Maestri per un giorno: gioco di ruolo e apprendimento significativo

Il gioco di ruolo apre le porte alla creatività. Il gioco di ruolo “Maestri per un giorno” permette ai bambini di simulare la didattica. Questo gioco è utile all’apprendimento. alla comunicazione e alla socializzazione. I bambini fanno finta di essere insegnanti. Spiegano l’argomento scelto, individuano i tempi, gli spazi e gli strumenti utili al gioco. Il setting di ruolo diventa una vera e propria knowledge factory ,ma con i dovuti aggiustamenti. In primis, il docente illustra lo scopo del gioco e si assicura della disponibilità degli alunni nel voler partecipare. Bisogna seguire delle fasi ben precise. Ecco alcuni suggerimenti. Le fasi del gioco: – Warm up: i bambini sono invitati a discutere sul tema del role play e nello specifico sul gioco di ruolo “Maestri per un giorno”. – Selezione dei partecipanti : il docente chiede la disponibilità dei bambini al gioco di ruolo. – Individuazione dei tempi e selezione dei materiali: di quali materiali e di quanto tempo hanno bisogno i bambini per questo gioco di ruolo. – Organizzazione del setting: I bambini scelgono se restare seduti, cambiare la disposizione delle sedie o dei banchi. Il role play stimola   l’immaginazione degli allievi che acquisiscono l’ autoconsapevolezza del proprio stato emotivo- Imparano a conoscere i propri punti deboli e i propri punti di forza, fondamentali per relazionarsi con l’altro. Ci sono molti benefici nell’introdurre questa metodologia nell’istruzione primaria, che consente al bambino di costruire il proprio apprendimento significativo. Apprendo e non dimentico più. Il processo di apprendimento è compiuto quando nuove conoscenze si collegano alla struttura mentale dell’ allievo, in modo non arbitrario, ma con consapevolezza e intenzionalità.  L’apprendimento significativo si verifica, quindi, quando nuove informazioni “si connettono” con un concetto rilevante preesistent enella struttura cognitiva. Fondamentale è che il bambino sperimenti in prima persona quello che è il risultato delle metodologie e delle strategie didattiche affinché le stesse diventino “pezzi unici della proprio essere unico”. 

Maestra Camilla, posso abbracciarti?

di Camilla Niccolai “Maestra Camilla, posso abbracciarti?” Questa mattina una domanda così semplice, spontanea ed innocente mi ha fatto riflettere. Vengo chiamata per fare supplenza in una IV elementare e trovo una realtà scolastica decisamente modificata. Non parlo della disposizione dei banchi (ben distanziati – “allungate il braccio e controlliamo che non vi tocchiate”), della presenza delle mascherine (così grandi da coprire gli occhi e rendere difficoltoso il dialogo), del continuo e necessario ricambio d’aria (finestre costantemente aperte con 2 gradi all’esterno). Sì, sono sicuramente passati un po’ di anni dall’ultima volta in cui mi sono ritrovata tra i banchi di scuola ma le misure di contenimento del contagio, l’imposizione di un certo distanziamento e la forzata mancanza di contatto fisico hanno prodotto un ben più drammatico cambiamento. Ai bambini sono stati tolti il gioco, la socialità, il volto dei compagni e delle maestre… è stata tolta la Scuola come agente di socializzazione primaria. Tutto è diventato più asettico e freddo, i corpi sono ormai costretti alla distanza e gli abbracci definitivamente banditi. Paradossalmente, i gesti ritenuti prima “normali” (e la cui dimenticanza veniva spesso interpretata come “maleducazione”), adesso vengono percepiti come “strani”, lasciandoci spiazzati. In alcune situazioni si scatena dentro di noi una vera e propria sensazione di allarme e di pericolo, quasi come se dovessimo cercare di proteggerci. Ma proteggerci da chi? Da che cosa? Da un nemico invisibile che ci fa sentire costantemente impotenti e fragili. E la cosa peggiore è che tutti questi vissuti sono ormai parte del nostro agire quotidiano, impressi nelle nostre menti, finendo con l’influenzare la nostra salute mentale, psicologica ed emotiva.   Come può, quindi, la semplice domanda “Maestra Camilla, posso abbracciarti?” non scuotere e preoccupare? Sono cresciuta con la convinzione che poter abbracciare, stringere e baciare una persona, o ancora starle vicino manifestando i propri sentimenti, fosse la vera libertà e una chiave di crescita fondamentale. Purtroppo, i bambini di oggi ricevono quotidianamente il messaggio opposto, ovvero che stare vicini è pericoloso e che è necessario controllare il proprio istinto di vicinanza, sia fisica che emotiva. Alla fine di questa riflessione mi sono, quindi, chiesta cosa poter fare nel mio piccolo, partendo dal mio agire quotidiano. E ho deciso di spronare i bambini con cui mi interfaccio ad esprimere il più possibile i propri sentimenti e le proprie sensazioni – magari parlando, cantando o disegnando. Ho deciso di consigliare agli adulti di organizzare giochi di contatto o attività nelle quali vengano espresse vicinanza ed affettività (almeno in famiglia, con persone conosciute e di cui è certa la non positività al virus). Infine, ho deciso di consigliare ai genitori di abbracciare i propri figli, ricordando loro quanto un abbraccio possa far sentire amati, accolti e al sicuro.

Lutto ecologico: fronteggiare i sentimenti di perdita ambientale

I profondi cambiamenti dell’ambiente naturale e dell’ecosistema, sia per la distruzione creata dall’uomo che dalle forze naturali sia come conseguenza del cambiamento climatico, possono evocare dolore, tristezza e sentimenti di perdita nei confronti dell’ambiente. Queste emozioni sono state esaminate sotto i termini di lutto ecologico (ecological grief) e solastalgia. Il lutto è una risposta umana alla perdita. Sebbene il processo di lutto sia ben compreso nella letteratura psicologica in risposta alla perdita di una persona amata, raramente questo concetto viene esteso alle perdite incontrate nel mondo naturale. Il lutto, infatti, è anche una risposta naturale e legittima alle perdite ecologiche e può diventare più comune man mano che si intensificherà il cambiamento climatico. Cos’è l’ecological grief? L’ecological grief, traducibile come lutto ecologico, è definito come “il dolore provato in relazione alle perdite ecologiche sperimentate o previste, inclusa la perdita di specie, ecosistemi e paesaggi significativi a causa di cambiamenti ambientali acuti o cronici”[1] [ p. 275]. In altre parole, è la reazione psicologica alle perdite ambientali. È particolarmente sentito dalle persone che mantengono stretti rapporti di vita, di lavoro e culturali con l’ambiente naturale. Allo stesso modo, la solastalgia si riferisce all’angoscia causata dalla perdita del proprio ambiente quotidiano. Cunsolo ed Ellis[1] evidenziano tre contesti legati al clima in cui può essere vissuto il lutto ecologico: lutto associato a perdite ecologiche fisiche: è associato alla scomparsa fisica, al degrado e/o alla morte di specie, ecosistemi e paesaggi. Può emergere in seguito a disastri acuti legati al clima (cioè eventi meteorologici estremi o disastri naturali). Ricerche indicano anche come può presentarsi in risposta a cambiamenti ecologici lenti e graduali, come cambiamenti a lungo termine dei modelli meteorologici, dei paesaggi o degli ecosistemi. lutto associato a interruzioni della conoscenza dell’ambiente e perdita di identità: per le persone che mantengono stretti rapporti di vita e culturali con il mondo naturale, le concezioni individuali e collettive dell’identità personale sono spesso costruite in relazione alla terra, comprese le sue caratteristiche fisiche, gli usi e la conoscenza di essa. Di conseguenza, il cambiamento climatico può interrompere un senso coerente di sé attraverso il suo impatto su paesaggi, modelli meteorologici ed ecosistemi. lutto associato a perdite ecologiche future previste: emerge dall’ansia o dalla preparazione per perdite future. È un lutto anticipatorio per cambiamenti ambientali che non sono ancora avvenuti. In questi casi, il lutto è anche legato al dolore per le perdite future riguardanti la cultura, i mezzi di sussistenza e i modi di vita. Il lutto ecologico e la solastalgia sono stati osservati in varie popolazioni in tutto il mondo. L’ecologica grief può presentarsi ad esempio sotto forma di perdita dell’identità culturale e personale in seguito a modificazioni ambientali, come distruzione del senso di comunità e dell’attaccamento ai luoghi, come fattore di stress e aumento del rischio percepito di depressione e suicidio[2]. In particolare, gli individui che vivono a stretto contatto con la natura, come gli indigeni o gli agricoltori, sono più vulnerabili al lutto ecologico e alla solastalgia[2]. Questi risultati evidenziano l’impatto negativo sulla salute mentale di eventi ecologici “cronici” sotto forma di profondi cambiamenti ambientali. I prossimi anni saranno quindi cruciali per il mondo ed il suo ecosistema. Il lutto ecologico e l’ansia per le perdite ambientali attuali o per i cambiamenti futuri sono un segno di relazione e connessione con il mondo naturale. Ciò che serve sono spazi accessibili e sicuri per esplorare queste reazioni emotive e la messa in atto di azioni per rafforzare e supportare approcci di guarigione e resilienza. Tali emozioni possono quindi diventare la motivazione per agire in modo consapevole nei confronti dell’ambiente. Fonti [1] Cunsolo A. e Ellis N.R. (2018). Ecological grief as a mental health response to climate change-related loss. Nat Clim Chang., 8:275–81. doi: 10.1038/s41558-018-0092-2 [2] Thoma MV, Rohleder N e Rohner SL (2021). Clinical Ecopsychology: The Mental Health Impacts and Underlying Pathways of the Climate and Environmental Crisis. Front. Psychiatry 12:675936. doi: 10.3389/fpsyt.2021.675936

Lutto e animali domestici: dire addio ai nostri compagni

Per molte persone, un animale domestico rappresenta molto più di un semplice animale: è considerato un membro a tutti gli effetti della famiglia. I cani, i gatti e altri animali riempiono le giornate di affetto, diventando parte integrante della nostra routine e delle nostre emozioni. Quando arriva il momento di dirgli addio, il dolore che proviamo da questo lutto può essere profondo e complesso, e spesso difficile da spiegare o condividere con chi non comprende questa relazione speciale. Gli animali domestici sono compagni leali che ci offrono amore incondizionato e conforto nei momenti di difficoltà. A differenza delle relazioni umane, quella con un animale domestico è priva di conflitti o giudizi, una caratteristica che li rende delle vere e proprie fonti di stabilità emotiva. Inoltre, il prendersi cura di loro crea un legame quotidiano fatto di routine e gesti, che ci fanno sentire importanti e necessari. La loro morte può rappresentare non solo la perdita di un compagno, ma anche la fine di un capitolo della nostra vita, un momento di bilanci emotivi spesso dolorosi. Comprendere il lutto degli animali La reazione al lutto per un animale può variare da persona a persona. Alcuni possono sentirsi smarriti o sperimentare sensi di colpa, mentre altri possono vivere una forte tristezza accompagnata dalla sensazione di vuoto e solitudine. La perdita può generare una serie di emozioni intense e contrastanti, tra esse: Tristezza profonda: la sensazione di mancanza può essere intensa, accompagnata dalla consapevolezza che non si potranno più condividere quei piccoli momenti quotidiani; Senso di colpa: il proprietario potrebbe domandarsi se avrebbe potuto fare di più per evitare la perdita, specie nel caso in cui abbia dovuto prendere decisioni difficili riguardanti le cure o l’eutanasia; Rabbia: ci si può sentire frustrati per il poco tempo passato con il proprio animale o per le circostanze che hanno portato alla perdita; Solitudine: per molti, un animale domestico rappresenta una compagnia fondamentale nella routine giornaliera. La sua assenza potrebbe amplificare il senso di solitudine. La validità del dolore La società spesso non riconosce il lutto per un animale con la stessa empatia riservata alla perdita di una persona cara. Questa mancanza di riconoscimento può portare chi ha subito la perdita a sentirsi isolato o a nascondere il proprio dolore, pensando che sia “esagerato”. È importante ricordare, però, che il dolore per la perdita di un animale è autentico e legittimo, e il lutto è un processo del tutto normale. Affrontare il lutto Il dolore del lutto richiede tempo e ognuno ha il proprio modo per elaborare la perdita. Tuttavia, ci sono alcune strategie che potrebbero aiutare chi soffre a trovare un po’ di sollievo: Esprimere le proprie emozioni: parlare della propria perdita con persone fidate o con altri proprietari di animali che possano capire la profondità del legame può essere di grande aiuto; Concedersi una commemorazione: realizzare un piccolo rito per commemorare l’animale potrebbe fornire un senso di chiusura, ad esempio scrivere una lettera, conservare un oggetto significativo o visitare un luogo significativo nella relazione con il proprio animale; Conservare i ricordi: raccogliere ricordi, ad esempio foto o video, può essere un modo per rivivere i bei momenti passati insieme. Molte persone trovano conforto nel tenere vicino un oggetto che apparteneva all’animale; Permettersi di vivere il lutto: non esiste un tempo prestabilito per superare la perdita. Permettersi di vivere pienamente il proprio dolore è essenziale per elaborare e superare la sofferenza; Prendersi cura di sé: il lutto può portare a trascurare la propria salute e benessere. Praticare attività fisiche, uscire all’aria aperta o semplicemente dedicare tempo a sé stessi può aiutare a ritrovare un po’ di equilibrio. Quando il dolore diventa troppo intenso Ci sono casi in cui la perdita di un animale può innescare una reazione emotiva molto intensa, che influisce sulla vita quotidiana e sulla capacità di svolgere attività normali. Se il dolore dovesse diventare insopportabile o perdurasse per un periodo prolungato, potrebbe essere utile cercare l’aiuto di un professionista della salute mentale. Parlarne con qualcuno che possa guidare attraverso il processo del lutto è un passo importante e assolutamente valido. L’accettazione e il futuro Arrivare all’accettazione non significa dimenticare o minimizzare il legame che si è avuto con il proprio animale. Superare il lutto è piuttosto un processo che ci permette di conservare i ricordi belli e preziosi senza che questi siano più fonte di sofferenza. Molte persone scelgono di onorare il loro animale aiutando altri animali in difficoltà, donando a rifugi o dedicandosi ad attività di volontariato, trovando in questo modo un senso di continuità. Inoltre, dopo una perdita, molte persone si chiedono se saranno mai pronte ad accogliere un nuovo animale. Non c’è un momento giusto o sbagliato: alcuni sentono il bisogno di aspettare, mentre altri scelgono di adottare nuovamente per riempire quel vuoto. L’importante è essere consapevoli che ogni nuovo animale avrà un posto unico nel cuore, senza sostituire chi è venuto prima. Conclusione La perdita di un animale domestico è un’esperienza profondamente dolorosa e validamente riconosciuta. Permettersi di vivere il lutto, trovare uno spazio per il ricordo e prendersi cura delle proprie emozioni sono passi essenziali per superare la sofferenza. Ricordare l’animale con affetto e gratitudine per i momenti vissuti insieme può trasformare il dolore in una forma di amore che dura nel tempo.

Love bombing: quando il narcisista ci fa innamorare

Origine del termine love bombing Il mondo delle relazioni umane è un terreno complesso costellato da una moltitudine di dinamiche le quali, intrecciandosi tra loro, possono dare origine a comportamenti che senza un’adeguata analisi possono sembrare difficili da comprendere; uno tra questi è il cosiddetto “love bombing”. Questo termine, che letteralmente significa “bombardamento d’amore”, è stato coniato negli anni ’70 dalla Chiesa dell’Unificazione degli Stati Uniti con lo scopo di descrivere il meccanismo utilizzato dalle sette religiose per adescare seguaci e manipolarli al fine di esercitare su di loro un controllo. Nel 1995, la psicologa e scrittrice statunitense Margaret Singer utilizzerà tale termine all’interno di un contesto differente: quello delle relazioni tossiche. Da questo momento in poi, il love bombing farà riferimento ad una specifica tecnica caratterizzata da un insieme di comportamenti mirati con lo scopo di sedurre e gradualmente controllare sempre più la vita di una persona. Va specificato che chiunque può adottare tale tecnica in qualsiasi tipologia di relazione, (sentimentale, familiare, amicale…) ma, essendo confermata dalla letteratura la relazione tra love bombing e disturbo narcisistico di personalità, in questo articolo ci soffermeremo sulla relazione sentimentale con tali persone. Per lo stesso motivo, essendo statisticamente più frequente che il love bomber sia un uomo e la vittima una donna, si utilizzerà questa relazione come esemplificativa per rendere la lettura più fluente, ma si sottolinea che le stesse dinamiche potrebbero avvenire anche al contrario o in coppie omosessuali.  In cosa consiste il love bombing? Come anticipato, questo termine indica un bombardamento di comportamenti, azioni e gesti particolarmente romantici che il narcisista mette in atto nel corteggiamento di un’altra persona. Durante questa fase di seduzione, la vittima del love bombing percepisce l’altro come l’anima gemella in quanto, attraverso complimenti, attenzioni, regali, messaggi e dimostrazioni d’amore, il narcisista riesce a far sì che l’immagine che il partner ha di lui sia iper-idealizzata. La vittima, sentendosi ammaliata dalla moltitudine di attenzioni ricevute, inizia a sviluppare una dipendenza emotiva e a desiderare sempre più la vicinanza e l’amore (che tale in realtà non è) del partner; innescando questo meccanismo di dipendenza, il narcisista riesce così ad avvicinarsi al suo scopo manipolativo. Inoltre, i gesti e i comportamenti che il narcisista decide di adottare non sono casuali, ma sono frutto di uno studio attento della vittima; una volta conosciuta in maniera approfondita, infatti, saprà esattamente come conquistarla, puntando sui suoi punti deboli, ed apparire come ciò che essa ha sempre desiderato.  Come riconoscerlo da un corteggiamento sano Di primo acchito può non essere semplice differenziare il love bombing dalle attenzioni da “luna di miele” che normalmente caratterizza le prime fasi di una relazione. Ciò che differenzia questa strategia dalle genuine manifestazioni d’amore che contraddistinguono l’inizio di una relazione sana è l’eccesso. In una coppia, infatti, i regali, le sorprese e le premure sono estremamente piacevoli, specialmente nella fase di innamoramento (e il narcisista ne è più che consapevole) ma quando si ha a che fare con un love bomber tali espressioni “d’amore” inizieranno a diventare eccessive ed esagerate in brevissimo tempo. Un esempio che comunemente è presente in chi adotta tale tecnica è il “ti amo” detto precocemente e ripetuto in maniera quasi ossessiva, spesso seguito dalla tecnica del “future faking”, attraverso il quale il narcisista farà immaginare alla partner il loro idilliaco futuro insieme, promettendole tutto ciò da lei desiderato ma senza poi realizzare nulla di tutto ciò. Altri esempi concreti di comportamenti attuati all’interno di queste dinamiche possono essere: Complimenti costanti senza una conoscenza profonda dell’altra persona e frasi particolarmente seduttive; Continui regali che riflettano un determinato impegno; Gesti eclatanti, plateali ed estremamente romantici; Esibizione della partner accompagnata da manifestazioni d’affetto pubbliche; Una presenza costante anche attraverso un’assidua comunicazione via messaggio; Risultano essere esattamente ciò che si ha sempre desiderato e sanno sempre cosa dire al momento giusto; Richiedono una costante attenzione dedicata esclusivamente a loro; Spesso si oppongono a qualsiasi relazione esterna al nucleo della coppia. Le fasi successive al love bombing Questi comportamenti appena citati in realtà compongono solamente l’inizio di un processo manipolativo che si articola in più fasi. La prima fase, appena descritta, è quella di idealizzazione, del love bombing, ed è esattamente ciò che consente al narcisista di instaurare un rapporto con la vittima che, nel periodo seguente, diventerà via via più tossico. Qualora la vittima esprimesse dei dubbi riguardo a questo eccesso di attenzioni, il narcisista sarà estremamente bravo nell’innescare in lei dei sentimenti di colpa, mostrandosi particolarmente offeso. La fase che segue il bombardamento d’amore è caratterizzata dal suo opposto, ovvero la svalutazione. Il manipolatore adotterà ora un atteggiamento opposto; se prima inondava la partner con complimenti dipingendosi come la sua anima gemella, adesso si mostrerà distante, freddo e si relazionerà con lei attraverso critiche e frasi svalutanti. Questa fase ha l’obiettivo di innescare nella vittima degli sforzi per tornare ad essere amata e posizionata “su un piedistallo” come nella fase precedente. La terza fase è composta dall’allontanamento. Il narcisista, raggiunto questo punto del processo manipolativo, adopererà la tecnica del “ghosting”, sparendo e chiudendo qualsiasi tipo di contatto e comunicazione con la vittima. Queste fasi possono avere una durata variabile ma ad un certo punto si arriverà alla quarta fase, quella del recupero o della riconquista, nella quale potrebbe nuovamente utilizzare la tecnica del love bombing allo scopo di farsi perdonare. Questa fase permette al narcisista di attivare un circolo vizioso che si protrarrà fin tanto che la vittima non prenderà consapevolezza e taglierà tutti i ponti con il partner. Conclusioni Il love bombing rappresenta, quindi, una tecnica di manipolazione emotiva che non solamente può portare a meccanismi di controllo sulla vittima, ma può innescare in essa anche ulteriori effetti, quali dipendenza emotiva, isolamento sociale e distorsione della realtà. Ciò che risulta fondamentale per contrastare il love bombing è riconoscere i segnali di questa tipologia di manipolazione e, nel caso se ne identificassero, cercare supporto da amici, familiari o professionisti della salute mentale per tutelare la propria salute psicologica. Bibliografia Campbell, W. K., & Foster,

Long Covid o Long trauma?

La pandemia da COVID ha avuto e continua ad avere conseguenze drammatiche sulla popolazione generale. Tutti ne sono stati in qualche maniera “investiti”, anche se l’attenzione oggi viene particolarmente rivolta a coloro che hanno sperimentato in prima persona l’esperienza di malattia. Per molti, infatti, il COVID-19 ha rappresentato una vera e propria sfida specialmente sul piano psicologico. La sindrome da Long-Covid Se per alcuni aver vinto il Covid ha consentito la possibilità di ritornare alla normalità, per altri ha invece rappresentato una minaccia costante, al punto di restare “rintanati” nelle proprie abitazioni o addirittura in spazi circoscritti delle suddette al fine di evitare contatti col mondo esterno, inducendosi volontariamente in una condizione di isolamento forzato. Tali conseguenze hanno caratterizzato quella che successivamente è stata definita come “sindrome della capanna”, un fenomeno che sembra essere molto più frequente di ciò che si possa credere. Tale fenomeno si manifesta nella difficoltà a lasciare la propria abitazione per paura di esporsi ad eventuali minacce e molto spesso anche all’uso ossessivo di prodotti igienizzanti per la persona e per l’ambiente. Tutto quanto concerne tali difficoltà viene etichettato sotto il cappello di una vera e propria sindrome “Post-Covid”, altrimenti detta “Long Covid” che colpisce non pochi pazienti. Come gestire le difficoltà? Uno degli aspetti fondamentali della nostra salute psicologica riguarda la capacità di saper affrontare le proprie emozioni. Quante volte si fa fatica a riconoscerle e di conseguenza si bypassa la possibilità di sperimentare anche quelle poco piacevoli. Una volta riconosciute i passi da compiere vanno nella direzione di una vera e propria metabolizzazione (detta alla Bion) Piuttosto che perdere le energie nel tentativo, quasi sempre fallimentare, di scacciare i brutti pensieri dalla nostra mente, sarebbe opportuno impegnarsi a raggiungere obiettivi concreti e pratici nella vita di tutti i giorni. In primis potrebbe essere importante porsi dei piccoli obiettivi quotidiani, ad esempio, provare a fare una passeggiata di pochi minuti potrebbe essere un primo traguardo raggiungibile. Avere la possibilità di creare un controllo sulla propria vita può essere un’occasione ulteriore per organizzare in modo pratico le proprie giornate. Come affermava William McRaven, ammiraggio della marina militare , “se volete cambiare il mondo cominciate a farvi il letto”, questa frase può essere riportata alla nostra realtà per aiutare chi vive tale condizione a porsi dei piccoli obiettivi quotidiani e soprattutto ad inizio giornata a domandarsi quali sono le proprie priorità. Giorno dopo giorno si potrebbe allargare la lente dei progressi a tutto l’arco della giornata e monitorare anche banalmente quante meno volte si presta attenzione all’igienizzazione, così da tenere traccia dei progressi raggiunti. Il Brain Fog (nebbia cerebrale) Nel Long Covid, il senso di stanchezza sia fisico che mentale, e la chiusura forzata vengono descritte come innaturali e profonde tanto da rendere difficili il compimento di azioni quotidiane normali. Tutto ciò si riversa dunque nella diffioltà a concentrarsi, in un pensiero più lento del solito, in dimenticanze di vario tipo e affaticamento mentale. L’insieme di questi sintomi è utilizzato per descrivere una delle manifestazioni più debilitanti del long Covid, ecco perchè definita come nebbia cerebrale. Purtroppo per il trattamento del Long Covid non esiste un trattamento univoco, si cerca piuttosto di aiutare il paziente con farmaci associati a tecniche di risbilitazione sia respiratoria che fisica, ma di fondamentale importanza sembra essere il trattamento effettuato con psicoterapia abbinata nella fattispecie con delle tecniche di rilassamento. Conclusioni Ad oggi purtroppo non esistono ancora terapie specifiche per la cura dei sintomi legati al Long Covid. Si convive coi sintomi fino alla loro regressione e si cerca di alleviarli risalendo alle cause e trovando soluzioni personalizzate per ogni paziente. Bibliografia Baig, A. M. (2020). Deleterious Outcomes in Long-Hauler COVID-19: The Effectsof SARS-CoV-2 on the CNS in Chronic COVID Syndrome. ACS ChemicalNeuroscience, 11(24). Del Brutto, O. H., Rumbea, D. A., Recalde, B. Y., & Mera, R. M. (2022). Cognitive sequelae of long COVID may not be permanent: A prospective study. European Journal of Neurology, 29(4), 1218–1221. Malik, P., Patel, K., Pinto, C., Jaiswal, R., Tirupathi, R., Pillai, S., & Patel, U. (2022). Post-acute COVID-19 syndrome (PCS) and health-related quality of life (HRQoL)-A systematic review and meta-analysis. Journal of Medical Virology, 94(1), 253–262. https://doi.org/10.1002/jmv.27309 Moreno-Pérez, O., Merino, E., Leon-Ramirez, J.-M., Andres, M., Ramos, J. M., Arenas-Jiménez, J., Asensio, S., Sanchez, R., Ruiz-Torregrosa, P., Galan, I., Scholz, A., Amo, A., González-delaAleja, P., Boix, V., Gil, J., & COVID19-ALC research group. (2021). Post-acute COVID-19 syndrome. Incidence and risk factors: A Mediterranean cohort study. The Journal of Infection, 82(3). Wright, J., Astill, S. L., & Sivan, M. (2022). The Relationship between Physical Activity and Long COVID: A Cross-Sectional Study. International Journal of Environmental Research and Public Health, 19(9), 5093.

Lo stress fa male? Dipende da come la pensi

Le ricerche sullo stress, negli ultimi anni, hanno rivoluzionato il modo di guardare a questa reazione psicofisica che tutti conosciamo. Il cuore che batte più forte e la vasocostrizione ci fanno male se pensiamo che sia davvero così: la scienza rivela che le nostre opinioni sullo stress modificano in maniera misurabile il suo effetto su di noi. Partiamo dalle ricerche di Kelly Mc Gonigal, che rivelano come pensare in modo positivo allo stress provochi effettivamente un cambiamento rilevabile in modo oggettivo nella nostra risposta fisica. Ma come funziona questo cambiamento? I ricercatori sottopongono i soggetti a test di stress sociale dopo averli istruiti a considerare lo stress come utile per loro in quella circostanza: il cuore che batte più forte è un modo per prepararsi all’azione, il respiro affannoso è un modo di portare più ossigeno e più velocemente al cervello. Le persone che sono sottoposte a questo training imparano a considerare lo stress come un vero ed efficace sistema per affrontare una situazione con maggiori strumenti per superarla.  Risultato? Il loro corpo si comporta di conseguenza. La loro risposta fisica allo stress cambia in modo oggettivo: il cuore che pulsa più forte e l’aspetto dei vasi sanguigni, infatti, appaiono agli esami strumentali molto simili a quanto rilevato in situazioni in cui le persone fanno esperienze di gioia, di coraggio, di entusiasmo. Può apparire incredibile, ma tutti conosciamo come un atteggiamento positivo e pensieri ottimistici possano influenzare le nostre esperienze. Secondo Mc Gonigal e collaboratori, vedere lo stress come utile, e cioè come una condizione che ci predispone ad affrontare meglio e a superare una situazione difficile, è un modo per convincere il nostro corpo a considerare le modificazioni di respiro e battito cardiaco come benefiche. Ma non finisce qui: uno degli aspetti più interessanti è legato all’ormone dell’ossitocina. In situazioni stressanti, paura, difficoltà, insicurezza, il nostro cervello produce sì adrenalina, che fa aumentare il battito del cuore. Ma anche l’ossitocina è un ormone dello stress; e quando viene rilasciata, nella risposta di stress, assolve a un compito importantissimo: ci spinge a chiedere supporto e aiuto. Stare vicini, nei momenti difficili, ci può salvare la vita, e l’ossitocina ci spinge sia a chiedere prossimità sia ad offrire aiuto.  La buona notizia è che l’ossitocina svolge un’importante azione antinfiammatoria sul nostro corpo e ha una straordinaria proprietà: il nostro cuore ha recettori per questo ormone, che è in grado di rigenerare le cellule danneggiate dallo stress. È quindi il caso di ricordare due cose, quando il nostro cuore accelera e il nostro respiro diventa affannoso: che tutto questo è utile per la nostra risposta, più ossigeno, più preparazione, più forza di reazione; e che, inoltre, produciamo immediatamente una risorsa ormonale che ci spinge alla vicinanza e che ripara i danni della situazione stressante. Un modo di proteggerci e di proteggere chi ci è vicino, con beneficio per tutti: la risposta allo stress diventa più salutare, più vicina al coraggio che alla paura. In questo modo, sia in senso emotivo sia in termini strettamente fisici, pensare in modo diverso allo stress fa davvero bene. Al corpo e al nostro cuore.

Lo stigma per associazione. Il dolore dei caregiver dei pazienti con diagnosi psichiatrica

di Francesca Dicè In un recente lavoro (Dicé, 2022a) avevo evidenziato come il caregiver del paziente psichiatrico tenda ad interpretare, spesso, il comportamento del suo congiunto come legato alla sua volontà piuttosto che alle sue difficoltà. “Quando vuole capire capisce!” dicono spesso (Dicé, 2022b). Questo comportamento, di tipo difensivo, serve al caregiver come protezione non solo dal dolore nell’assistere alla sofferenza del proprio familiare, ma anche da un aspetto dello stigma della salute mentale che rischia spesso di coinvolgerlo. È detto “stigma per associazione” e riguarda tutti coloro che, per affinità, sono associati ad una persona con diagnosi psichiatrica e quindi percepita come pericolosa (Lasalvia, 2020). Questo stigma può minare l’autostima del caregiver, oltre che la sua competenze relazionali e la sua qualità della vita, determinando una tendenza ad auto isolarsi, a fugare le occasioni di aggregazione ed a condurre una quotidianità assai ritirata. Questo anche nell’interesse stesso del suo congiunto, che può facilmente stancarsi a contatto con altre persone o in situazioni concitate (Dicé & Zoena, 2017). A ciò si aggiunge anche il vissuto legato al burnout, che può essere legato allo stress prolungato legato all’accudimento della condizione psichiatrica, spesso faticoso (Dicé & Zoena, 2017); tale vissuto può essere rilevabile nella comparsa di segnali di depressione, stanchezza ed anche, talvolta, distacco nei suoi confronti (Harmonia Mentis, 2019). È per questo opportuno che gli operatori della salute investano sempre di più in interventi a supporto dei caregiver, ma anche del contesto nel quale essi versano (Dicé et al., 2015); interventi di psicologia di comunità, magari ricorrendo ad un approccio multidisciplinare in sinergia con i servizi sociali; ciò allo scopo di implementare attività psicoeducative volte a stemperare questi vissuti nei contesti sociali e favorire l’inclusione dei pazienti con diagnosi psichiatrica ed i loro familiari. Bibliografia. Dicé F. (2022a). Lo stigma della salute mentale all’interno dei contesti scolastici. Alcune p r o p o s t e d i p r o c e d u r e operative per l’intervento psicologico. PsicologiNews Scientific, 9-10 6-7 ISSN 2724-5144 Retrieved from https://cutt.ly/dNZ4eT8 Dicé F. (2022b). Quando vuole capire, capisce! Una nota sullo stigma della salute mentale. PsicologiNews Scientific, 9-10 4 – 5 I S S N 2 7 2 4 – 5 1 4 4 Retrieved from https://cutt.ly/ dNZ4eT8 Dicé F. & Zoena F. (2017). Loneliness and family burden: An exploratory investigation on the emotional experiences of caregivers of patients with severe mental illness. The Q u a l i t a t i v e R e p o r t 22(7):1759-1769. Retrieved from https://bit.ly/3K2fw9P Dicé F., Manfra C., Faraglia M., Masullo M., Pennella D., Colonna L. M. L., Papaccio A. & Zoena F. (2015). “Family burden between social stigma and loneliness. An exploratory investigation with Principal Caregivers (PCs) of patients with Serious Mental Illness (SMI) living in a disadvantage district in Italy”. Proceedings of XVII National Congress of I t a l i a n P s y c h o l o g i c a l Association, Clinical and Dynamic Section. Milazzo, Me (September 25-27). Poster Session. Mediterranean Journal of Clinical Psychology, Vol. 3, No. 2, Suppl. 1B. DOI: 10.6092/2282-1619/2015.1.10 98 Harmonia Mentis (2019). Il c a r e g i v e r e l o s t r e s s assistenziale. Retrieved from https://bit.ly/3URfC94 Lasalvia A. (2020). Emergenze epidemiche e stigma sociale. Quali insegnamenti trarre dalle precedenti epidemie di SARS ed Ebola da a p p l i c a r e n e l l ’ a t t u a l e p a n d emi a CoViD-19? Ri v Psichiat r 5 5 ( 4 ) : 2 5 0 – 2 5 3 d o i 10.1708/3417.34003

Lo stigma della salute mentale all’interno dei contesti scolastici. Alcune proposte di procedure operative per l’intervento psicologico

di Francesca Dicè Chi, come chi scrive, opera da lungo tempo implementando interventi psicologici all’interno dei contesti scolastici, sa bene che una delle più grandi limitazioni alla piena riuscita degli stessi riguarda spesso lo stigma legato alla salute mentale (Petter, 2004). Capita infatti molto spesso che gli studenti non afferiscano allo sportello d’ascolto psicologico per timore di essere indicati come “sciocchi”, “malati di mente” o addirittura confusi con gli studenti che usufruiscono di un insegnamento individualizzato. A peggiorare la situazione possono intervenire anche semplici dinamiche di gruppo, talvolta mosse magari da semplici immaturità o anche solo legate ad espressioni ridanciane e battute rumorose, che però possono scoraggiare richieste di accesso allo spazio. Spesso, infatti, nei corridoi scolastici si sentono rimbombare espressioni sarcastiche del tipo: “Sta arrivando la psicologa, vieni che ti cura!” “Dottoressa, parli un po’ con questo ragazzo che ha “i problemi in testa!” È dunque fondamentale, per chi opera in questi settori, non trascurare questi aspetti, bensì eleggerli a contenuto elitario del suo lavoro; per farlo, può essere utile mettere in campo alcune strategie operative. Una prima strategia può riguardare un importante coinvolgimento del corpo docente, con il quale possono essere fatti degli incontri preparatori di approfondimento delle attività dello spazio d’ascolto; ciò affinché esso possa avere ben chiari i criteri per inviare gli studenti allo spazio e, se da loro interpellato per un consiglio, fornire le corrette informazioni al riguardo. Una seconda strategia può prevedere un potenziamento dell’attività di pubblicizzazione dello spazio; un modo può essere il preferire, soprattutto nelle parti iniziali del progetto, il ricorso ad incontri con i gruppi classe, anche a scopo esclusivamente informativo, utili a presentare le attività ed il valore della prevenzione nel contesto scolastico. Una terza strategia, infine, può essere l’implementare degli specifici interventi informativi e promozionali con i genitori, al fine di prevenire eventuali preoccupazioni legate alle attività cliniche offerte (Alcuni esempi tipici: “Perché gli insegnanti vogliono mandare lo psicologo in classe? C’è qualche problema che non ci è stato riferito?” oppure “Mio figlio mi ha chiesto di poter parlare con lo psicologo, significa che entrare in psicoterapia?”) e chiarire eventuali dubbi o domande al riguardo. In altri termini, credo che il contrasto allo stigma della salute mentale debba iniziare proprio dagli interventi promossi dagli addetti ai lavori; essi, in particolare in ambito scolastico, devono prevedere, come obiettivo iniziale, la promozione di una cultura psicologica, portando così, di conseguenza, ad una riduzione dei vissuti di stigmatizzazione relativi alla salute mentale ed ad un aumento delle richieste di consultazione (Cornoldi & Molinari, 2019). Bibliografia Cornoldi C. & Molinari L. (2019) Lo psicologo scolastico. Competenze e aree di intervento. Bologna: Il Mulino. ISBN 9788815284754 Petter G. (2004) Lo psicologo nella scuola. Ciò che fa, ciò che potrebbe fare. Firenze: Giunti Psychometrics. ISBN 9788809038097

Lo sportello di ascolto psicologico a scuola

L'importanza dell'ascolto

Nelle scuole il sostegno psicologico è fondamentale per gestire il disagio scolastico, ossia uno stato di malessere, che impedisce agli alunni di raggiungere i traguardi didattici e il successo formativo. Per questi motivi in molte istituzioni scolastiche di ogni ordine e grado è attivo uno sportello d’ascolto per gli studenti, che possono incontrare lo psicologo per un colloquio anche per i problemi di apprendimento.