Cos’è il gioco?

di Veronica Sarno Sembra una domanda semplice, dalla risposta veloce cioè che si tratta di un’attività che svolgono per lo più i bambini, a volte gli adulti per diletto; tuttavia, questa, pur non essendo una risposta errata, certamente non può ritenersi esaustiva. Consideriamo il fatto che il gioco è un’attività che ha radici remote, possiamo dire che ogni epoca ha avuto i propri giochi. Il gioco, quindi, è una vera e propria espressione della cultura umana nel qui ed ora, vale a dire nel momento stesso in cui si sviluppa. La parola italiana “gioco” riunisce nel suo significato i termini latini “iocus” (scherzo, celia, burla, passatempo, trastullo, cosa di poca importanza, facezie) e “ludus” (letizia, gioia, felicità, manifestazioni pubbliche, spettacoli scenici, gioco di azione, attività sportiva in competizione, con un carattere più serio); in inglese, ancora oggi, si distingue il termine game dal termine play. Game inteso come gioco, partita, piano coraggioso, cacciagione, punteggio; Play inteso come giocare ludico, conteggio, commedia, divertirsi, suonare. Il gioco è utile a rilassarci e dilettarci, facendo emergere la nostra creatività e permettendoci di aumentare e migliorare le nostre capacità, fisiche o mentali, a seconda del tipo del gioco intrapreso. Caratteristica principale del gioco è la scelta volontaria di giocare: la volontarietà della decisione esprime una libertà, scegliamo liberamente di metterci in gioco e giocare, accettiamo di sottostare a regole stabilite a priori, questo tuttavia non risulta stressante. Abbiamo, inoltre, la possibilità di cambiare di volta in volta le regole del gioco che stiamo per effettuare, regole che tuttavia, una volta stabilite, dobbiamo impegnarci a rispettare. Il concetto di gioco è stato in particolar modo approfondito in ambito pedagogico quale strumento fondamentale nello sviluppo delle fasi evolutive del bambino. Attraverso il gioco, in particolare mediante i vari tipi di giochi (giochi senso-motori, giochi simbolici, giochi funzionali, giochi solitari, giochi liberi e giochi guidati) adatti alle varie fasi di crescita del bambino, questi raggiunge le tappe dello sviluppo e del progresso psicofisico, emotivo e logico. Durante l’età evolutiva, il gioco consente al bambino di esercitare la mente e il corpo, sviluppare la fantasia, imparare a controllare l’emotività, così man mano il bambino giocando impara a socializzare e comunicare con gli altri coetanei e con gli adulti. Il gioco pertanto realizza una tappa fondamentale dello sviluppo complessivo della personalità del bambino ed è per ciò che esso va stimolato, permesso, potenziato. Nell’arco degli ultimi decenni, diversi studi hanno evidenziato anche gli effetti terapeutici del gioco nei bambini che manifestano disturbi psicologici, ad esempio quali iperattività o disturbi più complessi come i disturbi dello spettro autistico; in questi bambini – coinvolgendoli in determinati giochi – si riesce a stimolare la negoziazione, affinché il bimbo arrivi a svolgere compiti a cui diversamente si sottrarrebbe in maniera perentoria; si permette così, in una fase successiva e per piccoli gradi, di sviluppare la capacità di chiedere e di condividere, ponendo le basi della prima socializzazione, che rappresenta uno degli aspetti di maggiore di difficoltà per questi bimbi. Lo psicologo, biologo e pedagogista svizzero Jean Piaget, fondatore dell’epistemologia genetica, dedicatosi alla psicologia dello sviluppo, è tra coloro che hanno attributo al gioco caratteristiche fondamentali per lo sviluppo cognitivo del bambino nei primi mesi e primi anni di vita. In Piaget, infatti, già tramite le attività di esplorazione, manipolazione, sperimentazione, inizialmente del suo corpo e successivamente degli oggetti esterni, i l bambino apprende ad armonizzare le sue azioni con le proprie percezioni, ad afferrare le prime connessioni causa-effetto. Per quanto riguarda il gioco nello specifico, lo psicologo ginevrino mette a punto una classificazione che lega gli stadi di sviluppo del gioco con la vera e propria maturazione cognitiva (Piaget 1971). La teoria di Piaget è diventata poi la base per la creazione di un sistema di classificazione e di analisi dei giochi e dei giocattoli, denominato Sistema ESAR, Exercise-Symbole-Assemblage- Regle, sviluppato da Denise Garon, Rolande Filion e Manon Doucet (Garon, Filion, Doucet, 2015) (1). Questo sistema viene adoperato nelle ludoteche dei paesi francofoni e nella classificazione dei giocattoli nelle ludoteche italiane. In base alla tabella di classificazione ESAR i giochi sono suddivisi in base alle abilità funzionali, a quelle sociali e al tipo di esercizio sensoriale. Tali specifiche sono importanti per gli educatori che proponendo uno specifico gioco sanno quali operazioni mentali dovrà svolgere il bambino e quali abilità dovrà implementare. In maniera più generale si può asserire che nell’adulto il gioco rappresenta un momento di libertà e di scelta rispetto agli impegni e dalle responsabilità della vita quotidiana e del lavoro; nel gioco la persona adulta spesso ricerca momenti di evasione e rilassamento. Lo psicologo russo Vygotskij (Vygotskij 1966) individua nel gioco altresì la spinta per l’evoluzione affettiva ed umana del ragazzo, non solo di quella cognitiva come in Piaget. Lo studioso russo evidenzia come il gioco raffiguri una risposta del bambino alle prese con i propri bisogni anche in relazione al contesto sociale; il gioco ha l’importante attività di affrancare gli oggetti dal loro potere vincolante, ossia, gli oggetti utilizzati nel gioco non propongono vincoli per il comportamento del bambino, all’opposto acquistano nuovi significati: all’interno del gioco il pensiero è separato dagli oggetti reali e l’azione nasce dalle idee più che dalle cose, infatti, ad esempio, un pezzo di legno comincia ad essere una bambola e un bastone diventa un cavallo. Condensando il pensiero di Vygotskij circa il gioco, possiamo dire che il gioco racchiude in sé, intatte, le inclinazioni evolutive rappresentando esso stesso una fonte essenziale di sviluppo. Gli oggetti, in questo approccio, per il bambino sono liberati dalla loro funzione reale e vincolante e tramite situazioni diverse portano all’acquisizione di nuovi significati. Per Jerome Bruner, psicologo statunitense, che ha contribuito allo sviluppo della psicologia culturale nel campo della psicologia dell’educazione, il gioco è soprattutto una maniera di progredire nell’apprendimento in un perimetro ben definito, in una cosiddetta situazione “controllata”, in cui, cioè, sono ridotti in modo significativo i pericoli di una violazione delle regole sociali (Bruner 1960, Bruner 1996) (2). Il giocare viene visto quindi da Bruner come
Tutta colpa di Gauss: la perversione del tutti uguali. Bambini persi tra un quoziente intellettivo compreso tra 71 e 84

di Roberto Ghiaccio Nell’ormai rimpianto 2014 usciva un film, Tutta colpa di Freud, nel 2021 vorrei scrivere è tutta colpa di Gauss. Si capirà non sono certo di ispirazione freudiana, anzi, sono guassiano, psicometrista accanito, incallito, su ranghi percentili, distribuzioni, curve…però a tutto c’è un limite, e non è il limite di una funzione, ma il limite di una umanità, una biodiversità, una neuro varietà che non può annullarsi in un paradigma assimilazionista, dove chi si discosta dalla media, chi è un po’ ai limiti dei margini della campana deve rientrare all’interno della campana. Una nuova patologia bussa alle porte: la sindrome normotica. In un tempo in cui i bambini non vanno a scuola col grembiule ma col camice una WISC non si nega a nessuno, ovviamente una Wechsler Intelligence Scale for Children- IV. Eppure, il buon vecchio Gauss diceva, la più grande soddisfazione non è la conoscenza, ma il processo dell’apprendimento, non il possesso del sapere, ma il processo per raggiungerlo, oggi parliamo di quei bambini i cui processi o prodotti ricadono in una zona limite, proprio sulla parabola discendente della curva di Gauss. Il Funzionamento Intellettivo Limite (FIL) è definibile come una meta-condizione di salute che richiede specifiche cure pubbliche, educative ed anche attenzione legale. È caratterizzato da disturbi cognitivi che possono essere eterogenei e che sono tuttavia accumunati dalla presenza di un Quoziente Intellettivo (QI) totale il cui punteggio è compreso tra 71 e 84 e da un deficit nel funzionamento personale, che limita le attività e la partecipazione sociale (Salvador-Carullaa et al., 2013). I bambini FIL possono presentare deficit cognitivi, impaccio motorio e difficoltà nel costruire relazioni affettive soddisfacenti, in un quadro che aumenta sensibilmente la probabilità di sviluppare patologie psichiche durante l’adolescenza e l’età adulta, ponendo questi soggetti ai margini dell’attività sociale (Emerson, Einfeld, e Stancliffe, 2010; Hassiotis, Tanzarella, Bebbington, e Cooper. 2011). Ad oggi, anche dopo l’introduzione del DSM5, il FIL rimane una categoria clinica scarsamente definita ed anche marginale. Molto scarsa è la ricerca sul funzionamento intellettivo limite, si tratta di una specie di “limbo diagnostico” tra normalità e disabilità intellettiva. Nel 2000 il DSM IV-TR gli dedicava poche righe a pag. 783, nel 2013 il DSM 5 7 righe a pag.845. I l cosiddetto FIL, funzionamento intellettivo limite, non è presente come entità diagnostica all’interno dell’ICD 10, alle volte è forzato in nella categoria R41.8, «Altri sintomi e segni non specificati associati alle funzioni cognitive e alla coscienza». Il codice R41.83, che talora si riscontra in alcune diagnosi, non è un codice ICD ufficiale dell’OMS. Questo è un codice presente nella modifica statunitense dell’ICD-10-CM, utilizzato prevalentemente per scopi forensi e assicurativi. A dover di corona va ricordato che nel DSM IV i l Funzionamento Intellettivo Limi te (V62.89 e R 41.8) veniva collocato in «Altre condizioni che possono essere oggetto di attenzione clinica», e venivano fornite specifiche indicazioni, in particolare sull’uso delle deviazioni standard, per porre la diagnosi: «Questa categoria può essere usata quando l’oggetto dell’attenzione clinica è associato con un funzionamento intellettivo limite, cioè, un QI di 71-84. I notevoli cambiamenti introdotti dal DSM- 5, e quelli che verrano introni dall’IDC -11 non sono solo terminologici e relativi ai criteri diagnostici, ma suggeriscono un cambiamento di rotta: minore ricorso ai punteggi di QI e una maggiore importanza ai processi di adattamento. Tuttavia, bisogna evitare di rendere il FIL un cestino psichiatrico, dall’alto rischio tassogeno moltiplicando etichette come ‘borderline cognitivo’, ‘funzionamento intellettivo borderline’, ‘slow learner’ che rendono la definizione ancora più ambigua. Il Fil si configura come una metasindrome, una meta-condizione per meglio dire, ancora non ben definita, in cui ricade tra il 14 ed il 7% della popolazione dove possiamo trovare gli esiti di sindromi genetiche e dismetaboliche, i residui di un ritardo dello sviluppo, gli effetti di altri disturbi del neruosviluppo, ADHD, autismo ad alto funzionamento, disturbi d’ansia e dell’umore, o anche, gravi disturbi dell’apprendimento reduci l’effetto San Matteo, ma anche forme di svantaggio socio-economico e scarsa stimolazione. Questa fascia “non normale ma neppure con ritardo” necessita di particolare attenzione, non solo dal punto di vista psicometrico, ma dal punto di vista potenziale, come il bambino risponde alle richieste socio-ambientali, alle richieste di apprendimento, ma soprattutto quali punti di forza trainanti del soggetto su cui fare leva ed ampliare l’area di sviluppo prossimale. Certo è che il Fil è una risultante, una condizione eterogenea, per cause e per profili di funzionamento, dove una debolezza cognitiva può portare a non rispondere in modo atteso e tipico alle richieste dell’ambiente esterno. Presentano una lentezza esecutiva, una fatica, che prescinde dall’impegno profuso. Son bambini che necessitano di più spiegazioni, di esempi più concreti, che sfruttano stili cinestetici. Necessitano di tempi più lunghi di pause più frequenti. Possiamo ritrovare un funzionamento neuropsicologico caratterizzato da: lentezza nell’ acquisizione delle informazioni, viscosità cognitiva nella ricerca-elaborazione di soluzioni, opacità nell’integrazione di informazioni, difficoltà nel generalizzare gli apprendimenti, difficoltà di planning e sequencing, difficoltà nella memoria di lavoro, labilità attentiva con facile distraibilità. La categoria Fil, terra di mezzo la confine tra normalità e patologia, vede in una chiara delimitazione psicometrica una vasta gamma di manifestazioni comportamentali. È un condizione complessa, caratterizzata da una grande variabilità, il QI nel range borderline deve associarsi a necessità di supporto per poter rispondere adeguatamente alle richieste del contesto di vita per poter definire una condizione clinica di FIL, la valutazione multidimensionale deve estendersi anche oltre che alle funzioni adattive anche alle funzioni di parenting. Il FIL è una condizione pervasiva che può influenzare i l funzionamento generale della persona (e.g. Nouwens et al., 2017). Gli individui con FIL incontrano molti ostacoli nel corso della vita e presentano più elevati rischi di manifestare problemi educativi, di salute mentale e sociali (e.g. Salvador-Carulla et al., 2013). Prestazioni scolastiche carenti aumentano i l rischio di abbandono scolastico (e.g. Karande et al., 2008) e difficoltà generalizzate negli apprendimenti (e.g. Ninivaggi, 2009). La letteratura ci segnala: Compromissioni a carico della memoria di lavoro (e.g. Alloway, 2010; Schuchardt et al., 2011), sia nella componente verbale che
IL POTERE SEDUTTIVO DI INTERNET

Perchè è necessaria un’educazione digitale di Loredana Luise Il tema della sicurezza di ragazzi e adolescenti che navigano in rete è un tema estremamente delicato e complesso che torna purtroppo spesso alla ribalta ogni qualvolta viene diffusa qualche notizia di cronaca legata al cattivo uso che i minori fanno, in molte casi, delle nuove tecnologie e di internet in particolare. Il termine “DIGITALE” viene usato spesso come sinonimo di tecnologia, di strumenti informatici (Internet, smartphone, tablet, Pc), in realtà digitale oggi è un termine che identifica un ambiente al cui interno si sviluppano, si creano e si mantengono delle relazioni. Questo è un nodo fondamentale del rapporto minori internet che, per necessità cronologica, ricercano al di fuori della famiglia stimoli e opportunità di confronto, facendo diventare la socializzazione il motore primario della loro vita. Quindi: DIGITALE E’ UN LUOGO DI RELAZIONE Spesso incontro genitori che manifestano preoccupazione rispetto al rapporto dei loro figli con il digitale, al punto di vietarne totalmente l’accesso; altri invece attribuiscono sufficiente fiducia ai figli e alla loro capacità di esplorare questo “nuovo” mondo lasciandoli da soli a gestirne l’utilizzo; altri ancora che consapevoli dei rischi e dei mille pericoli cercano di informarsi e di seguire le molte indicazioni che provengono da diverse fonti di informazione ma il dubbio che assale la maggior parte di loro è capire quale sia il giusto atteggiamento da un punto di vista educativo nei confronti del rapporto digitale e minori. Innanzitutto mi preme sottolineare che il web non va assolutamente demonizzato. LA TECNOLOGIA NON E’ POSITIVA O NEGATIVA in assoluto ma dipende da tanti fattori tra cui il MODO e il CONTESTO IN CUI LA SI UTILIZZA, e dai FATTORI DI PERSONALITA’ dei suoi fruitori ecc. Le opportunità fornite dall’uso di internet in termini di sviluppo cerebrale, personale e di apprendimenti in genere, sono documentate in diverse ricerche. Le App di apprendimento sono strumenti utilissimi non solo per l’acquisizione di nuovi contenuti ma anche di stimolazione e consolidamento. Alcuni studi hanno evidenziato ad esempio che i tanto demonizzati videogiochi sono in grado di stimolare abilità cognitive importanti e utili allo sviluppo cerebrale. Ad esempio in uno studio pubblicato sulla rivista Nature è stato evidenziato che dopo soli dieci giorni di gioco a “Medal of Honor”, i soggetti testati mostravano un drastico aumento dell’attenzione visiva e della memoria (Green &Bavelier, 2003). Le nuove tecnologie, come qualsiasi altra spinta cognitiva esterna, rappresentano inoltre anche per noi adulti una vera e propria fonte di attivazione della plasticità neuronale. Si parla molto oggi in neuroscienze di quanto sia importante stimolare il nostro cervello attraverso attività diversificate e inconsuete, in modo da salvaguardarsi dalla precoce degenerazione dei neuroni stessi e delle loro connessioni: in questo senso internet rappresenta anche per noi adulti un continuo esercizio di plasticità che ci salvaguardia dall’invecchiamento cerebrale precoce. Un altro aspetto importante da tenere in considerazione, rispetto alla relazione tra digitale e crescita, e’ quello non trascurabile dello sviluppo della personalitàche passa, per necessità cronologica, anche dal sempre maggiore bisogno di confronto con i pari. Nel 2022 i pari corrispondo anche al web e alle relazioni che vi si instaurano al suo interno, sia che siano noti, sconosciuti, vicini o lontani. Le piattaforme Social inoltre, offrono la possibilità di creare diversi sé possibili e se queste occasioni vengono utilizzate correttamente possono attivare un processo di arricchimento personale molto importante. Mentire in rete su chi si è realmente è facilissimo così come lo è la possibilità di costruirsi identità fasulle. A questo punto a livello di costruzione della personalità il rischio qual è con gli adolescenti? Probabilmente il rischio più grande è che alla fine i ragazzi non sappiano chi siano veramente e chi vogliano realmente diventare. Mi è capitato d’incontrare ragazzi con un numero indefinito di profili Instagram nei quali si presentavano con età diverse, identità sessuali definite o indefinite alla ricerca di capire quale immagine di loro potesse compiacere maggiormente il loro ego e il loro smodato bisogno di riconoscimento altrui. Il profilo che riceve più approvazioni solitamente è quello in cui si riconoscono temporaneamente ma che verrà presto sostituito da una nuova sperimentazione di sé possibile in tempi brevi. Altro aspetto da non sottovalutare è che il cervello dei bambini e degli adolescenti è funzionalmente e strutturalmente diverso da quello degli adulti. Le aree frontali del cervello, che nell’adulto governano le funzioni esecutive e i processi decisionali, completano la loro maturazione solo dopo i 20 anni. Queste aree sono deputate al ruolo di mediazione tra la spinta emotiva e la risposta comportamentale e da questo si spiega l’impulsività che caratterizza i bambini e gli adolescenti e la loro difficoltà a pianificare e progettare razionalmente. Tradotto in termini pratici vuol dire che riuscire a controllare l’impulsività della risposta, e pensare alle conseguenze del loro comportamento, è un’abilità che non si sviluppa completamente prima dei 20 anni. Quindi quando i ragazzi chattano, navigano o si scambiano opinioni all’interno dei “forum virtuali” o durante le sessioni di gioco online sono impulsivi quanto lo eravamo noi nei cortili o per strada alla loro età, con l’aggravante di essere in internet con un bacino d’utenza più ampio e lo spettro di molteplici pericoli virtuali che potrebbero divenire emotivamente reali. Ragazzi che si insultano durante le sessioni di gioco, che maltrattano pubblicamente gli altri sono frutto di questa scarsa capacità di autocontrollo che li governa e dell’errata percezione di anonimato assoluto e assenza di regole. Quando un genitore mi dice che si fida ciecamente del proprio figlio perché è assolutamente responsabile, io gli rammento sempre che purtroppo il suo cervello non è ancora pronto a essere sempre così infallibile e re DA DOVE ARRIVA IL POTERE SEDUTTIVO DELLA TECNOLOGIA? La seduzione arriva sopratutto dalla novità di stimoli che vengono percepiti dal rapporto con questo nuovo mondo esterno, poi dalla “trasgressione” nel frequentare stili di comunicazione così lontani da quelli degli adulti che sono capaci di regalare vere e proprie esperienze di emancipazione generazionale. ESSERE FINALMENTE CIO’ CHE SI VUOLE LONTANO DAL MONDO DEGLI ADULTI con un linguaggio tutto nuovo che
Oncologia: la psicologia alleata della forza di vita
Resoconto di una esperienza di tirocinio Poco più di due anni fa, decido di svolgere il mio tirocinio pre-laurea all’UOC di oncologia medica. Durante i miei incontri con la psico-oncologa del reparto, decidiamo di fare delle simulate: per restare in luogo sicuro, io sono l’utente. Dopo aver impersonato un’eterogeneità di ruoli d’utenza, arriva Marica, di 45 anni, con tre figli, appena operata di cancro al seno. A inizio seduta, sentivo di non sapere nulla di una donna di circa 20 anni più grande di me, con delle figlie adolescenti, operata di una malattia di cui credo di poter capire ancora poco. L’incontro successivo, mentre già mi preparo a protestare per un ruolo che non mi appartiene, la dottoressa mi avvisa che stavolta sarò io la psicologa. Nonostante trovi difficoltoso partire da un secondo colloquio, accetto, e cominciamo la simulata. Mi sembra di essere inondata da un flusso caotico di informazioni. Marica porta la mia costante attenzione sulla gestione della vita in famiglia: mostra una forte rabbia nei confronti delle due figlie, che sono sempre chiuse in camera, e del marito che non sembra darle una mano. Parla della malattia, dell’infermiera, dell’oncologa che non riesce a contattare, del disagio di non sapere come dovrà proseguire e quando questa storia finirà. Dice di continuare a provare sintomi d’ansia, di dormire male la notte e fare anche degli incubi. Chiede continuamente << ma è normale?>>, ed io cerco di recuperare alla mente quelle nozioni di psicologia dello sviluppo per cercare di giustificare in parte il comportamento dei figli. Consiglio di poter aprire uno spazio di conversazione sul dolore e sulla paura che queste ragazze hanno potuto provare. Marica lo rigetterà con diverse scuse e motivazioni: “ma ci ho già provato” “ma tanto è inutile” “si ma mica è colpa mia”. Dopo 50 minuti di conversazione agguerrita mi libero, quasi in un lamentoso sfogo, del caos da cui mi sono sentita investita nelle parti iniziali del colloquio. In oncologia è sempre così. Al disagio che un utente può provare sulla base della propria storia personale, subentra improvvisamente ed in modo dirompente la malattia. Il timore di morte, il dolore del percorso di cure, accompagna la co-narrazione in modo più o meno latente. La tutor mi dirà poi di essersi sorpresa della notizia di una tirocinante molto giovane in un contesto oncologico, temendo potesse essere pesante e spaventoso per la mia carriera. La mia scelta è stata dettata dalla notizia di un incidente fatale di una mia coetanea, che mi ha portato alla necessità di “riappacificarmi con l’idea di morte”. Un tirocinio in cui si sfiora la morte in ambito protetto, credevo potesse essere un primo passo in questa direzione. <<Con la morte non ci puoi far pace>> mi risponde la tutor. La forza della terapia in oncologia sta proprio nel sostenere il paziente a schierarsi, con tutte le proprie forze, con il desiderio di vita. Terminiamo la supervisione con questa immagine che vorrei tenermi stretta e che mi rassicura molto: la psicologia eterna alleata, nel suo percorso, della forza di vita.
Stare bene con se stessi: un esercizio pratico da applicare quotidianamente

Stare bene con se stessi? E’ possibile! Imparando a relazionarci con l’altro. Anche a costo di dire qualche no. Essere autentici e pienamente se stessi a volte ci risulta difficile! Così, il più delle volte, ci rinunciamo, rischiando di spegnerci lentamente negando i nostri bisogni. Ma annullare se stessi, il più delle volte, genera negatività. Capita che, poi, un giorno, inevitabilmente, ci si rende conto che si è dato troppo o si è subito tanto. Certo non si può pretendere che il cambiamento avvenga ad un tratto! Per quello è fondamentale determinazione e perseveranza. Quali sono i passi che ci portano ad essere assertivi? Facciamo un bilancio della nostra situazione attuale: quali sono gli ambiti in cui tendo ad annullarmi o ad essere aggressivo? 2. Capiamo quali sono i nostri obiettivi: come vorrei essere nelle relazioni? 3. Quali possono essere i miei bisogni? Se il nostro vissuto è piacevole, vorrà dire che i bisogni sono soddisfatti. 4. Quali sono i pensieri che affollano la mente quando ci mettiamo in relazione con l’altro? Alcuni possono essere giudizi verso noi stessi o verso altri, la paura di conseguenze negative, preconcetti. Ricordiamo che spesso sono proprio questi pensieri che governano le nostre azioni! La cosa importante è che abbiamo la possibilità di cambiare i nostri comportamenti, ma non quelli degli altri! Quindi, anche se abbiamo riconosciuto quali possono essere i nostri limiti (dati da pensieri, paure, credenze), teniamo in mente che solo noi abbiamo davvero il potere di cambiare le cose! Impariamo a trasformare in potenziale d’azione i pensieri che ci bloccano! La prima cosa da fare è riconoscere qual è il proprio modo abituale di funzionare. Possiamo, se vogliamo, prendere nota a posteriori di tutto ciò che accade dentro di noi a seguito di un’interazione. Questo può essere utile per venire a conoscenza dei nostri vissuti più profondi e dei bisogni ad essi legati. Soltanto dopo potrei chiedere a me stesso qual è il più piccolo passo possibile che mi avvicinerebbe a soddisfare un mio bisogno. Soltanto così si passa dall’essere reattivo all’essere proattivo, autoaffermando se stessi.
Le origini del sorriso: una mini storia dell’umanità?

In un periodo così lungo di incertezze, sofferenze e autentiche tragedie, fa bene ricordare gli aspetti positivi connaturati alla nostra specie. Oggi parliamo di sorrisi e del potere che li rende muscolosissimi fattori di protezione per il nostro benessere psichico e per la nostra salute. Il sorriso è presente fin dagli ultimi stadi di sviluppo di un nascituro nel grembo materno, come evidente nelle immagini ottenute con tecnologia a ultrasuoni 3D in recenti ricerche. Sorridere è una delle facoltà di base, una predisposizione biologica dell’essere umano. I bambini iniziano molto presto a sorridere e sono i maggiori produttori di sorriso di tutte le età. Il sorriso è sia espressione di uno stato interno sia un formidabile acceleratore di relazione, ricco di significati e di conseguenze sociali. Secondo Paul Ekman, uno dei maggiori ricercatori al mondo per lo studio delle espressioni facciali, il sorriso è sempre un modo per esprimere gioia e soddisfazione, in tutte le culture e a tutte le latitudini; un segno universale interpretato ovunque in modo analogo, sia che si tratti di persone appartenenti a mondi sviluppati o di membri di tribù che vivono in ambienti primitivi e lontani da noi, con interazioni familiari e sociali molto diverse dalle nostre. Sorridere è contagioso, abbiamo tutti osservato che sollecita una risposta spontanea, e ha una funzione specifica importantissima nei confronti dell’ interlocutore: è largamente acquisito, in ottica evoluzionista, che i segnali sociali – come la “mostra silenziosa dei denti scoperti” – si siano sviluppati per consentire, a chi li invia, di manipolare il comportamento del destinatario. Ma andiamo un po’ più a fondo, perché i temi della paura, dell’aggressione, della difesa e della collaborazione sono centrali per ogni interpretazione delle vicende umane; dalle interazioni familiari a quelle sociali, dai temi di costruzione di civiltà a quelli di entrata in guerra; nonostante lo straordinario sviluppo di tecnologie e condizioni di vita, gli esseri umani, dal punto di vista psicologico e relazionale, sono ancora vicini ai loro antenati più lontani. Secondo un interessantissimo contributo di Michael S.A. Graziano, pubblicato quest’anno su Cambridge University Press online, il sorriso potrebbe essersi evoluto a partire da comportamenti difensivi. Graziano si chiede come mostrare i denti, che è una minaccia evidente, possa essersi evoluto in un segnale di non aggressività e ipotizza che la domanda sia sbagliata, perché esistono due modi di mostrare i denti: uno aggressivo e uno non aggressivo. Pensiamo a quando ci facciamo male e il dolore improvviso ci fa contrarre i muscoli del viso in una smorfia di sofferenza: in quel caso, socchiudiamo gli occhi e solleviamo il labbro superiore mostrando leggermente i denti. Per fare un altro esempio: se usciamo da una stanza buia all’aperto e ci troviamo in pieno sole, produrremo una reazione riflessiva chiudendo o socchiudendo gli occhi, le guance incurvate verso l’alto, con conseguente sollevamento del labbro superiore ed esposizione dei denti superiori. Questa esposizione non ha nulla a che fare con la minaccia. Secondo Graziano, l’espressione facciale di un sorriso forte e genuino assomiglia alle componenti difensive della reazione al sole improvviso qui descritta. Ora immaginiamo la scena: un incontro tra due scimmie che appartengono allo stesso gruppo sociale, che qui chiameremo Andy e Benny. Benny si fa molto vicino a Andy, lo minaccia apertamente e in questo modo innesca una reazione di difesa in Andy, che ha paura ed è meno propenso a lottare e più orientato a fuggire. Il comportamento difensivo di Andy svolge il ruolo di stimolo iniziale, da cui può evolvere un segnale sociale. Benny, l’aggressore, è sensibile a un utile segnale ambientale ( la reazione di Andy) e alle informazioni che ne può ottenere per decidere il proprio comportamento. Vedendo che Andy è in notevole stato di stress, potrebbe approfittarne per sferrare l’attacco. Ma in un gruppo sociale, quale quello degli umani o delle scimmie, la collaborazione è importante: se dovesse arrivare una tigre dai denti sciabolati, meglio essere in molti a combatterla che da soli. Quindi, la probabilità che Benny continui l’attacco è molto ridotta. Tutto questo ovviamente non avviene a livello cognitivo cosciente, Benny non pensa “mi conviene lasciar stare Andy per un interesse superiore”: è piuttosto la selezione naturale che ha modellato i sistemi neurali di Benny, in direzione di un’ottimizzazione di azioni e reazioni che consentano un risultato migliore per il gruppo e per la sua sopravvivenza. Continuiamo con il nostro ragionamento: Benny decide di ridurre o addirittura arrestare il suo comportamento di attacco ad Andy. In questo modo può risparmiare energia e rischi. Anche in questo caso, non c’è una valutazione e una decisione, in cui l’aggressore pensa “non ho bisogno di combattere questo debole”: si tratta di un comportamento riflesso, frutto del modellamento dei sistemi neurali di Benny; una conseguenza della selezione naturale, che opera nell’interesse di Benny, di Andy e di tutto il gruppo. Per riassumere: la vista di un’ampia reazione difensiva in Andy all’avvicinarsi di Benny, innesca automaticamente una riduzione palese dell’aggressività di Benny. Finora, non c’è alcun segnale sociale: c’è solo un segnale ambientale (la reazione allarmata di Andy) al quale Benny si è evoluto per rispondere. Ma l’evoluzione consente ad Andy di amplificare il proprio comportamento difensivo, di renderlo più evidente, più clamoroso, più esteso e prolungato, e di farlo anche non in presenza di un Benny che lo minaccia davvero. All’interno di un contesto sociale, il comportamento è come un bottone, che Andy può premere per causare un cambiamento nel suo ambiente per ottenere un vantaggio: la selezione naturale ha fornito ad Andy un meccanismo per generare vantaggi relazionali. Torniamo al sorriso. È un comportamento che sollecita una distensione preventiva: i destinatari (quando non siamo in ambienti francamente patologici) e i loro sistemi neurali lo interpretano immediatamente e con precisione: possiamo dire che Andy si è evoluto per distribuire ed esagerare uno stimolo (nel nostro caso, alzare il labbro superiore in una smorfia di reazione a un dolore o a una sorgente di luce troppo forte) che avrà un effetto su Benny. Andy può utilizzare, riprodurre e perfezionare
Società egocentrica, il trionfo del narcisismo sui social networks

Nella società odierna i social networks rivestono un ruolo di primaria importanza: sono canali di comunicazione, strumenti di socializzazione e vetrine per il proprio ego.In un precedente articolo abbiamo visto come i social possono influenzare l’immagine veicolata all’esterno, restituendo agli utenti una versione idealizzata di sé. Negli anni i media digitali sono profondamente cambiati: da strumenti di relazione sono diventati il mezzo preferito per una comunicazione egocentrica, basata sull’autocelebrazione. La tendenza a veicolare contenuti autocelebrativi è molto più forte nei soggetti con elevati livelli di narcisismo, per i quali i social networks diventano uno strumento di autoaffermazione. Cos’è il narcisismo? Il termine si presta a diverse interpretazioni, a seconda che venga utilizzato per descrivere un tratto della personalità, un concetto della teoria psicoanalitica o un problema socioculturale. Nella concezione comune, il narcisista è una persona egocentrica, egoista e vanitosa, accecata dall’amore per se stessa.La psicologia scinde il sano “amor proprio” dalla condotta del narcisista pervaso da grandiosità e necessità di ammirazione.L’individuo con disturbo narcisistico della personalità si sente speciale ed esagera la narrazione delle proprie qualità e traguardi, animato da fantasie di successo e potere. Narcisismo e social networks Nel narcisismo patologico, il narcisista crede fermamente di essere un eletto, una persona superiore. Tutto gira attorno a lui, il rapporto con gli altri si svuota di significato ed è caratterizzato dalla totale assenza di empatia. L’altro è una mera fonte di continue attenzioni e gratificazioni di cui il narcisista si nutre, mai sazio del desiderio di essere amato e ammirato. In quest’ottica i social networks diventano lo strumento ideale in cui dare sfogo alla propria autocelebrazione, in maniera unidirezionale e virale. Ed ecco che selfie, reel e stories diventano lo strumento prescelto per coltivare il proprio ego e raccogliere consensi. Una ricerca ha dimostrato che le persone con narcisismo tendono a ricercare maggiormente feedback relativi ai contenuti postati sui social (Żemojtel-Piotrowska et al., 2018). Questo vale sia per i social media di tipo testuale, che per quelli prettamente visivi, come Instagram. I social per i narcisisti rappresentano un mezzo per catturare l’attenzione degli altri utenti, ricercare consensi e conferme, alimentando la percezione di essere speciali e superiori alla media.
Autismo ad alto funzionamento: caratteristiche e difficoltà

Introduzione al fenomeno Per autismo ad alto funzionamento si intende un disturbo dello spettro autistico che non impedisce di parlare, leggere, scrivere e gestire le azioni quotidiane della vita come mangiare e vestirsi. Tendenzialmente le persone con autismo ad alto funzionamento presentano un quoziente intellettivo di almeno 70 e sono in grado di svolgere diverse attività in modo autonomo. Tale condizione solitamente prevede una diagnosi tardiva sebbene i primi sintomi del Disturbo dello Spettro Autistico insorgono dai primi 3 anni di vita. Le risorse cognitive del bambino con autismo ad alto funzionamento compensano, infatti, le altre difficoltà, rendendo i primi segnali di disagio poco visibili e difficilmente riconducibili alla diagnosi corretta.Infatti, spesso il linguaggio segue uno sviluppo nella norma, ma risulta a volte bizzarro. L’interesse nelle relazioni sociali può essere presente, ma emergono diverse difficoltà nelle interazioni: la scarsa empatia, ossia la fatica a connettersi con le emozioni e i vissuti dell’altro, e la scarsa mentalizzazione, ovvero la difficoltà a rappresentarsi nella mente i pensieri e gli scopi dell’altro. Difficoltà verbali e non verbali nell’autismo Spesso in tali soggetti è presente anche la fatica a riconoscere e rispettare i turni di interazione. La difficoltà a sincronizzare il proprio linguaggio verbale e non verbale a seconda della situazione e delle regole sociali: ad esempio, può esserci la difficoltà ad adattare il registro linguistico, il tono di voce, il contatto visivo, la prossemica (cioè la vicinanza fisica all’interlocutore) e la gestualità a seconda della persona con cui si sta parlando, che può essere uno sconosciuto, il familiare o il migliore amico.A questi aspetti si aggiunge una scarsa consapevolezza emotiva ed una conseguente difficoltà a riconoscere e gestire le proprie emozioni e quelle altrui. Questo può provocare frequenti incomprensioni e reazioni emotive eccessive in diversi contesti relazionali. Caratteristiche e sensibilità Il funzionamento percettivo, cognitivo e di apprendimento di una persona con autismo ad alto funzionamento sono peculiari: oltre alla presenza di risorse cognitive medio-alte, vi è una predilezione per il canale sensoriale visivo, un’attenzione maggiore ai dettagli, una possibile preferenza per i compiti ripetitivi.Possono esserci interessi rigidi e stereotipati, spesso affini al loro sistema di funzionamento (ad esempio interessi legati ai numeri, date, collezionismo, etc.). La loro particolare sensibilità al cambiamento può rendere particolarmente complessa l’organizzazione e la gestione della giornata, in età evolutiva e in età adulta.Tali caratteristiche, unite alla diagnosi spesso molto tardiva, rendono più difficile l’adattamento ad alcuni contesti di vita, sempre caratterizzati da situazioni sociali per loro complesse. Questo comporta un fattore di rischio maggiore di sviluppo di disturbi dell’umore ed altri disturbi psicologici, di dispersione scolastica e di disoccupazione. Sostegno psicologico per soggetti con autismo E’ utile e raccomandato un percorso di sostegno psicologico, individuale e di gruppo, che abbia come obiettivo lo sviluppo delle capacità di consapevolezza e gestione delle proprie emozioni. Ma anche per lo sviluppo delle abilità sociali e di strategie di problem-solving nella gestione della pianificazione e della routine quotidiana.Queste tipologie di intervento, unito ad altri interventi educativi e sociali, possono favorire un adattamento migliore al contesto di vita ed accompagnare l’individuo nelle varie tappe evolutive, nella direzione di una vita soddisfacente e vissuta in autonomia.
Il ruolo della donna nella pubblicità

Il ruolo della donna nella pubblicità è cambiato negli anni così come sono cambiati i valori legati al genere e all’essere donna. In questo articolo si fa riferimento al contesto italiano, nonostante tali cambiamenti siano avvenuti anche in altri Paesi. Nel secondo dopoguerra, in Italia si assiste al boom economico e si innesta il mercato di sostituzione dove si cerca di convincere le persone a prendere la nuova versione dei prodotti per sostituire quelle vecchie. La pubblicità è principalmente rivolta alle donne perché sono loro ad occuparsi della casa e quindi degli acquisti. Per i generi alimentari, l’immagine della donna è quella della moglie e casalinga perfetta, concentrata sulla casa e sui consumi, che si dedica alla cura dei figli. I prodotti beauty, invece, promettono il sogno dell’effimera bellezza con l’obiettivo di piacere ai propri uomini. Infine, per quanto riguarda gli elettrodomestici si punta molto sul beneficio funzionale e su come quel prodotto consente di risparmiare tempo. Successivamente, se la rivoluzione del ‘68 ha portato alla conquista di numerosi diritti, a livello pubblicitario c’è stato un effetto opposto. Le donne da casalinghe vengono rappresentate come meri corpi. Il loro unico scopo era quello di attirare l’attenzione attraverso sguardi ammiccanti e slogan rappresentanti doppi sensi a sfondo sessuale. Le donne vengono considerate solo come oggetto del desiderio maschile. Nella seconda metà degli anni 80’ fanno la loro prima comparsa in pubblicità le donne in carriera che sono tendenzialmente belle, eleganti e sicure di sé. Hanno, però, un abbigliamento tipicamente maschile, in quanto si tratta di una trasfigurazione al femminile di un ideale maschile di lavoratore. All’inizio degli anni ’90 appare in pubblicità per la prima volta la figura di una donna aggressiva, che farebbe di tutto per guadagnarsi il suo posto nella società maschilista. Si cominciano a virilizzare alcuni atteggiamenti femminili che risultavano troppo dolci e gentili. Con gli anni 2000 e con la nascita dei social network, le donne cominciano a confrontarsi sulle rappresentazioni che le connotano in ambito pubblicitario. Non rispecchiandosi più in ruoli stereotipati e ben delineati, interagiscono con i contenuti pubblicati ed esprimono il loro dissenso. Nasce così il Femvertsing, che si propone di presentare modelli femminili forti, positivi e non standardizzati, al fine di superare gli stereotipi di genere. Il Femvertising non è però esente da rischi. Spesso le aziende posso farne un uso strumentalizzato solo per questioni di marketing e con scopi di lucro. È importante che gli spot basati sull’empowerment femminile non vengano solamente promossi, ma è soprattutto fondamentale integrare tali valori nella responsabilità sociale d’impresa. Ad esempio, adottano politiche aziendali che non discriminano per il genere. Inoltre, è importante fare attenzione a non cristallizzare la donna in un nuovo ruolo. Infatti, il rischio del Femvertising è creare un’idea di donna impeccabile e imbattibile sul fronte lavorativo. Successivamente un altro rischio è quello di ancorare l’autostima femminile alle forme del proprio corpo. Dunque, il Femvertising non deve affermarsi come una semplice moda perché altrimenti si rischia di banalizzare dei principi femministi molto importanti. Deve essere, infatti, seguito da una serie di politiche aziendali coerenti con tali valori. Questo è un esempio delle trasformazioni che il ruolo della donna ha avuto nella pubblicità in corrispondenza dei cambiamenti valoriali, storici e culturali e delle conseguenze che hanno portato.
La Psicologia Inversa

La psicologia inversa è un meccanismo manipolativo che si verifica quando cerchiamo di indurre nell’altro un atteggiamento opposto a quello che gli stiamo comunicando o che stiamo adottando. Un ambito di utilizzo è nel campo dell’educazione. Quando si vuole insegnare qualcosa o attivare un comportamento più funzionale ad un bambino o un ragazzo, come far mettere a posto la propria camera, mangiare un cibo nuovo, ecc. capita di ricorrere alla psicologia inversa. Ad esempio, la psicologia inversa è utilizzata dai genitori per rendere alcune cose più attrattive ed interessanti per i bambini, come banalmente gli spinaci raccontando loro che servono a renderci forti come “braccio di ferro”.Un altro ambito di utilizzo di questa tecnica è quello relazionale, in cui si attivano negli altri comportamenti opposti a quello desiderato per condurlo a fare ciò che in realtà si desidera. È un modo per giocare con la psiche umana. Infatti, la psicologia inversa tra adulti si usa nelle relazioni amicali o sentimentali, ma anche nelle realtà lavorative, dove il comportamento desiderato è ottenuto non solo rendendolo accattivante ma soprattutto puntando sulla perdita del valore che si avrebbe se non ci comporta in tal modo. La percezione di perdere il valore di qualcosa è una forte spinta all’azione, dando la sensazione di scegliere autonomamente, anche se di fatto si viene guidati da un meccanismo di psicologia inversa. In certi contesti come l’educazione e l’amore è davvero giusto utilizzare la psicologia inversa?Quando si usa la psicologia inversa è importante chiedersi il motivo che spinge ad utilizzarla, quali sono gli obiettivi che si vogliono raggiungere e se sia il contesto e la relazione adeguata al suo uso. Se la psicologia contraria è adottata per far mangiare le verdure ai bambini può andare bene, se invece è usata per raggiungere il successo sul lavoro o in una relazione d’amore, per ingannare il capo, i dipendenti o il partner non è la strategia relazionale più corretta ed efficace. I rischi e gli effetti dell’abuso della psicologia inversa Sulla persona a cui viene rivolta possono essere la diminuzione della fiducia e della sicurezza in sé, la perdita di autostima e del senso di autonomia nelle proprie decisioni. Inoltre, nella fase della costruzione dell’identità in adolescenza o nel caso di persone con un forte bisogno di auto-affermazione (situazioni in cui è molto probabile che funzionino le tecniche di psicologia inversa) il risvolto della medaglia è il rischio di influire negativamente sullo sviluppo del senso di responsabilità dell’altra persona e della sua capacità di comprendere cosa sia giusto e corretto e cosa no. La psicologia inversa può quindi essere utile in alcuni contesti ed occasioni per mostrare il valore e l’importanza di alcuni comportamenti che non si vogliono mettere in atto, ma resta una tecnica psicologica manipolatoria che utilizza le debolezze altrui per ottenere qualcosa che si desidera