Rupofobia

Quando si parla di rupofobia o paura dello sporco, si intende una fobia specifica che nasce in relazione alla possibilità, di entrare in contatto con qualcosa di sporco, non igienico o con una qualunque fonte di contaminazione. É una paura patologica e irrazionale, che va a scatenare in chi ne soffre una serie di comportamenti e rituali di pulizia di sé e dell’ambiente circostante in modo ripetitivo.  Non a caso, infatti, chi soffre di rupofobia tenderà a essere anche una persona ossessionata dall’igiene. C’è tutta una serie di sintomi fisici legati agli attacchi di panico che possono subentrare come reazione alla fobia e che vanno a minare e limitare la qualità della vita di chi ne soffre.  Questa è una fobia specifica che nasce al contatto o al pensiero dello stesso con persone, animali, cose e ambienti ritenuti sporchi, non puliti e in generale poco igienici.  In alcune persone si può manifestare anche come una paura dei germi e dei batteri, o anche come un timore verso ciò che si considera potenzialmente inquinante. Questa paura porta chi ne soffre ad adottare comportamenti compulsivi legati alla propria pulizia e a quelle degli ambienti che vivono, oltre a evitare di trovarsi in luoghi e situazioni ritenute potenzialmente “pericolose”. Le cause della rupofobia sono diverse e non sempre facilmente identificabili. Come per molte altre fobie, però, è chiaro che anche la paura dello sporco può essere legata a una componente ereditaria. Per riuscire a superarla bisogna iniziare un percorso di psicoterapia mirato e con l’aiuto di una persona esperta specializzata in paura dello sporco.

Agender Pride Day: che cosa vuol dire?

Oggi, 19 Maggio, viene celebrato l’Agender Pride Day. Ma che cosa vuol dire? L’Agender Pride Day è uno degli ultimi giorni di sensibilizzazione istituiti dalla comunità LGBTQ+. Essa ha lo scopo di promuovere la consapevolezza della comunità, e di evidenziare le discriminazioni affrontate quotidianamente dalle persone agender di tutto il mondo. Per parlare di Agender, ci muoviamo all’interno del concetto di identità di genere. Le persone Agender sono individui che si identificano comunemente come privi di genere, con un genere neutrale o indefinito, a prescindere dal loro aspetto fisico.   È un termine che rientra nel concetto ombrello di non binario, ma che acquisisce una sfumatura specifica. Mentre infatti nel “non-binary” o “queer” rientrano tutte quelle persone che non si riconoscono in un sesso maschile o femminile, il termine Agender pone l’attenzione sulla mancanza di un sentimento riguardo la definizione stessa di genere.    Un’altra differenza è tra il significato di agender e quello di gender fluid, spesso confusi. Quest’ultimo, infatti, si riferisce a quegli individui la cui identità oscilla nel tempo lungo lo spettro di genere. Una persona gender fluid può cioè vivere un cambiamento fluido e costante nella propria identità di genere. Può, in diversi momenti della propria vita, definirsi come maschio, femmina, genere neutro o qualsiasi altra identità non binaria. Il concetto di binarismo di genere è oggi sostituito, infatti, dal concetto più complesso di Spettro di Genere. Numerosi campi scientifici, tra cui biologia, endocrinologia, fisiologia, genetica, neuroscienze e scienze riproduttive, hanno confermato che il genere esiste come uno spettro. Riconoscere che il genere è un insieme di tratti biologici, mentali ed emotivi che esistono lungo un continuum (Hildreth, 2021), significa riaffermare un diritto umano fondamentale e inalienabile: quello di libertà. Ma di quale libertà stiamo parlando? Prendo in prestito le parole pronunciate dal prof. Paolo Valerio, citando una precisazione fondamentale in tal ambito. Non stiamo– cioè – riconoscendo la libertà di essere “ciò che si vuole”, quanto piuttosto la libertà di essere “ciò che si è”. Perchè l’identità non è una scelta. L’Agender Pride Day è, in questa direzione, un ulteriore passo nell’agenda per proseguire quel lavoro verso la libertà che non può che partire dal piccolo, da noi.

L’ansia: quando diventa un ostacolo che limita le azioni

Cosa si può fare quando si soffre di un disturbo d’ansia? La mindfulness può essere di aiuto? Cerchiamo di scoprirlo in questo articolo. Nel mio studio incontro Sandra. Non riesce a studiare, nè a lavorare, nè ad uscire. Quando provo a capire cosa succede in quei casi, la sua risposta è: “non so cosa succede o perchè, ma sto male!”. Approfondendo la situazione, capiamo che Sandra ha sviluppato un disturbo d’ansia. Quando solitamente si sente parlare di ciò, la prima reazione è l’ansia stessa! “E’ brutta, fa paura, non la voglio!”. Essa, infatti, si manifesta attraverso sensazioni di timore e apprensione, che possono essere correlate da tremori, sudorazione, palpitazioni. Tuttavia, ansia e paura sono emozioni che da sempre fanno parte della storia dell’uomo. Quando è talmente forte da interferire con il funzionamento generale dell’individuo, allora diventa disfunzionale e può trasformarsi in un “disturbo”. Come nel caso di Sandra. Come abbiamo agito con Sandra allora? Sicuramente spiegare il meccanismo che avvia il circolo vizioso dell’ansia può essere di aiuto, ma non basta. E’ infatti una reazione automatica che si crea dinanzi a contesti percepiti come pericolosi. Lavorare sulle strategie di evitamento che l’individuo adotta. Se aprire il libro per studiare mi crea ansia, evitare l’ansia (e quindi di aprire il libro) diventa la mia azione abituale. Ciò vuol dire che non studierò più, rimarrò indietro con gli esami e questo innescherà molti sensi di colpa e pensieri di non essere in grado. Esponendo, in caso contrario, il soggetto, alle situazioni che creano più agitazione, gli si farà sperimentare che è possibile “stare con l’ansia” e, nonostante essa, mettere in atto azioni che hanno valore. Perchè la mindfulness può essere di aiuto? La mindfulness può essere molto utile nei casi di ansia patologica poichè, durante la pratica, si riesce a ridurre l’attività del sistema nervoso simpatico che è alla base dei meccanismi di ansia. Con essa, inoltre, si possono affinare le abilità di osservazione di ciò che accade dentro e fuori di sè, aumentando la propria consapevolezza. Sandra, con tanto esercizio, è riuscita a riconoscere i pensieri come tali e a non farsi agganciare da essi, notando se stessa come “soggetto osservante”, nonchè a portare l’attenzione sul momento presente, senza focalizzarsi sui sintomi dell’ansia e sul circolo vizioso che solitamente si innescava con essi.

L’amicizia: come si trasforma nel tempo?

La bellezza dell’amicizia è la sua natura volontaria. Due persone si scelgono e hanno una libertà a doppio senso: la facoltà di legarsi e di sciogliere il legame; una scelta non caratterizzata da impegni formalizzati, che la rende maggiormente libera, ma allo stesso tempo più soggetta ai cambiamenti della vita, a differenza delle relazioni familiari e formali. Lavoro, cambio di città o di paese, famiglia, bambini e relative mutate circostanze quotidiane: sono proprio le amicizie le relazioni che hanno più probabilità di subire il colpo quando intervengono le esigenze dell’età adulta. Secondo William Rawlins, docente di Comunicazione Interpersonale all’Università dell’Ohio, tre sono le caratteristiche che riconosciamo come importanti e fondanti per l’amicizia, sia che siamo adolescenti sia che abbiamo 90 anni e oltre. Le aspettative si possono riassumere così: qualcuno con cui parlare, qualcuno su cui contare e qualcuno con cui divertirsi. Per tutta la vita, dalla scuola elementare alla terza – e ormai quarta! – età, l’amicizia continua a produrre benefici per la nostra salute mentale e fisica. Un’età molto sensibile è la giovane età adulta: le amicizie diventano più complesse e significative rispetto all’infanzia e anche all’adolescenza, in cui esiste già il sostegno tra amici e molta comunicazione su sé stessi: gli adolescenti scoprono e definiscono la propria identità attraverso i legami più importanti di amicizia. Ma, secondo Rawlins, è nella giovane età adulta che le persone in genere diventano più sicure di sé e più orientate a cercare amici che condividano i loro valori sulle cose importanti. Molte ricerche in questo campo – che rimane però poco esplorato in termini longitudinali – hanno rilevato che le persone di età compresa tra 20 e 24 anni sono il gruppo di età che dedica il maggior tempo a socializzare e in cui, anche per condivisione di scuole e luoghi di ritrovo, le amicizie sono più strette: ovviamente, si tratta anche del gruppo che ha meno probabilità di avere le responsabilità esistenziali che tolgono tempo agli amici, come il matrimonio o la cura dei bambini o l’assistenza ai genitori anziani. In età adulta, le persone tendono ad avere più impegni e meno tempo da dedicare all’amicizia: è più facile rimandare un’uscita con un’amica o un amico, piuttosto che rimandare un incontro di lavoro o saltare il saggio di ginnastica di tua figlia. Paradossalmente, l’amicizia in giovane età adulta è il veicolo principe della conoscenza di sé stessi, della condivisione di aspettative sul futuro e della costruzione dei pilastri della propria esistenza; e quando sei adulto non hai tempo per le stesse persone che hanno partecipato insieme te alla tua crescita e ti hanno supportato nel prendere molte decisioni. In un interessante articolo di Julie Beck, supervisore della sezione Family e creatrice di “The Friendship Files” per la rivista The Atlantic, l’autrice esplora come le persone creino e mantengano le amicizie in modi diversi: gli indipendenti fanno amicizia ovunque vadano e possono avere molte conoscenze amicali, più che sperimentare profonde amicizie; gli esigenti hanno alcuni migliori amici che li accompagnano nel corso degli anni, con un investimento così profondo che li può esporre a emozioni devastanti in caso di perdita o fine di un’amicizia. Infine, ci sono i cosiddetti “acquisitivi”: si tratta delle persone che rimangono in contatto con i vecchi amici, ma continuano a farsene di nuovi mentre si muovono nel mondo. Quest’ultima categoria è la più flessibile e ha molte occasioni di trarre vantaggi e benessere psico-fisico dalle proprie esperienze di amicizia. Tornando al tema delle trasformazioni nel tempo: le persone anziane, che sono tornate socialmente disponibili, perché hanno meno impegni lavorativi e familiari, danno maggiore priorità alle esperienze che le renderanno più felici in quel momento presente: incluso passare il proprio tempo con gli amici più cari. Gli amici non hanno necessariamente bisogno di comunicare spesso, o in modo complesso: molte persone, intorno ai 40 anni, hanno probabilmente accumulato diversi amici provenienti da città e attività diverse, che non si conoscono tra loro. Queste amicizie rientrano in tre categorie: attive, dormienti e commemorative. Le amicizie sono attive se esiste un contatto regolare, si conosce la quotidianità dell’altro e ci si può chiamare per un supporto emotivo senza che la cosa appaia strana. Le amicizie dormienti hanno una storia: magari si è lontani fisicamente, con poche occasioni di parlarsi, ma entrambe le persone coinvolte pensano ancora all’altra come a un amico e si è felici di avere notizie o di frequentarsi quando si ha la possibilità di trovarsi nello stesso luogo, magari al mare o in vacanza, anche dopo anni. Un’amicizia commemorativa definisce invece il caso di una persona che non ci si aspetta di sentire o di rivedere, ma che è stata importante in un momento precedente della vita; e si si pensa a lei con affetto, considerandola ancora come un’amica. Non affrontiamo qui il tema e le sfumature delle amicizie online, capitolo a parte; l’argomento dell’amicizia “in presenza”, come abbiamo poco elegantemente imparato a dire durante il Covid, per rendere l’idea, è già sufficientemente vasto e complesso e ci fermiamo qui, magari per riprenderlo in altra occasione. Con una considerazione finale: l’amicizia è una relazione straordinaria, anche perché consente di imparare ad essere più tolleranti nel tempo. La sua natura di scelta libera, continuamente da rinnovare, la rende viva anche in periodi di dormienza: pronta a risvegliarsi più in là, senza aspettative rigide. Una morbidezza di attese che spesso ci fa dire: “mi sembra di averti visto ieri”; qualsiasi periodo sia passato dall’ultimo incontro.

Il letto di Procuste: dal mito alla psicologia

L’espressione il letto di Procuste parte dalla mitologia per essere utilizzata per indicare una situazione difficile a cui è necessario adattarsi. Il protagonista, infatti, secondo la leggenda, deturpava i corpi delle proprie vittime, all’interno di un letto che considerava della misura ottimale. In effetti , Procuste lacerava i corpi dei malcapitati, perchè li considerava malvagi. Eliminando così le persone cattive , lui si preservava da situazioni minacciose. Partendo quindi dal mito, in Psicologia si è identificata una sindrome il cui nome fa riferimento proprio al gigante. La sindrome di Procuste, infatti, è una patologia il cui quadro clinico si caratterizza di dolore e tristezza per il successo altrui. Chi ne è affetto, prova una forte invidia per l’altro, che, in effetti considera una vera e propria minaccia. Se da un lato c’è chi vive il proprio successo come se fosse usurpato, la sindrome dell’impostore, dall’altro, c’è chi non riesce a gioire della realizzazione altrui e cerca di boicottare le situazioni. La descrizione tipica di chi è affetto da questo atteggiamento è peculiare: i comportamenti tipici e palesi sono la denigrazione e l’atto di sminuire gli altri. Si concretizza una forma di invidia che porta il soggetto a fare ostruzionismo nei confronti della vittima, senza un reale motivo. Questo atteggiamento, non conosce relazioni; si manifesta nelle relazioni interpersonali sia di tipo amicale che lavorativo. Ovviamente, si generano rapporti dannosi, che logorano i malcapitati, proprio come succedeva alle vittime poste nel letto di Procuste. Alla base di comportamenti così screditanti e opponenti, sicuramente ci sono una scarsa stima e una inadeguata fiducia in se stessi, che spinge il soggetto a concentrarsi sull’altro, anziché convogliare le proprie energie al fine di migliorarsi. Per lui è più facile dire che l’altro è cattivo, invece di attivarsi per cercare di incrementare gli aspetti positivi della propria personalità.

Disturbo post partum: l’esperienza del parto traumatico

La salute mentale perinatale fa riferimento al periodo di tempo che va dalla gravidanza a un anno dopo il parto. I cambiamenti fisiologici ed emotivi della gravidanza, del parto e della cura di un neonato rendono il periodo perinatale un momento di grande vulnerabilità per madri e padri. La nascita di un bambino è una delle esperienze più intense ed emotive nella vita di una donna. Spesso il momento del parto è investito di sentimenti e aspettative che non sempre corrispondono a ciò che realmente può accadere in sala parto. Talvolta, ahimè, si va incontro ad una morte drammatica e traumatica del nascituro che quando arriva in maniera inaspettata lascia segni nel corpo della madre, inoltre può essere traumatica perché il legame di attaccamento sia nel padre che nella madre è molto forte già durante la gravidanza. Alcuni studi dicono che circa il 25% di donne a un mese dalla perdita soffre di PTSD. E’ una perdita ambigua perché c’è una forte presenza psicologica del bambino ma un’assenza fisica e ciò può portare spesso a un lutto complicato. Esperienza del parto traumatico Un elemento chiave alla base del disagio psicologico della donna in questo delicato periodo è rappresentato da un’esperienza di parto traumatico. Le donne che vivono l’esperienza del parto come traumatica possono sviluppare la sindrome da “stress post traumatico” correlato al parto. Accanto alla solida tradizione di studi sulla depressione postnatale, in anni più recenti è emersa una particolare attenzione nei confronti dei disturbi ansiosi e dei sintomi da stress associati al periodo del post-partum, nello specifico quelli del Disturbo Post-traumatico da Stress post partum (Olde, van der Hart, Kleber, & van Son, 2006). Il parto si differenzia per molti aspetti dal resto degli eventi traumatici con cui una persona può confrontarsi nel corso della propria esistenza. Per iniziare, si tratta di un’esperienza vissuta dalla maggior parte delle donne in modo volontario, ricercata, prevedibile, vista positivamente dalla società, ma nello stesso tempo può provocare delle ferite all’integrità corporea non sempre presenti nelle altre esperienze traumatiche cui durante il corso della vita si possa andare incontro (Ayers, Harris, Sawyer, Parfitt, & Ford, 2009). Nonostante queste sue tipicità, l’esperienza del parto è considerata una condizione potenzialmente traumatica non solo se associata ad eventi oggettivamente traumatici ad esempio, difficoltà e lunghezza del parto, complicazioni connesse allo stato di salute del bambino e della madre, ma anche in quanto emozionalmente attraversata da una forte carica di stress, dal timore del dolore fisico e da preoccupazioni anche abbastanza lecite per il nascituro (Di Blasio, Ionio, & Confalonieri, 2009; Garthus-Niegel, von Soest, Vollrath, & Eberhard-Gran, 2013). Disturbo post traumatico da stress post partum I sintomi tipici del disturbo post-traumatico da stress sono la persistente ri-esperienza del trauma attraverso sogni o flashback, l’evitamento degli stimoli associati all’evento traumatico come persone o luoghi e, infine, i sintomi di hyperarousal, ovvero uno stato di persistente attivazione fisiologica.  Ad esempio, in un studio di caso una donna con disturbo post-traumatico da stress post partum durante una sessione di terapia riviveva l’esperienza del parto (flashback) vedendo se stessa che giaceva nella sala parto (Ayers et al., 2008). Un’altra neo-madre sperimentava intenso stress quando entrava in contatto con stimoli interni o esterni che le ricordavano aspetti del parto (Stramrood et al., 2011). Per quanto riguarda la sintomatologia da stress specificamente connessa all’esperienza del parto, bisogna tener presente che l’attivazione può risentire dei cambiamenti fisiologici e ormonali nonché della stanchezza del travaglio e del parto, spesso lungo e faticoso. Inoltre, la neo-maternità e la routine medica che caratterizzano lo specifico post-partum può rendere difficile alle donne evitare i reminder traumatici, rappresentati dal neonato, dalle ostetriche, dai medici e dall’ospedale stesso. Alcuni studi hanno evidenziato che i vissuti negativi legati al parto, quando espressi ed elaborati tramite la scrittura espressiva, perdono la loro connotazione traumatica e determinano un miglioramento dello stato di salute psicologico riducendo la remissione dei sintomi da stress post partum. Attualmente non sono chiare le strategie terapeutiche più adatte a tale tipo di disturbo, anche se gli studi di Di Blasio et al. (Di Blasio et al., 2009, 2015; Di Blasio & Ionio, 2002) hanno identificato nell’Expressive Writing sulla specifica esperienza del travaglio e del parto, un intervento in grado di ridurre la sintomatologia postraumatica post partum, in particolare dei sintomi di evitamento a breve termine (2 giorni dopo), e dei sintomi di hyperarousal a medio (2 mesi/ 3 mesi post-writing session) e a lungo termine (12 mesi post-intervento) in un gruppo di donne che avevano avuto un parto “normale”. Il ruolo del padre È un ruolo difficile, il padre secondo la società deve essere forte, non può presentarsi sofferente, ragione per cui i padri hanno un modo diverso di esprimere la sofferenza rispetto alle madri. Il padre resta fra una posizione di poter «dare parola», esprimere il proprio dolore e quello di non esprimerlo e trattenersi per proteggere la propria compagna. L’uomo vive, dunque,un lutto più pratico ed istintivo, con una tende a trattenere. La coppiain questa ottica è definita come 1+1=3, ovvero come solida unione di due che si concepiscono 3, di attivare delle progettualità che solo un figlio può dare ad una coppia. Infatti, perché una coppia funzioni è necessario che una persona mantenga il suo confine personale per accostarsi ad un’altra che ha il suo spazio per costruire poi insieme uno spazio terzo! La sfida di tutte le coppie è tornare a quella equazione e non permettere che la perdita porti ad una separazione tra i partner, anche se essa è frequente quando ci sono incomprensioni rispetto alle modalità di vivere il dolore. Bibliografia A cerchi concentrici. La complessità della perdita perinatale e le sue perturbazioni. Gabriella Gandino, Ilaria Vanni, et. al. 2018. Una base sicura. Applicazioni cliniche della teoria dell’attaccamento. John Bowlby, 1989.

GLI ASPETTI SOCIALI DEI CONSUMI

Al giorno d’oggi è fondamentale considerare gli aspetti sociali dei consumi. I consumatori, infatti, sono influenzati nei loro consumi dal contesto nel quale si ritrovano inseriti.  Il contesto di riferimento può essere considerato a diversi livelli: 1. Cultura: intesa come insieme di elementi che caratterizzano e definiscono i membri che ne fanno parte. Una cultura è condivisa, viene trasmessa da generazione a generazione ed è caratterizzata da valori, norme sociali, rituali, miti e artefatti. A livello di marketing, le aziende si adattano alle specificità culturali per rispondere alle abitudini, riti e usanze… Da questo punto di vista, le ricerche di mercato servono anche a cogliere le diversità culturali e i significati che il consumatore attribuisce a un prodotto. 2. Subcultura: formata da persone della stessa cultura, ma che hanno credenze/esperienze comuni condivise che le distinguono da altri membri di altre subculture. Le differenze possono essere semplicemente demografiche (Nord vs Sud) oppure legate alla religione, alla classe sociale, all’età. Anche in questo caso, risulta importante conoscere gli specifici valori, simboli e comportamenti propri di ogni subcultura. 3. Gruppo di riferimento: sono spesso la fonte da cui noi sviluppiamo atteggiamenti, credenze, valori e comportamenti. Li usiamo come termini di paragone, su cui basiamo i nostri comportamenti di consumo.  Esistono i gruppi diretti primari (amici stretti e famiglia) e secondari (insegnanti, supervisori sul lavoro…).  Ci sono poi anche i gruppi indiretti aspirazionali e non aspirazionali. I primi sono i gruppi a cui si vorrebbe appartenere e ai quali si vorrebbe essere associati (come le brand community). I secondi i gruppi dai quali ci si vuole differenziare. Con il notevole sviluppo dei social network, troviamo il fenomeno degli influencer, intese come tutte quelle persone che sono in grado di influenzarne altre rispetto ai consumi. Un influencer è tale perché gode di una certa credibilità e sono percepiti come neutrali e oggettivi in quanto trasmettono sia opinioni favorevoli sia sfavorevoli. Sono considerati esperi di un certo tema e dunque considerati competenti in materia. Inoltre, sono persone molto aperte alle novità e propense ad assumersi rischi. Infine, sono persone interconnesse a una community con la quale interagiscono. 4. Concetto del sé: noi sviluppiamo il nostro sé in base all’immagine che vogliamo dare agli altri e in base a quanto ci viene restituito dagli altri Ma perché i consumatori si lasciano influenzare? Si parla di consumer conformity, cioè la tendenza ad avere comportamenti e atteggiamenti in linea con quegli degli altri soprattutto quando l’informazione è ambigua, scarsa o quando non si conosce un determinato tema.  Ci sono, però, delle persone che si definiscono anticonformiste per natura. Anche in questo caso però l’influenza sociale esiste comunque in quanto gli anticonformisti sono persone in cerca di unicità che scelgono volutamente di non adottare un certo comportamento se questo diventa troppo diffuso. Dunque, guardano comunque ciò che fanno gli altri per discostarsi. Gli aspetti sociali nei consumi sono sempre presenti? Veniamo sempre influenzati nell’acquisto di prodotti? Dipende dalla tipologia del prodotto! Per quanto riguarda i “Privately Consumed Necessity” (come lavastovigli, materassi…) non c’è una grande influenza in quanto sono scelte di consumo non direttamente visibili ad altri. Per quanto riguarda i “Publicy Consumed Necessity” (come l’abbigliamento) c’è una forte influenza legata al tipo di brand che si sceglie, non tanto legata al fatto di possedere o meno quel prodotto. Questo perchè i brand che scegliamo contribuiscono a definire la nostra identità. Dunque, si cerca di scegliere brand che siano congruenti con il proprio sé percepito soprattutto nelle scelte pubbliche.  Veblen introduce il concetto di consumo ostentativo, che ad oggi si traduce come scelta di alcuni brand di lusso come veicolo del proprio status sociale. Egli teorizza anche il trickle-down effect, con il quale spiega la nascita delle mode. Una classe sociale elevata inizia a fare scelte di consumo per segnare il proprio status. Nasce un effetto a cascata, secondo cui la classe immediatamente sotto cerca di imitare il comportamento di consumo della classe immediatamente sopra di lei per migliorare il proprio status sociale e così via…  Quando queste scelte arrivano alla massa, la classe sociale più elevata cerca altri modi per distinguersi e per veicolare il loro status più elevato.  In conclusione, è fondamentale considerare gli aspetti sociali del consumo in quanto le scelte dei consumatori odierni dipendono in gran parte dal contesto di riferimento nel quale sono inseriti.  BIBLIOGRAFIA: Kimmel, A.J. (2018). Psychological foundations of marketing. The key to consumer behavior. Londra: Routledge

La Società di Narciso

La società in cui viviamo ci propone un modello sociale e di comportamento basato sulla mercificazione delle relazioni e delle persone. Le persone sono diventate un bene, scegliamo i nostri percorsi di vita sulla base del successo, in nome di uno standard di vita più elevato che viene prima anche del bisogno di amare e di essere amati.  Sosteniamo una cultura basata sullo sfruttamento di chi sta sotto, siamo la società dell’apparire, dell’ultimo modello di un qualche dispositivo, del successo personale, delle conoscenze che contano, dello status. Abbiamo perso il contatto con il nostro essere, con il nostro corpo, con i nostri sentimenti, con il senso e l’essenza della nostra stessa esistenza.Lo sappiamo, ci è noto, che imparare ad amare noi stessi è il primo passo per imparare ad amare anche gli altri. Le realtà siamo sempre meno in una relazione di cuore con gli altri, concentrati come siamo su noi stessi e sui nostri obiettivi, e non c’è più tanto posto e spazio per le cose semplici, per un gesto di tenerezza o di solidarietà, perché abbiamo un bisogno incessante di iper stimolazione. I social media e la Rete hanno creato nuovi bisogni di visibilità sociale e favorito nuove forme di esibizionismo mediatico che sono indotti dai media stessi e dalle nuove opportunità offerte dalla Rete, per cui se prima potevamo pensare di avere nella vita una o due occasioni di successo e di visibilità mediatica, ora con i social media noi possiamo farlo in continuazione. Il sentimento di sé che si espande fino a diventare una forma di narcisismo, che mette al centro dell’interesse il proprio Io e trascura l’altro, che pensa di affermarsi addirittura a danno dell’altro, è diventato la cifra “delirante” che caratterizza la società contemporanea. Il problema nasce quando l’interesse per la propria immagine e per i propri contenuti postati su qualche sociale network, diventano più importanti dell’interesse per l’altro, a cui non ci rivolgiamo più con la stessa curiosità e con lo stesso desiderio con i quali ci rivolgevamo prima. L’investimento narcisistico sul proprio Io, per ingrandirlo, comporta sempre un sacrificio e una svalutazione delle relazioni con le altre persone, che diventano meno significative, oppure sono significative perché sono utilizzate per affermare il proprio valore e non per avere un rapporto umano e interpersonale autentico con loro.

Don Gabriele Amorth, il Diavolo suo e quello di Russel Crowe

russel crow e padre amorth

L’occasione per questo nuovo articolo è stata l’uscita nelle sale del film “L’Esorcista del Papa”, una pellicola hollywoodiana che si spaccia come “ispirata ai libri di Don Gabriele Amorth”. Nel ruolo del famoso esorcista un Russel Crowe non più prestante come ne “Il Gladiatore” ma di sicuro con lo stesso piglio da arrogante cowboy adattissimo per il ruolo di combattente contro quei “cattivoni” degli Apache, oops, volevo dire contro i Diavoli. In un precedente articolo “Don Gabriele Amorth e la questione della corporeità. Una ricerca sul campo”, vi avevo già parlato di questa particolare esperienza del nostro gruppo della Scuola di Arteterapia “Poliscreativa”. In particolare, vi avevo accennato di quanto questo percorso sia stato fondamentale per mettere meglio a fuoco il ruolo delle ritmicità tra i corpi, in quel contesto mediato dalla cadenza delle preghiere corali, negli spazi della cura quale un contesto esorcistico è a tutti gli effetti. Chi come noi lo ha conosciuto bene, il vero Amorth, e lo ha visto all’opera non può che provare un grande fastidio per questa ingiusta trasposizione cinematografica, per nulla coerente con la mitezza e le capacità di ascolto e accoglienza, diciamo, dell’originale presbitero. Ho potuto assistere a decine di ore di sue videointerviste “riservate” dell’archivio della nostra scuola e la differenza salta agli occhi. Non ce lo vedo proprio tirarsi su dopo un esorcismo con un cicchetto di whiskey sorseggiato da una fiaschetta da tasca in perfetto stile yankee come invece il buon Russel Crowe nel film. Ma la cosa che più ci ha fatto indignare è la falsificazione di come vengono praticati gli esorcismi nel film. In più di vent’anni nei quali abbiamo raccolto una documentazione unica al mondo assistendo a migliaia di rituali mai abbiamo avuto modo di assistere a quei ridicoli effetti speciali da b-movie di fantascienza. Soprattutto poi, per non traumatizzare la sua, diciamo “utenza”, quel simpatico esorcista che fu persino trai nostri docenti, non faceva mai durare i suoi esorcismi per più di una mezz’ora e la fase clou, il cosiddetto “Interrogatorio a Satana” mai più di cinque minuti. Parliamo di quel particolare momento nel quale cioè la presunta posseduta, perché più del novanta per cento erano donne, parlava avendo assunto l’identità del demone. L’esorcista di cui stiamo parlando, quello vero, aveva una modalità del tutto “estensiva” e mai “intensiva”, preferiva cioè rituali brevi ma ripetuti nel tempo, dalle nostre ricerche con una frequenza soprattutto quindicinale e per un periodo di almeno due o tre anni, una media di cinque anni, fino a dodici. A parte le “possessioni croniche” che invece richiedessero pertanto una pratica esorcistica a vita. Varie sarebbero le considerazioni da fare, in particolare rispetto le ricadute che filmacci come questi possano avere sui nostri giovani. “Il Perturbante” come lo avrebbe chiamato Freud o “L’Ombra” come invece direbbe Jung sempre più viene da loro incontrato in contesti virtuali. Ne consegue che l’industria delle merci mediatiche per “colpire” e quindi “vendere meglio” i loro prodotti, si spingano sempre più verso iperboli, verso eccessi che ovviamente, mentre di certo riescono a turbare, ne rendono sempre più difficile l’elaborazione necessaria per un rapporto sufficientemente armonico con il profondo. Torneremo su questo argomento per approfondire la questione nel prossimo articolo.

Come riconoscere le caratteristiche tipiche del burnout?

Il burnout non è un sinonimo di esaurimento, come spesso si tende a generalizzare, anche se l’esaurimento ne è parte essenziale. Christina Maslach, una delle principali ricercatrici sul burnout, autrice di The Burnout Challenge: Managing People’s Relationships with Their Jobs, descrive tre attributi fondamentali del burnout, che possiamo imparare a riconoscere e monitorare. Dopo il dramma del Covid, con le ripercussioni sociali e lavorative che ben conosciamo, il burnout è diventato statisticamente più frequente nella popolazione in età lavorativa. Vediamo i tre caratteristici stati d’animo presenti nello stato di burnout: prima di tutto, la sensazione di essere esausti e come se non avessimo l’energia necessaria per lavorare bene; in secondo luogo, lo sviluppo di atteggiamenti negativi nei confronti dei nostri progetti, con un senso di dissociazione dai progetti stessi e dalle persone che ci circondano, siano essi colleghi, amici o familiari, con un senso di allontanamento, di distanza, di cinismo; in terzo luogo, il burnout ci fa sentire inefficaci, come se stessimo realizzando molto meno del solito e non potessimo raggiungere la motivazione per essere produttivi. Ma c’è di più. Per capire davvero cosa causa il burnout, occorre individuare le sue origini, che i ricercatori riassumono in un fattore causale comune: una quantità enorme di stress cronico, che non si ferma mai, a differenza dello stress acuto, che è temporaneo e simile a un tunnel da attraversare per raggiungere la luce dall’altra parte. La ricerca di Maslach ha scoperto che lo stress cronico sul lavoro di solito proviene da sei fonti primarie: Carico di lavoro. Questo è intuitivo, e si riferisce alla sostenibilità: più il nostro carico di lavoro va oltre la nostra capacità, più è probabile che raggiungiamo il punto di esaurimento. Valori. Cosa ci connette con il nostro lavoro a un livello più profondo? Questo è un fattore spesso sottovalutato, ma ovviamente più il nostro lavoro è in linea con ciò che apprezziamo, più utili ci sentiamo e di conseguenza ci impegniamo. Ricompensa. Il livello di ricompensa che otteniamo dal nostro lavoro, comprese le ricompense finanziarie (stipendio, bonus, ecc.) e le ricompense sociali (se siamo riconosciuti per i contributi che diamo) sono centrali. Una ricompensa insufficiente può farci sentire inefficaci, uno degli attributi fondamentali del burnout. Controllo. L’autonomia che abbiamo su quando, dove e come svolgiamo il nostro lavoro è un altro elemento fondamentale. Meno controllo abbiamo, più è probabile che ci esauriamo. Correttezza. La sensazione di essere trattati equamente sul lavoro rispetto ai nostri colleghi. L’equità è un ingrediente importante che promuove il coinvolgimento e tiene a bada il cinismo. Comunità. Le relazioni professionali contribuiscono enormemente a ridurre al minimo il burnout e ad aumentare il coinvolgimento. Più deboli sono le nostre relazioni e più conflitti sperimentiamo, più è probabile che ci esauriamo. Mentre il burnout è tradizionalmente definito come un fenomeno professionale, anche i continui fattori di stress che affrontiamo a casa possono contribuire al nostro livello totale di stress cronico. In conclusione: più stress cronico affrontiamo, non importa da dove provenga, più ci avviciniamo all’esaurimento. Una considerazione, banale quanto utile: i sei fattori delineati da Maslach possono essere utilizzati in modo virtuoso, come linee guida di ciò che occorre monitorare e mettere in atto per migliorare l’esperienza individuale e diminuire le fonti di stress; sia in ambito lavorativo, per esercitare una leadership che aumenta il benessere e la soddisfazione dei collaboratori; sia in ambito relazionale familiare e amicale. Equità, possibilità di autonomia, ricompensa, valori: non sono anche le basi naturali di realizzazione e co-costruzione di un benessere esistenziale?