La disabilità intellettiva

La disabilità intellettiva è una diagnosi sempre più diffusa in età prescolare. Che differenza c’è tra disabilità lieve-moderata-grave?è possibile intervenire per migliorare la condizione di vita del paziente e della propria famiglia? Per disabilità intellettiva si intende un funzionamento intellettuale generale significativamente sotto la media, presente contemporaneamente a carenze del comportamento adattivo. Tale condizione si manifesta in età evolutiva. Per funzionamento sotto la media si intende un quoziente intellettivo (QI) pari o inferiore a 70. Tale condizione si definisce in base al livello di gravità come: lieve, moderata, grave, estrema. Quando la disabilità intellettiva è estrema coinvolge in modo uniforme tutte le aree del funzionamento intellettivo. In genere, invece, gli individui con disabilità intellettiva mostrano relativi punti forza e punti deboli nelle abilità cognitive specifiche, che interagiscono coinvolgendo tutto il funzionamento cognitivo. I disturbi del neurosviluppo possono comportare alterazioni in uno o più di uno dei seguenti aspetti: attenzione, memoria, percezione, linguaggio oppure relazioni sociali. In presenza di disabilità intellettiva, almeno due aree devono essere significativamente compromesse. Le cause riconosciute della disabilità intellettiva La disabilità intellettiva può essere causata da qualsiasi condizione che impedisca il normale sviluppo del cervello prima, durante, dopo la nascita o nel periodo dell’infanzia. Si possono distinguere fattori genetici e fattori acquisiti. Nel 50% dei casi però non è possibile individuare una causa precisa. Una disabilità intellettiva grave si verifica in famiglie di tutte le fasce socioeconomiche e livelli di istruzione. Le disabilità intellettive meno gravi (richiedenti supporto limitato o intermittente) si manifestano il più delle volte tra le classi socioeconomiche più disagiate, in linea con le osservazioni che il QI è meglio correlato al grado di successo nella scuola e con il livello socioeconomico, piuttosto che con specifici fattori organici. Tuttavia, studi recenti suggeriscono che fattori genetici hanno un ruolo anche nelle disabilità lievi. Le manifestazioni principali Le manifestazioni principali della disabilità intellettiva sono Acquisizione rallentata di nuove conoscenze e competenze Comportamento immaturo Limitate capacità di prendersi cura di se stessi Il trattamento della disabilità intellettiva La disabilità intellettiva necessita spesso di un trattamento medico, perché è frequentemente associato ad alterazioni neurologiche e somatiche. La riabilitazione cognitiva, invece, favorisce il rafforzamento e in alcuni casi l’introduzione di quelle abilità che a causa dell’handicap non si sono sviluppate e consolidate spontaneamente. Gli obiettivi della riabilitazione della disabilità intellettiva sono lo sviluppo delle capacità attentive, del linguaggio, delle abilità visuo-spaziali e di percezione del significato del tempo e dello spazio, dell’apprendimento della lettura, scrittura e calcolo. Un’attenzione particolare è data ad insegnare abilità che favoriscano l’autonomia e l’integrazione sociale del paziente, le abilità domestiche e di cura del luogo di vita, le abilità sociali e interpersonali, le capacità prelavorative e lavorative. Conclusioni La condizione di disabilità intellettiva sta prendendo sempre più piede. Una diagnosi precoce consente di ridurre i danni e garantire al bambino ed alle rispettive famiglie una qualità di vita migliore. Necessario in questi casi è anche il supporto psicologico, affiancato a quello medico, al fine di sostenere l’intero nucleo familiare.

I SENSI DI COLPA DELLE MAMME

Le mamme vivono spesso sensi di colpa legati al coniugare il proprio ruolo e quello di donna e compagna. Che impatto ha tutto ciò sul bambino?come aiutare una mamma a vivere la maternità serenamente? Spesso i sensi di colpa assalgono le mamme. Esse sono combattute tra il pensiero di ciò che sembra la condizione migliore per il proprio bambino e ciò che ci sembra il meglio per sè. A volte il lavoro non è la soddisfazione principale della propria vita, ma una donna talvolta non può farne a meno per il sostentamento economico della famiglia. Nelle situazioni in cui il lavoro è vissuto male e si preferirebbe, restare a casa con il bambino, più che il senso di colpa si vive soprattutto un senso di ingiustizia. In tal caso una donna non si sente una buona mamma e neanche una efficiente lavoratrice. A volte una donna desidera riprendere la propria attività lavorativa, sente la mancanza del ruolo produttivo. Ed anche in questo caso, le emozioni che si provano sono negative, in conseguenza dei sensi di colpa. Spesso, la maternità, spinge la donna a caricarsi eccessivamente. Da una parte ci sono le aspettative, dall’altra i sensi di colpa, propri o indotti da altri, che finiscono per rovinare alcune fasi di questo percorso. QUAL è L’ORIGINE DEL SENSO DI COLPA? Accade infatti che i sensi di colpa delle mamme, soprattutto delle neomamme, si possano definire indotti da: altre persone situazioni esterne I famosi consigli non richiesti, qualunque “incursione” di altre persone rischia di diventare fonte di stress. La fragilità di una neomamma è palpabile, ha bisogno di tempo per trovare e ritrovare una nuova dimensione, così come è fondamentale ristabilire dei nuovi ritmi e routine familiari, ecco perché tante volte prima di parlare, è bene cercare di essere empatici con chi abbiamo di fronte. In questi casi diventa importante che ogni mamma  ascolti innanzitutto se stessa. Poi è importante che ascolti il proprio bambino. Comprendere cosa gli rimanda il proprio figlio,come essere unico. L’impatto del senso di colpa I sensi di colpa hanno un impatto negativo sul piccolo e la relazione tra la mamma e il bambino. Già solo il fatto che una mamma si ponga domande in merito al suo modo di essere mamma la rende una supermamma. Ecco i più diffusi sensi di colpa delle mamme: 1. Non allattare La scelta di non allattare talvolta è fatta in maniera consapevole, come male minore,per una serie di motivi.  L’importante è che una mamma non si senta di serie b solo perché non allatta. 2. Usare la Tv come babysitter Non ha senso sentirsi in colpa per far vedere la tv ai piccoli mentre si cucina o in momenti di effettivo bisogno. Ci saranno dei giorni in cui i bimbi non guarderanno tv, e ci saranno giorni in cui la guarderanno per più tempo. Meglio usare la tv come babysitter per un’ora che creare grandi tensioni in casa. 3. Cucinare in maniera non troppo sana Quello che conta è la frequenza. Se una volta al mese ci si concede uno strappo alla regola non succede nulla. 4. Non giocare abbastanza con il proprio bimbo Sicuramente ogni mamma ha delle attività preferite, degli hobbies, dei talenti personali. Proponiamo ai bambini di fare i “nostri” giochi, di collaborare nelle attività che più ci piacciono. Per i bambini è importante giocare, ma è altrettanto gratificante “fare” qualcosa con noi, sentirsi parti attive di un’attività in cui la mamma collabora serenamente.   5. Sentirsi bene quando si è senza il bambino Quante volte ci si annulla come donne dopo il parto, la maternità assorbe ogni energia, ci si dimentica di volersi bene, ci si trascura in nome di una cura più importante in quel momento. Ma arriva un tempo in cui rimettere l’ago della bilancia nel centro, in cui trovare il giusto equilibrio tra l’essere mamma e l’essere donna ciò normalmente accade quando una donna riprende a lavorare. Conclusioni Una neomamma,in conclusione, vive quasi quotidianamente dei sensi di colpa,ed è importante che trovi un ambiente accogliente,non giudicante al fine di evitare il rischio di incorrere in psico-patologie.

La paura del cambiamento

La paura del cambiamento ha a che fare con la crescita e, più ampiamente, con il vivere. E’ infatti attraverso i cambiamenti che ci evolviamo e ci realizziamo. Il cambiamento però non è solo un evento che segna il passaggio da una fase ad un’altra, da una situazione ad un’altra della vita. L’esistenza stessa è un flusso naturale di continuo divenire: momento per momento ogni cosa dentro e fuori di noi cambia. Accogliere questo libero fluire vuol dire essere presenti. Vivere la realtà del qui e ora, senza attaccamenti al passato e anticipazioni del futuro. Il senso di perdita Cambiare è lasciar andare tutto ciò che non è più adatto a rispondere ai bisogni attuali. Si tratta dunque di affrontare una perdita e per questo spesso è difficile. Talvolta doloroso. Può significare separarsi da esperienze, luoghi e persone, da parti proprie che per un tempo, anche lungo, hanno fatto parte della propria vita. Chi vive di frequente nella paura del cambiamento tende a rimanere attaccato al proprio passato e a ciò che è familiare, a bloccarsi nelle decisioni e a percepire il futuro in maniera negativa. Nei casi estremi, vi può essere una condizione di vera e propria paralisi in cui vi è una disattivazione delle capacità adulte. Al contrario, chi ricerca continuamente il cambiamento, evita il legame e la stabilità. La paura del nuovo Aver paura del cambiamento è aver paura di ciò che non si conosce, di ciò che è estraneo, ignoto. Se da un lato questa paura svolge una funzione naturale, poichè sollecita l’attivazione delle risorse necessarie per andare verso il nuovo, dall’altro può essere tanto forte da bloccare l’evoluzione. Il familiare offre una rassicurazione che, seppur illusoria, fa sentire protetti e al sicuro. Tuttavia, in questa posizione infantile, la persona non trova dentro di sè il sostegno sufficiente né la guida per andare verso l’autonomia. Può sentire di non essere capace, di non farcela. Può avvertire un senso di pericolo o smarrimento. La responsabilità della scelta Il cambiamento non è solo nella nostra natura ma anche nell’insieme delle scelte che operiamo per realizzare noi stessi. Dunque ognuno è chiamato a fare i conti con la responsabilità della propria vita. Con il rischio che è alla base del fare esperienza. Il rischio di sbagliare, di rimanere delusi, feriti. Per crescere e realizzarsi occorre pertanto sia proteggersi che rischiare. Occorre sviluppare un Genitore interno capace di sostenere e guidare la parte bambina verso il soddisfacimento dei propri bisogni e verso l’autonomia, in modo da poter attivare scelte e comportamenti adulti, coerenti con il presente. Il cambiamento in terapia In terapia il cambiamento comporta una separazione dal passato e, al tempo, un tornare a sé, alla propria autenticità. Non diventare qualcos’altro ma diventare se stessi. Liberarsi dai condizionamenti interni che impediscono di riconoscersi pienamente, in tutte le proprie parti, e di esprimersi. Sebbene la persona arrivi con la richiesta di essere aiutata a superare la situazione di impasse in cui si trova, porta sempre due parti in conflitto: una parte che vuole cambiare ed un’altra che si oppone, che non vuole cambiare. Il lavoro di consapevolezza mette in luce le resistenze, le paure, l’attaccamento agli aspetti copionali, infantili e dipendenti. Il lavoro di responsabilità confronta successivamente la persona con la necessità di rispondere adeguatamente a bisogni e desideri fino a quel momento inascoltati o percepiti come proibiti.

Leggere i segnali del disagio scolastico

Leggere i segnali del disagio scolastico I segnali del disagio scolastico sono: insoddisfazione, apprendimento carente, bassa motivazione e l’insicurezza. Per il docente è necessario non ignorare i segnali inviati dagli alunni e attivare una comunicazione emozionale, volta a cogliere gli stati d’animo Ciò significa entrare in una dimensione empatica che consentirà di diagnosticare il disagio in maniera tempestiva e di intervenire nel modo più opportuno, salvando così il destino di molti alunni e delle loro famiglie.

Le relazioni possono essere complicate ma sono essenziali: perchè è così importante riflettere su di esse?

Le relazioni sono parte integrante dell’essere umano. Scopriamo perchè è fondamentale parlarne attraverso esercizi pratici. Si è parlato tanto di relazioni, ancor di più dopo la pandemia da Covid-19. L’isolamento a cui siamo dovuti forzatamente sottostare, ha consentito di farci apprezzare qualcosa che si dava per scontato. Perchè sono così importanti? Secondo la neuroscienziata Julianne Holt-Lunstadt , le connessioni sociali potrebbero essere un fattore critico per la sopravvivenza. Pertanto sono vitali per la nostra salute fisica ed emotiva. Certamente le relazioni possono anche essere difficili da gestire e spesso ciò va di pari passo con il non sapere o il non riuscire ad esprimere ciò che si pensa e si prova. Quando questo accade, può generare all’interno della relazione, degli ostacoli che conducono a sofferenza ed allontanamenti. Al contrario, riuscire ad entrare in contatto con se stessi e con l’altro, può dare vita a connessioni molto intense. Nel caso in cui vi siano esperienze relazionali dolorose diventa necessario soffermarcisi in modo da non continuare ad alimentare legami invischianti, bloccati o distruttivi. Come fare quando diventa difficile parlare delle proprie relazioni? In terapia, può succedere spesso, soprattutto con adolescenti, di avere difficoltà ad esprimere le proprie emozioni o i propri bisogni rispetto ad una relazione di qualsiasi natura che si sta vivendo. In questi casi, le immagini, i disegni o le metafore possono essere molto utili perchè: si riesce ad esprimere diversi aspetti di una medesima esperienza, anche quelli più profondi che sono difficili da riconoscere; possono diventare un canale creativo attraverso cui affrontare emozioni dolorose; possono offrire protezione a persone che hanno difficoltà a parlare apertamente di sè e dunque facilitare l’apertura. Ad esempio, proviamo a pensare alla nostra vita relazionale come una casa. Nella casa vi sono diversi piani ed ognuno rappresenta aspetti positivi e negativi delle proprie relazioni. C’è la stanza delle persone piacevoli, il pianterreno delle difficoltà e del dolore, il palazzo delle nuove speranze. In ognuno, proviamo a scrivere i nomi delle persone che faremmo rientrare in quella determinata stanza. Alla fine, cosa dice quello che emerge su di te? Che cosa hai imparato?Che cosa vorresti di diverso?

Dalla manipolazione infantile alla responsabilità adulta

La manipolazione non appartiene solo ad alcune persone ma ci riguarda tutti. Ciascuno di noi da bambino sviluppa la forma di manipolazione che più gli consente di ricevere riconoscimento ed attenzione. Questo perchè da piccoli la nostra esistenza fisica e psicologica dipende dall’ambiente esterno. Per sopravvivere, abbiamo bisogno delle cure dell’altro e di essere visti. Come sostiene Stern: “Abbiamo bisogno dello sguardo degli altri per formare e tenere insieme noi stessi”. C’è chi apprende ad essere diligente e sempre ubbidiente, chi a lamentarsi, chi ad essere generoso e buono con tutti. C’è chi sviluppa la tendenza ad attirare gli altri a sé con il pianto, chi con il sorriso. Chi con la rabbia. Alcuni si mostrano capaci di fare tutto da soli, altri, al contrario, perlopiù richiedenti. Manipolazione e carattere La manipolazione appartiene al carattere che, però, non è solo una struttura rigida e limitante in quanto racchiude in sé anche il potenziale per un adattamento creativo. Ciò che accade, nella maggior parte dei casi, è che, in assenza di un lavoro di consapevolezza su di sé, la persona non è in grado di riconoscere le proprie manipolazioni e resta imbrigliata nell’inganno e, ancor prima, nell’autoinganno. La migliore forma di adattamento possibile del bambino diventa, in età adulta, un copione che si ripete e che limita l’autoriconoscimento e la libera espressione di sé. Svalutazione e posizione esistenziale: la manipolazione di F. La manipolazione viene portata avanti a partire da un insieme di svalutazioni che la persona mette in atto su di sé, sull’altro e sulla realtà che vive. E’ strettamente collegata alla posizione esistenziale e determina ruoli specifici e giochi psicologici. F. manipola attraverso un silenzio richiedente. Non comunica come sta e di cosa ha bisogno. Non chiede. Ha l’aspettativa, e la presunzione infantile, che l’altro debba capire come si sente, preoccuparsi e attivarsi per aiutarlo. Se questa aspettativa viene delusa, si arrabbia, diventa distruttivo e vendicativo. Questo modo di funzionare F. lo ha appreso da bambino nella relazione con i suoi genitori. F., dunque, oggi svaluta la sua capacità adulta di occuparsi dei suoi bisogni e delega la responsabilità di sé ad un genitore esterno. L’altro non può essere visto per com’è ma viene investito di proiezioni transferali. F. tende a giocare il ruolo di Vittima e ad attirare a sé un Salvatore, con cui ripetere la dinamica simbiotica che aveva con la madre iperprotettiva, o un Persecutore, con cui si autorizza ad agire la rabbia antica per l’assenza paterna. Manipolazione e responsabilità Lo sviluppo di una personalità adulta implica l’abbandono della manipolazione infantile in favore dell’acquisizione di consapevolezza e responsabilità. Si tratta di lasciar andare le svalutazioni e i vantaggi degli aspetti dipendenti. Costruire internamente a sé una funzione genitoriale in grado di procurare autoriconoscimento e sostegno emotivo al Bambino interiore. In modo che la realtà interna ed esterna possa essere riconosciuta e che possano essere attivate scelte e comportamenti congruenti. L’elaborazione del passato consente di riportare il funzionamento al presente e alle risorse del qui e ora. E di liberare il potenziale creativo.

Processi cognitivi e comprensione del testo

La comprensione del testo riguarda la capacità di cogliere il vero significato di un testo. E’ superfluo dirlo: la comprensione del testo coinvolge tutti i processi cognitivi, ma principalmente la memoria di lavoro e la memoria a lungo termine. La lettura decifrativa e la comprensione sono processi cognitivi che si situano a due differenti livelli del controllo, facendo riferimento al modello al cono dell’intelligenza di Cornoldi (2007). Oggi nei contesti educativi gli studenti sostengono anche prove computer base di comprensione del testo e spesso non ottengono risultati efficaci, proprio a causa di alcune variabili, come il disagio oculare, l’orientamento del display (Cushman, 1986, Gould et al., 1987, Wilkinson e Robinshaw, 1987), il carattere e la dimensione del testo. Certamente la comprensione del testo comporta la decodifica e la comprensione linguistica. Se non vi è comprensione linguistica non potrà mai esserci comprensione del testo. Questo significa che affinché si avvii la comprensione del testo scritto devono essere garantite abilità minime in entrambe le componenti (Gough e Tunner, 1986; Hoover e Gough, 1990). Quali processi cognitivi nella comprensione del testo? La ricerca di settore afferma che le funzioni esecutive giocano un ruolo molto importante nella comprensione del testo. Inoltre non dimentichiamo mai di tener presente il concetto di informazione formativa enunciato da Guido Petter. Per questi motivi e al fine di favorire la comprensione del testo è necessario favorire inizialmente il collegamento con conoscenze già acquisite, il bisogno di possedere una specifica informazione, la forte motivazione e la struttura cognitiva forte e chiara. Occorre suddividere poi il testo in diverse parti: una parte iniziale, una parte centrale e una parte conclusiva. Solo successivamente si potrà creare una mappa concettuale con la rappresentazione grafica dei personaggi principali, del luogo in cui si svolge la vicenda e dei fatti e delle conclusione a cui giunge la storia.

L’ansia: quando diventa un ostacolo che limita le azioni

Cosa si può fare quando si soffre di un disturbo d’ansia? La mindfulness può essere di aiuto? Cerchiamo di scoprirlo in questo articolo. Nel mio studio incontro Sandra. Non riesce a studiare, nè a lavorare, nè ad uscire. Quando provo a capire cosa succede in quei casi, la sua risposta è: “non so cosa succede o perchè, ma sto male!”. Approfondendo la situazione, capiamo che Sandra ha sviluppato un disturbo d’ansia. Quando solitamente si sente parlare di ciò, la prima reazione è l’ansia stessa! “E’ brutta, fa paura, non la voglio!”. Essa, infatti, si manifesta attraverso sensazioni di timore e apprensione, che possono essere correlate da tremori, sudorazione, palpitazioni. Tuttavia, ansia e paura sono emozioni che da sempre fanno parte della storia dell’uomo. Quando è talmente forte da interferire con il funzionamento generale dell’individuo, allora diventa disfunzionale e può trasformarsi in un “disturbo”. Come nel caso di Sandra. Come abbiamo agito con Sandra allora? Sicuramente spiegare il meccanismo che avvia il circolo vizioso dell’ansia può essere di aiuto, ma non basta. E’ infatti una reazione automatica che si crea dinanzi a contesti percepiti come pericolosi. Lavorare sulle strategie di evitamento che l’individuo adotta. Se aprire il libro per studiare mi crea ansia, evitare l’ansia (e quindi di aprire il libro) diventa la mia azione abituale. Ciò vuol dire che non studierò più, rimarrò indietro con gli esami e questo innescherà molti sensi di colpa e pensieri di non essere in grado. Esponendo, in caso contrario, il soggetto, alle situazioni che creano più agitazione, gli si farà sperimentare che è possibile “stare con l’ansia” e, nonostante essa, mettere in atto azioni che hanno valore. Perchè la mindfulness può essere di aiuto? La mindfulness può essere molto utile nei casi di ansia patologica poichè, durante la pratica, si riesce a ridurre l’attività del sistema nervoso simpatico che è alla base dei meccanismi di ansia. Con essa, inoltre, si possono affinare le abilità di osservazione di ciò che accade dentro e fuori di sè, aumentando la propria consapevolezza. Sandra, con tanto esercizio, è riuscita a riconoscere i pensieri come tali e a non farsi agganciare da essi, notando se stessa come “soggetto osservante”, nonchè a portare l’attenzione sul momento presente, senza focalizzarsi sui sintomi dell’ansia e sul circolo vizioso che solitamente si innescava con essi.

Vittimismo: la tendenza a lamentarsi e passivizzarsi

Il vittimismo è più di un particolare atteggiamento. E’ un modo di stare al mondo che poggia su una posizione esistenziale di non Okness. Le persone che tendono a fare la vittima sono inclini al lamento, vivono in un costante senso di insoddisfazione e attribuiscono questo loro stato a fattori esterni. Nel vittimismo è centrale l’accusa rivolta verso se stessi, gli altri o, in generale, la vita, cui si accompagna un forte senso di ingiustizia. Vi è dunque una svalutazione della persona circa la propria responsabilità. Si tratta di una forma di passivizzazione, di carente o mancata attivazione delle risorse necessarie per soddisfare i bisogni evolutivi e realizzativi. Il vittimismo e le emozioni Chi fa la vittima ha una immagine di sé di persona sfortunata, incapace: “Non so fare niente. Ma che ci posso fare se sono fatto male? Non è giusto“. Tende a proiettare sugli altri il rifiuto e la critica verso se stesso: “Nessuno mi vuole, ce l’hanno tutti con me“. Ad autoccomiserarsi e a colpevolizzarsi: “Povero me, non cambierò mai. Sbaglio sempre tutto“. Il mondo interno è abitato da sentimenti di inadeguatezza, impotenza, colpa, rabbia, rancore. Emozioni che, il più delle volte, non sono integrate ma vengono portate fuori mediante acting-out e la persona resta bloccata in un cortocircuito. La relazione con gli altri La “vittima” tende a ricercare nell’altro un “salvatore” o un “persecutore“. Si pone in una posizione infantile richiedente e bisognosa (io non sono Ok) e proietta all’esterno un genitore salvifico (io non sono Ok- tu sei Ok) o un genitore critico e rifiutante (io non sono Ok- tu non sei Ok). Nel primo caso, tende a manipolare attraverso comportamenti seduttivi o mettendosi in pericolo. Nel secondo caso, sono più in figura comportamenti provocatori e ribelli. Non di rado, sulla base delle risposte che riceve dall’ambiente, chi fa la vittima si autorizza ad agire la propria rabbia diventando a sua volta un persecutore nei confronti dell’altro. La ripetizione di esperienze antiche Mediante il vittimismo la persona riattualizza nel presente le esperienze del passato. Manipola con le modalità apprese in epoca infantile. Ma, mentre da bambino la manipolazione ha rappresentato il miglior adattamento possibile alla realtà, da adulto è ciò che gli impedisce di star bene e realizzarsi. Di fatto, con il vittimismo si confermano le dinamiche dipendenti e i vissuti di allora. Si mantiene in piedi il copione di vita, con tutti i suoi aspetti limitanti. Il lavoro in psicoterapia La persona ha bisogno di liberarsi del funzionamento manipolativo in favore di una maggiore consapevolezza e responsabilità. Di lasciar andare gli appoggi esterni e la dipendenza, per sviluppare autonomia. Di ritirare il lamento e l’accusa per guardare di più a se stesso come artefice della situazione che vive. Ha bisogno di imparare a riconoscersi, in tutte le proprie parti. Di realizzare l’Okness, ovvero la posizione “io sono Ok-tu sei OK”. Di sperimentare la fiducia, per costruirla come sentimento di base, di sostegno al vivere. E’ un lavoro che passa per la sofferenza autentica delle ferite antiche.