Il modello olistico in riabilitazione neuropsicologica: in ricordo di Anne-Lise Christensen

Katia Celentano, psicologa e psicoterapeuta relazionale e familiare, terapeuta EMDR. Docente in Neuropsicologia dell’età evolutiva, Scuola S p e c i a l i z z a z i o n e i n Psicoterapia CSP, Casoria (Na); Esperta in Neuropsicologia dell’età evolutiva e in Psicopatologia dell’Apprendimento. Master di I Livello in Analisi Applicata del Comportamento. Vicepresidente d e l l a S c u o l a C a m p a n a d i Neuropsicologia “Lightner Witmer”. Centro di riabilitazione Associazione La Nostra Famiglia, Cava de’ Tirreni (Sa). Articolo estratto dal numero speciale di PsicologinewsScientific dedicato ai trenta anni di neuropsicologia in Campania Ero da pochi mesi laureata quando nell’agosto del 2000 ho incontrato per la pr ima vol ta Anne‐Lise Christensen nella sua casa di C o p e n a g h e n . A d e s s o l a professoressa non c’è più, è venuta a mancare l’11 Febbraio del 2018 all’età di 90 anni. Neuropsicologa, professore emerito di riabilitazione neuropsicologica all’Università di Copenaghen ed ex direttore del Center for Brain Injury Rehabilitation presso la stessa Università non è stata solo una figura centrale nella neuropsicologia danese, ma ha avuto un ruolo cruciale sia a livello nazionale che internazionale per il fecondo sviluppo della riabilitazione olistica delle persone con una lesione cerebrale acquisita. Avendo lavorato intensamente con i l neuropsicologo russo Alexander Lurija (1902-1972) presso l’Istituto d i Neurochirurgia Burdenko all’Università di Mosca, ha compreso a p p i e n o l e s u e t e o r i e s u l funzionamento del lobo frontale e sull’esistenza di aree cerebrali operanti in sinergia. La visione teorica e l’approccio olistico alla riabilitazione di queste funzioni elaborati da Lurija sono diventati d e c i s i v i p e r l a s u a v i t a ” ( * I n t e r n a t i o n a l Neuropsychological Society: www.the-ins.org/our-ins-family/anne-lisechristensen ). Mi sembra strano, a distanza di 23 anni, ripensare che così giovane ho avuto il privilegio di poter incontrare più volte la professoressa che ha s e m p r e m o s t r a t o g r a n d e motivazione a trasmettere la sua esperienza a chi si affacciava a questa professione interessandosi alla situazione della neuropsicologia e della riabilitazione in Italia e in Campania e offrendo sulla base della sua esperienza consigli concreti. Nella sua casa si respirava aria di neuropsicologia; in un salotto vi era una grande statua in ceramica dalle sembianze tribali che mi spiegò di avere ricevuto in regalo, nel corso delle sue visite in Brasile, da Lucia Wil ladino Braga (Docente di Neuroscienze e Neuropsicologia, Presidente del SARAH Network of Rehabilitation Hospitals e fondatore dei Centri di ricerca in Neuroscience a Rio de Janeiro e Brasilia), tra i fondatori di un network di centri di riabilitazione di alta specializzazione. Proprio nel giorno in cui le feci visita per la prima volta aveva a seguire invitato alcuni membri dell’equipe del centro di Copenaghen per discutere del loro contributo alla Conferenza Internazionale della Brain Injury Association che si sarebbe tenuta proprio a Brasilia a cui un gruppo di loro, lei compresa, si accingeva a partecipare. Nell’altro salotto dalla forma ad emiciclo, che guardava attraverso una grande vetrata sul giardino, erano adagiati una serie di libri, tra questi vi era un testo curato da Anna Mazzucchi (docente di Riabilitazione Neurologica presso l’Università di Parma) e altri autori dal titolo “Cervello e pittura: effetti delle lesioni cerebrali sul linguaggio pittorico” (1994). Insomma stare nella sua casa era come muoversi in un museo della neuropsicologia e della riabilitazione che conteneva il passato ma che guardava anche al futuro. Nel 2001 la professoressa Christensen è venuta lei a Napoli per una settimana come o s p i t e dell’Ordine degli Psicologi della Regione Campania. Ha apprezzato molto questa terra e la nostra ospitalità, mostrando una grande capacità di cogliere tutti gli aspetti della comunicazione verbale e non-verbale, sua grande peculiarità che la rendeva un clinico particolarmente raffinato. In questa sua permanenza abbiamo organizzato anche un incontro con il professore Dario Grossi nell’ambito di un convegno tenutosi presso i l Complesso Monumentale del Belvedere San Leucio. Successivamente anche io nel 2002 ho potuto effettuare grazie alla sua presentazione uno stage nel Center for Brain Injury Rehabilitation da lei fondato e poi nel Department of Neurorehabilitation, TBI Unit (Copenhagen University Hospital, Rigshospitalet, Hvidovre, Denmark), dove ho potuto toccare con mano la modalità con cui lavorano in equipe i colleghi psicologi (specializzati in neuropsicologia e/o in psicoterapia), i medici, gli insegnanti, i fisioterapisti, i terapist i occupazional i e i logopedisti che utilizzano l’approccio olistico. La cosa che più mi ha colpito è stata la grande attenzione alla dimensione della vita concreta e quotidiana della persona che va aiutata a recuperare una propria adattabilità all’ambiente, quindi sono considerate parti intrinseche del progetto riabilitativo la necessità di visitare i luoghi (ad es. la casa, il posto di lavoro per capire se sono necessarie delle modifiche) e la conoscenza degli amici e dei parenti del paziente per individuare coloro che possono spiegare la personalità premorbosa e supportarne i l reinserimento nel contesto sociale. L’altro aspetto fondamentale mi è parso l’atteggiamento fortemente paritario dei ruoli professionali che all’ospedale di Hvidovre secondo me r a g g i u n g e v a l ’ a p i c e n e l l a consuetudine del venerdì di incontrarsi prima al mattino nella sala riunioni per fare colazione insieme con i dolci offerti a turno da un membro dello staff (il massimo della circolarità!). A distanza di alcuni anni, nel maggio del 2011, la professoressa è stata di nuovo a Napoli, ospite della Scuola Campana di Neuropsicologia “Lightner Witmer” (SCNp), dove ha tenuto delle lezioni sull’approccio o l i s t i c o , e ha i n c o n t r a

IL MODELLO DEI BIG FIVE E LE SUE APPLICAZIONI

il modello dei big five

Il modello dei Big Five è largamente utilizzato nei contesti in cui è importante fare delle previsioni rispetto al comportamento delle persone in diversi ambiti di vita. Questo modello sostiene che la personalità sia costituita da cinque fattori di base. Essi sono: Estroversione: riflette il grado in cui una persona è socievole, assertiva, e orientata verso gli altri Nevroticismo: si riferisce a come le persone reagiscono di fronte alle situazioni stressanti Amicalità: riflette la capacità di stabilire relazioni con gli altri Coscienziosità: identifica la tendenza alla pianificazione, alla persistenza e allo sforzo per raggiungere degli obiettivi Apertura mentale: riflette l’apertura mentale di una persona a nuove idee, esperienze e culture VEDIAMO ORA ALCUNE APPLICAZIONI DEL MODELLO DEI BIG FIVE Il modello dei Cinque fattori è largamente usato come strumento predittivo del livello di prestazione lavorativa degli individui. Un elevato livello di coscienziosità e un basso livello di nevroticismo sono i tratti che sembrano essere più predittivi di una prestazione lavorativa positiva. Alcuni studi suggeriscono anche che il livello di estroversione sia connesso positivamente al grado di coinvolgimento e partecipazione in quelle posizioni in cui è richiesta una grande interazione sociale. Ad esempio è il caso delle posizioni commerciali e del management. 2. Un altro ambito di studi molto sviluppato è quello relativo al legame tra i cinque fattori e la salute. Emerge che le persone con un elevato livello di coscienziosità sono coloro che vivono più a lungo. Questo perché tendono a mettere in atto una serie di comportamenti che promuovono e salvaguardano la propria salute, evitando di incorrere in comportamenti nocivi e lesivi. Ad esempio: tendono a seguire una dieta sana, a fare esercizio fisico… 3. Infine, un’altra particolare modalità attraverso cui il modello dei Big Five trova applicazione è il marketing. I cinque fattori possono anche essere usati per identificare le caratteristiche che definiscono una marca o un prodotto e, dunque, ottenere un profilo della personalità del brand. In questo caso, l’intento è indagare le reazioni e i legami che stanno alla base del rapporto tra prodotti e consumatori. Una marca percepita positivamente aumenta la propensione all’acquisto da parte degli stessi consumatori. La percezione che i consumatori hanno di una marca è un elemento molto importante perché fornisce a chi si occupa di pubblicità alcune indicazioni preziose relative alle caratteristiche su cui far leva nelle proprie pubblicità. BIBLIOGRAFIA Carver, C.S., Scheier, M.F., Giampietro, M., & Iannello, P. (2019). Psicologia della personalità: prospettive teoriche, strumenti e contesti applicativi. Milano-Torino: Pearson Italia

Il mito della produttività: quando “fare sempre di più” diventa un problema psicologico

Viviamo in una cultura che premia la produttività. Essere impegnati, efficienti, sempre attivi è diventato non solo un obiettivo, ma spesso un criterio con cui valutiamo il nostro valore personale. Ma cosa succede quando il bisogno di “fare” prende il sopravvento sul bisogno di “essere”? Negli ultimi anni, sempre più persone sperimentano una forma di disagio legata alla pressione costante a essere produttivi. Non si tratta solo di carichi di lavoro elevati, ma di una mentalità interiorizzata che rende difficile fermarsi senza sentirsi in colpa. La produttività come identità Per molte persone, la produttività non è più solo un comportamento, ma una parte dell’identità. “Valgo se produco”, “sono utile se faccio”: questi pensieri, spesso inconsapevoli, guidano le scelte quotidiane. Il problema nasce quando il tempo libero viene vissuto come tempo “sprecato” e il riposo come qualcosa da meritare. In questo scenario, anche le attività piacevoli rischiano di trasformarsi in obiettivi da ottimizzare. Le radici del problema Questa dinamica affonda le sue radici in diversi fattori: Quando la produttività diventa disfunzionale Essere produttivi non è di per sé negativo. Il problema emerge quando diventa compulsivo. Alcuni segnali da osservare: In questi casi, la produttività smette di essere una risorsa e diventa una forma di auto-pressione. Rallentare non è fallire Una delle convinzioni più difficili da mettere in discussione è che rallentare significhi perdere tempo o opportunità. In realtà, il riposo è una componente essenziale del funzionamento umano: senza pause, la mente perde lucidità, creatività ed energia. Rallentare significa creare spazio per pensare, sentire, scegliere. Significa anche recuperare un rapporto più autentico con se stessi. Verso una produttività sostenibile Più che abbandonare la produttività, l’obiettivo è ridefinirla. Alcuni spunti utili: Una domanda importante Forse la domanda più utile non è “quanto sto facendo?”, ma “come sto mentre faccio?”. Recuperare questa prospettiva può aiutarci a uscire da una logica puramente quantitativa e a costruire una relazione più sana con il tempo, il lavoro e noi stessi. Perché una vita piena non è necessariamente una vita piena di cose da fare.

Il metaverso e un approccio equilibrato ad esso

metaverso

Negli ultimi anni, l’avvento del metaverso è diventato argomento di discussione e di curiosità in diverse discipline, sia scientifiche che umanistiche. L’utilizzo costante di internet ha fatto sì che si sviluppasse la possibilità di creare una realtà virtuale o aumentata, fruibile da tutti e con avatar con caratteristiche a scelta. I sostenitori del metaverso lo considerano come una vantaggiosa opportunità per vivere una realtà alternativa o parallela alla propria. L’utente costruisce un personaggio, che svolge la propria vita, stabilisce relazioni sociali, si crea una famiglia e lavora, realizza degli spazi che mette a disposizione anche degli altri. Tutto questo determina un’esperienza immersiva di condivisione di spazi e luoghi, ovviamente di tipo esclusivamente virtuali. Il metaverso è quindi considerato un “luogo” che garantisce relazioni sociali, mediante la connessione; uno spazio di condivisione in cui non esistono distanze. In effetti, le potenzialità offerte dalla rete e dal suo utilizzo, hanno un rovescio della medaglia, soprattutto se si pensa agli effetti psicologici sull’essere umano. In primis, la possibilità di creare personaggi dall’espetto gradevole, perfetto e talvolta poco realistico, determina una minaccia alla propria autostima. Il mondo creato, dove tutti ostentano pregi e non hanno difetti, determina l’eventualità di vivere poi il proprio corpo e la propria personalità con disagio. Dal punto di vista della socializzazione, i potenziali effetti negativi possono essere ricercati, quindi, nell’illusione di avere tanti amici. Il sentire l’esigenza di dover passare molto tempo nel metaverso, privilegiandolo e a discapito della vita reale, diventa un campanello di allarme e di riflessione. Spesso, quando la propria vita, fatta di contatti fisici e emozioni, non è più soddisfacente, si tende a ricercare un altrove, che possa nuovamente farci sentire bene. Il metaverso è utile se lo si considera opportunamente un prolungamento della realtà vissuta e non un rifugio confortevole o un’alternativa ad essa.

IL MARKETING SPORTIVO E LA PSICOLOGIA

Nel mondo dello sport, il tifo non è solo una questione di passione per una squadra, ma anche di connessione e coinvolgimento emotivo. Il marketing sportivo si avvale di questa psicologia dei tifosi per creare strategie che coinvolgano e fidelizzino i sostenitori in modo efficace ed emozionante. In questo articolo vedremo alcuni punti cardine, che chi si occupa di marketing sportivo deve conoscere. 1. COMPRENDERE LE EMOZIONI DEI TIFOSI La base del marketing sportivo efficace risiede nella comprensione delle emozioni che guidano il comportamento dei tifosi. Le emozioni possono essere utilizzate dalle squadre e dalle organizzazioni sportive per creare legami emotivi più profondi con i propri sostenitori e stimolare l’azione. Un esempio è la campagna “Hala Madrid” realizzata dal Real Madrid, attraverso la quale la squadra usa video emozionanti che celebrano i momenti di gloria del club. Questi video sono accompagnati da slogan potenti che trasmettono un senso di appartenenza e identificazione con la squadra come “We are Madrid” o “Juntos somos mas fuerte” (“Insieme siamo più forti”). 2. BRANDING EMOTIVO E IDENTITA’ DEL MARCHIO Le squadre sportive sfruttano il branding emotivo per costruire un’identità di marca che risuoni con i tifosi.  Questo può includere la creazione di slogan, simboli e colori distintivi che evocano emozioni e sentimenti di appartenenza.  Ad esempio, la campagna “You’ll never walk alone” del Liverpool FC non solo riflette il sostegno dei tifosi per la squadra, ma crea anche un senso di unità e solidarietà tra i sostenitori. 3. COINVOLGIMENTO DELLA COMMUNITY E PARTECIPAZIONE DEI TIFOSI Le squadre sportive coinvolgono attivamente i tifosi attraverso iniziative che promuovono l’interazione e la partecipazione della community.  Un esempio è l’iniziativa “Inter Village” dell’Inter, che prevede la creazione di aree dedicate ai tifosi all’interno dello stadio San Siro. Qui i tifosi possono partecipare a eventi pre-partita, incontrare i giocatori e godere di intrattenimento dal vivo. Tali iniziative non solo incoraggiano l’interazione dei tifosi, ma creano anche un senso di coinvolgimento e appartenenza alla squadra. 4. PERSONALIZZAZIONE DELL’ESPERIENZA DEL TIFOSI Il marketing sportivo si sta spostando sempre più verso l’offerta di esperienze personalizzate per i tifosi. Le squadre usano dati e tecnologie avanzate per comprendere meglio i propri sostenitori e offrire contenuti e offerte su misura.  Ad esempio, le app per i tifosi possono fornire aggiornamenti in tempo reale sulle partite, offerte esclusive per i membri e contenuti personalizzati basati sull’interesse e sulle preferenze dei tifosi. 5. IMPORTANZA DELL’ESPERIENZA DELLO STADIO L’esperienza dello stadio gioca un ruolo cruciale nel coinvolgimento dei tifosi e nel successo del marketing sportivo.  Le squadre investono in infrastrutture e servizi che migliorano l’esperienza dei tifosi durante le partite, come aree lounge esclusive, cibo e bevande di alta qualità e intrattenimento dal vivo.  Un’esperienza positiva allo stadio non solo aumenta il coinvolgimento dei tifosi, ma può anche influenzare positivamente la percezione complessiva della squadra e del marchio. In conclusione, la psicologia dei tifosi svolge un ruolo fondamentale nel marketing sportivo, guidando strategie che creano connessioni emotive profonde con i sostenitori.  Comprendere le emozioni, il comportamento e le preferenze dei tifosi consente alle squadre e alle organizzazioni sportive di sviluppare campagne di marketing più efficaci e coinvolgenti, che promuovono l’interazione, la fedeltà e il supporto continuo dei sostenitori.

Il lutto tabù: il lutto perinatale

di Barbara Casella da Psicologinews Scientific Spesso tendiamo a contrapporre la nascita alla morte ma sono due facce della stessa medaglia, chiamata vita. Il lutto è un sentimento di forte dolore per la morte di una persona cara, che tutti sperimentano nel corso della propria vita. La nostra società propende a nascondere il lutto, a isolarlo, invitando la persona che sta affrontando una perdita ad andare avanti. La pretesa di superare velocemente un cordoglio, può comportare una carenza nell’individuazione del tempo e lo spazio necessario per accogliere il dolore. Ne consegue un accentuato senso di vulnerabilità e solitudine che le persone in lutto tendono a provare, favorendo il lutto complicato. Nel complesso scenario del lutto, il lutto perinatale è ritenuto totalmente anti-natura in quanto, associa alla nascita la morte. Il termine lutto perinatale indica la perdita di un bambino dalla seconda metà della gravidanza al primo mese dopo la nascita. Il termine lutto prenatale intende l’interruzione della gravidanza in qualsiasi epoca gestazionale. Gli eventi che comportano la perdita di un figlio nel periodo perinatale comprendono l’aborto spontaneo, l’interruzione volontaria o terapeutica della gravidanza, la morte intrauterina e la morte dopo il parto. Diversamente da come s i può immaginare, l’interruzione della gravidanza è un’esperienza comune a molte donne, infatti, secondo dati statistici circa una su sei vive questa traumatica esperienza, ma socialmente continua ad esserci poca attenzione sull’argomento. Il lutto perinatale è ritenuto totalmente innaturale, poiché al concetto gioioso di nascita, di vita, bisogna associare quello doloroso di morte. La naturale evoluzione del ciclo di vita è sconvolta: la morte di un figlio aspettato, desiderato, diviene inspiegabile. Il progetto familiare, di coppia, di genitorialità, è bruscamente interrotto; per le donne in attesa il proprio corpo da guscio accogliente e protettivo, diviene un oggetto inaffidabile, inutile. L’idea predominante dei genitori in lutto è di non essere riusciti a proteggere il proprio bambino, di non essersi accorti in tempo cosa stava accadendo, e di avere commesso qualche errore che ha causato la sua morte. La fine inaspettata della gravidanza rappresenta la perdita di una persona cara con cui durante la gestazione i genitori e gli altri familiari hanno stabilito un legame, attraverso il test, ecografie, movimenti fetali e, in genere, la preparazione al nuovo arrivo. Il legame di attaccamento in costruzione è traumaticamente i n t e r r o t t o . La rappresentazione del bambino, le fantasie circa i cambiamenti del proprio corpo, l’organizzazione familiare, della propria casa, tutto è interrotto e si trasforma in un tabù, un argomento di cui non parlare. Un’eclatante dimostrazione dell’indicibilità del lutto perinatale è l’inesistenza di un nome per indicare i genitori che perdono i figli in epoca perinatale. La mancanza di un’attenzione collettiva alla tematica, può contribuire alla costruzione del fossato di solitudine che si crea intorno al genitore in lutto. Quando i genitori ricevono la notizia che il proprio bambino è morto, sono investiti da un tornado di emozioni: incredulità, confusione, paura, rabbia, un dolore fisico e psicologico. In pochi istanti tutto cambia, si è travolti da un sentimento d’impotenza di fronte alla perdita del proprio bambino; tutte le sicurezze cadono, non ci sono appigli. Il dolore diviene accecante e totalizzante, con l’unica certezza che nulla sarà più come prima; il futuro è oscurato da un dolore snaturante e ogni ipotesi di vita sembra irrealizzabile. Indipendentemente dall’epoca gestazionale una tale notizia è devastante, la diversa intensità può essere data dall’investimento affettivo, dal significato che i genitori hanno dato all’attesa e dalla storia personale di ciascuno. La modalità con cui è comunicata la notizia ai genitori e le prime persone con cui entrano in contatto condizionano la conseguente elaborazione. A tal motivo, è di f o n d a m e n t a l e i m p o r t a n z a una comunicazione efficace, sensibile, rispettosa e un buon sostegno fin dai primi attimi. In Italia, di fronte alla morte di un bambino in gravidanza, non ci sono delle linee guida cui fare riferimento, tutto è lasciato alla sensibilità del personale sanitario e a l l ‘ a t t i v a z i o n e d i associazioni che si occupano di lutto perinatale. Spesso si assiste a personale sanitario non preparato nelle procedure e che si mostra distaccato a livello emotivo. Tale atteggiamento può amplificare il senso di disorientamento dei genitori, che hanno appena saputo di aver perso il bambino, e può aggiungere altro dolore, non facilitando così l’inizio del percorso di elaborazione. È noto che gli operatori sanitari siano una categoria professionale ad alto rischio burnout: lavorare ogni giorno con la morte, la malattia e il dolore, può portare al rischio di de-umanizzare le cure, rendendole semplici routine. Tale distacco emotivo può creare una barriera tra il curante e il curato, che da un lato funge da cuscinetto per diminuire l’impatto delle situazioni difficili e dall’altro però impedisce relazioni soddisfacenti, nel qui e ora, e di sintonizzarsi sui reali bisogni personali e altrui. La formazione del personale s a n i t a r i o , q u i n d i , d i v i e n e d i fondamentale importanza per contenere e seguire i genitori in modo efficace ed empatico e, allo stesso tempo, per sostenere gli stessi operatori. La prima reazione dei genitori alla notizia dell’interruzione della gravidanza è solitamente caratterizzata dalla n e g a z i o n e , d a l l o s t o r d ime n t o , dall’incredulità. Molti genitori in lutto nei loro racconti descrivono quel momento come sentirsi trascinati in una vita che non li appartiene, anche se allo stesso momento sono tenuti a dover prendere delle decisioni fondamentali in modo rapido (interruzione, parto, autopsia, sepoltura). In seguito, si inizia a realizzare che è tutto vero, emerge la consapevolezza che il proprio bambino non c’è più. Il ritorno a casa con le braccia vuote e il corpo e la mente stracolme di

Il lutto di molti e la morte della Regina. Una sofferenza reale?

Reale e reale, in italiano, hanno un doppio significato, ma questo non è un gioco di parole; si riferisce alla natura dell’emozione vera, impressionante e documentata in questi giorni da un eccezionale evento storico: la morte della Regina Elisabetta II, con immagini, pensieri, parate, filmati d’epoca, interviste, cerimoniali ordinati e allo stesso tempo rigidi e profondamente partecipati. Televisioni in diretta da tutto il pianeta, il viaggio del feretro, gli incontri della famiglia con la gente, l’insediamento di un re appena dopo la perdita di una madre e i sentimenti misti per una fine e un inizio simultanei: la sovrana che ha regnato per 70 anni ha visto molto del mondo e delle sue dinamiche politiche e psicologiche, a tutte le latitudini, e ha ispirato una commozione di proporzioni mai documentate prima nella storia. Ma quali sono le spiegazioni psicologiche che la scienza dà per un dolore così ampiamente condiviso? La maggioranza delle persone che piangono la Regina d’Inghilterra non l’avevano mai incontrata né le erano in alcun modo vicine: questa ondata di emozioni ha coinvolto migliaia di persone sconosciute alla sovrana e che non avevano avuto alcun rapporto concreto con lei. La ricerca psicologica sul lutto si concentra in gran parte sulla perdita di genitori, figli, amici intimi, coniugi o persone amate e conosciute. Ma anche le relazioni unilaterali tra una persona e un personaggio pubblico, un attore, un cantante, una celebrità o – come in questo caso – un membro della famiglia reale, possono causare un dolore reale e acuto: queste  relazioni sono definite “parasociali” e hanno un significato importante nella vita di moltissime persone. Basti a tutti pensare come è possibile legarsi, in adolescenza, ai poster appesi in camera, o a uno scrittore che ci sembra di conoscere intimamente, o a un cantante, o al personaggio di un libro o di un film. In tempi contemporanei, l’influencer è un esempio perfetto di relazione parasociale, con conseguenze evidenti sulle emozioni e sulla partecipazione di chi si sente legato all’individuo di cui segue la vita pubblicata in diretta. Presso l’Università di York, nel Regno Unito, Louise Richardson, filosofa e ricercatrice, ha co-diretto un progetto in cui si tratta specificamente di lutto: “Grief: A Study of Human Emotional Experience”. L’ipotesi dei ricercatori è che il dolore, nei casi di una perdita in una relazione “parasociale”, sia correlato alla sensazione di perdita di possibilità che una persona sperimenta nella propria prospettiva di vita. In sostanza, tutti siamo legati a visioni e narrazioni del mondo, che lo costituiscono per noi con caratteristiche riconoscibili, rassicuranti e prevedibili. Il lutto è un’interruzione dura e dirompente di questo mondo conosciuto, una sgretolazione delle nostre ipotesi. Le perdite che ci causano dolore sarebbero quelle che cambiano in modo irreversibile e sconvolgente il mondo che diamo per acquisito, in cui ci aspettiamo di poter continuare a vivere. Un mondo illusoriamente continuo e con alcune caratteristiche di immutabilità, condizioni indispensabili per procedere nell’esistenza. Per questo, al di là delle associazioni con le nostre nonne o le nostre madri, la morte di una regina sempre esistita nell’immaginario di tutti gli esseri umani più giovani dei suoi 96 anni, è un momento che in qualche modo ci riguarda. Secondo i ricercatori, quando si perde una persona si perde una parte di sé stessi, del proprio mondo: nel caso di una persona distante, il lutto dura di meno, anche se questo è un terreno difficile su cui indagare con metodi scientifici. Come sappiamo, i casi di lutto patologico contengono emozioni e legami irrisolti che contribuiscono a prolungare in modo abnorme i sentimenti di perdita e di smarrimento, oltre i fisiologici tempi di dolore e di ripresa: ma nel caso delle relazioni parasociali – come nel caso della morte della regina –  secondo i ricercatori è raro che si verifichi un prolungamento del dolore, anche quando è del tutto reale, come si è visto. Anche i processi di identificazione, come sappiamo, sono ampiamente coinvolti in questi fenomeni. Quando guardiamo un film e ci commuoviamo, è un modo per liberare emozioni che ci coinvolgono nella vita reale; con la protezione di un forte movimento emotivo separato dalla realtà: viviamo il dolore, è vero, e lo riferiamo a un nostro possibile dolore reale; ma in modo meno pervasivo e persistente nel tempo, più tollerabile. L’argomento è complesso, si tratta di numerose emozioni differenti e combinate. Ma un momento come questo, un lutto come quello della Regina Elisabetta, può servirci da spunto per approfondire e indagare la natura umana. Se le principesse sono materia dei sogni di quando siamo piccole, le regine servono a ricordare che la nostra avventura può cambiare durante il corso dell’esistenza. E che ogni cambiamento è sia dolore sia possibilità e opportunità: anche quando serve un po’ di tempo per superare, o modificare, le emozioni collegate.

Il love bombing in una relazione affettiva

Love

Il termine love bombing può essere tradotto letteralmente come bombardamento d’amore. Nelle relazioni affettive in cui uno dei due partner riveste di attenzione e romanticherie eccessive l’altro, si sta attuando questa tecnica. La differenza sostanziale tra un innamoramento e il love bombing sta nell’esagerazione dei comportamenti. La relazione si costruisce rapidamente in virtù del senso di fiducia che si stabilisce. Il bomber fa complimenti continuamente, facendo abbassare le difese; porta il partner a vivere emozioni intense e travolgenti. Il corteggiamento è fatto da comportamenti e gesti importanti che lusingano profondamente la vittima, confondendone le emozioni. Entrambi vivono una quotidianità emozionante ed emotiva, fatta di complicità, comunicazione ed empatia. Nelle prime fasi dell’innamoramento, generalmente, l’ idealizzazione dell’altro rappresenta la base per la costruzione della relazione. Nella tecnica del love bombing, il passaggio successivo è l’alienazione affettiva e relazionale. Improvvisamente tutte le attenzioni ricevute svaniscono senza un apparente motivo e spesso la stessa relazione termina, lasciando la vittima sola e disperata. La persona che ha subito il fascino del love bomber si trova a dover vivere un’altalena emotiva. Si passa in maniera repentina dall’essere al centro del mondo dell’altro al silenzio ed evitamento. Spesso, il partner oggetto del love bombing sviluppa un calo dell’autostima e forti sensi di colpa, soprattutto perché non c’è un confronto con l’altro. Confronto che aiuterebbe ad analizzare la situazione e le proprie emozioni e ad accettare la decisione dell’altro. Lo sconforto vissuto crea un vuoto interiore che la vittima fa fatica a metabolizzare. Si rende quindi necessario un periodo in cui la perdita sia elaborata alla luce delle reali circostanze e non per colpe proprie. Una delle conseguenze potrebbe essere anche il desiderio di elemosinare briciole, il breadcrumbing, pur di mantenere un minimo contatto. Risulta comunque importante, impegnarsi verso se stessi affinché non si attuino comportamenti disfunzionali soprattutto per eventuali relazioni future.

Il letto di Procuste: dal mito alla psicologia

L’espressione il letto di Procuste parte dalla mitologia per essere utilizzata per indicare una situazione difficile a cui è necessario adattarsi. Il protagonista, infatti, secondo la leggenda, deturpava i corpi delle proprie vittime, all’interno di un letto che considerava della misura ottimale. In effetti , Procuste lacerava i corpi dei malcapitati, perchè li considerava malvagi. Eliminando così le persone cattive , lui si preservava da situazioni minacciose. Partendo quindi dal mito, in Psicologia si è identificata una sindrome il cui nome fa riferimento proprio al gigante. La sindrome di Procuste, infatti, è una patologia il cui quadro clinico si caratterizza di dolore e tristezza per il successo altrui. Chi ne è affetto, prova una forte invidia per l’altro, che, in effetti considera una vera e propria minaccia. Se da un lato c’è chi vive il proprio successo come se fosse usurpato, la sindrome dell’impostore, dall’altro, c’è chi non riesce a gioire della realizzazione altrui e cerca di boicottare le situazioni. La descrizione tipica di chi è affetto da questo atteggiamento è peculiare: i comportamenti tipici e palesi sono la denigrazione e l’atto di sminuire gli altri. Si concretizza una forma di invidia che porta il soggetto a fare ostruzionismo nei confronti della vittima, senza un reale motivo. Questo atteggiamento, non conosce relazioni; si manifesta nelle relazioni interpersonali sia di tipo amicale che lavorativo. Ovviamente, si generano rapporti dannosi, che logorano i malcapitati, proprio come succedeva alle vittime poste nel letto di Procuste. Alla base di comportamenti così screditanti e opponenti, sicuramente ci sono una scarsa stima e una inadeguata fiducia in se stessi, che spinge il soggetto a concentrarsi sull’altro, anziché convogliare le proprie energie al fine di migliorarsi. Per lui è più facile dire che l’altro è cattivo, invece di attivarsi per cercare di incrementare gli aspetti positivi della propria personalità.

Il lavoro psicologico con i bambini con Disturbi Specifici dell’Apprendimento

di Francesca Dicè Da oltre 10 anni, ovvero dall’introduzione della Legge 170/2010, alcune condizioni cliniche in precedenza scarsamente tutelate sono diventate oggetto di attenzione medica, psicologica, didattica e giuridica (Linee Guida DSA, 2011; Redazione OPS, 2015; Cornoldi, 2007; Consensus Conference, 2010). Sto ovviamente parlando dei Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA), che secondo il DSM – 5 sono caratterizzati da caratterizzati dalla persistente difficoltà di apprendimento delle abilità scolastiche ed i l c u i percorso diagnostico, clinico ed assistenziale deve essere curato da uno specifico team multidisciplinare composto da diverse figure, fra cui il neuropsichiatra infantile, lo psicologo, il logopedista e l’assistente sociale (Linee Guida DSA, 2011; Redazione OPS, 2015; Cornoldi, 2007). Tale team deve mantenersi in contatto costante con il personale scolastico, al fine di garantire al bambino/ragazzo la migliore esperienza didattica possibile e più adatta alle sue necessità (Linee Guida DSA, 2011; Redazione OPS, 2015; Cornoldi, 2007). In questo lavoro di equipe, lo psicologo può intervenire attraverso diverse modalità operative: può dare un apporto fondamentale nel processo diagnostico, esplorando le capacità del bambino/ ragazzo con particolare attenzione ai suoi punti di forza e di debolezza, nonché al suo quoziente intellettivo attraverso il ricorso di test standardizzati (Linee Guida DSA, 2011; Redazione OPS, 2015; Cornoldi, 2007). Può anche contribuire alla valutazione dei correlati emozionali, che spesso influenzano, in questi bambini/ragazzi, la fiducia in sé stessi e la motivazione agli studi (Linee Guida DSA, 2011; Redazione OPS, 2015; Cornoldi, 2007). A seguito della diagnosi, lo psicologo può mettere in atto percorsi di potenziamento aventi quale obiettivo elitario la promozione ed il miglioramento delle capacità risultate compromesse (Redazione OPS, 2015; Cornoldi, 2007). Egli può anche operare in interventi di formazione e consulenza rivolti ad insegnanti, operatori e genitori, sia da accompagnare alla presa in carico sanitaria del bambino/ragazzo, sia da realizzare all’interno dell’istituzione scolastica (Redazione OPS, 2015; Cornoldi, 2007). Tale lavoro può rivelarsi determinante per la stesura del Piano Didattico Personalizzato, documento stilato da insegnanti e genitori, in cui vengono indicati obiettivi, modalità educative e strumenti didattici più adatti all’alunno (Linee Guida DSA, 2011; Redazione OPS, 2015; Cornoldi, 2007). Questo lavoro è fondamentale per supportare il bambino/ragazzo e la sua famiglia ed incomincia da una buona comunicazione della diagnosi, che informi sulle specifiche caratteristiche della condizione discussa, i limiti e le potenzialità degli interventi riabilitativi consigliati, gli strumenti compensativi e dispensativi da mettere in atto a scuola, la corretta normativa di riferimento (Linee Guida DSA, 2011; Redazione OPS, 2015; Cornoldi, 2007). Tali i n f o r m a z i o n i possono r i v e l a r s i fondamentali per supportare l’intero nucleo familiare anche nella fase successiva della presa in carico del bambino/ragazzo, sostenendolo nella gestione quotidiana delle difficoltà scolastiche ma anche e soprattutto nella scelta delle strategie più adeguate all’esecuzione dei compiti, alla gestione dello stress ed al metodo di studio (Redazione OPS, 2015; Cornoldi, 2007). Bibliografia.Consensus Conference Disturbi Specifici dell’Apprendimento (2011). Available from https://bit.ly/3P6OnVKCornoldi C. (eds) (2007). Difficoltà e disturbi dell’apprendimento. Bologna: Il Mulino. ISBN 978-88-15-11962-9Linee guida per il diritto allo studio degli alunni e degli studenti con Disturbi Specifici di Apprendimento (2011), Available on line on https://bit.ly/ 394L6WhRedazione OPS (2015). DSA: qual è il ruolo dello psicologo? Retrieved from https://bit.ly/3kUz7xq