A scuola: tra storie sociali e benessere psicologico

“La narrazione è parte della natura umana come il respiro e la circolazione del sangue”(Antonia Susan Byatt) Il viaggio nelle storie sociali permette di sperimentare il benessere psicologico, all’insegna dell’armonia corpo-mente. Le storie sociali ricordano il passato e preparano al futuro. La narrazione di “social stories” permette di rimettersi in movimento, facendo emergere le ombre che si muovono in profondità, sperimentando così un profondo benessere psicologico. Abbiamo sempre raccontato storie, sin dai tempi più antichi. Alcuni studi hanno dimostrato che leggere o ascoltare storie attiva aree cerebrali che hanno a che fare anche con la sfera sociale ed emotiva. Quando gli allievi stanno male, ricorrere alle storie sociali significa, “prendersi cura” di loro, facendo comprendere che in classe vi è una coscienza larga, dove l’ascolto e la narrazione favoriscono l’equilibrio psicologico e la serenità emozionale. In realtà l’ascolto di “social stories” scatena emozioni e desideri, crea un contatto da mente a mente, da cuore a cuore, da sensi a sensi. La storia sociale costituisce una delle opportunità psicoeducative, per dare un significativo contributo allo sviluppo delle abilità sociali. Il valore psicologico delle social stories Le storie sociali accrescono la capacità di decision making e di concentrazione in una dimensione di rilassamento emotivo. Esposti alla fonte narrativa, il lettore ascolta il silenzio e il rumore delle parole. Caratteristica della storia sociale è di poter essere applicata a partire già dalla scuola dell’infanzia e la sua applicazione è attualmente sperimentata in molte istituzioni scolastiche. Le social stories permettono al bambino di formulare domande e aiutano la comprensione sociale, offrendo una sensazione di prestigio e controllo delle proprie risorse personali. Che dire? Le storie sociali contengono emozioni e stati d’animo, diventano il luogo di incontro metaforico, di conoscenza e di relazioni, considerando che la psicologia è innanzitutto scienza delle relazioni (Carli,2004). https://carolgraysocialstories.com/social-stories/
Le disuguaglianze di genere influiscono sulla salute delle donne?

Nella maggior parte delle società esistono disuguaglianze di genere tra donne e uomini nelle responsabilità assegnate, nelle attività intraprese, nell’accesso e nel controllo delle risorse, nonché nelle opportunità decisionali. Tali disparità, spesso, derivano dal più ampio contesto socio-culturale, che comprende anche il concetto di genere, gli attributi sociali e le opportunità associate all’essere maschio e femmina. In base alla definizione riportata da Global Health 50/50[1], il termine genere si riferisce alle norme socialmente costruite che impongono e determinano ruoli, relazioni e potere. Questi vengono appresi attraverso processi di socializzazione e sono mutevoli e specifici del contesto/tempo. Il genere determina ciò che è previsto, consentito e valutato in una donna o in un uomo in un determinato contesto. Modella il modo in cui ci comportiamo, agiamo e sentiamo, determina le nostre posizioni e ruoli nella società. Inoltre, ha un impatto sulla salute e sul benessere, influenzando sia i nostri comportamenti individuali sia come il sistema sanitario risponde ai nostri bisogni. Le disuguaglianze di genere colpiscono in particolar modo le donne su vari aspetti della loro vita, anche in quello della salute. Le donne sono particolarmente colpite da sfavorevoli fattori socio-economici e psico-sociali[3]. La disuguaglianza di genere si trasforma in rischio per la salute attraverso valori, norme, credenze e pratiche discriminatorie; esposizioni differenti e suscettibilità a malattie; pregiudizi, anche nei sistemi sanitari e nella ricerca sanitaria. Inoltre, le disuguaglianze di genere contribuiscono anche ad aumentare i livelli di stress e ansia[2]. L’uguaglianza di genere nella salute significa che tutte le persone hanno il diritto di realizzare il loro pieno potenziale per condurre una vita sana, contribuire allo sviluppo della salute e beneficiare dei risultati di questo sviluppo[1]. Lo studio di Roxo, Bambra e Perelman (2021)[3] ha analizzato come le differenze di genere hanno influenzato la salute fisica e mentale in Europa negli ultimi anni e come i livelli di parità e uguaglianza di genere nella società potrebbero aver modellato questi cambiamenti. Il grado di salute è stato analizzato attraverso una domanda self-report posta ai partecipanti. Il livello di disuguaglianza di genere è stato valutato attraverso il Gender Equality Index (GEI), un indice che mira a monitorare l’evoluzione dell’uguaglianza di genere in tutti i paesi europei. I risultati mostrano come le donne hanno maggiori probabilità di segnalare problemi di salute, nello specifico il 17% in più degli uomini, senza alcuna diminuzione significativa delle disuguaglianze di genere. I gruppi con meno istruzione hanno sperimentato le maggiori disuguaglianze di genere. I Paesi con una maggiore uguaglianza di genere nella società, ovvero con un punteggio GEI più alto, hanno mostrato maggiori problematiche di salute dovuti alle disuguaglianze di genere. La cattiva salute è quindi più comune nelle donne. Le disuguaglianze di genere sono spiegate, nella ricerca, dalle disparità socioeconomiche tra uomini e donne. Donne con un basso status socio-economico e inoccupate potrebbero dover affrontare problematiche di salute maggiori. Infatti, quando si tiene conto del livello di istruzione e dell’occupazione, le donne hanno persino un piccolo vantaggio in termini di salute rispetto agli uomini. I risultati mostrano che le disuguaglianze di genere nella salute sono persistenti tra il 2004 e il 2016, con una diminuzione non significativa. Questo immobilismo può essere correlato anch’esso alla bassa occupabilità femminile. Il divario occupazionale, infatti, è stato già descritto come uno dei principali fattori alla base delle disuguaglianze di genere nello stato di salute. La partecipazione femminile alla forza lavoro può infatti avere effetti benefici sulla salute delle donne, promuovendone l’emancipazione economica, l’interazione sociale e l’autostima. Tuttavia, le disuguagliante nella salute basate sul genere sono persistenti nonostante l’aumento della parità di genere nelle società, ovvero con l’aumento del GEI. Questo perché la parità di genere implica 2 movimenti necessari: l’ingresso delle donne nel mercato del lavoro e una maggiore partecipazione degli uomini ai compiti domestici e familiari[3]. Da solo, l’ingresso delle donne nel mercato del lavoro potrebbe non essere sufficiente per porre fine alle disuguaglianze di genere poiché le donne potrebbero essere maggiormente gravate dalle disuguaglianze nella divisione del lavoro domestico. Come sostiene Caroline Criado Perez nel libro “Invisibili” (2020), < l’espressione “donna lavoratrice” è una tautologia. Non esiste una “donna non lavoratrice”: esiste tutt’al più una donna che non viene pagata per il suo lavoro>, in riferimento alla mole di lavoro domestico e familiare a carico principalmente delle donne. L’Italia in particolare sembra aver avuto un significativo aumento del GEI nel 2015, passando negli anni da un alto livello di disuguaglianze di genere a un parziale miglioramento della situazione, attestandosi però ancora su un livello medio, mostrando significative disuguaglianze. Sebbene le società stiano diventando più eque, le disuguaglianze persistenti nell’occupazione e nel reddito portano ancora a differenze di salute sostenute tra uomini e donne[3]. Le differenze nell’istruzione e nell’occupazione hanno un ruolo nel plasmare le disuguaglianze di genere in materia di salute. Purtroppo la pandemia COVID-19 ha dato un duro colpo all’occupazione femminile in Italia e, di conseguenza, al raggiungimento della parità di genere. Secondo i dati ISTAT, il 70% di chi ha perso il lavoro nel 2020 è donna: hanno perso il lavoro 312.000 donne su un totale di 444.000 persone. In più, gli stipendi delle donne lavoratrici sono più bassi, in media, del 20% rispetto agli uomini. La parità di genere è riconosciuta come una delle più importanti determinanti della salute e dello sviluppo economico. Nonostante questo riconoscimento, la parità di genere rimane una questione complessa. Bisogna attuare una trasformazione culturale che permetta l’inclusione di valori di trasparenza, onestà, equità e giustizia per realizzare una vera uguaglianza di genere per tutti, ovunque. Parità di genere non significa che donne e uomini diventeranno uguali, ma che i diritti, le responsabilità e le opportunità di donne e uomini non dipenderanno dal fatto che siano maschio o femmina. Implica che gli interessi, i bisogni e le priorità sia delle donne che degli uomini siano presi in considerazione, riconoscendo e valorizzando la diversità dei gruppi. Raggiungere la parità di genere non è semplicemente funzionale per la salute e lo sviluppo. Il suo impatto ha ampi benefici collettivi, è una questione di
L’Importanza Della Noia Nel Bambino

di Annaviola Caiaffa “La capacità di annoiarsi permette al bambino di crescere” scriveva lo psicoanalista Adam Phillips nel suo libro ‘Sul bacio, il solletico, la noia’. Spesso diciamo che i bambini oggi sono troppo viziati, sin dalla loro nascita hanno a disposizione centinaia di giochi, peluche, supporti digitali. Eppure ciò che manca loro è una cosa essenziale e intangibile: la noia. Può sembrare una contraddizione ma non lo è. Ai bambini dovrebbe essere insegnato il valore del tempo passato ad annoiarsi. Mi spiego meglio. Se aveste a disposizione un bel piatto di spaghetti fumante da un lato e dall’altro tutti gli ingredienti per poterlo preparare, cosa scegliereste? Probabilmente la prima, perché avreste già quello che desiderate ma non sfruttereste le vostre capacità, non scoprireste, ad esempio, che potreste diventare uno chef, non cambiereste le ricette, non scoprireste qualcosa di nuovo, non sperimentereste. Anche nel gioco con i bambini succede questo. Bisogna dar loro la materia grezza e degli strumenti semplici affinché possano creare con le loro mani, affinché possano stupirsi di ciò che possono fare da soli. I bambini hanno bisogno di annoiarsi perché grazie alla noia si può sviluppare la creatività. La creatività non è altro che la capacità cognitiva di trovare soluzioni nuove e originali. Guilford ci spiega proprio la distinzione tra pensiero convergente (logoco-matematico, tipico dei problemi che hanno un’unica soluzione) e pensiero divergente (pensiero creativo, originale, aperto a più soluzioni). Vien da sé, quindi, l’importanza di stimolare nel bambino la ricerca di soluzione nuove che gli permettano di avere una visione a tutto tondo. Cosa possiamo fare nel concreto per stimolare la creatività nei bambini? Lasciamo loro il tempo per annoiarsi! La noia non deve essere vista con una connotazione negativa, è il giusto tempo per riprendere le energie e per sperimentare. Per i Romani l’otium era imprescindibile, essendo il tempo dedicato alla cura di se stessi sottoforma di contemplazione spirituale e di studio. Facciamo scegliere loro le attività! Leggere, disegnare, costruire oggetti con materiali da riciclo, fare una passeggiata o semplicemente passare del tempo a guardare fuori dalla finestra. I bambini avranno la possibilità di pensare, di immaginare le forme delle nuvole, di inventare storie. Quando ce lo chiedono giochiamo con loro! Per Winnicott il gioco non ha età, l’adulto e il bambino che giocano insieme sfruttano la creatività, riempiendo lo spazio e il tempo non con oggetti ma con la loro immaginazione.
Per crescere un bambino ci vuole un villaggio

La mancanza di stimoli può ritardare lo sviluppo del bambino. Stimolare un bambino affinchè possa crescere correttamente richiede il giusto coinvolgimento di chi gli sta intorno. I bambini necessitano di attenzione e cura fin da subito. Molti genitori, presi da impegni, stanchezza, problemi personali, possono trascurare questo aspetto. In questo modo spesso si producono effetti a breve, medio e lungo termine. Uno dei più frequenti è il ritardo nello sviluppo. Quali conseguenze? La mancanza di stimoli può comportare conseguenze dal punto di vista psicologico, emotivo e sociale, che si manifestano in vari modi durante la crescita. Come conseguenza un bambino, sperimentandosi nelle prime interazioni con i pari, può sentirsi smarrito, disorientato, avere comportamenti inusuali, talvolta anche aggressivi. Tali comportamenti sono il risultato di una cattiva gestione delle emozioni e di una scarsa capacità di autocontrollo. COME EVITARE L’ANSIA DA SEPARAZIONE? Le reazioni aggressive del bambino in determinati momenti spesso sono conseguenza della frustrazione causata dalla mancanza di attenzione, motivazione e stimolazione precoce. La stimolazione è uno strumento molto importante. Va dosata nel modo giusto. Innanzitutto un bambino dovrebbe essere esposto ad interazioni con diverse persone, anche al fine di non instaurare una dipendenza esclusiva, con conseguenti problemi (tra i più frequenti ansia da separazione). Per tale motivo “per crescere un bambino ci vuole un villaggio”. Consideriamo che l’esposizione a vari tipi di interazione può aiutare un bambino aumentando il suo livello di curiosità, migliorando la sua capacità di porsi in maniera differenziata nelle relazioni. Può avere ripercussioni positive sulla strutturazione della personalità e sulla sua autostima. L’amore, l’attenzione e la cura sono i principali stimoli positivi per un bambino. La loro mancanza può ripercuotersi negativamente sulla sua integrazione con la società e favorire un deficit di attenzione. SAPER STIMOLARE UN BAMBINO Se ci rendiamo conto che un bambino interagisce poco, o che per vari motivi, è stato esposto in maniera ridotta a vari stimoli ambientali, possiamo realizzare alcune azioni: Usare stimoli o attività quali ballare, cantare canzoni da bambini e giocare a nascondino. Fornire abbracci, baci, toccargli le manine, massaggiarlo, sorridergli e parlare sono stimoli che indicano amore, pazienza e serenità. Possiamo offrire aiuto indicando, ripetendo e dimostrando. Lasciare che il bambino interagisca con varie persone L’aiuto professionale è un’ottima scelta per i casi più complessi. Potrà aiutare i bambini a migliorare in ambito psicomotorio, cognitivo ed emotivo.
Psico-Design: dimmi come arredi e ti dirò chi sei.

“Casa” è il luogo che dovrebbe rappresentare sicurezza e tranquillità. Come può contribuire lo psicologo attraverso lo psico-design? Spesso, nell’immaginario collettivo, il ruolo dello psicologo è rilegato allo studio in cui incontra i propri pazienti. In realtà, la professione psicologica si intreccia e interconnette spesso con molteplici discipline che a volte appaiono distanti tra loro. Un buon incontro, ad esempio, è avvenuto tra il mondo della psicologia e quello dell’arte con la nascita dello psico-design Un professionista che si occupa di questo, non aiuta semplicemente ad arredare, ma facilita il modo di abitare quello spazio generando effetti positivi sul benessere psico-fisico del cliente. La casa non rappresenta solo la somma del numero di stanze da cui è composta, ma è strettamente connessa alle persone che la abitano e alle relazioni che intercorrono tra loro e con il mondo esterno. Non sono solo gli individui a dare energia ai luoghi domestici. Estrema importanza è data anche agli oggetti scelti per l’arredamento, alla modalità di posizionarli nello spazio e al ruolo che rivestono nelle relazioni tra i conviventi. Ulteriore fonte di energia è fornita dai colori che possiedono peculiari caratteristiche. Ad esempio nell’alfabeto psicologico il rosso rappresenta vitalità e calore; l’arancione la piena consapevolezza di sé; il giallo la libertà e l’autonomia; il verde l’equilibrio e la stabilità… Oltre a queste peculiari e curiose dritte generali, in realtà la personalizzazione del proprio spazio parte sempre dalla propria storia. Dai legami che si hanno con gli oggetti e dalla loro storia. Dalle emozione che suscitano quei determinati colori. All’interno di una casa possono vivere una o più persone, in ogni caso c’è sempre bisogno di ricavare uno spazio proprio, riservato, che ci permetta di proteggere la nostra privacy dagli altri coinquilini abituali o da eventuali ospiti. Solitamente è lo spazio in cui ci si dedica alle proprie passioni: una stanza per dipingere, un angolo lettura, la camera della musica, un piccolo ambiente che permetta di stare all’aperto o a contatto con la natura. Questo elemento all’interno delle nostre case è definito spazio-bolla e rappresenta un po’ l’ombelico da cui prende vita il resto. Lo Psico-design non riguarda solo le abitazioni private. Un’importante e necessario contributo di questa disciplina si ritrova anche nei luoghi pubblici o all’interno dei contesti lavorativi. Costruire un luogo partendo dalle esigenze di chi lo abiterà, è uno dei punti cardine di questo approccio. Ogni individuo, soprattutto sul luogo di lavoro, dovrebbe sentirsi comodo e al sicuro. Ogni contesto aziendale dovrebbe rispettare le specificità della comunità che lo vive, creando spazi inclusivi che rispondano alle svariate esigenze lavorative e personali. Anche i luoghi pubblici e il modo in cui sono organizzati, spesso sono lo specchio dei valori culturali di chi li abita e a loro volta indirizzano e condizionano le relazioni all’interno della collettività. Quindi, non solo i singoli individui ma tutti i contesti di vita delle persone dovrebbero nutrirsi di questo contributo fornito dalla psicologia dell’abitare.
Essere felici dopo eventi stressanti: si può?

Essere felici: ogni genitore lo vorrebbe per i suoi figli! Ma cosa si può fare quando si presentano eventi negativi nel corso della vita? Il Covid- 19, una pandemia è soltanto l’ultimo ed estremo esempio di fattore stressante che può, ad un certo punto, presentarsi nel corso della vita. Ci sono poi le malattie, le separazioni, i lutti, i litigi e tutta la gamma di emozioni “negative” che, diciamoci la verità, non ci piacciono proprio! È cosi! Tutti vorremmo sempre essere felici e vorremmo soprattutto che i nostri bambini lo fossero! Ma questo, secondo voi, può essere reale? Purtroppo no. Come faremmo a sapere che una cosa ci dà gioia se non abbiamo mai provato sofferenza? “Quando siete felici, guardate nel fondo del vostro cuore e scoprirete che è proprio ciò che vi ha dato dolore a darvi gioia” – Khalil Gibran Possiamo aiutare i nostri bambini a fare spazio anche ai momenti negativi, trasmettendogli valori e semplici abitudini nella vita quotidiana. In che modo? lasciamo che provi qualsiasi emozione e mostriamoci empatici. Imparerà che non tutte le cose vanno come vorremmo, ma la nostra presenza sarà importante! aiutiamolo a dirigere l’attenzione alle cose che si hanno. Spesso siamo portati a guardare ciò che non abbiamo e questo contribuisce all’infelicità! Un’abitudine da creare con i bambini potrebbe essere quella di farci raccontare una, due o tre cose belle della giornata. aiutiamolo a trovare delle attività che lo gratifichino e che il bambino ami fare! In questi momenti è molto importante notare la gratificazione del bambino e comunicarglielo. In questo modo è probabile che replicherà in futuro quella stessa attività piacevole. valorizziamo sempre i progressi del bambino e le intenzioni, più che il risultato finale! “La felicità non è qualcosa di già pronto. Proviene dalle nostre azioni” – Dalai Lama Non è in nostro potere fare in modo che i bambini evitino sofferenze nel corso della loro vita, ma sicuramente possiamo insegnargli ad utilizzare gli strumenti più adeguati per fronteggiarle in un modo utile!
Il Perdono: come agisce su di noi?

Riduce i livelli di stress e fa molto di più: ecco tutti I benefici del perdono. Da una ricerca della BBC e da un’analisi di vari studi internazionali sull’atto di perdonare, emergono risultati interessanti: il perdono fa bene, riduce in modo significativo i livelli di stress, contribuisce a prevenire il declino cognitivo in età avanzata e persino ad aumentare il livello di felicità di chi lo pratica. Insomma, al di là della popolare interpretazione del perdono, ci sono evidenze scientifiche della potenza di questo atto sul nostro benessere quotidiano. Che diciamo “io ti perdono” a qualcuno, o che semplicemente lo pensiamo e agiamo di conseguenza, i benefici sono notevoli: sia per chi perdona sia per chi riceve il perdono. E se anche la persona che ci ha offesi non mostra alcun rimorso o dispiacere, il solo fatto di perdonarla apre nuove possibilità di vivere meglio. Il perdono è un valore in moltissime culture, filosofie e religioni, con modalità, rituali e formule linguistiche differenti nei diversi idiomi del mondo, che danno al perdono connotazioni precise e sofisticate, arricchendolo di significati allargati, legati anche alla posizione della persona nel contesto socio-culturale cui appartiene. Anche la struttura psicologica dell’individuo contribuisce alle peculiari modalità ed effetti del perdono. Ma quali sono i motivi per cui perdoniamo? Nelle culture occidentali, più individualistiche, in cui le persone tendono a mettere per primi i propri bisogni e vantaggi rispetto a quelli del gruppo, perdonare è frequentemente un modo per alleggerirsi di un peso, per liberare la coscienza da un sentimento negativo di risentimento verso colui che ci ha offeso e per fare la cosa giusta rispetto alle proprie aspettative interne. Nelle culture asiatiche e africane, più collettiviste, perdonare serve a riportare armonia nel gruppo e, anche quando la persona offesa non è completamente convinta di essere pronta a perdonare, il rituale del perdono è sostenuto e rinforzato dal gruppo. In qualche modo, la semplice decisione di perdonare aiuta emotivamente a sostenere con sé stessi le ragioni del perdono e a renderlo reale. In pratica, nel momento in cui dichiariamo la nostra intenzione di perdonare, la condividiamo con altri e iniziamo a comportarci di conseguenza, siamo naturalmente portati a rispettare l’impegno, per evitare lo stress e la fatica di mantenere una posizione interna contrastante con quanto affermato pubblicamente. Per ottenere tutte le opportunità che il perdono porta con sé si può quindi agire prima di essere convinti: anche se non siamo completamente pronti, metteremo così in moto una serie di meccanismi mentali, tra cui la dissonanza cognitiva, che aiutano a conciliare più velocemente la nostra decisione con le nostre emozioni. In sintesi: per sano egoismo, alleniamoci a perdonare più frequentemente. È una pratica che elimina scorie e ruminazioni e migliorerà anche il clima generale di questo tempo di ripresa, in cui nel mondo si moltiplicano le iniziative di analisi e condivisione delle esperienze emotive a tutti i livelli. Ho appena seguito un evento internazionale sulla felicità, organizzato da The Atlantic, e avuto occasione di discutere delle pratiche quotidiane di felicità da coltivare. La propensione a lasciar andare, a minimizzare, a ridimensionare è una delle più citate dai partecipanti e andrebbe esercitata ogni giorno: come pratica igienica per la mente, da eseguire spesso, un po’ come lavarsi i denti. Al di là della retorica e del buonismo, è un’azione che fa bene alla nostra salute, prove scientifiche alla mano: se avete qualcuno cui perdonare qualcosa, oggi è un buon momento per attivarsi.
Gli effetti del “digital divide” sul rapporto genitore – figlio

I social network nascono come uno strumento per comunicare e relazionarsi, in poco tempo sono diventati essi stessi un fenomeno in grado di trasformare la società e i principi che regolano i processi relazionali. Adolescenti e preadolescenti, i cosiddetti nativi digitali, si sono trovati ad affrontarli in modo autodidatta, improvvisamente esposti a contenuti e relazioni illimitate e senza filtri. La causa dell’assenza di educazione e controllo da parte dell’adulto è insita nel digital divide intergenerazionale. Oggi quasi tutti i genitori sono presenti sui social: commentano i figli, controllano il loro profilo, i contenuti che postano, i commenti che ricevono. Ma ciò che è venuto a mancare è stato proprio il ruolo di guida, supervisione ed educazione all’utilizzo dello strumento. Com’è cambiato il rapporto genitore-figlio nella società digitale? Durante l’adolescenza il gruppo dei pari diventa il principale punto di riferimento, spesso i giovani si distaccano dai genitori che fino a quel momento erano il modello identificativo prescelto. Avere uno strumento che gli consente di stare connessi H24 con i propri coetanei rappresenta una straordinaria risorsa ma al tempo stesso un grande rischio per l’isolamento dei ragazzi che può sfociare in dipendenza. I social network vengono visti come lo spazio per eccellenza per la relazione ed il confronto; una via di fuga dove sentirsi parte di un gruppo e un modo per esprimersi per le persone che hanno difficoltà a relazionarsi nella vita reale. Ma anche una vetrina virtuale dove dare sfogo ad un comportamento egocentrico alla continua ricerca di attenzioni e gratificazioni, dove la realizzazione di sé stessi è delegata alla Rete, fonte di consensi e approvazione. Esistono circostanze che diventano causa di conflitto: quando per ottenere i consensi sul web ci si costruisce un personaggio e non si è liberi di essere se stessi; quando ci si accorge che le relazioni create sono tutte fittizie e incrementano la solitudine; infine quando la propria immagine non ottiene consensi, al contrario attira l’attenzione dei cyberbulli. Tale situazione può sfociare in fenomeni sociali complessi e in diverse psicopatologie e non sempre i genitori posseggono le giuste competenze digitali per accorgersi di pericoli e disagi. La soluzione è un intervento di prevenzione che coinvolga l’intero sistema relazionale ed educativo dei ragazzi: famiglie, insegnanti e gruppo dei pari. Solo così si potrà acquisire consapevolezza dello strumento e capire che deve essere un’estensione della propria individualità e proiezione di ideali e valori.
Il bebè è arrivato e siamo diventati genitori.

L’arrivo di un bebè è spesso il risultato di una scelta consapevole di entrambi i partner. Esso, però, è un evento critico del ciclo vitale della famiglia, perché introduce un nuovo legame, quello genitoriale, che è incancellabile e profondamente diverso da quello coniugale. Dal punto di vista psicologico, la nascita di un figlio assume un grande valore: è, infatti, la realizzazione di un progetto personale e di coppia e porta con sé un’ambivalenza di fondo. Innanzitutto, il desiderio di avere un bambino, può avere radici inconsce. Spesso un bebè può rappresentare un modo per colmare un vuoto personale: si desidera un figlio come forma alternativa di gratificazione al rapporto con il partner. Questa scelta, ancora, può essere anche una spinta dettata da stereotipi sociali, secondo i quali la famiglia è completa se ci sono figli. Non va dimenticato, però, che il bebè è portatore di diritti propri che spesso devono confrontarsi con le aspettative dei suoi genitori, a volte troppo elevate o poco rispondenti alla realtà. In questo modo, il neonato rischia di perdere le proprie caratteristiche di inviduo a sè per diventare oggetto di gratificazione e soddisfazione dei desideri dei genitori. Il bebè può diventare la dimostrazione delle proprie capacità sia come persona che come genitore. Questo atteggiamento può determinare un senso di frustrazione e di incapacità di fronte alle difficoltà. E’ importante quindi una ridefinizione dei ruoli di entrambi i partner, affinché si crei un clima innanzitutto di accoglienza che diventi funzionale alla crescita e al benessere del bebè. I neo genitori rimoduleranno anche i rapporti con la famiglia di origine stabilendo con essa confini chiari. Nel momento in cui nasce un bambino, nasce anche la madre. Lei non è mai esistita prima. Esisteva la donna, ma la madre mai. Una madre è qualcosa di assolutamente nuovo.(Osho)
Il Bullismo e Le Sue Forme

di Umberto Maria Cianciolo Il bullismo è di certo un fenomeno sempre più diffuso nella società contemporanea, che configura un panorama sociale ed educativo sempre più critico e che condiziona uno dei contesti fondamentali per lo sviluppo dell’individuo quale la scuola. Nell’analizzare il fenomeno del bullismo non possiamo che rendere conto della sua complessità rappresentata dalle diverse forme con le quali esso può manifestarsi nella quotidianità. Possiamo distinguere, principalmente, tra manifestazioni dirette e indirette. Le prime sono più chiare, visibili ed esplicite, di forma fisica (violenza e aggressione fisica: calci, pugni, schiaffi, utilizzo di un oggetto contundente; rubare o danneggiare oggetti altrui) e verbale (insulti, minacce, offese). Le seconde, al contrario, sono manifestazioni più celate, taciute ed implicite e per questo sono, spesso, più difficilmente percepibili ed evidenziabili: l’emarginazione progressiva di un membro da un gruppo e il suo conseguente isolamento, o la circolazione di pettegolezzi riguardanti altri individui, ne sono un esempio. Tra le manifestazioni del fenomeno, ne riconosciamo una definita con il termine, coniato dall’educatore canadese Belsey (2002), “cyberbullismo”, tradotto con “bullismo elettronico”, “bullismo virtuale”, “bullismo online”. Con queste espressioni ci riferiamo ad una variante del bullismo, caratteristica della società contemporanea, che prevede che le azioni aggressive, prevaricanti o moleste siano compiute, in modo continuo e sistematico, attraverso l’uso di strumenti tecnologici, come i servizi di messaggistica istantanea (Whatsapp, Telegram ecc.), i social network (Facebook, Twitter ecc.) o i servizi Internet (Posta elettronica, siti web ecc.). Questi strumenti hanno di certo modificato le esperienze di socializzazione e di scambio relazionale, rendendosi irrinunciabili ma nascondendo, allo stesso tempo, un lato oscuro rappresentato da un loro utilizzo improprio e deformato facilitato dalla distanza, fisica e psicologica, data dallo schermo virtuale o, anche, dalla poca educazione al loro utilizzo (ad esempio, insegnare a come gestire la propria privacy in rete). Gli episodi di cyberbullismo, quindi, potrebbero rientrare nella suddetta categoria più generale di “manifestazioni indirette”, dove con “indiretto” non ci si riferisce solo alla tipologia di azioni messe in atto nei confronti della “vittima” ma anche al fatto che, come spesso capita, il fautore della prepotenza, e i suoi possibili complici, rimangano nell’anonimato, senza che vi sia, quasi mai, un contatto o un incontro fisico. Proprio l’incapacità di riconoscere l’artefice di queste azioni, ovvero la presunta invisibilità di questi (presunta in quanto ogni strumento tecnologico lascia una qualche “impronta” rintracciabile, ad esempio, dalla Polizia Postale), unito al fatto che un pubblico globale connesso alla rete assista all’episodio e alla “forza mediatica di messaggi scritti, di foto o di filmati rispetto a situazioni di interazione sociale faccia a faccia, rendono particolarmente gravose le conseguenze di tali episodi per la vittima” (Campbell, 2005; Gini, 2005; Oliverio Ferraris, 2008) che vede negato il riconoscimento delle proprie emozioni e della propria integrità. Un’altra caratteristica che connota questa tipologia, e che costituisce un aspetto di distinzione dal bullismo, è l’eliminazione di ogni limite spazio-temporale: gli atti di cyberbullismo, difatti, possono verificarsi ed essere subìti a qualsiasi ora, ogni volta che si utilizzi lo strumento elettronico in questione, e possono raggiungere ed essere diffusi in ogni parte del mondo e non essere più limitati a luoghi e a momenti specifici. In un rapporto Istat, “Il bullismo in Italia: comportamenti offensivi e violenti tra i giovanissimi” edito nel 2015, con dati in riferimento all’anno 2014, si evidenzia come, per meglio collocare in un contesto sociale il fenomeno del cyberbullismo, sia necessario sottolineare quanto i nuovi mezzi di comunicazione elettronici siano diffusi ed economicamente accessibili a molti ragazzi e adolescenti. “Quella attuale è, infatti, la prima generazione di adolescenti cresciuta in una società in cui l’essere connessi rappresenta un dato di fatto, un’esperienza connaturata alla quotidianità: nel 2014, l’83% dei ragazzi tra 11 e 17 anni di età utilizza Internet con un telefono cellulare e il 57% naviga nel web” (http://www.istat.it/it/files/2015/12/Bullismo.pdf). I dati riferiti all’utilizzo degli strumenti tecnologici sono ancora più significativi: nel 92,6% dei casi gli adolescenti, tra i 14 e i 17 anni, ne fanno uso giornalmente o, almeno, qualche volta a settimana; nel 50,5% il PC, nel 69% Internet (dati Istat pubblicati nel 2015). Si può concludere, dunque, che la facile accessibilità a questi strumenti, e il loro frequente utilizzo da parte degli adolescenti, esponga quest’ultimi più facilmente ai rischi della rete e di questa nuova tipologia di comunicazione. Il “bullismo online” consta, a sua volta, di differenti categorie/tipologie: – Flaming: “battaglie verbali” con uso di espressioni e messaggi ostili e volgari; è l’offesa pura e semplice fatta sui social pubblici (scritta nei commenti di Facebook, in un Forum, in un gruppo di discussione online); il cyberbullo cerca di evitare qualsiasi risposta ricoprendo di insulti; – Harassment (“molestia”): messaggi scortesi, offensivi, insultanti, disturbanti, che vengono inviati ripetutamente nel tempo, attraverso E-mail, SMS, messaggistica istantanea (Whatsapp, Telegram, ecc.) telefonate sgradite o talvolta mute. In questo caso, dunque, a differenza del flaming, i messaggi vengono inviati in privato; – Cyberstalking (“persecuzione online”): minacce insistenti e intimidatorie che puntano a spaventare la vittima, che sarà allarmata anche per la propria incolumità fisica; – Denigration: pubblicare e diffondere pettegolezzi, foto ritoccate e/o video imbarazzanti su uno o più individui al solo scopo di rovinare la reputazione di questi (spesso avviene anche da parte degli allievi nei confronti degli insegnanti); – Impersonation: trattasi del furto dell’identità, ovvero il cyberbullo potrebbe crearsi in rete una falsa identità reperendo dati personali appartenenti ad un altro individuo, per poi pubblicare o inviare messaggi privati al fine di rovinargli la reputazione; – Outing and trickery: con il primo termine ci si riferisce ad episodi di cyberbullismo in cui vengono pubblicate in rete informazioni personali da parte di un altro individuo; col secondo, invece, ci si riferisce ad un’azione più subdola messa in atto dal cyberbullo, in cui questi diffonde informazioni personali e private, a volte anche imbarazzanti e intime, dopo essersi conquistato la fiducia della propria “vittima”; – Exclusion: escludere qualcuno dai gruppi online con lo scopo di isolarlo dal resto della compagnia o dalle reti sociali elettroniche. Diverse sono le possibili azioni di