Sensation seeking: il piacere nel rischio

Che cos’è la sensation seeking? L’essere umano è sempre stato attratto dall’idea dell’avventura e dell’eccitazione; per alcune persone, però, questa ricerca di stimolazione è più spasmodica che per altre. La tendenza verso la ricerca del rischio ha interessato diversi studiosi ricercatori nel campo della psicologia, portando alla formulazione del concetto di “sensation seeking”. La ricerca di sensazioni, chiamata appunto sensation seeking, rappresenta uno dei motivi impliciti che può spingere un individuo a preferire attività rischiose nella scelta di come impiegare il proprio tempo. Questa spinta motivazionale è direttamente correlata alla ricerca di novità (novelty seeking) e si riflette nella volontà di percepire sensazioni nuove ed intense. La sensation seeking, nello specifico, è un tratto di personalità che fa riferimento alla ricerca di esperienze nuove e complesse e alla volontà di correre dei rischi correlati alle emozioni intense che ne possono scaturire. Per i sensation seeker, ovvero le persone che ricercano questo tipo di stimoli, non è importante il risultato finale dell’attività, bensì il piacere provato nell’affrontare e padroneggiare la situazione rischiosa. Ad esempio, non sarà fondamentale raggiungere la vetta, ma arrampicarsi privi dei necessari supporti in luoghi poco agevoli. Differenze individuali Marvin Zuckerman, professore presso l’Università del Delaware, ha individuato per primo la sensation seeking, descrivendola come “un tratto definito dalla ricerca di comportamenti a rischio, sensazioni ed esperienze varie e intense, e dalla disponibilità a correre rischi fisici, sociali, legali e finanziari, per il piacere di tali situazioni”. La sua spiegazione alla base della sensation seeking si basa un modello in cui fattori genetici, biologici, psicofisiologici e sociali si trovano ad interagire tra loro, influenzando così le preferenze individuali ed i conseguenti comportamenti ed atteggiamenti. Diversi studi, tra cui si possono citare nuovamente quelli di Zuckerman, hanno fatto emergere una differenza significativa che contraddistingue le persone con un alto livello di ricerca di sensazioni: l’arousal. L’arousal, ossia il livello di attivazione del sistema nervoso, risulta essere tendenzialmente più elevato in queste persone e ciò porta ad una necessità di sensazioni più intense per raggiungere il loro livello ottimale di eccitazione e poter percepire la stimolazione. Caratteristiche della sensation seeking Al fine di valutare le differenze individuali nella stimolazione sensoriale necessaria per potersi sentire attivati, Zuckman ha elaborato una scala specifica, la Sensation Seeking Scale. Tale questionario è stato elaborato strutturando il costrutto in quattro differenti componenti: Ricerca di brivido e d’avventura (thrill and adventure seeking): riflette una tendenza a favorire attività rischiose nell’impiego del proprio tempo libero che portino a sensazioni forti; Ricerca di esperienze (experience seeking): riguarda il desiderio di provare nuove attività stimolanti di differenti tipi che riflettano una diversità ed un’originalità; Disinibizione (disinhibition): fa riferimento ad una tendenza a liberarsi delle inibizioni in differenti contesti sociali attraverso, ad esempio, comportamenti eccessivi durante le feste, comportamenti sessuali promiscui, elevato consumo di alcolici; Suscettibilità alla noia (boredom susceptibility): indica una tendenza ad evitare tutto ciò che può apparire monotono e ripetitivo, il che comprende l’esclusione di vari eventi e contesti sociali ma anche di persone ritenute noiose. Conclusioni Un alto livello di sensation seeking può portare le persone ad essere più aperte a nuove esperienze, a viaggi avventurosi con conseguente conoscenza del mondo e delle varie culture, può anche portare ad una maggiore creatività, innovazione e successo personale. Tuttavia, la scarsa percezione del rischio, o meglio la ricerca attiva dello stesso, può comportare anche rischi significativi. La ricerca di sensazioni, infatti, potrebbe portare le persone ad un’inclinazione verso comportamenti pericolosi, quali abuso di sostanze o guida spericolata, i quali potrebbero causare grandi rischi per la propria salute. Inoltre, sono emerse correlazioni anche con una maggiore vulnerabilità riguardante la salute mentale, in quanto la difficoltà nel trovare attività soddisfacenti nella quotidianità potrebbe portare a sintomi ansioso-depressivi. Bibliografia De Beni, R., Carretti, B., Moe, A., & Pazzaglia, F. (2008). Psicologia della personalità e delle differenze individuali (pp. 1-229). Il mulino. Earleywine, M., & Finn, P. R. (1991). Sensation seeking explains the relation between behavioral disinhibition and alcohol consumption. Addictive behaviors, 16(3-4), 123-128. Kish, G. B., & Donnenwerth, G. V. (1969). Interests and stimulus seeking. Journal of Counseling Psychology, 16(6), 551. Malkin, M. J., & Rabinowitz, E. (1998). Sensation seeking and high-risk recreation. Parks and Recreation, 33(7), 34-40. Zuckerman, M. (1971). Dimensions of sensation seeking. Journal of consulting and clinical psychology, 36(1), 45. Zuckerman, M. (1984). Sensation seeking: A comparative approach to a human trait. Behavioral and brain sciences, 7(3), 413-434. Zuckerman, M. (1994). Behavioral expressions and biosocial bases of sensation seeking. Cambridge university press. Zuckerman, M. (2014). Sensation seeking (psychology revivals): Beyond the optimal level of arousal. Psychology Press. Zuckerman, M., 1979. Sensation seeking: beyond the optimal level of arousal. L. Erlbaum Associates. Zuckerman, M., Eysenck, S. B., & Eysenck, H. J. (1978). Sensation seeking in England and America: cross-cultural, age, and sex comparisons. Journal of consulting and clinical psychology, 46(1), 139.
Self-Doubt e successo professionale: quale relazione?

Self-Doubt e successo professionale: quale relazione? Questa settimana, le colleghe hanno pubblicato diversi articoli sul blog molto interessanti, che riguardano la sindrome dell’impostore, e gli effetti negativi e positivi dell’autocritica. Leggendo questi articoli, mi viene in mente un lavoro molto interessante che ritengo crei tra di essi un link chiarificatore. In particolare, alcuni autori mostrano dove sia giusto porsi, lungo il continuum che ha ai suoi poli una sprezzante sicurezza delle proprie capacità e un costante dubbio sul sè, per riuscire ad essere lavorati “sufficientemente buoni” , e individui appagati. Niessen-Lie e colleghi (2017), nell’articolo “Love your-self as a person, doubt your-self as a therapist”, studiano il costrutto del Self-doubt nel successo professionale. Esso, a differenza dell’autocritica, è circoscritto al contesto di performance lavorative, ed è definito come la capacità di mettere in dubbio il proprio operato professionale. I ricercatori notano che un alto punteggio al self-doubt è correlato ad un buon successo lavorativo. Questo è vero solo quando è accompagnato da un alto punteggio alla self-affiliation (la capacità di fare esperienza di soddisfazione intrapersonale) e da una capacità di coping costruttivo (cioè mettere in atto le proprie risorse per risolvere il problema presentato). In altre parole, mettere in dubbio il proprio operato lavorativo permette di correggere in corso d’opera eventuali errori lavorativi, capacità fondamentale per il successo professionale. Questo è vero però solo se abbiamo un’autostima e un amore per il sé sufficientemente alto, da riuscire a mobilitare strategie di coping efficaci e a vivere relazioni soddisfacenti con gli altri (colleghi, clienti o pazienti). L’autocritica è una strada verso il successo, ma solo se si è capaci di amarsi abbastanza come “persone”.
Self-control negli adolescenti: ruolo di mediazione su depressione e disturbi alimentari?

Uno degli aspetti che caratterizza l’adolescenza e la giovinezza è l’impulsività, la tendenza ad agire. Tuttavia, l’autocontrollo è molto importante per l’adattamento in fase adolescenziale. Questo, inoltre, è associato a depressione e tendenza ai disturbi alimentari. Può il self-control avere un ruolo di mediazione tra i due durante l’adolescenza? Depressione e disturbi alimentari La depressione è una delle principali cause di malattia e disabilità tra gli adolescenti. Il disturbo depressivo adolescenziale è caratterizzato principalmente da sentimenti negativi e può essere accompagnato da vari gradi di cambiamenti cognitivi e comportamentali, sintomi psicotici, autolesionismo impulsivo non suicida (NSSI) e suicidio impulsivo, tra gli altri. I sintomi del disturbo alimentare sono altamente prevalenti negli adolescenti. I disturbi alimentari, che comprendono anoressia nervosa, bulimia nervosa e disturbo da alimentazione incontrollata, sono caratterizzati da mangiare impulsivo o seguire diete compulsivamente e sono il risultato dell’interazione tra specifici aspetti culturali e fattori psicosociali. La comorbidità della depressione con i disturbi alimentari è comune e può aumentare la gravità e la cronicità di entrambe le condizioni: uno studio ha dimostrato che l’80% dei pazienti con disturbo alimentare ha disturbi emotivi, dove la depressione è la più comune[1]. È stato riscontrato che l’impulsività è un fattore che contribuisce in modo significativo alla depressione e ai disturbi alimentari[2]. Lo studio su self-control, depressione e disturbi alimentari negli adolescenti Lo studio di Li, Li, Qi, Song e Chen (2021)[3] ha avuto l’obiettivo di indagare la relazione tra depressione e disturbi alimentari e il ruolo di mediazione che può svolgere l’autocontrollo negli adolescenti. In totale, 1.231 adolescenti cinesi, tra gli 11e i 18 anni, hanno partecipato a questo studio compilando dei questionari. I risultati mostrano come il 42,5% degli adolescenti del campione soddisfaceva i criteri per la depressione, mentre l’8,6% era a rischio di sviluppare disturbi alimentari. In tutto, l’11,9% degli adolescenti con depressione soddisfaceva anche i criteri del disturbo alimentare. Lo studio[3] ha riscontrato un’elevata incidenza di depressione e disturbi alimentari tra gli adolescenti. Questi sembrano avere una relazione circolare, rafforzandosi a vicenda nel tempo. Inoltre, i risultati mostrano come la depressione non fosse correlata a sesso, età e peso corporeo. Un significativo effetto di mediazione (12,8%) del sistema degli impulsi è stato osservato tra depressione e tendenze ai disturbi alimentari negli adolescenti. La depressione era positivamente correlata con ogni fattore del sistema di controllo. Ciò significa che maggiore è il livello del sistema di controllo individuale, maggiore è il rischio di depressione. Maggiore è il controllo degli adolescenti sulle proprie emozioni e comportamenti, più evidente è la ribellione interiore. Se non riescono a trovare uno sfogo adeguato, si sentiranno sempre più depressi. Le tendenze ai disturbi alimentari erano correlate positivamente con tutti i fattori del sistema degli impulsi. Ciò significa che maggiore è il livello di impulsività, maggiore è il rischio di disturbi alimentari. Conclusione Questo studio ha dimostrato che il sistema degli impulsi potrebbe esercitare effetti di mediazione tra depressione e tendenza a sviluppare disturbi alimentari negli adolescenti. Tali risultati, tuttavia, devono essere letti e interpretati contestualmente alla realtà sociale e culturale in cui sono stati sviluppati, ovvero quella della Cina. In ogni caso, guidare gli adolescenti a controllare il grado di impulsività e depressione può essere di grande importanza per prevenire i disturbi alimentari. I risultati hanno possibili implicazioni cliniche e sottolineano il potenziale ruolo dell’autocontrollo nello sviluppo dei disturbi alimentari e quindi possono diventare potenziali bersagli terapeutici preventivi. Inoltre, i risultati sottolineano l’importanza degli interventi terapeutici mirati alla regolazione emotiva in questi disturbi, come interventi volti ad apprendere strategie più sane per far fronte al disagio. Fonti [1] Godart N, Radon L, Curt F, Duclos J, Perdereau F, Lang F, et al. (2015). Mood disorders in eating disorder patients: prevalence and chronology of ONSET. J Affect Disord., 185:115–22. doi: 10.1016/j.jad.2015.06.039 [2] Del Carlo A, Benvenuti M, Fornaro M, Toni c, Rizzato S, Swann AC, et al. (2012). Different measures of impulsivity in patients with anxiety disorders: a case control study. Psychiatry Res., 197:231–6. doi: 10.1016/j.psychres.2011.09.020 [3] Li H-J, Li J, Qi M, Song T-H and Chen J-X (2021). The Mediating Effect of Self-Control on Depression and Tendencies of Eating Disorders in Adolescents. Front. Psychiatry 12:690245. doi: 10.3389/fpsyt.2021.690245
SELF-COMPASSION: avere un atteggiamento compassionevole verso se stessi

Come riconoscere la propria sofferenza e rispondere con gentilezza. Che cos’è la self compassion? E perchè è così importante? La self- compassion è un’abilità che presuppone un atteggiamento di cura verso se stessi. In molti modelli terapeutici basati su evidenza scientifiche sta trovando ampio utilizzo e numerosi sono i benefici nei disturbi d’ansia, disturbi dell’umore, traumi, dipendenze. Ma non solo! La vita spesso ci pone davanti a delle grandi sfide a cui noi rispondiamo trattandoci con giudizi critici e severi. Avere questo tipo di atteggiamento, invece, implica essere consapevoli che tutti soffriamo nella vita e che non siamo soli. La self-compassion è stata introdotta da Kristin Neff. Fa parte delle cosiddette psicoterapie della terza onda, come l’acceptance and compassion therapy (ACT). Secondo la Self-Compassion alcuni degli ingredienti cardine per sviluppare un atteggiamento compassionevole verso se stessi sono: La consapevolezza nei confronti dei propri vissuti, delle proprie esperienze interne aiuta ad accettarsi riducendo o eliminando il giudizio. La connessione con gli altri esseri umani e con l’universalità della sofferenza. Un atteggiamento gentile nei confronti di se stessi. Quando si sta vivendo un momento di sofferenza, dunque, proviamo a fermarci un attimo e a riconoscere il nostro dolore. Siamo portati, invece, ad evitarlo, a fuggire, a provare “distrazioni”, a fare cioè tutto quello che in realtà non ha a che fare con la gentilezza verso noi stessi. Ma se fosse un nostro amico a soffrire? Cosa gli direi? Non esistono cose giuste o sbagliate da dire, ma probabilmente il nostro amico vorrebbe presenza, comprensione e non di certo giudizi. Perchè quando invece siamo noi a soffrire, non utilizziamo lo stesso atteggiamento di cura riservato ad un amico? Il secondo step importante dunque è rispondere con gentilezza, ovvero “sganciarci” da giudizi severi o dalle classiche storie del “non sono abbastanza bravo”. Pensiamo di nuovo al nostro amico immaginario: cosa gli diremmo in un momento di sofferenza? E proviamo a rivolgere quelle parole a noi. Ricordiamoci che possiamo commettere qualche errore, che siamo umani.
Scialla: un modo di dire giovanile

Il gergo giovanile è ricco di neologismi; e il termine Scialla è uno di questi. L’espressione èusata prevalentemente col significato di “stai sereno, tranquillo”. Rappresenta, quindi, una sorta di consiglio a rilassasi. I giovani d’oggi, infatti, spesso nelle discussioni generazionali con i propri genitori, ricorrono alla parola Scialla, per rimodulare i toni “surriscaldati”. Si sa che, in genere, soprattutto durante il periodo adolescenziale, genitori e figli litigano spesso. Questo comporta un alimentare malumori, incomprensioni e arrabbiature varie. I genitori, quindi, si ritrovano spesso a perdere la pazienza, la capacità di ascolto e di empatia nei confronti dei figli “disubbidienti”. Anche se in effetti stanno semplicemente esprimendo il loro desiderio di emancipazione ed individualizzazione. In contesti del genere, Scialla costituisce lo strumento per ripristinare gli equilibri emotivi. Laddove, la discussione sta prendendo pieghe orientate al nervosismo e allo scontro, un modo per fermare il flusso di negatività è rappresentato proprio da questo neologismo. Il termine è talmente usato che ne sono state create derivazioni, come sciallare e sciallato, ed è arrivato anche all’attenzione dell’Accademia della Crusca. Ovviamente, l’aspetto interessante di questa parola, dal punto di vista psicologico è da ricercare nel significato di questa parola. Da un lato vediamo i giovani, che con i loro modi di fare molto tranquilli, al limite del superficiale, che insegnano agli adulti a riprendere in mano il controllo sulle proprie emozioni. Ci troviamo, quindi, di fronte ad una situazione in cui i ruoli si capovolgono: i genitori , che dovrebbero essere esempio di equilibrio sono richiamati all’ordine dai figli, mediante un invito ad evitare lo scontro. Sembrerebbe quasi uno sminuire il senso e il contenuto della discussione, ma che in realtà non è altro che un modo per riportare al dialogo costruttivo i protagonisti
Schadenfreude, identità e privacy: il caso Astronomer e l’epoca della sorveglianza sociale

Talvolta, i momenti più significativi della nostra società non avvengono nelle aule parlamentari o nei tribunali, ma davanti a uno schermo, tra un video su TikTok e un tweet virale. È il caso, recente e lampante, di ciò che è accaduto al Gillette Stadium durante un concerto dei Coldplay, quando una kiss cam ha inquadrato due dirigenti di una startup di intelligenza artificiale — uno dei quali CEO, l’altra a capo delle risorse umane — in un momento privato, affettuoso e visibilmente imbarazzato. La scena, ripresa in diretta e successivamente rilanciata da una spettatrice su TikTok, è diventata virale nel giro di poche ore. In pochi giorni, l’intero mondo online conosceva già non solo il volto, ma anche i nomi, le posizioni lavorative, la situazione sentimentale e i profili social della coppia. Il tutto, senza che ci fosse alcuna indagine ufficiale o intervento da parte dei media tradizionali. Un’azione spontanea, collettiva, alimentata da migliaia di utenti che, motivati da una curiosità a metà tra il pettegolezzo e la giustizia fai-da-te, hanno trasformato un momento privato in uno scandalo internazionale. Ma oltre all’aspetto tecnico — la velocità con cui si può oggi risalire all’identità di una persona — questo caso ci rivela qualcosa di più profondo. Qualcosa che riguarda la nostra psicologia collettiva: il gusto, forse inconfessabile, che si può provare quando qualcuno “più in alto” cade. È qui che entra in gioco un termine tedesco che non ha una vera traduzione in italiano, ma che spiega perfettamente il fenomeno: Schadenfreude. 1. Il piacere segreto del crollo altrui: cos’è la Schadenfreude Schadenfreude è un sostantivo composto da Schaden (danno) e Freude (gioia): la gioia per il danno altrui, soprattutto quando questi altri sono percepiti come privilegiati, arroganti, o distanti da noi. Non si tratta di cattiveria pura, ma di un meccanismo umano molto antico: una reazione emotiva che pare riequilibrare, anche solo per un momento, le ingiustizie percepite nella scala sociale. Nel caso Astronomer, la dinamica è stata esemplare. L’interesse non era soltanto per il gossip romantico o la violazione della fiducia coniugale. Quello che ha acceso l’immaginario collettivo è stato vedere due persone in posizioni di potere — un CEO e una figura HR — agire in modo contraddittorio rispetto alle aspettative sociali. E quando queste contraddizioni vengono esposte pubblicamente, senza filtri, senza comunicati ufficiali né strategie di comunicazione, la reazione collettiva spesso si trasforma in un banchetto emotivo: meme, video reaction, tweet sarcastici. 2. Identità e sorveglianza sociale: quanto basta per essere smascherati Oltre alla dimensione emotiva, colpisce la rapidità con cui la rete è riuscita a identificare i protagonisti del video. Nessun nome, nessuna descrizione era stata fornita. Solo una ripresa su maxi schermo e una breve scena. Eppure, in meno di 24 ore, erano stati individuati attraverso tecniche OSINT, incrociando immagini pubbliche, dati professionali, foto sui social e dettagli visivi minimi. Questo è oggi alla portata di chiunque: un tatuaggio riconoscibile, un anello, uno sfondo. In un contesto di ipercondivisione digitale, l’identità è sempre meno anonima. La sorveglianza non è più delegata agli Stati o ai poteri forti: è diventata partecipativa, orizzontale. Chiunque può diventare sorvegliato — ma anche sorvegliante. Il punto non è solo che la privacy sia compromessa. È che è compromessa senza che ce ne rendiamo conto. Basta trovarsi nel riquadro di una fotocamera. E se quel fotogramma diventa virale, il mondo saprà chi sei — anche se tu non hai mai postato nulla. 3. La privacy come illusione: conseguenze personali e culturali La facilità di identificazione ha conseguenze drammatiche. Non solo per le persone coinvolte, che hanno dovuto affrontare un’umiliazione pubblica globale, chiudere profili, dimettersi. Ma per tutta la società. Perché mette in discussione il concetto stesso di confine tra pubblico e privato. Un gesto affettuoso, seppur controverso, in un contesto apparentemente anonimo — uno stadio — può diventare una prova virale. E da lì, può scatenare reazioni a catena che coinvolgono reputazioni, famiglie, strutture aziendali. La realtà è che oggi basta pochissimo per diventare oggetto di analisi, di giudizio, di ridicolizzazione collettiva. La privacy è diventata condizionata non tanto dalla legge, ma dalla morale pubblica, amplificata da piattaforme che premiano il contenuto più scioccante, divertente, virale. E se la caduta dell’altro diverte, è molto probabile che venga condivisa. 4. Psicologia della sorveglianza e dell’umiliazione virale Da un punto di vista psicologico, ciò che colpisce è il carico emotivo che questa esposizione forzata comporta. Le persone coinvolte si sono trovate in una spirale di visibilità non richiesta, dove ogni gesto, ogni espressione, è stata scomposta, analizzata, giudicata da milioni di sconosciuti. Questo genera quello che in psicologia viene definito “stress da iper-esposizione”, una forma di ansia sociale estrema, che può avere effetti traumatici. Studi dell’APA (American Psychological Association) mostrano come la perdita del controllo sulla propria immagine pubblica sia una delle principali fonti di disagio psicologico nei contesti digitali. Quando non siamo più padroni del modo in cui veniamo visti, o del contesto in cui un nostro comportamento viene interpretato, possiamo sviluppare senso di vergogna, paralisi decisionale, e tendenze evitanti. Inoltre, la viralità non è mai neutra. Amplifica tutto: il gesto, il giudizio, la condanna. Le persone che diventano virali per motivi imbarazzanti – anche per pochi giorni – riportano livelli di stress comparabili a quelli sperimentati in situazioni di lutto o licenziamento. A questo si somma l’angoscia della memoria digitale: ciò che oggi è virale, domani resta comunque ricercabile, archiviato, indicizzato. Anche gli osservatori, però, pagano un prezzo. Partecipare alla gogna pubblica può dare un’effimera sensazione di potere o giustizia. Ma spesso genera assuefazione, distacco emotivo e una progressiva erosione dell’empatia. La Schadenfreude, se troppo alimentata, anestetizza. 5. Conclusione: consapevolezza e cultura della responsabilità Il caso Astronomer è uno specchio dei nostri tempi. Racconta di quanto siamo rapidi a identificare, giudicare e condividere. Ma racconta anche di quanto siamo fragili. Oggi tutti possiamo essere smascherati, osservati, interpretati — anche se non lo vogliamo. E tutti possiamo contribuire, anche senza volerlo, alla caduta altrui. Riconoscere la Schadenfreude dentro di noi non significa assecondarla, ma comprenderla. Solo così possiamo imparare a rallentare prima del “condividi”.
SBADIGLIARE E’ CONTAGIOSO

Sbadigliare è un comportamento comune alla quasi totalità di noi umani. Lo psicologo Robert Provine definisce lo sbadiglio come un modello di azione stereotipata che dura circa 6 secondi, con una lunga ispirazione e un’emissione progressi più breve e piacevole. Si presenta in modo uguale tra uomini e donne. Si tratta di un movimento automatico in quanto anche i pazienti totalmente paralizzati e incapaci di compiere movimenti volontari del corpo possono sbadigliare normalmente. Quando sbadigliamo? 1. Sbadigliamo quando siamo annoiati In un esperimento, Provine fece vedere a un gruppo esempi di test in TV per 30 minuti, mentre il gruppo di controllo guardava un video musicale meno noioso. E’ emerso che i soggetti del primo gruppo sbadigliavano il 70% in più di quelli del secondo. 2. Sbadigliamo quando abbiamo sonno Ma questo non ci stupisce, anche se la cosa sorprendente è che si registrano più sbadigli nell’ora successiva al risveglio piuttosto che nell’ora prima di andare a dormire. Spesso ci svegliamo e ci stiriamo, sbadigliando. 3. Sbadigliamo quando gli altri sbadigliano Al fine di mostrare la contagiosità dello sbadiglio, Provine ha mostrato ai soggetti un video di cinque minuti di un uomo che sbadiglia ripetutamente. Il 55% degli spettatori sbadigliava. Una faccia che sbadiglia (presentata anche in bianco e nero e/o a rovescio) è uno stimolo che attiva un modello di azione stereotipata dello sbadiglio. La scoperta dei neuroni specchio indica l’esistenza di un meccanismo biologico che spiega perché i nostri sbadigli rispecchiano così spesso quelli degli altri. Per vedere quale parte di una faccia che sbadiglia è più contagiosa e potente, Provine ha mostrato una faccia intera, una faccia con la bocca nascosta, una bocca con la faccia nascosta e una faccia sorridente (situazione di controllo) La faccia che sbadiglia provoca lo sbadiglio anche con la bocca nascosta. Dunque, coprire la bocca quando si sbadiglia molto probabilmente non sopprime il contagio dello sbadiglio. Provine sostiene anche che il solo pensiero dello sbadiglio produce sbadigli. Un fenomeno che forse avete notato leggendo questo articolo! BIBLIOGRAFIA Myers, D.G. (2013). Psicologia sociale. Milano: McGraw-Hill
SAPIOSESSUALITA’

La parola sapiosexual è stata coniata nel 1998 dall’ingegnere Darren Stalder per descrivere il proprio orientamento sessuale, per essere poi successivamente utilizzata nel 2008 dalla scrittrice erotica Kayar Silkenvoice. Sapiosessualità è un vocabolo che nasce dall’unione delle parole “sapio” (deriva dalla parola latina sapiens, che significa saggio, intelligente) e “sessualità”. Cosa vuol dire sapiosessuale dunque? Per dare una corretta definizione di sapiosessuale, quindi, possiamo riferirci a una persona che si sente attratta dall’intelletto e intelligenza dell’altro, prima ancora che dalle sue caratteristiche fisiche o sessuali. Gli individui sapiosessuali provano una forte attrazione per “persone intelligenti” o, per meglio dire, per chi dimostra caratteristiche come una profonda cultura e conoscenza, capacità di conversazione approfondita. Questo termine è spesso utilizzato per descrivere una preferenza nell’ambito delle relazioni e delle attività sessuali. L’attrazione sessuale attraverso l’intelletto non è una parafilia né può essere considerata, come l’aromanticismo, un orientamento sentimentale, ma si annovera tra gli orientamenti sessuali. A differenza, per esempio, della bisessualità, che ha una bandiera rosa (attrazione per persone dello stesso sesso), blu (attrazione per persone del genere/sesso opposto) e viola (attrazione per entrambi i sessi), l’orientamento sapiosessuale non ha una sua specifica bandiera. Per la persona sapiosessuale, vivere l’amore e l’attrazione si traduce nell’investire tempo ed energia in relazioni in cui si può condividere e approfondire la sfera intellettuale ed emozionale. L’attrazione sessuale viene alimentata da quella per l’intelligenza, quindi si gioca su un piano tutto mentale, che diventa il fulcro delle dinamiche relazionali, consentendo di connettersi a livelli profondi e di sperimentare una forma unica di intimità. Tuttavia, è importante considerare che ogni persona sapiosessuale è unica e può vivere queste esperienze in modi diversi. Ci sono sapiosessuali che possono anche considerare l’aspetto fisico come parte integrante del loro interesse romantico, mentre altri danno peso esclusivamente alla sfera intellettuale ed emotiva. Può accadere di vivere il proprio orientamento sapiosessuale con sentimenti di vergogna o paura del giudizio altrui. Una persona sapiosessuale che fatica a comprendere e accettare se stessa potrà trovare un supporto per per vivere sesso e amore con serenità e consapevolezza nel connettersi con altre persone che condividono lo stesso orientamento, magari partecipando a gruppi di supporto online o a eventi LGBTQ+ in cui si possano incontrare altre persone sapiosessuali o che possono comprendere e supportare questa esperienza. O consultare uno psicoterapeuta specializzato in tematiche LGBTQ+ o nella sessualità. Un professionista esperto può fornire un sostegno specifico e aiutare la persona a esplorare e accettare il proprio orientamento sessuale. È importante ricordare che il percorso di accettazione di un orientamento sessuale può richiedere tempo. Spesso, il sostegno di amici, familiari e professionisti può favorire un processo più fluido e positivo.
SANREMO: un fenomeno psicologico collettivo

Ogni anno il Festival di Sanremo riesce in qualcosa di straordinario: fermare il Paese. Per una settimana, milioni di persone guardano le stesse esibizioni, commentano gli stessi momenti, discutono delle stesse polemiche. Ma cosa rende questo evento così potente dal punto di vista psicologico? Sanremo non è solo una gara canora, è un rito collettivo. E i riti, in psicologia sociale, hanno una funzione fondamentale: creano coesione, rafforzano l’identità e danno forma a una narrazione condivisa. Anche chi dice di “non guardarlo” finisce spesso per intercettarne frammenti, meme, discussioni. È quasi impossibile restarne completamente fuori, perché Sanremo non è solo un programma televisivo: è un’esperienza culturale sincronizzata. Sapere che milioni di persone stanno vivendo lo stesso momento nello stesso istante produce un senso di appartenenza. Si crea una comunità simbolica, un “noi” temporaneo che commenta, applaude, critica e si emoziona insieme. A livello individuale, il coinvolgimento passa spesso attraverso l’identificazione. Scegliamo un artista, una canzone, una “parte”. Le nostre preferenze diventano parte della nostra identità. In questo processo entrano in gioco diversi meccanismi cognitivi. L’effetto di mera esposizione ci porta a gradire di più ciò che vediamo e ascoltiamo ripetutamente. Dopo cinque serate, interviste, backstage e clip sui social, anche la canzone che inizialmente ci sembrava anonima può diventare familiare e quindi più piacevole. La familiarità genera una sensazione di vicinanza, quasi di relazione. I social network amplificano tutto. Il bias di conferma ci spinge a cercare contenuti che rafforzino la nostra opinione iniziale, mentre il bandwagon effect ci rende più inclini ad apprezzare ciò che percepiamo come già popolare. Se un artista diventa virale, cresce la probabilità che venga percepito come “oggettivamente” valido. In realtà, stiamo semplicemente assistendo a dinamiche di influenza sociale. Negli ultimi anni, poi, l’esperienza psicologica di Sanremo si è trasformata grazie al Fantasanremo. Con questo gioco parallelo, lo spettatore non è più soltanto osservatore: diventa giocatore. Sceglie la propria squadra, studia strategie, spera nei bonus e teme i malus. Anche eventi imprevedibili, come un outfit eccentrico, una gag sul palco, un gesto spontaneo, possono tradursi in punti. Dal punto di vista psicologico, il Fantasanremo introduce un elemento chiave: l’illusione di controllo. Pur non potendo influenzare realmente ciò che accade sul palco, il partecipante sperimenta una sensazione di partecipazione attiva. Inoltre, il sistema di punteggi legato a eventi spesso imprevedibili attiva un meccanismo di rinforzo intermittente: non sappiamo quando arriverà il “colpo di scena” che farà guadagnare punti, e proprio questa incertezza aumenta l’eccitazione e il coinvolgimento. La competizione tra amici aggiunge un ulteriore livello emotivo. Non si tratta più solo di “mi piace questa canzone”, ma di “spero che il mio artista faccia qualcosa che mi faccia vincere”. Forse il segreto della longevità del Festival di Sanremo sta proprio qui: nella sua capacità di adattarsi, di integrare nuovi linguaggi come il Fantasanremo, e di trasformare uno spettacolo televisivo in un’esperienza psicologica collettiva, partecipata e continuamente rinegoziata. Sanremo non è solo qualcosa che guardiamo. È qualcosa che, per una settimana, viviamo insieme.
SANREMO: UN FENOMENO COLLETTIVO

Ogni anno, il Festival di Sanremo si trasforma in un evento nazionale capace di catalizzare l’attenzione di milioni di persone. Non si tratta solo di una competizione musicale, ma di un vero e proprio rito collettivo che mescola tradizione, emozione e spettacolo. Ma cosa c’è dietro il fascino irresistibile di Sanremo? Sanremo non è solo musica, ma anche competizione. Il pubblico si schiera con passione a favore di un artista o di una canzone, generando un senso di appartenenza simile a quello che si vive nelle competizioni sportive. Questo fenomeno è spiegabile con la teoria dell’identificazione sociale. Scegliamo un gruppo con cui identificarci (ad esempio, i fan di un cantante) e difendiamo la nostra scelta con entusiasmo, come se fosse parte della nostra identità. Sanremo offre uno spettacolo multisensoriale che va oltre la musica: scenografie imponenti, abiti spettacolari e momenti di grande pathos emotivo. Secondo la psicologia delle emozioni, l’intensità delle esperienze sensoriali e affettive aumenta la memorabilità di un evento. Questo spiega perché certe performance o momenti clou rimangono impressi nella memoria collettiva per anni. Parte del fascino di Sanremo risiede nella sua ritualità. Ogni anno si ripetono schemi simili: le polemiche, le standing ovation, le critiche ai conduttori, il dibattito sulle canzoni. Questo rituale crea una sensazione di sicurezza e prevedibilità che la mente umana trova rassicurante. La ripetizione degli stessi schemi rafforza il senso di comunità e continuità culturale. Sanremo è profondamente legato alla storia italiana, rappresentando un appuntamento fisso che attraversa generazioni. La nostalgia gioca un ruolo cruciale: molti spettatori associano il festival ai ricordi della loro infanzia o adolescenza, creando un legame affettivo che va oltre la semplice esibizione musicale. Secondo la psicologia, la nostalgia aiuta a rafforzare l’identità personale e il senso di continuità nel tempo, offrendo conforto e stabilità emotiva. Negli ultimi anni, i social media hanno amplificato l’effetto Sanremo, trasformandolo in un evento interattivo. Le esibizioni vengono commentate in tempo reale, nascono meme virali e le discussioni si accendono su Twitter, Instagram e TikTok. Questo meccanismo stimola la cosiddetta “gratificazione immediata“, ovvero il bisogno di ricevere risposte e interazioni in tempo reale, rafforzando il coinvolgimento emotivo del pubblico. Sanremo è molto più di un festival musicale: la sua forza sta nel riuscire a coinvolgere milioni di persone attraverso emozioni, competizione e spettacolo, confermandosi ogni anno come un fenomeno di massa che va oltre la semplice canzone. Che si ami o si odi, Sanremo rimane un simbolo della cultura italiana, capace di unire e dividere, di emozionare e far discutere. E forse proprio in questo sta il suo potere psicologico più grande.