offesa non è completamente convinta di essere pronta a perdonare, il rituale del perdono è sostenuto e rinforzato dal gruppo. In qualche modo, la semplice decisione di perdonare aiuta emotivamente a sostenere con sé stessi le ragioni del perdono e a renderlo reale. In pratica, nel momento in cui dichiariamo la nostra intenzione di perdonare, la condividiamo con altri e iniziamo a comportarci di conseguenza, siamo naturalmente portati a rispettare l’impegno, per evitare lo stress e la fatica di mantenere una posizione interna contrastante con quanto affermato pubblicamente. Per ottenere tutte le opportunità che il perdono porta con sé si può quindi agire prima di essere convinti: anche se non siamo completamente pronti, metteremo così in moto una serie di meccanismi mentali, tra cui la dissonanza cognitiva, che aiutano a conciliare più velocemente la nostra decisione con le nostre emozioni. In sintesi: per sano egoismo, alleniamoci a perdonare più frequentemente. È una pratica che elimina scorie e ruminazioni e migliorerà anche il clima generale di questo tempo di ripresa, in cui nel mondo si moltiplicano le iniziative di analisi e condivisione delle esperienze emotive a tutti i livelli. Ho appena seguito un evento internazionale sulla felicità, organizzato da The Atlantic, e avuto occasione di discutere delle pratiche quotidiane di felicità da coltivare. La propensione a lasciar andare, a minimizzare, a ridimensionare è una delle più citate dai partecipanti e andrebbe esercitata ogni giorno: come pratica igienica per la mente, da eseguire spesso, un po’ come lavarsi i denti. Al di là della retorica e del buonismo, è un’azione che fa bene alla nostra salute, prove scientifiche alla mano: se avete qualcuno cui perdonare qualcosa, oggi è un buon momento per attivarsi.

ACCEPTANCE AND COMMITTMENT THERAPY

L’ACT è una terapia cognitivo-comportamentale di terza generazione che aiuta ad abbracciare ogni esperienza umana “Voglio solo essere felice!”, “Non voglio più soffrire!”, “Voglio smettere di provare ansia!” Spesso quando un paziente decide di intraprendere un percorso di psicoterapia, arriva al colloquio con questi obiettivi. È del tutto normale avere questi pensieri! Perchè ho deciso di parlare di ACT? Perchè mi ha cambiato la vita! non soltanto a livello professionale, quanto personale! Kelly Wilson, uno dei pionieri dell’ACT, consiglia di vedere i pazienti come un tramonto e non come problemi di matematica da risolvere. E fin dall’inizio della terapia, si possono percepire i costrutti innovativi dell’ACT. Il terapeuta non si pone come un essere illuminato che ha risolto tutti i suoi problemi, quanto come un compagno di viaggio. Una metafora molto utilizzata è quella “delle due montagne“: “è come se tu stessi scalando la tua montagna e io la mia. Da dove sono io posso vedere cose della tua montagna che non riesci a vedere. Ma anche io sto ancora scalando la mia montagna, come tutti! Il bello è che puoi migliorare sempre di più nello scalare e imparare ad apprezzare il viaggio…è questo il lavoro che faremo qui insieme”. L’ Acceptance and Commitment Therapy è stata sviluppata da Steven C. Hayes e i suoi collaboratori nel 1986. Successivamente, è stata oggetto di numerosi studi, diventando, ad oggi, una delle psicoterapie con le maggiori prove di efficacia empiriche che le permettono di avere l’etichetta evidence-based (basata sull’evidenza). L’ACT ha uno scopo molto importante: riuscire a creare una vita ricca e significativa, mentre si accoglie la sofferenza che la vita inevitabilmente può portare con sé. Durante la terapia, allora: possono essere insegnate abilità di mindfulness, utili ad occuparci di pensieri ed emozioni faticose; si rendono più chiari i valori affinché motivino a stabilire obiettivi e a intraprendere azioni che arricchiscono la nostra vita. Russ Harris, un altro pioniere dell’ACT, ci mostra in questo video cosa si intende per obiettivi e valori. Alla base dell’ACT c’è una teoria scientifica del linguaggio e della cognizione umana definita Relational Frame Theory (RFT). Maggiori informazioni sono reperibili sul sito dell’ACBS Per ora basti sapere che, gli studi effettuati in questo ambito, hanno mostrato come gli strumenti che le persone solitamente utilizzano per risolvere i problemi, conducono in una trappola che crea soltanto più sofferenza. Ad esempio, la mente di tutti può evocare dolore in qualsiasi momento, anche negli attimi più felici: attraverso un ricordo negativo o immaginando un futuro nefasto. Per questo una delle cose più importanti che si fa con l’ACT è proprio insegnare alle persone a rapportarsi in modo diverso ai propri pensieri e alle proprie emozioni. Quali sono i processi su cui si basa l’ACT? Contatto con il momento presente: prestare attenzione consapevole alla nostra esperienza qui e ora; Defusione: imparare a separarci dai nostri pensieri e a vederli per ciò che sono; Accettazione: aprirsi e accogliere tutte le esperienze che fanno parte della vita; Sé come contesto: riconoscere la parte di sè che non cambia mai e che è in grado di notare tutti i pensieri, le emozioni, i ruoli che invece si modificano nel tempo; Valori: chiarire cosa è davvero importante permette di dare una direzione alla propria vita; Azione impegnata: agire in modo efficace, guidati dai valori. Questi processi sono strettamente collegati tra loro e, lavorando su di essi, si va a toccare un’altra qualità fondamentale dell’ACT: la flessibilità psicologica. Cosa si intende per Flessibilità psicologica? La flessibilità psicologica è l’abilità di essere nel momento presente con piena consapevolezza e apertura alla nostra esperienza e di intraprendere azioni guidate dai valori. L’ACT è una terapia esperienziale, impossibile da comprendere a pieno soltanto attraverso le parole. “non si può imparare a suonare una chitarra parlandone: devi prenderla concretamente in mano… ed è la stessa cosa con l’ACT”. Bibliografia Harris, R. (2010). La trappola della felicità. Come smettere di tormentarsi e iniziare a vivere. Erickson. Harris, R. (2011). Fare Act. Una guida pratica per professionisti all’Acceptance and Commitment Therapy. Milano: Franco Angeli.

Emanuele Del Castello e Rosario Esposito

Emanuele Castello è psicologo specializzato in psicologia clinica, supervisore e didatta della scuola di Psicoterapia Cognitiva di Napoli. E’ uno dei maggiori esperti in Campania dell’ipnosi praticandola dal 1982. Rosario Esposito, psicologo psicoterapeuta comportamentale, anch’egli supervisore e didatta della scuola di Psicoterapia Cognitiva di Napoli. Esposito ha una lunghissima esperienza di pratica e di insegnamento della Mindfulness, rappresentando uno dei maggiori esperti a Napoli. Entrambi i professionisti illustrano un confronto approfondito sulle due discipline. Lo stato ipnotico è uno stato caratterizzato da una attenzione focalizzata, in cui è presente un restringimento dello stato di coscienza. E’ possibile quindi attingere agli stati interni legati soprattutto all’immaginazione, ricostruendo la nostra storia, in questo modo può risultare terapeutica. La Mindfulness, è la possibilità di dirigere la nostra attenzione, in modo intenzionale nel qui e ora senza giudicare. Nonostante questa pratica sembri molto semplice da pensare, in realtà risulta molto complicato allenarsi per riuscire a mantenere questa capacità attentiva. In termini più generali la Mindfulness, è un processo di conoscenza, in cui attraverso questa attenzione intenzionale attuiamo una conoscenza di noi stessi. La principale differenza tra le due discipline è proprio nello strumento, in quanto con l’ipnosi si cerca ad accedere agli stati interni del soggetto. La partecipazione del terapeuta è diretta e il soggetto viene privato della consapevolezza cosciente. La Mindfulness invece, cerca di fare il contrario ovvero si cerca di rendere il soggetto quanto più possibile consapevole e cosciente. In questo caso il terapeuta cerca di creare un contesto in cui il soggetto possa accedere da solo ai suoi contenuti interni. Nonostante la notevole differenza delle due discipline, queste si presentano comunque molto simili, infatti in conclusione gli esperti, indicano l’importanza di riuscire ad indirizzare i soggetti allo strumento più adatto alle loro esigenze.