Il potere dell’Antifragilità

di Francesca Di Bernardo L’ Antifragilità è un concetto introdotto da Nassim Nicholas Taleb che significa ottenere benefici e vantaggi dalle difficoltà. Il punto di partenza di Taleb è riconoscere che il contrario di Fragilità, il cui significato indica l’essere danneggiati dalle circostanze difficili, non é la Robustezza (o Resistenza) che denota il non esserne influenzati , ma l’Antifragilitá, ovvero il riuscire ad ottenerne dei benefici. Si tratta della possibilità non solo di resistere alle sfide e agli ostacoli della vita (Resilienza) ma di diventare persone migliori attraverso le difficoltà. “L’antifragilità va al di là della resilienza e della robustezza. Ciò che è resiliente resiste agli shock e rimane identico a se stesso; l’antifragile migliora” Un altro punto importante messo in luce da Taleb é l’importanza di una certa quantità di caos e di disordine come generatori di vita. Dal caos e dal disordine, infatti, si possono generare nuove scoperte ed aprire nuovi sentieri, che a livello personale si traducono in nuove capacità e potenzialità, che a loro volta portano ad una maggiore sicurezza. Al contrario, quando si resta intrappolati nell’eccesso di controllo, ciò che si produce è immobilità e stagnazione (mancanza di sviluppo) e questo, a sua volta, genera maggiore insicurezza a livello personale e sociale. In questo senso, la riflessione di Taleb ricorda anche la citazione di Nietzsche “Bisogna avere un caos dentro di sé, per generare una stella danzante”, che sottolinea l’importanza di abbracciare le difficoltà e del governare il caos ed utilizzarlo per diventare sé stessi . Ogni persona ha dentro di sé le risorse per riuscire ad ottenere vantaggi dal dolore e dal disordine perché le circostanze complesse spingono a trovare nuove soluzioni, ad agire e a maturare, sviluppando le risorse che permettano di  attraversare ed uscire dai tunnel che ci si trova ad attraversare. È per questo che quella che oggi è una Difficoltà può diventare ed essere Forza, può generare opportunità ed arricchimento. Perché è rilevante in psicologia il concetto di antifragilità? L’antifragilità apre a un nuovo modo di pensare le difficoltà: da uqualcosa rispetto alla quale dover resistere a un’opportunitá di crescita e sviluppo. Questo introduce una forte componente di Speranza negli ambiti di cura e di crescita personale. Un altro elemento importante é la visione della persona che si può trarre dal concetto di antifragilità: una persona non passiva ma attiva e potenzialmente in grado di trarre il meglio dalle circostanze che vive. Dalle riflessioni di Taleb si possono inoltre trarre alcune domande attraverso le quali riflettere in ottica antifragile quando ci si trova in una situazione di difficoltà: – Cosa mi sta insegnando questa circostanza? – Che persona sarò una volta superata questa difficoltà? – Quali risorse che avevo in me sto riscoprendo affrontando questa situazione? – Come potrà essere utile agli altri la mia esperienza? A conclusione di questo articolo è fondamentale ricordare che l’antifragilità può essere un monito per pensare in maniera differente alle proprie sfide personali, a ciò che si vive in un dato momento o che si è vissuto in passato, ma non si può mai prescindere dalla propria umanità e non bisogna cadere nella trappola dell’eccessivo ottimismo. É fondamentale non sentirsi in difetto se non si riesce a trarre dei vantaggi da una circostanza in un certo momento, se anche solo resistere talvolta sembra difficilissimo, perché tutto questo é semplicemente umano. Fonti Nassim Nicholas Taleb, Antifragile. Prosperare nel disordine, Il Saggiatore, Milano, 2013 (2012), p. 551, traduzione di Daniela Antongiovanni, Marina Beretta, Francesca Cosi, Alessandra Repossi.

Dalla terapia occupazionale all’ortoterapia e zooterapia

La terapia occupazionale è una disciplina riabilitativa che utilizza diverse attività per mantenere,recuperare o sviluppare le competenze della vita quotidiana delle persone con disabilità cognitive,fisiche o psicologiche.L’ortoterapia fa parte della terapia occupazionale e consiste nell’impegno di una persona in attivitàdi orticoltura e giardinaggio al fine di ottenere risultati terapeutici.La zooterapia è una terapia dolce basata sull’interazione tra persona e animale volta a modulare leemozioni che emergono nella relazione.Il ricorso all’utilizzo di queste terapie rappresenta uno strumento operativo che affianca, integra ecompleta gli interventi tradizionali senza sostituirsi ad essi. Rappresenta uno spazio altro, dove ipartecipanti possono essere seguiti da operatori competenti, nella loro crescita psicologica e sociale.Tali momenti fanno sì che tutti possano trascorrere del tempo insieme creando relazioni sia con icoetanei sia intergenerazionali.Attraverso attività di cura, di gestione del verde e del rapporto con gli animali, si possono realizzarearee e laboratori di orticoltura. I partecipanti sono sostenuti da un team riabilitativo (fisioterapisti,terapisti occupazionali, psicologi) per aumentare il senso di responsabilità nella gestione dellospazio condiviso; per migliorare l’autonomia e l’autostima attraverso il raggiungimentodell’obiettivo prefisso (creare qualcosa da soli e in gruppo).La finalità è mantenere o potenziare le capacità residue dei soggetti, le autonomie, il benesserepsicofisico e l’autostima, nonché a dare sollievo al disagio e a fornire un ambiente protettosollecitando la sfera emotiva e motoria.Anche i familiari dei partecipanti, hanno a disposizione un proprio spazio verde, dove poterlavorare, per poi condividere insieme, i risultati ottenuti. L’interazione tra i familiari permette lacondivisione dei vissuti personali e la realizzazione di un obiettivo comune, spesso ottenuto per laprima volta.Si crea un sistema di tutoraggio, in modo che le competenze acquisite da alcuni possano esseremesse a disposizione degli altri. Una delle valenze metodologiche sta nel gruppo di lavoroeterogeneo che assume una propria identità gruppale nel tempo, attraverso la condivisionedell’esperienza.I soggetti sono inseriti, quindi, con un approccio multidisciplinare all’interno di attività come: lasemina, la raccolta di frutti, il giardinaggio, la sistemazione dell’orto, il compostaggio, la cura deglianimali, la distribuzione e la cucina dei prodotti ricavati.Il contatto con gli animali permette ai partecipanti in maniera più immediata di riflettere econfrontarsi con i propri vissuti. Si trovano, infatti, a dover modulare le proprie emozioni come lapaura, l’aggressività e la timidezza.La funzione dello psicologo sul campo consiste nell’attuare un sostegno ed un contenimentopsicologico per aumentare l’autoefficacia e l’autostima dei partecipanti, nonché a sostenere epotenziare le capacità emotive delle altre figure professionali nella relazione con i partecipanti.La cornice che inquadra queste terapie, ossia il setting, (stesso giorno, stessa ora, stesso luogo,stessi operatori) funge da contenimento emotivo per tutti che trovano sicurezza e stabilità in unappuntamento settimanale che scandisce il loro tempo.L’obiettivo comune è cercare di mantenere e migliorare le competenze acquisite, sviluppare lecapacità d’interazione e partecipazione attraverso la cura e la gestione del verde e degli animali.Gli obiettivi si possono articolare all’interno di tre macro aree: area affettivo-relazionale, areapratica ed area cognitiva.Alla prima area appartengono: rafforzare l’identità personale e di gruppo, il riconoscimento e lamodulazione delle proprie emozioni e dell’altro (abilità empatica), la capacità di accudimento ecura, la socializzazione e la cooperazione di gruppo e l’utilizzo di modalità comunicative efficaci. Alla seconda area appartengono: la conoscenza delle norme basilari della vita comune (rispettare leregole, i turni, tollerare l’attesa, la condivisione), la gestione di beni e luoghi personali e comuni, lecapacità motorie e sensoriali, la capacità di esprimere se stessi attraverso l’attività corporea, lecompetenze spazio-temporali ed il prendersi cura a livello pratico all’interno di un progettocondiviso.Prendersi cura degli animali o delle piante permette, oltre che modulare le proprie emozioni, diprendersi cura inconsciamente di se stessi, di spostare la propria parte bisognosa sull’altro e sentirsiaccuditi.Alla terza area appartengono: le competenze logiche e di “problem solving”, le abilità diquantificazione, l’utilizzo del linguaggio funzionale, la capacità di memoria, attenzione e diesplorazione.Attraverso l’esperienza ed il confronto con gli operatori, i partecipanti possono parlare delle loroemozioni e attraverso l’esperienza di gruppo e la condivisione, possono emergere capacità di alcuniragazzi di contenere i più fragili, dando loro maggiori stimoli ad affrontare le diverse situazioni.Le abilità acquisite sul campo permettono a molti di contestualizzare le loro capacità sia sensoriali-motorie sia cognitivo-relazionali in altri ambiti (scuola, famiglia, sport).Indirettamente anche il cargiver (genitore, accompagnatore) semplicemente osservando le abilità, leautonomie ed i miglioramenti acquisiti dei partecipanti può beneficiare di questo percorso.

Emozioni versus pensieri: cosa succede in adolescenza?

Le emozioni e i pensieri viaggiano sullo stesso binario durante l’intero arco di vita. Ma cosa succede in adolescenza? Proviamo a pensare ai bambini appena nati. Riescono a riconoscere le proprie sensazioni e a comunicare i propri bisogni ai loro genitori attraverso il pianto o il sorriso. Non pensano e non giudicano ciò che sentono. Semplicemente osservano. Dopo il primo anno di vita, i bambini iniziano ad ascoltare i propri genitori quando etichettano delle emozioni: “uh ti vedo stanco”, “ti sei arrabbiato” e, a poco a poco, iniziano ad utilizzare le medesime espressioni per descrivere la propria esperienza interna. Successivamente, tutto ciò che è presente nel contesto di vita, può essere utilizzato per modellare il proprio modo di esprimere le emozioni. Quali sono i rischi? Spesso gli adulti, nel tentativo di proteggere i bambini, possono veicolare, inconsapevolmente, messaggi negativi sulle emozioni. E allora nascono i “non devi avere paura”, “devi essere forte e i forti non piangono”, “sei triste? allora lo sono anche io”. In questo caso, potrebbe succedere che molti bambini smettano di osservare cosa accade dentro di loro e inizino a giudicare, gli stati interni, come qualcosa di negativo. Ecco che la mente inizia a imporsi sui sentimenti, col risultato che, i ragazzi, diventino delle vere pentole a pressione! Eppure l’adolescenza è un periodo tumultuoso! L’adolescenza è una fase caratterizzata da profonde emozioni, esperienze entusiasmanti, primi amori, sesso, forti amicizie. Invece di accogliere tutto ciò che accade e normalizzarlo in quanto caratteristico del periodo che si sta vivendo, si tende a dare più importanza a ciò che produce la mente e alle diverse soluzioni che essa trova per non sentire dolore o per controllare le emozioni. E allora si fa ricorso a distrazioni (come ad esempio l’utilizzo di sostanze, internet o evitamenti di situazioni sociali). Quale può essere l’alternativa? E’ fondamentale scegliere di fare spazio alle emozioni, rispondendo costantemente ad una domanda: “Sono disposto a fare spazio alla tristezza (alla paura, alla rabbia, alla noia…) mentre mi dedico a qualcosa che per me è davvero importante?“. Non allontaniamo le emozioni: ognuna di esse è fondamentale e sono…vita!

Velocità mentale: cosa cambia tra i 20 e i 60 anni?

Sono passati pochi giorni dalla pubblicazione di un’interessante ricerca di von Krause, M., Radev, S.T. & Voss, che rivoluziona un po’ tutti gli assunti sulla rapidità mentale correlata all’età. Il modello dello studio è ovviamente molto complesso e chi fosse interessato può trovarlo nell’articolo originale del 17 febbraio su Nature Human Behaviour.  Ma a noi qui interessa il risultato, che apre prospettive diverse di pensiero e di riflessione su un argomento che coinvolge tutti: ventenni, quarantenni, sessantenni e oltre; perché il nostro destino, legato a un tempo lineare che avanza, e le nostre credenze ci portano naturalmente a pensare che un ventenne abbia una rapidità mentale maggiore rispetto a un sessantenne. Non è così. Per almeno un milione e duecentomila motivi. Tanti sono stati i partecipanti allo studio. Gli scienziati hanno applicato un modello di diffusione bayesiano ai dati trasversali di 1,2 milioni di soggetti, per estrarre componenti cognitivi interpretabili dai dati grezzi del tempo di risposta delle persone nell’affrontare semplici compiti decisionali. E hanno osservato le differenze di età nei parametri cognitivi esaminati.  Come già noto, le velocità di risposta, in semplici compiti che implicano una decisione, iniziano a diminuire dalla prima età adulta e continuano a diminuire con l’avanzare dell’età. Tuttavia, e qui i risultati sono rivoluzionari, la ricerca dimostra che i tempi di risposta non sono pure misure della velocità mentale: rappresentano invece la somma di più processi. I risultati indicano con chiarezza che il rallentamento del tempo di risposta, che inizia già all’età di 20 anni, è attribuibile all’aumento della cautela decisionale e ai processi non decisionali più lenti, piuttosto che a differenze nella velocità mentale.  Come dire che, davanti a una scelta, la minore rapidità di risposta di un cinquantenne rispetto a un ventenne non è dovuta a una minore rapidità mentale. Ma piuttosto a una maggiore attenzione prima di decidere e a una più meditata valutazione delle implicazioni della decisione. La ricerca sfida quindi le credenze diffuse sulla relazione tra età e velocità mentale. Molte opinioni sul nostro funzionamento mentale ci provengono dall’osservazione, dalla letteratura, dall’arte, dalla storia. Oggi abbiamo una prova in più, basata su un numero altissimo di partecipanti e su un rigoroso metodo scientifico, di qualcosa che forse sapevamo già: con l’età aumenta l’esperienza e l’esperienza trattiene da decisioni affrettate.  Quello che non sapevamo è che il rallentamento della rapidità mentale, secondo lo studio citato, si osserva solo oltre, e in numero significativo anche ben oltre, i 60 anni di età. Un buon motivo per essere ottimisti sull’invecchiamento del nostro cervello. E sulla saggezza di continuare ad allenarlo, come se avesse vent’anni.

Ossessione dai social e notizie negative: il Doomscrolling

dipendenza-social-doomscrolling

Nei precedenti articoli abbiamo osservato come la pandemia ha fortemente influenzato il rapporto con i social networks. In particolare abbiamo parlato di dipendenza, iperconnessione e FOMO, ma c’è un ulteriore fenomeno molto importante: il Doomscrolling. Il neologismo inglese deriva dalla parola “scroll” (che indica il tipico scorrimento delle notizie del feed social), e la parola “doom”, letteralmente destino avverso, rovina o sventura. Il Doomscrolling si caratterizza dall’ossessione della ricerca e fruizione di notizie negative attraverso i social media. Una tendenza che si è manifestata prepotentemente con la pandemia Covid-19, toccando il suo apice durante il primo lockdown. Perchè facciamo Doomscrolling?Questa risposta è strettamente collegata al nostro istinto di sopravvivenza: quando viviamo una minaccia il nostro cervello si mette in allerta per ripristinare controllo e sicurezza. La raccolta di informazioni rappresenta un tentativo di controllo su una determinata situazione. In quest’ottica il Doomscrolling si configura come un atteggiamento protettivo che attiviamo in una situazione di crisi o incertezza. C’è da aggiungere che grazie ai social media e alla moderna tecnologia, oggi ogni cittadino ha libero accesso ad una mole infinita di informazioni. Come funziona il Doomscrolling?Il Dooscrolling è dannoso perchè alimenta un circolo vizioso fatto di ansia e frustrazione. L’utente, preoccupato da una situazione di minaccia, ricerca informazioni sul web nella speranza di sentirsi rassicurato. Al contrario, reperisce notizie negative che contribuiscono ad incrementare il suo stato di ansia ed incertezza. A questo punto, per placare la preoccupazione l’utente è spinto a ricercare sempre più informazioni, nella speranza che siano positive. Si attiva così una spirale ossessiva che trascina l’individuo in uno stato di paura e forte stress. Il nostro cervello si trova a fare i conti con un sovraccarico di informazioni e di sensazioni negative che non riesce a fronteggiare, da questa condizione scaturiscono panico, insonnia e talvolta addirittura depressione e burnout. Come fermare il Doomscrolling?Per fermare questo vortice ossessivo il primo step, il più difficile, è quello di accettare ciò che non possiamo controllare. Seppure la ricerca di informazioni viene recepita dal nostro cervello come un qualcosa di utile e proficuo, si tratta di una sensazione illusoria. L’aggiornamento costante ci rende più informati e consapevoli, ma va fatto con la giusta misura.Il secondo step prevede un graduale distacco dalla tecnologia: occorre darsi un tempo massimo per la fruizione delle notizie e l’utilizzo dei dispositivi elettronici per non cadere nel baratro della dipendenza.Il terzo step, infine, consiste nel ristabilire il giusto equilibrio tra la vita online e la vita offline, riappropriandosi degli autentici momenti di contatto e calore umano, vivendo i rapporti in maniera piena e totalizzante, condividendo le proprie emozioni e anche le proprie paure.

I BIMBI DELLE CASE FAMIGLIA. Lenire i traumi attraverso la Terapia Assistita con gli Animali – Pet therapy

di Michela Romano L’allontanamento dei minori dalla famiglia è un’azione protettiva che permette all’intero nucleo – genitori e figli – di riflettere su ciò che ha causato un grande dolore emotivo, generalmente alla base di azioni poco consone al buon funzionamento familiare.Se i genitori devono trovare il nucleo interno e successivamente relazionale che li ha portati ad essere genitori manchevoli di adeguate cure genitoriali, i figli dovranno fare un grosso lavoro su di sé per potere aggiustare il più possibile la dimensione del legame di attaccamento affinchè questo possa diventare il più vicino possibile all’attaccamento sicuro. Questo è un lavoro che gli operatori devono avere in mente al fine di offrire a questi bambini/ragazzi la possibilità di riparare la grande ferita interna. Offrire loro una adeguata quotidianità fatta di certezze, di pasti adeguati, di presenza di figure adulte centrate, affidabili e autorevoli permettere loro di vivere in un luogo protetto e sicuro, di essere fruitori di progetti educativi al fine di far loro esplorare esperienze di vita e di capacità di sé utili a nutrire la loro autostima assai spesso minata, sono obiettivi fondamentali.  Ma l’esperienza terapeutica non può mancare proprio perché è fondamentale nutrire i loro nuclei interni assai spesso fragili.Tale fragilità, l’età giovane, la distanza dai genitori, spesso non permette ai bambini di potere lavorare adeguatamente in uno spazio terapeutico classico. Le ferite sono profonde, la difficoltà inconscia di fidarsi di adulti che per lungo tempo non li hanno “visti” e protetti non permette loro di affidarsi, hanno una paura inconscia di abbandonare i loro sintomi che in qualche modo li hanno fatti rimanere in vita e condurre in qualche modo la loro esistenza.  Da qui la possibilità di potere offrire a questi bambini uno spazio di psicoterapia a mediazione animale. Questa presenza – del cane, gatto, asino, cavallo – permette al bambino e all’adolescente di incontrare il proprio sé altrove, nell’animale che funge da specchio relativamente alle emozioni. Nello stesso tempo ha una funzione importante di maternage e presenza rassicurante. L’animale con il suo non giudicare, con il suo esserci, con la sua presenza solida, con la sua capacità di entrare in relazione, con la sua empatia è in grado di cogliere le emozioni dell’altro e di rispondere adeguatamente e in modo sintonico. Ed è quello che assai spesso è mancato ai bambini cresciuti in famiglie disfunzionali o poco funzionali. Il cane o il gatto, all’interno di un contesto psicoterapico e dunque con la presenza di uno psicoterapeuta possono avere proprio la funzione di sintonizzazione emotiva che favorisce nel minore la sensazione – fino a diventare consapevolezza – di essere riconosciuto e dunque di ESISTERE.  La possibilità di potere lavorare nel tempo con più animali permette di cogliere meglio i bisogni dell’utente e di fornire gli stimoli più adeguati affinchè l’esperienza possa essere incarnata e dunque essere più ripartiva possibile. Il cavallo potrebbe per esempio permettere loro di lavorare sulla capacità di reggere le frustrazioni, di affidarsi completamente all’altro o, al contrario, di essere assertivo con l’altro dovendo relazionarsi e farsi comprendere e rispettare da un essere molto più grande di noi e soprattutto molto ingombrante. L’asino ci permette di vivere una dimensione di vicinanza e di silenzio rispetto al non fare e ad accogliere anche questa opportunità:  la piacevolezza del non fare.  E’ possibile curare le ferite psichiche definitivamente? Questo dipende da tantissimi fattori: qualità dell’esposizione pregressa degli eventi familiari, ambiente di vita attuale, spostamento della famiglia relativamente ai nuclei affettivi manchevoli, aspetti cognitivi e di costrutti interni dell’utente, esperienze di vita attuali e future. Fra l’altro, gli operatori sanno, ciò che offriamo ai nostri utenti adesso, che sia educativo o terapeutico, non sempre si osserva come risultato emotivo, intrapsichico e relazionale attuale. Il nostro lavoro permette però a questa utenza di arricchirsi di esperienze positive, nutritive che comunque albergheranno dentro di loro. E quando saranno pronti, se le esperienze di vita successive glielo permetteranno, se decideranno di prendere un strada di vita migliore rispetto a quella di origine avremo arricchito le loro esperienze intrapsichiche e interpsichiche e offerto loro una grande chance. Ciò che deve essere nel nostro patrimonio di operatori (educatori, psicologi, psicoterapeuti, ecc) è la consapevolezza del nostro buon operato e la capacità di accettazione incondizionata dell’altro. Frustrazione, rabbia, senso di inefficacia, delusione e tutte quelle emozioni che i nostri utenti possono farci provare dobbiamo saperle gestire e non farle ricadere su di loro a rischio di ripetere le esperienze negative delle loro relazioni primarie.Gli animali in questo sono maestri, si nutrono delle relazioni presenti, non sono giudicanti, sono in grado di essere centrati e non identificarsi in termini negativi con le emozioni altrui. In questo modo restituiscono, all’interno di una relazione, la loro capacità di stare e di offrire una dualità pulita e rassicurante. 

Salute mentale: a chi mi rivolgo?

Quando si parla di salute mentale spesso ci si trova nella situazione di scegliere il professionista presso cui avviare la cura. Solitamente per la ricerca ci si serve del medico di famiglia, del passaparola di parenti amici o conoscenti o di internet. Ebbene si anche internet viene in aiuto attraverso i social o siti specializzati. Nonostante sia stata fatta già molta informazione sulle professionalità che possono essere di aiuto per il benessere ‘mentale’, oggi non di rado ci si trova a dover chiarire al ‘cliente’ di turno il proprio ruolo. Per capire meglio è bene definire le competenze dello psichiatra, dello psicologo psicoterapeuta e dello psicologo non psicoterapeuta. Lo psichiatra è un medico specializzato in psichiatria la cui competenza permette un inquadramento diagnostico da un punto di vista comportamentale. Lo psichiatra avendo una formazione medica può procedere a fare una diagnosi anche valutando aspetti biologici, strettamente medici, prescrivendo esami clinico diagnostici e all’occorrenza anche farmaci. Il medico specializzato in psichiatria è anche psicoterapeuta, per cui può fare sedute di psicoterapia oltre a poter somministrare farmaci. Lo psicologo è un dottore in psicologia che ha completato il ciclo quinquennale ed ha svolto un tirocinio formativo, ha sostenuto l’esame di iscrizione all’albo regionale degli psicologi. Egli non è ancora uno psicoterapeuta poiché tale titolo si ottiene solo dopo aver portato a termine un ciclo quadriennale presso l’Università o Istituti accreditati presso il MIUR. Lo psicologo è abilitato alle seguenti funzioni: prevenzione: intesa come attività finalizzata ad informare educare e anticipare comportamenti e condotte a rischio; diagnosi: l’atto tipico di indagine e valutazione dei processi mentali e della personalità; abilitazione e riabilitazione: attività tese a promuovere il benessere e la salute mentale dell’individuo, del gruppo; sostegno: è una funzione di tipo supportivo volta al mantenimento delle condizioni di benessere al rinforzo di esse; consulenza psicologica: comprende tutte le attività volte alla valutazione e alla definizione del problema di salute e all’elaborazione di un percorso. Tutte le attività sopra elencate possono essere svolte dallo psicologo iscritto all’albo tranne la psicoterapia che è un’attività ascrivibile esclusivamente allo psicologo specializzato in psicoterapia. La psicoterapia è rivolta alla risoluzione dei sintomi e delle loro cause, conseguenti alla psicopatologia a disadattamenti e sofferenze. E’ molto importante prendersi la responsabilità di verificare il professionista che si sta scegliendo quali competenze abbia e cominciare a scegliere in base al nostro effettivo bisogno.

DISTURBO NARCISISTICO: BARNEY STINSON

disturbo narcisistico

A partire dall’analisi dei personaggi chiave dei film e delle serie tv possiamo comprendere meglio alcuni concetti psicologici, tra cui i disturbi di personalità. In questo caso illustreremo il disturbo narcisistico di personalità, analizzando uno dei protagonisti di una nota serie tv “How I Met Your Mother”: Barney Stinson.  Per chi non lo sapesse, le 9 stagioni ripercorrono tutte le vicissitudini vissute da un gruppo di cinque amici inseparabili che vivono a New York. La storia è narrata da uno dei protagonisti (Ted Mosby), che racconta ai suoi figli tutti gli eventi che lo hanno portato a conoscere loro madre, ricordando le avventure trascorse coi suoi amici (tra cui Barney). IL CASO BARNEY STINSON Barney Stinson è conosciuto dal pubblico per il suo fascino da donnaiolo, la sua parlantina persuasiva e il suo comportamento eccentrico. Per questo motivo incarna perfettamente tutte le caratteristiche del disturbo narcisistico di personalità. Fin dalle prime puntate, Barney è un uomo che mostra una forte ammirazione per la propria persona ingigantendo le sue capacità e i suoi talenti. La sua nota espressione “Legend… wait for it… dary” usata per descrivere ogni sua azione dimostra questa tendenza a sentirsi grandioso in ogni suo gesto. Queste persone sovrastimano enormemente le loro capacità, si ritengono superiori, speciali e unici e sono assorbiti da fantasie di illimitati successi. Tra le grandiosità di cui si vanta, troviamo sicuramente la sua collezione di infinite avventure sessuali di una notte. Tanto da raccogliere nel suo famoso Playbook tutti gli infiniti modi usati per adescare queste donne.  Il narcisista, inoltre, è letteralmente eccitato da situazioni competitive. Barney ama le sfide, soprattutto quelle impossibili. Tra le più famose si ricorda la scommessa dei cinque schiaffi tra Barney e Marshall, che si prolunga fino alla nona stagione.  Un altro aspetto tipico del disturbo narcisistico di personalità è la mancanza di empatia seguita da un’incapacità di riconoscere i sentimenti e le necessità altrui. Barney spesso si sente autorizzato a soddisfare i propri bisogni senza tener conto delle esigenze degli amici.  Accanto al tratto narcisistico, Barney è un bugiardo patologico. Arriva ad affermare che “una bugia è solo una bella storia che qualcuno rovina con la verità”. Dietro questo tratto c’è sicuramente una motivazione più profonda. L’infanzia di Barney è caratterizzata dalle bugie, come la vera identità di suo padre. Sicuramente lo stesso trauma di non averlo conosciuto credendo per anni che questo fosse un famoso conduttore televisivo, ha avuto un’influenza sul suo lato narcisista. In generale, di fronte a questo cinismo manipolatorio si nascondono grandi insicurezze, che portano le persone narcisiste a ricercare continuamente ammirazione da parte degli altri. Solitamente questo tratto si manifesta a seguito di alcuni traumi vissuti durante l’infanzia. Nel caso di Barney, il suo desiderio di rivalsa nasce da una delusione amorosa nella sua tarda adolescenza, dove la sua amata scappa con un altro uomo più ricco. È da questo momento che Barney, all’epoca un ragazzo hippie, abbandona tutti i suoi abiti e indossa il suo iconico vestito impeccabile.  Nello sviluppo narcisistico di personalità, inoltre, è molto importante l’interazione tra caregiver e bambino. Solitamente i narcisisti organizzano la loro esistenza senza aver bisogno degli aiuti degli altri e mirano all’autosufficienza assoluta. È tipico di famiglie incapaci di fornire attenzioni ai figli, di riconoscere e regolare le loro emozioni. A seguito di un attaccamento disfunzionale, l’individuo crescerà chiedendo costantemente attenzioni e apprezzamenti. In generale, però, dietro le situazioni divertenti che coinvolgono questo personaggio si nasconde una grande corazza costruita per affrontare le sofferenze che la vita gli ha riservato. Con l’evolvere delle stagioni, anche il suo lato più profondo emerge allo scoperto. Con più attenzione, si può cogliere quanto Barney sia sensibile e quanto ami profondamente i suoi amici.  La nascita della sua bambina è la perfetta conclusione per l’evoluzione psicologica di questo personaggio. Tramite lei, Barney capisce che non c’è nulla di più leggendario al mondo dell’amore per la propria figlia.  Da questo articolo, si evince come i film e le serie tv riproducano esperienze di vita reali e molto vicini alla disciplina psicologica. Essi possono contestualizzare importanti tematiche stimolando la riflessione delle persone. BIBLIOGRAFIA & SITOGRAFIA Sanavio, E. & Cornoldi, C. (2017). Psicologia clinica: terza edizione aggiornata al DSM-5. Italia: Il Mulino Manuali www.idego.it www.hallofseries.com

Il Sostegno Psicologico al mondo LGBTQ+

LGBT è un acronimo di origine anglosassone che tiene insieme le parole: lesbiche ,gay, bisessuale e transgender/transessuale. A volte si declina anche come LGBTQI, comprendendo le persone che vivono una condizione intersessuale e il termine Queer. Queer è un termine inglese che significa strano, insolito. Veniva usato in passato in senso spregiativo nei confronti degli omosessuali, ma è stato ripreso in tempi recenti in chiave politico/culturale e rovesciato in positivo da una parte del movimento LGBT per indicare tutte le sfaccettature dell’identità di genere e dell’orientamento sessuale. Intersessuale è infine la persona che nasce con i genitali e/o i caratteri sessuali secondari non definibili come esclusivamente maschili o femminili. Le persone lesbiche, gay, bisessuali e transgender (LGBT) sperimentano maggiori problemi di salute mentale, come depressione, ansia, tentativi di suicidio, disturbo da stress post-traumatico (PTSD) e di salute fisica (ad esempio malattie cardiovascolari), rispetto agli individui eterosessuali.  Diversi studi hanno rivelato maggiori probabilità di disagio psicologico tra i giovani delle minoranze sessuali rispetto agli eterosessuali. È emerso che i giovani LGBT sperimentano maggiore disagio psicologico caratterizzato da sintomi di somatizzazione, depressione e ansia; inoltre, i giovani LGBT sperimentano maggiori fattori di stress dall’infanzia alla prima età adulta, come per esempio maggiori probabilità di abuso infantile e il rifiuto da parte della famiglia di origine, fattori che esacerbano i problemi di salute mentale, come la depressione e l’ansia. Chiaramente il disagio psichico non dipende strettamente dall’identità o dall’orientamento sessuale, ma dalle condizioni ambientali che generalmente si creano intorno alle persone LGBT. Da oltre 40 anni la medicina e la psicologia non considerano più l’omosessualità come una patologia,  con il progresso della ricerca scientifica, molti professionisti hanno avuto modo di rivedere le proprie posizioni circa le questioni inerenti agli orientamenti sessuali.  Nonostante ciò, alcuni psicologi e psichiatri continuano a non considerare appieno l’omosessualità come “una variante normale della sessualità umana” questo ovviamente ha delle notevoli implicazioni sulla società e, in particolar modo, su quei soggetti che si affidano alle cure di uno specialista.  Non è mistero, infatti, che ancora oggi vengano messe in atto terapie riparative, o comunque interventi terapeutici volti a modificare l’orientamento sessuale dei pazienti, specialmente quando sono proprio questi ultimi a richiedere tali prestazioni come conseguenza di un disagio psicologico, sociale e/o relazionale. Difronte a tali disagi vissuti dai pazienti è fondamentale garantire loro un adeguato sostegno  psicologico. Lo scopo degli interventi psicologici è quello di riconoscere e sostenere il disagio dei pazienti che appartengono a minoranze sessuali, creando un clima di accoglienza, accettazione e assenza di etero-sessismo, che minaccia l’alleanza terapeutica e l’efficacia di un intervento. Un percorso psicologico diventa quindi l’occasione di riacquistare fiducia in sé stessi, per riuscire ad affrontare le fasi delicate del loro sviluppo. L’omosessualità non è una malattia, nè una scelta: non c’è nulla di rotto, nulla da riparare. Lo studio dello psicologo può diventare il luogo per smettere di farsi le domande degli altri e individuare le proprie.

Interventi psicoeducativi e plasticità cerebrale

Come dice Osho,maestro indiano, siamo ciò che pensiamo. Tutto ciò che siamo sorge con i nostri pensieri. Con i nostri pensieri formiamo il mondo.Gli studi neuroscientifici affermano che il cervello umano impara in maniera veloce fin dalla più tenera età. Il concetto di plasticità cerebrale è,infatti, riconosciuto dalle neuroscienze, che analizzano i diversi cambiamenti neuronali, come surrogati l’uno dell’altro. Ad esempio, Siegel (2012) sostiene che la plasticità cerebrale è la disposizione strutturale e funzionale del nostro sistema nervoso a modificarsi in seguito alle sollecitazioni ambientali. Il cervello possiede la capacità di modificare la propria struttura in base all’esperienza. Tutti sappiamo che lo sviluppo del cervello è in gran parte un processo che dipende anche dall’esperienza, sia in termini positivi sia in termini negativi. Al contrario l’assenza di esperienze di apprendimento esercita effetti negativi sui contatti tra le cellule nervose (sinapsi) e sui circuiti neurali. Questo vuol dire che è possibile accelerare i cambiamenti neurologici mediante l’insegnamento e l’intervento psicoeducativo, con lo scopo di “dare forma” al cervello. Il rapporto tra interventi psicoeducativi e plasticità cerebrale è strettamente correlato, poichè l’ intervento psicoeducativo deve tener conto dei tempi di recupero che il cervello ha. Il recupero, dovuto alla plasticità neuronale, permette al cervello di modificarsi quando riceve accurate stimolazioni psicoeducative. Quali interventi psicoeducativi per promuovere la plasticità cerebrale Poichè lo sviluppo del cervello dipende anche dall’esperienza è necessario implementare specifici interventi psicoeducativi. Ecco alcune tecniche per migliorare i processi cognitivi. Lo scopo di queste due attività è stimolare il cervello. Il bambino riconosce i simboli (stimoli bersaglio) posizionati nelle due griglie di riferimento Scheda n.1– Trova il simbolo + Il bambino deve ricercare (attività di selezione) il segno + Scheda n.2– Trova la lettera D Il bambino deve ricercare (attività di selezione) la lettera D. Il cervello umano è un muscolo che va allenato. Pianificare adeguati interventi psicoeducativi significa anche orientare e rassicurare gli esperti che si occupano di educazione. La non conoscenza di un intervento psicoeducativo può portare ad una sopravvalutazione o sottovalutazione del proprio operato e dell’operato dell’allievo. E come dice Rita Levi Montalcini, il cervello: se lo coltivi funziona. Se lo lasci andare e lo metti in pensione si indebolisce. La sua plasticità è formidabile. Per questo bisogna continuare a pensare.