Lo farò domani… Procrastinare è umano, ma a volte diventa diabolico

Qual è la portata psicologica della procrastinazione? L’abbiamo provata tutti: è un irresistibile chiamata a rimandare qualcosa, a non iniziare un compito, a ritardare in ogni modo. E per alcuni, con l’andare del tempo, diventa una trappola faticosa, che rende molte azioni quasi impossibili, perché incagliate nella palude della sospensione. Ma cosa significa per la nostra mente procrastinare? La ricerca neuroscientifica ha trovato evidenze del fatto che l’amigdala è coinvolta anche nella procrastinazione. Ne abbiamo già parlato, a proposito delle memorie traumatiche e dei sogni a contenuto spaventoso: l’amigdala è quella struttura a forma di mandorla che si è sviluppata nel nostro cervello in un lungo passato evolutivo e che funziona da meccanismo di sopravvivenza, per proteggerci dal pericolo. La sua funzione iniziale, in presenza di minacce nell’ambiente che ci circondava, era quella di rilasciare ormoni utili a spingerci a fuggire dalla situazione pericolosa incontrata. Oggi siamo raramente in presenza di minacce per la nostra sopravvivenza, non incontriamo tigri o orsi o predatori voraci ogni giorno; ma il meccanismo si attiva anche quando incontriamo un compito che troviamo poco attraente, difficile o che ci provoca ansia nella vita quotidiana. Quando il sistema limbico individua un come minaccioso, sgradevole, complicato, l’amigdala si attiva come davanti a un T-rex, per spingerci a evitare la fonte della minaccia. Evitandolo oggi e domani, e domani ancora, ci troviamo a procrastinare indefinitamente. Ma quale soluzione si può tentare, per evitare di evitare? Molte ricerche concordano nello stabilire come una tabella di marcia possa funzionare da “calmante” per l’amigdala. In poche parole, è in nostro potere attenuare la reazione al compito che sentiamo come difficile o ansiogeno. Si tratta di avvisare – passatemi il termine – il nostro cervello: ad esempio, informarlo che ci esporremo solo per poco tempo alla minaccia. Un’azione volontaria e specifica che può disinnescare, o perlomeno attenuare, il sistema di protezione automatico. Un esempio pratico? Programmare un timer per dedicare 25 minuti, senza distrazioni, all’azione che vorremmo rimandare; finiti i 25 minuti, sospendere e fare una pausa di 5 minuti; ripetere per quattro volte e poi riposarsi per una trentina di minuti. È una tecnica semplice, che consente di ottenere risultati utili, iniziando a fare progressi verso l’obiettivo finale. A questo punto, occorre registrare e apprezzare ogni piccolo avanzamento: i ricercatori hanno rilevato che celebrare ogni piccola vittoria sostiene la motivazione e la aumenta ogni volta, nella direzione di raggiungere l’obiettivo. Quindi: rassicurare il sistema limbico con un’azione frammentata e registrare e celebrare i primi risultati, che rinforzano la motivazione, è un esercizio che può aiutare ad evitare la procrastinazione. Per diventare più produttivi e sentirsi più soddisfatti di sé.
Linguaggio, linguistica, comunicazione e psicologia

di Alberta Casella da Psicologinews Scientific La psicologia si impianta sul linguaggio. Il linguaggio crea la relazione e l’individuo vive in continua relazione. In questo articolo e nei successivi ne i l lust reremo le connessioni. Ogni comportamento è manifestazione dell’individuo singolo, ma deve essere spiegato tenendo conto del contesto nel quale si verifica perché è il segno delle relazioni, della comunicazione con gli altri. Nel vivere ci si relaziona continuamente con gli altri ed è impossibile non comunicare: perfino i l silenzio è una forma di comunicazione, fonte d’informazioni sull’altro spesso più preziose di tante parole dette senza senso. Si afferma l’importanza e la necessità di studiare il linguaggio come principale mezzo di comunicazione umana e, quindi, come primo veicolo d’informazione e scambio tra paziente e terapeuta. Il bisogno di comunicare è profondamente insito nell’uomo; entrare in contatto con gli altri attraverso gesti, suoni, parole è un’esigenza insopprimibile che ha spinto la società umana, nel suo sviluppo, a creare molte forme di comunicazione. Fra queste, la più completa ed agile, quella che pone l’uomo in condizione di svolgere questa funzione essenziale della sua esistenza, è il linguaggio verbale. Ciò che distingue, appunto, gli esseri umani dagli altri animali è proprio la creazione e l’uso di tale strumento che diviene caratteristico di ogni gruppo umano e ne contrassegna le differenze maggiori. “Sembra assolutamente privo di qualsiasi fondamento quanto a volte si sostiene circa l’esistenza di certe popolazioni il cui vocabolario sarebbe così limitato da richiedere l’uso supplementare del gesto (…); la verità è che tra ogni popolo conosciuto i l linguaggio è i l mezzo essenzialmente compiuto di espressione e comunicazione”. L’uso del linguaggio si concretizza attraverso due direttrici fondamentali: in primo luogo, esso serve come mezzo per rappresentare ed ordinare in modo logico la nostra esperienza e le nostre percezioni del mondo e permette a ciascuno di ragionare a t t i v ame n t e s u c i ò c h e a c c a d e quotidianamente al fine di ottenere una visione sempre chiara degli eventi. In secondo luogo, poiché il linguaggio è il mezzo più efficace e duttile per esprimere stati d’animo, sensazioni, impressioni o concetti complessi ed articolati, lo usiamo per comunicarci a vicenda il nostro modo di vedere e concepire il mondo e la realtà circostante. “Usando il linguaggio per la comunicazione presentiamo agli altri il nostro modello”: la comunicazione umana si realizza, soprattutto, nell’uso della lingua. Nasce come bisogno di trasmettere ad altri il proprio messaggio e di ricevere, in cambio, altre informazioni che, assimilate, possono modificare od ampliare o consolidare il personale modo di rapportarsi con la società. In questo scambio, la lingua continuamente si trasforma, si evolve, si adatta ai mutamenti sociali, economici e culturali, si piega ad esprimere ogni nuova esperienza, si arricchisce con tutto ciò che di nuovo appare nel mondo assolvendo una funzione insostituibile ed universale. “La lingua, che è di per sé un fenomeno complesso, è tale che non c’è alcuna attività umana o campo d’azione che non comporti il suo impiego come parte integrante. Le funzioni della lingua tendono ad essere infinite”. A tal proposito, l’ipotesi di Sapir e Whorf, sull’effetto totalizzante della lingua sul nostro comportamento, afferma che essa influenza continuamente e totalmente il nostro modo di pensare e la nostra potenziale comunicazione con gli altri. Silvestri conferma tale ipotesi dicendo che: “la realtà della lingua non è univoca e non potrebbe mai esserlo, dato il carattere eminentemente culturale della sua fenomenologia; (…) la specificità del linguaggio è, si inscritta nel nostro codice genetico ma, soprattutto, una o più lingue storiche fanno parte del nostro bagaglio culturale”. Egli asserisce, con tali parole, la peculiarità insita nello stile personale del linguaggio, ovvero l’idea che l’uso che di esso se ne fa è sempre mediato dal contesto circostante e dal tipo di relazione che instauriamo con gli altri. Lo studio di tale mezzo comunicativo fa capo ad una specifica disciplina detta “linguistica”; tuttavia, tale scienza si è occupata, principalmente, dell’analisi della lingua, ovvero del sistema fonemico e grafemico senza troppo interessarsi dell’uso che di esso si fa all’interno della società. L’esigenza di studiare un elemento primario nelle relazioni umane, quale la lingua, è radicata nella tradizione filosofica antica e già Eraclito si poneva domande sulla sua funzionalità indagando quale e quanta utilità esso avesse nel costituire rapporti tra le persone; secondo una concezione tuttora molto accreditata, lo studio del linguaggio contribuisce a chiarire il funzionamento del pensiero e della mente. Nella linguistica moderna, la ricerca più affascinante parte dall’affermazione che tutte le lingue portano in sé una serie di fonemi in cui agli invarianti formali si sovrappongono elementi che si modificano e si ristrutturano grazie all’influenza che su di esse hanno gli sviluppi storici e culturali del popolo che le usa: in tal modo la questione focale diviene, attualmente, se ed in che modo il contesto influenzi l’uso e lo sviluppo della lingua e quanto esso possa concorrere nel creare nuove forme di comunicazione. Una “nozione intuitiva di linguaggio” suggerisce che esso sia il mezzo per associare due ordini di entità: l’area dei contenuti mentali e quella delle realtà sensoriali. Sia l’una che l’altra, da sole, non hanno possibilità d’espressione poiché la prima è, per sua stessa natura inesprimibile, mentre l a s e c o n d a , n o n a f fi a n c a t a d a un’elaborazione mentale, è completamente priva di significato. Il linguaggio diviene il loro anello di congiunzione, nel senso che permette di esprimere le idee nel mondo sensoriale dando vita, così, contemporaneamente alle une ed all’altro. Nel momento in cui affermiamo che il linguaggio non è altro che l’espressione di contenuti mentali, capiamo l’interesse che la psicologia ha sempre avuto nei confronti della linguistica ed, in tal modo, motiviamo anche il nostro stesso interesse nel considerarla quale elemento fondante ed imprescindibile poiché il linguaggio verbale è la base di ogni relazione terapeutica; è con il suo uso che terapeuta e
Libero arbitrio e decisioni volontarie

Molti sono i filosofi, i teologi e gli scienziati che hanno posto l’attenzione sul libero arbitrio e sulla capacità di prendere autonomamente delle decisioni. Cartesio, infatti sosteneva l’importanza di esso come una forma di scelta volontaria, un impegno attivo e responsabile di ricerca personale delle Verità. Dante Alighieri in alcuni canti del Purgatorio, affronta la tematica sulla libertà delle proprie azioni. Egli rifiuta il concetto di ineluttabilità degli eventi. Egli lo ritiene una vana ed inutile giustificazione dei propri comportamenti, come se il nostro presente o passato non ci appartenesse. Al contrario, il sommo poeta sostiene la libertà e la volontà delle nostre azioni come frutto della ragione e del libero arbitrio. Spostandoci nella sfera artistica, uno degli esempi della libertà delle proprie azioni è visibile nella creazione nella Cappella Sistina. La leggenda narra che a Michelangelo, proprio in quell’affresco, fu imposto di piegare leggermente la falange del dito di Adamo, proteso a Dio. Il messaggio che, di conseguenza, si intende far passare è proprio lo sforzo umano di prendere decisioni in autonomia e libertà di azione. Nella tradizione religiosa cattolica, i nostri comportamenti devono essere protesi a Dio, alla perfezione, alla Scienza e Coscienza. Se ci si allontana dal Cattolicesimo, vediamo che anche le altre religioni sostengono che gli uomini sono responsabili delle proprie azioni, scegliendo tra il bene e il male. Ma il libero arbitrio si applica, quindi, a tutti i settori, anche quelli tecnici e scientifici. Costituisce il motore per nuove scoperte e nuove avventure. Esso, in effetti, offre ulteriori e possibili scenari di novità e opportunità: apre un ventaglio di scelte in cui cimentarsi per crescere. Ogni atto umano è, dunque, frutto di una scelta, dettata sì dagli eventi, ma soprattutto dalla ragione, strumento indispensabile per la nostra vita.
LEGO SERIOUS PLAY: NUOVO METODO FORMATIVO

Il Lego Serious Play è una metodologia di facilitazione orientata al confronto in contesti di collaborazione. Essa permette di sviluppare il pensiero creativo, la comunicazione e la risoluzione di problemi attraverso l’uso delle costruzioni Lego. Questa metodologia è stata inventata dallo stesso fondatore della Lego, Kjeld Kirk Kristiansen, alla fine degli Anni Novanta quando l’azienda va in crisi a causa della nascita dei dispositivi elettronici (come videogiochi, playstation…). Per ovviare questa problematica, il fondatore della Lego pone al suo management una sfida chiedendo loro di individuare, tramite l’uso dei mattoncini di Lego, quale strategia avrebbero potuto implementare per ritornare ai numeri di vendita precedenti. La metodologia Lego Serious Play comincia poi a diffondersi anche in altri Paesi fino ad arrivare in Italia a partire dai primi anni 2000. COME FUNZIONA? Il Lego Serious Play invita le persone a rispondere a domande sulla propria identità organizzativa e sulle proprie esperienze attraverso la costruzione di modellini. Il valore aggiunto di questa metodologia risiede nel fatto che permette di abbassare le resistenze e le difese che si attivano nelle persone, soprattutto quando devono parlare di se stesse, in quanto è un’attività con un aspetto ludico molto forte e che riporta i partecipanti a quando erano bambini. Il Lego Serious Play parte dal presupposto che non esista una realtà oggettiva, ma è sempre soggettiva ed è attraverso la costruzione di modellini che emerge il percepito di ognuno di noi. Con questo metodo si riesce a coinvolgere tutti, cosa che nella formazione è sempre molto difficile fare. È importante far parlare e coinvolgere la totalità dei partecipanti, anche le persone più timide per far sviluppare le loro potenzialità al fine di portare grandi risultati all’azienda. COME SI SVOLGE? Il metodo è molto strutturato, composto da 7 fasi che possono durare anche due giorni. Solitamente non si fa la pausa perché essendo un gioco divertente nessuno lo interrompe. Si compone solitamente di una o più parti individuali e una di gruppo. Le prime vengono solitamente chiamate fase dell’identità, nelle quali si chiede di rispondere individualmente ad alcune domande su un determinato argomento tramite la costruzione di uno o più modellini; non ci sono tempi lunghi, si danno solo dai 5 ai 7 minuti per la costruzione, a cui segue successivamente la presentazione del modellino da parte di tutti i partecipanti. Infine, è presente un momento gruppale, in cui si lavora tutti insieme per costruire un ulteriore modellino e creare una rappresentazione comune su quel determinato argomento. Il Lego Serious Play è un’attività assolutamente non giudicante in quanto le persone devono essere libere di esprimersi come vogliono; dunque, nel momento dell’esposizione del modellino da parte dei partecipanti non bisogna esprimere giudizi. Per concludere, il Lego Serious Play è una delle attività esperienziali formative più efficaci perché le persone si impegnano nonostante ci sia una forte componente ludica. BIBLIOGRAFIA www.legoseriousplayitalia.it
Le vittime quotidiane del phubbing

Negli ultimi anni, ha preso piede la mania del phubbing, che miete le sue vittime ogni giorno. Esso consiste nell’ abitudine di guardare continuamente il proprio cellulare, ignorando le persone intorno. Il termine deriva dalla contrazione di due parole inglesi, phone (telefono) e snubbing (snobbare) e riguarda quell’atteggiamento in cui si controlla il telefono, snobbando letteralmente l’interlocutore. Esso è un vero e proprio impulso, incontrollabile, di cui siamo sia vittime che carnefici. Secondo recenti studi, questo comportamento è socialmente accettato, per cui se arriva una notifica sul cellulare, siamo “autorizzati” a controllarla. Inoltre, non ci offendiamo neanche se qualcuno risponde ad un messaggio mentre parla con noi. Si parla spesso di generazione connessa, ma sia che si tratti di uno zoomer e sia di un millennial o uno boomer, la necessità di ricorrere al cellullare è sempre più insistente. Proprio per questo immedesimarsi nei panni dell’altro, comprendiamo bene quanto sia ansiogeno non riuscire a vedere la natura della notifica sul nostro cellulare. Quindi, da un punto di vista psicologico, le vittime del phubbing sono affette dai sintomi tipici dell’ansia, dalla paura di essere tagliati fuori dal mondo che li circonda. D’altro canto, però, se si analizza la situazione sotto l’ottica sociologica, la prospettiva si ribalta. Da un lato si ha la paura di rimanere soli, isolati, se non si risponde in tempo reale all’avviso emesso dal cellulare, ma dall’altro, non si fa altro che deteriorare la relazione con l’interlocutore di quel momento. Per rispondere ad un messaggio, si snobba la persona con cui si stava chiacchierando fino ad un istante prima. Siamo talmente presi dalla necessità di proiettarci nella futura risposta, che ci dimentichiamo di vivere il presente. Se impariamo a dare importanza e le giuste priorità alle cose e alle persone, probabilmente migliorerebbe il nostro benessere psicologico e sociale.
Le trame psicologiche dell’apprendimento

La persona è nata per apprendere, ma deve preparsi a farlo. Maria Anna Formisano Sin dalla nascita siamo immersi in un mondo fatto suoni, odori, sapori, figure, oggetti e volti. I nostri sensi ci aprono al mondo e a varie esperienze che, passo dopo passo, lasciano una traccia nella nostra mente. Non c’è dubbio che, nel corso dello sviluppo, il cervello ha bisogno di fare diverse esperienze, affinchè si sviluppino connessioni anche in altre aree. Pensare, ragionare, ricordare, parlare e percepire sono alcuni dei processi coinvolti che si intrecciano con le trame dell’apprendimento. Poichè la nostra mente assorbe milioni di informazioni, è molto importante conoscere le trame psicologiche dell’apprendimento, che stimolano la curiosità, il dubbio e a volte anche l’incertezza,ma vale comunque la pena di conoscerle. Le trame psicologiche dell’apprendimento Se l’ intelligenza e le altre attitudini incidono sull’apprendimento è anche vero che le trame psicologiche hanno la stessa influenza. L’apprendimento si distingue per le sue trame psicologiche. Esistono alcune “trame” che possono essere qui sintetizzate: a) l’autopercezione b) la consapevblezza emotiva c) la motivazione L’autopercezione è un processo di interpretazione che la persona fa di sè stesso, delle proprie azioni e delle proprie emozioni. L’autopercezione varia da soggetto a soggetto. Avere una buona percezione di se stessi è fondamentale per riuscire nell’apprendimento. Ricordiamo sempre le parole di Edward de Bono quando afferma che: non dobbiamo fidarci troppo della percezione immediata. Possono esserci anche cose di grandissimo valore positivo, ma che non risultano affatto evidenti a prima vista. La consapevolezza emotiva fa riferimento al giusto equilibrio delle emozioni e soprattutto alla capacità dell’individuo di gestire anche le emozioni negative. L’uso più attento che si possa fare dell nostra vita è prendere consapevolezza delle nostre emozioni. Dovremmo gestire le nostre emozioni, evitando come diceva Gandhi: il potere di autosuggestione che, spesso è così forte, che un uomo finisce per diventare quello che crede di essere. La motivazione è la vera spinta ad agire, senza esitazioni, evitando di preocciparsi non tanto del risultato, ma di ciò che si conosce, man mano che si apprende. Ogni apprendimento nasce da una motivazione. La motivazione nasce sempre da un perchè. E ricordiamoci sempre che, si puo cercare di fare cose, che non si è capaci di fare, per imparare come farle (Pablo Picasso). Conclusioni Quando apprendiamo realizziamo noi stessi. Evitiamo, quindi, di concentrarci sulle aspettative e cominciamo ad esplorare le vere trame psicologiche, che senza dubbio ci fanno sentire il nostro mondo interiore. L’effetto delle trame psicologiche è la loro influenza sull’apprendimento. Dopo aver analizzato una trama psicologica si rimane stupiti dei poteri della nostra mente. Le trame psicologiche nell’apprendimento rappresentano la vera confessione della nostra mente, modulata da variabili culturali, sociali e biologiche, che incidono profondamente sull’individuo. Lo scopo dell’apprendimento è la crescita, e la nostra mente, a differenza del nostro corpo, può continuare a crescere fintanto che continuiamo a vivere (Mortimer J. Adler).
Le teorie dell’apprendimento nella pubblicità

Le teorie dell’apprendimento sono quasi sempre presenti nel marketing e nella comunicazione pubblicitaria. L’apprendimento è il processo mediante il quale un consumatore acquisisce una conoscenza legata a possibili forme di consumo ed esperienze d’acquisto che metterà in atto per i suoi comportamenti d’acquisto futuri. Uno degli obiettivi delle aziende è creare consapevolezza circa l’esistenza di un prodotto ed educare i consumatori, facendogli capire gli specifici attributi, benefici, vantaggi che questo può portare. Esistono diverse teorie dell’apprendimento, che possono essere sfruttate nella comunicazione pubblicitaria. Il condizionamento classico rappresenta un esempio di apprendimento per associazione. Queste teorie vengono spesso applicate nell’ambito pubblicitario. Lo scopo è proprio quello di generare una risposta emotiva positiva al messaggio che il brand vuole trasmettere attraverso musica, immagini e testimonial. Vediamo alcuni esempi: Tramite l’uso dei testimonial si sfrutta l’apprendimento classico per trasferire le caratteristiche positive del testimonial al prodotto che sta sponsorizzando. Ad esempio, la famosa pubblicità della Nespresso con Chiara Ferragni. Con la tecnica della brand extension ci si ancora alle caratteristiche del prodotto originale e le si va ad attribuire alla nuova linea di prodotti. Un esempio è quello di Pan di Stelle che ha introdotto negli ultimi anni la crema spalmabile al cacao. A volte il condizionamento classico può essere pericoloso in quanto se si sceglie un testimonial sbagliato, si creano associazioni in negativo sul proprio prodotto. Le campagne di marketing sociale sfruttano spesso questo processo in cui si cerca di scoraggiare le persone a mettere in atto comportamenti pericolosi e dannosi. Un esempio sono tutte quelle campagne in cui si associa il bere alcool e mettersi alla guida con immagini negative che rappresentano incidenti stradali. Proseguendo, troviamo il condizionamento operante di Skinner. Esso è basato sull’uso di rinforzi positivi e negativi, che possono rafforzare o indebolire una risposta comportamentale dell’individuo. Nel marketing, il rinforzo positivo si vede nei casi delle carte fedeltà, che permettono di accumulare buoni sconto e punti che agiscono da rinforzo positivo in quanto si ottengono premi. Inoltre, dal punto di vista dei servizi, alcuni benefici possono essere ottenuti attraverso l’eliminazione di rinforzi negativi, come ad esempio l’azzeramento delle spese di consegna e la riduzione degli stessi tempi. Infine, c’è l’apprendimento vicario, secondo il quale si possono apprendere dei comportamenti per imitazione. Secondo questa prospettiva, l’apprendimento si verifica anche se il comportamento appreso non viene subito messo in pratica. Anche qui ci possono essere dei risvolti negativi perché ciò che elicita emozioni negative tende a essere evitato e non imitato. In questo articolo viene mostrato il grande apporto della psicologia all’interno del mondo della comunicazione pubblicitaria e più in generale del marketing. Buona parte del comportamento dei consumatori e delle strategie di marketing, infatti, sono apprese. Per questo motivo, il processo di apprendimento è di interesse fondamentale per chi lavora in questo campo. BIBLIOGRAFIA: Kimmel, A.J. (2018). Psychological Foundations of Marketing. New York: Routledge
Le stereotipie nell’autismo: cosa devi sapere

Assieme al deficit dell’interazione sociale e della comunicazione, le stereotipie vanno a definire un criterio cardine per la definizione della diagnosi di autismo (DSM 5, 2013). Questi comportamenti appaiono spesso bizzarri, ripetitivi e inappropriati in contesti sociali e spesso vanno ad interferire con il funzionamento della persona nella sua quotidianità. Le stereotipie nell’autismo si caratterizzano quasi sempre per il rispetto di routine molto rigide, ecolalia (ripetizioni di parole e frasi) e manipolazione ripetitiva di oggetti (Lewis & Boucher, 1988; Turner, 1999). Tali comportamenti possono creare grandi difficoltà al soggetto stesso e al suo contesto. Le persone con autismo manifestano anche difficoltà a tollerare i cambiamenti, soffrendo di forte ansia e instabilità nel caso essi si verifichino inaspettatamente. Alcuni cambiamenti nella routine o di alcune attività scolastiche possono essere motivo di grande disagio e sofferenza per la persona con disturbo dello spettro autistico. Per questo si consiglia, oltre che alla strutturazione della giornata (sequenze di eventi prevedibili e strutturati) di fornire la possibilità di prevedere alcuni cambiamenti che potrebbero ipoteticamente verificarsi per quanto possibile, attraverso dei supporti specifici (agende visive). Interessi ristretti e stereotipati Innanzitutto occorre tenere presente che la stereotipia è una modalità che il bambino o il ragazzo impiega per mantenere un senso di sicurezza e stabilità e un ordine, sia mentale e interno che concreto e pratico, nella realtà circostante e nell’ambiente relazionale, che è per lui rassicurante su un piano emotivo e affettivo. Di conseguenza, l’interrompere o il modificare la stereotipia può ingenerare intensi vissuti d’ansia, preoccupazione e disorientamento. Lo sviluppo di interessi ristretti e stereotipati e di ossessioni per un particolare argomento o elemento dell’ambiente è tipico di molte persone autistiche. Come agire sulle stereotipie La modalità migliore per poter intervenire sulle stereotipie è seguire i principi dell’Analisi Applicata al Comportamento (ABA). Inoltre, descrivere e classificare le stereotipie in base alla loro funzione, piuttosto che alla loro forma, è utile sia per un genitore che per un insegnante che si trova ogni giorno a dover convivere con le stereotipie motorie o vocali del proprio figlio o alunno. In tal modo, con la guida di professionisti esperti, ci saranno maggiori probabilità di modificare il comportamento stereotipato attraverso teniche specifiche (Cunningham & Schreibman, 2008). Riferimenti Bibliografici Cunningham, A. B., & Schreibman, L. (January 01, 2008). Stereotypy in autism: The importance of function. Research in Autism Spectrum Disorders, 2, 3, 469-479. Ghanizadeh, Ahmad. (2010). Clinical approach to motor stereotypies in autistic children. (Iranian Journal of Pediatrics (ISSN: 1018-4406) Vol 20 Num 2.) Tehran University of Medical Sciences Press. Goldman, S., Wang, C., Salgado, M. W., Greene, P. E., Kim, M., & Rapin, I. (January 01, 2009). Motor stereotypies in children with autism and other developmental disorders. Developmental Medicine and Child Neurology, 51, 1, 30-8. Lewis, V., & Boucher, J. (1988). Spontaneous, instructed and elicited play in relatively able autistic children. British Journal of Developmental Psychology, 6(4), 325-339. Mahone, E. M., Bridges, D., Prahme, C., & Singer, H. S. (January 01, 2004). Repetitive arm and hand movements (complex motor stereotypies) in children. The Journal of Pediatrics, 145, 3, 391-5. Matson, J. L., & In Sturmey, P. (2013). International handbook of autism and pervasive developmental disorders. 115-123 Muthugovindan, D., & Singer, H. (January 01, 2009). Motor stereotypy disorders. Current Opinion in Neurology, 22, 2, 131-136. Turner, Michelle. (1999). “Annotation: Repetitive behaviour in autism: A review of psychological research.” Journal of child psychology and psychiatry 40.6 839-849. Volkmar, Fred R., and Ami Klin. (2005). “Issues in the classification of autism and related conditions”.
Le soft skills nei contesti educativi

Le soft skills nei contesti educativi
Le scelte efficaci: la motivazione

di Alberta Casella Ogni giorno affrontiamo scelte del quotidiano che condizionano, poi, il procedere della vita. Pensiamo a scelte semplici come, ad esempio, cosa fare nel tempo libero, quale amico contattare per chiacchierare un po’, cosa acquistare e come vestirsi. Pensiamo poi anche a scelte complesse, il lavoro, la famiglia, la casa. Una persona che si definisce “razionale” compie tali scelte in base ad elementi che fanno propendere in positivo o negativo. La questione così posta sembra risolta ma appare semplicistica. In essa non è considerato tutto il mondo interno della persona, composto di emozioni, sentimenti e desideri. La parte razionale della nostra scelta viene definita motivo, mentre il mondo interno che sottende e muove e condiziona la scelta viene definito motivazione. La motivazione va distinta in intrinseca ed estrinseca: la motivazione estrinseca è fornita dall’esterno alla persona, è il volere di un altro soggetto che riesce ad influenzare la nostra scelta. La motivazione intrinseca è il nostro volere puro da condizionamenti, è il nostro reale desiderio. Le motivazioni estrinseche possono e devono essere comprese come intrinseche. Troppo spesso, tuttavia, la motivazione intrinseca è sottesa alla scelta ovvero muove sotto la superficie ma non è chiara alla persona che sceglie. Quando le nostre motivazioni riescono ad essere ascoltate chiaramente e soddisfatte, ci guidano in scelte che ci generano un senso di appagamento e benessere; di contro, quando non valutiamo, non consideriamo o, addirittura, escludiamo volontariamente i nostri desideri e aspettative si crea una frattura idiosincratica che, al minimo, genera malessere ma può causare stati più gravi di patologie e sofferenza. Può accadere, ad esempio, che una persona pianifichi la sua scelta e per ragioni impreviste non la realizzi. Pensiamo il caso di una persona che sceglie un lavoro lontano da casa considerando razionalmente il buon compenso economico: può accadere che non si presenti il primo giorno di lavoro e perda la posizione offerta per via di uno stato di malessere psicologico o fisico che gli impedisce di proseguire nella scelta presa. L’errore di costui è non aver considerato il desiderio di non allontanarsi, ad esempio, da casa e dalla famiglia e non aver valutato, quindi, la motivazione intrinseca nella scelta compiuta. Tali stati di malessere protratti nel tempo e ricorrenti assumono anche diagnosi di disturbo psicosomatico ovvero un malessere psicologico che si riflette in un sintomo fisico arrivando a compromettere il fluire del quotidiano. Qualora tale condizione diventi ricorrente e/o cronica, è importante rivolgersi a un professionista psicologo che possa aiutare nella comprensione e soluzione della difficoltà.