La fiducia e il bisogno di essere visti

La fiducia svolge un ruolo centrale per la sopravvivenza e nel rapporto con noi stessi, con gli altri e con la vita. Tutti sanno quanto la fiducia sia importante nelle relazioni. Quanto sia indispensabile per aprirsi e incontrare l’altro in un rapporto autentico e intimo. Ma da cosa dipende la fiducia? In base a cosa scegliamo di fidarci di qualcuno? In base al tono della voce, perché ha uno sguardo accogliente, ci ascolta con attenzione. Sembra capirci. Secondo Fonagy, la fiducia si stabilisce quando ci sentiamo visti e compresi e possiamo quindi sperimentare una relazione protetta. Si tratta di un’esperienza fondamentale innanzitutto nell’infanzia, per la formazione del sé e lo sviluppo della personalità. La fiducia epistemica primaria Il bambino viene al mondo con il bisogno di essere accudito e riconosciuto. E, pertanto, con il bisogno di affidarsi alle figure genitoriali da cui dipende la sua sopravvivenza. Se i suoi processi regolativi ed emotivi sono adeguatamente accolti e sostenuti, potrà interiorizzare quella base sicura che lo accompagnerà per tutta la vita nel fare esperienza di sé, degli altri e del mondo. Questa forma primaria di fiducia, che Fonagy definisce fiducia epistemica, si costruisce grazie alla mentalizzazione. Ovvero, alla capacità di riconoscere l’altro nella sua individualità, di rappresentare gli stati mentali propri e altrui, di dare senso e attribuire intenzioni al comportamento. Il senso di sé si struttura dunque a partire dall’esperienza di essere nella mente dell’altro. Del sentire “tenuti insieme i propri vari aspetti”, usando le parole di Winnicott. Quando il bambino non è adeguatamente mentalizzato ma, al contrario, svalutato nelle sue caratteristiche e nei suoi bisogni, inizierà a diffidare dell’ambiente in cui vive. E, al posto della fiducia, svilupperà una sfiducia di base che comprometterà sia l’autoregolazione sia lo sviluppo della propria soggettività e della vita relazionale futura. La mancanza di fiducia sul piano dei pensieri Le alterazioni dei processi di mentalizzazione hanno ricadute sui vari livelli di funzionamento della persona con esiti anche gravi per la salute. La mancanza di fiducia comporta una difficoltà a comprendere e tollerare l’ambiguità delle relazioni umane. Induce a diffidare dell’altro e a credere che le sue intenzioni non siano quelle che dichiara. Si può instaurare un pensiero di tipo inside out (quanto sperimentato all’interno equivale all’esterno: “siccome lo sento, è così”) o quick fix (in cerca di rassicurazione immediata). Vi può essere un continuo oscillare tra i poli opposti della certezza e dell’incertezza, con la ipermentalizzazione (un eccesso di certezza rispetto a ciò che si pensa e a ciò che gli altri pensano) e l’ipomentalizzazione (la sensazione di non capire gli stati mentali altrui o il non esserne interessati). L’evitamento della realtà e la dipendenza I pensieri, i sentimenti, le intenzioni e i comportamenti dell’altro sono interpretati sulla base di aspetti propri, mediante proiezioni volte a confermare l’idea di partenza (“non posso fidarmi”). L’altro non può essere visto. E la realtà viene evitata e vissuta come una riproposizione degli schemi del passato. Quando internamente non si è costruita una buona capacità di autoriconoscimento, la persona tende a conservare la posizione infantile dipendente e ad investire gli altri di una funzione genitoriale, deresponsabilizzandosi nelle sue capacità adulte. La mancanza di fiducia sul piano delle emozioni e del comportamento Talvolta, il vissuto di sospetto e diffidenza può estendersi fino a permeare l’intera esperienza. Può diventare un atteggiamento esistenziale e sfociare in pensieri e angosce di tipo persecutorio, con una rappresentazione del mondo come luogo ostile, umiliante e pericoloso. Sul piano comportamentale, possono manifestarsi esigenze di controllo o anche azioni impulsive, spesso distruttive e autolesive, come strategia difensiva e tentativo di trovare una rassicurazione interna. Oppure, vi può essere un ritiro nel vittimismo fino all’isolamento estremo. La fiducia in psicoterapia La fiducia è l’elemento centrale di ogni psicoterapia. Il noto “verdetto del dodo”, metafora utilizzata da Rosenzweig nel 1936, in riferimento al problema dei cosiddetti fattori comuni o aspecifici di tutte le psicoterapie, e che ha suscitato non poche polemiche, sostiene che tutte le terapie sono efficaci per tutti i disturbi. In “Alice nel paese delle meraviglie”, Dodo è un uccello che indice una corsa al cui termine dichiara: “Tutti hanno vinto e ognuno merita un premio”. Sebbene si possa discutere sull’esistenza di effettive differenze in termini di efficacia tra i vari approcci e tipi di interventi possibili, la fiducia che si crea nella stanza di psicoterapia è senza dubbio il perno imprescindibile del cambiamento. Al di là delle teorie di riferimento, al di là degli strumenti e delle tecniche. La cura parte dal sentirsi visti ed accolti per come si è. Winnicott, infatti, sostiene che “si va dallo psicologo, prima che per conoscersi, per essere conosciuti da un’altra persona”. Per fare esperienza di quell’essere “tenuti a mente” indispensabile per la formazione di un sé coeso. Lo sguardo, la voce, il corpo, il silenzio e le parole con cui il terapeuta accoglie e riconosce ogni propria parte, senza giudizio, sostengono l’esperienza di sé e il contatto con la realtà.

Essere “social” rimanendo isolati

di Jonathan Santi Pace La Pegna “E guardo il mondo da un oblò, mi annoio un po’”, cantava una famosissima canzone italiana.Ebbene, per quanto gli oblò possano richiamare talvolta a una dimensione di relax, vacanza, svago, essi possono fare riferimento anche all’idea di un luogo chiuso, protetto, impermeabilizzato, quasi asettico e distaccato, con una piccola e limitata vista sul mondo. È proprio questa la dimensione “social” (nel senso di “sociale”) più diffusa e pervasiva al giorno d’oggi, tra giovanissimi, giovani e meno giovani, e ciò non solo per effetto diretto della pandemia e del distanziamento sociale, ma come mood e stile di vita che si va allargando.I social media, gli influencer, le app di messaggistica, i filtri, le dirette video, le comunicazioni instant, danno l’idea di una realtà multiforme priva confini in cui è possibile raggiungere chiunque quando si vuole, dominata dall’immediatezza della comunicazione, che spesso però risulta a conti fatti un mero abbaglio, come un toccare senza percepire, un sentire senza ascoltare, un assaggiare senza assaporare. Vedere un piccolo spaccato della realtà che ciascuno mette a disposizione attraverso questi mezzi, conferisce l’illusione di poter fare parte, a volte, delle vite di tanti, pur toccando pochi, auto relegandosi entro piccoli spazi di vita patinati costruiti ad hoc, che danno una parvenza di vicinanza ma privi di sostanza.“Stare insieme a molti rimanendo soli” è il pericolo che uno stile di vita vissuto soltanto o prevalentemente entro i confini di questa dimensione “social” può comportare. Mettendo da parte al momento tutti quei pericoli di “dipendenza” da queste forme di virtualità per cui sarebbe necessario un excursus a parte, ciò che è importante sottolineare è che l’essere umano per strutturarsi e mantenersi in maniera salutare e funzionale ha bisogno della socialità vera, della compagnia vissuta, della vicinanza emotiva, del confronto e dell’apporto personale attivo fatto di scambi, aspettative, delusioni e conquiste.L’uomo è un animale sociale (cit. Aristotele, IV sec. A.C.).

Cosa ti piacerebbe fare da grande?

Aiutare i bambini ad esprimere i loro sogni è uno dei compiti principali di un genitore. Proviamo a capire come poter stimolare un bambino. Cosa ti piacerebbe fare da grande? Questa è sicuramente la domanda per eccellenza che qualsiasi bambino si è sentito fare da piccolo da parte di diverse persone. Questo tipo di quesito è utile a stimolare i bambini a fare un proprio ragionamento sulla base dei loro interessi e delle loro capacità.È importante però non essere troppo incalzanti e ostinati nel ripetere questa domanda, si rischia di esercitare un’eccessiva pressione sui bimbi, ai quali è giusto lasciare la spensieratezza di immedesimarsi in qualsiasi attività vogliano fare. Ogni bambino darà una risposta diversa, che potrebbe addirittura cambiare di volta in volta. L’età, la famiglia e tutto il contesto sociale in cui il bimbo cresce sono elementi che influenzano le sue risposte. Dal punto di vista degli adulti, magari alcuni sogni dei loro bimbi possono sembrare troppo ambiziosi o addirittura ridicoli, intervenire in tal senso per fargli cambiare idea è una cosa da evitare. Perché poniamo questa domanda? Chiedere ai bambini cosa vogliono diventare significa educarli all’idea che infondo tutto è possibile e se a cinque anni sogni di diventare astronauta hai tutto il diritto di poter esprimere il tuo sogno senza che chi ti ascolta ti risponda con un sorriso di compatimento. Tema: cosa vuoi fare da grande Assegnare il classico tema in classe su cosa vogliono fare da grandi è non solo un modo per consentire ai bambini e ragazzi di esprimere i loro sogni senza filtri o paure, ma anche per scattare una fotografia dei tempi moderni, per capire come evolve la società e quali sono le aspirazioni dei giovani, che sono senz’altro influenzate dalla famiglia e dai media. Chiedere ai bambini di quinta elementare cosa vogliono fare da grandi vuol dire scoprire un mondo di sogni tutti da realizzare: chi vuole diventare veterinaria, chi disegnatore di auto di lusso, chi paleontologo (per soddisfare una passione mai sopita per i dinosauri) , chi ballerina o calciatore. Ma se si pone la stessa domanda ai ragazzi che frequentano le scuole medie ci si scontra con una più realistica aspirazione, spesso legata alla famiglia, agli esempi più vicini, alle condizioni sociali e all’influenza dei mass media. Nuove tendenze, cambiano gli interessi dei più piccoli L’ormai diffuso utilizzo di internet anche da parte dei più piccoli, sta contribuendo a modificare i sogni e le aspirazioni dei bambini. Molti di loro, infatti, esprimono la volontà di voler diventare youtubers, videogiocatori professionisti o influencer. E’ importante che un genitore sostenga il proprio bambino, qualsiasi sogno esprima. Mostrarsi accoglienti aumenterà la fiducia nella relazione.

Assertività: come svilupparla nella relazione con i figli?

Che cos’è l’assertività? Cosa vuol dire essere assertivo? E quali sono i vantaggi dell’essere assertivi anche con i propri figli? L’assertività fa riferimento alla capacità di una persona di esprimere ciò che pensa in modo chiaro e rispettoso. Possiamo immaginarla lungo un continuum dove, da un lato, si pone il comportamento aggressivo che tende a prevaricare gli altri; dall’altro lato, un comportamento passivo, in cui non si riescono a fare valere i propri bisogni. Vediamo cosa può fare un genitore per sviluppare anche nei propri figli la capacità di essere assertivi: essere assertivi: il cervello dei bambini si sviluppa attraverso i comportamenti che si osservano nei genitori. Numerose ricerche dimostrano che i vantaggi dell’essere assertivi sono tanti: può aumentare la sicurezza di sè, si possono ridurre i conflitti, così come si può avere un elevato senso di autoefficacia. osserva quando il tuo bambino rimane in silenzio e aiutalo a dare voce a quel silenzio. Soltanto così potrà imparare ad esprimere i propri desideri, ma anche le proprie paure. Per poter diventare assertivi, è necessario essere consapevoli dei propri diritti. Quali sono i diritti di ciascun bambino? Diritto di essere trattati con rispetto e dignità; Avere ed esprimere sentimenti e opinioni. Anche se non si è d’accordo, il tuo bambino merita lo stesso rispetto e lo stesso ascolto. Diritto di giudicare le proprie necessità, stabilire le priorità e prendere decisioni. Osserva i suoi gesti e le sue parole, ti aiuteranno a comprendere ciò che vuole a seconda dei suoi bisogni; Dire di no senza sensi di colpa; ci si può rifiutare di fare qualcosa senza sentirsi in colpa, lascia che accada e lascia che il tuo bambino spieghi le proprie motivazioni, attraverso il confronto e il dialogo; Diritto di chiedere quello che si vuole (e l’altro di accettare o meno se soddisfare quel desiderio); Diritto di cambiare; Diritto di sbagliare. Aiutiamo il bambino a capire che non è grave se succede; Diritto di avere successo. Riconosci le doti di tuo figlio, altrimenti lui come potrà riconoscerle? Riposare e isolarsi; Diritto di non essere assertivo. Com’è possibile? Capita a tutti, in determinati momenti, di voler restare in disparte o di reagire in modo più aggressivo. Bisogna dare la possibilità ai propri figli di reagire in modi diversi a seconda dei momenti. La cosa importante per l’adulto rimane sempre la stessa: esserci!

La malattia fisica con origine psicologica

malattia

L’ipocondria e il disturbo di somatizzazione generano spesso confusione nella loro definizione: in entrambi c’è la manifestazione di una malattia lamentata che però ha origini differenti. L’ipocondria è la PAURA esagerata di avere una malattia grave senza alcun riscontro clinico. Il malato immaginario, quindi, interpreta erroneamente i sintomi fisici attribuendoli a delle malattie invalidanti e gravi. I sintomi fisici lamentati preoccupano fortemente l’individuo, che non trova rassicurazione neanche negli esami e nelle valutazioni mediche cui continuamente si sottopone. L’ipocondriaco vive, di conseguenza, uno stato di frustrazione perenne per non essere stato capito e curato adeguatamente. Ha, inoltre, la tendenza a spiegare il proprio stato di salute (o di malattia) con dovizie di particolari. Gli ipocondriaci lamentano continuamente sintomi che riguardano i diversi apparati (gastrointestinale, cardiaco, respiratorio), ingigantiscono quelli di lieve entità come un semplice raffreddore. Essi tendono ad allarmarsi esageratamente quando sentono parlare di malattie gravi o dei segni che loro avvertono nei loro corpi. Questi soggetti utilizzano come unico argomento di discussione le malattie temute e i loro sintomi, impoverendo così la conversazione e le relazioni sociali perchè cercano di monopolizzare l’attenzione di tutti. Il disturbo di somatizzazione, invece, consiste nella conversione di uno stato di disagio psicologico, di stress e di emotività in un sintomo fisico. Gli organi maggiormente colpiti sono l’intestino (colite), o lo stomaco (gastrite), la pelle (prurito, acne). Anche il sistema muscoloscheletrico (cefalea, torcicollo), e l’apparato urogenitale (dolori mestruali, calo del desiderio sessuale), costituiscono bersagli per la sintomatologia. Anche questi soggetti lamentano spesso i sintomi e si rivolgono ai medici in continuazione, ma non possono essere spiegati con alcuna condizione medica generale. Questi pazienti esprimono i loro sintomi e problematiche in modo drammatico ed esagerato, compromettendo sensibilmente le relazioni e il lavoro, perchè invalidati da queste reazioni fisiche a stati psicologici.

Desiderio, volontà e cambiamento

Il cambiamento si basa su due elementi principali, il desiderio e la volontà, ma è qualcosa di più della somma delle sue parti. Spesso in terapia le persone lamentano di non saper che cosa fare, rispetto ad una situazione specifica o, in generale, come vissuto esistenziale. Nella maggior parte dei casi, il problema non riguarda tanto la scelta dell’azione, il “cosa faccio“, ma il conflitto che sta prima, il “cosa voglio“, e, ancor prima, il “cosa sento“. Il desiderio e la consapevolezza Molte persone non sanno riconoscere ciò che sentono e, di conseguenza, ciò che vogliono. Si sono a lungo adagiate su vecchi schemi ed esigenze dettate dall’esterno, tanto da non avere consapevolezza di sé. Al di là della crisi che accompagna ogni cambiamento significativo, vi può essere una difficoltà ad accedere al proprio sentire, ai propri desideri e alla propria volontà con origini profonde. Esperienze infantili, messaggi genitoriali e decisioni antiche possono aver determinato una esclusione di aspetti propri fondamentali per l’autoriconoscimento e per lo sviluppo della propria autonomia. Una convizione limitante strutturatasi nell’infanzia, del tipo che “il sentire è segno di debolezza”, può aver portato la persona a decidere di reprimere i propri desideri: “se non desidero mai, non sarò mai debole”. Può esservi stato un ritiro dal desiderio per difendersi dal rischio che gli altri si allontanino: “se non desidero più, non potranno lasciarmi di nuovo solo/a”. O un evitamento del fallimento: “se smetto di volere non posso sbagliare, sono salvo/a”. Possono essersi formate fantasie infantili persecutorie di perdita, abbandono, punizione, con scenari che confermano il divieto ai propri desideri o con l’aspettativa salvifica che un giorno qualcuno o qualcosa cambierà le sorti del proprio destino. L’inibizione dell’azione da un lato, l’agire inconsapevole dall’altro Quando la persona blocca il contatto con le proprie emozioni e i propri affetti, può passivizzarsi e inibire, oltre ai propri desideri, anche l’azione. Oppure, agire senza una base di consapevolezza, in risposta a desideri non propri, inautentici o appartenenti al passato. Nel primo caso, tendono a prevalere sentimenti di depressione, vuoto e mancanza di senso. Nel secondo, vissuti di rabbia e frustrazione poiché, nonostante gli sforzi, ci si sente insoddisfatti. Dunque, non c’è desiderio senza un reale sentire e non può esserci volontà senza un reale desiderio. La volontà e la responsabilità Alcune volte la persona riconosce i propri desideri ma si blocca nel realizzarli. “Non ci riesco” è la tipica espressione di chi mette in campo numerosi tentativi senza successo. Questa affermazione, che risuona come un lamento vittimistico, si fa portavoce di una parte interna che rema contro, perché non vuole il cambiamento. Affinché il conflitto si sciolga, è necessario che la persona sia disposta a rinunciare ai vantaggi del rimanere dov’è. Questo punto può sembrare in apparenza paradossale ma in realtà vi sono sempre motivi molto validi per non crescere e rimanere dipendenti. Per non assumersi la responsabilità di ciò che si è e di come si sta vivendo. Diventare responsabili significa smettere di volere una soluzione dall’esterno. Ritirare le aspettative infantili sugli altri, le pretese e le accuse rispetto alle proprie mancanze e insoddisfazioni. Riconoscere tutte le proprie parti, le manipolazioni e le dinamiche con cui ci si sta sabotando. Accettare i propri limiti e i propri errori. Trovare in sé le risorse per proteggersi e il coraggio per affrontare i rischi che il vivere comporta: diventare adulti. Confrontarsi con la propria solitudine, perché nessun altro può sentire, volere e affrontare la vita al proprio posto. Per realizzare ciò che si desidera occorrono nuove decisioni Quando si sperimenta pienamente il desiderio, ci si trova di fronte alla necessità di operare una scelta. Qualsiasi atto richiede una decisione. E, anche se in figura può non esserci una crisi decisionale, in terapia le persone sono sempre in lotta con una qualche forma di decisione. Le decisioni sono difficili perché implicano una rinuncia. Decidere per qualcosa vuol dire lasciar andare qualcos’altro. Può essere molto doloroso separarsi dal passato e rinunciare agli aspetti infantili e dipendenti della personalità. L’Analisi Transazionale dà una importanza centrale alla decisione, con l’obiettivo di guidare la persona a lasciar andare la decisione infantile originaria e a ridecidere nel presente. In modo che possa uscire dal copione, dal piano di vita autolimitante che blocca l’esperienza in schemi ripetitivi, e rispondere alla realtà dei suoi bisogni e dei suoi desideri.

ENURESI ED ENCOPRESI….CHE VERGOGNA!

Cosa sono enuresi ed encopresi, possibili cause sia organiche che psicologiche. Enuresi, cos’è? L’ enuresi è il volontario o involontario rilascio ripetuto di urina nei vestiti o a letto in momento in cui il bambino dovrebbe aver acquisito questa capacità. L’enuresi è primaria quando non è mai avvenuto il controllo degli sfinteri (diagnosticabile solitamente dopo i 4 anni) o secondaria quando è presente una regressione (diagnosticabile dai 5 agli 8 anni). Per quanto riguarda la frequenza l’enuresi può essere quotidiana, settimanale o saltuaria. Mentre, per quanto riguarda il momento della giornata nella quale avviene l’espulsione incontrollata dell’urina, può essere diurna, notturna o mista. È bene pertanto impegnarsi a risolvere tale disturbo in maniera veloce e radicale, per evitare al piccolo e ai suoi familiari continue frustrazioni. Cause organiche Possono essere presenti anomalie anatomiche e funzionali della vescica; disfunzioni del tratto genito urinario; infezioni delle vie urinarie; ma anche disturbi del sonno, per cui lo stimolo ad urinare non riesce ad interrompere il sonno eccessivamente profondo del bambino. L’enuresi notturna viene associata anche alla carente produzione notturna dell’ormone antidiuretico (ADH- antidiuretic hormone) da parte dell’ipotalamo. Ormone che riduce la diuresi durante la notte. Cause psicologiche Il benessere o il malessere interiore influenzano notevolmente il controllo sfinterico sia delle feci sia delle urine, tanto che negli animali e negli esseri umani la paura ed altre emozioni intense non solo negative, ma anche positive, possono alterare questo controllo. Da ciò l’espressione “farsela addosso per la paura” ma anche “scompisciarsi dalle risa”. Interventi consigliati Evitare di rimproverare o colpevolizzare il bambino per questo involontario disturbo. Fare cenare il bambino la sera molto presto o comunque qualche ora prima di metterlo a letto È bene inoltre che i genitori, a turno, facciano fare la pipì al bambino nel vasino, almeno due-tre volte durante la notte, negli orari nei quali egli di solito si bagna. L’encopresi,cos’è? L’ encopresi è la defecazione regolare ed incontrollata nei vestiti o in altri luoghi non appropriati in un soggetto di età superiore ai 4 anni. Esistono un’encopresi primaria, quando il bambino non ha ancora raggiunto un buon controllo dello sfintere anale. Ed un’encopresi secondaria, quando, dopo un periodo più o meno lungo di controllo delle feci, il bambino ritorna a sporcarsi. Sia l’enuresi che l’encopresi, possono interferire con la serenità psicologica. Spesso, infatti, sono causa di situazioni di disagio ed ansia. I bambini che hanno questi problemi tendono a vergognarsi arrivando ad evitare situazioni che possono imbarazzarli limitando, così la propria vita sociale. Alla base di questi disturbi possono esserci fattori di tipo emotivo, ma occorre prima di tutto sottoporre il bambino ad un esame medico approfondito per escludere tutte le possibili cause di natura organica CAUSE ORGANICHE Una causa “banale” può essere quella che si riscontra in bambini che soffrono di stitichezza o che presentano ragadi o altre lesioni a livello anale. In questi casi si innesta spesso un circolo vizioso: il bambino, a causa della stitichezza avverte notevole dolore durante la defecazione, per cui cerca di trattenere al massimo le feci; ciò aumenta la consistenza di queste e, quindi, si accentua il dolore del piccolo durante la defecazione. Il dolore provato, a sua volta, aumenta la repulsa del bambino verso questa funzione fisiologica. CAUSE PSICOLOGICHE Molto spesso il disturbo è l’espressione di una grave disarmonia nelle relazioni del bambino con i propri genitori. In questi casi è frequente il riscontro di dinamiche familiari conflittuali e stili affettivo-educativi inadeguati. L’enuresi e l’encopresi, talvolta, sono segnali che indicano dei momenti di difficoltà psicologica talvolta associata e conseguente ad eventi della vita quotidiana, quali: la nascita di un fratellino, l’inserimento a scuola, il cambiamento di scuola, un trasloco, la separazione dei genitori, un periodo prolungato di ospedalizzazione, la morte di un genitore o di un familiare Trattamento Un trattamento può essere di tipo farmacologico o di tipo psicologico.  Importante è non barricarsi dietro possibili giustificazioni o procrastinazioni.

I bambini davanti alla televisione: cosa può fare l’adulto?

I bambini trascorrono tanto tempo ormai davanti alla televisione: vediamo insieme come l’adulto può gestire questo tempo. E’ chiaro ormai che la televisione è una compagnia durante la maggior parte delle giornate, sia per grandi che per piccini. Diventa inutile, infatti, fare finta che non esista, ma piuttosto bisognerebbe imparare a farci i conti e apprenderne un utilizzo più corretto. Inoltre, la televisione piace a tutti e anche gli adulti amano rilassarsi davanti al loro film o programma televisivo preferito…vogliamo negarlo? Per non parlare della funzione di alcuni programmi che sono volti a fornire informazioni e a creare riflessioni. Quali possono essere allora gli aspetti negativi del guardare a lungo la televisione? la televisione può portare via del tempo ad altre attività importanti. E’ stato visto che, dai tre anni in poi, i bambini guardano in media la tv tre o quattro ore al giorno. Togliendo le ore essenziali di pasti, sonno, scuola, rimane troppo poco tempo per il gioco, le conversazioni con gli adulti, la lettura e l’ascolto di fiabe, le attività all’aria aperta. quando il bambino (ma anche l’adulto) è seduto davanti alla tv, tende ad accogliere in modo passivo ciò che viene trasmesso in quel momento. passare velocemente da un programma all’altro può portare al fenomeno della “inibizione retroattiva”. Che cos’è? Il nuovo spettacolo potrebbe offuscare quello visto in precedenza, impedendo di fantasticare su ciò che è stato appena guardato in tv e ostacolando anche giochi di finzione correlati. Ecco perché invece è consigliato portare più spesso i bambini al cinema, dandogli il tempo di elaborare (anche con l’adulto) ciò che è stato visto. Cosa possono fare gli adulti educanti? è sicuramente importante vedere la maggior parte dei programmi con i bambini: osservare le loro reazioni, fornire immediate spiegazioni alle loro domande, intervenire per aiutarli nella comprensione di ciò che vedono. imparare a programmare quando è ora di vedere la tv e cosa si sceglie di guardare. Se, ad esempio, prevediamo che dopo quel cartone animato ci sarà la merenda o un’altra attività piacevole sarà anche più facile staccare il bambino dalla televisione! coinvolgere il bambino nella scelta di cosa vedere. Se si ha una guida tv con delle immagini, lo si può aiutare a fargli esprimere delle preferenze, così sarà anche più facile alla fine spegnere il televisore quando il programma è terminato. Ma la cosa più importante rimane sempre la stessa. Ricordiamo che i bambini ci osservano e il nostro comportamento funge da modello, sia per gli aspetti positivi che per quelli negativi.

Generazione Covid: il rapporto con la tecnologia

Generazione Covid Tecnologia

La Generazione Covid è fatta di bambini, ragazzi e giovani che vivono la quotidianità attraverso la tecnologia e si apprestano a costruire il loro futuro in questo tempo sospeso. Questa fascia di popolazione vive da spettatore una situazione che non può controllare ma solo accettare passivamente. Così trova altri modi e strumenti per essere resiliente e ricreare quel contatto e quei riti tipici delle relazioni tra giovani e giovanissimi, attraverso la tecnologia. La tecnologia è infatti il filo conduttore della vita al tempo del Covid: dall’educazione allo svago, dallo studio alla gestione dei rapporti interpersonali, ogni attività passa attraverso lo schermo. La giornata viene scandita in modalità digitale, secondo una tabella di marcia precisa. La DADIn un precedente articolo abbiamo trattato in maniera approfondita le implicazioni psico-sociali della DAD. A lungo andare questa modalità genera stanchezza e frustrazione, incidendo sul rendimento e sulla motivazione degli studenti. La scuola non è solo il luogo dell’istruzione ma un contenitore in cui si innescano processi sociali e si svolgono riti collettivi. Questo aspetto viene totalmente a mancare in modalità virtuale: i giovani non hanno modo di confrontarsi con il gruppo dei pari.Inoltre alcuni aspetti pratici condizionano notevolmente l’esperienza della DAD. Non tutte le famiglie, ad esempio, dispongono della tecnologia adeguata per consentire una fruizione ottimale. Così come non tutti i docenti hanno dimestichezza con il digitale. I Social In una prima fase i social networks sono stati lo strumento ideale per raccontare la propria vita in maniera autentica, fare gruppo e sopperire all’assenza di relazioni nel mondo reale. Successivamente però c’è stata un’inversione di marcia. Non si pubblica più per comunicare con gli altri ma per mostrare se stessi. E, in un disperato tentativo di ristabilire una normalità, si dipinge una realtà patinata e un’ostentata felicità forzata. L’IperconnessioneIn un momento storico in cui tutto è rimandato, i ragazzi hanno bisogno di strumenti immediati che forniscano gratificazioni tempestive. In questo modo si innesca una dipendenza dalla tecnologia che trascina con sé tutte le problematiche che ne derivano. Una di queste è la FOMO: una forma di dipendenza in cui l’individuo vive il terrore di essere “disconnesso”. Difatti, nello svolgimento della propria routine quotidiana, il giovane, disconnesso non lo è mai. É comprensibile cercare di ristabilire un ordine e uno scopo nella propria vita. E se gli strumenti digitali possono essere d’aiuto è bene educare le nuove generazioni ad utilizzarle in modo proficuo e consapevole, rimanendo sempre fedeli alla propria autenticità.

Importante per me: significato di semplici parole

importante

Cosa è veramente importante per noi? La domanda, pur essendo retorica, ci accompagna in molti momenti della nostra vita. E’ un interrogativo che ci porta a riflettere su noi stessi, sul nostro passato e soprattutto sul futuro. Anche l’inizio dell’anno, foriero di aspettative e buoni propositi è il momento ideale per rispondere alla domanda. Ma prima è necessaria una riflessione. Dal punto di vista etimologico, la parola “importante” deriva dal latino e significa letteralmente “quello che si porta dentro”. Ciò che è importante nasce quindi da una consapevolezza di sé e del mondo esterno. Il nostro compito quindi è non solo selezionare le cose da portare dentro di noi, ma anche coltivarle e mantenerle “dentro”. Consapevolmente scegliamo affetti, la famiglia con gli alti e bassi che implica. Allo stesso tempo, allontaniamo le negatività per evitare malesseri e stati depressivi. E ciò che ci portiamo dentro diventa così parte della nostra esistenza e ci aiuta a mantenere il tanto desiderato benessere psicologico. Lavoriamo per costruire una positiva immagine di noi, che ci accarezza nei momenti di difficoltà e ci supporta per fronteggiarli con serenità. Ci adoperiamo affinché la nostra autostima sia un bagaglio di certezze, di cose importanti che ci inorgogliscono e ci aiutano a relazionarci meglio. Si stabilisce un rapporto intimo con le cose che ci portiamo dentro. Si costruisce il nostro universo interiore che contribuisce ad accettarsi e a piacersi.