Le etichette del sè: “sono sbagliato”, “sono brutto”, “sono incapace”- seconda parte

In questa seconda parte impareremo a conoscere l’autostima in un modo nuovo e a sviluppare una visione di sé più flessibile. Se provassimo a pensare all’autostima come a un comportamento verso il sé, cosa accadrebbe? E se immaginassimo che la descrizione di sè fosse in una cornice relazionale e che noi avessimo potere nel rafforzarla o indebolirla attraverso le nostre azioni? Ad esempio, Carla (una paziente con nome di fantasia) si sente persa ed infelice perchè, nonostante per lei le amicizie sono molto importanti, porta sempre con sè un pensiero (sviluppatosi a partire dalla sua storia personale): “sono strana; non riesco a fare amicizia; gli altri sono migliori”. A causa di un concetto di sè rigido, ha avuto difficoltà a stringere amicizie per molto tempo, limitando i suoi comportamenti. Insegnando a Carla le abilità per assumere una prospettiva di sè flessibile e notare quando sopraggiungono pensieri negativi, avrà più potere nello scegliere comportamenti di valore, disconfermando l’etichetta che si era creata. La visione di sè flessibile permette di cambiare prospettiva psicologica: guardare i pensieri da una certa distanza, osservarli per quello che sono, vedere se stessi nell’infanzia o visualizzarsi nel futuro, guardarsi attraverso gli occhi di un’altra persona. Qual è l’elemento in comune tra tutte queste visioni? Tu! E non importa quante volte si cambia prospettiva, dove si va a finire con la mente, sei sempre TU e in grado di andare dove vuoi. In particolare, con i giovani che si definiscono con “bassa autostima”, è fondamentale legare il concetto di sè a comportamenti osservabili e che siano coerenti con i propri valori. “Io sono speciale” o “io sono strano” sono parole, giudizi, etichette. Quando diamo un feedback, è importante invece fare attenzione a focalizzarsi sul processo e sui comportamenti messi in atto e non sulla persona. Ad esempio: a un giovane che ha avuto un buon voto, si potrebbe dire “Hai lavorato molto bene”; ad uno che va male in una verifica, si potrebbe dire “forse il tempo che hai dedicato a questa cosa è stato poco, cosa potresti fare per aumentare l’impegno in termini di tempo?” La cosa importante è creare sempre opportunità per far sì che ogni piccolo passo, mosso per ciò che è importante, sia significativo. Va sottolineato infatti che il successo riguarda l’agire con i valori e non il risultato.
Creatività come spazio di transizione

L’utilizzo della creatività in ogni opera d’arte consente una riflessione su una percezione del proprio mondo interno in relazione alla realtà esterna. L’oggetto transizionale, così come definito da Winnicott, costituisce l’area intermedia tra ciò che è soggettivo e ciò che può essere oggettivamente provato. Frutto di creazione, nell’esperienza artistica, ciò su cui è posto l’accento non è solo il valore estetico dell’oggetto ma anche il rapporto che ha con l’autore e l’osservatore. Tutto, quindi, si concentra in un’altalena tra creatività e percezione. L’opera d’arte è, dunque, il risultato dell’integrazione sensoriale che ci allontana dalla realtà esterna per orientarci alla riflessione della realtà psichica, dandoci uno scossone emozionale. La produzione artistica, riesce a rappresentare ciò che è irrapresentabile, comunica cioè quanto, di solito, rimane confinato nel non detto. Attraverso l’esperienza creativa, si produce poi una forma psichica preliminare che favorisce i processi di mentalizzazione e di comprensione delle esperienze emozioni e sensazioni. Il messaggio estetico non resta fine a se stesso, ma è assunto attivamente perché stimola chi lo accoglie ad effettuare una introspezione, interrogandosi dal di dentro . Anche lo stesso Freud, in effetti, rimase attonito di fronte all’imponenza della statua del Mose di Michelangelo. Lo psicoanalista disse: “ Ho cercato di tener testa allo sguardo corrucciato dell’eroe e talvolta me la sono svignata cautamente fuori della penombra, come se anch’io appartenessi alla turba sulla quale è puntato il suo occhio”. Da una semplice ammirazione di un lavoro di scultura così maestosi, lo stesso Freud si sposta da una osservazione esterna, cominciando a guardarsi dentro. Si passa di conseguenza da un appagamento dei sensi che coinvolge il corpo, ad una conquista più matura dell’anima. L’osservatore, quindi, dopo aver avuto contatti sensoriali con l’oggetto, è in grado di produrlo mentalmente, spingendosi verso un possesso concettuale di esso.
Le stereotipie nell’autismo: cosa devi sapere

Assieme al deficit dell’interazione sociale e della comunicazione, le stereotipie vanno a definire un criterio cardine per la definizione della diagnosi di autismo (DSM 5, 2013). Questi comportamenti appaiono spesso bizzarri, ripetitivi e inappropriati in contesti sociali e spesso vanno ad interferire con il funzionamento della persona nella sua quotidianità. Le stereotipie nell’autismo si caratterizzano quasi sempre per il rispetto di routine molto rigide, ecolalia (ripetizioni di parole e frasi) e manipolazione ripetitiva di oggetti (Lewis & Boucher, 1988; Turner, 1999). Tali comportamenti possono creare grandi difficoltà al soggetto stesso e al suo contesto. Le persone con autismo manifestano anche difficoltà a tollerare i cambiamenti, soffrendo di forte ansia e instabilità nel caso essi si verifichino inaspettatamente. Alcuni cambiamenti nella routine o di alcune attività scolastiche possono essere motivo di grande disagio e sofferenza per la persona con disturbo dello spettro autistico. Per questo si consiglia, oltre che alla strutturazione della giornata (sequenze di eventi prevedibili e strutturati) di fornire la possibilità di prevedere alcuni cambiamenti che potrebbero ipoteticamente verificarsi per quanto possibile, attraverso dei supporti specifici (agende visive). Interessi ristretti e stereotipati Innanzitutto occorre tenere presente che la stereotipia è una modalità che il bambino o il ragazzo impiega per mantenere un senso di sicurezza e stabilità e un ordine, sia mentale e interno che concreto e pratico, nella realtà circostante e nell’ambiente relazionale, che è per lui rassicurante su un piano emotivo e affettivo. Di conseguenza, l’interrompere o il modificare la stereotipia può ingenerare intensi vissuti d’ansia, preoccupazione e disorientamento. Lo sviluppo di interessi ristretti e stereotipati e di ossessioni per un particolare argomento o elemento dell’ambiente è tipico di molte persone autistiche. Come agire sulle stereotipie La modalità migliore per poter intervenire sulle stereotipie è seguire i principi dell’Analisi Applicata al Comportamento (ABA). Inoltre, descrivere e classificare le stereotipie in base alla loro funzione, piuttosto che alla loro forma, è utile sia per un genitore che per un insegnante che si trova ogni giorno a dover convivere con le stereotipie motorie o vocali del proprio figlio o alunno. In tal modo, con la guida di professionisti esperti, ci saranno maggiori probabilità di modificare il comportamento stereotipato attraverso teniche specifiche (Cunningham & Schreibman, 2008). Riferimenti Bibliografici Cunningham, A. B., & Schreibman, L. (January 01, 2008). Stereotypy in autism: The importance of function. Research in Autism Spectrum Disorders, 2, 3, 469-479. Ghanizadeh, Ahmad. (2010). Clinical approach to motor stereotypies in autistic children. (Iranian Journal of Pediatrics (ISSN: 1018-4406) Vol 20 Num 2.) Tehran University of Medical Sciences Press. Goldman, S., Wang, C., Salgado, M. W., Greene, P. E., Kim, M., & Rapin, I. (January 01, 2009). Motor stereotypies in children with autism and other developmental disorders. Developmental Medicine and Child Neurology, 51, 1, 30-8. Lewis, V., & Boucher, J. (1988). Spontaneous, instructed and elicited play in relatively able autistic children. British Journal of Developmental Psychology, 6(4), 325-339. Mahone, E. M., Bridges, D., Prahme, C., & Singer, H. S. (January 01, 2004). Repetitive arm and hand movements (complex motor stereotypies) in children. The Journal of Pediatrics, 145, 3, 391-5. Matson, J. L., & In Sturmey, P. (2013). International handbook of autism and pervasive developmental disorders. 115-123 Muthugovindan, D., & Singer, H. (January 01, 2009). Motor stereotypy disorders. Current Opinion in Neurology, 22, 2, 131-136. Turner, Michelle. (1999). “Annotation: Repetitive behaviour in autism: A review of psychological research.” Journal of child psychology and psychiatry 40.6 839-849. Volkmar, Fred R., and Ami Klin. (2005). “Issues in the classification of autism and related conditions”.
IL PASSAPAROLA E IL SUO EFFETTO SUI BRAND

Numerosi ricercatori hanno studiato il ruolo del passaparola nelle comunicazioni di massa. Si parla sempre più spesso di word of mouth (WOM), di cui sono state date numerose definizioni. La Word of Mouth Association definisce il passaparola come l’azione compiuta dai consumatori che forniscono informazioni ad altri consumatori. Si tratta, quindi, di una forma di comunicazione personale che riguardare un prodotto/servizio/brand che coinvolge soggetti che non hanno legami con l’azienda. Può essere trasmesso sia offline sia online; in questo secondo caso si parla di electronic word of mouth (eWOM). Esistono due tipi diversi di passaparola: Positivo: è una forma di comunicazione interpersonale tra consumatori a proposito di un prodotto/servizio/brand che prende la forma di un consiglio o di una raccomandazione a seguito di un’esperienza recente piacevole Negativo: assume la forma di denigrazione o consiglio contro l’offerta di un’azienda in relazione a un’esperienza spiacevole Il passaparola positivo non ha lo stesso peso di quello negativo. Si dice che quello negativo è 10 volte più impattante rispetto a quello positivo. Esistono alcuni bisogni latenti alla base del desiderio delle persone di parlare di un certo prodotto/servizio. Ad esempio, il desiderio di guadagnare lo status di esperto davanti ai pari oppure il desiderio di esprimere se stessi. Secondo la Teoria del Sé Esteso di Blek, infatti, gli oggetti che possediamo diventano un’estensione del nostro sé. Questo vale anche per i brand. I brand che scegliamo, infatti, contribuiscono a costruire e definire la nostra identità. Proseguendo, il passaparola viene usato per ridurre eventuali tensioni psicologiche e sensazioni spiacevoli che possono derivare da dubbi o ripensamenti sul proprio acquisto. Entrando nello specifico, il WOM negativo si genera perché è un modo per sfogare la frustrazione dettata dalla mancata soddisfazione del prodotto. Quello positivo, invece, ad oggi viene generato quando un consumatore non è solamente soddisfatto, ma quando rimane estasiato dall’esperienza avuta con quel determinato prodotto/servizio/brand. Fino a poco tempo fa, i ricercatori hanno sostenuto l’idea di una diffusione lineare del passaparola. Secondo questa prospettiva, il WOM si concentra sugli scambi che avvengono nelle relazioni a due in cui una persona rappresenta la fonte e l’altra il destinatario. Questa, però, si tratta di una visione semplicistica e ridotta in quanto chi riceve consigli può dare a sua volta feedback, che possono modificare il modo con cui l’interlocutore avanza suggerimenti. Un altro elemento da tenere in considerazione è la transitività dei legami. Dal momento che gli amici di una persona sono spesso amici tra di loro, è molto probabile che questi parlino di argomenti simili. Questo porta alcune persone della stessa rete a essere esposte più volte alle stesse informazioni. Dunque, si può sovrastimare il numero di persone raggiunte. Infine, parlando del passaparola online, i modelli unidirezionali non sono in grado di spiegarlo in quanto non tengono conto del fatto che le informazioni circolano in una rete complessa caratterizzata da numerosi legami interpersonali e da una forma di trasmissione delle informazioni bidirezionali. Grazie all’evoluzione di Internet, oggi si parla di “effetto megafono”, cioè della possibilità di far sentire la propria voce a un’audience di massa. In conclusione, possiamo affermare che la componente essenziale del passaparola è la fiducia, soprattutto nella società odierna in cui lo scetticismo nei confronti dell’informazione mediatica è molto forte. Dunque, al giorno d’oggi per un brand risulta fondamentale curare ciò che viene detto di positivo e/o negativo circa i propri prodotti e servizi. BIBLIOGRAFIA: Kimmel, A.J. (2018). Psychological foundations of marketing. The key to consumer behavior. Londra: Routledge
Gli effetti della Primavera

È arrivata la primavera, la cosiddetta “stagione della rinascita”: la natura è tornata a fiorire, gli alberi spogli si rivestono di punte colorate di piccoli fiori, le giornate si allungano e il sole illuminando di più le rende più piacevoli. Con la primavera arriva anche il risveglio dei sensi; infatti dopo l’inverno rigido e cupo, il corpo reagisce ai cambiamenti esterni influenzando anche la mente. Le giornate si allungano, la temperatura si alza, i fiori sbocciano, gli animali escono dal letargo ed è tutto un trionfo di luce, colori e profumi. La primavera porta con sé indubbiamente tanti aspetti positivi in grado di influenzare la nostra salute e il nostro umore. Dona sensazioni di allegria, leggerezza e libertà: allegria per la vitalità e la vivacità di tutto ciò che ci circonda, leggerezza a partire già dall’abbigliamento e libertà di muoversi, esprimersi, viaggiare, esplorare e conoscere…. Con il bel tempo abbiamo, infatti, maggiore possibilità di uscire e stare all’aperto, di fare escursioni e gite fuori porta, visitare posti nuovi, soddisfacendo anche la nostra curiosità e i nostri bisogni di conoscenza. Possiamo praticare attività fisica e sport a contatto con la natura, in spazi più ampi e meno costretti.Non sono poche le persone che dicono di avvertire un miglioramento dell’umore nelle belle giornate di sole in particolare con l’arrivo della primavera. Questo fenomeno ha una spiegazione fisiologica: un’esposizione più prolungata alla luce solare aumenta la produzione di serotonina, un ormone che favorisce il buonumore, nell’organismo. Nei mesi invernali la sua azione viene limitata dalla maggiore presenza nel corpo di una proteina chiamata SERT. Un certo grado di “meteoropatia”, quindi, sembra comprensibile e giustificato.
Questo articolo contiene un omicidio

Non è vero, naturalmente, ma avete iniziato a leggerlo e questo ci aiuta aintrodurre l’argomento di oggi. In un recente articolo sulla rivista Nature Human Behaviour, dal titolo “La negatività guida il consumo di notizie online”, si fa luce su quello che un po’ tutti avevamo già intuito, in qualità di consumatori di notizie sul web: la negatività attira i click e questo spiega l’abbondanza di articoli e notizie di una certa tonalità che affollano ogni giorno la rete. Ma qual è il motivo di tanto successo della negatività e del male?I ricercatori hanno analizzato oltre centomila articoli di un sito di notizie spesso banali e di curiosità, Upworthy, che vanta un bacino enorme di lettori, e sono giunti alla conclusione che ogni parola negativa aumenta la percentuale di click di oltre il 2%, che sui grandissimi numeri significa un dato assai rilevante e appetibile per chi pubblica. Secondo lo studio, è vero addirittura il contrario: “La presenza di parole positive nel titolo di una notizia riduce significativamente la probabilità che un titolo venga cliccato”. Claire E. Robertson, della New York University, coautrice dell’articolo citato, afferma che questo risultato non è una novità. Le cattive notizie ottengono naturalmente più attenzione: questo è sensato, aggiungo, perché la prima attenzione della nostra specie è quella di proteggersi dai pericoli; di conseguenza, siamo ovviamente più sollecitati e attivati dagli stimoli di allarme, anche nel caso in cui si tratti di notizie che non ci riguardano direttamente. Ma anche le storie banali e senza importanza, se vengono tinte di nero ad arte, attirano più interesse? Secondo la dottoressa Robertson è proprio così: anche nel caso della stessa identica notizia, “inquadrare in modo più negativo aumenta il coinvolgimento” Ma attenzione: questo non vale per tutto quello che viene pubblicato sul web: si tratta di una caratteristica tipica nel caso delle notizie (che sono peraltro una minima parte della dieta digitale quotidiana del consumatore). Un’analisi del 2021, di ben 126.301 post su Twitter, ha rilevato, ad esempio, che i post personali con emozioni positive avevano molte più probabilità di diventare virali. Invece, nel caso delle notizie, cioè delle informazioni su ciò che accade nel mondo reale, la negatività garantisce, in modo inequivocabile e significativo, un maggiore aumento del traffico. La ricerca citata ha convalidato numerosi altri studi che dimostrano che le persone sono particolarmente propense a consumare notizie politiche ed economiche “quando sono negative” e che le emozioni ad alto grado di eccitazione – come l’indignazione – hanno maggiori probabilità di essere condivise dagli utenti. È ovvio che ci sono molti eventi negativi nella realtà quotidiana e chi fa cronaca deve giustamente comunicarli, senza ipocrite edulcorazioni; ma è interessante riportare il pensiero di Derek Thompson, giornalista e opinionista statunitense, che mette in guardia su questo punto, perché: “sensazionalizzare le notizie negative, ignorando le storie positive, può gradualmente desensibilizzare il pubblico verso problemi veramente gravi, sopraffare le persone con un senso di rovina globale, disinformare il pubblico sulle opportunità per migliorare il mondo”. Ecco: credo che valga la pena di riflettere su questo aspetto.I social amplificano la negatività, la rabbia, il disfattismo per aumentare il coinvolgimento e in questo modo utilizzano la nostra naturale attenzione al pericolo. Ma, come scrive Thompson, le istituzioni giornalistiche e mediatiche rischiano di seguire questa tendenza per incontrare il maggior interesse dei lettori, in un ecosistema affollatissimo e in cui è facile passare inosservati, data l’abbondanza dell’offerta. Il rischio, in questa situazione, è di aumentare in modo talmente esponenziale la dose di negatività diffusa da paralizzare in qualche modo le persone: se non c’è materiale per la speranza, si arriva progressivamente a sospendere ogni attività che si proponga di incidere sul futuro. E forse questo è il vero delitto, che meriterebbe tutta la nostra attenzione. Oltre a qualche risposta adulta.
Il fenomeno sociale dei giovani “Woke”: una generazione sempre in allerta

Il termine inglese “Woke”, la cui traduzione letterale è “sveglio”, definisce uno stato di allerta e di particolare attenzione riguardo alle ingiustizie sociali o razziali. Nell’ultimo periodo è stato utilizzato per indicare l’attitudine di persone che hanno maturato una grande consapevolezza sulle ingiustizie rappresentate da razzismo, disuguaglianza economica e sociale e da qualsiasi forma di discriminazione. Questa parola è si è fatta manifesto di una generazione ipersensibile, perennemente in guardia, ambasciatrice di valori quali l’uguaglianza e l’inclusione. L’espressione “Woke” risale al ‘900, tuttavia è negli ultimi 10 anni, con le proteste di “Black Lives Matter” che si è arricchita di un nuovo significato. I giovani “woken”, risvegliati, sono individui attenti e informati che affrontano in maniera consapevole temi caldi come il razzismo e la parità di genere. Dunque un termine utilizzato con accezione positiva per indicare attivisti impegnati nel sociale, accanto ai più deboli, che combattono battaglie per i diritti umani. Oggi la parola “Woke” ha assunto un significato perlopiù negativo, allo scopo di descrivere questa categoria come individui fanatici e aggressivi. In quest’ottica i social fungono da amplificatore, dando vita a fenomeni virali piuttosto preoccupanti. Uno di questi è la cancel culture: l’atto di sminuire, boicottare o colpevolizzare “l’altro”. Una modalità che rende difficile, quasi impossibile il confronto, sano e proattivo, tra persone con idee diverse. Una delle conseguenze di questo approccio è, paraddosalmente, la limitazione della libertà di espressione. La tutela dei diritti e dei differenti punti di vista è nobile e sacrosanta, ma per far sentire la propria voce bisogna dialogare, non sovrastrare. Occorre quindi costruire uno spazio protetto di dialogo e confronto, sia online che offline, dove l’empatia e la comprensione sono fondamentali per comprendere le esigenze degli altri.
Il tarassaco come esempio di crescita e libertà

La primavera è sbocciata intorno a noi e anche il tarassaco fa ormai capolino in giro. Il suo fiore giallo annuncia l’arrivo dei colori della natura e nel nostro abbigliamento, che lentamente abbandona i colori scuri e invernali. La sua particolarità è data dalla trasformazione dei suoi semi in un’appendice dall’aspetto morbido e setoso che vien voglia di soffiare via. A tal proposito è chiamato anche soffione. Per questa sua caratteristica così peculiare, questo fiore cangiante assume in psicologia un significato simbolico del percorso di crescita personale. Questo fiore, come tutti del resto, produce i suoi semi leggeri e volatili, come possibilità di piantare radici anche altrove e non solo nelle immediate vicinanze della pianta madre. I continui cambiamenti simboleggiano le fasi di vita di una persona, che giunta a maturazione, con i suoi tempi, lascia la sicurezza delle proprie radici per avventurarsi altrove. I semi del tarassaco infatti ognuno con il proprio tempo lasciano il pappo per esplorare il mondo e generarsi nella primavera successiva. Alcuni impavidi si abbandonano a folate di vento più impetuose, altri timidamente cominciano a rotolarsi nella leggera brezza. Non mancano neppure quelli che faticano a sopportare il distacco, che prima o poi è necessario avvenga. Proprio come nella metafora della vita familiare. Su questa stessa scia, il nostro blog, nato ormai due anni fa assume come simbolo in copertina proprio il soffione del tarassaco, come possibilità di libertà per conoscere nuove cose, fare nuove esperienze che ci aiutano nel nostro percorso di crescita personale.
BRAND NARRATIVE STRATEGY

Oggi il tema della brand narrative strategy è sempre più conosciuto. Facendo riferimento al marketing, un brand ambizioso deve trovare una narrazione attraverso cui raccontare se stesso. Questo risponde in qualche modo a una naturale propensione che gli esseri umani hanno di organizzare la realtà sottoforma di storie, il cosiddetto pensiero narrativo. Gli uomini hanno questa modalità di immagazzinare le informazioni che riguardano la realtà esterna, ma anche la propria persona. Noi tendenzialmente costruiamo, incanaliamo le informazioni all’interno di una storia che possa tenere insieme la varietà delle esperienze che viviamo per dare unicità, coerenza e omogeneità alla nostra storia e per far sì che non sia troppo frammentata. Allo stesso modo dovrebbero fare i brand, cercando una strategia narrativa che faccia capire che si sta parlando di loro. Oggi un brand acquisisce senso e, dunque, valore nel momento in cui riesce a costituirsi come una narrazione. Lo scopo dello storytelling in ambito pubblicitario è quello di stabilire linee guide utili a rappresentare e trasmettere valori e visioni d’impresa sotto forma di storie. De Martini propone una struttura narrativa composta da cinque elementi. MITI E VALORI: attraverso lo storytelling, i brand riescono a trasmettere i propri miti e valori e fondare vere e proprie civiltà. EMPATIA: essa è intesa come la capacità da parte dell’azienda di entrare in empatia con uno specifico target. In passato le aziende si ponevano in una condizione di superiorità rispetto al consumatore, considerandolo passivo. Secondo questa prospettiva, invece, l’azienda dovrebbe considerare il consumatore come un proprio pari. CAMBIAMENTO: che coincide con il benefit e/o la promessa. E’ il vantaggio materiale o immateriale che il consumatore può acquisire con il suo prodotto/servizio. Tanto più la promessa di cambiamento è unica nel suo genere, tanto più il brand avrà un vantaggio competitivo. STRUMENTI (prodotti/servizi/pubblicità…): non sono altro che l’incarnazione materiale dei brand, tramite i quali si può raggiungere il benefit promesso. PROCESSI: il modo in cui il brand realizza gli strumenti necessari per determinare il cambiamento. Essi includono tutti i processi produttivi e organizzativi che consentono di creare i prodotti e/o i servizi. Dunque, poiché un brand crede in determinati valori testimoniati dai suoi miti, si pone in un rapporto di empatia specifica con un target. Questa empatia lo induce a perseguire un cambiamento positivo nella vita di quelle persone. Tale cambiamento è reso possibile dall’uso di strumenti (prodotti, servizi, comunicazione…), i quali sono realizzati da adeguati processi organizzativi e produttivi. Facciamo un esempio, ricostruendo la strategia narrativa di Facebook: 1. Miti e valori La missione di Facebook è quella di connettere tutto il mondo con una modalità semplice e veloce. Possiamo notare i valori fondanti di questo brand da alcuni slogan usati da Zuckerberg come “Done is better than perfect” o “Move fast and break things”. Questi motti richiamano l’idea di rapidità e velocità di esecuzione, anche a costo che non tutto fili sempre liscio. Altri valori che si possono citare sono sicuramente la condivisione e la quantità di informazioni che possono essere messe in circolo. 2. Empatia Poiché un brand crede in determinati valori si pone in un rapporto di empatia con uno specifico target. Facebook si rivolge a tutte quelle persone che vorrebbero comunicare in ogni istante con chi vogliono. 3. Cambiamento Il cambiamento che promette Facebook è quello di avere una “vita più viva” grazie alla possibilità di rimanere in contatto e/o espandere la propria vita sociale in maniera rapida e semplice. 4. Strumenti Tale promessa di cambiamento può essere raggiunta grazie a una piattaforma digitale capace di connettere non solamente le persone, ma anche le loro emozioni, in qualsiasi momento. 5. Processi Questa piattaforma digitale nasce grazie a una forma di cooperazione ispirata a criteri di alta produttività, bassa selettività e massima fluidità. In conclusione, per realizzare una brand narrative strategy efficace è necessario tenere in considerazione tutti questi diversi elementi. Purtroppo, a volte le aziende fanno una scelta netta realizzando campagne che si focalizzano solamente sul prodotto o sulla marca. Quando si comunica, invece, si dovrebbe comunicare sempre in maniera olistica e completa. BIBLIOGRAFIA: De Martini, A. (2017). Brand narrative strategy. Il segreto dell’onda. Milano: Franco Angeli
Il Complesso di Caino

Secondo la Bibbia, Caino e Abele sono i primi figli dell’Umanità, nati da Adamo ed Eva una volta che questi vennero cacciati dal Giardino dell’Eden. Caino fu primogenito e si dedicò alla coltivazione della terra; poi nacque Abele, che invece si dedicò alla pastorizia. Dopo un po’ di tempo, Caino offrì a Dio i frutti della terra e anche Abele scelse di fare un’offerta a Dio, sacrificando i primogeniti del suo gregge. Questo, provocò la forte gelosia di Caino, che decise di uccidere il fratello, venendo poi punito da Dio. Si fa riferimento a Caino quando si parla di rivalità tra fratelli e di gelosia per i fratelli minori. Fu proprio uno psicoanalista, Charles Baudouin (1893-1963), a creare questo tipo di associazione, fra il racconto biblico e una dinamica, quella fraterna. Si parla quindi di “Complesso di Caino” per richiamare quell’insieme di sentimenti, spesso ambivalenti e contraddittori, che il primogenito vive quando si trova a fare i conti con l’arrivo del fratellino o della sorellina. Entrambi i genitori cominceranno a mostrare maggiore attenzione e protezione al nuovo membro perché è il più giovane, di conseguenza il fratello maggiore si sentirà ignorato o rifiutato. I bambini piccoli capiscono che alcuni privilegi di cui avevano goduto fino a quel momento sono stati concessi al nuovo membro. Inizia così questo complesso che può svilupparsi ed evolversi dall’infanzia all’adolescenza o alla prima età adulta. La caratteristica principale di questo complesso è l’eccessiva gelosia concentrata sul fratello con cui si è in competizione o in rivalità. Di solito si parla dei fratelli più anziani che affrontano i loro fratelli più giovani, ma questa non è una regola fissa, quindi è un complesso che può svilupparsi in tutti i soggetti coinvolti indipendentemente dalla loro età. Il complesso di Caino è sempre associato alla fase dell’infanzia, ma non è da escludere la possibilità che si sviluppi durante la pubertà o l’adolescenza. In questi casi i conflitti tra fratelli e sorelle possono derivare da questioni quali il rendimento scolastico, la condivisione d’interessi con i genitori, i talenti o anche abilità come l’intelligenza.