Incontrarsi nella narrazione

La narrazione è una pratica sociale ed educativa che da sempre risponde a molteplici e complesse funzioni: dal “fare memoria” alla condivisione di esperienze collettive nell’ambito di un incontro legato ad uno “scopo”. La psicanalisi e la psicologia hanno provato a mettere in luce l’importanza del concetto di narrazione, non solo per assegnare e trasmettere significati, ma per «dare forma al disordine delle esperienze» (Bruner, J., 1988). Tutti gli studiosi di queste discipline hanno ribadito il valore della narrazione come strumento indispensabile per la costruzione di significati e per la facilitazione dei processi di cambiamento sociale e organizzativo, per l’apprendimento, poiché il punto di vista narrativo risulta connesso alla modalità esperite dai soggetti di attribuzione di senso agli eventi e alla realtà. Ma cos’è la narrazione? Perchè è così importante? Il termine narrare deriva etimologicamente dalla radice gna-, che significa “rendere noto”, mentre il suffisso -zione, deriva dal latino catione e trasmette il carattere semantico dell’agire, dell’azione, del gesto e di tutta la situazione relazionale. La narrazione si presenta come un concetto trasversale che attraversa tutte le culture, ma da sempre viene sottovalutata dall’essere umano. È uno strumento importante di interpretazione della realtà per interagire con il mondo sociale nel quale viviamo. È, dunque, un modo per comprendere tutto quanto ci circonda e per trasmetterlo agli altri. Taylor (1999) sostiene che ognuno è il prodotto delle storie che ha ascoltato e che ha vissuto. Quotidianamente si racconta e ci si racconta, ed è proprio in questa relazionalità, che avviene la negoziazione del proprio sé con quello altrui. In questo senso, la narrazione può trovare la propria validità come strumento nel processo formativo per la costruzione di significati. Il punto di vista narrativo permette ai soggetti coinvolti di attribuire significati agli eventi e alla realtà. La narrazione di eventi traumatici Spesso accade che nell’ambito di gruppi strutturati secondo uno scopo, ci si ritrovi a “raccontarsi” e a rivelare eventi della propria vita a persone che accolgono in qualche maniera il nostro “sè” più vero. Tra i concetti maggiormente legati alla narrazione, il più noto è senz’altro quello di resilienza. La resilienza è la capacità di un individuo di far fronte psicologicamente ed emotivamente ad un evento traumatico e di essere in grado di riorganizzare positivamente la propria vita di fronte alle difficoltà. Per Cyrulnik (2000) il racconto è uno dei “fautori” della resilienza, ed il poter raccontare le proprie ferite vuol dire fare in modo che esse possano comparire nella mente di un’altra persona, ed essere in qualche maniera accettate (Cyrulnik, 2000). La resilienza si costruisce grazie al processo di interiorizzazione che prende il via attraverso le narrazioni, e permette l’iscrizione del trauma nella propria storia personale. Una “nuova definizione” del trauma, ne mitiga, oltretutto, l’impatto negativo. La Chimera Uno dei concetti chiave in merito alla narrazione, formulato da Cyrulnik è “la chimera di sé”: l’efficacia della narrazione è dovuta alla possibilità che essa venga resa sociale. Grazie al processo creativo, l’esperienza traumatica risulta “comprensibile” e “viene sentita” non solo da chi l’ha vissuta, ma anche da chi accoglie il racconto di quella suddetta esperienza. La narrazione spesso avviene in maniera naturale e spontanea nell’ambito di un clima sereno e di fiducia. Il lavoro narrativo, perciò accorcia la distanza tra chi ha subìto un trauma e chi “si incontra”, dissolvendo quel muro di costruzioni e protezioni, grazie ad un linguaggio che finalmente sembra essere condiviso. La metafora della chimera, animale mitologico costituito da pezzi di altri animali (corpo da leone, testa di capra, coda di serpente) è volta a descrivere il passaggio dalla realtà traumatica alla narrazione: i racconti prodotti, infatti, sono veri nelle loro singole parti, e restituiscono a chi subisce un trauma, una nuova immagine di sé che può essere condivisa e rimandata all’esterno (Guizzetti, 2014).La narrazione di sé permette di collegare e ordinare gli eventi della propria vita, nel tentativo di mettere nero su bianco quanto a livello mentale appare confuso, al fine di fare chiarezza in sé stessi. Poter “sistemare” i propri pensieri in uno spazio ad essi destinato, consente di inserirli in una cornice di senso, spesso negata a lungo anche a sè stessi.
I MECCANISMI DI DISIMPEGNO MORALE

Oggi esploriamo quali sono i meccanismi di disimpegno morale, che portano le persone a mettere in atto comportamenti che violano i loro standard etici interni. Secondo Bandura, questi meccanismi cognitivi portano le persone a discostarsi dai loro standard morali senza sperimentare disprezzo nei propri confronti. Facciamo ora un passo indietro… La maggior parte dei criteri che una persona usa per valutare il proprio comportamento è costituito da standard etici e morali. Questi si sviluppano attraverso esperienze personali dirette e vicarie, soprattutto attraverso l’apprendimento per osservazione. Una volta interiorizzati, i principi morali definiscono il confine tra una condotta eticamente accettabile e una non accettabile. Secondo Bandura, le persone in relazione alle questioni etiche e morali agiscono, esercitando la loro capacità di autoregolazione. ALLORA COME MAI CAPITA CHE LE PERSONE VIOLINO I LORO STANDARD ETICI, ANDANDO INCONTRO AL DISIMPEGNO MORALE? Bandura cerca di spiegare questo fenomeno, individuando una serie di meccanismi di disimpegno morale. 1. GIUSTIFICAZIONE MORALE Il comportamento immorale viene trasformato e reso personalmente accettabile in quanto serve per raggiungere obiettivi validi. Ad esempio: “Ho rubato perché devo dare da mangiare ai miei figli“. 2. ETICHETTAMENTO EUFEMISTICO Le persone usano dei termini lessicali eufemistici per definire le proprie azioni, così da renderle da un punto di vista linguistico moralmente accettabili. Ad esempio: i boia non uccidono i condannati a morte, ma “eseguono la sentenza del giudice“. 3. CONFRONTO VANTAGGIOSO La gravità di un’azione è relativa e dipende dall’azione con la quale si mette a confronto. Ad esempio: “Non è grave insultare un compagno dato che picchiarlo è peggio“. 4. SPOSTAMENTO DI RESPONSABILITA’ La persona che mette in atto un’azione immorale se ne lava le mani, scaricando la responsabilità su altri (solitamente su una persona che a suo dire le ha ordinato di agire in quel modo). Ad esempio: “Mi sono comportato così perché me l’ha detto lui“. 5. DIFFUSIONE DI RESPONSABILITA’ Esso è un meccanismo che permette di distribuire la responsabilità di un’azione immorale fra tutti i membri di un gruppo alleggerendo il peso di una responsabilità personale. Ad esempio “La colpa non è solo mia ma anche degli altri!“. 6. DISTORSIONE DELLE CONSEGUENZE Le persone distorcono e/o ignorano le conseguenze delle loro azioni immorali per farle sembrare meno gravi. 7. DEUMANIZZAZIONE Questo meccanismo porta le persone a non riconoscere delle qualità di essere umano a coloro che subiscono le azioni immorali. In questo modo le vittime non hanno più sentimenti, preoccupazioni e risultano insensibili a qualsiasi maltrattamento. 8. ATTRIBUZIONE DI COLPA Il comportamento riprovevole è presentato come una conseguenza necessaria rispetto a quanto detto o fatto dalla vittima. Ad esempio: spesso gli stupratori sostengono che la violenza sessuale sia dovuta al look della vittima. Eventi di cronaca recente in cui si assiste ad espressioni sempre maggiori di violenza fisica e verbale dimostrano come la teoria elaborata da Bandura sia ancora molto attuale. BIBLIOGRAFIA Carver, C.S., Scheier, M.F., Giampietro, M., & Iannello, P. (2019). Psicologia della personalità: prospettive teoriche, strumenti e contesti applicativi. Milano-Torino: Pearson Italia
Filofobia: Paura di amare

La filofobia si definisce, ad oggi, come l’incapacità per il soggetto di provare sentimenti e stati d’animo inerenti l’amare l’altro da sé. Il termine filofobia deriva dal greco filia, che vuole dire amore e fobia, che vuol dire paura. In sintesi, possiamo dire che questa condizione ha a che fare con la paura di innamorarsi. Può anche riguardare la paura di entrare in una relazione o la paura di non essere in grado di mantenere una relazione affettiva importante. Molte persone, ad esempio, sperimentano talvolta piccole paure di fronte alla possibilità di innamorarsi, con un potenziale partner ad un certo punto della loro vita. In casi estremi, la filofobia può far sentire le persone isolate, sole, e non amate. La filofobia può essere il risultato di precedenti esperienze traumatiche che possono essere direttamente o indirettamente collegate all’oggetto o ad una paura situazionale. Non è però sempre così perché le risposte fobiche possono anche essere ereditate come comportamenti appresi dal contesto sociale in cui la persona è cresciuta. Nel corso del tempo, la filofobia potrebbe essersi normalizzata o accettata come parte della vita di una persona. In tal caso, chi ne è affetto potrebbe non cercare aiuto per molti anni avendo imparato a conviverci. In altri casi, tuttavia, la filofobia può peggiorare molto e arrivare a intralciare la vita normale. Ciò è particolarmente vero se i comportamenti di sicurezza e di evitamento sono cresciuti in frequenza e sofisticatezza. L’aver paura di amare può rendere complesso, se non impossibile, lasciarsi andare e perdere il controllo, in modo sano, all’interno del rapporto di coppia. Il primo passo allora è capire come questa chiusura, che può anche determinare veri e propri sintomi tipici dell’ansia, quali tachicardia e fiato corto, non porti da nessuna parte e rischi di precludere una felice vita affettiva alla persona che ne soffre. Superare questa fobia è però possibile, anche grazie all’aiuto di un terapeuta.
L’effetto Dunning-Kruger

Spesso pensiamo di saperne tanto su un argomento anche se in realtà non ci siamo informati abbastanza. A volte chi ne sa di meno pensa di saperne più di tutti gli altri. Come mai? L’effetto Dunning-Kruger può aiutarci a capire questo comportamento abbastanza diffuso. Cos’è l’effetto Dunning-Kruger? Consiste nel pregiudizio cognitivo secondo cui le persone sopravvalutano erroneamente la loro conoscenza o competenza in uno specifico campo. Può essere definito come un fenomeno psicologico che si verifica quando una persona con scarse conoscenze tende a sovrastimare le proprie competenze in un determinato campo, sottovalutando allo stesso tempo quelle degli altri. Questo fenomeno è stato identificato e descritto per la prima volta dagli psicologi sociali David Dunning e Justin Kruger nel 1999. Secondo gli studiosi, alcune persone avrebbero una percezione distorta della propria competenza e spesso si mostrano eccessivamente sicure delle proprie opinioni, nonostante l’evidente mancanza di conoscenza o abilità. Questo avviene in quanto vi è una forte mancanza di consapevolezza di sé, tanto da impedirgli di valutare le proprie competenze in modo adeguato. Al contrario, le persone altamente competenti tendono ad avere una maggiore consapevolezza delle proprie lacune e a mostrarsi meno sicure di sé. Tutto ciò può avere un impatto sia a livello psicologico che sociale. Lo studio David Dunning e Justin Kruger della Cornell University, in seguito ad un evento di cronaca alquanto bizzarro, in cui un uomo decise di rapinare due banche convinto di essersi reso invisibile dopo essersi cosparso di succo di limone, decisero di studiare l’accaduto sotto un profilo scientifico. Iniziarono, così, uno studio sui test di umorismo, grammatica e ragionamento logico coinvolgendo i propri allievi. Prima di svolgere i test, i partecipanti espressero il proprio grado di competenza in ognuno dei tre campi. I risultati dimostrarono come i partecipanti meno competenti si autovalutavano molto al di sopra delle proprie capacità, mentre i partecipanti più competenti si valutavano leggermente al di sotto. Conclusero così che coloro che hanno meno conoscenza in un campo sono spesso quelli che sopravvalutano le proprie competenze, mentre quelli più esperti sono quelli che sottostimano le proprie abilità. Il fenomeno venne chiamato effetto Dunning-Kruger. Inoltre, i risultati dello studio dimostrarono che le autovalutazioni non veritiere degli incompetenti sono molto difficili da correggere. L’effetto Dunning-Kruger e le conseguenze psicosociali Conseguenze possono osservarsi a livello dell’autostima, fino a distorsioni della realtà, della consapevolezza del sé, della percezione delle proprie capacità, dei successi e degli insuccessi, soprattutto nel rapporto con gli altri. L’effetto Dunning-Kruger conduce il più delle volte a un eccesso di fiducia in sé stessi e nelle proprie capacità. Questa sovrastima porta, a sua volta, a prendere decisioni sbagliate, a problemi relazionali e spesso a compiere giudizi affrettati. Spesso ci si sente esperti di un argomento solo dopo aver letto sommariamente un articolo sporadico, o dopo aver letto notizie sparse sui social, arrogandosi anche il diritto di dare la propria opinione per certa, fino a voler spiegare agli altri perché si sbagliano. Si diventa subito certi della propria opinione e della sua unicità, fino ad affermarla con arroganza. Questo porta con sé anche un non voler confrontare varie fonti ed a non essere aperti ad ascoltare altre opinioni. Di conseguenza, spesso si danno giudizi affrettati e si mette da parte lo sviluppo di un pensiero critico e di una complessità che a volte è difficile da comprendere ed accettare. Il confronto, l’ascolto aperto del pensiero altrui, la volontà di informarsi di continuo e cercare sempre più fonti sono strumenti che possono aiutarci ad allontanare l’effetto Dunning-Kruger di cui, in modo maggiore o minore, potremmo tutti essere vittima.
DISTURBI SESSUALI: L’EFFICACIA DI UN APPROCCIO INTEGRATO

di Elena Busso E’ sempre più diffusa nella pratica clinica di chi si occupa di sessualità e di disturbi sessuali nello specifico, la necessità di avere una visione ed un approccio sistemico multidisciplinare. Molto spesso abbiamo di fronte non solo un paziente o una coppia che ci riporta una problematica specifica ma in molte altre occasioni regna confusione e smarrimento, oltre alla narrazione di un viaggio fra specialisti che ha portato con sé spesso frustrazione e portafoglio più leggero. Grazie alla mia pratica clinica e all’ascolto dei pazienti ho imparato quanto sia necessario, soprattutto in un primo momento di anamnesi e consulenza, avere una visione a 360 gradi che includa corpo e mente per poter capire in maniera approfondita e completa l’eziologia del disturbo o della difficoltà riportata e poter proseguire con l’invio o il trattamento adeguato. Da tutto questo è nato il progetto di rendere fruibile un argomento così complesso ed articolato sia alla popolazione sia ai professionisti non sessuologi ma che quotidianamente si occupano di tematiche inerenti la sessualità e i disturbi sessuali. La chiave è stata associare alla scrittura un approccio umoristico per poter rendere più fruibileun argomento ancora a tratti tabù e fonte di imbarazzo. Nel libro oltre alle definizioni tratte dal DSM – 5 di ogni singolo disturbo, sono state inserite alcune fra le maggiori ipotesi eziologiche ed una panoramica di quelle che ad oggi possono essere le terapie e i trattamenti che singolarmente o svolte in parallelo, possono essere efficaci nel miglioramento o nella risoluzione delle problematiche riportate. Inoltre la descrizione di alcuni casi clinici permette di rendere immediato quanto descritto precedentemente. E’ fondamentale nella patogenesi dei disturbi sessuali prendere in considerazioni le varie ipotesi eziologiche quali i fattori individuali legati al funzionamento del singolo, fattori relazionali della coppia, fattori riguardanti il funzionamento del/della partner, senza dimenticare i fattori medici (quali ad es. malattie di origine neurologica, malattie endocrine o vascolari) e quelli culturali/educativi. In una accurata consulenza, la psicoeducazione spesso ha un valore prezioso nel dare significato al sintomo e nello scardinare i meccanismi alla base che ne permettono il mantenimento. Fra i vari trattamenti è importante considerare la sinergia fra il corpo e la mente; spesso infatti affiancare ad una psicoterapia individuale anche un trattamento corporeo quale la riabilitazione del pavimento pelvico, la riflessologia o l’osteopatia, possono essere efficaci per lavorare ad esempio sul trattamento del nervo pudendo (la nevralgia del pudendo è una sindrome caratterizzata da dolore pelvico cronico che può colpire entrambi i sessi) e che come si può immaginare, può avere ripercussioni sul disturbo del dolore genito pelvico e della penetrazione. In maniera più trasversale si può lavorare anche su altri disturbi dove intervenire sul sistema endocrino e neuroriflesso attraverso l’approccio corporeo, può portare a dei benefici. La scrittura a quattro mani del testo insieme ad un collega psicoteapeuta vignettista, ha avuto lo scopo di rendere l’argomento della sessualtà e dei disturbi sessuali, ancora a volte oggetto di vergogna e tabù, più fruibile e leggero ma di immediata comprensione e lettura. Mi piace immaginare che tutto ciò sia solo l’inizio di un percorso formativo e di crescita per tutti noi, dove non ci si ferma ai manuali teorici (seppur preziosi e fondamentali), ma attraverso l’ascolto del paziente ed il confronto con le altre figure professionali si possa percorcorrere una strada, la strada maggiormente efficace per poter rispondere nella maniera più completa ed attenta alle richieste e alle sofferenze delle persone che abbiamo davanti.
Perché hai la responsabilità della tua felicità.

Perché hai la responsabilità della tua felicità. Il titolo di questo articolo ha un retroscena provocatorio, un misto di amarezza e speranza provata in prima persona. In realtà, la frase originale da cui ho tratto la presente riflessione, è ancora più provocatoria. <<Se l’azione di X ti ferisce, è una tua responsabilità>>, esordisce una docente ad una lezione sull’assertività. Facciamo un esempio. Immagina di passeggiare tranquillo in un bel parco. Improvvisamente, dinanzi a te, dai cespugli esce un lungo serpente. Quale sarebbe la tua reazione? Probabilmente ti spaventeresti molto, ti sentiresti in pericolo, e metteresti in atto una reazione di attacco-fuga. Ora immagina invece di essere un biologo, appassionato ed esperto di rare specie di serpenti. Stai passeggiando tranquillo in un bel parco. Improvvisamente, dinanzi a te, dai cespugli esce un lungo serpente. Quale sarebbe, adesso, la tua reazione? Probabilmente ci sarebbe un po’ di paura iniziale, e il timore di un pericolo comunque presente. Ben presto il timore potrebbe lasciare spazio alla curiosità. La reazione potrebbe essere quella di avvicinarsi con cautela, per poterlo studiare e osservare bene. E l’esperienza finale sarebbe quella di tornare a casa soddisfatto, di aver osservato ciò che appartiene ad una tua passione. Lo stimolo è esattamente lo stesso, ovvero la vista improvvisa di un serpente, ma la lettura dell’evento cambia totalmente tra due persone. Come mai? Uno dei capisaldi dell’orientamento cognitivo-comportamentale è che tra l’evento scatenante (A), e l’emozione provata e ciò che scegliamo di fare (C), ci sia la nostra personale interpretazione dell’evento (B). Questo significa che non esiste una realtà oggettiva (o che quanto meno non ci è data conoscerla), ma che coloriamo la realtà della nostra storia personale. Per tornare alla frase della docente, possiamo quindi dire che all’azione di X (evento scatenante), segue una mia personale interpretazione dell’evento (ad esempio “X voleva ferirmi”), che mi rende responsabile dell’emozione di tristezza o rabbia provata. Questo non significa, certamente, che le nostre interpretazioni degli eventi siano tutte errate o non condivisibili. Bensì significa che abbiamo la responsabilità e il potere, di modificare le interpretazioni che ci recano estremamente dolore. Sei, quindi, responsabile della tua felicità.
Affrontare i Pensieri Intrusivi: Una Guida Pratica

I pensieri intrusivi sono pensieri indesiderati e involontari che si manifestano nella mente in modo persistente e apparentemente senza motivo. Questi pensieri possono essere spiacevoli, angoscianti o inappropriati, causando disagio emotivo. Spesso, le persone si preoccupano di questi pensieri, temendo che riflettano la loro vera natura o che possano avere conseguenze negative. Ciò che caratterizza i pensieri intrusivi è la loro intrusività nella sfera mentale, poiché emergono senza essere invitati o voluti. Possono riguardare vari argomenti, come preoccupazioni, immagini o idee sgradevoli. Ad esempio, pensieri di natura ossessiva, compulsiva, o disturbante possono rientrare nella categoria dei pensieri intrusivi. Affrontare i pensieri intrusivi è un percorso individuale, ma con la giusta consapevolezza e approccio, è possibile mitigarne l’impatto sulla salute mentale. Innanzitutto, riconoscere che i pensieri intrusivi sono comuni e non riflettono necessariamente la realtà è un passo cruciale. Imparare a distanziarsi emotivamente da questi pensieri può ridurne il potere sulla nostra psiche. Tecniche efficaci per gestire i pensieri intrusivi Ecco alcune strategie: 1. Mindfulness: La pratica della mindfulness implica l’osservazione dei pensieri senza giudicarli. Questo aiuta a creare una distanza emotiva, permettendo di non identificarsi completamente con i pensieri intrusivi. 2. Ristrutturazione cognitiva: Questa tecnica coinvolge l’analisi critica dei pensieri negativi. Cerca di sfidare e modificare tali pensieri in modo più realistico e positivo, riducendo il loro impatto emotivo. 3. Accettazione: Accettare che i pensieri intrusivi siano una parte normale dell’esperienza umana può ridurre la loro potenza. Accettare non significa approvare, ma piuttosto riconoscere la loro presenza senza giudizio. 4. Esposizione graduale: Affrontare gradualmente le situazioni o i pensieri che scatenano i pensieri intrusivi può ridurne l’ansia associata nel tempo. Questa tecnica è spesso utilizzata in terapie come la Terapia Cognitivo-Comportamentale (TCC). 5. Distrazione positiva: Concentrarsi su attività piacevoli o impegnative può deviare l’attenzione dai pensieri intrusivi, offrendo un sollievo temporaneo. Bisogna sperimentare diverse tecniche per trovare quelle più adatte alle proprie esigenze. La combinazione di approcci può spesso risultare efficace nel gestire i pensieri intrusivi. Importante è capire che la presenza di pensieri intrusivi non indica necessariamente un problema mentale grave. Tuttavia, se questi pensieri diventano persistenti o causano significativo disagio, può essere utile cercare il supporto di un professionista della salute mentale per esplorare strategie di gestione e comprendere meglio la loro origine. Infine, la gestione dello stress e la cura di sé sono fondamentali. Una buona igiene del sonno, l’esercizio fisico regolare e le attività rilassanti possono contribuire a mantenere la mente in equilibrio, riducendo la frequenza e l’intensità dei pensieri intrusivi.
Oltre il giocattolo: la Doll Therapy nella demenza

La demenza, considerata una priorità di salute pubblica dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e da Alzheimer Disease International, continua a crescere in modo preoccupante nella popolazione globale. Secondo il rapporto dell’OMS “Global status report on the public health response to dementia 2017-2025”, attualmente oltre 55 milioni di persone vivono con la demenza, con previsioni che stimano 75 milioni entro il 2030 e 132 milioni entro il 2050 affetti da Alzheimer o altre forme di demenza. Poiché non esiste una cura per la demenza, diventa cruciale concentrarsi su interventi personalizzati per ridurre i disturbi comportamentali e migliorare il benessere generale degli anziani. Tra le terapie che stimolano funzioni emotive e cognitive, la Doll Therapy emerge come un approccio notevole. Cos’è la Doll Therapy? La Doll Therapy, o terapia della bambola, è un approccio non farmacologico utilizzato nel trattamento dei pazienti affetti da demenza. Britt Marie Egedius Jakobsson, psicoterapeuta svedese ideatrice della terapia, sviluppò la prima bambola negli anni ’90 per il figlio autistico. Questa pratica prevede l’uso di bambole dalle caratteristiche antropomorfe per gestire e attenuare i disturbi comportamentali, nonché per migliorare l’umore nelle persone affette da gravi problemi cognitivi. Questo intervento personalizzato riattiva emozioni positive e comportamenti legati alla cura materna nelle persone anziane affette da demenza grave, contribuendo a tranquillizzarle e a promuovere il benessere psicofisico. Questa metodologia si inserisce nel quadro del Modello di Cura Centrato sulla Persona (PCC) di Tom Kitwood. Egli teorizza la demenza ed i suoi sintomi non solo come risultato di danni neuropatologici, ma come espressione di varie variabili interconnesse, tra cui la storia di vita, la personalità e l’ambiente circostante. L’approccio sotteso a questa filosofia ritiene che un ambiente di vita positivo, arricchito da stimoli adatti alle capacità residue e in grado di recuperare memorie sensoriali, possa influenzare positivamente il comportamento, andando così a soddisfare i bisogni primari. La bambola terapeutica può contribuire a tale obiettivo evocando dinamiche relazionali tipiche dell’infanzia e diventando, specialmente nel caso di persone con demenza grave, uno strumento simbolico, un bambino a cui manifestare affetto. La teoria alla base della Doll Therapy La Doll Therapy si basa sui principi della teoria dell’attaccamento, elaborata dallo psicologo infantile inglese John Bowlby. Egli sostenne per la prima volta che la ricerca di un legame continuo tra genitore e bambino è una diretta espressione di un istinto primordiale. Il genitore sperimenta infatti un impulso fisiologico a prendersi cura del proprio figlio. A sua volta il bambino, nei primi anni di vita, è naturalmente incline a cercare protezione e cure da parte del genitore. L’attaccamento rappresenta dunque il complesso di dinamiche attraverso le quali genitori e figli stabiliscono un legame istintivo, fondamentale per la crescita stabile e sicura. Nel contesto della Doll Therapy, la bambola assume la funzione di oggetto transazionale, in grado di richiamare profondamente la dinamica primordiale di cura, offrendo un senso di protezione e, di conseguenza, tranquillità agli anziani, soprattutto quando si trovano in situazioni di stress. La bambola consente così di riproporre la dinamica della cura, andando a soddisfare il bisogno di vicinanza, conforto e rassicurazione. La Doll Therapy può essere adottata per pazienti di entrambi i sessi, in quanto le dinamiche sottese sono universali. Le caratteristiche della bambola Le bambole impiegate in questa forma di terapia sono caratterizzate da una consistenza morbida e gradevole al tatto. Sebbene replichino le dimensioni e il peso di un bambino piccolo, le fattezze del viso e i dettagli anatomici sono quelli di un giocattolo. Questa scelta mira a favorire l’identificazione senza suscitare reazioni di spavento o respingimento da parte degli anziani. Il peso della bambola è distribuito in modo tale che, quando viene cullata, ricordi la sensazione di tenere tra le braccia un vero neonato. È possibile poi posizionare la bambola in modo seduto, consentendo di simulare diverse modalità di cura e ampliare le opportunità di interazione. Le braccia e le gambe, inoltre, sono progettate in modo aperto per agevolare l’abbraccio. Gli obiettivi della Doll Therapy All’interno di questo approccio terapeutico, lo scopo primario è offrire agli anziani un’esperienza fondata sul rilassamento e sulla stimolazione sensoriale ed emotiva. Al tempo stesso, la terapia della bambola, vuole focalizzarsi anche sul miglioramento della capacità di relazionarsi con l’ambiente circostante. Andando ad indagare gli obiettivi più specifici che la terapia cerca di ottenere, si possono citare i seguenti: La diminuzione dei disturbi comportamentali associati alla demenza con un incremento del rilassamento e della tranquillità, contribuendo al controllo del fenomeno del wandering (vagabondaggio); Il miglioramento del tono dell’umore e una riduzione gli stati di isolamento sociale, puntando alla creazione di un contesto emotivamente ricco e socialmente coinvolgente; La stimolazione delle abilità cognitive, incentrando il lavoro sull’incremento delle capacità attentive e sulla memoria procedurale; L’infondere esperienze emotive e sensoriali positive, rispondendo ai bisogni affettivi dell’anziano attraverso l’attivazione dei sistemi di accudimento e di esplorazione; La stimolazione della comunicazione puntando a mantenere e potenziare il contatto visivo, incentivare il linguaggio corporeo e favorire l’iniziativa verbale spontanea. Conclusioni In conclusione, la Doll Therapy è un approccio unico che ha dimostrato di avere benefici emotivi e comportamentali per le persone affette da demenza. Tuttavia, è fondamentale considerare le preferenze individuali del paziente e rispettare la loro dignità durante l’implementazione di questa terapia. Nonostante la Doll Therapy potrebbe non essere adatta a tutti, per alcuni potrebbe rappresentare un modo significativo di affrontare le sfide della demenza, migliorando la qualità della vita e promuovendo un benessere emotivo duraturo. Come con qualsiasi intervento terapeutico, la chiave del successo sta nell’approccio personalizzato e nell’attenzione alle esigenze specifiche di ogni individuo. Bibliografia Ellingford, J., Mackenzie, L., & Marsland, L. (2007). Using dolls to alter behaviour in patients with dementia. Nursing times, 103(5), 36-37. Kitwood, T. M. (1997). Dementia reconsidered: The person comes first. (No Title). Miesen, B. (2014). Attachment theory and dementia. In Care-giving in Dementia (pp. 38-56). Routledge. Moyle, W., Murfield, J., Jones, C., Beattie, E., Draper, B., & Ownsworth, T. (2019). Can lifelike baby dolls reduce symptoms of anxiety, agitation, or aggression for people with dementia in long-term care? Findings from a pilot randomised controlled trial. Aging & mental health, 23(10),
Stringere in un abbraccio: un gesto ricco di significato

Uno dei gesti intimi ed affettuosi dall’alto potere comunicativo è stringere un ‘altra persona in un abbraccio. Il contatto fisico tra due persone è uno degli elementi fondanti le relazioni umane. Esso è non solo sinonimo di intimità, ma anche uno stimolo alla costruzione del benessere psicofisico. L’abbraccio rappresenta, quindi, per l’essere umano uno degli strumenti che, sin dalla tenera età, permette di interagire col proprio mondo circostante. Grazie, infatti, all’abbraccio materno, che funge da holding, da contenimento materno, il bambino ha la possibilità di sperimentare un luogo sicuro, che allevia lo stress. Questo semplice gesto, ricevuto quindi fin dall’infanzia, costruisce così un mattone fondamentale per le proprie relazioni future. Il bambino, e poi l’adulto successivamente, attraverso di esso, sperimenta un abbassamento del cortisolo, noto ormone dello stress, e di conseguenza un miglioramento dell’umore e dello stato di salute. Proprio come il bacio sulla fronte, stringere qualcuno in un abbraccio crea intimità e fiducia, migliorando anche l’autostima, l’amore per se stessi e per gli altri. Spesso ciò di cui si ha veramente bisogno è proprio di un abbraccio, del suo fattore rassicurante. Comunica semplicemente “ io ci sono e sono qui per te”. Nella società attuale, digitale e sempre connessa, il contatto fisico tra le persone si è ridotto sensibilmente, alimentando anche i disturbi psicofisici e relazionali interpersonali distorte. Eppure un semplice gesto, del tutto gratuito, può fare davvero la differenza. Un abbraccio è un piccolo contributo personale a tutela della salute fisica e psicologica sia di chi lo da e sia di chi lo riceve. L’universo non ha un centro, ma per abbracciarsi si fa così: ci si avvicina lentamente eppure senza motivo apparente, poi allargando le braccia, si mostra il disarmo delle ali, e infine si svanisce, insieme, nello spazio di carità tra te e l’altro. ( Chandra Livia Candiani)
Mind Blinding, Empatia e Autismo.

di Ilenia Gregorio Il “Mind blinding” è l’incapacità di comprendere lo stato mentale altrui. Ma qual è il fattore che porta a tale difficoltà nei soggetti affetti di autismo? Inizialmente si pensava che il problema principale fosse una inabilità del soggetto autistico di sviluppare la Teoria della Mente, ovvero la capacità di comprendere da un lato lo stato cognitivo (cosa sta pensando), e dall’altro lo stato affettivo (cosa sta provando) di una persona con cui si vuole interagire. Queste due componenti ci permettono di rapportarci adeguatamente con gli altri e con il mondo circostante. I soggetti con autismo, però, non riescono ad interpretare le informazioni sociali e da ciò deriva l’incapacità di riuscire a comprendere gli stati mentali dei pari: aspetto che viene definito “Mind blinding” e che comporta, come conseguenza, serie difficoltà relazionali. Successivamente la ricerca ha esteso il concetto della Teoria della Mente (definita anche come empatia cognitiva) alla capacità di empatizzazione (o empatia affettiva), ovvero la capacità di riconoscere lo stato mentale altrui e avere una reazione emotiva appropriata ai sentimenti dell’altro. Si è visto infatti che bassi livelli di capacità empatiche negli autistici sono i responsabili delle loro difficoltà a livello relazionale. Un dibattito che ha portato alla formulazione del “double-empathy problem” (Milton et al., 2022 ) ovvero l’assunto che ci sia una bidirezionalità nella non-comprensione di aspetti sociali tra soggetti autistici e soggetti normotipici. Il problema potrebbe riflettere il fatto che non riuscendo a comprendersi l’uno con l’altro finiscano per escludersi a vicenda. Il soggetto autistico così rimarrà sempre più isolato, e non gli sarà concesso di condividere e imparare i comportamenti dei normotipici. Il “double-empathy problem” inoltre sottolinea il fatto che soggetti autistici e normotipici hanno degli stili comunicativi differenti e per questo motivo non riescono a comprendersi vicendevolmente. Quindi l’errore non risiede solo nella persona autistica, perché semplicemente questa ha delle regole differenti, e personali, per codificare ciò che vede (e ciò che non vede) che però non corrispondono alle le regole che generalmente ognuno di noi utilizza per far fronte al mondo sociale. È come se la persona autistica riconoscesse e riuscisse a stare dentro il mondo autistico che però non è conforme al mondo normotipico. Lo stesso ragionamento viene fatto per un soggetto normotipico, che ha delle regole che non gli permettono di riconoscere ciò che si cela dietro il mondo dello spettro autistico (Mitchell et al., 2021). Ad ogni modo, dire che un soggetto autistico “manca di empatia” non è totalmente esatto; l’empatia autistica non è quindi una contraddizione. “Nella ricerca [scientifica] non c’è una definizione standard e concordata di empatia”. Nonostante i grandi passi in avanti fatti nella conoscenza dei disturbi dello spettro autistico, sia da parte della comunità scientifica che nella consapevolezza del grande pubblico e dei professionisti sanitari, ci sono alcune etichette e semplificazioni che faticano a scollarsi. Ad accomunarle, la tendenza a trattare le diversità come deficit e raramente come differenze, concentrando su questo l’intera narrazione. Tra queste diversità campeggia proprio l’empatia e la convinzione ancora radicata in molti, che chi è nello spettro ne sia privo, incapace di mettersi nei panni del prossimo, di comprenderne stati d’animo, emozioni, sensazioni e di comportarsi di conseguenza. Ci troviamo sicuramente di fronte ad un approccio spesso de-umanizzante ma che si fatica ad abbandonare, nonostante negli ultimi anni sia stato frequentemente messo in discussione, anche perché pone sotto lo stesso “ombrello” tutte le persone autistiche senza tener conto della grande diversità che appunto caratterizza uno spettro. Oggi sappiamo che, così come per le persone neurotipiche, non vi sono due autistici uguali tra loro. Per capire meglio il concetto di empatia, è utile dividerla in tre stadi o momenti differenti: 1. Il primo riguarda la capacità di notare che una persona sta provando qualcosa 2.il secondo si riferisce al saper identificare di cosa si tratta 3. il terzo riguarda l’idoneità a “reagire” in un modo considerato opportuno. Per gli standard neurotipici, questo significa provare gli stessi sentimenti, immedesimarsi, condividere sensazioni e farlo in un modo che sia adeguato ed evidente all’altra persona. Notare gli indizi sociali tipici nel comportamento o su un volto può essere a volte complicato per un autistico/a, di qualunque età, dunque già al primo punto incontriamo qualcosa sul quale soffermarsi. Seguito, al punto due, da una difficoltà che accomuna molte persone nello spettro: riconoscere e identificare le emozioni altrui (ma anche le proprie). “Quella risata è felice o è, sarcastica? Sta piangendo per la tristezza o per la gioia”? A questo punto, resta “solo” da manifestare una reazione adeguata. Ma le risposte ai segnali emotivi altrui sono pesantemente dettate da norme e aspettative sociali, definite per necessità dalla maggioranza non autistica. Ed ecco un altro punto per il quale gli autistici potrebbero dall’esterno sembrare poco empatici quando in realtà, semplicemente, nella loro reazione non seguono lo stesso ‘copione’ di una persona neurotipica. Ragionando in questi termini, già il cosiddetto deficit di empatia diventa semplicemente un modo diverso di comprendere, interpretare e reagire all’esperienza e al sentire del prossimo. Bisogna quindi, ripensare l’empatia. C’è ancora molto da fare per valutare la bidirezionalità dell’empatia, ma gli studi che mostrano le difficoltà dei neurotipici nell’attribuire stati mentali agli autistici sono già un cambiamento di paradigma positivo. Ed è proprio sulla Bidirezionalità che dobbiamo soffermarci: e se si trattasse, per l’appunto, di un problema di comprensione tra persone che vivono il mondo che le circonda in modo diverso, una difficoltà che rende l’empatia – così come la comunicazione – difficile da parte di un neurotipico verso un autistico esattamente come da parte di un autistico verso un neurotipico? Questo aspetto, come anticipato in diversi studi e all’inizio di questo articolo, è già emerso: per una persona neurotipica, comprendere gli stati mentali di una autistica e leggerne le emozioni non è banale e si parla nello specifico di mind blindness (o mind blinding). Lo stesso Damian Milton, autore di numerosi studi in merito, oltre ad avere un punto di vista dall’interno, in quanto autistico, è noto nell’ambiente per il suo