IL MUTISMO SELETTIVO

Che cos’è il mutismo selettivo? Da cosa può derivare? E cosa si può fare? Il mutismo selettivo è collocato, all’interno del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-5), nella sezione dei Disturbi d’ansia. I criteri diagnostici del mutismo selettivo sono i seguenti (DSM-5): A. Costante incapacità di parlare in situazioni sociali specifiche in cui ci si aspetta che si parli (per es. a scuola), nonostante si sia in grado di parlare in altre situazioni. B. La condizione interferisce con i risultati scolastici o lavorativi o con la comunicazione sociale. C. La durata della condizione è di almeno 1 mese (non limitato al primo mese di scuola). D. L’incapacità di parlare non è dovuta al fatto che non si conosce, o non si è a proprio agio con il tipo di linguaggio richiesto dalla situazione sociale. E. La condizione non è meglio spiegata da un disturbo della comunicazione (per es. disturbo della fluenza con esordio nell’infanzia) e non si manifesta esclusivamente durante il decorso di disturbi dello spettro dell’autismo, schizofrenia o altri disturbi psicotici. Dunque, il mutismo selettivo non ha nulla a che fare con un deficit di linguaggio. Anzi, il bambino ha già sviluppato la capacità linguistica sia in produzione che in comprensione. Cosa succede allora? Perchè il bambino non riesce a parlare? Nel bambino si creano emozioni molto intense di ansia, paura, vergogna, che producono un effetto di congelamento. Il bambino non vorrebbe bloccarsi, ma proprio non riesce a parlare. Per osservare quali potrebbero essere le cause di questa difficoltà, possiamo fare riferimento ad un modello bio-psico-sociale. Esso prende in considerazione la componente genetica; caratteristiche psichiche e di temperamento; fattori ambientali, legati al contesto di apprendimento. Cosa è importante che l’adulto faccia? E’ sicuramente fondamentale accogliere le emozioni del bambino, non giudicandolo o attuando pressioni. Normalizzare ciò che il bambino fa quando lo si sente parlare in pubblico. Il vederci entusiasti potrebbe generare e amplificare la vergogna. Stimolare la produzione di forme alternative di comunicazione, come ad esempio il disegno.
Il mondo spirituale e il terreno: due bisogni umani

L’animo umano è un universo di emozioni, sensazioni e bisogni: si costruisce un mondo in cui l’aspetto terreno e quello spirituale imparano a coesistere ed interagire. Nel corso filosofi prima e psicologi poi, hanno dibattuto e disquisito riguardo alla prevalenza e all’importanza del mondo interiore e di quello esteriore. Il primo aspetto riguarda la ricerca del benessere, il proprio pensiero e ragionamento. Il concetto è strettamente collegato all’idea di Platone, circa la conoscenza e la scienza. Esse infatti servono all’uomo per capire il funzionamento del mondo reale e per sperimentarsi alla ricerca del Bene, inteso come essenza e coesistenza di tutti gli aspetti spirituali e psicologici. In effetti , è da considerarsi una tendenza verso l’infinito, in contrapposizione al terreno. D’altro canto, l’altro aspetto dell’animo umano è ciò che riguarda il mondo tangibile. L’ambiente che ci circonda, il nostro corpo sono l’altra faccia della stessa medaglia, che determina i nostri comportamenti e le relazioni umane. In linea col pensiero di Aristotele, l’individuo vive in un contesto con il quale deve interagire quotidianamente per sopravvivere e vivere. Secondo il filosofo, infatti, tutto ha forma e materia e bisogna ubbidire alle leggi che le governano. Quindi, si nasce, si cresce, ci si riproduce e si muore. Le attenzioni dell’uomo si concentrano sulla famiglia, sul lavoro, sulla casa e sul corpo. Dopo secoli di discussioni su cosa sia veramente importante per ciascun individuo, si può tranquillamente affermare che sia l’ambiente esterno e sia gli aspetti interni sono da ritenersi fattori di crescita e benessere. A tal proposito, nell’osservare la parte centrale dell’affresco di Raffaello, intitolato la Scuola di Atene, si può arrivare alla stessa conclusione. Il pittore, infatti, raffigura Platone con un dito verso l’alto e Aristotele, quasi a braccetto con il suo maestro, che invece tende il braccio verso il basso. Le figure centrali dell’affresco sono eloquenti: mente e corpo sono inseparabili. Ci sono bisogni fisici e psicologici che premono per essere soddisfatti ed entrambi possono condurre alla sensazione di benessere cui tutti aspirano.
Il modello Poliscreativa e la questione della temporalità

La temporalità negli interventi di tipo trasformativo, soprattutto quelli riguardanti i percorsi psicoterapeutici, rappresenta un aspetto che voglio evidenziare in questo articolo ed in altri che seguiranno. L’andamento, le varie velocità e i percorsi che tendono a verificarsi nei processi trasformativi sono fondamentali per il nostro approccio di arteterapeuti secondo il modello Poliscreativa. Se pensiamo alla vulgata psicoanalitica ad esempio, siamo portati ad immaginare che l’intervento trasformativo avvenga quasi in maniera esplosiva. Il termine tecnico sempre meno usato sarebbe “guarigione per abreazione”. Abbiamo parlato di vulgata perché questo tipo di andamento esplosivo si trova più nei film di Alfred Hitchcock, vagamente ispirati al modello freudiano, che nella letteratura più seria del settore. Basti pensare ai film Io ti salverò del 1945 (Titolo originale Spellbound– Incantata) e al thriller psicologico Marnie del 1964. Attualmente sia il modello psicoanalitico sia la nostra esperienza con Poliscreativa tende a privilegiare aspetti più di tipo estensivo che intensivo. Questo perché? Quando una situazione è molto, ma molto appariscente e anche molto teatrale, in realtà è qualcosa di non veramente autentico. Non che esistano le cose completamente autentiche. Infatti, qualunque cosa diciamo ha una componete teatrale che non coincide con l’esperienza stessa. Pensiamo alla parola. Quando io dico una parola, sono sia la parola che dico, sia lo spettatore, sia l’attore che la dice. In una buona comunicazione tutte queste componenti sono in una dinamica di tipo circolare. Non c’è un polo che viene privilegiato. L’ esperienza ci insegna che quando si privilegia troppo un aspetto di tipo esplosivo, molto teatrale e d’effetto, probabilmente, nel profondo della persona non c’è un aspetto veramente trasformativo. Per questo il modello Poliscreativa tende a privilegiare molto più un approccio di tipo estensivo che intensivo. Questo tipo d’impostazione proviene dal fatto che nel nostro gruppo c’è chi ha lavorato per molto tempo in campo antropologico culturale e, in particolare, in psichiatria e psicoterapia transculturale. Lo studio molto attento che è stato fatto ad esempio dei rituali esorcistici ha evidenziato in qualche modo una sorta di continuità con degli aspetti di tipo sciamanico, pur appartenendo entrambi ad universi ideologici diversi. Il nostro gruppo ha seguito e studiato per quasi 25 anni i rituali esorcistici di padre Gabriele Amorth, fondatore dell’Associazione Internazionale Esorcisti, che potremmo considerare tra gli esorcisti più famosi del mondo. Sempre a proposito di vulgata, si può pensare che nell’ andamento del rituale esorcistico il manifestarsi della presenza che possiede, avvenga in maniera eclatante. In realtà, gli esorcismi di padre Amorth non avevano affatto questo tipo di andamento. A proposito di film, nulla di quello che faceva don Amorth era sovrapponibile al famoso film L’esorcista. Abbiamo scoperto che gli esorcismi di don Amorth, ad esempio, non duravano mai più di 15-20 minuti. Si svolgevano secondo un percorso che aveva una sua temporalità. La cadenza degli incontri era soprattutto bisettimanale e duravano in media dai 5 ai 7 anni, un minimo di 2 anni era necessario affinché l’esorcista avesse un minimo di efficacia, per arrivare fino a 12 anni nei casi che lui considerava cronici. Lavorando anche su certi aspetti di alcune culture sciamaniche si vede come la dimensione teatrale più eclatante fosse molto limitata. Piano piano si poteva osservare la costruzione dell’immaginario adeguato a quel determinato contesto ideologico e come l’andamento di questa costruzione avvenisse molto gradualmente. Anche nei protocolli dei colleghi che hanno studiato attentamente i rituali esorcistici ad esempio in un caso di lutto non elaborato, il paziente esorcizzato, mentre durante la fase iniziale di trans dei primi esorcismi chiamava le persone care che aveva perso, man mano che si andava strutturando il rituale esorcistico la persona parlava di satana, del diavolo e poi molto gradatamente anche questo aspetto veniva sciolto. Non devono esserci equivoci, per noi il diavolo non è altro che una delle tante possibili metafore. Quello che vogliamo sottolineare con questo discorso è come certi aspetti estremamente esplosivi e teatrali siano messi in scena in certe trasmissioni televisive volte a spettacolarizzare alcune esperienze del profondo per ottenere audience, mentre per noi è molto importante l’aspetto graduale perché riteniamo che tutto questo abbia a che fare con l’autenticità profondamente sentita, in relazione sia col profondo delle persone che con il loro contesto.
Il modello olistico in riabilitazione neuropsicologica: in ricordo di Anne-Lise Christensen

Katia Celentano, psicologa e psicoterapeuta relazionale e familiare, terapeuta EMDR. Docente in Neuropsicologia dell’età evolutiva, Scuola S p e c i a l i z z a z i o n e i n Psicoterapia CSP, Casoria (Na); Esperta in Neuropsicologia dell’età evolutiva e in Psicopatologia dell’Apprendimento. Master di I Livello in Analisi Applicata del Comportamento. Vicepresidente d e l l a S c u o l a C a m p a n a d i Neuropsicologia “Lightner Witmer”. Centro di riabilitazione Associazione La Nostra Famiglia, Cava de’ Tirreni (Sa). Articolo estratto dal numero speciale di PsicologinewsScientific dedicato ai trenta anni di neuropsicologia in Campania Ero da pochi mesi laureata quando nell’agosto del 2000 ho incontrato per la pr ima vol ta Anne‐Lise Christensen nella sua casa di C o p e n a g h e n . A d e s s o l a professoressa non c’è più, è venuta a mancare l’11 Febbraio del 2018 all’età di 90 anni. Neuropsicologa, professore emerito di riabilitazione neuropsicologica all’Università di Copenaghen ed ex direttore del Center for Brain Injury Rehabilitation presso la stessa Università non è stata solo una figura centrale nella neuropsicologia danese, ma ha avuto un ruolo cruciale sia a livello nazionale che internazionale per il fecondo sviluppo della riabilitazione olistica delle persone con una lesione cerebrale acquisita. Avendo lavorato intensamente con i l neuropsicologo russo Alexander Lurija (1902-1972) presso l’Istituto d i Neurochirurgia Burdenko all’Università di Mosca, ha compreso a p p i e n o l e s u e t e o r i e s u l funzionamento del lobo frontale e sull’esistenza di aree cerebrali operanti in sinergia. La visione teorica e l’approccio olistico alla riabilitazione di queste funzioni elaborati da Lurija sono diventati d e c i s i v i p e r l a s u a v i t a ” ( * I n t e r n a t i o n a l Neuropsychological Society: www.the-ins.org/our-ins-family/anne-lisechristensen ). Mi sembra strano, a distanza di 23 anni, ripensare che così giovane ho avuto il privilegio di poter incontrare più volte la professoressa che ha s e m p r e m o s t r a t o g r a n d e motivazione a trasmettere la sua esperienza a chi si affacciava a questa professione interessandosi alla situazione della neuropsicologia e della riabilitazione in Italia e in Campania e offrendo sulla base della sua esperienza consigli concreti. Nella sua casa si respirava aria di neuropsicologia; in un salotto vi era una grande statua in ceramica dalle sembianze tribali che mi spiegò di avere ricevuto in regalo, nel corso delle sue visite in Brasile, da Lucia Wil ladino Braga (Docente di Neuroscienze e Neuropsicologia, Presidente del SARAH Network of Rehabilitation Hospitals e fondatore dei Centri di ricerca in Neuroscience a Rio de Janeiro e Brasilia), tra i fondatori di un network di centri di riabilitazione di alta specializzazione. Proprio nel giorno in cui le feci visita per la prima volta aveva a seguire invitato alcuni membri dell’equipe del centro di Copenaghen per discutere del loro contributo alla Conferenza Internazionale della Brain Injury Association che si sarebbe tenuta proprio a Brasilia a cui un gruppo di loro, lei compresa, si accingeva a partecipare. Nell’altro salotto dalla forma ad emiciclo, che guardava attraverso una grande vetrata sul giardino, erano adagiati una serie di libri, tra questi vi era un testo curato da Anna Mazzucchi (docente di Riabilitazione Neurologica presso l’Università di Parma) e altri autori dal titolo “Cervello e pittura: effetti delle lesioni cerebrali sul linguaggio pittorico” (1994). Insomma stare nella sua casa era come muoversi in un museo della neuropsicologia e della riabilitazione che conteneva il passato ma che guardava anche al futuro. Nel 2001 la professoressa Christensen è venuta lei a Napoli per una settimana come o s p i t e dell’Ordine degli Psicologi della Regione Campania. Ha apprezzato molto questa terra e la nostra ospitalità, mostrando una grande capacità di cogliere tutti gli aspetti della comunicazione verbale e non-verbale, sua grande peculiarità che la rendeva un clinico particolarmente raffinato. In questa sua permanenza abbiamo organizzato anche un incontro con il professore Dario Grossi nell’ambito di un convegno tenutosi presso i l Complesso Monumentale del Belvedere San Leucio. Successivamente anche io nel 2002 ho potuto effettuare grazie alla sua presentazione uno stage nel Center for Brain Injury Rehabilitation da lei fondato e poi nel Department of Neurorehabilitation, TBI Unit (Copenhagen University Hospital, Rigshospitalet, Hvidovre, Denmark), dove ho potuto toccare con mano la modalità con cui lavorano in equipe i colleghi psicologi (specializzati in neuropsicologia e/o in psicoterapia), i medici, gli insegnanti, i fisioterapisti, i terapist i occupazional i e i logopedisti che utilizzano l’approccio olistico. La cosa che più mi ha colpito è stata la grande attenzione alla dimensione della vita concreta e quotidiana della persona che va aiutata a recuperare una propria adattabilità all’ambiente, quindi sono considerate parti intrinseche del progetto riabilitativo la necessità di visitare i luoghi (ad es. la casa, il posto di lavoro per capire se sono necessarie delle modifiche) e la conoscenza degli amici e dei parenti del paziente per individuare coloro che possono spiegare la personalità premorbosa e supportarne i l reinserimento nel contesto sociale. L’altro aspetto fondamentale mi è parso l’atteggiamento fortemente paritario dei ruoli professionali che all’ospedale di Hvidovre secondo me r a g g i u n g e v a l ’ a p i c e n e l l a consuetudine del venerdì di incontrarsi prima al mattino nella sala riunioni per fare colazione insieme con i dolci offerti a turno da un membro dello staff (il massimo della circolarità!). A distanza di alcuni anni, nel maggio del 2011, la professoressa è stata di nuovo a Napoli, ospite della Scuola Campana di Neuropsicologia “Lightner Witmer” (SCNp), dove ha tenuto delle lezioni sull’approccio o l i s t i c o , e ha i n c o n t r a
IL MODELLO DEI BIG FIVE E LE SUE APPLICAZIONI

Il modello dei Big Five è largamente utilizzato nei contesti in cui è importante fare delle previsioni rispetto al comportamento delle persone in diversi ambiti di vita. Questo modello sostiene che la personalità sia costituita da cinque fattori di base. Essi sono: Estroversione: riflette il grado in cui una persona è socievole, assertiva, e orientata verso gli altri Nevroticismo: si riferisce a come le persone reagiscono di fronte alle situazioni stressanti Amicalità: riflette la capacità di stabilire relazioni con gli altri Coscienziosità: identifica la tendenza alla pianificazione, alla persistenza e allo sforzo per raggiungere degli obiettivi Apertura mentale: riflette l’apertura mentale di una persona a nuove idee, esperienze e culture VEDIAMO ORA ALCUNE APPLICAZIONI DEL MODELLO DEI BIG FIVE Il modello dei Cinque fattori è largamente usato come strumento predittivo del livello di prestazione lavorativa degli individui. Un elevato livello di coscienziosità e un basso livello di nevroticismo sono i tratti che sembrano essere più predittivi di una prestazione lavorativa positiva. Alcuni studi suggeriscono anche che il livello di estroversione sia connesso positivamente al grado di coinvolgimento e partecipazione in quelle posizioni in cui è richiesta una grande interazione sociale. Ad esempio è il caso delle posizioni commerciali e del management. 2. Un altro ambito di studi molto sviluppato è quello relativo al legame tra i cinque fattori e la salute. Emerge che le persone con un elevato livello di coscienziosità sono coloro che vivono più a lungo. Questo perché tendono a mettere in atto una serie di comportamenti che promuovono e salvaguardano la propria salute, evitando di incorrere in comportamenti nocivi e lesivi. Ad esempio: tendono a seguire una dieta sana, a fare esercizio fisico… 3. Infine, un’altra particolare modalità attraverso cui il modello dei Big Five trova applicazione è il marketing. I cinque fattori possono anche essere usati per identificare le caratteristiche che definiscono una marca o un prodotto e, dunque, ottenere un profilo della personalità del brand. In questo caso, l’intento è indagare le reazioni e i legami che stanno alla base del rapporto tra prodotti e consumatori. Una marca percepita positivamente aumenta la propensione all’acquisto da parte degli stessi consumatori. La percezione che i consumatori hanno di una marca è un elemento molto importante perché fornisce a chi si occupa di pubblicità alcune indicazioni preziose relative alle caratteristiche su cui far leva nelle proprie pubblicità. BIBLIOGRAFIA Carver, C.S., Scheier, M.F., Giampietro, M., & Iannello, P. (2019). Psicologia della personalità: prospettive teoriche, strumenti e contesti applicativi. Milano-Torino: Pearson Italia
Il mito della produttività: quando “fare sempre di più” diventa un problema psicologico

Viviamo in una cultura che premia la produttività. Essere impegnati, efficienti, sempre attivi è diventato non solo un obiettivo, ma spesso un criterio con cui valutiamo il nostro valore personale. Ma cosa succede quando il bisogno di “fare” prende il sopravvento sul bisogno di “essere”? Negli ultimi anni, sempre più persone sperimentano una forma di disagio legata alla pressione costante a essere produttivi. Non si tratta solo di carichi di lavoro elevati, ma di una mentalità interiorizzata che rende difficile fermarsi senza sentirsi in colpa. La produttività come identità Per molte persone, la produttività non è più solo un comportamento, ma una parte dell’identità. “Valgo se produco”, “sono utile se faccio”: questi pensieri, spesso inconsapevoli, guidano le scelte quotidiane. Il problema nasce quando il tempo libero viene vissuto come tempo “sprecato” e il riposo come qualcosa da meritare. In questo scenario, anche le attività piacevoli rischiano di trasformarsi in obiettivi da ottimizzare. Le radici del problema Questa dinamica affonda le sue radici in diversi fattori: Quando la produttività diventa disfunzionale Essere produttivi non è di per sé negativo. Il problema emerge quando diventa compulsivo. Alcuni segnali da osservare: In questi casi, la produttività smette di essere una risorsa e diventa una forma di auto-pressione. Rallentare non è fallire Una delle convinzioni più difficili da mettere in discussione è che rallentare significhi perdere tempo o opportunità. In realtà, il riposo è una componente essenziale del funzionamento umano: senza pause, la mente perde lucidità, creatività ed energia. Rallentare significa creare spazio per pensare, sentire, scegliere. Significa anche recuperare un rapporto più autentico con se stessi. Verso una produttività sostenibile Più che abbandonare la produttività, l’obiettivo è ridefinirla. Alcuni spunti utili: Una domanda importante Forse la domanda più utile non è “quanto sto facendo?”, ma “come sto mentre faccio?”. Recuperare questa prospettiva può aiutarci a uscire da una logica puramente quantitativa e a costruire una relazione più sana con il tempo, il lavoro e noi stessi. Perché una vita piena non è necessariamente una vita piena di cose da fare.
Il metaverso e un approccio equilibrato ad esso

Negli ultimi anni, l’avvento del metaverso è diventato argomento di discussione e di curiosità in diverse discipline, sia scientifiche che umanistiche. L’utilizzo costante di internet ha fatto sì che si sviluppasse la possibilità di creare una realtà virtuale o aumentata, fruibile da tutti e con avatar con caratteristiche a scelta. I sostenitori del metaverso lo considerano come una vantaggiosa opportunità per vivere una realtà alternativa o parallela alla propria. L’utente costruisce un personaggio, che svolge la propria vita, stabilisce relazioni sociali, si crea una famiglia e lavora, realizza degli spazi che mette a disposizione anche degli altri. Tutto questo determina un’esperienza immersiva di condivisione di spazi e luoghi, ovviamente di tipo esclusivamente virtuali. Il metaverso è quindi considerato un “luogo” che garantisce relazioni sociali, mediante la connessione; uno spazio di condivisione in cui non esistono distanze. In effetti, le potenzialità offerte dalla rete e dal suo utilizzo, hanno un rovescio della medaglia, soprattutto se si pensa agli effetti psicologici sull’essere umano. In primis, la possibilità di creare personaggi dall’espetto gradevole, perfetto e talvolta poco realistico, determina una minaccia alla propria autostima. Il mondo creato, dove tutti ostentano pregi e non hanno difetti, determina l’eventualità di vivere poi il proprio corpo e la propria personalità con disagio. Dal punto di vista della socializzazione, i potenziali effetti negativi possono essere ricercati, quindi, nell’illusione di avere tanti amici. Il sentire l’esigenza di dover passare molto tempo nel metaverso, privilegiandolo e a discapito della vita reale, diventa un campanello di allarme e di riflessione. Spesso, quando la propria vita, fatta di contatti fisici e emozioni, non è più soddisfacente, si tende a ricercare un altrove, che possa nuovamente farci sentire bene. Il metaverso è utile se lo si considera opportunamente un prolungamento della realtà vissuta e non un rifugio confortevole o un’alternativa ad essa.
IL MARKETING SPORTIVO E LA PSICOLOGIA

Nel mondo dello sport, il tifo non è solo una questione di passione per una squadra, ma anche di connessione e coinvolgimento emotivo. Il marketing sportivo si avvale di questa psicologia dei tifosi per creare strategie che coinvolgano e fidelizzino i sostenitori in modo efficace ed emozionante. In questo articolo vedremo alcuni punti cardine, che chi si occupa di marketing sportivo deve conoscere. 1. COMPRENDERE LE EMOZIONI DEI TIFOSI La base del marketing sportivo efficace risiede nella comprensione delle emozioni che guidano il comportamento dei tifosi. Le emozioni possono essere utilizzate dalle squadre e dalle organizzazioni sportive per creare legami emotivi più profondi con i propri sostenitori e stimolare l’azione. Un esempio è la campagna “Hala Madrid” realizzata dal Real Madrid, attraverso la quale la squadra usa video emozionanti che celebrano i momenti di gloria del club. Questi video sono accompagnati da slogan potenti che trasmettono un senso di appartenenza e identificazione con la squadra come “We are Madrid” o “Juntos somos mas fuerte” (“Insieme siamo più forti”). 2. BRANDING EMOTIVO E IDENTITA’ DEL MARCHIO Le squadre sportive sfruttano il branding emotivo per costruire un’identità di marca che risuoni con i tifosi. Questo può includere la creazione di slogan, simboli e colori distintivi che evocano emozioni e sentimenti di appartenenza. Ad esempio, la campagna “You’ll never walk alone” del Liverpool FC non solo riflette il sostegno dei tifosi per la squadra, ma crea anche un senso di unità e solidarietà tra i sostenitori. 3. COINVOLGIMENTO DELLA COMMUNITY E PARTECIPAZIONE DEI TIFOSI Le squadre sportive coinvolgono attivamente i tifosi attraverso iniziative che promuovono l’interazione e la partecipazione della community. Un esempio è l’iniziativa “Inter Village” dell’Inter, che prevede la creazione di aree dedicate ai tifosi all’interno dello stadio San Siro. Qui i tifosi possono partecipare a eventi pre-partita, incontrare i giocatori e godere di intrattenimento dal vivo. Tali iniziative non solo incoraggiano l’interazione dei tifosi, ma creano anche un senso di coinvolgimento e appartenenza alla squadra. 4. PERSONALIZZAZIONE DELL’ESPERIENZA DEL TIFOSI Il marketing sportivo si sta spostando sempre più verso l’offerta di esperienze personalizzate per i tifosi. Le squadre usano dati e tecnologie avanzate per comprendere meglio i propri sostenitori e offrire contenuti e offerte su misura. Ad esempio, le app per i tifosi possono fornire aggiornamenti in tempo reale sulle partite, offerte esclusive per i membri e contenuti personalizzati basati sull’interesse e sulle preferenze dei tifosi. 5. IMPORTANZA DELL’ESPERIENZA DELLO STADIO L’esperienza dello stadio gioca un ruolo cruciale nel coinvolgimento dei tifosi e nel successo del marketing sportivo. Le squadre investono in infrastrutture e servizi che migliorano l’esperienza dei tifosi durante le partite, come aree lounge esclusive, cibo e bevande di alta qualità e intrattenimento dal vivo. Un’esperienza positiva allo stadio non solo aumenta il coinvolgimento dei tifosi, ma può anche influenzare positivamente la percezione complessiva della squadra e del marchio. In conclusione, la psicologia dei tifosi svolge un ruolo fondamentale nel marketing sportivo, guidando strategie che creano connessioni emotive profonde con i sostenitori. Comprendere le emozioni, il comportamento e le preferenze dei tifosi consente alle squadre e alle organizzazioni sportive di sviluppare campagne di marketing più efficaci e coinvolgenti, che promuovono l’interazione, la fedeltà e il supporto continuo dei sostenitori.
Il lutto tabù: il lutto perinatale

di Barbara Casella da Psicologinews Scientific Spesso tendiamo a contrapporre la nascita alla morte ma sono due facce della stessa medaglia, chiamata vita. Il lutto è un sentimento di forte dolore per la morte di una persona cara, che tutti sperimentano nel corso della propria vita. La nostra società propende a nascondere il lutto, a isolarlo, invitando la persona che sta affrontando una perdita ad andare avanti. La pretesa di superare velocemente un cordoglio, può comportare una carenza nell’individuazione del tempo e lo spazio necessario per accogliere il dolore. Ne consegue un accentuato senso di vulnerabilità e solitudine che le persone in lutto tendono a provare, favorendo il lutto complicato. Nel complesso scenario del lutto, il lutto perinatale è ritenuto totalmente anti-natura in quanto, associa alla nascita la morte. Il termine lutto perinatale indica la perdita di un bambino dalla seconda metà della gravidanza al primo mese dopo la nascita. Il termine lutto prenatale intende l’interruzione della gravidanza in qualsiasi epoca gestazionale. Gli eventi che comportano la perdita di un figlio nel periodo perinatale comprendono l’aborto spontaneo, l’interruzione volontaria o terapeutica della gravidanza, la morte intrauterina e la morte dopo il parto. Diversamente da come s i può immaginare, l’interruzione della gravidanza è un’esperienza comune a molte donne, infatti, secondo dati statistici circa una su sei vive questa traumatica esperienza, ma socialmente continua ad esserci poca attenzione sull’argomento. Il lutto perinatale è ritenuto totalmente innaturale, poiché al concetto gioioso di nascita, di vita, bisogna associare quello doloroso di morte. La naturale evoluzione del ciclo di vita è sconvolta: la morte di un figlio aspettato, desiderato, diviene inspiegabile. Il progetto familiare, di coppia, di genitorialità, è bruscamente interrotto; per le donne in attesa il proprio corpo da guscio accogliente e protettivo, diviene un oggetto inaffidabile, inutile. L’idea predominante dei genitori in lutto è di non essere riusciti a proteggere il proprio bambino, di non essersi accorti in tempo cosa stava accadendo, e di avere commesso qualche errore che ha causato la sua morte. La fine inaspettata della gravidanza rappresenta la perdita di una persona cara con cui durante la gestazione i genitori e gli altri familiari hanno stabilito un legame, attraverso il test, ecografie, movimenti fetali e, in genere, la preparazione al nuovo arrivo. Il legame di attaccamento in costruzione è traumaticamente i n t e r r o t t o . La rappresentazione del bambino, le fantasie circa i cambiamenti del proprio corpo, l’organizzazione familiare, della propria casa, tutto è interrotto e si trasforma in un tabù, un argomento di cui non parlare. Un’eclatante dimostrazione dell’indicibilità del lutto perinatale è l’inesistenza di un nome per indicare i genitori che perdono i figli in epoca perinatale. La mancanza di un’attenzione collettiva alla tematica, può contribuire alla costruzione del fossato di solitudine che si crea intorno al genitore in lutto. Quando i genitori ricevono la notizia che il proprio bambino è morto, sono investiti da un tornado di emozioni: incredulità, confusione, paura, rabbia, un dolore fisico e psicologico. In pochi istanti tutto cambia, si è travolti da un sentimento d’impotenza di fronte alla perdita del proprio bambino; tutte le sicurezze cadono, non ci sono appigli. Il dolore diviene accecante e totalizzante, con l’unica certezza che nulla sarà più come prima; il futuro è oscurato da un dolore snaturante e ogni ipotesi di vita sembra irrealizzabile. Indipendentemente dall’epoca gestazionale una tale notizia è devastante, la diversa intensità può essere data dall’investimento affettivo, dal significato che i genitori hanno dato all’attesa e dalla storia personale di ciascuno. La modalità con cui è comunicata la notizia ai genitori e le prime persone con cui entrano in contatto condizionano la conseguente elaborazione. A tal motivo, è di f o n d a m e n t a l e i m p o r t a n z a una comunicazione efficace, sensibile, rispettosa e un buon sostegno fin dai primi attimi. In Italia, di fronte alla morte di un bambino in gravidanza, non ci sono delle linee guida cui fare riferimento, tutto è lasciato alla sensibilità del personale sanitario e a l l ‘ a t t i v a z i o n e d i associazioni che si occupano di lutto perinatale. Spesso si assiste a personale sanitario non preparato nelle procedure e che si mostra distaccato a livello emotivo. Tale atteggiamento può amplificare il senso di disorientamento dei genitori, che hanno appena saputo di aver perso il bambino, e può aggiungere altro dolore, non facilitando così l’inizio del percorso di elaborazione. È noto che gli operatori sanitari siano una categoria professionale ad alto rischio burnout: lavorare ogni giorno con la morte, la malattia e il dolore, può portare al rischio di de-umanizzare le cure, rendendole semplici routine. Tale distacco emotivo può creare una barriera tra il curante e il curato, che da un lato funge da cuscinetto per diminuire l’impatto delle situazioni difficili e dall’altro però impedisce relazioni soddisfacenti, nel qui e ora, e di sintonizzarsi sui reali bisogni personali e altrui. La formazione del personale s a n i t a r i o , q u i n d i , d i v i e n e d i fondamentale importanza per contenere e seguire i genitori in modo efficace ed empatico e, allo stesso tempo, per sostenere gli stessi operatori. La prima reazione dei genitori alla notizia dell’interruzione della gravidanza è solitamente caratterizzata dalla n e g a z i o n e , d a l l o s t o r d ime n t o , dall’incredulità. Molti genitori in lutto nei loro racconti descrivono quel momento come sentirsi trascinati in una vita che non li appartiene, anche se allo stesso momento sono tenuti a dover prendere delle decisioni fondamentali in modo rapido (interruzione, parto, autopsia, sepoltura). In seguito, si inizia a realizzare che è tutto vero, emerge la consapevolezza che il proprio bambino non c’è più. Il ritorno a casa con le braccia vuote e il corpo e la mente stracolme di
Il lutto di molti e la morte della Regina. Una sofferenza reale?

Reale e reale, in italiano, hanno un doppio significato, ma questo non è un gioco di parole; si riferisce alla natura dell’emozione vera, impressionante e documentata in questi giorni da un eccezionale evento storico: la morte della Regina Elisabetta II, con immagini, pensieri, parate, filmati d’epoca, interviste, cerimoniali ordinati e allo stesso tempo rigidi e profondamente partecipati. Televisioni in diretta da tutto il pianeta, il viaggio del feretro, gli incontri della famiglia con la gente, l’insediamento di un re appena dopo la perdita di una madre e i sentimenti misti per una fine e un inizio simultanei: la sovrana che ha regnato per 70 anni ha visto molto del mondo e delle sue dinamiche politiche e psicologiche, a tutte le latitudini, e ha ispirato una commozione di proporzioni mai documentate prima nella storia. Ma quali sono le spiegazioni psicologiche che la scienza dà per un dolore così ampiamente condiviso? La maggioranza delle persone che piangono la Regina d’Inghilterra non l’avevano mai incontrata né le erano in alcun modo vicine: questa ondata di emozioni ha coinvolto migliaia di persone sconosciute alla sovrana e che non avevano avuto alcun rapporto concreto con lei. La ricerca psicologica sul lutto si concentra in gran parte sulla perdita di genitori, figli, amici intimi, coniugi o persone amate e conosciute. Ma anche le relazioni unilaterali tra una persona e un personaggio pubblico, un attore, un cantante, una celebrità o – come in questo caso – un membro della famiglia reale, possono causare un dolore reale e acuto: queste relazioni sono definite “parasociali” e hanno un significato importante nella vita di moltissime persone. Basti a tutti pensare come è possibile legarsi, in adolescenza, ai poster appesi in camera, o a uno scrittore che ci sembra di conoscere intimamente, o a un cantante, o al personaggio di un libro o di un film. In tempi contemporanei, l’influencer è un esempio perfetto di relazione parasociale, con conseguenze evidenti sulle emozioni e sulla partecipazione di chi si sente legato all’individuo di cui segue la vita pubblicata in diretta. Presso l’Università di York, nel Regno Unito, Louise Richardson, filosofa e ricercatrice, ha co-diretto un progetto in cui si tratta specificamente di lutto: “Grief: A Study of Human Emotional Experience”. L’ipotesi dei ricercatori è che il dolore, nei casi di una perdita in una relazione “parasociale”, sia correlato alla sensazione di perdita di possibilità che una persona sperimenta nella propria prospettiva di vita. In sostanza, tutti siamo legati a visioni e narrazioni del mondo, che lo costituiscono per noi con caratteristiche riconoscibili, rassicuranti e prevedibili. Il lutto è un’interruzione dura e dirompente di questo mondo conosciuto, una sgretolazione delle nostre ipotesi. Le perdite che ci causano dolore sarebbero quelle che cambiano in modo irreversibile e sconvolgente il mondo che diamo per acquisito, in cui ci aspettiamo di poter continuare a vivere. Un mondo illusoriamente continuo e con alcune caratteristiche di immutabilità, condizioni indispensabili per procedere nell’esistenza. Per questo, al di là delle associazioni con le nostre nonne o le nostre madri, la morte di una regina sempre esistita nell’immaginario di tutti gli esseri umani più giovani dei suoi 96 anni, è un momento che in qualche modo ci riguarda. Secondo i ricercatori, quando si perde una persona si perde una parte di sé stessi, del proprio mondo: nel caso di una persona distante, il lutto dura di meno, anche se questo è un terreno difficile su cui indagare con metodi scientifici. Come sappiamo, i casi di lutto patologico contengono emozioni e legami irrisolti che contribuiscono a prolungare in modo abnorme i sentimenti di perdita e di smarrimento, oltre i fisiologici tempi di dolore e di ripresa: ma nel caso delle relazioni parasociali – come nel caso della morte della regina – secondo i ricercatori è raro che si verifichi un prolungamento del dolore, anche quando è del tutto reale, come si è visto. Anche i processi di identificazione, come sappiamo, sono ampiamente coinvolti in questi fenomeni. Quando guardiamo un film e ci commuoviamo, è un modo per liberare emozioni che ci coinvolgono nella vita reale; con la protezione di un forte movimento emotivo separato dalla realtà: viviamo il dolore, è vero, e lo riferiamo a un nostro possibile dolore reale; ma in modo meno pervasivo e persistente nel tempo, più tollerabile. L’argomento è complesso, si tratta di numerose emozioni differenti e combinate. Ma un momento come questo, un lutto come quello della Regina Elisabetta, può servirci da spunto per approfondire e indagare la natura umana. Se le principesse sono materia dei sogni di quando siamo piccole, le regine servono a ricordare che la nostra avventura può cambiare durante il corso dell’esistenza. E che ogni cambiamento è sia dolore sia possibilità e opportunità: anche quando serve un po’ di tempo per superare, o modificare, le emozioni collegate.