Corpo relazionale e plasticità neuronale

Nell’ambito della psicologia, il concetto di “corpo relazionale” rappresenta una frontiera intrigante che collega le dinamiche interpersonali alla neuroscienza, offrendo una prospettiva unica sulla riabilitazione e sulle potenzialità di adattamento del cervello umano. Questo articolo esplora come il paradigma di Kuhn e le scoperte di Rita Levi Montalcini sul Nerve Growth Factor gettano luce sulla plasticità neuronale, evidenziando il ruolo cruciale del corpo relazionale. La teoria delle rivoluzioni scientifiche di Thomas Kuhn, con il suo concetto di “cambiamento di paradigma”, offre un’ottima lente attraverso cui osservare l’evoluzione della comprensione della mente e del cervello. Proprio come la rivoluzione copernicana ha spostato il centro dell’universo dalla Terra al Sole, così le moderne scoperte in neuroscienza stanno ridefinendo la nostra comprensione del cervello, passando da un modello statico e immutabile a uno dinamico e plastico. La scoperta del Nerve Growth Factor (NGF) da parte di Rita Levi Montalcini rappresenta una pietra miliare nella neuroscienza, sottolineando l’importanza della crescita, della sopravvivenza e della differenziazione dei neuroni. Questa scoperta ha aperto la strada a una comprensione più profonda della plasticità neuronale, cioè la capacità del cervello di adattarsi e riformarsi in risposta a esperienze e apprendimenti. Nel contesto terapeutico, il “corpo relazionale” emerge come un fattore cruciale nella promozione della plasticità neuronale. Attraverso l’interazione e il contatto, gli arteterapeuti possono attivare meccanismi di rispecchiamento e connessione che possono facilitare i processi di guarigione e riabilitazione. La relazione terapeutica diventa così un ambiente fertile per la rigenerazione neuronale e l’adattamento funzionale, offrendo nuove strade per affrontare danni e disfunzioni cerebrali. La comprensione della plasticità neuronale e del ruolo del corpo relazionale apre nuove prospettive sulla capacità umana di adattamento e guarigione. Dalle rivoluzioni scientifiche di Kuhn alle scoperte pionieristiche di Rita Levi Montalcini, la scienza continua a dimostrare che il cervello è un organo sorprendentemente flessibile e resiliente. Nel campo della psicologia e della neuroscienza, l’esplorazione del corpo relazionale rappresenta un passo avanti verso terapie più efficaci e una comprensione più profonda dell’essere umano.

Il fascino dell’Idealizzazione: Perché idealizziamo gli altri e come evitarla

Nella complessità delle relazioni umane, un fenomeno comune è l’idealizzazione degli altri. Questo processo psicologico coinvolge la tendenza a percepire le persone o le situazioni in modo esageratamente positivo, ignorando o minimizzando i loro difetti o limitazioni.  Ma perché idealizziamo gli altri? Quali sono le radici di questo comportamento e quali conseguenze può avere sulle nostre relazioni? 1. Bisogno di Soddisfare Aspettative e Desideri:  Una delle ragioni principali per cui idealizziamo gli altri è il nostro desiderio di soddisfare le nostre aspettative e desideri. Spesso proiettiamo sulle persone che ci interessano le nostre fantasie e speranze, creando un’immagine idealizzata che corrisponda alle nostre idee di felicità e soddisfazione. Questa idealizzazione può fungere da meccanismo di difesa contro l’incertezza e l’ansia legate alla realtà delle relazioni umane. 2. Necessità di Sostenere l’Autostima: Idealizzare gli altri può anche essere un modo per sostenere la propria autostima. Attraverso l’idealizzazione, possiamo attribuire alle persone che ammiriamo qualità e virtù che ammiriamo o desideriamo possedere noi stessi. In questo modo, idealizzare gli altri può servire a rafforzare il nostro senso di autovalutazione positiva, riflettendo indirettamente su di noi stessi attraverso le persone che idealizziamo. 3. Evitare la Delusione e la Vulnerabilità: Idealizzare gli altri può anche essere un modo per evitare la delusione e la vulnerabilità nelle relazioni. Ignorando i difetti o le imperfezioni delle persone che idealizziamo, possiamo proteggerci dal rischio di essere feriti o delusi dalle loro azioni o comportamenti. Questo può essere particolarmente vero nelle prime fasi di una relazione, quando siamo inclini a vedere solo il lato positivo dell’altra persona. 4. Mancanza di Conoscenza Reale: Spesso idealizziamo gli altri perché manchiamo di una conoscenza approfondita e reale delle loro vite e personalità. Le nostre percezioni sono influenzate dalle informazioni limitate che riceviamo attraverso l’osservazione, le interazioni sociali o i media. In assenza di informazioni complete, tendiamo a riempire le lacune con idee idealizzate o stereotipi che possono non riflettere la realtà. 5. Effetti delle Dinamiche Sociali e Culturali: Le dinamiche sociali e culturali possono anche influenzare il nostro atteggiamento nei confronti dell’idealizzazione degli altri. In molte culture, l’idealizzazione delle figure di autorità, dei leader o delle celebrità è diffusa e può essere considerata normale o persino auspicabile. I media e la società stessa spesso promuovono immagini idealizzate di bellezza, successo e felicità, contribuendo così a perpetuare questo fenomeno. Quali sono, invece, le conseguenze dell’Idealizzazione? Sebbene l’idealizzazione possa portare momentaneamente conforto e soddisfazione, può anche avere conseguenze negative sulle nostre relazioni e sul nostro benessere emotivo. Quando idealizziamo gli altri, tendiamo a ignorare i loro difetti e a sovrastimare le loro virtù, creando aspettative irrealistiche che possono portare a delusioni e conflitti nelle relazioni. Inoltre, l’idealizzazione può impedirci di vedere le persone per chi sono veramente, impedendo così la possibilità di una connessione autentica e profonda. Come Evitare l’Idealizzazione nelle Relazioni? Evitare l’idealizzazione nelle relazioni è un passo importante per coltivare connessioni autentiche e soddisfacenti con gli altri. Ecco alcuni suggerimenti pratici su come fare: 1. Praticare la consapevolezza: Sviluppa una maggiore consapevolezza delle tue tendenze a idealizzare gli altri. Prenditi del tempo per riflettere su come percepi le persone intorno a te e su quali aspetti potresti esagerare o trascurare. Essere consapevoli dei propri schemi di pensiero può aiutare a interrompere il ciclo dell’idealizzazione. 2. Accettare la complessità delle persone: Riconosci che nessuno è perfetto e che tutte le persone hanno difetti e imperfezioni. Accetta la complessità delle persone che incontri e apprezza la loro unicità. Focalizzati sulle qualità reali e tangibili delle persone, anziché idealizzarle o giudicarle in modo superficiale. 3. Fornire spazio per la vulnerabilità: Sii disposto/a ad accettare la vulnerabilità nelle relazioni. Apri il tuo cuore agli altri e permetti loro di essere autentici e sinceri con te. Le relazioni vere si basano sulla reciproca condivisione di emozioni, esperienze e sfide. Creare uno spazio sicuro per la vulnerabilità può favorire una maggiore connessione e intimità. 4. Imparare ad ascoltare attivamente: Pratica l’ascolto attivo nelle tue interazioni con gli altri. Mettiti in secondo piano e concentra la tua attenzione su ciò che l’altra persona sta dicendo, anziché proiettare le tue idee o aspettative su di loro. L’ascolto empatico può aiutarti a comprendere meglio le persone e a sviluppare una visione più equilibrata delle loro vite e personalità. 5. Valorizzare le relazioni basate sulla reciprocità: Cerca relazioni basate sulla reciprocità, dove entrambe le parti si sostengono, si rispettano e si nutrono a vicenda. Evita relazioni in cui uno dei partner viene idealizzato o messo su un piedistallo, poiché ciò può creare disuguaglianza e squilibrio nel rapporto. 6. Esplorare la propria autostima: Sviluppa una sana autostima e fiducia in te stesso/a. Lavora su te stesso/a e sulle tue relazioni con il sostegno di amici, familiari o professionisti della salute mentale, se necessario. Una solida base di autostima può aiutarti a ridurre il bisogno di idealizzare gli altri per compensare i tuoi bisogni emotivi. 7. Investire nella crescita personale: Impegnati nella tua crescita personale e spirituale. Coltiva interessi, hobby e attività che ti portano gioia e soddisfazione. Concentrati sul tuo benessere emotivo e fisico e cerca di realizzare il tuo pieno potenziale come individuo. In conclusione, evitare l’idealizzazione nelle relazioni richiede un impegno costante e una consapevolezza continua delle proprie tendenze e motivazioni. Sviluppare una visione più equilibrata e realistica degli altri può portare a relazioni più autentiche, appaganti e significative.

Il tradimento nella relazione di coppia

Il tradimento è una delle esperienze più complesse e dolorose che si possano vivere in una relazione. Anche se molto comune, in ogni persona e in ogni coppia assume caratteristiche specifiche e può esser vissuto in tanti modi diversi. Gli scenari emotivi che si aprono con il tradimento dipendono da molteplici fattori. In primis, dalla storia personale e familiare, dalla storia di coppia e dalla storia del tradimento stesso. Ma anche dal copione di vita, dalla struttura di personalità e dall’assetto psicologico individuale. Ogni tradimento va dunque visto nella sua unicità e complessità. Per la motivazione su cui poggia, per i significati che assume nelle persone coinvolte e per la funzione che svolge all’interno della coppia. Perchè si tradisce? Chi tradisce spesso trova nel tradimento un modo per soddisfare le mancanze che vive con il/la proprio/a partner. Molte persone riferiscono di tradire per evadere da una routine vissuta come noiosa e stressante e da un rapporto tanto familiare da aver perso ogni tipo di appeal. La persona può esser legata su un piano affettivo al calore del proprio focolare domestico ma cercare in un nuovo incontro l’eccitazione e il piacere assopiti o perduti nelle pieghe della quotidianità. In diversi casi si tradisce per ritrovare il proprio desiderio, per soddisfare bisogni di natura sessuale. Ma non sempre. Si può tradire per bisogni affettivi. Per sentirsi accolti, compresi. Visti. Percepire il/la proprio/a partner distante, assente, preso/a dal lavoro o dall’accudimento dei figli, distratto/a e disinteressato/a, può generare una frustrazione che non si è in grado di tollerare. Talvolta, può risvegliare ferite antiche, vissuti di abbandono, rabbia o vendetta provati da bambini. Per alcuni il tradimento è un comportamento abituale, legato alla difficoltà ad entrare in una reale intimità. Per altri, un’esperienza nuova che rompe gli schemi e le regole rigidamente seguite fino a quel momento. Il tradimento come agito di aspetti non riconosciuti Nella mia pratica clinica, le persone spesso chiedono di far chiarezza dentro di sé e nella propria vita poichè bloccate in storie parallele. A volte anche da molto tempo. Conoscere le ragioni per cui si tradisce e gli aspetti copionali implicati è fondamentale per uscire fuori dall’impasse ed arrivare ad una scelta consapevole e coerente con i propri bisogni. Quando la persona non è consapevole delle proprie emozioni e del proprio mondo interno, resta infatti imbrigliata in un agito. Nel tentativo di scaricare la tensione interna non risolta e portare alla luce i contenuti sommersi non riconosciuti. Il tradimento si fa portavoce di un conflitto. Vi è un attacco al rapporto ma al tempo stesso anche un tentativo di salvarlo. Non di rado vi è una difficoltà a mettere in parole le proprie insoddisfazioni con il/la propria partner, e a farlo da una posizione adulta, per cui risulta più semplice agire i propri vissuti che assumersene una responsabilità. Essere traditi Venire a sapere di essere stati traditi può generare uno sconvolgimento sia sul piano affettivo che di vita. La rottura del patto di fedeltà e fiducia può accompagnarsi ad una lacerazione emotiva anche forte. Può minare aspetti centrali della personalità come l’autostima, l’amor proprio, il funzionamento globale. Il punto evolutivo in cui si trova la coppia al momento del tradimento è uno dei fattori che incidono sull’impatto emotivo del tradimento. Ma si può soffrire tanto anche se la storia è iniziata da poco o se il rapporto si basa sull’assenza di un reciproco impegno. Molto dipende dalla struttura psicologica di base. Ovviamente, quanto più è fragile, tanto più saranno disattivate le risorse per affrontare ed elaborare il tradimento. Si tratta di un percorso che coinvolge il bambino interiore ferito, gli aspetti rigidi e ripetitivi del copione, l’eventuale presenza di traumi antichi non risolti e vecchie ferite che si riaprono. Una delle espressioni più diffuse con cui le persone raccontano la propria esperienza è quella di “un fulmine a ciel sereno” che ha sgretolato le sicurezze costruite fino a quel momento. Dopo un lavoro di consapevolezza, spesso si giunge ad una narrazione diversa. A riconoscere le forme di evitamento che impediscono un adeguato esame di realtà e a sviluppare una maggiore responsabilità rispetto a se stessi e alla propria vita. In altri casi, la persona è al corrente del tradimento. Assume una posizione di consenso, tacito o esplicito. Non sentendosi meritevole di amore e non avendo sviluppato una buona autonomia, si mortifica e al contempo trova un riparo per le sue paure, impedendosi di andare verso qualcosa di più sano e nutriente per sè.

Adolescenti tra le onde del cambiamento

Il viaggio degli adolescenti comincia navigando le onde del cambiamento. Si tratta di un viaggio caratterizzato da modifiche fisiche, emotive, cognitive e sociali. Inoltre, la capacità di navigare con successo le onde del cambiamento diventa fondamentale per la crescita e lo sviluppo sano degli adolescenti. Per l’adolescente diventa importante conoscere i propri punti forti e i propri punti di debolezza, passi necessari per il benessere psicologico e la crescita personale.

Piangere: Un Viaggio Emotivo Verso il Benessere

Il pianto, spesso considerato un segno di vulnerabilità, è in realtà una risposta umana complessa e multifunzionale che contribuisce in vari modi al nostro benessere. Oltre al suo aspetto puramente emotivo, il pianto svolge un ruolo fondamentale nel mantenere un equilibrio psicofisico e nel favorire la connessione con gli altri. Innanzitutto, il pianto agisce come un meccanismo di liberazione emotiva. Quando piangiamo, rilasciamo tensioni e pressioni accumulate nel nostro corpo e nella nostra mente. Le lacrime non sono solo una manifestazione esterna delle emozioni, ma portano con sé sostanze chimiche legate allo stress. Il loro rilascio contribuisce a ridurre la tensione e a promuovere una sensazione di sollievo, fornendo così una sorta di catarsi emotiva. I benefici fisici del pianto:  • Rilascio di endorfine e ossitocina: Durante il pianto, il cervello produce questi due ormoni, noti come “ormoni del benessere”. Le endorfine sono sostanze chimiche legate alla riduzione del dolore e al rilassamento, l’ossitocina, invece, favorisce il legame sociale e la fiducia. La presenza di alti livelli di ossitocina dopo un pianto, produce una sensazione di benessere associata ad esso. Le endorfine, dal punto di vista biologico, sono anche degli analgesici naturali, ecco perché piangere dà anche la sensazione di riduzione del dolore fisico.• Riduzione dello stress: Il pianto aiuta a ridurre i livelli di cortisolo, l’ormone dello stress. La connessione tra riduzione dello stress e diminuzione del ritmo cardiaco è guidata dai neuroni parasimpatici, appartenenti al sistema nervoso autonomo. La funzione di questo sistema nervoso è quella di ridurre le risposte di ipertensione, ansia e stress.• Regolazione della funzione cardiaca: Il pianto può avere un impatto positivo sulla salute del cuore, aiuta a regolare la funzione cardiaca, riducendo lo stress e favorendo la calma. I benefici psicologici del pianto: • Espressione emotiva: piangere è un modo per esprimere emozioni intense. Quando piangiamo, permettiamo al nostro corpo e alla nostra mente di liberare la tensione accumulata.• Affrontare situazioni di stress: il pianto ci aiuta ad affrontare situazioni di stress. Sopprimere le emozioni negative a lungo termine, infatti, può portare a una maggiore angoscia e problemi di salute mentale. Piangere ci consente di affrontare ciò che ci angoscia. • Miglioramento del benessere mentale: il pianto può avere un effetto calmare sulla mente, portando a una sensazione di calma e sollievo. Particolarmente utile quando si affrontano situazioni difficili o periodi di lutto. Un altro aspetto del pianto è la sua funzione sociale. Esprimere le emozioni attraverso il pianto può essere un potente mezzo di comunicazione. È un modo per gli individui di condividere il proprio stato emotivo con gli altri, stabilendo connessioni più profonde e costruendo empatia reciproca. In questo modo, il pianto diventa un linguaggio universale che trascende le barriere culturali, permettendo alle persone di connettersi su un livello emotivo primordiale.Il pianto, inoltre, può fungere da mezzo di elaborazione emotiva. Attraverso questo atto, le persone affrontano e digeriscono le esperienze difficili. Non è solo un segno di sofferenza, ma anche un processo che contribuisce alla resilienza emotiva. Piangere consente di accettare e affrontare il dolore, aprendo la strada a una guarigione emotiva più profonda.Un aspetto spesso trascurato del pianto è la sua capacità di esprimere la bellezza delle emozioni positive. Le lacrime di gioia o commozione sono altrettanto significative quanto quelle di tristezza. Il pianto diventa un modo per celebrare le esperienze significative della vita, evidenziando la complessità e la ricchezza delle nostre emozioni umane.In conclusione, piangere è molto più di una manifestazione di tristezza. È un processo fisiologico, emotivo e sociale che contribuisce al nostro benessere complessivo. Attraverso il pianto, liberiamo le tensioni, promuoviamo l’equilibrio emotivo, costruiamo connessioni più profonde e abbracciamo la nostra umanità in tutta la sua ricchezza ed espressione.

Quando l’invidia diventa distruttiva

L’invidia è un sentimento di per sé naturale che talvolta può diventare distruttivo fino a sfociare in esiti patologici. La parola “invidia” è data dall’unione del prefisso in (sopra) e vĭdēre (guardare). Letteralmente: guardare sopra. Osservare nell’altro qualcosa che vorremmo avere, ma che non abbiamo, può suscitare in noi invidia. Per l’appunto, il desiderio di possedere ciò che appartiene all’altro. L’invidia è un vissuto molto complesso, dalle tante sfaccettature e connotazioni emotive diverse. Consiste nel provare emozioni spiacevoli, di dispiacere, tristezza o rabbia, di fronte alle qualità, al successo, alla felicità altrui. Questo sentire può accompagnarsi ad un senso di ingiustizia: “Perchè a lui/lei sì e a me no?”. Può essere investito di ammirazione, nella sua forma più sana, o di odio, nella sua forma più distruttiva. L’invidia e la mancanza L’invidia fa luce su di una mancanza. Ed in questo svolge una funzione importante. Va riconosciuta, senza giudizio, prendendosene la responsabilità. Sia nel verso dell’accettare che alcune cose non possiamo cambiarle, sia nel verso di attivarci per ciò che invece possiamo cambiare. Riportare lo sguardo su noi stessi dunque, diventa l’obiettivo. Accettarci, in tutte le nostre parti, e prenderci cura dei nostri bisogni e desideri. L’invidia trova il suo opposto nella gratitudine. Nell’amore e nella pienezza che scaturisce dal riconoscere il valore di ciò che si ha e della vita. Chi tende a stare per la maggior parte del tempo nell’invidia non può provare gratitudine. Vive in una costante mancanza e nel circolo vizioso del guardare sempre a ciò che manca. Lo sguardo invidioso L’invidia è difficilmente riconosciuta e tantomeno condivisa. E’ perlopiù negata o tenuta nascosta, per proteggere una immagine positiva di sé. Il provarla può procurare vergogna, senso di colpa. L’invidia cresce in silenzio, nello sguardo rivolto alle vite degli altri. Dante Alighieri, infatti, per la legge del contrappasso, immagina gli invidiosi con gli occhi cuciti da filo di ferro, in modo che non possano vedere. In alcuni casi lo sguardo invidioso si alimenta di una idealizzazione, dell’illusoria perfezione che si legge nell’altro cui si contrappone una percezione di sé negativa e perdente. Secondo Kierkegaard, l’invidia è ammirazione corrotta dall’orgoglio. Ma, mentre quando ammiriamo ci poniamo ad una distanza che ci consente di provare ispirazione e appagamento, quando invidiamo bramiamo di essere al posto dell’altro ed il coinvolgimento emotivo può essere anche molto elevato. Può far male, fino quasi a provare dolore nel corpo. L’ammirazione ci eleva, ci fa evolvere. L’invidia può trascinarci in un abisso cupo di inquietudini. Sul versante distruttivo e patologico L’invidia diventa distruttiva quando si accompagna al desiderio di danneggiare l’altro o ciò che possiede, nell’intento illusorio di pareggiare i conti e di eliminare la propria sofferenza. Caino, accecato dall’invidia, uccide suo fratello Abele, poichè non tollera che i suoi beni siano i prediletti. Nella sua forma patologica, l’invidia poggia sulla svalutazione di sé e su un profondo senso di inferiorità. La persona tende ad assumere una posizione vittimistica con comportamenti passivi, di conferma della propria impotenza e sfortuna. Oppure, sentendo di aver subito un torto dalla vita, può animarsi di risentimento e odio, assumendo comportamenti violenti, attraverso cui cerca vendetta e riscatto.

Aspetti psicologici del Teaching Brain

Aspetti psicologici del Teaching Brain

Il “Teaching Brain” è un concetto molto interessante che esplora il modo in cui il nostro cervello influenza il processo di apprendimento. Quando impariamo qualcosa, il cervello guida i nostri pensieri, i nostri sentimenti e i nostri comportamenti. Il “Teaching Brain” è un metodo di insegnamento efficace per garantire il successo formativo degli allievi. Lo studioso Eric Jensen traduce le ultime scoperte scientifiche in strategie didattiche efficaci, che possono migliorare il modo di insegnare. Gli aspetti psicologici del Teaching brain si ritrovano in vari step, di seguito riportati. a) Usare strategie che possano aiutare a mantenere alta l’attenzione degli studenti. b) Favorire la partecipazione degli studenti con domande coinvolgenti e discussioni stimolanti. c) Celebrare i momenti di successo degli studenti anche con riconoscimenti verbali. Nel vasto universo del Teaching Brain si intrecciano varie connessioni psicologiche, che danno vita a un processo educativo ricco di meraviglie e scoperte. La pratica del Teaching brain si rivela molto utile, soprattutto perché considera la partecipazione attiva degli studenti, i quali come “artisti in erba” provano ad aprire una finestra sul mondo”. Ed è così che inizia un viaggio affascinante verso la conoscenza, caratterizzata da una quotidiana interconnessione tra emozioni, pensieri e comportamenti. Grazie al teaching brain, gli studenti possono trasformare la conoscenza in un capolavoro personale, ricco sia di pensieri chiari sia di pensieri sfumati,ma comunque personali. L’immaginazione, le sfide e il teaching brain Durante il teaching brain si affrontano sfide di natura intellettuale che possono essere implementate anche attraverso l’immaginazione. Ecco come il “teaching brain” può utilizzare l’immaginazione. E’ necessario: favorire il pensiero immaginativo attraverso l’incorporazione di vari elementi uditivi, visivi; utilizzare le metafore per facilitare la comprensione dei vari concetti; incentivare gli studenti a esprimere le proprie idee attraverso progetti artistici, scritture creative o altre attività che incoraggiano la creatività; coinvolgere gli studenti in discussioni, attività di gruppo e progetti che richiedono un contributo attivo; valorizzare l’errore, interpretandolo non come ostacolo, ma come guida per la conoscenza. Ricordiamo sempre che la vita è un processo di conoscenza. “Vivere è imparare” (Konrad Lorenz).

COS’E’ IL DISTURBO DELLA COORDINAZIONE MOTORIA

Il DSM5 definisce il disturbo dello sviluppo della coordinazione come quel disturbo in cui l’acquisizione e l’esecuzione delle abilità motorie coordinate sono notevolmente inferiori rispetto a quanto atteso per l’età dell’individuo. Tale deficit interferisce con le attività di vita quotidiana (autonomie personali), sulla produttività (scolastica e professionale) e sul tempo libero o gioco. A QUALI PATOLOGIE E’ COLLEGATO I disturbi della coordinazione motoria sono fortemente collegati con i disturbi specifici dell’apprendimento. Il Disturbo si presenta con alta comorbilità con diversi disturbi della fase evolutiva del bambino (ADHD, Disturbi specifici dell’apprendimento, Disturbi dello Spettro dell’Autismo). L’eziopatogenesi è multifattoriale: ipossia, malnutrizione perinatale, basso peso alla nascita, ecc.Il disturbo di coordinazione motoria non è in nessun modo un disturbo unitario, i profili differiscono da bambino a bambino. I deficit possono riguardare sia le competenze grosso-motorie che fino-motorie, ma a queste si possono associare anche problematiche di carattere visuo-costruttive e cognitive. CARATTERISTICHE Tendenzialmente i bambini con DCD possono avere un deficit nella rappresentazione interna del proprio corpo con conseguente difficoltà di controllo motorio e di apprendimento di nuovi movimenti. Per esempio, questi bambini impiegheranno un tempo lunghissimo per mettere in atto un’azione estremamente facile. Le caratteristiche tipiche e comuni di un bambino con DCD fanno sì che il soggetto si presenti goffo e impacciato, in ritardo con lo sviluppo di alcune capacità motorie (es. andare in bicicletta), incapace di mantenere l’equilibrio o l’uso coordinato di più parti del corpo. L’esordio dei sintomi avviene sin dalle prime fasi dello sviluppo, pertanto i bambini possono raggiungere le tappe dello sviluppo motorio in ritardo (rimanere seduti da soli, camminare, salire le scale, pedalare) così come in ritardo possono raggiungere alcune abilità (abbottonare, assemblare puzzle, usare le forbici, fare il nodo…). Anche la qualità dei movimenti risulta non adeguata, in particolare i bambini che presentano questo disturbo possono eseguire i movimenti con scarsa coordinazione e precisione e/o più lentamente rispetto ai coetanei. Di conseguenza, a livello comportamentale ed emotivo, avendo alla base queste difficoltà motorie, i soggetti con DCD possono mostrarsi disinteressati o evitano in ogni modo situazioni che richiedono un particolare sforzo fisico. Ciò porta il bambino ad avere una scarsa autostima di Sè, una forte frustrazione e ansia che lo inducono ad evitare anche la socializzazione con i suoi coetanei. QUALI AREE CEREBRALI SONO IMPLICATE? Il cervelletto è coinvolto, nello stesso tempo, a determinare sia funzioni cognitive che motorie, come lo stesso ruolo, di tale importanza, lo si deve alla corteccia pre-frontale. La disfunzione di tali strutture celebrali, porta inevitabilmente lo sviluppo di problemi sia di carattere motorio e sia di carattere cognitivo coinvolgendo, di conseguenza, gli apprendimenti (lettura, scrittura, calcolo, comprensione). CONCLUSIONI Le difficoltà descritte possono essere un campanello di allarme. Trattate dagli esordi possono portare un netto miglioramento, che inficerà non solo nello sviluppo psicomotorio ma anche e soprattutto negli apprendimenti futuri.

Nascere non basta

Nascere biologicamente non basta. Si acquisiscono caratteristiche umane solo grazie a un complesso processo in grado di farci appartenere a quell’insieme, molteplice e sempre in movimento, che sono le comunità degli homo sapiens sapiens. Questo processo dura per tutta la vita e consiste in una costante e reciproca attività di rielaborazione. Reciproca nel senso che in ogni momento siamo ricostruiti e ricostruiamo le nostre comunità di appartenenza e, sempre nello stesso momento, le comunità di appartenenza sono costantemente da noi ricostruite e ci ricostruiscono. Questo processo, per sua natura non può mai del tutto riguardare solo un individuo, ma è sempre anche collettivo. Tutto questo vuol dire in continuazione condividere e rielaborare, anche nel profondo, linguaggi, miti, valori etici, forme artistiche, credenze magico religiose e le storie complesse di tutta la nostra specie. Quindi anche dialogare con quell’area universale che oggi noi, con una parola coniata dai filosofi della cosiddetta cultura occidentale, chiamiamo trascendenza. A trasmetterci di generazione in generazione il testimone di quell’appartenenza non è stato soltanto il sempre più mitizzato DNA ma il corpo ritmico e accudente di chi si è preso cura di noi fin da bambini e quindi soprattutto il corpo delle donne. Non solo quello delle donne, ma soprattutto il corpo delle donne. Da quando in Africa, più o meno trecentomila anni fa, il bingo della selezione naturale ha partorito gli homo sapiens sapiens questi hanno messo costantemente in scena della procedure che oggi con le nostre stesse categorie attuali ci apparirebbero anche come franche pratiche artistiche, proprio per le tecniche e le modalità allora usate, dai più vari materiali fino alla ritmicità sincronizzata nella danza dei corpi, alle musiche e alla messa in scena delle mitologie fondanti le comunità.

Perfezionismo: la ricerca di una realtà che non esiste

Il perfezionismo è la tendenza rigida e talvolta patologica a rifiutare limiti ed imperfezioni in se stessi e nella realtà circostante. Alla base del perfezionismo vi è una illusione infantile. Il bambino vive la prima fase della sua esistenza senza distinzione tra sé e l’esterno, in una dimensione soggettiva di perfezione e onnipotenza. E’ solo quando inizia a riconoscere altro da sé che comincia a confrontarsi con i suoi limiti e con i limiti della realtà che vive. Scopre, ad esempio, che da solo non può procurarsi il cibo, né calore, né affetto. Che tutte queste cose sono possibili nella relazione con l’ambiente e che sono soggette a variabili. A regole e tempi che esistono al di fuori della sua volontà. La ricerca di perfezione è il tentativo di ripristinare questo stato originario, sicuro e rassicurante, a scapito del contatto con la realtà. Una realtà che non esiste Chi aspira alla perfezione ricerca una realtà che non esiste. Vuole sempre eccellere e non commettere errori. Ha una spinta autoesigente, “sii perfetto“, che lo tiene nella costante tensione di dover fare di più e meglio e che gli impedisce di sentirsi soddisfatto. Spesso proietta all’esterno le attese grandiose e il giudizio critico e vive con ansia esperienze e relazioni. Sul versante patologico, vi è un iperinvestimento su tutti questi aspetti che si fanno più rigidi. Vi possono essere vissuti persecutori carichi di angoscia con risvolti autolesionistici. Il perfezionismo può estendersi oltre il rapporto con se stessi, in un corollario di aspettative su come dovrebbero essere gli altri, il mondo, la vita. L’amore, le amicizie, il lavoro, la società risultano deludenti, troppo mediocri per essere apprezzati e tollerati. Vi può essere l’idea di dover essere compresi del tutto, di dover ricevere un’attenzione assoluta, che con l’altro vi debba essere piena corrispondenza, sintonia totale. In questo stato di cose, non potendo trovare gratificazione, la persona vive perlopiù una condizione di frustrazione e malessere. Alcune volte, vi è una maggiore focalizzazione sulle carenze, con una maggiore percezione della sofferenza. Altre volte, un disinvestimento difensivo che porta più verso il ritiro e la rinuncia. La percezione di se stessi e degli altri e le posizioni esistenziali Il perfezionismo può assumere svariati volti. Può manifestarsi in presenza di una percezione di sé svalutante e di una idealizzazione dell’altro, nella posizione esistenziale “Io non sono ok, gli altri sono ok“. In questo caso, la persona vive nel continuo confronto con un ideale irraggiungibile. Non si sente all’altezza delle aspettative e, nonostante tutti i suoi sforzi, sente che ciò che fa e che ottiene non è mai abbastanza. In altri casi, invece, vi può essere il rifugio in una grandiosità narcisistica e nella svalutazione dell’esterno, nella posizione “Io sono ok, gli altri non sono ok“. Questo tipo di difesa consente di evitare il crollo dell’onnipotenza e il contatto con la propria vulnerabilità e i propri bisogni affettivi. Le svalutazione è più ampia ed estesa nella posizione “io non sono ok, gli altri non sono ok“. In questo tipo di atteggiamento esistenziale, nessun aspetto della realtà risulta sufficientemente adeguato ed appagante e vi è il rischio patologico di un ritiro depressivo, di una perdita di speranza e di senso.