Vecchiaia tra aspetti fisici e psicologici

La vecchiaia è un fenomeno non soltanto naturale e biologico bensì anche psicologico. Il termine fa molta paura e richiama alla nostra attenzione accezioni prevalentemente negative. Aspetti della senescenza si riscontrano quando una persona comincia a guardare al proprio passato con nostalgia e al futuro con ansia e insicurezza. Durante la vecchiaia, il passato appare globalmente sotto una luce positiva mentre il presente e il futuro si prospettano carichi di inquietudine. Secondo una descrizione dell’invecchiamento psicologico “tipico”, potremmo dire che l’anziano si muove e pensa lentamente. Non è più creativo perché ancorato al proprio passato. In genere, un anziano non desidera affatto imparare cose nuove e ha in antipatia le innovazioni. Troppo legato alle proprie convinzioni personali, vive senza aspirazioni, abbandonandosi ai ricordi. Oltre a non avanzare, l’anziano spesso regredisce, entra in una specie di seconda infanzia, diventando sempre più egocentrico, irritabile e litigioso. L’anziano “tipico” è una persona debole e priva di interessi, che occupa una posizione sociale emarginata, che ha perso qualsiasi ruolo sociale, sentendosi un peso per la famiglia e per se stesso. In effetti, è da considerarsi troppo semplicistica la visione dell’anziano come persona debole e priva di interessi. La maggior parte delle persone di età avanzata (circa il 70-75%) infatti, è intellettualmente abile e interessata all’ambiente che la circonda.D’altronde, negli anziani che presentano declini intellettuali spesso la causa non è necessariamente l’inevitabile processo biologico dell’invecchiamento bensì tutta una serie di stress psico-emotivi legati all’avanzare dell’età. Problemi legati alla salute, impedimenti nello svolgimento delle attività quotidiane, mancanza di partecipazione ad attività gratificanti, scarsa quantità dei contatti sociali, luogo di residenza inadeguato, problemi economici, sono esempi di stress che almeno in buona parte potrebbero essere prevenuti o trattati. Altra considerazione è che gli aspetti della vecchiaia sono molto vari a seconda delle caratteristiche socioculturali, professionali. Diventa quindi impossibile pensare che le persone anziane costituiscano un gruppo omogeneo dal punta di vista psicologico. La vecchiaia diventa così un’esperienza del tutto personale, che, pur essendo certamente il risultato di fenomeni di deterioramento biologico comuni alla media delle persone, è conseguenza dell’accumularsi di tutti quei particolari traumi fisici e psicologici che contrassegnano l’esistenza di ogni essere vivente in modo diverso dagli altri.
Gli shopaholic e gli acquisti compulsivi

Negli ultimi anni, si è sempre più diffusa la tendenza agli acquisti compulsivi, tanto da stabilire il termine di shopaholic per indicare coloro che ne “soffrono”. Complici di questo atteggiamento sono innanzitutto il facile accesso ai beni da acquistare, come gli store online, e le continue offerte e sconti proposti. Anche il costo definito “cheap”, economico, del prodotto in vendita ha il suo ruolo di spinta verso l’acquisto. Gli shopaholic, secondo gli psicologi, sono degli acquirenti spinti dall’impulso, più che da un reale bisogno dell’oggetto in se. Essi sviluppano una vera e propria dipendenza dallo shopping. Quest ultimo infatti, ha il magico potere di rilasciare endorfine che migliorano, pur per un brevissimo periodo, l’umore. L’aspetto terapeutico dello shopping è risaputo ed è apprezzato dalla maggior parte delle persone, che attraverso l’acquisto di qualcosa migliorano la propria giornata o la propria autostima. Quindi, se da un lato, farsi dei regali o semplicemente acquistare qualcosa ci da un’ondata di benessere, il rovescio della medaglia ha i suoi lati meno piacevoli. Innanzitutto, gli shopaholic, sono spesso in preda all’ansia. Il senso di appagamento in seguito alle spese folli, è così effimero e transitorio, che mette in atto il meccanismo di compensazione attraverso un nuovo acquisto. Un gatto che si morde la coda, in cui si fa shopping per sentirsi soddisfatti del comportamento, ma non del bene acquistato. Così, nasce un nuovo senso di inquietudine che può essere lenito attraverso altre spese. Altro aspetto correlato alla dipendenza sono le relazioni sociali. In primis, i familiari risentono degli effetti negativi di questa dipendenza. L’aspetto economico e gli spazi per riporre gli oggetti che si riducono sono argomenti di discussione e litigi continui con gli shopaholic. Si finisce con l’essere degli accumulatori di cose, talvolta anche utili, come i libri. Nella società del consumismo e dell’immediatezza, razionalizzare sugli acquisti è un’ottima presa di coscienza su quale sia il personale bisogno degli oggetti. In questo modo possiamo acquistare solo ciò che serve veramente e liberarci del superfluo.
Kintsugi e l’arte di rimettere insieme i cocci

La tecnica del Kintsugi è usata da secoli in Giappone per riparare gli oggetti in ceramica rotti, riempiendo così le crepe formatesi con una speciale mistura. L’idea di rendere visibili le linee riparate e il materiale utilizzato, l’oro e l’argento appunto, conferiscono preziosità e unicità al nuovo oggetto ottenuto. Metaforicamente parlando, l’arte del Kintsugi può essere applicata di fatto alla psicologia e alla psicoterapia. L’esperienza personale di dolore devasta e manda, di conseguenza, in frantumi l’equilibrio psicologico. In seguito ad un evento traumatico, infatti, l’individuo può sentirsi “in mille pezzi “ proprio come un vaso rotto. Ogni oggetto di ceramica che si rompe, si divide in modo unico in tanti pezzi di varia dimensione; allo stesso tempo, uno stesso evento doloroso spacca in maniera differente ciascuno dei protagonisti. Con questa idea di ricostruzione, ripartendo dai cocci stessi, pezzo per pezzo è pazientemente e opportunamente rimesso al proprio posto. Il lavoro psicologico parte proprio dai mille resti che devono essere analizzati e accorpati in maniera che combacino alla perfezione. Il terapeuta , insieme al paziente, crea quella speciale mistura di oro che andrà ad incollare pian piano tutti i pezzi, senza tralasciare niente, affinchè l’individuo possa risentirssi nuovamente tutto intero. Punto di forza dell’arte giapponese è proprio il ricostruire, rendendo l’oggetto non solo prezioso, perchè intessuto con l’oro, ma soprattutto unico. Allo stesso tempo, con l’aiuto del terapeuta, si rimarca l’unicità e la preziosità del proprio essere, anche quando tutto sembra perduto. Il Kintsugi e l’approccio psicologico alle rotture mirano così a ridare valore alle cose e alle persone, puntando a rivalutare la propria immagine e la propria autostima anche e soprattutto dopo aver subito un evento doloroso e devastante, di qualsiasi natura.
Il metaverso e un approccio equilibrato ad esso

Negli ultimi anni, l’avvento del metaverso è diventato argomento di discussione e di curiosità in diverse discipline, sia scientifiche che umanistiche. L’utilizzo costante di internet ha fatto sì che si sviluppasse la possibilità di creare una realtà virtuale o aumentata, fruibile da tutti e con avatar con caratteristiche a scelta. I sostenitori del metaverso lo considerano come una vantaggiosa opportunità per vivere una realtà alternativa o parallela alla propria. L’utente costruisce un personaggio, che svolge la propria vita, stabilisce relazioni sociali, si crea una famiglia e lavora, realizza degli spazi che mette a disposizione anche degli altri. Tutto questo determina un’esperienza immersiva di condivisione di spazi e luoghi, ovviamente di tipo esclusivamente virtuali. Il metaverso è quindi considerato un “luogo” che garantisce relazioni sociali, mediante la connessione; uno spazio di condivisione in cui non esistono distanze. In effetti, le potenzialità offerte dalla rete e dal suo utilizzo, hanno un rovescio della medaglia, soprattutto se si pensa agli effetti psicologici sull’essere umano. In primis, la possibilità di creare personaggi dall’espetto gradevole, perfetto e talvolta poco realistico, determina una minaccia alla propria autostima. Il mondo creato, dove tutti ostentano pregi e non hanno difetti, determina l’eventualità di vivere poi il proprio corpo e la propria personalità con disagio. Dal punto di vista della socializzazione, i potenziali effetti negativi possono essere ricercati, quindi, nell’illusione di avere tanti amici. Il sentire l’esigenza di dover passare molto tempo nel metaverso, privilegiandolo e a discapito della vita reale, diventa un campanello di allarme e di riflessione. Spesso, quando la propria vita, fatta di contatti fisici e emozioni, non è più soddisfacente, si tende a ricercare un altrove, che possa nuovamente farci sentire bene. Il metaverso è utile se lo si considera opportunamente un prolungamento della realtà vissuta e non un rifugio confortevole o un’alternativa ad essa.
Halloween e la legittimità della paura

Stasera, per la serata di Halloween, la paura è l’emozione che possiamo manifestare senza riserve e senza timore. Com’è ben noto a tutti, la festa di oggi è quella più spaventosa di tutte, è quella in cui prevalgono costumi, addobbi e maschere che suscitano paura. Fantasmi, zombie, vampiri, ragni e ragnatele sono gli elementi tipici di Halloween, per le loro caratteristiche mostruose. Ad essi, però ,si affiancano anche dettagli piacevoli, come mele candite e zucche sorridenti. L’ambivalenza nasce da una esigenza intrinseca di dover esorcizzare una delle emozioni più temute di tutte, la paura appunto. Essa infatti è sempre considerata esclusivamente nel suo aspetto negativo, facendo in modo che debba essere evitata il più possibile. Per questo motivo, la festa di Halloween nasce dall’esigenza di esorcizzare e poter manifestare liberamente ciò che tendiamo ad allontanare il più possibile da noi. Avere paura nel giorno della festa non ci fa provare vergogna nei confronti di questa emozione. Al contrario, andiamo alla ricerca di giochi, luoghi ed esperienze spaventose che ci permettono di vivere la paura al massimo. In effetti, la paura è una delle emozioni primarie, che aiutano l’individuo a carpire ed individuare eventuali pericoli dell’ambiente. Essa era di vitale importanza nei primi uomini, perchè segnalando una situazione pericolosa, ne permetteva la sopravvivenza anche in ambienti ostili. Oggigiorno, i simboli più utilizzati nella festa hanno ovviamente un carattere puramente allegorico, e attraverso il gioco o le simulazioni, le persone hanno la possibilità di sperimentare esperienze negative, senza esserne profondamente turbati. Anche i bambini, infatti , percepiscono che quella paura provata, durante la festa di Halloween, è circoscritta all’esperienza, ed è vissuta in un ambiente sicuro. Ma comunque non si può rinunciare, almeno il 31 ottobre, a quel brivido che sale lungo la schiena.
Voyeur social: una generazione di guardoni

Renato Zero in un successo del 1989 cantava “Siamo tutti voyeur”, anticipando così gli atteggiamenti della generazione digitale, figlia dello sviluppo della rete internet. Nell’era della globalizzazione e della realtà virtuale, le ore trascorse online sembrano essere comunque poche, rispetto alla potenzialità dell’offerta della rete stessa. Questo atteggiamento ci ha portato ad usare internet per facilitare le nostre ricerche e la socializzazione. D’altro canto, però, abbiamo tutti la necessità di avere profili social per comunicare in tempo reale con i nostri amici, e non solo. Uno dei fenomeni molto diffuso tra gli internauti è l’oversharing. Rappresenta coloro che hanno un bisogno interiore di pubblicare qualunque cosa sui social per ricevere una gratificazione virtuale. Il rovescio della medaglia è che se c’è qualcuno che pubblica un post, ci sono tante persone che lo guardano. Il voyeur social, infatti, è la condizione in cui un individuo trascorre il proprio tempo, a volte non solo quello libero, a guardare le pubblicazioni degli altri. Dal punto di vista psicopatologico, il voyeurismo è un disturbo della sfera sessuale, che spinge l’individuo a spiare l’intimità degli altri, in tutte le sue forme. Spostando il concetto alla vita quotidiana, tutti noi, da quando ci svegliamo, fino al momento di riaddormentarci, siamo soliti dare una sbirciata ai social. Guardiamo chi ha pubblicato post o storie, spinti da una tale curiosità, che si esaurisce solo dopo aver spulciato per bene tutte le novità che ci erano sfuggite. Così, andiamo a vedere cosa indossa quell’influncer di moda, cosa ha cucinato lo chef, o ancora cosa ha comprato di bello e irrinunciabile il nostro beneamino. Questo tipo di atteggiamento ci porta ad essere sempre connessi e non riuscire a staccare la spina e incuriosirci del mondo che ci circonda realmente. Siamo diventati una sorta di Grande Fratello di Orwell al contrario, in cui ci esponiamo volontariamente agli altri, entusiasti di arrivare sugli smartphone di tutti.
Oversharing e il bisogno di pubblicare sui social

Il fenomeno dell’oversharing, con lo sviluppo di nuovi social, sta dilagando non solo tra i più giovani. Esso consiste nella tendenza a pubblicare, continuamente, sui propri profili, molti aspetti della vita personale. Negli ultimi anni, infatti, è cresciuta molto l’esigenza di esporre se stessi allo sguardo altrui, condividendo luoghi, emozioni, il proprio corpo e le proprie esperienze. Questo tipo di atteggiamento e soprattutto la risposta positiva dei followers, stimola il rilascio di dopamina che attiva i centri del piacere nel nostro cervello. Più pubblichiamo stati sui social e più ci prolunghiamo il senso di benessere. Come ogni forma di apprendimento, il ricevere il complimento o il like virtuale, genera in noi un rinforzo positivo per il nostro comportamento. In questo modo, impariamo a sviluppare tale strategia, che ci induce a reitera questo atteggiamneto nel tempo, affinché la felicità si mantenga per un periodo prolungato. Il motivo dell’oversharing sembrerebbe apparentemente legato ad aspetti di egocentrismo. Le persone adorano essere al centro dell’attenzione altrui. Pubblicano continui aggiornamenti della loro vita privata, convogliando commenti e like. In realtà, l’aspetto principale del fenomeno sta proprio nella gratificazione ricevuta. Ciò che si mette in mostra, non è solo il corpo, ma ogni pretesto diventa giusto per condividerlo con gli altri, a meno che non sia un vero e proprio lavoro. Dunque anche i pensieri propri o aforismi altrui, bei piatti preparati da sè o da uno chef che devono essere gustati, luoghi in cui ci si trova, sono gli argomenti di maggiori pubblicazioni. Così facendo, il post pubblicato diventa il veicolo per attivare un’ondata di piacere, che ci accompagnerà fino a quello successivo. Basta ricordarci sempre che il benessere non deve arrivare esclusivamente dal web, ma c’è tutto un mondo intorno a noi. Sta, comunque, a noi capire come mantenere un buon livello di gratificazione.
Il complimento al tempo dei social

Il complimento è una delle più belle forme di affetto e ammirazione verso l’altro. Quando si fa un complimento, infatti, si stimola nell’altra persona una scarica di dopamina, ormone che da il senso del piacere al nostro corpo. Lo sviluppo dei social media ha portato tutti noi, in maniera più o meno variabile, a sentire la necessità di ricevere un complimento gratuito dalla rete. Abbiamo infatti preso l’abitudine di postare foto, pensieri e riflessioni, talvolta neanche frutto del nostro io, solo per poter ricevere il tanto agognato Like. Ovviamente, quando pubblichiamo su un social, cerchiamo approvazione dagli altri e stiamo lì a guardare continuamente il nostro profilo gongolando ad ogni nuova notifica. Siamo alla ricerca del complimento digitale, come se fosse la nostra unica fonte di piacere e benessere. Nutriamo la nostra autostima attraverso l’approvazione. Trasformiamo il like in un abbraccio di cui riusciamo addirittura anche a percepirne il calore. Questo atteggiamento, da solo, riesce ad offuscare il nostro cervello, al punto da non credere che dietro il complimento in rete, come nella vita reale, del resto, ci può anche essere mancanza di sincerità. Cominceremo a selezionare le persone, in base alle risposte positive ai nostri post, incuranti di quanto su internet riusciamo ad essere “generosi” di Like, elargendoli a destra e a manca.Cambieremo perfino atteggiamento digitale con chi ci ha regalato il complimento, inglobandolo nella cerchia di persone con cui, inconsciamente, ci sentiremo in obbligo di ricambiare alla prima occasione. Sappiamo bene quanto sia piacevole ricevere il complimento, ma impariamo anche che a capire cosa è veramente importante per noi e per la nostra crescita. Il più dolce di tutti i suoni è il complimento. (Senofonte)
Le maschere che mettiamo più o meno consapevolmente

Il mondo delle maschere appare a tutti noi così divertente e spensierato quando siamo piccoli. Ci riporta al Carnevale, al periodo in cui abbiamo la libertà di fare scherzi e fingere di essere qualcun altro. Con la crescita, però, il significato della maschera assume una valenza negativa. Essa diventa sinonimo di falsità, di simulazione e di ipocrisia. Spesso c’è la tendenza ad accusare gli altri di indossare delle maschere quando si rapportano con gli altri, attribuendo un comportamento poco sincero. C’è l’idea che la maschera, in realtà, trasformi le persone in qualcuno di negativo e pericoloso, in un individuo che possa, dunque, pugnalarci alle spalle. Per comprendere bene l’aspetto psicologico della maschera bisogna innanzitutto ricorrere alla sua originaria accezione. Le maschere, infatti, hanno origine nel teatro latino e greco, e venivano utilizzate per inquadrare dei ruoli da dover interpretare. Proprio sulla scia di questo significato, lo psicoanalista Jung, identificò nell’ archetipo della Persona, l’immagine che un individuo dà di se stesso nel mondo esterno. Noi ci confrontiamo continuamente con la realtà e con dei ruoli da vivere. Le maschere rappresentano proprio queste vesti che ci permettono di adeguarci all’ambiente che ci circonda. Le maschere sono, dunque, un aspetto importante della nostra quotidianità: tutti noi ne indossiamo e ne cambiamo continuamente una, a seconda del nostro interlocutore o dell’ambiente.L’aspetto pericoloso delle maschere consiste però in un’aderenza perfetta tra il ruolo interpretato e la nostra reale essenza. Nel momento in cui mettiamo da parte sempre noi stessi favorendo esclusivamente il ruolo della maschera, stiamo effettuando una forzatura del nostro Io. Costruiamo una immagine di noi stessi, attraverso il ruolo interpretato e non teniamo conto delle nostre esigenze e dei nostri desideri. La maschera ci serve come mediatore tra il mondo esterno e interno e non come strumento di compiacenza degli altri.
Vivere il mio presente nel qui e ora.

L’attenzione posta al vivere il qui e ora è un lavoro molto importante in ambito psicologico. Esso rappresenta il punto cruciale per la stabilire la relazione terapeuta-paziente. È lo strumento che serve come spunto di riflessione per il proprio vissuto emotivo e comportamentale. Il termine deriva dalla famosa citazione Latina di Orazio, “Hic et nunc”, per sottolineare un concetto spazio-temporale. Esso costituisce, in realtà, un modo per dare valore all’istante, al momento. Grazie alle discipline orientali, oggi si è molto diffusa l’idea del qui e ora, come opportunità personale per fermarsi un attimo e vivere il proprio presente, imparando a percepire emozioni, sensazioni, comportamenti propri e altrui. Il continuo progresso tecnologico ci sta abituando ad una velocità tale, che siamo già proiettati nel futuro senza renderci conto di cosa ci sta offrendo il presente. Se facciamo un viaggio, parte del nostro tempo lo utilizziamo per scattare delle foto, che poi ritocchiamo con filtri e condividiamo sui nostri social. Se ci stiamo allenando in palestra o all’aria aperta, c’è sempre tempo per un selfie da postare e commentare con gli altri. E così non diamo né attenzione né valore al nostro corpo. Siamo costantemente alla ricerca di una connessione digitale con gli altri che ci dimentichiamo che prima esistiamo noi. Apprezziamo o critichiamo le attività postate in rete da chiunque, al punto che non ci soffermiamo più sul nostro vivere il quotidiano. Un atteggiamento del genere, reiterato nel tempo, determina il focalizzare l’attenzione prevalentemente sugli altri e sulle loro opinioni, minando seriamente la nostra autostima. Ci adeguiamo alle opinioni altrui, come se fossero le nostre, solo perché non facciamo focus su di noi. Ci lamentiamo di non avere tempo a sufficienza per noi stessi e quando ne abbiamo l’opportunità non sappiamo apprezzarlo , continuando a dare attenzione alle cose che ci circondano. Per essere felici, bisogna saper vivere il presente. Quando il presente non c’è, non si è felici. Tutti sono capaci di dire “Come ero felice a vent’anni!” Che poi non è vero, non si era felici a vent’anni. Tutti sono capaci di vivere proiettandosi nel futuro: “Farò… dirò…” Il saggio, invece, è colui che realizza il presente (Luciano De Crescenzo)