SINDROME DI SAVANT: IL CASO THE GOOD DOCTOR

Sindrome di Savant

A partire dall’analisi dei personaggi chiave dei film e delle serie tv possiamo comprendere meglio alcuni concetti psicologici, tra cui la Sindrome di Savant. In questo caso illustreremo la Sindrome di Savant a partire da uno dei protagonisti chiave di una nota serie tv “The Good Doctor”: Shaun Murphy. Per chi non lo sapesse, “The Good Doctor” racconta le vicende di questo giovane specializzando in chirurgia e della sua equipe di medici, che lavorano presso il Saint Jose St. Bonaventura Hospital in California del Nord.  Il Dottor Murphy è affetto dalla Sindrome di Savant, detta anche sindrome dell’Idiota Sapiente. La Sindrome di Savant è una condizione rara, ma straordinaria in cui persone con un quoziente intellettivo basso e con una disabilità mentale e/o cognitiva anche grave, presentano capacità al di sopra della media oppure particolari talenti che raggiungono livelli elevatissimi. Treffert (1988) li definisce “Islands of Genius” perché si mostrano come abilità isolate rispetto alla condizione di disabilità. Chi è affetto da questa sindrome presenta un’innata capacità di calcolo e disegno, attitudini logiche e soprattutto una straordinaria capacità di memorizzazione. Spesso però si tratta di una memoria settoriale. Se da un lato queste persone hanno difficoltà a svolgere molte azioni quotidiane, dall’altro sono in grado di ricordare alcuni particolari in modo molto accurato e preciso.  Nel caso del Dottor Murphy, tale condizione gli permette di ricordare ogni dettaglio del corpo umano e di tutto ciò che ha studiato sui libri di medicina. Questo gli consente di visualizzare sottoforma di immagini le strutture e i percorsi vascolari degli organi che deve curare e quindi di fare diagnosi tempestivamente e, infine, trovare una cura immediata.  Dall’altra parte, però, chi è affetto da questa sindrome solitamente possiede una scarsa empatia che ha delle conseguenze a livello di interazioni sociali. Il Dottor Murphy è spinto sempre dall’impulso di dire la verità, senza però riconoscere le situazioni e capire, dunque, quando è opportuno dire certe cose o meno, seppur vere. Inizialmente, questo gli creerà una serie di problematiche nel rapporto con i suoi pazienti, che spesso cercavano sostegno e aiuto di fronte a una cattiva notizia. Esprimendosi sempre in modo letterale e non figurato, tali persone spesso hanno difficoltà a comprendere l’ironia e il sarcasmo. Questo è ben mostrato nella serie tv, dove il Dottor Murphy si ritrova spesso in situazioni in cui non coglie l’ironia dei colleghi e scambia dei rimproveri per elogi. Infine, la mancanza di ordine e prevedibilità fa entrare in crisi coloro che sono affetti da tale sindrome. Nel momento in cui la routine del Dottor Murphy viene scombussolata, egli presenta un deficit di attenzione uditiva e si isola dal contesto in cui si trova. Questo potrebbe risultare problematico in qualsiasi situazione quotidiana, a maggior ragione in ambito medico. Da questo articolo, si evince come i film e le serie tv riproducano esperienze di vita reali e molto vicine alla disciplina psicologica. Essi possono non solo contestualizzare importanti tematiche stimolando la riflessione in chi legge, ma portare alla luce patologie ancora poco conosciute. Sulla Sindrome di Savant, infatti, rimangono aperti ancora molti quesiti che possono spiegare l’ossimoro genialità-disabilità. BIBLIOGRAFIA  Treffert, D. A. (1988). The idiot savant: a review of the sindrome. American Journal of Psychiatry, 145, 563 – 572 Treffert, D. A. (2009). The savant syndrome: an extraordinary condition.  A synopsis past, present and future. Philosophical transactions of the royal society biological sciences, 364, 1351 – 1357

Il ruolo della donna nella pubblicità

Il ruolo della donna nella pubblicità

Il ruolo della donna nella pubblicità è cambiato negli anni così come sono cambiati i valori legati al genere e all’essere donna. In questo articolo si fa riferimento al contesto italiano, nonostante tali cambiamenti siano avvenuti anche in altri Paesi. Nel secondo dopoguerra, in Italia si assiste al boom economico e si innesta il mercato di sostituzione dove si cerca di convincere le persone a prendere la nuova versione dei prodotti per sostituire quelle vecchie. La pubblicità è principalmente rivolta alle donne perché sono loro ad occuparsi della casa e quindi degli acquisti. Per i generi alimentari, l’immagine della donna è quella della moglie e casalinga perfetta, concentrata sulla casa e sui consumi, che si dedica alla cura dei figli. I prodotti beauty, invece, promettono il sogno dell’effimera bellezza con l’obiettivo di piacere ai propri uomini. Infine, per quanto riguarda gli elettrodomestici si punta molto sul beneficio funzionale e su come quel prodotto consente di risparmiare tempo. Successivamente, se la rivoluzione del ‘68 ha portato alla conquista di numerosi diritti, a livello pubblicitario c’è stato un effetto opposto. Le donne da casalinghe vengono rappresentate come meri corpi. Il loro unico scopo era quello di attirare l’attenzione attraverso sguardi ammiccanti e slogan rappresentanti doppi sensi a sfondo sessuale. Le donne vengono considerate solo come oggetto del desiderio maschile. Nella seconda metà degli anni 80’ fanno la loro prima comparsa in pubblicità le donne in carriera che sono tendenzialmente belle, eleganti e sicure di sé. Hanno, però, un abbigliamento tipicamente maschile, in quanto si tratta di una trasfigurazione al femminile di un ideale maschile di lavoratore.  All’inizio degli anni ’90 appare in pubblicità per la prima volta la figura di una donna aggressiva, che farebbe di tutto per guadagnarsi il suo posto nella società maschilista. Si cominciano a virilizzare alcuni atteggiamenti femminili che risultavano troppo dolci e gentili. Con gli anni 2000 e con la nascita dei social network, le donne cominciano a confrontarsi sulle rappresentazioni che le connotano in ambito pubblicitario. Non rispecchiandosi più in ruoli stereotipati e ben delineati, interagiscono con i contenuti pubblicati ed esprimono il loro dissenso. Nasce così il Femvertsing, che si propone di presentare modelli femminili forti, positivi e non standardizzati, al fine di superare gli stereotipi di genere. Il Femvertising non è però esente da rischi. Spesso le aziende posso farne un uso strumentalizzato solo per questioni di marketing e con scopi di lucro. È importante che gli spot basati sull’empowerment femminile non vengano solamente promossi, ma è soprattutto fondamentale integrare tali valori nella responsabilità sociale d’impresa. Ad esempio, adottano politiche aziendali che non discriminano per il genere.  Inoltre, è importante fare attenzione a non cristallizzare la donna in un nuovo ruolo. Infatti, il rischio del Femvertising è creare un’idea di donna impeccabile e imbattibile sul fronte lavorativo.  Successivamente un altro rischio è quello di ancorare l’autostima femminile alle forme del proprio corpo. Dunque, il Femvertising non deve affermarsi come una semplice moda perché altrimenti si rischia di banalizzare dei principi femministi molto importanti. Deve essere, infatti, seguito da una serie di politiche aziendali coerenti con tali valori. Questo è un esempio delle trasformazioni che il ruolo della donna ha avuto nella pubblicità in corrispondenza dei cambiamenti valoriali, storici e culturali e delle conseguenze che hanno portato.

SMARTWORKING: Opportunità e Sfide

Smartworking

Lo smartworking è ormai diventato un tema molto caldo, soprattutto a seguito della pandemia dove le organizzazioni sono state forzate ad adattarsi all’ambiente esterno in pieno lockdown. Lo smartworking può essere inteso come una nuova filosofia manageriale fondata sul dare alle persone flessibilità e autonomia nella scelta degli spazi, degli orari e degli strumenti a fronte di una responsabilizzazione dei risultati. La sua introduzione richiede un percorso piuttosto articolato se si vogliono evitare fenomeni di rifiuto. Nonostante i giovani siano i nuovi nativi digitali, essi non accolgono favorevolmente lo smartworking perché preferiscono lavorare in presenza. Al contrario, chi ha una carriera già avanzata lo preferisce e lo apprezza di più.  Inoltre, sembra che le resistenze all’introduzione dello smartworking provengano soprattutto dai capi intermedi. Questo accade perché temono la perdita del controllo fisico e non si sentono pronti a un nuovo modello gestionale fondato su uno scambio di fiducia capo-dipendente. Esistono anche una serie di vincoli strutturali da affrontare. Tra questi ci sono quelli informatici e di telecomunicazione in quanto è necessario possedere un device portatile. Si aggiungono anche quelli logistici e quelli comunicativi poiché sono necessari sistemi informatici che permettono di condividere i documenti. Se dall’analisi interna emerge un quadro culturale non ancora pronto, è meglio rimandare e ripartire con il progetto in un secondo momento. Dal punto di vista culturale, infatti, cambia totalmente l’assunto dell’unità tempo-spazio secondo cui è necessario lavorare nello stesso luogo e negli stessi orari per avere un’efficienza aziendale. Lo smartworking permette di riorganizzare gli spazi e il layout degli uffici in modo nuovo. Inoltre, ha degli impatti positivi anche sull’ambiente perché riduce il traffico, il consumo di illuminazione e di emissioni inquinanti. Lo smart working ha sicuramente delle ricadute importanti anche in termini di efficacia organizzativa. La motivazione e il benessere delle persone viene incrementato e allo stesso tempo questo porta delle ricadute positive sulla produttività. In generale, adottare lo smartworking pone al contempo sfide e opportunità per le organizzazioni. Le principali motivazioni che dovrebbero spingere le aziende ad adottarlo sono diverse: è una modalità di lavoro innovativa che garantisce una certa competitività offre ai collaboratori una maggiore flessibilità e la possibilità di valorizzare la propria identità professionale e personale porta a un miglioramento della qualità del lavoro, con l’uso di ambienti di lavoro moderni e di strumenti IT evoluti. Infatti, il lavoro flessibile porta una forte capacità di concentrazione e di organizzazione. La maggior produttività è legata alla possibilità di distribuire il lavoro in base ai momenti della giornata in cui si è fisicamente e mentalmente disponibili.  Questo aspetto può produrre, nel lungo periodo, a una difficoltà di separare il lavoro dal resto della vita. Allo stesso tempo, però, permette di realizzare effettivamente il work-life balance con un effettivo recupero di spazi da dedicare alla vita sociale. BIBLIOGRAFIA Donadio, A. (2017). Hrevolution: HR nell’epoca della social e digital transformation. Franco Angeli

La comunicazione pubblicitaria durante il Covid

Comunicazione pubblicitaria

Allo scoppio della pandemia da Covid-19, le aziende si sono interrogate su come procedere nella comunicazione pubblicitaria. Le strade che potevano intraprendere erano tre: Continuare con le comunicazioni in corso con il rischio che si creasse un effetto straniante nel vedere la vita pre-pandemia) Sospendere tutte le attività con il rischio di suscitare la percezione di abbandono/disinteresse Modificare/adattare le comunicazioni con il rischio di suscitare la percezione di speculazione/insensibilità Le aziende hanno intrapreso le tre diverse strade. Alcune sono state molto reattive e hanno mandato in onda le prime campagne dopo poche settimane dallo scoppio della pandemia. Altre, invece, hanno aspettato e in parte sospeso le loro attività comunicative. Pensando alle aziende che non si sono fermate in termini di comunicazione pubblicitaria, alcune hanno puntato più su una dimensione di rassicurazione (“Andrà tutto bene”), altre sulla gestione concreta della quarantena con consigli su attività da svolgere. Da metà maggio 2020, invece, hanno iniziato a puntare più sul tema della ripartenza. In generale, dunque, si prospetta il tema del “Ci rivediamo”. Le campagne pubblicitarie che ci hanno accompagnato nei mesi della pandemia da Covid-19, però, erano tutte identiche. Dicevano tutte le stesse cose con lo stesso tone of voice e lo stesso storytelling, lasciando il focus sui prodotti e i brand in secondo piano. Ad esempio, erano sempre presenti la bandiera italiana, le persone al balcone, gli arcobaleni, le persone che cucinano, il personale sanitario, il tempo libero in casa e le videocall…  Questo ha comportato sicuramente diversi rischi, tra cui il cosiddetto rischio di Covid-washing. Tutte le aziende fanno vedere di essere vicine agli italiani, ma al contempo fanno perdere di vista il messaggio. Questa strada intrapresa dalle aziende si è dimostrata essere un problema solo a posteriori, in quanto diventava difficile per i consumatori capire quale brand avesse detto cosa. La difficoltà a riconoscere un brand portava anche ostacoli nel ricordarlo.  Inoltre, molti brand si sono allontanati eccessivamente dai propri valori fondativi. La ruota di Schwartz individua più di 50 valori fondativi delle persone e anche delle personalità di un brand. Dunque, ogni brand ha un posizionamento chiaro su questa ruota. Durante la pandemia, improvvisamente tutti i brand sono andati a coprire i valori di benevolenza, universalismo e tradizione. Per alcuni brand era corretto rispondere a questi valori in quanto sono sempre stati posizionati in quell’area, per altri no in quanto stonavano con i propri valori fondativi.  Una ricerca svolta da Hokuto e Conic nel lockdown indica che il 60% degli italiani si era stancato della comunicazione pubblicitaria legata al Covid e il 50% sosteneva che la pubblicità aveva esagerato ad adeguare i contenuti all’emergenza sanitaria.  Al tempo stesso, però, il 72% dei consumatori si aspettava che le aziende offrissero il proprio contributo in quanto aventi una responsabilità sociale. Il 70% dei consumatori volevano sentire cosa i brand potessero offrire per superare la crisi. In conclusione, più che proporre un generico messaggio di resistenza e resilienza, sarebbe stato importante mostrare in modo concreto come il brand, con i suoi prodotti e servizi, poteva aiutare il consumatore a superare la crisi, guidandoli verso una nuova normalità, restando però coerenti con la propria mission, vision e valori di riferimento.  Questo avrebbe significato articolare le azioni di marketing su diversi livelli: Mostrare empatia: soprattutto nella primissima fase Favorire l’adattamento ad una nuova realtà: proponendo nuove attività da fare Promuovere una visione su un futuro post-Covid BIBLIOGRAFIA Hokuto & Conic (2020). Come è cambiata l’attenzione dei telespettatori nei confronti degli spot pubblicitari ai tempi del Coronavirus?

I MEME E IL LEGAME CON LA PSICOLOGIA

I meme

Con le nuove tecnologie, le persone sono sempre più solite comunicare attraverso i meme. Dietro l’utilizzo di queste forme di comunicazione si trovano numerose teorie psicologiche.  Ma cosa sono i meme? Essi sono immagini prese da contesti culturali specifici, a cui si mette un testo aggiuntivo che arricchisce la lettura di quell’immagine. Solitamente questa descrizione tende a ironizzare sulla quotidianità.  Questo termine viene coniato dal biologo Dawkins nel 1976. Egli lo definisce come un artefatto che, come i geni, si trasmette di generazione in generazione tramite l’imitazione. Tuttavia, non tutte le informazioni vengono diffuse, ma solamente quelle reputate più valide ed efficaci. Nel concetto originario di meme c’è sempre la concezione che alcune idee possano essere scartate, mentre altre possono diventare virali e riscontrare un grande successo. Dunque, anche in questo caso si può parlare di viralità. Questa prima concezione si è sviluppata enormemente fino ad arrivare al concetto di “Internet meme”. Esso è un’informazione che si replica via Internet sotto forma di immagini, video o frasi che può mutare ed evolversi. Un meme deve contenere elementi di novità per attirare l’attenzione, deve essere in grado di contrapporsi a una cultura dominante, deve essere conciso, facile da imitare e con un alto potere espressivo. Ma tra tutto, un meme è tale perché virale. Quali sono le funzione dei meme? Nella maggior parte dei casi, un meme nasce per far divertire gli utenti. In realtà, possono anche essere usati per garantire un impatto emotivo maggiore a un determinato concetto. Infine, sono molto usati anche all’interno della sfera politica e sociale in quanto riescono a far riflettere e a conquistare l’opinione pubblica.  La psicologia dove si colloca in tutto questo?  Secondo Wagner, un meme è in grado di far emergere un significato per gli individui appartenenti a determinate generazioni. Dunque, ha delle conseguenze importanti a livello di processi psicologici. Una persona, infatti, userà i meme dei gruppi ai quali appartiene. La comunicazione dei meme avviene in fasi sequenziali. Prima deve essere identificato e interpretato dai membri di un gruppo, poi viene condiviso in quanto ne rafforza il senso di appartenenza e infine diventa virale. Dunque, gli elementi psicologici che emergono dall’uso dei meme sono quelli di identità sociale e senso di appartenenza. Tajfel e Turner definiscono l’identità sociale come quella parte della propria identità che deriva dalla consapevolezza di appartenere a un gruppo sociale. Ciò che ci spinge a condividere un meme è il bisogno di approvazione da parte degli altri.  Nonostante i meme siano popolari nel mondo dei consumatori, sono anche potenti per le aziende. Le aziende possono usarli per: condividere informazioni in un formato divertente e memorabile dare connotati umani al proprio brand  semplificare concetti complessi come la cultura organizzativa aziendale ottenere un maggior coinvolgimento del proprio pubblico I brand dovrebbero imparare a tradurre la loro pubblicità in questo nuovo modo.  Grazie alle nuove tecnologie e ai social media, i meme sono diventate una delle forme comunicative più utilizzate al giorno d’oggi. Essi permettono di esprimere il proprio sé e il gruppo al quale si appartiene. La loro viralità e immediatezza li rende sempre una modalità comunicativa sempre più affermata. BIBLIOGRAFIA www.focus.it www.stateofmind.it

Le teorie dell’apprendimento nella pubblicità

le teorie dell'apprendimento

Le teorie dell’apprendimento sono quasi sempre presenti nel marketing e nella comunicazione pubblicitaria. L’apprendimento è il processo mediante il quale un consumatore acquisisce una conoscenza legata a possibili forme di consumo ed esperienze d’acquisto che metterà in atto per i suoi comportamenti d’acquisto futuri. Uno degli obiettivi delle aziende è creare consapevolezza circa l’esistenza di un prodotto ed educare i consumatori, facendogli capire gli specifici attributi, benefici, vantaggi che questo può portare. Esistono diverse teorie dell’apprendimento, che possono essere sfruttate nella comunicazione pubblicitaria.  Il condizionamento classico rappresenta un esempio di apprendimento per associazione. Queste teorie vengono spesso applicate nell’ambito pubblicitario. Lo scopo è proprio quello di generare una risposta emotiva positiva al messaggio che il brand vuole trasmettere attraverso musica, immagini e testimonial.  Vediamo alcuni esempi: Tramite l’uso dei testimonial si sfrutta l’apprendimento classico per trasferire le caratteristiche positive del testimonial al prodotto che sta sponsorizzando. Ad esempio, la famosa pubblicità della Nespresso con Chiara Ferragni. Con la tecnica della brand extension ci si ancora alle caratteristiche del prodotto originale e le si va ad attribuire alla nuova linea di prodotti. Un esempio è quello di Pan di Stelle che ha introdotto negli ultimi anni la crema spalmabile al cacao. A volte il condizionamento classico può essere pericoloso in quanto se si sceglie un testimonial sbagliato, si creano associazioni in negativo sul proprio prodotto. Le campagne di marketing sociale sfruttano spesso questo processo in cui si cerca di scoraggiare le persone a mettere in atto comportamenti pericolosi e dannosi. Un esempio sono tutte quelle campagne in cui si associa il bere alcool e mettersi alla guida con immagini negative che rappresentano incidenti stradali. Proseguendo, troviamo il condizionamento operante di Skinner. Esso è basato sull’uso di rinforzi positivi e negativi, che possono rafforzare o indebolire una risposta comportamentale dell’individuo.  Nel marketing, il rinforzo positivo si vede nei casi delle carte fedeltà, che permettono di accumulare buoni sconto e punti che agiscono da rinforzo positivo in quanto si ottengono premi. Inoltre, dal punto di vista dei servizi, alcuni benefici possono essere ottenuti attraverso l’eliminazione di rinforzi negativi, come ad esempio l’azzeramento delle spese di consegna e la riduzione degli stessi tempi. Infine, c’è l’apprendimento vicario, secondo il quale si possono apprendere dei comportamenti per imitazione. Secondo questa prospettiva, l’apprendimento si verifica anche se il comportamento appreso non viene subito messo in pratica. Anche qui ci possono essere dei risvolti negativi perché ciò che elicita emozioni negative tende a essere evitato e non imitato.  In questo articolo viene mostrato il grande apporto della psicologia all’interno del mondo della comunicazione pubblicitaria e più in generale del marketing. Buona parte del comportamento dei consumatori e delle strategie di marketing, infatti, sono apprese. Per questo motivo, il processo di apprendimento è di interesse fondamentale per chi lavora in questo campo. BIBLIOGRAFIA: Kimmel, A.J. (2018). Psychological Foundations of Marketing. New York: Routledge

IL CONSUMO DI ABBIGLIAMENTO USATO

Il consumo di abbigliamento usato

Il consumo di abbigliamento usato ormai è una tendenza sempre più diffusa nella società odierna. Esistono innumerevoli piattaforme che consentono di vendere i propri abiti e comprare quelli di qualcun altro. Per citarne alcune ci sono Vinted, Depop, Rebelle, Vestiaire Collective… Ma perché i consumatori sono sempre più propensi ad acquistare abbigliamento usato rispetto al passato? A livello psicologico entrano in gioco diversi fattori.  Alcuni di questi sono sicuramente economici in quanto comprare second hand consente sia di risparmiare sia di sperimentare una soddisfazione maggiore grazie alla possibilità di ottenere un articolo di valore a un prezzo minore.  Un altro driver che ha incrementato contribuito il diffondere questa tendenza è il bisogno di unicità. Infatti, secondo la teoria del sé esteso di Belk, l’abbigliamento è un modo per esprimere parti del proprio sé e della propria identità. Inoltre, il mercato second hand è spesso caratterizzato da pezzi unici per modello e taglia e molto raramente se ne trovano di simili.  Esiste anche un aspetto ludico-creativo che porta il consumatore ad essere più soddisfatto nel vendere e nel comprare abiti di seconda mano. È il cosiddetto fenomeno della “scoperta della chicca”, che si riesce a trovare nelle confusionarie bancarelle di mercatini usati oppure sulle piattaforme online.  Infine, si trovano anche dei fattori più etici basati su preoccupazioni di carattere ecologico e sull’interesse alla sostenibilità, altro trend sempre più diffuso nelle giovani generazioni. Tuttavia, tutti questi fattori psicologici spiegano solamente in parte il fenomeno dell’abbigliamento second hand. Per comprenderlo più a fondo è necessario considerare le sue origini storiche. La storia dell’abbigliamento può essere suddivisa in tre grandi periodi.  Dall’epoca premoderna alla fine del Settecento, in tutti i ceti sociali era molto diffusa una mentalità improntata al recupero degli oggetti al fine di tramandarli alle generazioni successive. In particolare, i vestiti venivano custoditi perché considerati investimenti importanti così da poterli donare di generazione in generazione. Per le classi più povere erano una vera riserva di valore, cosa che ora sarebbe assurdo pensare. Dalla fine del Settecento alla prima metà del Novecento si rovescia la mentalità precedente a seguito di cambiamenti culturali causati dalla filosofia illuminista (che considerava tutto il vecchiume da buttare) e a seguito dei progressi in ambito tecnico-scientifico che hanno accelerato i tempi di produzione delle merci. Inoltre, la Rivoluzione Industriale ha portato un arricchimento del ceto medio che li ha sempre più spinti ad acquistare beni nuovi, come simbolo del nuovo status sociale raggiunto. Dunque, il consumo di abbigliamento di seconda mano diminuisce rispetto al periodo precedente. A fine Ottocento, però, a seguito delle enormi produzioni di massa si è consolidato il legame tra abbigliamento usato e carità.  Dalla seconda metà del Novecento fino ad oggi si è assistito a un ulteriore cambio. In particolare, nel Novecento indossare vestiti usati era diventato un modo per esprimere la propria distanza rispetto alla cultura dominante. Questo apparteneva molto al mondo hippie, nel quale si può vedere una forte spinta anticonformistica. Invece, per altri è diventato sempre più segno di ricercatezza e distinzione come nel caso del vintage. Negli ultimi decenni, infine, la seconda mano è diventato sinonimo di consumo etico e sostenibile. Oggi tutti questi fattori sono molto più in linea con i valori emergenti nel periodo post-crisi, dove i consumatori sono sempre più disposti a riconsiderare la propria relazione con i beni di consumo abbracciando una maggiore frugalità. È sbagliato pensare che la frugalità sia una decisione legata al risparmio, ma in realtà è una scelta di stile e buon gusto. Alla base degli orientamenti frugali, si assiste a un vero e proprio ripensamento della relazione con gli oggetti di consumo. Se nella prima metà del Novecento, l’oggetto di consumo si configurava come marcatore identitario, ad oggi non è più tanto così. La ripresa del consumo di abbigliamento usato ne è un esempio cardine. BIBLIOGRAFIA Lozza, E. &, Fusari, G. (2019). Psicologia del senza: nuovi modelli di consumo, nuovi consumatori e prodotti “senza”. Cinisello Balsamo: Edizioni San Paolo s.r.l.

La Creatività nella Generazione delle Idee

La creatività

“Ogni atto di creazione è un atto di distruzione” (Picasso). Per creare qualcosa di nuovo bisogna distruggere qualcosa che c’era prima. Idee nuove e cretive consentono alle aziende di rimanere al passo con i tempi. La creatività non deve mai essere fine a se stessa, ma deve avere sempre un valore aggiunto e un’utilità.  A differenza della creatività puramente artistica, nella generazione di idee deve operare un cambiamento che abbia un valore aggiunto. Si sente spesso dire la creatività è una dote innata, ma in realtà è una competenza e in quanto tale si allena e si può sviluppare e accrescere. Anche una persona non particolarmente portata, può arrivare ad avere dei risultati.  La creatività non è un puro talento, ma una competenza che si può imparare e rafforzare.  Spesso ci si focalizza molto sulla soluzione, ma se le persone passassero più tempo ad analizzare meglio il problema sarebbe più produttivo.  Esistono alcune tecniche che permettono di stimolare la creatività e quindi generare nuove idee, collaborando con i colleghi di lavoro. In questo articolo parleremo della Tecnica dei Sei Cappelli Pensanti, inventata da Edward de Bono. Questa tecnica migliora la capacità di esplorazione e consente di vedere un determinato problema/idea/progetto con un approccio a tutto tondo in modo da focalizzarsi su tutte le possibili prospettive.  Vediamo ora come funziona… In una situazione di gruppo, ci sono delle regole associate al colore di sei diversi cappelli che costringono le persone a pensare a un problema da sei punti di vista. A turno le persone devono indossare metaforicamente i diversi cappelli. Non si può stare con lo stesso cappello per molto tempo, ma bisogna ruotare. Questa tecnica evita il fatto che la generazione di idee sia influenzata dalla specifica personalità dei partecipanti: ciò che conta è il risultato, non difendere la propria idea.  Cappello bianco: si riferisce allo stare aderenti a fatti ed elementi più oggettivi. Si analizzano le informazioni, si fa il punto. Si tratta di una modalità di pensiero neutrale Cappello rosso: si riferisce a intuizione, sentimenti ed emozione. Le persone devono esprimere un pensiero di pancia, senza doverlo giustificare. Si dà la possibilità di esprimere le proprie reazioni immediate Cappello giallo: si riferisce alla positività e all’ottimismo. Si tratta di un approccio costruittivo, dove si identificano gli aspetti positivi e le opportunità Cappello verde: si riferisce alla fase di brainstorming per creare nuove idee sospendendo il giudizio Cappello nero: si guardano gli aspetti negativi, i possibili rischi e i punti di debolezza. Aiuta a identificare i possibili problemi e successivamente a generare soluzioni. A differenza del rosso, le criticità devono avere basi logiche  Cappello blu: consente di controllare il processo di generazione dell idee, non riguarda l’argomento in discussione ma il processo creativo alla base. Si può dire che sia il cappello del moderatore, utile per ridizionare il gruppo verso un nuovo approccio  Nei gruppi di lavoro ci sono tante diverse personalità con diversi approcci. Se ognuno tira dalla sua parte, il gruppo rimane fermo. Questa tecnica vuole scardinare questa logica e far passare il messaggio che se ci muoviamo tutti nella stessa direzione per un po’, riusciamo a fare strada. In conclusione, questa tecnica aiuta a migliorare la produttività del team in quanto permette di esplorare un’idea in modo approfondito tenendo conto di tutti i possibili punti di vista. Inoltre, consente a ogni persona di assumere ruoli che possano far vedere un problema con un’ottica totalmente diversa, scardinando le nostre idee su cui siamo soliti soffermarci.

LA GESTIONE DEL CONFLITTO

La gestione del conflitto

Nella nostra cultura, il termine conflitto richiama significati negativi perché associato a scontri, guerre e violenza. In realtà, una buona gestione del conflitto apre a grandi opportunità. Il conflitto viene definito come lo stato di tensione che una persona ha nel momento in cui riscontra bisogni, desideri, impulsi e motivazioni contrastanti. Un conflitto può nascere in qualsiasi ambito della vita quotidiana. All’interno di questo articolo si parlerà del conflitto all’interno di un processo organizzativo.  In ambito organizzativo, il conflitto è una situazione dove le persone percepiscono incompatibilità di pensiero o comportamento nel raggiungimento degli obiettivi. Esistono tre diversi tipi di conflitto: Diadico: è il tipico conflitto che avviene tra due individui appartenenti a gruppi di lavoro diversi o allo stesso  Intragruppo: all’interno dello stesso gruppo Intergruppo: tra più gruppi Esistono diverse modalità di gestione del conflitto, che vengono spiegate tramite metafore di animali. Le tartarughe sono solite ritirarsi nel loro guscio per evitare i conflitti. Le persone che adottano questo stile trascurano i loro interessi personali e le relazioni e credono che sia meglio ritirarsi fisicamente e psicologicamente dalle situazioni conflittuali. Solitamente sono persone che sono spaventate dal conflitto e dalla sua possibile degenerazione e non hanno fiducia nel fatto che si possa trovare una soluzione condivisa. Potrebbe essere utile quando le persone sono troppo coinvolte emotivamente. Gli squali cercano di vincere costringendo i rivali ad adottare la loro soluzione al conflitto.  Per queste persone gli interessi personali sono più importanti rispetto alle relazioni. Non hanno bisogno degli altri e cercano di vincere attaccando e intimorendo. Il conflitto, dunque, si risolve quando una persona ha il sopravvento sull’altra. Potrebbe essere utile quando è necessario prendere una decisione in tempi brevi e in una situazione di emergenza. Per l’orsacchiotto le relazioni interpersonali hanno molta più importanza dei propri interessi.  Queste persone vogliono farsi accettare e amare dagli altri e pensano che i conflitti debbano essere evitati. Per questo motivo sono disposti a mettere da parte le loro aspirazioni per preservare le relazioni. Potrebbe essere utile nei casi in cui i temi del conflitto non sono così rilevanti da meritare una discussione aperta che potrebbe ingigantire la questione e compromettere le relazioni. Le volpi solitamente cercano il compromesso e sono disposte a mettere da parte qualche loro interesse.  In particolare, cercano delle soluzioni in cui ogni parte guadagni qualcosa e si tengono sempre nel mezzo di due posizioni estreme. È il primo passo verso la collaborazione, anche se rimane ancorato a un piano più reazionale e legato al raggiungimento degli obiettivi. È efficace quando si deve raggiungere uno scopo comune e ognuno accetta di perdere qualcosa per arrivare all’obiettivo. I gufi affrontano i conflitti come problemi da risolvere e cercano di raggiungere delle soluzioni che vadano bene per tutti.  Valorizzano al massimo sia i propri interessi sia le relazioni. Si entra nella dinamica win-win e permette di raggiungere dei risultati duraturi perchè profondamente discussi e condivisi. Questa modalità, però, richiede molto tempo, una buona capacità di comunicazione e di conoscenza di sé stessi.  Ognuno degli stili di gestione del conflitto ha i suoi vantaggi e svantaggi. Dunque, non si può definire una modalità più corretta di un’altra. È fondamentale saper scegliere quale adottare in base al contesto e al momento. In sintesi, il conflitto non va mai evitato, ma deve essere aggirato, gestito e trasformato in risorsa in modo che possa diventare un momento costruttivo e di confronto. BIBLIOGRAFIA Fragomeni, T. (2011). I professionisti e la gestione dei conflitti. Un metodo innovativo per integrare competenze tecniche relazionali, risolvere conflitti e concludere negoziazioni. Milano: Franco Angeli

PERFORMANCE MANAGEMENT

Performance Management

Il tema della valutazione delle performance è proprio di tutte le organizzazioni. Nel tempo si sono susseguite diverse prospettive, ma ad oggi l’approccio maggiormente diffuso, o per lo meno quello a cui si tende, è il Performance Management.  Per tanti anni i responsabili HR si sono concentrati sul concetto di Performance Appraisal, focalizzato principalmente sulla valutazione di un collaboratore. In realtà, questo momento è solamente una piccola parte di un Sistema di Gestione della Prestazione più ampio chiamato Performance Management. Il passaggio tra queste due prospettive deriva dallo sforzo delle organizzazioni di collegare gli obiettivi delle singole persone a una strategia generale che esse stesse implementano al loro interno.  Il Performance Management serve, quindi, ad allineare obiettivi, aspettative, contributi individuali alle strategie organizzative. E’ focalizzato sulla gestione del collaboratore sia al fine portare redditività e rendimento all’azienda sia per indirizzarlo verso lo sviluppo professionale e la realizzazione personale. Può essere descritto come un processo continuativo che accompagna la risorsa in tutto il percorso valutativo.  Adottando tale prospettiva, è importante focalizzarsi sul momento di feedback. Durante tutta la nostra vita, può essere capitato di trovarci in situazioni in cui era richiesto di dare dei riscontri positivi/negativi ad altre persone (amici, colleghi, parenti…). Possiamo tutti concordare nel dire che dare un feedback positivo sia molto più facile rispetto a uno negativo. Anche all’interno delle organizzazioni, i momenti di feedback, soprattutto quelli negativi, sono molto delicati e richiedono un’attenzione particolare. Con l’approccio classico, il feedback era discontinuo, relegato al colloquio annuale finale e forniva una valutazione della prestazione in modo molto semplicistico e riduttivo.  Con il Performance Management, invece, il feedback è costante e quotidiano mirato allo sviluppo delle persone. In primis, bisogna aiutare le persone a comprendere bene il motivo per il quale vengono utilizzati determinati strumenti di valutazione piuttosto che altri. In secondo luogo, il grado di accettazione di una valutazione negativa è tanto più elevato quanto più si riescono a spiegare le motivazioni che sottostanno a essa. Facendo un esempio, se si valuta negativamente una persona perché non sa l’inglese, bisogna spiegarle che non è la risorsa più adatta a ricoprire quel determinato ruolo in quanto l’organizzazione vuole espandersi in mercati stranieri.  Inoltre, un feedback negativo viene tanto più accettato quanto più si garantisce equità e quanto più si ancora la valutazione alla strategia che l’organizzazione vuole mettere in atto. La percezione dei dipendenti del modo di valutare, infatti, è strettamente collegata alla percezione di equità; la motivazione del lavoratore dipende da quanto percepisce equo il bilanciamento tra cosa offre e cosa riceve da suo lavoro (equità distributiva). Queste valutazioni sono poi confrontate con i colleghi; se un dipendente percepisce che gli altri ottengono di più lavorando meno, nasce una percezione di mancata equità.  Si possono così individuare quattro pilastri del Performance Management: Comunicazione strategica: fa sì che agli individui sia chiaro cosa ci si aspetta da loro e come interpretare il proprio ruolo Relazioni: mette insieme i manager e i collaboratori per monitorare il raggiungimento dei risultati Valutazione: consente di valutare le prestazioni individuali e prendere decisioni sull’assegnazione di incarichi, promozioni e reward Sviluppo: consente di fornire feedback sulla propria prestazione Il processo di gestione della performance è considerato come elemento cardine di altri processi HR, tra cui soprattutto lo sviluppo, il talent management e le politiche retributive.  Concludendo si può dire che in un’ottica di Performance Management, l’organizzazione assume le sembianze di un alveare. La valutazione individuale per discriminare il contributo delle persone non viene eliminata, ma il prodotto finale è di gruppo. Il valore aggiunto dello psicologo consiste nella sue grandi capacità di ascolto, di comunicazione e di negoziazione che consentono di gestire al meglio tale processo.  BIBLIOGRAFIA Gabrielli, G. & Profili, S. (2021). Organizzazione e gestione delle risorse umane. Terza Edizione, De Agostini Scuola SpA – Novara