Attacco di panico: il Gatto con gli stivali 2

Il Gatto con gli stivali 2: il disturbo di attacco di panico. Mi piacciono tanto i film di animazione, perché sanno trattare temi complessi della psiche umana in modo tanto semplice quanto divertente e graficamente accattivante. Quando incontro pazienti con disturbo da attacco di panico, consiglio loro di guardare il film “il Gatto con gli stivali 2: l’ultimo desiderio”. Gli autori descrivono in modo accuratissimo alcuni dei meccanismi cognitivi, emotivi e corporei che entrano in gioco in un attacco di panico. Non mi credete? Analizziamo insieme questo piccolo estratto! Gatto viene inseguito dal lupo che personifica la Morte. Ogni volta che Gatto anche solamente immagina il Lupo, comincia ad avere dei sintomi fisici: si dilatano le pupille e si rizza il pelo. Gatto ha quindi un pensiero ricorrente quando vede o anche solo immagina Lupo: potrei morire. Questo pensiero gli genera ansia, che porta con sé dei sintomi fisici, come tachicardia, sudorazione, respiro affannoso. L’ansia lo porta però anche a correre, per sfuggire alla minaccia di morte. Durante la corsa nel bosco emergono altri bias cognitivi che abbiamo già trattato in un precedente articolo, sempre grazie all’aiuto del buon vecchio Disney (Biancaneve fugge nel bosco: il ruolo dei bias attentivi nell’ansia). Ma la corsa stessa gli porta ad aumentare tutti quei sintomi già di per sé associati all’ansia, ovvero proprio la tachicardia, la sudorazione e l’affanno. Questi sintomi supportano a loro volta l’idea che allora è vero che potrebbe morire! Si sta sentendo male… e questo aumenta nuovamente l’ansia, in un circolo che si autoalimenta all’infinito. Come si interrompe tale circolo? Gli autori hanno pensato anche a questo. Nel video vediamo arrivare Perrito, il dolce e pure cagnolino che, senza infierire ed entrare nel merito dell’attacco di panico, semplicemente si accoccola serenamente e silenziosamente accanto a Gatto. La vicinanza ad una persona (o anche un animale), ci porta inevitabilmente, con calma, a sintonizzare il nostro respiro e il nostro stato emotivo all’altro. Inoltre, Gatto comincia ad accarezzare Perrito, introducendo un altro elemento. Gatto sta cioè spostando la sua attenzione, dal pensiero di morte, ad un dato concreto, reale e presente, che impegna i 5 sensi: la sensazione di accarezzare il pelo del dolce compagno. Ancora una volta, Disney e Universal Pictures ci prendono! Nella loro semplicità, ecco due piccole strategie per calmare al momento un attacco di panico.
La maternità nelle dipendenze: ce lo spiega la neurobiologia!

La maternità nelle dipendenze: ce lo spiega la neurobiologia! Le dipendenze nei servizi territoriali Le dipendenze sono ampiamente studiate in letteratura, anche se spesso nella pratica non vi corrisponde una prassi di intervento che tenga conto dei reali bisogni dell’utenza. Le cose si complicano, inoltre, quando gli utenti diventano genitori. Ho potuto notare che la presenza dei figli viene tutt’oggi utilizzata, dal personale dei servizi, come fattore motivazionale per il percorso in struttura. Questo presupposto ha origine in un paradigma che vede la tossicodipendenza come una scelta, un errore più o meno razionale da riparare. Un incidente di percorso. Da qui nasce la mia curiosità: quali sono le difficoltà che incontra un genitore, in particolare una madre, che fa un uso prolungato di sostanze? La maternità nelle dipendenze in letteratura. I modelli dei roditori sono stati determinanti. Hanno individuato il ruolo del sistema ipotalamico e mesocorticolimbico (ovvero del cosiddetto sistema della ricompensa) nell’ attaccamento madre-bambino e nei comportamenti di assistenza materna. Lavori che utilizzano la risonanza magnetica funzionale hanno dimostrano l’attivazione di regioni celebrali analoghe nelle donne umane. Ciò avviene, in particolare, quando le neo-madri entrano in contatto con ricompense naturali da parte del proprio bambino, come il suo volto sorridente. Risultati Con l’uso prolungato di sostanze, studi pioneristici hanno mostrato che: Nelle madri emergono compromissioni nell’attivazione dell’ipotalamo e del sistema mesocorticolimbico, in risposte ai volti felici dei propri figli. La soglia di ricompensa dopaminica può essere ricalibrata, per cui il sistema di ricompensa cerca gratificazione nell’uso della sostanza, e non orientando la propria attenzione verso ricompense naturali, quali abbiamo visto essere il sorriso del bambino. Le madri che fanno uso di sostanze, sono maggiormente responsive agli stimoli neutri del volto del bambino, ambigui, piuttosto che a quelli apertamente angosciati o felici. Le madri che fanno uso di sostanze hanno dimostrato una risposta neuronale significativamente ritardata a tutti i pianti infantili, suggerendo che possano elaborarne il suono in modo meno efficiente rispetto alle madri che non fanno uso di sostanze. Alla luce di ciò, i segnali da parte del figlio non solo potrebbero non essere percepiti come gratificanti, quanto possono addirittura mettere a dura prova la resistenza della madre al craving. A questo quadro, si aggiungono i sentimenti di vergogna e colpa associati alla credenza di essere una cattiva madre. Conclusioni Quanto detto potrebbe avere due conseguenze: una mancanza di attivazione di accudimento all’angoscia del bambino, o un comportamento eccessivamente intrusivo. Infatti, si attiva una risposta anche in concomitanza ai volti neutri del bambino, che implica forti livelli di ansia e angoscia nella madre stessa. In conclusione, nei trattamenti con madri dipendenti da sostanze, la presenza di un figlio va individuato anche come potenziale fattore di stress.
“La Deriva”: Un gioco per educare a perdersi

“La Deriva”: Un gioco per educare bambini e ragazzi a perdersi È Settembre e, a breve, ricomincia la scuola. Tra compiti e libri per le vacanze, il nostro sistema educativo, scolastico e familiare, pecca nell’offrire a piccini e ragazzi una guida per la scoperta identitaria ed emotiva. Nonostante i crescenti sforzi in tale direzione, infatti, domina tutt’oggi un sistema accademico tradizionale, centrato sulla conoscenza nozionistica. Questo articolo ha l’intento di presentare un’attività, facilmente replicabile da educatori, insegnanti e genitori, per educare i ragazzi a perdersi. La Deriva – Istruzioni per perdersi “La Deriva – Istruzioni per perdersi”, di Paolo Maria Clemente, è arrivato per posta il giorno del mio 24esimo compleanno, 2 anni fa, speditomi da due miei cari colleghi. Era Accompagnato dal seguente bigliettino: <<Poichè – da brava cognitivista – cerchi sempre istruzioni per non perderti mai, ti auguriamo di riuscirci con questo>>. L’augurio di perdermi arriva in un momento della mia vita in cui i miei colleghi captano il disagio di affacciarsi, da giovane adulta, ad un mondo estremamente fluido, creativo, costellato di imprevisti ed opportunità. Un mondo che richiede di inventarsi e reinventarsi di continuo, piuttosto che mantenere il controllo su rigidi piani preconfezionati e precostituiti. Non nego di averci messo un po’ di tempo prima di accettare di imparare a “perdermi”. Ci sto tutt’ora provando, io che sono stata educata alla performance e alla velocità, come gran parte della mia generazione. Cosa significa Perdersi Con la capacità di “perdersi”, intendiamo la realizzazione di un cambiamento nell’approccio con l’ambiente: il passaggio da una relazione “strumentale”, in cui ciò che ci circonda viene sfruttato per raggiungere i nostri scopi utilitaristici (a differenti livelli, conseguente alla logica della produzione), alla visione del mondo come deriva. È la capacità di godere delle nostre sensazioni, di entrare in connessione con l’ambiente e lasciarci sorprendere dai messaggi che questo ci sta mandando. Nel modo in cui questo gioco porta ad allenare la capacità di focalizzare la nostra attenzione sul presente, sul qui e ora, si avvicina in parte ai principi della mindfulness. Le regole del gioco La Deriva è un gioco, anzi un meta-gioco, come lo definisce l’autore, fatto di regole e di improvvisazione. È un’attività ideata da Guy Debord nel 1956 e poi riadattato nel corso del tempo. Consiste nel vagare per la Zona, ovvero per la città, senza una meta prestabilita, e con la regola di prestare attenzione alle cose che accadono “per caso”. Le pedine, o anche i derivanti, si riuniscono per dare inizio al gioco, seguendo una Guida. La guida è una pedina che, a turno, sceglie ed interpreta i messaggi della Zona e, di conseguenza, la direzione in cui si muove il gruppo. Il tabellone su cui si muovono le pedine è una porzione delimitata della città, una parte tranquilla e sicura per camminare con gli studenti. È meglio se il tabellone viene scelto in un luogo non troppo trafficato, ma vivo, in cui accadono cose inaspettate che verranno riconosciuti come segni. I segni sono le carte che il mazziere (ovvero la Zona) decide di giocare. Sono tutti quegli avvenimenti casuali (ad esempio una busta che vola, uno striscione, una macchina o una bicicletta di un colore particolare) che acquistano un particolare significato per il sesto senso della guida e, quindi, per il gruppo. In questo modo il gruppo si muove in direzioni dettate dalla zona, fino a che non si raggiunge un’apparizione, ovvero un segno particolarmente bello o significativo per il gruppo. Perché farlo con bambini e ragazzi? La deriva permette di allenare, nella sua reiterazione, l’attenzione ai segni che l’ambiente ci invia. Permette di raggiungere uno “spaesamento personale”, la possibilità di abbandonare i nostri schemi, i nostri pensieri, i nostri impegni, per farci guidare dall’esperienza. Questo avviene però in una dimensione gruppale che ci rassicura e ci permette di non perderci totalmente. Una connessione calma con il mondo. Questi piccoli episodi di deriva finita, ovvero delimitata al tempo di durata del gioco, ci allenano a quella che sarà la deriva infinita. La deriva infinita è la capacità di riuscire a leggere e fidarsi di quelle coincidenze con cui la zona, il mondo, l’ambiente intorno (e alla fine noi stessi), cerca di comunicarci la “strada”. La capacità cioè di trovare un filo conduttore, un senso di continuità, tra le nostre esperienze. Una sensazione identitaria di continuità che risponde alla domanda “chi sono e dove sto andando”. Questo è un invito a tutti gli educatori ad educare a perderci. Bibliografia Clemente P.M. (2020), La Deriva, Istruzioni per perdersi, Tlon Editore.
Caldo da record: gli effetti sul benessere psichico

Caldo da record: gli effetti sul benessere psichico Che sia al supermercato, sul posto di lavoro o con gli amici, ormai non si parla d’altro: le temperature da record degli ultimi giorni. Non è un caso che ci sentiamo stanchi e affaticati, e la frase che più sentiamo ripetere è: sarà il caldo! Ma il nostro benessere fisico non è l’unico ad essere a rischio. Anche il benessere psicologico ed emotivo è messo a dura prova per cause dirette ed indirette del caldo. Non è la prima volta che si studiano gli effetti psicologici del caldo sulle persone, in particolare nelle neuroscienze. È ormai famoso lo studio della Harvard T.H. Chan School (Cedeno J. C., 2018), che dimostra che le alte temperature hanno un impatto negativo sulle abilità cognitive. In particolare, l’esposizione prolungata alle stesse sembrerebbe diminuire la velocità di pensiero. Ciò accade indipendentemente dall’età e dalla vulnerabilità della popolazione. Tale confusione mentale sembrerebbe direttamente correlata con l’aumento di aggressività e di criminalità che si registra proprio durante i periodi più caldi. Tuttavia, il mio occhio da clinica mi porta a prendere in considerazione anche altri fattori di impatto sul benessere psichico. Proprio qualche giorno fa, mentre cercavo riparo dal caldo nei pressi di un fiume abruzzese, una donna mi confida di come la necessità di avere i condizionatori accesi durante il giorno la faccia star male. <<Dover stare con le finestre chiuse tutto il tempo, mi fa venire l’ansia>>. In effetti il caldo ci costringe a restare serrati in casa (o negli uffici) nelle ore più calde, che si diramano sempre più nell’arco della giornata. Mi ricorda, sebbene limitata ad alcune ore del giorno, di una condizione di isolamento forzato già vissuta negli ultimi anni, di cui tutt’oggi ne paghiamo le conseguenze. È stato registrato infatti un aumento dell’impatto del disagio psicologico durante le alte temperature che potrebbe, almeno in parte, essere spiegato da questa condizione di chiusura. Tutto ciò deve farci aprire gli occhi: il caldo ha un forte impatto sul nostro benessere fisico ed emotivo, indipendentemente dalla fascia di età e dalla condizione della popolazione.
“Perché capita sempre a me?!” La profezia che si auto-avvera

Perché capita “sempre” a me?! La profezia che si auto-avvera. Ti è mai capitato di pensare o pronunciare la frase: <<Perché capita sempre a me>>? E se ti dicessi che, a volte, un motivo c’è davvero? Forse ti sorprenderà sapere che, spesso, ci comportiamo facendo in modo che ciò che temiamo, alla fine, capiti davvero! No, non sei folle, c’è una spiegazione a tutto questo: la profezia che si auto-avvera. La profezia che si auto-avvera, o che si auto-adempie, è uno dei fenomeni più a lungo studiati in psicologia sociale. Introdotto per la prima volta negli anni ’70, questo costrutto ci aiuta a spiegare in che modo le nostre aspettative, le nostre paure e le etichette che diamo a noi stessi e agli altri influenzano i nostri comportamenti e, quindi, ciò che ci circonda. Ad esempio, immagina di essere ad una festa di nuovi amici, e di avere profondamente paura di essere escluso/a. Come ti comporteresti? Probabilmente cominceresti a temere di dire cose che potrebbero essere considerate sciocche dagli altri, per cui potresti scegliere di parlare poco. Magari, per lo stesso timore, ci pensi cinque volte prima di rispondere ad una domanda, risultando poco spontaneo. Magari il timore di fare una brutta figura potrebbe portarti a decidere di non ballare, di non giocare, di restare seduto, in disparte. Cosa succederebbe? Proprio la tua più grande paura: molto probabilmente resteresti escluso dalla festa. E non finisce qui. Il realizzarsi di ciò che temi porterà, molto probabilmente, a rafforzare quella credenza, quella aspettativa e quello stesso timore: se vengo sempre escluso, allora sarò escluso! Se ciò accade, la volta dopo probabilmente rimetterai in atto gli stessi comportamenti in modo ancora più accentuato e con una maggiore paura. È chiaro che questi comportamenti hanno una logica ben precisa, sono strategie di sopravvivenza che mettiamo in atto per difenderci dalla minaccia, ma che, ahimè, falliscono nel loro intento. Questa catena di comportamenti è inoltre sostenuta da una serie di bias cognitivi, alcuni dei quali sono già stati trattati in altri articoli del blog! La catena, però, può essere spezzata, facendo pian piano attenzione a tutti quei comportamenti che mettiamo in atto in queste circostanze, e che fanno (auto)avverare le nostre paure. Quindi se fossi davvero quella persona, con il timore di essere escluso, avremmo risposto alla domanda: perché capita sempre a me?!
Biancaneve fugge nel bosco: il ruolo dei bias attentivi nell’ansia.

Biancaneve fugge nel bosco: il ruolo dei bias attentivi nell’ansia. Che i classici dei film Disney siano complessi ed educativi, oltre che bellissimi, non è una novità. Ma talvolta si superano, come in questo caso. Il cartone di Biancaneve, in una delle sue scene più famose, ci spiega esattamente come funzionano i bias attentivi nei disturbi di ansia. I bias attentivi fanno parte di quei “virus della mente” che attaccano il sistema cognitivo, e fa sì che una persona concentri maggiormente la sua attenzione verso uno stimolo specifico o un segnale sensoriale, a discapito degli altri. Sebbene, come ogni bias, anche questi hanno una loro utilità evoluzionistica, impattano notevolmente le nostre capacità di giudizio e di azione, che vengono fatte in base alla considerazione di stimoli parziali. Particolarmente importante è la funzione dei bias attentivi quando ci sentiamo emotivamente ansiosi, nel timore che una minaccia stia per accadere a breve. In che modo, ce lo spiega Biancaneve. Pronti? Fate un’attenta visione dello spezzone: Rieccovi! Cosa avete visto? L’espressione e il tono di voce del Cacciatore inducono in Biancaneve uno stato di paura, che la porta ad iper-focalizzare l’attenzione alla ricerca di una possibile minaccia. Così che il bosco conosciuto e tanto amato diviene spaventoso. Un gufo nell’oscurità diviene un albero minaccioso; i rami in cui si impiglia, divengono mani che cercano di prenderla; una roccia buia diviene una bocca che tenta di inghiottirla; e dei rami secchi nell’acqua diventano degli alligatori pericolosissimi. Non c’è possibilità di una interpretazione alternativa: il bosco vuole farle del male! Fin quando Biancaneve, esausta, crolla, e abbassando lo stato di attivazione la foresta torna ad essere un luogo sicuro. Insomma, lo stato di ansia di Biancaneve la porta a prestare attenzione selettivamente a tutti gli stimoli ambigui, attribuendo ad essi un’interpretazione di minaccia. In letteratura molteplici studi mostrano di come gli individui sotto un forte stato di ansia elaborerebbero in maniera prioritaria gli stimoli veicolanti un significato di minaccia, senza prestare invece attenzione a stimoli di “sicurezza” o a elementi che consentano di fare un’interpretazione più completa e realistica di una situazione. Inoltre, questi bias attentivi sembrerebbero orientarsi verso stimoli che hanno una certa specificità e coerenza con le paure più rilevanti per la persona. Ad esempio, immagina di avere una fobia specifica per i ragni, e di vedere un leggero movimento con la coda dell’occhio in un angolo scuro del soffitto (stimolo ambiguo) … scommettiamo che il primo pensiero sarebbe quello di aver visto proprio un ragno?
Agender Pride Day: che cosa vuol dire?

Oggi, 19 Maggio, viene celebrato l’Agender Pride Day. Ma che cosa vuol dire? L’Agender Pride Day è uno degli ultimi giorni di sensibilizzazione istituiti dalla comunità LGBTQ+. Essa ha lo scopo di promuovere la consapevolezza della comunità, e di evidenziare le discriminazioni affrontate quotidianamente dalle persone agender di tutto il mondo. Per parlare di Agender, ci muoviamo all’interno del concetto di identità di genere. Le persone Agender sono individui che si identificano comunemente come privi di genere, con un genere neutrale o indefinito, a prescindere dal loro aspetto fisico. È un termine che rientra nel concetto ombrello di non binario, ma che acquisisce una sfumatura specifica. Mentre infatti nel “non-binary” o “queer” rientrano tutte quelle persone che non si riconoscono in un sesso maschile o femminile, il termine Agender pone l’attenzione sulla mancanza di un sentimento riguardo la definizione stessa di genere. Un’altra differenza è tra il significato di agender e quello di gender fluid, spesso confusi. Quest’ultimo, infatti, si riferisce a quegli individui la cui identità oscilla nel tempo lungo lo spettro di genere. Una persona gender fluid può cioè vivere un cambiamento fluido e costante nella propria identità di genere. Può, in diversi momenti della propria vita, definirsi come maschio, femmina, genere neutro o qualsiasi altra identità non binaria. Il concetto di binarismo di genere è oggi sostituito, infatti, dal concetto più complesso di Spettro di Genere. Numerosi campi scientifici, tra cui biologia, endocrinologia, fisiologia, genetica, neuroscienze e scienze riproduttive, hanno confermato che il genere esiste come uno spettro. Riconoscere che il genere è un insieme di tratti biologici, mentali ed emotivi che esistono lungo un continuum (Hildreth, 2021), significa riaffermare un diritto umano fondamentale e inalienabile: quello di libertà. Ma di quale libertà stiamo parlando? Prendo in prestito le parole pronunciate dal prof. Paolo Valerio, citando una precisazione fondamentale in tal ambito. Non stiamo– cioè – riconoscendo la libertà di essere “ciò che si vuole”, quanto piuttosto la libertà di essere “ciò che si è”. Perchè l’identità non è una scelta. L’Agender Pride Day è, in questa direzione, un ulteriore passo nell’agenda per proseguire quel lavoro verso la libertà che non può che partire dal piccolo, da noi.
I test psicodiagnostici come sollievo dal dolore psichico

La valutazione psicodiagnostica è un aspetto molto dibattuto in psicologia, talvolta considerata come un incasellamento della persona in una diagnosi. E se vi dicessi che i test possono essere, per alcuni pazienti, un primo sollievo dal dolore psichico? L’ho scoperto grazie ad A., una ragazza di 17 anni, sveglia e dolce, che mi viene inviata in studio dalla sua terapeuta individuale per una valutazione. A arriva entusiasta agli incontri, afferma di aver intrapreso altri percorsi in passato, con un counselor prima, con uno psicologo poi. Entrambi i percorsi miravano ad offrire un breve supporto ai timori di A. La ragazza lamenta infatti la presenza di una forte ansia, che si presenta con continui pensieri intrusivi che assorbono la sua attività cognitiva, interferendo con lo svolgimento delle normali attività quotidiane. Nonostante A. lamenti tale sintomatologia da almeno tre anni, afferma di non essersi sentita capita a pieno dalla famiglia, che ha chiesto aiuto a professionisti amici per un breve conforto. Se infatti ad A. piace avere un punto di ascolto settimanale, uno spazio dedicato solo a lei, non nota grossi miglioramenti, e sente che non sia l’aiuto di cui ha bisogno. Questa situazione, racconta, non fa altro che aumentare la sensazione di non sentirsi capita fino in fondo. Quando arriva allo studio della terapeuta le cose però cambiano! Questa, infatti, dopo i primi colloqui clinici, decide di fare un approfondimento testologico per comprendere a pieno la sintomatologia e l’organizzazione di personalità. <<Finalmente!>> mi dice A. ansiosa ma soddisfatta, che si sente finalmente considerata nel suo disagio, cercando di valutarne la natura e la pervasività. In particolare, durante un incontro le somministro l’MMPI-A. Quando rientro nella stanza per monitorarne la compilazione, la trovo serena e soddisfatta :<<Ho letto cose che credevo di pensare solo io! Per essere scritte qui vuol dire che anche altri le pensano e le vivono, no?!>>. Nel caso di A., dare innanzitutto una legittimazione alla propria sintomatologia fa parte di un processo terapeutico che pone fine ad anni di confusione e inadeguatezza. Ciò che prova esiste e ha un nome. I test, in questo caso, sono stati un primo sollievo dal dolore psichico di A.
Il percorso psicologico temuto come perdita di sé

Il percorso psicologico a volte può essere temuto come perdita di parti di sé. C. viene in seduta da circa 4 mesi. È da un po’ che studiamo e osserviamo il suo sentimento di colpa, onnipresente appena C. accenna a fare un passo al difuori delle aspettative degli altri in quanto brava figlia, ragazza, studentessa, amica. Questo senso di colpa viene toccato con mano nei diversi e variegati contesti vissuti da C., facendo ormai veloci e chiari collegamenti tra passato e presente. Tuttavia, da qualche incontro sembriamo vivere uno stato di impasse. Ogni volta che, infatti, esploriamo letture e percorsi di azione alternativi alla necessità di rispondere alle richieste altrui, C. resiste, spaventandosi. Per lei, la prospettiva di deludere le aspettative altrui è irraggiungibile: una catastrofe rispetto al disagio provato finora che, sebbene doloroso, è quanto meno conosciuto. Ad uno dei nostri incontri esordisce dicendo che c’è una parte sempre più insistente di lei che vorrebbe lasciare il percorso e accontentarsi della maggiore consapevolezza raggiunta. Un’altra parte, invece, sa di dover continuare fino in fondo. Facendo conversare questi due pensieri, arriviamo ad una metafora. C. dice di trovarsi in una grotta stretta, scura, ma ben arredata. Con l’andamento dei nostri incontri è riuscita a trovare una porta, che da su un corridoio alla cui fine c’è un’uscita luminosa. Mentre raggiunge faticosamente l’uscita, si volta verso quella vecchia grotta che sembra, passo dopo passo, più calda e attraente. Facciamo quindi un esercizio di immaginazione guidata, per provare ad esplorare che cosa ci sia aldilà dell’uscita. C. racconta di attraversare il corridoio e sbucare in un bel prato verde dai colori sgargianti, alberi in fiore e, in lontananza, il cinguettio degli uccellini. Percorrendo un sentiero nelle vicinanze incontra un ruscello, dove decide di bagnarsi. L’acqua è fredda e dissetante. Ma come beveva all’interno della grotta? – si chiede. C. colloca, per logica, un pozzo nella caverna dove dice di trovare dell’acqua calda, che riscalda ma non disseta. <<Ma a me piace l’acqua calda!>> – dice C. – <<e ora ho paura di non trovarla più>>. Comincia a spaventarsi: <<e se ci sono animali feroci? E dove dormo quando cala il sole? >>, si chiede, cercando riparo nella grotta. Spesso, intraprendere un percorso psicologico porta con sé la paura di dover abbandonare delle parti di sé. Sono quelle parti che ci hanno tenuti in vita fino ad ora nel migliore dei modi possibili. Riprendo la metafora dell’acqua per spiegare il processo di cura: il punto non è scegliere tra acqua fredda o calda, quanto impegnarsi insieme per costruire un rubinetto che possa darci acqua fresca quando siamo assetati e acqua calda quando abbiamo freddo. Analogamente, la terapia è quel percorso che porta a riconoscere la necessità di entrare in grotta al riparo dal freddo, con la gioia di uscire al mattino seguente.
La fine del percorso psicologico dagli occhi dello psicologo

La fine di un percorso psicologico, vi siete mai chiesti com’è vissuto attraverso gli occhi dello psicologo? N. entra nella stanza radiosa, noto con piacere la cura riposta nella scelta dell’abbigliamento. <<Ora mi piace guardarmi allo specchio>>, disse con orgoglio qualche seduta precedente. Legge spedita gli homework assegnati per la settimana. Ricordo i primi esercizi letti con difficoltà, la vista offuscata dal timore di apparire incapace persino ad un semplice compito di lettura e comprensione del testo, di essere esposta al giudizio di una psicologa molto più giovane di età. Anche lo sguardo è vivo e presente, non si perde più nella parete dietro la mia poltrona e N. non mi chiede di ripetere ancora una volta ciò che sto dicendo. <<L’ansia>>, mi dice, <<è ancora qui con me. Ma ora non ho paura. So di essere più forte di questa vecchia amica>>. Dopo aver ascoltato in silenzio gli homework e il racconto della settimana, accenno un sorriso sereno:<<sa che giorno è oggi?>> . N., un po’ preparata a questa notazione, risponde veloce :<< Sono sicura manchino almeno altri due incontri!>>. Sorrido accogliente, ma resto in attesa. N. resta un po’ in silenzio, lo sguardo timido, come prima di un saluto che teme di essere l’ultimo. <<… e adesso?>>. Io ed N. avevamo concordato l’obiettivo di raggiungere una maggiore “chiarezza”, come lei dice al primo incontro. La capacità di capire cosa stesse provando, pensando e agendo in determinati momenti. Di raggiungere inoltre quegli strumenti per fronteggiare i momenti di “crisi”, quando cioè l’ansia diventa molto forte ed N. non riesce a mettere a frutto quanto raggiunto nelle terapie precendenti. <<Io sono soddisfatta di ciò che abbiamo raggiunto insieme>>, le dico. <<Si, ma insieme…>>, incalza lei. <<Ciò che abbiamo fatto qui insieme mi sembra lei lo abbia reso sempre più parte di sè…ricorda com’era all’inizio?>>. Ripercorriamo le tappe del percorso e le risorse emerse. N., che ha portato più volte in seduta la sua paura di non riuscire a “camminare” sicura da sola, accetta la mia proposta di rivederci tra due settimane, per cominciare a vedere come va in autonomia. Mi ringrazia per la fiducia che sto mostrando in lei. Quando un percorso psicologico finisce, è il più delle volte una gran gioia. Osservo con fierezza L. riappropriarsi della propria autonomia. Ma quando un percorso finisce non chiudi la porta. Quella poltrona che N. ha definito talvolta scomoda e dura, è sempre pronta ad accogliere, a rispolverare quelle risorse che ogni tanto non riusciamo a vedere. <<Di ogni percorso fatto mi porto una frase. Da questa mi porto: “non importa quanto grande, ma nessuna difficoltà potrà mai essere più grande di me>>. Per N. l’ansia non è più così grande. Per me N. ora lo è di più. Quando finisce un percorso psicologico, dagli occhi dello psicologo.