Tecnologia, salute mentale e giovani: quali opportunità?

L’essere umano è immerso in sistemi e contesti socio-culturali che ne influenzano lo sviluppo e il modo di stare nel mondo. Di conseguenza, i cambiamenti o le trasformazioni socioculturali hanno un forte impatto sulla salute mentale. L’uso di Internet è diventato sempre più pervasivo, in particolare tra gli adolescenti e i giovani adulti. Di conseguenza, le problematiche legate all’uso di Internet, dei social media, degli smartphone e dei videogiochi sono diventati motivo di notevole preoccupazione. Ma diverse sono anche le opportunità. Negli ultimi tempi, c’è stato un aumento dei sintomi di depressione, ansia, disturbi alimentari e altre problematiche relative alla salute mentale nella popolazione dei giovani e giovanissimi. Nel tempo, diversi studi hanno collegato l’aumento osservato dei sintomi con l’onnipresente aumento dell’uso delle tecnologie informatiche personali, inclusi i social media, suggerendo come il tempo trascorso su questi tipi di tecnologie è direttamente correlato alla cattiva salute mentale. Di contro, si è anche osservato come le stesse tecnologie offrono anche una serie di opportunità per il miglioramento della salute mentale e il trattamento della malattia mentale. Non è il mezzo in sé, ma l’uso che se ne fa: le nuove tecnologie portano con loro grandi sfide e grandi opportunità. Tali aspetti sono stati analizzati nello studio condotto da Lattie, Lipson e Eisenberg (2019), nell’articolo “Technology and College Student Mental Health: Challenges and Opportunities”, dove ci si è concentrati principalmente sulla popolazione dei giovani studenti universitari. Questi riportano come negli ultimi anni, ci sia stato un aumento dei sintomi di depressione, ansia, disturbi alimentari e altre malattie mentali nella popolazione degli studenti universitari, accompagnati da un costante aumento della domanda di servizi di consulenza. Queste tendenze sono state viste da alcuni studiosi come una crisi di salute mentale. Poiché le tecnologie informatiche personali come gli smartphone, con la loro facile accessibilità ai social media, sono diventate sempre più onnipresenti, sono state sempre più oggetto di esame come potenziale causa di cattiva salute mentale o come fattore scatenante di questa crisi. L’ubiquità degli smartphone ha introdotto un cambiamento nel modo in cui le persone comunicano. Piuttosto che pensare ai social media come causa inevitabile di problematiche relative alla salute mentale, potrebbe essere più utile distinguere tra uso sano e malsano dei social media. È chiaro che l’aumento dell’utilizzo della tecnologia ha cambiato radicalmente il panorama in cui gli studenti universitari si connettono tra loro. Mentre l’uso improprio sembra avere alcuni danni sulla salute mentale, le stesse tecnologie offrono una serie di opportunità per il miglioramento della salute mentale e il trattamento delle problematiche di natura psicologica. Come per quasi tutti i comportamenti, la moderazione è la chiave. Sarebbe quindi irresponsabile concludere che l’uso dello smartphone e dei social media sia intrinsecamente negativo, poiché possono diventare percorsi per connettere le persone con le loro reti di supporto sociale e costruirne di nuove. In effetti, le piattaforme di social media, come Facebook e Instagram, sono sempre più viste come luoghi per divulgazioni personali e per stabilire e mantenere connessioni sociali. Inoltre, l’accesso continuo al computer o allo smartphone porta con sé una serie di opportunità per i programmi digitali di intervento sulla salute mentale. I servizi di salute mentale abilitati dalla tecnologia, compresi quelli forniti online e tramite app, offrono la possibilità di espandere le opzioni di trattamento e ridurre le barriere ai servizi di salute mentale. Tra più sottopopolazioni (dai giovani agli adulti agli anziani) e per molte problematiche che presentano (tra cui depressione e ansia), i servizi di salute mentale abilitati dalla tecnologia hanno dimostrato un’ottima efficacia. È necessario conoscere le piattaforme e gli strumenti digitali ed educare al loro utilizzo e alla loro comprensione, così che possano diventare sempre più strumenti funzionali, utilizzabili per creare conoscenza e sensibilizzare anche su argomenti relativi alla salute mentale. Molto si è fatto in questa direzione e ancora molto si dovrà fare. Ancora molte ricerche devono essere effettuate per comprenderne la correlazione tra tecnologie e salute mentale e la natura della stessa. Questo è un campo ancora in piena esplorazione. Fonti Lattie EG, Lipson SK and Eisenberg D (2019). Technology and College Student Mental Health: Challenges and Opportunities. Front. Psychiatry 10:246. doi: 10.3389/fpsyt.2019.00246

DCA, Anoressia e Bulimia: il pericolo dei profili recovery

DCA anoressia bulimia

Abbiamo già affrontato il delicato rapporto di interconnessione tra i social networks e i disturbi del comportamento alimentare DCA. Negli ultimi tempi, i social sono diventati una vetrina per raccontare, spiegare e documentare i disturbi mentali. Se da un lato questa tendenza contribuisce a vincere il tabù che aleggia attorno al tema della salute mentale, dall’altro rischia un effetto boomerang. La narrazione del disagio psichico è spesso romanzata e patinata e mira ad una disperata ricerca di attenzione e visibilità. Altre volte invece queste testimonianze assumono contorni preoccupanti perché scatenano ammirazione ed emulazione. In particolare, stanno facendo molto discutere ultimamente i profili recovery. I “profili recovery” sono diari alimentari digitali in cui giovani affetti da DCA documentano la propria guarigione, postando ogni tappa del percorso. In Italia ce ne sono più di cinquemila, affollano il web con immagini super instagrammabili di cibo opportunatamente pesato, impiattato e postato sui social. L’hashtag #recovery racconta storie di anoressia, bulimia e altri disturbi del comportamento alimentare, tra spettacolarizzazione della disturbo e conta delle calorie. Questi profili nascono con la nobile intenzione di creare dei gruppi virtuali di sostegno in cui gli utenti si incoraggiano a vicenda per guarire. Tuttavia nascondono dei pericoli e possono rivelarsi addirittura controproducenti. La maggior parte dei profili recovery racconta la quotidianità con una grande attenzione all’estetica, postando ricette salutari e proponendo uno stile di vita healthy. Questa idea di perfezione e disciplina, scatena negli utenti affetti da DCA un misto di ammirazione, emulazione e frustrazione. “Perché loro sono così perfetti e io no? Perché loro riescono e io no?”Per persone che stanno vivendo di per sé un momento di fragilità, cadere nella trappola del fallimento e del senso di inadeguatezza è molto facile.

Il percorso psicologico temuto come perdita di sé

Il percorso psicologico a volte può essere temuto come perdita di parti di sé. C. viene in seduta da circa 4 mesi. È da un po’ che studiamo e osserviamo il suo sentimento di colpa, onnipresente appena C. accenna a fare un passo al difuori delle aspettative degli altri in quanto brava figlia, ragazza, studentessa, amica. Questo senso di colpa viene toccato con mano nei diversi e variegati contesti vissuti da C., facendo ormai veloci e chiari collegamenti tra passato e presente. Tuttavia, da qualche incontro sembriamo vivere uno stato di impasse. Ogni volta che, infatti, esploriamo letture e percorsi di azione alternativi alla necessità di rispondere alle richieste altrui, C. resiste, spaventandosi. Per lei, la prospettiva di deludere le aspettative altrui è irraggiungibile: una catastrofe rispetto al disagio provato finora che, sebbene doloroso, è quanto meno conosciuto. Ad uno dei nostri incontri esordisce dicendo che c’è una parte sempre più insistente di lei che vorrebbe lasciare il percorso e accontentarsi della maggiore consapevolezza raggiunta. Un’altra parte, invece, sa di dover continuare fino in fondo. Facendo conversare questi due pensieri, arriviamo ad una metafora. C. dice di trovarsi in una grotta stretta, scura, ma ben arredata. Con l’andamento dei nostri incontri è riuscita a trovare una porta, che da su un corridoio alla cui fine c’è un’uscita luminosa. Mentre raggiunge faticosamente l’uscita, si volta verso quella vecchia grotta che sembra, passo dopo passo, più calda e attraente. Facciamo quindi un esercizio di immaginazione guidata, per provare ad esplorare che cosa ci sia aldilà dell’uscita. C. racconta di attraversare il corridoio e sbucare in un bel prato verde dai colori sgargianti, alberi in fiore e, in lontananza, il cinguettio degli uccellini. Percorrendo un sentiero nelle vicinanze incontra un ruscello, dove decide di bagnarsi. L’acqua è fredda e dissetante. Ma come beveva all’interno della grotta? – si chiede. C. colloca, per logica, un pozzo nella caverna dove dice di trovare dell’acqua calda, che riscalda ma non disseta. <<Ma a me piace l’acqua calda!>> – dice C. – <<e ora ho paura di non trovarla più>>. Comincia a spaventarsi: <<e se ci sono animali feroci? E dove dormo quando cala il sole? >>, si chiede, cercando riparo nella grotta. Spesso, intraprendere un percorso psicologico porta con sé la paura di dover abbandonare delle parti di sé. Sono quelle parti che ci hanno tenuti in vita fino ad ora nel migliore dei modi possibili. Riprendo la metafora dell’acqua per spiegare il processo di cura: il punto non è scegliere tra acqua fredda o calda, quanto impegnarsi insieme per costruire un rubinetto che possa darci acqua fresca quando siamo assetati e acqua calda quando abbiamo freddo. Analogamente, la terapia è quel percorso che porta a riconoscere la necessità di entrare in grotta al riparo dal freddo, con la gioia di uscire al mattino seguente.

Le etichette del sè: “sono sbagliato”, “sono brutto”, “sono incapace”

Quante volte la mente ci parla definendoci in qualche modo non funzionale alla vita che vorremmo? Spesso accade che, proprio nei momenti più importanti della nostra vita, la mente ci parli attraverso pensieri che definiscono la nostra persona. “Sei sbagliato”, “sei troppo buono”, “non sei in grado”. E nonostante, durante il nostro percorso di vita, raggiungiamo anche traguardi o soddisfazioni, ecco che la mente è sempre pronta a torturarci. E pensare che sta facendo soltanto il suo lavoro! Se i nostri antenati non avessero ascoltato la propria mente quando li metteva in guardia dai pericoli, noi oggi non saremmo qui! Oppure, quando si focalizzava su aspetti negativi della persona, li stava portando semplicemente a migliorare! Il problema è che, a lungo andare, può condurre a sviluppare una scarsa autostima. Cos’è l’autostima? L’ autostima non è nient’altro che la stima di sè derivata da pensieri che coinvolgono il sè e l’essere una “persona di valore”. Ma ecco il punto: sono pensieri, non è una verità assoluta. E se iniziamo a pensare di essere una “brava persona” perchè andiamo sempre a lavoro, abbiamo una bella famiglia, etc.. dovremmo essere sempre lì pronti a dimostrare realmente di essere una brava persona, e tutto ciò richiede tanto tempo! Immagina una partita a scacchi in cui i pezzi neri sono i pensieri negativi, quelli bianchi sono positivi. Sono costantemente in lotta tra loro, e tutto ciò non può avere una fine perchè i pezzi (sia bianchi che neri) sono infiniti. E mentre tu sei occupato a giocare la partita, stai perdendo la possibilità di connetterti con ciò che davvero conta! Allora quando questo avviene, prova a chiederti: è davvero così che voglio impiegare il mio tempo? devo davvero continuamente dimostrare a me stesso di essere una brava persona? come sarebbe vivere connettendosi invece a ciò che conta davvero? Proviamo a soffermarci su questo e nel prossimo articolo capiremo come fare!

Declino e demenza: che spiegazioni trova il cervello?

Molti di noi hanno persone care con problemi di declino cognitivo, demenza o Alzheimer, che costruiscono interpretazioni degli avvenimenti distorte e lontane da una realtà che a noi appare oggettiva. Ma che cosa succede al nostro cervello quando è affetto da demenza? Come riesce a costruire una narrazione della quotidianità? Come attribuisce senso alle cose? Dasha Kiper è una psicologa e scrittrice, specializzata in consulenza e supervisione ai caregiver di persone con demenza e Alzheimer. Ha recentemente pubblicato un libro che ci permette di capire meglio le logiche che il cervello costruisce quando si discosta dalla realtà e anche le reazzioni di chi sta accanto a queste persone: il titolo è “Travelers to Unimaginable Lands: Stories of Dementia, the Caregiver, and the Human Brain”. Si tratta di un viaggio affascinante, pieno di comprensione e compassione, verso le terre, inimmaginabili, dell’immaginazione dei cervelli affetti da demenza: è ricco di storie vivide, che assomigliano molto a quello che possiamo osservare se siamo a contatto con persone anziane con questo problema. La Kiper sottolinea come i pazienti con demenza abbiano una risposta per tutto: questo mette i caregiver in una posizione singolare, perché diventa difficile astrarsi quando si viene ingaggiati in spiegazioni articolate; i parenti e i caregiver, infatti, anche conoscendo bene l’esistenza della patologia e anche quando le risposte dei pazienti sono prive di senso, tendono a pensare che il solo fatto che la persona con demenza sia in grado di dare una risposta suggerisca che ci si trova di fronte a una mente ancora funzionante. In parte è davvero così, ci sono aspetti conservati: la mente continua infatti a cercare soluzioni e vie di interpretazione. Il neuroscienziato Michael Gazzaniga ha definito con la dicitura “l’interprete dell’emisfero sinistro” il processo inconscio responsabile di eliminare incoerenze e confusione interna. In sintesi: quando le nostre aspettative vengono disattese o capovolte, quando i conti non tornano, quando il nostro ambiente cambia improvvisamente, l’interprete dell’emisfero sinistro fornisce rapidamente delle spiegazioni, per aiutarci a dare un senso alle cose. Ha una funzione, in qualche modo, di “rassicurazione”, ad evitare che ci blocchiamo nella totale incertezza. Un’altra delle funzioni dell’interprete dell’emisfero sinistro è la necessità di accertare cause ed effetti. Facciamo un esempio: i pazienti che si sentono ansiosi o spaventati, a causa della perdita di memoria o della confusione, troveranno una spiegazione per il loro disorientamento e per le dimenticanze o inadempienze. Incolperanno il telefono di spegnersi e accendersi da solo misteriosamente, o di cancellare i messaggi, o insisteranno sul fatto che le persone cospirino contro di loro, che qualcuno abbia rubato quello che non trovano, e così via. Questo avviene perché la nostra mente, quando avverte una sorta di discordia interna, cerca una fonte esterna che la giustifichi: un meccanismo che spesso causa anche ideazioni persecutorie: “non guido più perché mi hanno rubato la macchina”; “non esco di casa al pomeriggio perché i vicini mi spiano”. La mente umana è predisposta a creare narrazioni credibili: molti pazienti sono in grado di creare risposte rapide (anche se sbagliate) per le loro opinioni distorte: perché un’interpretazione è sempre preferibile rispetto all’ incertezza e alla sensazione di perdita di controllo. Data questa tendenza conservata nei pazienti, per i parenti e anche per gli operatori sanitari può essere difficile distinguere la patologia dalla normale tendenza della mente a resistere a ciò che non conosce. Ho spesso ascoltato figlie e figli di genitori con demenza che raccontano di sentirsi in colpa perché “gli rispondo, cerco di ribattere alla sue tesi assurde, ci litigo, non riesco a trattenermi”.Lo scritto della Kiper ci fa capire meglio che, come la mente dei pazienti con demenza cerca e produce spiegazioni, così la mente dei parenti caregiver e persino degli operatori sanitari si “illude”, vista la prolificità di risposte rapide costruite, che il vero sé dei pazienti sia in qualche maniera conservato e che ci si possa appellare ad esso.La sofferenza di queste situazioni deve farci considerare un approccio di comprensione e compassione sia per i pazienti sia per i caregiver: si può anche sbagliare, ma esserci – ed essere di supporto anche in modo imperfetto – rende possibile modificare la relazione e mantenere degli spazi di condivisione e di conforto reciproco. Da persona a persona, da mente a mente. Anche se diversa.

Il fenomeno del Phubbing: tra FOMO e isolamento sociale

phubbing Fomo

Viviamo in una società iperconnessa, dove lo smartphone è ormai un’estensione del nostro braccio. Talvolta questo attaccamento ossessivo assume contorni preoccupanti, sfociando nella FOMO. Viviamo nella costante paura di essere tagliati fuori dal mondo virtuale, con importanti conseguenze sulla socialità. Uno dei fenomeni più diffusi dei nostri tempi è il Phubbing, termine che deriva dalla contrazione di due parole inglesi: phone e snubbing. Il Phubbing è l’atto di ignorare o trascurare il proprio interlocutore, in favore dello smartphone. Secondo uno studio dell’Università del Kent, il Phubbing costituisce una vera e propria forma di esclusione sociale che sottrae tempo e attenzione alle relazioni autentiche. Gli studi condotti nel corso degli anni, hanno mostrato una correlazione tra Phubbing e disturbo dell’autocontrollo; dipendenza da internet; fomo e ansia sociale.Gli effetti sulle persone che subiscono il Phubbing sono indelebili e lasciano un segno profondo. L’indifferenza e la scarsa attenzione generano insicurezza e minano l’autostima.Questo atteggiamento impatta inevitabilmente sulla creazione di un rapporto di fiducia, sul senso di appartenenza e di autoaffermazione. Come combattere questa sgradevole condotta? La chiave è sviluppare una maggiore sensibilità che ci permetta di entrare in empatia con le altre persone e le loro emozioni. Per farlo è importante lavorare sulla propria intelligenza emotiva, concentrandosi sul qui e ora e sulle emozioni e sensazioni che scaturiscono da un incontro vis a vis.

L’oggetto transizionale nella pratica quotidiana

oggetto transizionale

Donald Winnicott nel 1951 teorizzò l’oggetto transizionale, identificandolo come uno strumento importante per lo sviluppo fisico, mentale e relazionale del bambino. L’esempio più famoso di oggetto transizionale ci è offerto da uno dei personaggi dei Peanuts di Schultz: Linus e la sua inseparabile copertina. L’autore definisce l’oggetto transazionale come un’area di transizione in cui il bambino acquista consapevolezza del mondo che lo circonda. Pian piano, il bambino separa il me dal non-me, non è più fuso con l’ambiente esterno, ma ne comincia a percepire i confini. Verso la fine del primo anno di vita, quindi, il bambino sviluppa una forma di attaccamento nei confronti di qualche oggetto che non è disposto a cambiare con nessun altro e che appartiene comunque al suo ambiente circostante. In concreto, l’oggetto transizionale può essere rappresentato da qualsiasi oggetto, quali una bambola, il ciuccio, il lembo di una coperta, o un orsacchiotto. Il potere magico di cui è investito l’oggetto può essere compreso esclusivamente dal soggetto che lo ha scelto. Spesso i genitori si ritrovano di fronte a dei pianti inconsolabili dei loro figli, in assenza di esso. Il ciuccio, preso ad esempio di oggetto transazionale, è un sostituto affettivo per alleviare il senso di disagio scaturito dalla prolungata assenza della madre, per superare momenti di ansia e inquietudine. Il ruolo dell’oggetto scelto è, quindi, fondamentalmente, quello di alleviare la paura di sentirsi solo, offrendo calore, conforto e un senso di sicurezza. Grazie ad esso, il bambino, infatti, comincia ad avere un mondo interno, fatto di pensieri, emozioni e ricordi, costruendo una forma di fiducia di base interiore. I fenomeni transizionali possono essere riscontrabili anche nella vita adulta: si manifestano infatti nell’attività ludica, nella creazione artistica, nella religione e nel sogno. Costituiscono, di conseguenza, espedienti di collegamento tra la realtà esterna e il mondo interno.

Recensione al libro “Lo stato Interessante: La gestione del setting clinico durante la gravidanza della psicologa e della psicoterapeuta” di Valentina Albertini, edito da Alpes Editore

Recensione a cura di Lucia De Rosa “Lo Stato Interessante: La gestione del setting clinico durante la gravidanza della psicologa e della psicoterapeuta” è un testo prezioso scritto dalla dr.ssa Valentina Albertini, psicoterapeuta Sistemico Relazionale, Didatta e Socia del CSAPR di Prato, pubblicato dalla Casa Editrice Alpes di Roma nel 2022. La dr.ssa Albertini ha avuto il coraggio di aprire una riflessione su un tema – la gravidanza – che sin dalle origini della psicologia è stato considerato e trattato guardando quasi esclusivamente dalla parte dei pazienti. Il testo rappresenta un apripista rispetto alla possibilità per le psicoterapeute e per gli psicoterapeuti di pensare alla gravidanza e alla maternità e di riflettere sugli aspetti emotivi connessi al diventare madri da parte delle psicoterapeute. I lettori avranno la possibilità di riflettere, attraverso una prima parte teorica e una seconda parte di casi clinici, sulle notevoli sfumature che emergono nel mondo interiore della terapeuta e nella relazione terapeuta – paziente relativamente al pensarsi madre (e portare una pancia nel setting terapeutico), diventarlo e ricoprire questo ruolo, contemporaneamente a tutti gli altri ruoli. La dr.ssa Albertini parte da una ricerca effettuata attraverso un questionario semi-strutturato sul tema della gravidanza e della gestione del setting, composto da domande aperte e chiuse, diffuse tramite email e social networks, con un successivo lavoro di analisi qualitativa. Lo stupore dell’autrice nasce dalla consapevolezza che, in Italia, pur essendo la professione psicologica a prevalenza femminile, a parte pochi scritti di stampo psicoanalitico, la letteratura è deficitaria di testi che si occupano della vita emotiva e professionale di una terapeuta durante la gravidanza e di quanto tale “disclosure inevitabile” abbia una presenza e un significato all’interno della relazione terapeutica con ogni singolo paziente.  Nel primo capitolo, dal titolo “Cosa può accadere nella relazione con la terapeuta durante la gravidanza e la maternità”, l’autrice apre una riflessione sul comunicare o meno in merito ai pazienti, sulle tematiche legate al transfert, su un possibile aumento dell’identificazione, su emozioni come rabbia, aggressività e meccanismi di negazione, sulla capacità di prendersi cura di sé e dell’altro, sull’apertura della tematica della sessualità attiva della terapeuta, sull’invidia, sull’ambivalenza, sugli agiti, sul tema della separazione e dell’individuazione e sul possibile vissuto di abbandono durante il periodo della sospensione. Nel secondo capitolo, dal titolo “Nel ventre della terapeuta. Elementi di controtransfert e di relazione”, l’autrice descrive l’impatto della “pancia” all’interno della relazione terapeutica, dal punto di vista controtransferale. La psicoterapeuta, attraverso la propria “pancia” può ritrovarsi a vivere la negazione, la paura di perdere i pazienti o di non saper conciliare la vita professionale con quella privata, il desiderio di non deludere i pazienti (rischiando di colludere con le loro richieste), la perdita di controllo e un vissuto di ambivalenza rispetto ad un equilibrio da raggiungere tra vita professionale e privata; può sentirsi in colpa oppure scoprirsi non onnipotente, perché si sta vivendo qualcosa di più rispetto al proprio paziente o perché ci si separa per un certo tempo; può vivere un risentimento rispetto alla sensazione che le persone possano non capire i propri bisogni attuali;  può occuparsi di cosa cambia nella rete professionale alla notizia della gravidanza e può chiedersi se accettare o meno i regali dei pazienti per il nascituro o la nascitura. La psicoterapeuta dovrà occuparsi dell’ambivalenza connaturata allo “stato interessante”, come evidenzia l’Autrice a pag. 31: “La gravidanza è uno dei momenti nei quali emerge la difficoltà di far coesistere certe consapevolezze: sappiamo infatti come nella vita anche le esperienze più belle possono portare sensazioni ambivalenti, e il fatto che ne conosciamo i meccanismi e gli effetti non ci rende immuni dal provarle, anche se ci aiuta al momento di doverle elaborare.” Nel terzo capitolo, dal titolo “Il corso pre-parto che nessuna ha fatto”, la dott.ssa Albertini presenta la ricerca sottoposta a 207 colleghe psicologhe con specializzazione in psicoterapia. Ne emerge che l’aspetto che accomuna la maggior parte delle colleghe intervistate è l’aver cercato, nel proprio momento di gravidanza, un supporto e una condivisione con altri colleghi e che questa fase così complessa e trasformativa non sia stata considerata nel tempo un elemento di cui occuparsi nella formazione personale e professionale. Nella seconda parte del testo, l’Autrice riporta alcuni casi clinici che permettono a chi legge di addentrarsi nelle tematiche teoriche esposte per trovare un rispecchiamento e uno spunto di riflessione rispetto alla propria pratica clinica e al proprio vissuto. La preziosità di questo scritto risiede, a mio avviso, nell’offrire la possibilità di uno spazio di lettura e di condivisione su una delle posizioni dell’“essere femminile e terapeuta”: la maternità come atto trasformativo. La dott.ssa Albertini dà voce a interrogativi, riflessioni e osservazioni che, con molta probabilità, ogni donna-terapeuta, in procinto di vivere la maternità, si è posta e che spesso sono rimasti inevasi nella solitudine della propria mente. Ho avuto la possibilità di leggere “Lo stato interessante” nell’immediato post-partum e questo mi ha dato un supporto e un’energia incredibili proprio perché stavo vivendo contemporaneamente la desiderata interruzione lavorativa per maternità e i mille dubbi di cosa avrei trovato al mio rientro a studio, essendo una libera professionista. Ha rappresentato per me, durante un momento così trasformativo e complesso, un modo per rimanere in connessione con il mio sentire di terapeuta e integrarlo con il mio essere donna e mamma, un modo per potermi rispecchiare e riflettere su di me. Leggendolo mi sono detta che finalmente se ne poteva parlare e che non ero la sola a vivere tutto ciò. Lo consiglio a tutte le colleghe che si approcciano alla maternità e a tutti i colleghi, a prescindere dal trovarsi a sperimentare la delicata fase della gravidanza (direttamente, come partner, come docente e/o supervisore) per capire e visionare tutte le possibili variabili che entrano in gioco quando una terapeuta sceglie di diventare anche mamma. Questo testo mi ha confermato che la strada che accomuna i due ruoli – madre e terapeuta – è l’“esserci”. Esserci nella relazione e imparare, attraverso la danza a due che si mette in atto.  Esserci nella relazione

DIVERSITY MANAGEMENT E LE SUE IMPLICAZIONI

Le politiche di Diversity Management sono sempre più diffuse al giorno d’oggi in quanto permettono di valorizzare le diversità (di genere, orientamento sessuale, etnia, religione…) all’interno delle organizzazioni.  Il processo di globalizzazione ha avvicinato culture molto distanti tra loro. Di pari passo l’evoluzione tecnologica ha modificato le modalità di comunicazione abbattendo confini invalicabili.  La diversità può avere effetti positivi, come arricchire la conoscenza, le prospettive di analisi e le idee disponibili per attivare creatività e innovazione. Ma anche effetti negativi, come accrescere la conflittualità e ridurre il grado di coesione. Inizialmente le iniziative di Diversity Management erano dirette ad aumentare la presenza di donne e minoranze etniche nei luoghi di lavoro attraverso le azioni positive, che sancivano l’obbligo di assumere quote di lavoratori appartenenti a minoranze. Oggi con Diversity Management si intendono quelle pratiche di gestione HR per aumentare la diversità del capitale umano rispetto a determinate dimensioni e per garantire che questa varietà non ostacoli il raggiungimento degli obiettivi individuali e organizzativi, ma che li faciliti. L’efficacia di tali iniziative dipende dal grado in cui l’organizzazione riesce a rimuovere gli stereotipi e i pregiudizi presenti nel contesto di lavoro. Le HR devono innescare un cambiamento culturale, che trasformi i contesti di lavoro in luoghi inclusivi dove anche le minoranze possono avere le stesse opportunità di sviluppo e di partecipazione. Vediamo ora alcuni esempi…  Per quanto riguarda le diversità di genere, l’esclusione delle donne ha radici economiche e sociali lontane. Il riconoscimento della meticolosità, della pazienza, della cura e della capacità di ascolto come caratteristiche prettamente femminili ha fatto sì che si siano cristallizzati dei ruoli rosa che racchiudono queste competenze. Questo ha incrementato lo sviluppo della segregazione occupazionale, che porta a concentrare le donne in determinate attività e gli uomini in altre. Ci sono due forme: Segregazione orizzontale: che porta le donne a ricoprire pochi ruoli organizzativi Segregazione verticale: che porta un’elevata concentrazione femminile ai livelli più bassi della gerarchia. Questo causa la creazione di un soffitto di cristallo che ostacola il percorso di carriera delle donne e le esclude dal ricoprire posizioni di responsabilità Tutto ciò accade a causa dei pregiudizi e del timore che gli impegni famigliari possano rendere discontinue le prestazioni.  In generale, da questo punto di vista è fondamentale avviare un profondo cambiamento culturale di politiche di people management, come quelle che riguardano l’attenzione al work-life balance. Creare delle condizioni che favoriscano la conciliazione tra impegni personali e lavorativi è un segnale di inclusione. Esistono poi degli stereotipi e dei pregiudizi legati all’età. Di fronte all’invecchiamento della popolazione, le organizzazioni devono ripensare il concetto di invecchiamento e di età. L’organizzazione deve eliminare tutte le politiche discriminatorie e valorizzare i lavoratori in tutte le età. È fondamentale introdurre pratiche age inclusive, che riconoscono tali differenze, ascoltando i bisogni e le aspettative delle diverse generazioni.  Ad esempio, per i lavoratori più maturi diventano più importanti i fattori di motivazione intrinseca, mentre per i giovani sono più efficaci quelle estrinseche. Dunque, in prospettiva futura, sicuramente per le HR sarà fondamentale lavorare in termini di: Ampliamento della diversità: cambiare la cultura organizzativa, reclutando lavoratori con background diversi Sensibilizzazione sulla diversità: promuovere la collaborazione con iniziative di formazione per aumentare la sensibilità e la comunicazione Identificare gli ostacoli che le persone delle minoranze devono affrontare attraverso survey e focus group e cambiare le pratiche aziendali Integrare il Diversity Management con i sistemi HR e le altre scelte strategiche per raggiungere tutti gli obiettivi organizzativi BIBLIOGRAFIA: Gabrielli, G., & Profili, S. (2020). Organizzazione e gestione delle risorse umane. La Feltrinelli