Lo psicologo militare: molto più di “ti piacciono i fiori?”

di Eleonora Barzan Definita dal Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi (CNOP) come “disciplina volta a comprendere, sviluppare e facilitare i processi organizzativi peculiari della realtà militare, allo scopo di potenziare l’efficacia e l’efficienza operativa delle Unità, mediante l’ottimizzazione del rapporto tra organizzazione ed individuo”, la Psicologia Militare rappresenta un campo specialistico della psicologia molto articolato, che va ben oltre la somministrazione del singolo test psicologico con domande apparentemente non inerenti (come “ti piacciono i fiori?” appunto). Questa sua caratteristica multidimensionale si concretizza attraverso molteplici aree di intervento interne ai contesti delle quattro Forze Armate, composte da Esercito, Marina, Aeronautica e Carabinieri. Una prima area in cui opera lo psicologo militare che può essere citata è inerente alla selezione e alla valutazione del personale. Il primo momento in cui il singolo individuo verrà a contatto con lo psicologo militare sarà, infatti, proprio durante i concorsi dove, in seguito alle ulteriori prove di natura fisica e culturale, verrà svolto anche un processo di selezione volto ad individuare i candidati aventi una struttura di personalità ed un funzionamento maggiormente compatibili con le richieste della singola Forza Armata. I processi di valutazione, va sottolineato, non terminano una volta conclusa la selezione, bensì si ripresentano durante i vari anni di servizio qualora fosse necessario esprimere un parere professionale riguardo all’idoneità di un determinato militare per specifiche missioni, specialmente per quelle categorizzate come ad alto rischio. Le valutazioni degli psicologi militari possono, inoltre, essere richieste anche per eventuali avanzamenti di carriera. Per ciò che concerne del Forze Armate del nostro Paese, le varie valutazioni volte ad individuare il personale che più si ritiene adeguato ad un determinato ruolo e contesto per prevenire situazioni di disadattamento, si svolgono principalmente attraverso:● Il Minnesota Multiphasic Personality Inventory-2 (MMPI-2), test composto da 567 item a risposta dicotomica volto ad indagare e valutare il profilo psicologico del soggetto;● Il test autobiografico, composto da domande aperte inerenti a differenti contesti di vita;● Il simulatore di plasticità cerebrale, strumento attraverso cui viene valutata la velocità di pensiero e l’attenzione visiva mediante l’utilizzo di varie situazioni ipotetiche e test;● Il colloquio con lo psicologo e/o lo psichiatra, dove verranno approfonditi diversi contesti di vita personale e professionale del candidato o del militare. Gli psicologi militari hanno un ruolo importante nella promozione del benessere psicofisico del militare e nella prevenzione o nell’eventuale trattamento di stress, disagio psicologico o psicopatologia dell’individuo. Le malattie mentali che potrebbero presentarsi davanti ad uno psicologo militare, va sottolineato, non sono proprie di questo particolare contesto; tuttavia, le situazioni a cui si espone chi è arruolato in una Forza Armata sono certamente differenti da quelli della vita quotidiana di un civile e la grande quantità di stress a cui devono far fronte non funge da fattore di protezione per un eventuale sviluppo di un quadro psicopatologico. Le situazioni che si presentano nella vita di questi individui sono, infatti, composte da un’alta potenzialità traumatica, dove la loro sicurezza è messa costantemente in dubbio. Tra i principali problemi che i militari delle varie Forze Armate si trovano a dover affrontare possono essere citati il disturbo da stress post-traumatico (PTSD), l’emergere di sensi di colpa, varie difficoltà di coppia o con la propria famiglia, disturbi del sonno causati da incubi e presenza di flashback. Restando all’interno dell’ambito clinico, lo psicologo militare non deve intervenire solamente laddove i sintomi di una sofferenza siano già presenti, ma anche in contesti preventivi, specialmente in riferimento alla prevenzione di condotte a rischio o di devianza, quali autolesionismo e suicidio o tossicodipendenza, e mediante il supporto psicologico laddove si fosse verificato un evento potenzialmente traumatico. Infine, gli psicologi militari risultano avere ruoli importanti anche nel fornire formazione ai militari su tecniche di gestione dello stress derivante dalla loro vita professionale. Si occupano, inoltre, di analizzare periodicamente il clima organizzativo e psicologico derivante dall’organizzazione per poter promuovere efficacemente il benessere psicofisico.Ciò che è necessario sottolineare per le varie figure professionali, psicologi compresi, che intendono approcciarsi al contesto lavorativo militare, è l’importanza di non sottovalutare le sfide etiche che potrebbero presentarsi.Oltre al codice deontologico di riferimento, è fondamentale sviluppare un’approfondita conoscenza delle istituzioni militari e del diritto militare del Paese in cui si sta operando. Uno tra gli ostacoli che potrebbe presentarsi nel tentativo di bilanciare nel modo più etico possibile le esigenze della Forza Armata e i bisogni del singolo militare, può essere rappresentato dalla necessità di prendere una decisione in relazione al riportare o meno quest’ultimo sul campo, qualora dovesse avere un disturbo mentale. Ulteriore ostacolo per gli psicologi militari è rappresentato dal concetto di riservatezza, che acquisisce un’accezione differente rispetto a quella inerente alla pratica in un ambiente civile. All’interno del contesto militare, gli psicologi devono mantenere il miglior equilibrio possibile tra il benessere del singolo individuo e della Forza Armata di riferimento, informando i militari della possibilità di dover divulgare alcune informazioni per la protezione della missione militare, generalmente riguardanti giudizi di idoneità. All’interno di questo breve articolo, sono quindi state citate alcune aree di intervento degli psicologi che decidono di operare all’interno di un contesto così delicato. Oltre a quelli qui affrontati, i compiti di uno psicologo militare vanno a comprendere numerose altre attività, inerenti alla singola persona e alla sua vita professionale, all’organismo militare e all’individuo all’interno di specifici contesti di operazioni militari. Ciò che è importante sottolineare è, quindi, l’interdipendenza di queste aree di lavoro e la conseguente necessità di integrare numerose attività che coprano ognuna di queste aree, per poter permettere ai militari di preservare il loro benessere psicofisico e alle Forze Armate di essere il più efficaci possibile. Bibliografia ● Camp, N. M. (1993). The Vietnam War and the ethics of combat psychiatry. American Journal of Psychiatry, 150, 1000–1010.● CNOP (n.d:) Lo Psicologo Militare● Howe, E. G., & Jones, F. D. (1994). Ethical issues in combat psychiatry. In R. Zajtchuk, R. F. Bellamy, & D. P. Jenkins (Eds.), Textbook of military medicine: War psychiatry (pp. 115–131). Falls Church, VA: Office of the Surgeon General, U.S. Department of the Army.● Isaeva Muhabbat
Lo psicologo delle cure primarie: tra realtà ed utopia

Da molti anni, ormai, il benessere psicologico non può essere più considerato elemento secondario né può essere affrontato con soluzioni transitorie. Nonostante tutto continua ad essere posta in secondo ordine la “cura” del paziente con disturbi mentali rispetto ad uno con disturbi “organici. E’ attualmente noto che nelle “malattie psicosomatiche” ansia, rabbia, paura e tristezza sottopongono il corpo ad una quota di stress che l’organismo non è in grado di tollerare, così come anche nei disturbi con una chiara origine biologica (cancro, patologie croniche come diabete, celiachia, etc.) la nostra capacità di reagire e di rispondere al trattamento dipende dal modo in cui affrontiamo le cure, rivolgendo così una maggiore attenzione alle vicissitudini psicologiche e alla possibilità di strutturare dei percorsi di “caring” che si spingono oltre il “curing“. Spesso, specialmente nell’era “post covid” capita di sentire “lamentele” da parte dei medici di medicina generale rispetto a quelli che banalmente definiscono come “finti malati” coloro che all’apparenza “non hanno nulla” ma che sottendono grandi disagi. Quale ruolo ha giocato il covid rispetto ai disturbi mentali? Le persone che hanno contratto il Covid hanno un rischio del 60 per cento più alto di sviluppare ansia, depressione, dipendenza da sostanze o altri disturbi mentali. Il medico di medicina generale per far fronte a questa situazione si è improvvisato ad essere quasi un “tuttologo”, ma i suoi assistiti non hanno riscontrato in lui il contenimento dovuto e spesso hanno lamentato il fatto di sentire “sottovalutato” il proprio disagio. Si finisce solamente con l’intasare quotidianamente gli studi di medicina generale con necessità che prescindono dalle cure mediche e che ad onor del vero il MMG trova difficoltà ad accogliere poichè “impegnato” in condizioni, per quanto riferito, quasi sempre più complesse di quelle esposte da un paziente con disagio psichico. O ancora, banalmente sottovaluta l’importanza e la complessità di un disturbo psicologico addossando ulteriormente le difficoltà del paziente ad una “malattia organica”, oppure semplicemente dichiarando di non avere tempo per “l’ascolto” di problematiche riguardanti il profondo. Ed è proprio in questo momento che ci si è resi conto di quanto sia importante poter avere un “parallelo” servizio di psicologia di base al quale accedere attraverso il SSN. Il servizio di psicologia di base Partendo da questa prospettiva va da sè che sia necessario effettuare un “cambio di rotta”, ovvero, bisognerebbe assegnare ai problemi psicologici la medesima dignità di quelli somatici. Se tutto ciò si realizzasse nel concreto non ci sarebbe più bisogno di arrivare a rivolgersi ad uno psicologo solo quando “è l’ultima spiaggia”, o solo perchè il medico di base ci è arrivato “per esclusione” di altro. Le condizioni di disagio vissute dai medici i quali per primi dichiarano di non volersi occupare di condizioni che prescindono il loro sapere, mostrano la evidente necessità di un approccio “integrato” dove psicologo e medico possano collaborare e lavorare fianco a fianco per il benessere totale del paziente. Ponendoci in un’ottica di benessere, diagnosi esatte, trattamento e riabilitazione, risulta essenziale considerare la possibilità di cambiamenti radicali in ambito sanitario. Si tratta del bisogno di costruire una identità “diversa” e “maggiormente strutturata” giungendo ad una unità propriamente detta di aspetti corporei e psichici della persona. Tutto ciò sarà reso possibile solo quando ci saranno le condizioni utili a far maturare l’idea che lo psicologo non debba mettere a disposizione di “pochi” le proprie competenze, ma garantire a chiunque uno spazio per prendersi cura del proprio sè.
Lo farò domani… Procrastinare è umano, ma a volte diventa diabolico

Qual è la portata psicologica della procrastinazione? L’abbiamo provata tutti: è un irresistibile chiamata a rimandare qualcosa, a non iniziare un compito, a ritardare in ogni modo. E per alcuni, con l’andare del tempo, diventa una trappola faticosa, che rende molte azioni quasi impossibili, perché incagliate nella palude della sospensione. Ma cosa significa per la nostra mente procrastinare? La ricerca neuroscientifica ha trovato evidenze del fatto che l’amigdala è coinvolta anche nella procrastinazione. Ne abbiamo già parlato, a proposito delle memorie traumatiche e dei sogni a contenuto spaventoso: l’amigdala è quella struttura a forma di mandorla che si è sviluppata nel nostro cervello in un lungo passato evolutivo e che funziona da meccanismo di sopravvivenza, per proteggerci dal pericolo. La sua funzione iniziale, in presenza di minacce nell’ambiente che ci circondava, era quella di rilasciare ormoni utili a spingerci a fuggire dalla situazione pericolosa incontrata. Oggi siamo raramente in presenza di minacce per la nostra sopravvivenza, non incontriamo tigri o orsi o predatori voraci ogni giorno; ma il meccanismo si attiva anche quando incontriamo un compito che troviamo poco attraente, difficile o che ci provoca ansia nella vita quotidiana. Quando il sistema limbico individua un come minaccioso, sgradevole, complicato, l’amigdala si attiva come davanti a un T-rex, per spingerci a evitare la fonte della minaccia. Evitandolo oggi e domani, e domani ancora, ci troviamo a procrastinare indefinitamente. Ma quale soluzione si può tentare, per evitare di evitare? Molte ricerche concordano nello stabilire come una tabella di marcia possa funzionare da “calmante” per l’amigdala. In poche parole, è in nostro potere attenuare la reazione al compito che sentiamo come difficile o ansiogeno. Si tratta di avvisare – passatemi il termine – il nostro cervello: ad esempio, informarlo che ci esporremo solo per poco tempo alla minaccia. Un’azione volontaria e specifica che può disinnescare, o perlomeno attenuare, il sistema di protezione automatico. Un esempio pratico? Programmare un timer per dedicare 25 minuti, senza distrazioni, all’azione che vorremmo rimandare; finiti i 25 minuti, sospendere e fare una pausa di 5 minuti; ripetere per quattro volte e poi riposarsi per una trentina di minuti. È una tecnica semplice, che consente di ottenere risultati utili, iniziando a fare progressi verso l’obiettivo finale. A questo punto, occorre registrare e apprezzare ogni piccolo avanzamento: i ricercatori hanno rilevato che celebrare ogni piccola vittoria sostiene la motivazione e la aumenta ogni volta, nella direzione di raggiungere l’obiettivo. Quindi: rassicurare il sistema limbico con un’azione frammentata e registrare e celebrare i primi risultati, che rinforzano la motivazione, è un esercizio che può aiutare ad evitare la procrastinazione. Per diventare più produttivi e sentirsi più soddisfatti di sé.
Linguaggio, linguistica, comunicazione e psicologia

di Alberta Casella da Psicologinews Scientific La psicologia si impianta sul linguaggio. Il linguaggio crea la relazione e l’individuo vive in continua relazione. In questo articolo e nei successivi ne i l lust reremo le connessioni. Ogni comportamento è manifestazione dell’individuo singolo, ma deve essere spiegato tenendo conto del contesto nel quale si verifica perché è il segno delle relazioni, della comunicazione con gli altri. Nel vivere ci si relaziona continuamente con gli altri ed è impossibile non comunicare: perfino i l silenzio è una forma di comunicazione, fonte d’informazioni sull’altro spesso più preziose di tante parole dette senza senso. Si afferma l’importanza e la necessità di studiare il linguaggio come principale mezzo di comunicazione umana e, quindi, come primo veicolo d’informazione e scambio tra paziente e terapeuta. Il bisogno di comunicare è profondamente insito nell’uomo; entrare in contatto con gli altri attraverso gesti, suoni, parole è un’esigenza insopprimibile che ha spinto la società umana, nel suo sviluppo, a creare molte forme di comunicazione. Fra queste, la più completa ed agile, quella che pone l’uomo in condizione di svolgere questa funzione essenziale della sua esistenza, è il linguaggio verbale. Ciò che distingue, appunto, gli esseri umani dagli altri animali è proprio la creazione e l’uso di tale strumento che diviene caratteristico di ogni gruppo umano e ne contrassegna le differenze maggiori. “Sembra assolutamente privo di qualsiasi fondamento quanto a volte si sostiene circa l’esistenza di certe popolazioni il cui vocabolario sarebbe così limitato da richiedere l’uso supplementare del gesto (…); la verità è che tra ogni popolo conosciuto i l linguaggio è i l mezzo essenzialmente compiuto di espressione e comunicazione”. L’uso del linguaggio si concretizza attraverso due direttrici fondamentali: in primo luogo, esso serve come mezzo per rappresentare ed ordinare in modo logico la nostra esperienza e le nostre percezioni del mondo e permette a ciascuno di ragionare a t t i v ame n t e s u c i ò c h e a c c a d e quotidianamente al fine di ottenere una visione sempre chiara degli eventi. In secondo luogo, poiché il linguaggio è il mezzo più efficace e duttile per esprimere stati d’animo, sensazioni, impressioni o concetti complessi ed articolati, lo usiamo per comunicarci a vicenda il nostro modo di vedere e concepire il mondo e la realtà circostante. “Usando il linguaggio per la comunicazione presentiamo agli altri il nostro modello”: la comunicazione umana si realizza, soprattutto, nell’uso della lingua. Nasce come bisogno di trasmettere ad altri il proprio messaggio e di ricevere, in cambio, altre informazioni che, assimilate, possono modificare od ampliare o consolidare il personale modo di rapportarsi con la società. In questo scambio, la lingua continuamente si trasforma, si evolve, si adatta ai mutamenti sociali, economici e culturali, si piega ad esprimere ogni nuova esperienza, si arricchisce con tutto ciò che di nuovo appare nel mondo assolvendo una funzione insostituibile ed universale. “La lingua, che è di per sé un fenomeno complesso, è tale che non c’è alcuna attività umana o campo d’azione che non comporti il suo impiego come parte integrante. Le funzioni della lingua tendono ad essere infinite”. A tal proposito, l’ipotesi di Sapir e Whorf, sull’effetto totalizzante della lingua sul nostro comportamento, afferma che essa influenza continuamente e totalmente il nostro modo di pensare e la nostra potenziale comunicazione con gli altri. Silvestri conferma tale ipotesi dicendo che: “la realtà della lingua non è univoca e non potrebbe mai esserlo, dato il carattere eminentemente culturale della sua fenomenologia; (…) la specificità del linguaggio è, si inscritta nel nostro codice genetico ma, soprattutto, una o più lingue storiche fanno parte del nostro bagaglio culturale”. Egli asserisce, con tali parole, la peculiarità insita nello stile personale del linguaggio, ovvero l’idea che l’uso che di esso se ne fa è sempre mediato dal contesto circostante e dal tipo di relazione che instauriamo con gli altri. Lo studio di tale mezzo comunicativo fa capo ad una specifica disciplina detta “linguistica”; tuttavia, tale scienza si è occupata, principalmente, dell’analisi della lingua, ovvero del sistema fonemico e grafemico senza troppo interessarsi dell’uso che di esso si fa all’interno della società. L’esigenza di studiare un elemento primario nelle relazioni umane, quale la lingua, è radicata nella tradizione filosofica antica e già Eraclito si poneva domande sulla sua funzionalità indagando quale e quanta utilità esso avesse nel costituire rapporti tra le persone; secondo una concezione tuttora molto accreditata, lo studio del linguaggio contribuisce a chiarire il funzionamento del pensiero e della mente. Nella linguistica moderna, la ricerca più affascinante parte dall’affermazione che tutte le lingue portano in sé una serie di fonemi in cui agli invarianti formali si sovrappongono elementi che si modificano e si ristrutturano grazie all’influenza che su di esse hanno gli sviluppi storici e culturali del popolo che le usa: in tal modo la questione focale diviene, attualmente, se ed in che modo il contesto influenzi l’uso e lo sviluppo della lingua e quanto esso possa concorrere nel creare nuove forme di comunicazione. Una “nozione intuitiva di linguaggio” suggerisce che esso sia il mezzo per associare due ordini di entità: l’area dei contenuti mentali e quella delle realtà sensoriali. Sia l’una che l’altra, da sole, non hanno possibilità d’espressione poiché la prima è, per sua stessa natura inesprimibile, mentre l a s e c o n d a , n o n a f fi a n c a t a d a un’elaborazione mentale, è completamente priva di significato. Il linguaggio diviene il loro anello di congiunzione, nel senso che permette di esprimere le idee nel mondo sensoriale dando vita, così, contemporaneamente alle une ed all’altro. Nel momento in cui affermiamo che il linguaggio non è altro che l’espressione di contenuti mentali, capiamo l’interesse che la psicologia ha sempre avuto nei confronti della linguistica ed, in tal modo, motiviamo anche il nostro stesso interesse nel considerarla quale elemento fondante ed imprescindibile poiché il linguaggio verbale è la base di ogni relazione terapeutica; è con il suo uso che terapeuta e
Libero arbitrio e decisioni volontarie

Molti sono i filosofi, i teologi e gli scienziati che hanno posto l’attenzione sul libero arbitrio e sulla capacità di prendere autonomamente delle decisioni. Cartesio, infatti sosteneva l’importanza di esso come una forma di scelta volontaria, un impegno attivo e responsabile di ricerca personale delle Verità. Dante Alighieri in alcuni canti del Purgatorio, affronta la tematica sulla libertà delle proprie azioni. Egli rifiuta il concetto di ineluttabilità degli eventi. Egli lo ritiene una vana ed inutile giustificazione dei propri comportamenti, come se il nostro presente o passato non ci appartenesse. Al contrario, il sommo poeta sostiene la libertà e la volontà delle nostre azioni come frutto della ragione e del libero arbitrio. Spostandoci nella sfera artistica, uno degli esempi della libertà delle proprie azioni è visibile nella creazione nella Cappella Sistina. La leggenda narra che a Michelangelo, proprio in quell’affresco, fu imposto di piegare leggermente la falange del dito di Adamo, proteso a Dio. Il messaggio che, di conseguenza, si intende far passare è proprio lo sforzo umano di prendere decisioni in autonomia e libertà di azione. Nella tradizione religiosa cattolica, i nostri comportamenti devono essere protesi a Dio, alla perfezione, alla Scienza e Coscienza. Se ci si allontana dal Cattolicesimo, vediamo che anche le altre religioni sostengono che gli uomini sono responsabili delle proprie azioni, scegliendo tra il bene e il male. Ma il libero arbitrio si applica, quindi, a tutti i settori, anche quelli tecnici e scientifici. Costituisce il motore per nuove scoperte e nuove avventure. Esso, in effetti, offre ulteriori e possibili scenari di novità e opportunità: apre un ventaglio di scelte in cui cimentarsi per crescere. Ogni atto umano è, dunque, frutto di una scelta, dettata sì dagli eventi, ma soprattutto dalla ragione, strumento indispensabile per la nostra vita.
LEGO SERIOUS PLAY: NUOVO METODO FORMATIVO

Il Lego Serious Play è una metodologia di facilitazione orientata al confronto in contesti di collaborazione. Essa permette di sviluppare il pensiero creativo, la comunicazione e la risoluzione di problemi attraverso l’uso delle costruzioni Lego. Questa metodologia è stata inventata dallo stesso fondatore della Lego, Kjeld Kirk Kristiansen, alla fine degli Anni Novanta quando l’azienda va in crisi a causa della nascita dei dispositivi elettronici (come videogiochi, playstation…). Per ovviare questa problematica, il fondatore della Lego pone al suo management una sfida chiedendo loro di individuare, tramite l’uso dei mattoncini di Lego, quale strategia avrebbero potuto implementare per ritornare ai numeri di vendita precedenti. La metodologia Lego Serious Play comincia poi a diffondersi anche in altri Paesi fino ad arrivare in Italia a partire dai primi anni 2000. COME FUNZIONA? Il Lego Serious Play invita le persone a rispondere a domande sulla propria identità organizzativa e sulle proprie esperienze attraverso la costruzione di modellini. Il valore aggiunto di questa metodologia risiede nel fatto che permette di abbassare le resistenze e le difese che si attivano nelle persone, soprattutto quando devono parlare di se stesse, in quanto è un’attività con un aspetto ludico molto forte e che riporta i partecipanti a quando erano bambini. Il Lego Serious Play parte dal presupposto che non esista una realtà oggettiva, ma è sempre soggettiva ed è attraverso la costruzione di modellini che emerge il percepito di ognuno di noi. Con questo metodo si riesce a coinvolgere tutti, cosa che nella formazione è sempre molto difficile fare. È importante far parlare e coinvolgere la totalità dei partecipanti, anche le persone più timide per far sviluppare le loro potenzialità al fine di portare grandi risultati all’azienda. COME SI SVOLGE? Il metodo è molto strutturato, composto da 7 fasi che possono durare anche due giorni. Solitamente non si fa la pausa perché essendo un gioco divertente nessuno lo interrompe. Si compone solitamente di una o più parti individuali e una di gruppo. Le prime vengono solitamente chiamate fase dell’identità, nelle quali si chiede di rispondere individualmente ad alcune domande su un determinato argomento tramite la costruzione di uno o più modellini; non ci sono tempi lunghi, si danno solo dai 5 ai 7 minuti per la costruzione, a cui segue successivamente la presentazione del modellino da parte di tutti i partecipanti. Infine, è presente un momento gruppale, in cui si lavora tutti insieme per costruire un ulteriore modellino e creare una rappresentazione comune su quel determinato argomento. Il Lego Serious Play è un’attività assolutamente non giudicante in quanto le persone devono essere libere di esprimersi come vogliono; dunque, nel momento dell’esposizione del modellino da parte dei partecipanti non bisogna esprimere giudizi. Per concludere, il Lego Serious Play è una delle attività esperienziali formative più efficaci perché le persone si impegnano nonostante ci sia una forte componente ludica. BIBLIOGRAFIA www.legoseriousplayitalia.it
Le vittime quotidiane del phubbing

Negli ultimi anni, ha preso piede la mania del phubbing, che miete le sue vittime ogni giorno. Esso consiste nell’ abitudine di guardare continuamente il proprio cellulare, ignorando le persone intorno. Il termine deriva dalla contrazione di due parole inglesi, phone (telefono) e snubbing (snobbare) e riguarda quell’atteggiamento in cui si controlla il telefono, snobbando letteralmente l’interlocutore. Esso è un vero e proprio impulso, incontrollabile, di cui siamo sia vittime che carnefici. Secondo recenti studi, questo comportamento è socialmente accettato, per cui se arriva una notifica sul cellulare, siamo “autorizzati” a controllarla. Inoltre, non ci offendiamo neanche se qualcuno risponde ad un messaggio mentre parla con noi. Si parla spesso di generazione connessa, ma sia che si tratti di uno zoomer e sia di un millennial o uno boomer, la necessità di ricorrere al cellullare è sempre più insistente. Proprio per questo immedesimarsi nei panni dell’altro, comprendiamo bene quanto sia ansiogeno non riuscire a vedere la natura della notifica sul nostro cellulare. Quindi, da un punto di vista psicologico, le vittime del phubbing sono affette dai sintomi tipici dell’ansia, dalla paura di essere tagliati fuori dal mondo che li circonda. D’altro canto, però, se si analizza la situazione sotto l’ottica sociologica, la prospettiva si ribalta. Da un lato si ha la paura di rimanere soli, isolati, se non si risponde in tempo reale all’avviso emesso dal cellulare, ma dall’altro, non si fa altro che deteriorare la relazione con l’interlocutore di quel momento. Per rispondere ad un messaggio, si snobba la persona con cui si stava chiacchierando fino ad un istante prima. Siamo talmente presi dalla necessità di proiettarci nella futura risposta, che ci dimentichiamo di vivere il presente. Se impariamo a dare importanza e le giuste priorità alle cose e alle persone, probabilmente migliorerebbe il nostro benessere psicologico e sociale.
Le trame psicologiche dell’apprendimento

La persona è nata per apprendere, ma deve preparsi a farlo. Maria Anna Formisano Sin dalla nascita siamo immersi in un mondo fatto suoni, odori, sapori, figure, oggetti e volti. I nostri sensi ci aprono al mondo e a varie esperienze che, passo dopo passo, lasciano una traccia nella nostra mente. Non c’è dubbio che, nel corso dello sviluppo, il cervello ha bisogno di fare diverse esperienze, affinchè si sviluppino connessioni anche in altre aree. Pensare, ragionare, ricordare, parlare e percepire sono alcuni dei processi coinvolti che si intrecciano con le trame dell’apprendimento. Poichè la nostra mente assorbe milioni di informazioni, è molto importante conoscere le trame psicologiche dell’apprendimento, che stimolano la curiosità, il dubbio e a volte anche l’incertezza,ma vale comunque la pena di conoscerle. Le trame psicologiche dell’apprendimento Se l’ intelligenza e le altre attitudini incidono sull’apprendimento è anche vero che le trame psicologiche hanno la stessa influenza. L’apprendimento si distingue per le sue trame psicologiche. Esistono alcune “trame” che possono essere qui sintetizzate: a) l’autopercezione b) la consapevblezza emotiva c) la motivazione L’autopercezione è un processo di interpretazione che la persona fa di sè stesso, delle proprie azioni e delle proprie emozioni. L’autopercezione varia da soggetto a soggetto. Avere una buona percezione di se stessi è fondamentale per riuscire nell’apprendimento. Ricordiamo sempre le parole di Edward de Bono quando afferma che: non dobbiamo fidarci troppo della percezione immediata. Possono esserci anche cose di grandissimo valore positivo, ma che non risultano affatto evidenti a prima vista. La consapevolezza emotiva fa riferimento al giusto equilibrio delle emozioni e soprattutto alla capacità dell’individuo di gestire anche le emozioni negative. L’uso più attento che si possa fare dell nostra vita è prendere consapevolezza delle nostre emozioni. Dovremmo gestire le nostre emozioni, evitando come diceva Gandhi: il potere di autosuggestione che, spesso è così forte, che un uomo finisce per diventare quello che crede di essere. La motivazione è la vera spinta ad agire, senza esitazioni, evitando di preocciparsi non tanto del risultato, ma di ciò che si conosce, man mano che si apprende. Ogni apprendimento nasce da una motivazione. La motivazione nasce sempre da un perchè. E ricordiamoci sempre che, si puo cercare di fare cose, che non si è capaci di fare, per imparare come farle (Pablo Picasso). Conclusioni Quando apprendiamo realizziamo noi stessi. Evitiamo, quindi, di concentrarci sulle aspettative e cominciamo ad esplorare le vere trame psicologiche, che senza dubbio ci fanno sentire il nostro mondo interiore. L’effetto delle trame psicologiche è la loro influenza sull’apprendimento. Dopo aver analizzato una trama psicologica si rimane stupiti dei poteri della nostra mente. Le trame psicologiche nell’apprendimento rappresentano la vera confessione della nostra mente, modulata da variabili culturali, sociali e biologiche, che incidono profondamente sull’individuo. Lo scopo dell’apprendimento è la crescita, e la nostra mente, a differenza del nostro corpo, può continuare a crescere fintanto che continuiamo a vivere (Mortimer J. Adler).
Le teorie dell’apprendimento nella pubblicità

Le teorie dell’apprendimento sono quasi sempre presenti nel marketing e nella comunicazione pubblicitaria. L’apprendimento è il processo mediante il quale un consumatore acquisisce una conoscenza legata a possibili forme di consumo ed esperienze d’acquisto che metterà in atto per i suoi comportamenti d’acquisto futuri. Uno degli obiettivi delle aziende è creare consapevolezza circa l’esistenza di un prodotto ed educare i consumatori, facendogli capire gli specifici attributi, benefici, vantaggi che questo può portare. Esistono diverse teorie dell’apprendimento, che possono essere sfruttate nella comunicazione pubblicitaria. Il condizionamento classico rappresenta un esempio di apprendimento per associazione. Queste teorie vengono spesso applicate nell’ambito pubblicitario. Lo scopo è proprio quello di generare una risposta emotiva positiva al messaggio che il brand vuole trasmettere attraverso musica, immagini e testimonial. Vediamo alcuni esempi: Tramite l’uso dei testimonial si sfrutta l’apprendimento classico per trasferire le caratteristiche positive del testimonial al prodotto che sta sponsorizzando. Ad esempio, la famosa pubblicità della Nespresso con Chiara Ferragni. Con la tecnica della brand extension ci si ancora alle caratteristiche del prodotto originale e le si va ad attribuire alla nuova linea di prodotti. Un esempio è quello di Pan di Stelle che ha introdotto negli ultimi anni la crema spalmabile al cacao. A volte il condizionamento classico può essere pericoloso in quanto se si sceglie un testimonial sbagliato, si creano associazioni in negativo sul proprio prodotto. Le campagne di marketing sociale sfruttano spesso questo processo in cui si cerca di scoraggiare le persone a mettere in atto comportamenti pericolosi e dannosi. Un esempio sono tutte quelle campagne in cui si associa il bere alcool e mettersi alla guida con immagini negative che rappresentano incidenti stradali. Proseguendo, troviamo il condizionamento operante di Skinner. Esso è basato sull’uso di rinforzi positivi e negativi, che possono rafforzare o indebolire una risposta comportamentale dell’individuo. Nel marketing, il rinforzo positivo si vede nei casi delle carte fedeltà, che permettono di accumulare buoni sconto e punti che agiscono da rinforzo positivo in quanto si ottengono premi. Inoltre, dal punto di vista dei servizi, alcuni benefici possono essere ottenuti attraverso l’eliminazione di rinforzi negativi, come ad esempio l’azzeramento delle spese di consegna e la riduzione degli stessi tempi. Infine, c’è l’apprendimento vicario, secondo il quale si possono apprendere dei comportamenti per imitazione. Secondo questa prospettiva, l’apprendimento si verifica anche se il comportamento appreso non viene subito messo in pratica. Anche qui ci possono essere dei risvolti negativi perché ciò che elicita emozioni negative tende a essere evitato e non imitato. In questo articolo viene mostrato il grande apporto della psicologia all’interno del mondo della comunicazione pubblicitaria e più in generale del marketing. Buona parte del comportamento dei consumatori e delle strategie di marketing, infatti, sono apprese. Per questo motivo, il processo di apprendimento è di interesse fondamentale per chi lavora in questo campo. BIBLIOGRAFIA: Kimmel, A.J. (2018). Psychological Foundations of Marketing. New York: Routledge
Le stereotipie nell’autismo: cosa devi sapere

Assieme al deficit dell’interazione sociale e della comunicazione, le stereotipie vanno a definire un criterio cardine per la definizione della diagnosi di autismo (DSM 5, 2013). Questi comportamenti appaiono spesso bizzarri, ripetitivi e inappropriati in contesti sociali e spesso vanno ad interferire con il funzionamento della persona nella sua quotidianità. Le stereotipie nell’autismo si caratterizzano quasi sempre per il rispetto di routine molto rigide, ecolalia (ripetizioni di parole e frasi) e manipolazione ripetitiva di oggetti (Lewis & Boucher, 1988; Turner, 1999). Tali comportamenti possono creare grandi difficoltà al soggetto stesso e al suo contesto. Le persone con autismo manifestano anche difficoltà a tollerare i cambiamenti, soffrendo di forte ansia e instabilità nel caso essi si verifichino inaspettatamente. Alcuni cambiamenti nella routine o di alcune attività scolastiche possono essere motivo di grande disagio e sofferenza per la persona con disturbo dello spettro autistico. Per questo si consiglia, oltre che alla strutturazione della giornata (sequenze di eventi prevedibili e strutturati) di fornire la possibilità di prevedere alcuni cambiamenti che potrebbero ipoteticamente verificarsi per quanto possibile, attraverso dei supporti specifici (agende visive). Interessi ristretti e stereotipati Innanzitutto occorre tenere presente che la stereotipia è una modalità che il bambino o il ragazzo impiega per mantenere un senso di sicurezza e stabilità e un ordine, sia mentale e interno che concreto e pratico, nella realtà circostante e nell’ambiente relazionale, che è per lui rassicurante su un piano emotivo e affettivo. Di conseguenza, l’interrompere o il modificare la stereotipia può ingenerare intensi vissuti d’ansia, preoccupazione e disorientamento. Lo sviluppo di interessi ristretti e stereotipati e di ossessioni per un particolare argomento o elemento dell’ambiente è tipico di molte persone autistiche. Come agire sulle stereotipie La modalità migliore per poter intervenire sulle stereotipie è seguire i principi dell’Analisi Applicata al Comportamento (ABA). Inoltre, descrivere e classificare le stereotipie in base alla loro funzione, piuttosto che alla loro forma, è utile sia per un genitore che per un insegnante che si trova ogni giorno a dover convivere con le stereotipie motorie o vocali del proprio figlio o alunno. In tal modo, con la guida di professionisti esperti, ci saranno maggiori probabilità di modificare il comportamento stereotipato attraverso teniche specifiche (Cunningham & Schreibman, 2008). Riferimenti Bibliografici Cunningham, A. B., & Schreibman, L. (January 01, 2008). Stereotypy in autism: The importance of function. Research in Autism Spectrum Disorders, 2, 3, 469-479. Ghanizadeh, Ahmad. (2010). Clinical approach to motor stereotypies in autistic children. (Iranian Journal of Pediatrics (ISSN: 1018-4406) Vol 20 Num 2.) Tehran University of Medical Sciences Press. Goldman, S., Wang, C., Salgado, M. W., Greene, P. E., Kim, M., & Rapin, I. (January 01, 2009). Motor stereotypies in children with autism and other developmental disorders. Developmental Medicine and Child Neurology, 51, 1, 30-8. Lewis, V., & Boucher, J. (1988). Spontaneous, instructed and elicited play in relatively able autistic children. British Journal of Developmental Psychology, 6(4), 325-339. Mahone, E. M., Bridges, D., Prahme, C., & Singer, H. S. (January 01, 2004). Repetitive arm and hand movements (complex motor stereotypies) in children. The Journal of Pediatrics, 145, 3, 391-5. Matson, J. L., & In Sturmey, P. (2013). International handbook of autism and pervasive developmental disorders. 115-123 Muthugovindan, D., & Singer, H. (January 01, 2009). Motor stereotypy disorders. Current Opinion in Neurology, 22, 2, 131-136. Turner, Michelle. (1999). “Annotation: Repetitive behaviour in autism: A review of psychological research.” Journal of child psychology and psychiatry 40.6 839-849. Volkmar, Fred R., and Ami Klin. (2005). “Issues in the classification of autism and related conditions”.