Oltre il giocattolo: la Doll Therapy nella demenza

La demenza, considerata una priorità di salute pubblica dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e da Alzheimer Disease International, continua a crescere in modo preoccupante nella popolazione globale. Secondo il rapporto dell’OMS “Global status report on the public health response to dementia 2017-2025”, attualmente oltre 55 milioni di persone vivono con la demenza, con previsioni che stimano 75 milioni entro il 2030 e 132 milioni entro il 2050 affetti da Alzheimer o altre forme di demenza. Poiché non esiste una cura per la demenza, diventa cruciale concentrarsi su interventi personalizzati per ridurre i disturbi comportamentali e migliorare il benessere generale degli anziani. Tra le terapie che stimolano funzioni emotive e cognitive, la Doll Therapy emerge come un approccio notevole. Cos’è la Doll Therapy? La Doll Therapy, o terapia della bambola, è un approccio non farmacologico utilizzato nel trattamento dei pazienti affetti da demenza. Britt Marie Egedius Jakobsson, psicoterapeuta svedese ideatrice della terapia, sviluppò la prima bambola negli anni ’90 per il figlio autistico. Questa pratica prevede l’uso di bambole dalle caratteristiche antropomorfe per gestire e attenuare i disturbi comportamentali, nonché per migliorare l’umore nelle persone affette da gravi problemi cognitivi. Questo intervento personalizzato riattiva emozioni positive e comportamenti legati alla cura materna nelle persone anziane affette da demenza grave, contribuendo a tranquillizzarle e a promuovere il benessere psicofisico. Questa metodologia si inserisce nel quadro del Modello di Cura Centrato sulla Persona (PCC) di Tom Kitwood. Egli teorizza la demenza ed i suoi sintomi non solo come risultato di danni neuropatologici, ma come espressione di varie variabili interconnesse, tra cui la storia di vita, la personalità e l’ambiente circostante. L’approccio sotteso a questa filosofia ritiene che un ambiente di vita positivo, arricchito da stimoli adatti alle capacità residue e in grado di recuperare memorie sensoriali, possa influenzare positivamente il comportamento, andando così a soddisfare i bisogni primari. La bambola terapeutica può contribuire a tale obiettivo evocando dinamiche relazionali tipiche dell’infanzia e diventando, specialmente nel caso di persone con demenza grave, uno strumento simbolico, un bambino a cui manifestare affetto. La teoria alla base della Doll Therapy La Doll Therapy si basa sui principi della teoria dell’attaccamento, elaborata dallo psicologo infantile inglese John Bowlby. Egli sostenne per la prima volta che la ricerca di un legame continuo tra genitore e bambino è una diretta espressione di un istinto primordiale. Il genitore sperimenta infatti un impulso fisiologico a prendersi cura del proprio figlio. A sua volta il bambino, nei primi anni di vita, è naturalmente incline a cercare protezione e cure da parte del genitore. L’attaccamento rappresenta dunque il complesso di dinamiche attraverso le quali genitori e figli stabiliscono un legame istintivo, fondamentale per la crescita stabile e sicura. Nel contesto della Doll Therapy, la bambola assume la funzione di oggetto transazionale, in grado di richiamare profondamente la dinamica primordiale di cura, offrendo un senso di protezione e, di conseguenza, tranquillità agli anziani, soprattutto quando si trovano in situazioni di stress. La bambola consente così di riproporre la dinamica della cura, andando a soddisfare il bisogno di vicinanza, conforto e rassicurazione. La Doll Therapy può essere adottata per pazienti di entrambi i sessi, in quanto le dinamiche sottese sono universali. Le caratteristiche della bambola Le bambole impiegate in questa forma di terapia sono caratterizzate da una consistenza morbida e gradevole al tatto. Sebbene replichino le dimensioni e il peso di un bambino piccolo, le fattezze del viso e i dettagli anatomici sono quelli di un giocattolo. Questa scelta mira a favorire l’identificazione senza suscitare reazioni di spavento o respingimento da parte degli anziani. Il peso della bambola è distribuito in modo tale che, quando viene cullata, ricordi la sensazione di tenere tra le braccia un vero neonato. È possibile poi posizionare la bambola in modo seduto, consentendo di simulare diverse modalità di cura e ampliare le opportunità di interazione. Le braccia e le gambe, inoltre, sono progettate in modo aperto per agevolare l’abbraccio. Gli obiettivi della Doll Therapy All’interno di questo approccio terapeutico, lo scopo primario è offrire agli anziani un’esperienza fondata sul rilassamento e sulla stimolazione sensoriale ed emotiva. Al tempo stesso, la terapia della bambola, vuole focalizzarsi anche sul miglioramento della capacità di relazionarsi con l’ambiente circostante. Andando ad indagare gli obiettivi più specifici che la terapia cerca di ottenere, si possono citare i seguenti: La diminuzione dei disturbi comportamentali associati alla demenza con un incremento del rilassamento e della tranquillità, contribuendo al controllo del fenomeno del wandering (vagabondaggio); Il miglioramento del tono dell’umore e una riduzione gli stati di isolamento sociale, puntando alla creazione di un contesto emotivamente ricco e socialmente coinvolgente; La stimolazione delle abilità cognitive, incentrando il lavoro sull’incremento delle capacità attentive e sulla memoria procedurale; L’infondere esperienze emotive e sensoriali positive, rispondendo ai bisogni affettivi dell’anziano attraverso l’attivazione dei sistemi di accudimento e di esplorazione; La stimolazione della comunicazione puntando a mantenere e potenziare il contatto visivo, incentivare il linguaggio corporeo e favorire l’iniziativa verbale spontanea. Conclusioni In conclusione, la Doll Therapy è un approccio unico che ha dimostrato di avere benefici emotivi e comportamentali per le persone affette da demenza. Tuttavia, è fondamentale considerare le preferenze individuali del paziente e rispettare la loro dignità durante l’implementazione di questa terapia. Nonostante la Doll Therapy potrebbe non essere adatta a tutti, per alcuni potrebbe rappresentare un modo significativo di affrontare le sfide della demenza, migliorando la qualità della vita e promuovendo un benessere emotivo duraturo. Come con qualsiasi intervento terapeutico, la chiave del successo sta nell’approccio personalizzato e nell’attenzione alle esigenze specifiche di ogni individuo. Bibliografia Ellingford, J., Mackenzie, L., & Marsland, L. (2007). Using dolls to alter behaviour in patients with dementia. Nursing times, 103(5), 36-37. Kitwood, T. M. (1997). Dementia reconsidered: The person comes first. (No Title). Miesen, B. (2014). Attachment theory and dementia. In Care-giving in Dementia (pp. 38-56). Routledge. Moyle, W., Murfield, J., Jones, C., Beattie, E., Draper, B., & Ownsworth, T. (2019). Can lifelike baby dolls reduce symptoms of anxiety, agitation, or aggression for people with dementia in long-term care? Findings from a pilot randomised controlled trial. Aging & mental health, 23(10),
Olimpiadi: dentro la mente degli atleti

Le Olimpiadi Invernali Milano-Cortina 2026 non sono solo una competizione di élite. Esse sono un grande teatro delle emozioni umane, un evento che mette in scena le dinamiche psicologiche universali, dalla gestione dell’ansia alla resilienza, dalla costruzione dell’identità personale alla coesione sociale. Ogni atleta olimpico porta con sé non solo anni di allenamento fisico, ma anche un intenso lavoro psicologico che riguarda la gestione dell’ansia e della pressione. Dietro a tutti i risultati ci sono strategie di gestione dello stress, capacità di concentrazione e mentalità da “qui e ora”. La prestazione diventa così un laboratorio di psicologia pratica. L’atleta non combatte solo contro gli avversari, ma contro le proprie insicurezze, dubbi e paure di fallire. La capacità di tenere alta la concentrazione in un contesto così carico di aspettative è, in sé, una forma di allenamento mentale. Le Olimpiadi sono un evento che costruisce narrazioni collettive. Nel cuore di ogni tifoso, l’Italia non è solo un paese sul medagliere ma un simbolo di appartenenza. Gli ori e le emozioni condivise rinsaldano legami sociali e identitari. Quando l’Italia vince un oro non si tratta solo di sport: si tratta di un’esperienza condivisa di orgoglio e presenza emotiva nella comunità. Allo stesso tempo, lo sport può portare a sentimenti ambivalenti: delusione per risultati mancati, stress per aspettative troppo alte, o ansia da prestazione. In quest’ottica, gli eventi olimpici diventano un “esercizio sociale” di equilibrio emotivo collettivo. Le Olimpiadi coinvolgono milioni di spettatori in tutto il mondo – un’esperienza che favorisce una sorta di “identificazione vicaria”. Anche senza partecipare fisicamente, ci sentiamo parte della storia quando seguimo un evento, tifiamo per un atleta o celebriamo un record. Questo fenomeno ci ricorda quanto la psicologia di massa e le emozioni condivise siano elementi chiave nella costruzione del senso di comunità, spesso più potenti di discorsi politici o narrativi quotidiani. Infine, Milano-Cortina 2026 ci invita a riflettere sul significato profondo degli eventi sportivi nella società contemporanea: sono un’occasione per celebrare valori come l’impegno, la cooperazione, l’accettazione delle diversità e la capacità di superare barriere individuali e collettive. Non è solo competizione: è una narrativa psicologica globale, che intreccia storie individuali e collettive, emozioni intense e significati profondi.
Ok Boomer! : Pregiudizio generazionale o accusa reale?

L’espressione Boomer è utilizzata da molti giovani come sinonimo di vecchio, anziano. I Boomer, infatti, sono la generazione cresciuta in pieno boom economico. Lo sviluppo dell’economia post-bellico, la guerra fredda, le lotte sociali sono alcuni degli scenari di crescita e formazione degli attuali over 50. Agli occhi delle generazioni successive, i boomers sono considerati dei privilegiati. Essi hanno goduto di un progressivo benessere economico, sociale e sanitario, che gli ha permesso di trovare lavoro facilmente, soprattutto nel settore pubblico. Hanno avuto la possibilità di accumulare denaro e di beneficiare di cure mediche a costi ridotti. Sono i pensionati o quelli che lo diventeranno a breve: essi hanno vissuto nell’agio e nelle comodità, creato una società consumistica, per nulla conservatrice e soprattutto egoista riguardo al futuro. La principale accusa degli zoomers e dei millennials alla generazione precedente è riferibile ai cambiamenti climatici e alla crisi economica, di cui sono costretti a pagarne le conseguenze. Il conflitto generazionale si evidenzia anche nell’utilizzo degli apparati tecnologici: spesso i giovani li considerano, per così dire, fuori dal mondo, perché non si adeguano ai repentini cambiamenti. Considerano, ad esempio, ormai passate, le lettere e le cartoline, che invece conservano un fascino romantico. D’altro canto, i boomer accusano i giovani di essere troppo concentrati sui loro telefoni, a discapito delle relazioni umane. Pongono troppo l’attenzione sulla tecnologia e poco sulla manualità, con conseguente perdita di creatività e fantasia. Come ogni cosa che evolve nel tempo, bisogna anche qui, considerare che ogni generazione porta con se aspetti positivi e negativi. Essi saranno sempre oggetto di discussione tra le parti.
Ogni anno alla stessa ora: il corpo che ricorda, la mente che rimuove

Ci sono date che tornano a bussare. A volte non ce ne accorgiamo subito: un’inquietudine sottile, un malessere che non trova “cause”, un sogno ricorrente, un evento che arriva “sempre nello stesso periodo dell’anno”. È come se qualcosa intorno a noi ricordasse. Nella prospettiva sistemico-relazionale, questi segnali non vengono letti come coincidenze o fragilità individuali, ma come possibili tracce di una memoria più ampia, che attraversa le generazioni. Nel lavoro clinico, la sindrome dell’anniversario ci invita a spostare lo sguardo dal tempo cronologico al tempo relazionale. Il calendario, in questo senso, non è solo una sequenza di giorni ma una trama simbolica: ogni data può diventare un nodo in cui il passato torna a farsi presente. Il corpo e la mente sembrano ricordare ciò che la coscienza, spesso, ha cercato di dimenticare. Quando un lutto, un trauma o un evento familiare rimane non elaborato, il sistema tende a mantenerne viva la traccia — come se attraverso la ripetizione di sintomi, incidenti o coincidenze, il non-detto trovasse una via per essere riconosciuto. Si tratta di quella che, nel linguaggio sistemico, potremmo chiamare una lealtà invisibile (Minuchin): una forma di fedeltà a ciò che è rimasto sospeso, che cerca attraverso la ripetizione un modo per essere simbolizzato. Rendere visibile l’invisibile Il lavoro terapeutico, in questi casi, consiste spesso nel ricostruire la linea temporale personale e familiare, individuando le date, i legami e i significati impliciti che si attivano. Quando la connessione tra presente e passato diventa consapevole, si apre uno spazio di libertà: ciò che prima veniva agito può finalmente essere pensato, detto, ritualizzato. Come scriveva Schützenberger, “siamo a volte fedeli a storie che non conosciamo”. Dare parola a queste storie, riconoscere la loro presenza nel nostro calendario interiore, significa riconnettere il tempo alla vita. Dal ricordo alla continuità Riconoscere una sindrome dell’anniversario non significa patologizzare la memoria, ma legittimare il bisogno umano di continuità e di significato. Ogni ricorrenza può diventare, allora, occasione di integrazione: un punto di passaggio in cui ciò che è stato può essere riconosciuto e restituito alla propria storia. Quando il tempo smette di ripetere e torna a fluire, il passato può finalmente appartenere al passato e il presente tornare ad aprirsi al futuro.
Oggi, 17 gennaio 2022, sarete tristi

di Francesca Guglielmetti Onestamente non saprei dirvi da cosa dipenderá la vostra tristezza ma so con certezza da quando ha iniziato a manifestarsi questa sorta di depressione collettiva e da chi dipende. Andiamo con ordine. Prima del 2005 quello di oggi sarebbe stato solo uno degli innumerevoli e faticosi lunedì a cui ognuno di noi è condannato; come dire un lunedì senza infamia e senza lode, un lunedì reo solo di essere tale. Proprio nel 2005 tuttavia Cliff Arnall, psicologo presso l’Università di Cardiff, attraverso una formula matematica riuscì ad incrociare alcune variabili (il meteo, i sensi di colpa per i soldi spesi a Natale, il calo di motivazione dopo le feste) che lo portarono ad individuare nel terzo lunedì del mese di gennaio (e quindi oggi!) il giorno più triste dell’anno. Tranquilli peró: la soluzione per annientare questa fastidiosa depressione esiste! Beat Blue Monday! ecco il motto con cui l’agenzia di viaggi britannica Sky Travel, desiderosa di infondere linfa vitale al mercato dei viaggi da sempre sotto tono nella seconda metà di gennaio di ogni anno, invogliava, sempre nel 2005, a liberarsi dalla tristezza di questo giorno infausto. Ossia: sappiamo che sei triste ma non ti preoccupare, non dipende da te ma dal Blue Monday e comunque se prenoti un viaggio il tuo umore cambierà. Ora però proviamo a fare un esame di realtà. Cliff Arnall risulta essere realmente uno psicologo (un “life coach” a voler essere precisi) rispetto alla sua posizione all’interno dell’Università di Cardiff so dirvi poco (ma in realtà poco è possibile sapere) dal momento che l’Ateneo pare abbia preso fin da subito le distanze sia da Arnall che dal Blue Monday. La formula di Arnall, del resto, di “accademico” ha proprio poco dal momento che, pur richiamando visivamente un’equazione matematica, non ne rispetta in alcun modo i criteri (non specifica le unità di misura necessarie per ciascun parametro ed accoglie al suo interno grandezze non quantificabili). Insomma il Blue Monday e la sua formula altro non sono che pseudoscienza ossia una bufala ben confezionata e caratterizzata da tre elementi fondamentali: 1) una certezza: oggi siamo tristi 2) un giudizio: essere tristi non va bene 3) una soluzione: la tristezza va sconfitta rapidamente magari effettuando un acquisto. Questi tre punti sicuramente hanno decretato il successo del Blue Monday pur trattandosi, contemporaneamente, di cattiva psicologia e psicologia cattiva. Il Blue Monday è “cattiva psicologia” perché non rispetta le regole metodologiche della professione che richiedono di utilizzare procedure verificabili o, quando ciò non è possibile, argomentazioni basate su prassi stabili e documentabili. Il Blue Monday è “psicologia cattiva” perché non rispetta nemmeno le regole etiche della professione dal momento che ci induce a focalizzarci su un’emozione facendola apparire patologica per poi offrirci una cura. In definitiva il Blue Monday tende ad amplificare o, ancor peggio, a sollecitare una sensazione di disagio per poi offrire una (illusoria per lo più) soluzione al disagio stesso. Perché il Blue Monday, pur essendo un chiaro esempio di pseudoscienza ha un così grande potere attrattivo? Perché, credo, come spesso accade per le pseudoscienze, si tratta di una post verità. Le post verità (e qui mi faccio aiutare dall’Accademia della Crusca e dagli Oxford Dictionaries) sono dei concetti in cui la verità, il fatto oggettivo, ha un peso decisamente minore rispetto agli appelli alle emozioni ed alle convinzioni personali. Il Blue Monday, come tutte le post verità, è attraente, poco faticoso poiché non stimola in alcun modo il senso critico e proprio per questo ci permette di definirci chiaramente ed altrettanto chiaramente ci permette di definire l’altro. Il Blue Monday, in quanto post verità, individua il bianco ed il nero ed esclude completamente la noia e l’indeterminazione del grigio, traccia un confine netto tra bene e male. Il Blu Monday, in definitiva, se da una parte ci rassicura, dall’altra ci impedisce di evolvere, di accedere alla fatica del cambiamento. Allora, se volete, proviamo a ridefinire tutta questa storia: oggi essere triste è una possibilità e non una certezza. Se ciò dovesse accadere concediamoci anche il lusso di questa spiacevole emozione, senza cercare soluzioni immediate. Solo in questo modo qualcosa cambierà perchè come ci insegna il buddismo “niente se ne va prima di averci insegnato ciò che dobbiamo imparare”.
Odontofobia: storie familiari della paura del dentista.

L’OSM ha riconosciuto l’odontofobia o paura del dentista come disturbo fobico specifico. Si presenta come una paura irrazionale per tutto ciò che riguarda lo studio dentistico, dagli strumenti agli interventi, compreso il semplice controllo di routine. Migliorare il proprio sorriso è un passo importante per la propria autostima e per la socializzazione. L’ odontofobia sembra essere molto diffusa a livello mondiale, con un incidenza del 15% della popolazione. I sintomi evidenti sono tipici delle fobie: forte ansia, tachicardia, tremore e sudorazione eccessiva. A queste reazioni fisiologiche si aggiungono comportamenti disfunzionali. L’odontofobia arriva a far rimandare gli appuntamenti, procrastinare un controllo con conseguente compromissione della salute dentale. La paura del dentista spesso si manifesta sin dalla tenera età e nasce in seno alla famiglia. Spesso i genitori raccontano la loro esperienza anche davanti al bambino, soffermandosi sull’aspetto negativo e sul dolore provato. In questo modo, si trasmette la paura della visita dal dentista, l’ansia provata, al punto che i bambini la incamereranno come modello comportamentale da adottare. Proprio in virtù dell’idea del dolore e della paura, in alcune situazioni, gli stessi genitori minacciano i propri figli di portarli dal dentista. La visita odontoiatrica, quindi, nell’immaginario di un bambino, sarà vista come punizione, contribuendo ad aumentarne l’alone negativo. Anche da adulti si porteranno dietro un’informazione distorta del medico: prima di prenotare un appuntamento per risolvere un problema, faranno ricorso a tanti farmaci per alleviare temporaneamente il sintomo. Resta sempre opportuno sottolineare l’importanza del ruolo del dottore come promotore del benessere psico-fisico. Si può approcciare alle difficoltà parlando di eventuali preoccupazioni in modo da trovare insieme al professionista la strategia più efficace ed idonea.
Obesità e disturbo narcisistico di personalità

di Antonia Bellucci Ho sempre pensato potesse esserci una correlazione tra il disturbo narcisistico di personalità e i disturbi del comportamento alimentare. Poi me lo sono ritrovato davanti. Uomo, 29 anni, alto, bello, figlio unico, affermato in una stabile attività lavorativa. La sua vita procedeva con regolarità fino a quando un problema familiare s i è stagliato violentemente come un fulmine a ciel sereno nella sua vita. Un problema serio ma che facilmente avrebbe attratto i giudizi negativi degli altri per cui, sotto i riflettori, l’immagine del narcisista si ridimensiona. Si chiude in casa, divora enormi quantità di cibo quasi a dover giustificare il suo stato di malessere interiore o a voler riempire quei vuoti scaturiti dal momentaneo isolamento s o c i a l e : sembra q u a s i coltivare un’obesità nostalgica e, per un periodo, l’obesità c o p r e e s o v e r c h i a i l narcisismo. Anche il lavoro inevitabilmente subisce dei r i d i m e n s i o n a m e n t i che innescano la rabbia del soggetto poiché palesemente esposto a critiche a cui non può replicare. L’impero narcisista si mostra in forme molteplici, forgia sintomi che definiscono identità forti, indiscutibilmente sicure sull’orlo di una condizione intollerabile. I l 6 p e r c e n t o d e l l a popolazione italiana soffre di un disturbo narcisistico, e il 75 per cento di queste persone sono maschi. Siamo circondati dai narcisisti. Abilissimi manipolatori, che esprimono una vera e propria cultura dell’io, dilagante in un’epoca nella quale tutti spingono molto sull’esibizione e sull’ autopromozione (complici anche i social) e sprecando anche quel minimo di senso del pudore che dovrebbe sempre accompagnare la nostra vita. NARCISISMO Il narcisismo viene classificato come un disturbo della personalità con tre elementi distintivi, molto evidenti. Innanzitutto un’eccessiva considerazione di sé, un senso di grandezza, che mette il narcisista su un piedistallo di superiorità, dal quale osserva e vede tutti dall’alto verso il basso. In secondo luogo c’è u n c o s t a n t e e r e i t e r a t o b i s o g n o d i ammirazione, di conferme al proprio io; e quanto più il narcisista avverte di essere osservato e apprezzato, tanto più il suo istinto di superiorità cresce in modo esponenziale. Terzo elemento: il narcisista non conosce l’empatia. Non gli interessa. Ha una tale scarsa considerazione degli altri, rispetto a se stesso, che non si cura minimamente di riuscire a trovare il canale giusto per un approccio umano, dove la diversità sia una ricchezza per entrambi. Si parla molto, a proposito delle cause del narcisismo, di fattori sociali, ambientali e familiari. In particolare i giovani sembrano più esposti a questa patologia, anche per effetto del dilagante uso d e l l e t e c n o l o g i e c h e incentivano il narcisismo. In un libricino molto efficace e c o m p l e t o , A r c i p e l a g o N . V a r i a z i o n i s u l narcisismo (edizioni Einaudi), lo psicoanalista Vit tor io Lingiardi distingue i narcisisti in due categorie. A “pelle spessa” e a “pelle sottile“. I primi sono più appariscenti, non hanno pudore e limite nel mostrare la loro arroganza e i continui tentativi di piazzarsi al cent ro del l ’at tenzione, di conquistare il cuore della scena. I secondi sono più silenziosi, quasi tormentati, angosciati del giudizio altri, ma comunque attizzati da fantasie di grandezza. Di fronte a q u e s t a p a t o l o g i a c ’ è i n n a n z i t u t t o l a s t r a d a della psicoterapia, ma prima ancora, e parallelamente, il vero contrasto al narcisismo si ridurrebbe ad uno sforzo individuale. Riconoscere l’altro. Uscire dalla prigione d e l l ’ i o . A c q u i s t a r e l a consapevolezza che l a persona umana è unica, ma tutti possiamo vivere solo dentro una relazione, un noi, un legame con chi ci circonda. E n o n c o n l o s g u a r d o inchiodato sullo specchio che riflette sul la nostra immagine. È comunemente plausibile pensare che il narcisista potrebbe apparire quello che meno ha caratteristiche psicologiche, energetiche e relazionali in comune con il sintomo obeso. Il falso sé del narcisista, basato sull’idea di essere il migliore, sembra avere poco in comune con il senso di nullità con cui si percepisce il paziente che soffre di obesità. In realtà questo stile caratteriale può essere letto attraverso la polarità grandiosità-indegnità. Johnson (1994, p. 193) afferma che, anche se la maggior parte delle descrizioni della personalità narcisistica si incentra s u l l ‘ a s p e t t o d i compensazione di questa polarità (mancanza di umiltà, incapacità di accettare il fallimento, paura di essere impotenti, manipolazione, lotta per il potere e enfatizzazione della volontà), molti individui narcisistici evidenziano, spesso nella prima seduta di psicoterapia, la polarità opposta. Possono confessare il loro profondo senso di i n d e g n i t à , i l p e t u l a n t e rammarico di non essere o non avere mai abbastanza, il bisogno di procurarsi un valore provvisorio e la profonda invidia per chi percepiscono sano e di successo. All’interno di questa confessione c’è spesso l’ammissione d i ingannare gli altri attraverso lo sfoggio di forza, competenza e felicità. I conflitti di base del narcisista e del soggetto che soffre di obesità sono dunque simili. Q u e s t ‘ u l t i m o v i v e costantemente nell’idea di essere inferiore a chiunque altro, di
Nostalgia e Psicologia: che cosa ci manca di più, della vita di prima?

Aspetti psicologici della sensazione di mancanza e una buona notizia sul ruolo della nostalgia. È passato circa un anno dall’inizio della nostra vita diversa, e sembra già un secolo. Conosciamo tutti la nostalgia: di un luogo, di un momento, di un amore del passato. Ma guardiamo da vicino questo sentimento complesso, di struggente bellezza. Il nome, dal greco, contiene “nostos” e “algos”. Coniato dal dottor Hofer alla fine del Seicento, è la combinazione di “ritorno a casa” e “dolore”. Descriveva la condizione dei soldati al fronte, che sentivano acutamente la mancanza dei luoghi natii. Siamo anni luce da allora, in termini di conoscenze psicologiche, arte e letteratura. Nostalgia oggi definisce tutto ciò che ci manca del passato: un cibo felice della nostra infanzia, una persona, un periodo, un sogno. È uno stato emotivo complesso, anche di perdita; ma la maggior parte delle volte non si associa a umore negativo. Anzi: ricordare esperienze condivise, crescita e risultati ottenuti sostiene il benessere psicologico. Numerosi esperimenti di induzione di nostalgia hanno evidenziato nei partecipanti un aumento dell’autostima, del sentimento di appartenenza sociale e persino dei comportamenti caritatevoli. In questo scenario pandemico, alla domanda “Cosa ti manca?”, ognuno pensa a tempi andati molto recenti. Esercitare la nostalgia oggi può essere uno straordinario modo per reagire: perché ci ricorda il nostro significato e valore. È molto più di un pensiero al passato: è un luogo sicuro, confortevole, accogliente, come un’abitudine buona. Da cui guardare verso il futuro.
Non so dire di no! Cosa sono i “no” assertivi.

Non so dire di no! Cosa sono i “no” assertivi. Nello scorso articolo abbiamo parlato della difficoltà di fare richieste. Abbiamo descritto esempi critici e alcuni consigli pratici, premettendo che: “è un mio diritto chiedere, ed è diritto dell’altro dire di no”. Ora siamo noi l’altro, e impariamo a dire di no! Per quanti di voi è difficile pronunciare questa parolina di dissenso? <<Se dico di no l’altro ci rimane male>> <<Ma poi mi sento in colpa!>> <<Pensa che non ci tengo a lui, litigheremo!>> E quanti bisogni personali avete già trascurato, per il timore di dire di no? Insomma, quando diciamo di no dobbiamo avere ben chiaro il nostro obiettivo. Come per il fare richieste, stiamo dicendo di no al soggetto della domanda, non stiamo effettuando un giudizio di valore all’altro! Non gli stiamo di certo dicendo, cioè, che non è importante per noi! Ecco quindi, alcuni consigli pratici per imparare a dire di “no” in modo assertivo: Pianifica i risultati. Cosa succederà se dici di no? È in linea con l’obiettivo che vuoi raggiungere? Prevedere la reazione dell’altro non deve scoraggiarti, deve aiutarti a trovare una buona strategia per la tua comunicazione! Riconosci il tuo diritto di definire i limiti e seguire i tuoi bisogni. Non ci stancheremo mai di dire che il “no” è un diritto! E voler bene ad una persona non significa sempre porre i propri bisogni in secondo piano… talvolta lo si vuole fare, talvolta proprio no! Capisci il punto di vista altrui. Sei sicuro di avere chiaro il bisogno dell’altro? Perché ti ha fatto quella richiesta? Se non sei sicuro di avere tutte le informazioni che ti servono, puoi fare domande di approfondimento mettendo in atto un ascolto attivo. Se ti senti a disagio o dispiaciuto puoi esplicitarlo. Potresti usare frasi del tipo <<Mi sento molto a disagio a dirti di no>>. Sii chiaro. Non tergiversare, e non attendere che l’altro ti comprenda in assenza di una comunicazione precisa. Spiega con chiarezza le tue ragioni. Utilizzare il verbo “non voglio/non me la sento”, rispetto al “non posso”! Quest’ultimo, infatti, sposta l’attenzione su impedimenti esterni, con un duplice risultato. Innanzitutto potrebbe spingere l’altro a rifare la richiesta in un contesto differente. Infine, rispecchia una scusante esterna: siamo noi a scegliere cosa fare e quando! Offri alternative. Se possibile, sforzati a pensare ad un punto di incontro da proporre che accontenti entrambi, una strategia del tipo win-win. Fai domande assertive. Successivamente alla proposta di un’alternativa, assicurati che all’altro stia bene con domande del tipo “va bene per te?”. Ad esempio, Giorgio mi chiede un passaggio per raggiungere le poste, che si trovano esattamente dalla parte opposta alla mia palestra. Come comunico il mio no? Un’idea potrebbe essere questa: <<Mi sento in colpa a dirti questa cosa, ma sai ci tengo davvero tanto a non arrivare in ritardo alla lezione in palestra. Se ti accompagnassi alle poste, farei ritardo, e non me la sento. Però, se per te può essere comodo, posso fare una deviazione più breve per me, e lasciarti alla fermata del pullman, dove sta per passare un bus che giunge proprio avanti alle poste! Che ne pensi?>> E ora, prova tu a dire quel “no” che hai sempre desiderato.
Non riesco a lasciar andare: il fenomeno del sunk cost

Non riesco a lasciar andare: il fenomeno del sunk cost Ti è mai capitato di non riuscire ad abbandonare un piano, un obiettivo o una storia, anche quando risulta evidente che sia un investimento a perdere?. No, non c’è nulla che non va in te, sei probabilmente solo soggetto ad uno dei bias cognitivi più frequenti quando entra in campo la previsione di una perdita. Immagina di essere il direttore e proprietario di una società che produce aerei. Immagina che al momento ha speso 900 milioni di euro per completare il 90% di un progetto per la costruzione di un modello innovativo. Mancano altri 100 milioni di euro per completare la progettazione e cominciare a venderli. Tuttavia, ti viene detto che una società concorrente mette in vendita un aereo con caratteristiche nettamente migliori dei tuoi, e ad un prezzo concorrenziale. Cosa faresti? Sceglieresti di spendere altri 100 milioni di euro rischiando di fallire per completare il progetto, oppure decideresti di lasciar perdere e impiegare quei 100 milioni in qualcos’altro? Adesso invece, immagina di essere il direttore e proprietario della stessa società. Devi scegliere se investire o meno 100 milioni di euro per completare la progettazione degli aerei. Ti viene detto che la società concorrente mette in vendita un aereo migliore ad un prezzo concorrenziale. Tuttavia, non hai già investito altro denaro prima. Che cosa sceglieresti di fare? Se la tua risposta è di investire i 100 milioni di euro alla prima condizione, e di non investirli nella seconda, hai agito sotto il fenomeno del sunk cost. Infatti, Tversky e Kaneman (1981) scoprono che generalmente i soggetti che erano sottoposti alla prima ipotesi sceglievano di finire il progetto, a differenza del gruppo ai quali viene specificata solo la cifra da dover ancora spendere (100 milioni) e non quella già investita (900 milioni). La persistenza in un investimento, quindi, dipende non solo da quanto ci si aspetta che possa andare bene, ma anche da quanto si è già investito. Il bias del sunk cost consiste nella tendenza a mantenere un investimento per il semplice fatto che ci abbiamo già investito tanto impegno e risorse personali. Si ha cioè l’impressione che abbandonare quel progetto equivalga ad abbandonare anche le risorse che vi sono già state spese. Questa convinzione è in parte legata alla illusione del cosiddetto “belief in a just world” (Lerner, 1980), cioè all’idea che l’aver investito tanto in un bene implichi il diritto a non perderlo. In questo modo, rinunciare al bene implicherebbe ammettere di meritare la perdita, cioè una vera e propria autosvalutazione. Insomma, questo fenomeno ci dice una cosa: il passato, per gli esseri umani, ha un valore in sé. Bibliografia Perdighe, Gragnani (A cura di), 2021, Psicoterapia cognitiva, comprendere e curare i disturbi mentali, Raffaello Cortina Editore, Roma.