Eco-ansia: cos’è e come intervenire

Il cambiamento climatico sta avendo forti ripercussioni in numerosi ambiti, tra cui quello della salute mentale (come abbiamo analizzato in questo precedente articolo). Gli eventi meteorologici e i disastri naturali indotti dal cambiamento climatico hanno un forte impatto sulla nostra salute mentale, in quanto possono causare disturbi del sonno, stress, depressione, disturbi da stress post-traumatico e ideazione suicidaria. Si è osservato come tra i principali effetti psicologici del cambiamento climatico vi sia una nuova patologia, denominata eco-ansia. Che cos’è l’eco-ansia? L’American Psychological Association[1] si riferisce all’eco-ansia, o climate anxiety, come a “una paura cronica del dominio dell’ambiente”, che va da uno stress lieve a disturbi clinici come depressione, ansia, disturbo da stress post-traumatico e suicidio, a strategie di coping disadattive come la violenza fisica e l’abuso di sostanze[2]. Più semplicemente, l’eco-ansia è una forma specifica di ansia relativa allo stress o al disagio causato dai cambiamenti ambientali e dalla nostra conoscenza di essi. Non esiste una diagnosi specifica di “Eco-ansia”. La sintomatologia auto-segnalata può includere attacchi di panico, insonnia, pensiero ossessivo e/o cambiamenti dell’appetito causati da preoccupazioni ambientali[3]. L’eco-ansia si presenta non solo a causa della paura di un pericolo percepito ma anche nel momento in cui entra in gioco il senso di colpa o la sensazione di impotenza per il mancato controllo sulla natura. Chi sono i gruppi maggiormente colpiti dall’eco-ansia? La climate anxiety viene avvertita in modo molto più forte tra i giovani, in particolare da coloro tra i 15 e i 30 anni. Questo dato può riferirsi al fatto che i giovani, a differenza degli adulti, avranno maggiori probabilità di sopravvivere alle avversità climatiche nei prossimi decenni e a dovervi fare fronte. L’eco-ansia tende anche ad essere maggiore nelle persone che si preoccupano profondamente dell’ambiente[2, 4]. Un’indagine italiana condotta nel 2019 su un campione nazionale di 800 giovani adulti ha indicato che, per il 51% di loro, il cambiamento climatico rappresenta la fonte primaria del loro disagio[5]. È probabile che i livelli di ansia climatica aumentino nel tempo poiché sempre più persone ne saranno direttamente colpite. Le persone in condizioni di povertà, le popolazioni indigene, i bambini e le persone che vivono in circostanze precarie (ad esempio, in aree soggette a siccità o incendi, o regioni vulnerabili all’innalzamento del livello del mare) sono tra i gruppi maggiormente a rischio di subire i gravi effetti del cambiamento climatico[4]. Eco-ansia: adattiva o disadattiva? L’ansia evocata dalla minaccia del cambiamento climatico può essere adattativa o disadattiva[4]. Quella adattiva può motivare l’attivismo climatico, fornendo un impulso ad agire per affrontare le minacce climatiche, ad esempio trovando modi per ridurre la propria impronta di carbonio. L’ansia disadattiva può assumere la forma di passività ansiosa, nella quale la persona si sente ansiosa ma incapace di affrontare il problema del cambiamento climatico, e può assumere la forma di un disturbo d’ansia innescato o esacerbato da fattori di stress climatici. Un’ansia eccessiva può essere grave e debilitante, e merita attenzione clinica. Come risultato di una maggiore consapevolezza dell’impatto del cambiamento climatico sull’ambiente, quindi, alcune persone sono spinte ad agire mentre altre sono sopraffatte. Per altre ancora, l’ansia è così intensa da diventare paralizzate, impedendo loro di agire. È ciò che viene chiamata eco-paralisi, in cui le persone diventano così angosciate dal problema da non essere in grado di agire e, di conseguenza, a volte sono giudicate erroneamente come disinteressate e apatiche[3]. Come intervenire? È necessario comprendere che l’ansia non è necessariamente un “problema” di cui liberarsi ma, nelle giuste dosi, può creare consapevolezza e spingerci ad agire in maniera congrua. Il cambiamento climatico è anche un problema psicologico, ma ciò non significa che debba essere individualizzato o medicalizzato. L’ansia climatica non dovrebbe essere vista come un problema da risolvere o una condizione da curare ma, piuttosto, come un aumento di consapevolezza del nostro impatto sul mondo. Invece di patologizzare l’ansia climatica, è necessario chiedersi come è possibile creare maggiore consapevolezza del problema e individuare azioni concrete. Oltre, quindi, ad un lavoro di supporto psicologico individuale, per imparare a riconoscere e gestire l’ansia sarà necessario sviluppare forti reti sociali fondate su relazioni supportive e una solida relazione con la natura che ci circonda. Per concludere, i sintomi dell’ansia climatica non sono necessariamente sentimenti di cui liberarsi ma da cui imparare, solo però se possono essere percepiti in modo sicuro, attraverso lo sviluppo di azione pro-ambiente e cambiamento sociale e psicologico. Bibliografia [1] American Psychological Association (2017). Mental Health and our Changing Climate: Impacts, Implications and Guidance. (https://www.apa.org/news/press/releases/2017/03/mental-healthclimate.pdf). [2] Dodds J. (2021). The psychology of climate anxiety. BJPsych Bulletin, 45, 222–226. doi:10.1192/bjb.2021.18 [3] Usher K., Durkin J. e Bhullar N. (2019). Eco-anxiety: How thinking about climate change-related environmental decline is affecting our mental health. International Journal of Mental Health Nursing, 28, 1233–1234. doi: 10.1111/inm.12673 [4] Taylor S. (2020). Anxiety disorders, climate change, and the challenges ahead: Introduction to the special issue. Journal of Anxiety Disorders, 76, 102313. [5] SWG. Lotta Contro i Cambiamenti Climatici. 2019. Available online: https://www.swg.it/politicapp?id=yedv
DUE corpi e DUE anime

di Ludovica Autelitano Io non sono un luogo comune. Io sono il luogo dell’anima dove risiedono sia rumori che suoni. Ho le dita delicate, fai attenzione. Con le mani ho accarezzato ma anche colpito, a torto, a ragione. Mia nonna mi diceva “hai occhi che sono due stelle” e io, quelle stelle, le ho fatte correre per il mondo in cerca delle tue. Io sono sapori sapore del latte materno di birra di torte fatte in casa e cioccolato amaro. In me abita tutto e il contrario di tutto. Ecco. E’ in questo luogo che io ti accolgo. Ti accolgo nella mia storia, ti scelgo mentre sulle mie spalle porto il generoso peso del mio albero genealogico e ti porto con me perché stare insieme non sia celebrare un corpo e un’anima, ma avere imparato dove inizia uno e finisce l’altro. Mi rendo conto che quanto detto supera le aspirazioni fusionali insite nella promessa amorosa e nelle fantasie di ciascuno ma potremmo, forse dovremmo, chiederci: “Cosa scelgo io di quest’uomo, di questa donna?”, “Chi sono io per lui? Chi è lei per me?”. Un padre? Una madre? Che padre? Che madre? Un amico o forse una Casa? Un salvagente? Un approdo? Ah, ecco…Un/una compagno/a! Ma cos’è? Che fa? Come si comporta? Come scrive Salvador Minuchin in “Famiglia e terapia della famiglia”, “Ogni coppia ha una sua storia specifica; per alcune non viene mai il momento in cui si sentono “sposati”. Così il processo, dal rito di passaggio in presenza di un giudice di pace o simili, al tempo in cui vi siete sentiti realmente sposati può andare avanti per un pezzo. Alcune persone divorziano senza essere state neppure sposate”. Come può avere ragione d’essere l’idea di Minuchin? Scoperchiando il vaso di Pandora è possibile riscontrare come la coppia nasca sul malinteso, su quello che non si è detto all’inizio, con lo sguardo, tra le pieghe dei primi sorrisi, nel cuore dell’implicito che crea il legame. E, cosa, esattamente, non ci si è detti? Che non si sarebbe rimasti uguali. Che sarebbero cambiati gli sguardi, le parole, gli obiettivi…i bisogni. Insomma, ci si sarebbe evoluti.Io e te non siamo quelli di un tempo, siamo un’altra Io e un altro Te e, dopo tutto questo tempo, ci andiamo ancora bene? “Senti – bisognerebbe domandarsi – quando ci siamo conosciuti a te piaceva il mare, chè per caso ti piace ancora? O adesso preferisci la montagna?”. Eppure queste domande non vengono fatte, tra le bollette e gli impegni, le coppie dimenticano di RI-guardare sé stesse e rilanciare il patto che le aveva unite all’inizio. Così passano i mesi e gli anni e un giorno, girandosi, ci si può scoprire diversi, troppo diversi ed è quello il momento della scelta: posso accettare che tu sia diventato altro da quello che avevo scelto? Posso accettare che il nostro patto di coppia debba trasformarsi come naturale evoluzione del legame? Posso accettare di essere io stesso/a cambiato/a? Dipende. Da cosa? Da cosa ci aveva uniti poiché, come scrive Angelo, “Quanto più le relazioni nella famiglia di origine sono prive di elementi conflittuali irrisolti, tanto più la scelta del partner è libera nel senso che i vincoli, le preclusioni, la necessità di legarsi a un particolare tipo di partner sono molto meno presenti”. Spesso, infatti, facciamo con il partner quello che prima facevamo con i genitori. Non litighiamo più con la mamma perché adesso litighiamo con il fidanzato, smettiamo di lottare con un padre autoritario e continuiamo la stessa lotta con il marito. Invece di perseguire interventi strategici volti a cambiare l’Altro, la psicoterapia di coppia è essenziale per favorire uno spazio dialogico che sappia evidenziare sia la circolarità delle dinamiche relazionali che la verticalità e cioè: “Dove abbiamo imparato la relazione”? Chi ci ha insegnato a progettarla in un modo piuttosto che in un altro? Esiste un momento nella vita di coppia in cui ciò che ci aveva attratto all’inizio viene messo in crisi dal disvelamento, da ciò che non è riuscito a seguire il flusso del cambiamento. La psicoterapia di coppia è questo: aprire la porta che conduce ai nostri bisogni e avere il coraggio di capire dove ci porta
La famiglia del ventesimo secolo

I bambini hanno bisogno di contenimento emotivo di Federica Cirino Pomicino Oggi la famiglia appare un luogo con molte discrepanze e continue difficoltà. I bambini per crescere sani hanno bisogno di cure materiali, certo, ma volendo parlare di un concetto più ampio e più strettamente psicologico, hanno un fondamentale bisogno di “contenimento emotivo” (Wilfred Bion). Avere uno spazio protetto ed un limite al loro egocentrismo e alla loro aggressività è fondamentale. Oggi sembra che tutto questo accada con grande difficoltà, che i genitori fatichino a mettere limiti e regole, forse perché troppo presi dalla loro vita. Spesso è più facile dire si ai figli, piuttosto che dover discutere o metterli in punizione. A volte, nelle famiglie di oggi ci sono “piccoli dittatori” che comandano. Ma sentire di essere così potenti fa poi crollare questi bambini dinanzi alle frustrazioni che inevitabilmente la vita propone. Molti bambini vivono inchiodati davanti a tv e videogiochi ed hanno in mano cellulari con libero accesso ad internet. Vengono gettati nel mondo adulto senza protezione e senza spiegazioni. Nel ventesimo secolo ancora non è chiaro che con i bambini si deve parlare e che loro provano paure ed angosce proprio come noi adulti e che non bisogna avere paura di parlare di emozioni e di ciò che si prova. La genitorialità Molti genitori appaiono sprovveduti di quelle “capacità genitoriali” che crediamo dovrebbero essere scontate. Il così detto “buon senso” sembra essere scomparso e molti genitori non si fidano più delle proprie capacità, del proprio istinto genitoriale senza dover per forza leggere un libro sull’argomento o chiedere consiglio a chiunque. Madre e padre si trovano spesso a divergere sull’educazione dei figli e a sminuire l’autorità dell’altro. Sappiamo tutti quanto l’autorità paterna sia funzionale alla crescita di un figlio all’interno di una famiglia. Ma oramai, molto spesso, l’autorità paterna, nel nostro secolo, appartiene più alle donne. La madre “sufficientemente buona, ” come la definisce Winnicott, dovrebbe essere in grado di accudire il figlio e comprenderlo nei suoi bisogni materiali ed emotivi ma, quando cresce, dovrebbe avere anche la capacità di lasciarlo andare sostenendo la sua personalità. I genitori diventano gli “oggetti buoni introiettati” (Melanie Klein) che rendono capace il figlio di affrontare poi la vita da solo. Esistono madri ingombranti e castranti che non riescono a far svincolare da loro questi figli maschi. Questo vale, in ogni modo per tutti i figli, maschi o femmine che siano. Infatti, il bisogno dei figli di autonomia e d’individuazione-separazione che avviene concretamente nell’età adolescenziale (Peter Blos), appare spesso ostacolato dai genitori che faticano a trovare “la giusta distanza” per lasciarli crescere.
Token economy: cos’è e quando va utilizzata

token economy
Dimentico tutto. Che mi sta succedendo?

Problemi di memoria e spunti di riflessione. La pandemia ha portato con sé un’acutizzazione di molti aspetti legati alle emozioni, alla paura, alla mancanza di socializzazione e, in moltissime persone, anche una sensazione di maggiore vulnerabilità dei processi di pensiero e memorizzazione. Naturalmente, il fenomeno ha a che fare con la sensazione di perdita di controllo che ha permeato questi due anni duri. Molti di noi – è un argomento spesso riferito dai pazienti – si sentono meno capaci, meno padroni dei propri processi mentali e più soggetti a dimenticare le cose. Ma vediamo meglio come funziona la memoria, anche in tempi meno difficili. Vi capita spesso di dimenticare dove avete parcheggiato l’auto? Non siete i soli e, con ogni probabilità, non avete una pessima memoria né siete ai primi stadi di una demenza precoce. Il fenomeno è comune ed è dovuto ad un semplice fatto: se vogliamo ricordare qualcosa, la cosa più importante da fare è dedicare attenzione a questa cosa. Il lavoro della neuroscienziata Lisa Genova ci dà nuove prospettive sulla memoria. Notare una cosa significa utilizzare due facoltà: la percezione (tatto, gusto, vista, odorato, udito) e l’attenzione. Abitualmente, molti di noi, nel caso del parcheggio, eseguono l’azione in una sorta di automatismo: per questo memorizziamo, fin dal principio. La nostra memoria non è una videocamera: non registra tutto quello che vediamo e sentiamo, ma trattiene solo quello a cui facciamo attenzione. Se siamo svegli 16 ore al giorno, i nostri sensi sono all’opera per 57600 secondi. È una quantità abnorme di dati in entrata. È praticamente impossibile, e sarebbe persino dannoso, ricordarne la maggior parte. Immaginiamo di vedere un incidente sulla strada verso casa. La forma, il colore, il tipo delle auto coinvolte, la loro posizione saranno incamerati dai coni e bastoncelli della retina. Queste informazioni saranno tradotte in segnali nell’area della corteccia cerebrale deputata alla visione, dove l’immagine viene processata e, di fatto, vista. Poi può essere ulteriormente processata in altre aree della corteccia, deputate al riconoscimento, al significato, al paragone, all’emozione e all’opinione. Ma se non facciamo un utilizzo volontario dell’attenzione, i neuroni coinvolti non faranno il collegamento e il ricordo, semplicemente, non si formerà nemmeno. Se, ad esempio, stiamo pensando a cosa è successo in ufficio, o a cosa mangeremo a casa, vedremo l’incidente ma non ne osserveremo nessun dettaglio e ne ricorderemo solo la forma, a grandi linee, senza che gli altri particolari si fissino nella nostra memoria, intenta invece a processare frasi ascoltate durante il lavoro o a ricordare un cibo che ci piace nell’attesa di prepararlo. Quindi: la ragione principale per cui non ricordiamo un nome che ci è appena stato detto, o dove abbiamo messo le chiavi o il telefono, o se abbiamo chiuso bene la porta di casa, è dovuta ad una mancanza di attenzione durante l’azione. Se vogliamo ricordare, dobbiamo stare attenti. Ma la cosa è tutt’altro che semplice. Perché siamo programmati per notare, e perciò ricordare, cose, persone o avvenimenti che riteniamo nuovi, interessanti, sorprendenti e significativi per la loro portata emotiva o di causalità. Se no il nostro cervello, per risparmiare energia, funziona in modo semi- automatico per la maggior parte del tempo. Concludendo: l’attività cerebrale quotidiana non è predisposta all’attenzione. Il nostro cervello è sempre impegnato in rumori di fondo, ricordi, pensieri ripetitivi, memorie procedurali (come, ad esempio, pedalare su una bici): c’è troppo affollamento per introdurre una nuova memoria. Il nome di uno sconosciuto, ad esempio, viene tenuto in mente come suono per circa 15-30 secondi. Se non decidete di stare bene attenti, il suo nome scomparirà e non sarà mai consolidato nell’ippocampo, a formare una nuova memoria. Fare attenzione, dunque, richiede uno sforzo cosciente e volontario, ed è il presupposto per creare un ricordo, che verrà consolidato con il sonno. La prossima volta che parcheggiate, non dimenticatevi di queste righe.
Italiani e Social Network: le conseguenze sul benessere psicologico

Nei precedenti articoli abbiamo ampiamente trattato il controverso rapporto tra psicologia e tecnologia.In questo articolo analizzeremo il comportamento degli italiani sui social network e le conseguenze sul benessere psicologico. Nell’ultimo periodo gli utenti stanno prendendo sempre più coscienza degli effetti che la tecnologia e i social network esercitano sulla loro vita. Le percezioni che stanno affiorando sono di uno scarso controllo degli strumenti digitali e soprattutto dei sentimenti, in gran parte negativi, che ne scaturiscono. Le persone fanno fatica a bilanciare gli aspetti negativi e quelli positivi dei social network e, consapevoli degli effetti che potrebbero avere sul loro benessere psicologico, stanno cambiando il loro comportamento nei confronti di questi strumenti. Secondo il Report pubblicato da Kaspersky a settembre 2021, il 62% degli italiani sta modificando il proprio atteggiamento e comportamento di fruizione nei confronti dei social media in quanto ritenuti dannosi per la salute mentale. In particolare il 42% degli italiani ha dichiarato di non avere il pieno controllo dei social e di non riuscire a porsi dei limiti nel loro utilizzo, chiaro campanello d’allarme rispetto al pericolo di Social Media Addiction.Il 31% ha affermato di provare emozioni negative durante l’utilizzo, rilevando un incremento dei livelli di ansia e stress, mentre il 37% ha dichiarato di aver intenzionalmente ridotto il tempo da trascorrere sui social network. Un ulteriore rivolto della medaglia è che, reagendo a questa sindrome di iperconnettività, le persone hanno provato a rimettersi in contatto con il proprio io attraverso la meditazione o la mindfulness. Questo dato ci illumina sull’esigenza più forte della società odierna: ritornare al contatto umano, all’ascolto di sé stessi e degli altri, all’autenticità. La psicologia in questo senso è una risorsa inestimabile per riportare le persone al centro del loro essere e aiutarle a ricalibrare le priorità della loro vita in base ad un sistema di valori. La tecnologia è parte integrante delle nostre vite e un prezioso strumento per renderle più efficienti, ma è importante saperla padroneggiare e accogliere nella nostra quotidianità con consapevolezza ed equilibrio. In quest’ottica l’educazione digitale gioca sempre un ruolo fondamentale non solo per chi si approccia per la prima volta ai nuovi strumenti di comunicazione, ma anche per chi li usa quotidianamente, al fine di mantenere il giusto distacco e non venire assorbiti dal mondo virtuale.
Il sorriso e il suo potere di cambiare le cose

Il primo venerdì del mese di ottobre ricorre la giornata mondiale del sorriso. Esso è uno dei primi canali di comunicazione con l’altro ed è riconosciuto con valenza positiva in tutte le culture e in tutte le fasce d’età. Il sorriso è parte integrante della comunicazione non verbale e ha, infatti, una funzione biologica di socializzazione. Le prime esperienze si vivono in famiglia già nei primi mesi di vita. Gli studi etologici sostengono che il sorridere sia un’azione innata e che l’attuazione in determinati contesti sia dettata, invece, dall’apprendimento. Grazie al sorriso, il bambino dimostra il riconoscimento dei volti familiari, predisponendosi alle relazioni. Il sorridere di un bambino si riflette sul viso della madre, che a sua volta gli sorride. Questo vissuto positivo, sperimentato inizialmente con la mamma, aumenta il benessere psicologico del bambino. Esso diventa una componente dell’auto stima in formazione. Dal settimo mese, l’azione del sorridere di un bambino diventa intenzionale e volontaria. Si fa tesoro dell’esperienza di benessere scaturita dai sorrisi reciproci, aumentando la consapevolezza del potere relazionale intrinseco. Pian piano, il bambino imparerà così a sperimentare il sorriso e i suoi effetti sulle altre persone del suo mondo. Oltre ai genitori, nonni, zii, cugini e amici contribuiranno al potenziamento delle informazioni riguardo al sorridere. Garantiranno un bel bagaglio di benessere e di autostima da poter portare con se nella vita adulta. Il sorriso infatti è un facilitatore delle relazioni sociali. Crea un clima di serenità e predispone positivamente all’altro. Un sorriso è la curva che raddrizza tutto (Phillis Diller)
Un esempio di come le persone cambino quando diciamo loro di non cambiare

Di Dania Cusenza Se Elvira fosse un accessorio sarebbe sicuramente un filo di perle, anche se non gliel’ho mai visto indossare. È sulla cinquantina. Avete presente la Gradiva? Elvira non cammina, accarezza il pavimento quando incede. Dire elegante sarebbe fuorviante. Lei è l’eleganza. Quella che non ha nulla a che vedere con una bella borsa firmata. Si siede; la schiena diritta mi ricorda una danzatrice. Sembra su un trono.“Cosa posso fare per lei?” dico abbozzando un sorriso. Di più mi sembrerebbe irrispettoso.Tanto il passo era lieve tanto lo sguardo tracimava di rigidi inverni.“Sono qui per mia figlia”.Mi investe un’ondata di dolore addomesticato che vira subito in sfida.“Dottoressa, ho partecipato ad uno dei suoi corsi. Lei sostiene che le persone cambino quando si dice loro di non cambiare”. Faccio un lieve cenno con la testa.“Bellissimo slogan. Niente da dire”. La voce si fa apertamente ostile. “Ora le racconto brevemente la mia storia…” e telepaticamente saetta un “vediamo come se la cava”. Detesto i duelli. “Angelica ha sedici anni. Fino a dodici siamo state una cosa sola”. La voce si liquefa. Sembra di vederle complici nelle loro chiacchiere rosa confetto.“Era una bambina dolce e affettuosa, con quel suo cerchiello in madreperla. Quando l’accompagnavo a scuola non sa quante volte si girava e poi ancora e ancora con la mano che ondeggiava. Un giorno, senza alcun preavviso, non si è girata più”. Senza. Alcun. Preavviso.“E poi non sto qui a tediarla con i grovigli dell’adolescenza. Chissà quanti ne vedrà”. Alzo un sopracciglio.“Lei al corso parlava di come trasformare un problema in risorsa…”. Non ho neppure il tempo di assentire che Elvira mi mitraglia con una serie di carichi da novanta che farebbero impallidire Freud, Jung, Kelly e Bruner messi insieme.Pesco solo i macigni: “…vegeta…va malissimo…si fa le canne…è apatica…sabato è tornata sbronza. Dove ho sbagliato. Dove ho sbagliato”.Prende fiato come per sganciare l’ultima bomba. “Ma non è questo il motivo per cui sono qui”.Mi sento una Billy dell’Ikea prima di essere montata e senza libretto di istruzioni.Il mio maestro molti anni fa mi diceva “vedrai, il cliente parla parla, a te a volte sembrerà di annaspare ma ad un certo punto entri nel flusso e …”.Elvira non concede spazio ai miei salvagenti nostalgici.“Angelica pesa 120 chili”. Una frase che di chili ne pesa mille. “Le ho provate tutte. Se non le dico nulla mangia senza una fine. Se glielo vieto si abbuffa”.Siamo due statue. Brutte copie delle originali.“Lei al corso ci suggeriva di cercare le perle nei nostri figli. Prego” dice allargando le braccia, i palmi delle mani rivolti al cielo. Sembra mi stia passando il suo fardello.In un istante il volto si accartoccia in un’espressione di dolore. “Mi vergogno di lei” sussurra. Le lacrime sciolgono il ghigno. “Guardo Angelica e provo ribrezzo. Quel collo, tutta quella carne…ovunque”.I suoi singhiozzi mi arrivano fino all’anima.Solo macerie davanti a me.L’immagine di Elvira, così eterea, è un lontano ricordo. Ora è un tutt’uno con quella animale di sua figlia.Mai così vicine. Dal ventre del labirinto del Minotauro mi spunta un filo d’Arianna. “Se vuoi che le persone cambino dì loro di non cambiare”. Di non cambiare.È giunto il momento di invitare Elvira a cercare la perla tra tutti questi ruderi. Una sfida più ardua che trovare un ago in un pagliaio.Elvira, tifo per te. So che ce la puoi fare. Che c’è di bello in Angelica? Dai…dai…I suoi occhi cominciano a muoversi, a destra e a sinistra, ripetutamente. Cosa stia sfogliando non lo so ma ad un certo punto affiora un ricordo.“Angelica ed io avevamo un rito quando era bambina. Tutti gli anni in montagna compravano un vasetto di sali colorati. Com’era bello farle il bagno. Quanta spensieratezza” dice con aria trasognata. Mi fa tenerezza quando confessa che quei sali, lei, li compra ancora.La mente è strana davvero, a volte va nel passato come per prendere la rincorsa. Sento l’arco che si tende e tira indietro. Ed ecco che scaglia la sua freccia. “E se proponessi ad Angelica di farle un bagno?”. Fatico a non strabuzzare gli occhi.Penso: è la fine. Due settimane dopo.Elvira entra in studio. Nel suo sguardo un cestino di fragole appena raccolte.Volete sapere com’è andata? Allora sedetevi belli comodi.Siamo nella stanza da bagno.La telecamera inquadra Angelica adagiata nella vasca. Il vapore la avvolge e ci restituisce un’immagine color seppia. Sembra una di quelle vecchie foto tanto tutto è immobile.Poi uno sciacquio. Arriva ovattato. Una spugna si immerge. La vediamo strizzata con grazia. Entra ed esce dal profilo dell’acqua.La telecamera si allarga. Dietro Angelica c’è Elvira seduta su uno sgabellino malfermo. Scricchiola ogni volta che intinge la spugna e la passa sul collo della figlia, quel collo che fino a qualche giorno fa era sembrato così mostruoso.Piccoli gesti che sanno di eterno. La spugna entra ed esce, senza tempo.Angelica muove lentamente il capo all’indietro, solo di qualche grado.Per rispetto abbassiamo il volume.Le labbra di Angelica si schiudono in un inequivocabile “Mamma… bentornata”. E ora, immagino, vorrete sapere il seguito. Angelica ha iniziato a farsi seguire da un endocrinologo e bla bla bla. Cosa ha consentito questo cambiamento? Quel “Mi vai bene così come sei, guai a te se cambi”, racchiuso in un gesto.A distanza di mesi Elvira è tornata. Mi rassicura “No, no, non è per Angelica. È per mio marito”.Ma questa è un’altra storia.
L’INTELLIGENZA NELLE EMOZIONI

di Giada Mazzanti “mamma ho preso 8 nel compito di matematica” “ohh ma quanto è intelligente il mio bambino” Vi ricorda qualcosa? Probabilmente è una conversazione che potrebbe esservi capitata nel corso della carriera scolastica. Comunemente si associa il concetto di intelligenza al successo scolastico/accademico ma il costrutto si riduce soltanto all’ottenere delle buone prestazioni? Tale quesito se lo sono posti diversi studiosi nel corso del tempo: lo stesso Darwin, suo cugino Galton, Binet che costruì dei test mentali per dedurne l’età, detta età mentale; Stern, partendo dall’indice individuato da Binet, trovò il modo per renderlo universale per ogni età tramite il “quoziente intellettivo”; esso consiste nel dividere l’età mentale del soggetto per la sua età cronologica e moltiplicare il risultato per cento. Per poi arrivare a Gardner con la teorizzazione delle intelligenze multiple e a Sternberg sull’intelligenza triarchica. Queste teorie permettono la costruzione di test che vanno ad analizzare solo l’aspetto cognitivo dell’intelligenza considerandola come un costrutto monolitico scisso sia dalle emozioni che dalla motivazione. La sfera emotiva e motivazionale però influenzano la prestazione intellettiva e sono profondamente relati sia al QI sia alla costruzione della personalità; infatti, gli studi sulla meta-cognizione hanno evidenziato come una scarsa percezione di efficienza intellettiva si ripercuota sia sulla stima di sé e sia sull’autoefficacia causando una scarsa prestazione. Per tutti questi motivi quando si valuta l’intelligenza è bene considerare sia la massima prestazione cognitiva, sia l’intelligenza usata nei contesti quotidiani ma anche considerare quei fattori che possono essere accostati alla personalità come motivazione, meta-cognizione, comprensione delle emozioni, stili cognitivi e interpersonali e apertura mentale. Ma cosa si intende per emozione? Qual è la differenza con il sentimento? Sono due concetti fondamentali che spesso, nella quotidianità vengono confusi e non ci si riflette a sufficienza. Con “emozione” si intendono tutti gli stati affettivi intensi e di breve durata, danno luogo anche a comportamenti mentre i sentimenti sono stati affettivi di minore intensità più durevoli nel tempo e sono condizioni interne che danno azione e motivano un comportamento (Lazarus, Folkman 1984) Il primo studioso della funzione dell’emozione è stato Darwin considerandola come strumento di sopravvivenza della specie, da lui molti si sono affacciati allo studio del costrutto facendo sì che si creasse una eterogeneità di approcci teorici; essi però concordano nel considerare l’emozione come un processo che coinvolge tutto l’organismo a livello psicofisiologico, cognitivo e comportamentale che permette l’interazione organismo-ambiente ovvero l’adattamento del soggetto rispetto agli stimoli, al contesto e alle interazioni sociali. L’emozione nell’ottica evolutiva è fondamentale fin dall’inizio della vita per la costruzione della personalità; detto ciò, si può dire che nel bambino, tale competenza, sia indice di benessere e sia anche relata all’ambito della socializzazione e apprendimento. Emerge, dunque, che l’intelligenza emotiva è legata all’apprendimento, vediamo in che modo. Come dimostrano studi neuroscientifici (Mercenaro 2006), l’emozione è legata al pensiero, memoria e apprendimento nel senso che ogni apprendimento è marcato emotivamente. Altri studiosi ancora (Gottman, Declaire 1997; Dwyer 2002) evidenziano che anche i bambini aventi una buona competenza emotiva e inseriti in un ambiente di apprendimento sicuro ottengono risultati migliori nell’acquisizione delle conoscenze, non solo ma riescono a stabilire relazioni sociali migliori e gestiscono meglio le situazioni frustranti. Grazie a queste evidenze emerge, non solo la parzialità nella modalità valutativa dell’intelligenza come sola performance cognitiva ma anche la non completezza dell’educazione scolastica che tende a potenziare lo sviluppo cognitivo a discapito di quello affettivo. Viene a delinearsi il bisogno di ridefinire la pedagogia scolastica, essa dovrebbe considerare il tema della conoscenza emotiva come motore dell’apprendimento e della formazione di personalità. se non si tenesse di conto dell’area emotiva il rischio che ne deriverebbe sarebbe che l’incapacità di capire e gestire il proprio stato emotivo intralcerebbe il funzionamento delle abilità conoscitive. Ovviamente non va dimenticato che nel processo di apprendimento è fondamentale che vi sia un buon rapporto tra studenti e insegnati; infatti, il sentirsi accettati nel gruppo e stimolati dall’insegnate permette di aumentare la motivazione e apprendere in modo proficuo. Come si nota, l’apprendimento scolastico è analogo all’intero processo educativo, avviene solo se viene investita l’intera persona nelle sue relazioni con l’insegnante e con i compagni di classe (Csikszentmihalyi 1992, Blandino, Granieri 1995). La modalità più lampante per implementare le competenze nell’ambito emotivo e quindi per tenere sempre presente l’intelligenza emotiva sono l’attuazione di progetti, soprattutto nelle scuole primarie ma non solo, volti all’alfabetizzazione emotiva sia degli alunni ma anche degli insegnanti. Bibliografia Blandino G., Granieri B. (1995). La disponibilità ad apprendere. Dimensioni emotive nella scuola e nella formazione degli insegnanti. Raffaello Cortina, Milano. Dwyer B.M. (2002). Training strategies for the twenty-first Century: using recent Research on learning to enhance training “innovations in education and teaching International”, 39(4):265-267. Gottman J., Declaire J. (1997). Intelligenza emotiva per un figlio. Rizzoli, Milano. Lazarus R.S., Folkman S. (1984). Stress, Appraisal and coping, Springer. New York. Mancini G., Trombini E. (2011). Salle emozioni all’intelligenza emotiva. Espress Edizioni, Torino. Mercenaro S. (2006). La mente emotiva. Carocci, Roma. Passer M., Holt H., Brember A., Sutherland E., Vliek M., Smith R. (2013). Psicologia generale. La scienza della mente e del pensiero. McGrawHill Education.
PREVENIRE IL TRAUMA DEL FALLIMENTO ADOTTIVO

di Sara Di Nunzio Il termine post-adozione designa il periodo che ha inizio con l’arrivo del bambino nella sua nuova famiglia e individua una serie di interventi finalizzati a garantire la buona integrazione del minore all’interno del nucleo familiare e del contesto sociale. La necessità di creare una rete di servizi che accompagnino le famiglie oltre il primo anno dall’ingresso del minore adottato è una richiesta pressante in quanto il servizio di post-adozione va indubbiamente potenziato, anzi in molti casi soprattutto in Italia va proprio creato. Secondo una recente ricerca del professor Jesùs Palacios, professore dell’Università di Siviglia, in Spagna, le famiglie che si trovano a fare i conti con un’adozione complessa e che vivono un momento di crisi non sempre chiedono aiuto, nonostante la presenza di servizi di post adozione gratuiti e specializzati, composti da équipe di psicologi e neuropsichiatri. Infatti secondo questa ricerca per Rosa Rosnati docente di psicologia dell’adozione e dell’affido presso l’Università Cattolica di Milano, i dati confermano la necessità di un cambiamento di prospettiva culturale: l’adozione non è esclusivamente un canale per avere un figlio, ma ha in sé una intrinseca dimensione sociale. Se i genitori hanno fin dall’inizio questa prospettiva, saranno più predisposti a chiedere aiuto: adottare non è un’impresa che può essere condotta in solitaria. Fin dal momento della valutazione delle coppie è importante tenere conto della loro disponibilità a confrontarsi con altri, a mettersi in rete, aiutarli non solo a maturare le competenze genitoriale ma anche ad acquisire delle competenze genitoriali terapeutiche per consentire ai bambini di recuperare dopo le esperienze traumatiche che hanno vissuto. L’indagine del professor Palacios si riferisce agli anni 2003-2012, analizzando soprattutto i fallimenti adottivi che hanno riguardato l’1,32% delle adozioni, numeri molto inferiori rispetto a quel 3% di cui si parla generalmente in Italia. Attraverso questa ricerca il professor Palacios ha evidenziato dei fattori di rischio determinanti, Il 94% dei fallimenti riguardano bambini che sono stati inseriti in famiglia quando avevano più di due anni, ma contrariamente a quanto si pensa, il rischio non aumenta con l’aumentare dell’età e un bambino adottato da grande non è un bambino molto più a rischio. Un altro fattore di rischio è l’adozione di fratelli: il 40% dei fallimenti adottivi coinvolge adozioni di fratelli. in poco più della metà dei casi il fallimento riguarda tutti i fratelli, mentre quando ad essere allontanato è solo uno dei figli, nel 70% dei casi si tratta del figlio maggiore. Dal punto di vista dei professionisti, è stato sottolineato come si tenda a proporre servizi di consulenza e si facciano invece pochi interventi per sviluppare l’attaccamento. Esplorando il panorama giuridico La Spagna in particolare ha da poco cambiato la sua normativa di riferimento, ponendo un limite di due anni ai tentativi di recupero delle capacità genitoriali delle famiglie di origine e proibendo l’istituzionalizzazione per i minori sotto i 3 anni. Esplorando brevemente il panorama giuridico italiano, è indubbio poter confermare che la svolta decisiva, riguardo la tutela dei diritti dei minori adottati, si è concretizzata negli anni ’60, quando con la riforma del diritto di famiglia il minore venne riconosciuto titolare di diritti fondamentali che devono essere tutelati. Già la nostra Costituzione del 1948, con gli artt. 30 e 31, aveva sancito l’impegno dello Stato italiano nel sostegno della famiglia attraverso l’erogazione di servizi per sostenerla nell’adempimento dei suoi doveri. Nell’ordinamento italiano l’adozione dei minori in stato di abbandono è considerata legittimante, dunque irrevocabile: una volta emessa, la sentenza di adozione non può più essere rimossa e pari trattamento è assicurato ai minori stranieri in stato di abbandono, secondo la normativa prevista per l’adozione internazionale. Secondo la concezione più moderna dell’adozione, il rapporto adottivo è assimilato infatti al rapporto di filiazione legittima e la nuova famiglia adottiva sostituisce la famiglia d’origine con acquisto del cognome dell’adottante, redazione di un nuovo atto di nascita e acquisto della cittadinanza da parte del minore straniero. Come qualsiasi altro rapporto giuridico di filiazione, anche il rapporto nato da un’adozione legittimante potrà essere interrotto in caso di inadeguatezza genitoriale: il minore allontanato dalla famiglia adottiva dopo la pronuncia di adozione, considerato ormai figlio legittimo, sarà come tale allontanato, collocato in una struttura o sottoposto ad affidamento ed eventualmente nuovamente dichiarato adottabile. La restituzione del minore Il fallimento adottivo è un fenomeno le cui conseguenze negative ricadono non solo sul bambino stesso e sulla sua famiglia adottiva ma sul complesso di servizi chiamati ad interessarsi al percorso di un’adozione internazionale. La ricerca sul fenomeno della restituzione di minori adottati provenienti da Paesi stranieri ha preso in considerazione i minori transitati o presenti nelle diverse strutture residenziali di accoglienza. Dai dati si evince che la maggiore percentuale di minori viene inserita nelle “comunità di accoglienza” e in secondo luogo in “comunità familiare”. Molto residuale, invece, la presenza di minori accolti in “gruppi appartamento”, mentre soprattutto in alcune zone ancora si ricorre al ricovero in istituti di tipo tradizionale. Per comprendere le ragioni che hanno determinato l’inserimento in ciascuna specifica struttura, emerge chiaramente come la scelta della struttura residenziale non segua sempre criteri basati sui bisogni del minore ma, piuttosto, molto più frequentemente il principio dell’immediata disponibilità all’accoglienza e dei costi non troppo elevati. L’allontanamento dal nucleo familiare avviene spesso nella delicata fase della transizione adolescenziale, a seguito di momenti di accesa esasperazione delle relazioni genitore-figlio adottivo, tanto da essere inizialmente attuato come intervento di emergenza. Solo in misura residuale l’allontanamento risulta frutto di una valutazione approfondita e articolata della situazione familiare dalla quale scaturisca un progetto di intervento costruito e programmato a medio-lungo termine. Per questo il sostegno degli operatori nel post-adozione è fondamentale. Secondo Rosa Rosnati, gli operatori non hanno il compito di valutare le capacità e mancanze della coppia, bensì di individuare le risorse presenti in ciascuno dei coniugi, nella coppia, nella famiglia e nel contesto sociale, pertanto l’obiettivo sarebbe quello di creare reti sociali che possano sostenere la famiglia adottiva. Fonti: Vadilonga F., Curare l’adozione. Modelli di sostegno e presa in carico della crisi adottiva. Milano: Raffaello Cortina, 2010. Andolfi M., Chistolini