Down social networks: tra svago e dipendenza – Image Credit https://socialninja.net/

down social networks

Ieri pomeriggio il down dei social networks Facebook, WhatsApp e Instagram, durato sei ore, è stato il tema più discusso della giornata.Un incredibile silenzio digitale ha avvolto la popolazione mondiale, lasciandola smarrita, impreparata e impotente. Gli utenti hanno avuto la percezione di essere tagliati fuori dal mondo con l’impossibilità di comunicare.Eppure fino a pochi anni fa il nostro mondo privo di social network era denso di relazioni autentiche. Il panico generalizzato di ieri ci deve far riflettere sull’uso che stiamo facendo della tecnologia e sulla soglia di dipendenza che abbiamo inconsciamente raggiunto negli anni. L’ansia da “disconnessione” risponde a un fenomeno specifico che prende il nome di “Nomofobia”.La Nomofobia si caratterizza per una sofferenza transitoria legata al fatto di non avere il telefono cellulare sempre a portata di mano e alla paura ossessiva di perderlo. L’elemento principale è la sensazione di panico che affligge l’utente ogni volta che crede di non essere rintracciabile. Si unisce a questo l’impellente e costante necessità di consultare in maniera compulsiva il telefono in ogni luogo e in ogni momento della giornata per controllare le informazioni condivise in tempo reale dagli altri utenti. Nelle persone affette da nomofobia s’instaura la convinzione di perdersi sempre qualcosa, si avverte continuamente il bisogno di aumentare il dosaggio della fruizione digitale e l’utilizzo smodato del cellulare le conduce ad una spirale di dipendenza, al pari di un tossicodipendente.Con il tempo si mettono in atto una serie di comportamenti disfunzionali sempre più radicati, come stare sempre più tempo al telefono, scrollare compulsivamente i social network e non spegnere il dispositivo neanche nelle ore notturne per avere sempre la possibilità di consultarlo. L’educazione digitale, emozionale e affettiva che dovrebbe accompagnare l’uso consapevole degli strumenti tecnologici riveste ancora una volta un ruolo cruciale per vivere in maniera funzionale ed equilibrata la nostra vita.

Il ritiro degli Hikikomori: caratteristiche della famiglia

ritiro

Il ritiro sociale messo in atto da un adolescente hikikomori ha radici sia personali che familiari. Innanzitutto, i cambiamenti della società attuale hanno portato mutamenti nelle relazioni tra genitori e figli. L’attenzione infatti è posta sul figlio, per il quale si mobilitano tutte le risorse per non fargli mancare nulla. Questo discorso, in una società fortemente orientata all’accettazione sociale e ai like ricevuti, si traduce in una forma di ostentazione del benessere materiale. Questi comportamenti, ovviamente, sono a discapito di quello affettivo e funzionale. Spesso, l’atteggiamento adottato dai genitori, soprattutto dei figli adolescenti, è dettato dal lassismo, in contrapposizione a quello autoritario subito. Ci si comporta “dando tutto ciò che non si è avuto “, idealizzando il concetto che il miglioramento della vita e delle relazioni sia dettato dal possesso delle cose. I genitori moderni si caricano di ansia perché vorrebbero proteggere i propri figli dalle frustrazioni e dalle difficoltà quotidiane. Così facendo, attuano comportamenti che non favoriscono l’indipendenza. Al contrario, solitamente la madre, più presente e iperprotettiva, cancerizza la dipendenza e asseconda le continue richieste del figlio, compreso il ritiro sociale. Altra caratteristica tipica del genitore degli hikikomori è l’aspettativa. Spesso si investono i propri figli del personale desiderio di realizzazione, con aspettative molto alte e talvolta irrealistiche. I genitori, così, scelgono le scuole migliori, vogliono che i figli primeggino in campo sportivo e scolastico, che si distinguano dai coetanei grazie al successo. Sostengono che la realizzazione del figlio sia l’accettazione sociale del loro buon lavoro di genitore capace. Il ruolo genitoriale è di accompagnamento al benessere personale e all’indipendenza economica ed affettiva. I figli hanno propri desideri ed emozioni, che devono essere ascoltati e accolti, affinché si sviluppi in loro autostima e fiducia.

Che cosa sogni?

di Antonella Buonerba È l’incipit del percorso terapeutico quando il paziente è seduto davanti a me, dopo che mi ha raccontato i motivi della sua richiesta di aiuto. Perché è importante utilizzare l’interpretazione dei sogni nella pratica clinica?  I sogni vengono definiti da Freud come la strada maestra dell’inconscio. Rappresentano, pertanto, quella parte di noi stessi che ci risulta estranea, incomprensibile e a volte inaccettabile.Essi rappresentano il ponte con la sfera di noi che non conosciamo, ma che è presente nella nostra vita psichica, tanto da condizionarne i pensieri e i comportamenti radicandosi a volte nelle espressioni del corpo attraverso le varie forme di somatizzazione. Conoscere il mondo dell’inconscio significa intraprendere un viaggio a ritroso nella nostra infanzia e adolescenza, lì dove affondano le radici delle nostre emozioni più profonde, mai risolte, ma che spingono verso la manifestazione e il  riconoscimento di se stesse con la stessa forza e determinazione con cui, una volta, sono state negate e rimosse.Esse si legano  a particolari traumi psichici che, a causa dell’immaturità dell’Io, non hanno potuto essere elaborati, sedimentandosi nell’inconscio e trovando espressione continua ed evidente nel linguaggio del sogno. Si tratta di un lavoro che, obbedendo alle leggi della censura, trasforma il contenuto inconscio in qualcosa di più accettabile e di congruo alla nostra vita reale, senza peraltro mai riuscirci definitivamente, seguendo logiche che non conoscono né spazio e né tempo in un racconto il cui significato è noto solo al terapeuta. “Ho cominciato a sognare”, mi dicono i pazienti. L’attivazione del sogno è frutto di dinamiche di transfert e controtransfert che si innescano sulla base di una fiducia reciproca che scatta già dalle prime battute e che va a corroborate tutta la terapia, accompagnandola fino al buon esito della stessa.I pazienti, a volte, sono impazienti e mi chiedono il significato di dei sogni. Ma proprio perché si tratta di una comunicazione tra inconscio e inconscio non è opportuno rilevarglielo perché ciò comprometterebbe il lavoro analitico, scatenando le difese dell’Io. Solo alla fine dell’analisi, che assume una durata soggettiva, a seconda del grado di reticenza del paziente, vengono scoperte le carte, si arriva ad una condivisione delle nuove sensazioni derivanti dai sogni prodotti da un inconscio finalmente libero, pulito, che ha solo bisogno di ulteriore tempo per assestarsi, come un’atleta che si infortuna, o dopo una lunga degenza. A lavoro ultimato, l’inconscio darà all’io la spinta propulsiva non solo per risolvere il sintomo, ma anche per donare al paziente nuove consapevolezze che lo spingeranno ad agire in maniera serena e creativa.

Identità di genere: sorpresa, ascolto, empatia. Gli insegnanti si confrontano con i ragazzi

Può succedere che lavorando come psicologa nelle scuole, gli insegnanti chiedano aiuto perché hanno saputo che un loro alunno sta seguendo il percorso per cambiare sesso. L’adolescenza è un momento di crisi e l’identità sessuale e il cambiamento del corpo occupano un posto centrale. L’alunno che vive una condizione di ingabbiamento nel proprio corpo sessuato che però sente estraneo può decidere di intraprendere un percorso che lo porti a cambiare sesso. Il sesso è inteso erroneamente in modo ‘binario’ maschio/femmina in realtà anche le Linee guida in merito affermano che ‘ il genere è un costrutto non binario che ammette un’ampia gamma di possibilità delle identità di genere e che l’identità di genere di una persona può essere o meno congruente con il sesso assegnato alla nascita’.   Il passaggio fondamentale da fare quindi è proprio quello di rielaborare il modo binario di intendere il genere e noi psicologi siamo chiamati ad essere facilitatori in tal senso. In particolare a mettere consapevolezza sul fatto che l’identità di genere può non essere allineata al sesso assegnato alla nascita e che il passaggio al sesso a cui ci si sente di appartenere rappresenta una ‘rinascita’ per l’individuo. Infatti la mancanza di modelli positivi di riferimento piò portare i ‘transgender’ ad isolarsi e a convivere con lo stigma sociale dovuto alla loro condizione, l’assenza di guida e supporto può diventare una condizione di rischio per la salute mentale della persona. Per questo diventa fondamentale lavorare sull’accoglienza e sul pregiudizio e prevenire lo stigma. In un contesto scolastico la comprensione della non dualità di genere, l’accettazione e l’empatia possono favorire un ambiente sano e disteso in cui la persona può cominciare a sperimentare di poter essere finalmente se stessa senza sentirsi sbagliata o inadeguata. Non è facile lavorare su concetti sedimentati e strutturati e le difficoltà sono tante, ma il professionista competente e formato sull’argomento può dare un apporto significativo.

Narcisismo: uno specchio di luci e ombre

Il narcisismo ci appartiene tutti. Dal sano amor proprio alle forme patologiche, grandiose e fragili: può avere molteplici volti. “Si illude, e vagheggia se stesso; è attratto dall’altro e lo attrae; si cerca, e il se stesso lo cerca: s’infiamma del fuoco che ha acceso”. (Ovidio) Il narcisismo sano La salute psichica è un sano equilibrio tra l’affermazione di sè e il riconoscimento dell’altro. Stiamo bene quando abbiamo consapevolezza del nostro valore, una fiducia affettuosa in ciò che siamo ed in ciò che siamo capaci di realizzare. Si tratta di sano narcisismo. Di un amor proprio senza presunzione che non svaluta né idealizza e che si costruisce ed esprime nell’incontro Io-Tu, a partire dalla relazione con le figure genitoriali. E’ attraverso le cure che riceviamo da bambini che sviluppiamo la percezione di noi stessi. Il nutrimento affettivo, il calore, le carezze e lo sguardo dell’altro sono fondamentali perché possiamo sentirci meritevoli d’amore, provare gratitudine e donare amore. Quando queste prime esperienze risultano carenti, l’equilibrio narcisistico non si realizza e al suo posto subentrano soluzioni di sopravvivenza, con una alterazione della capacità di riconoscersi e affermarsi. Il narcisismo patologico Il tema del narcisismo è sempre più al centro dell’attenzione di clinici e social media, in una società liquida, la nostra, improntata sull’immagine, sulla mistificazione del corpo e delle relazioni. Il narcisismo ha modi molto diversi di manifestarsi e non può essere ridotto ad una definizione. Poichè oltre ad essere una patologia è un aspetto sano dello sviluppo e della personalità, ci appartiene tutti. Ma se nella sua forma sana coincide con una buona autostima e la capacità di amare, nella sua forma disarmonica e patologica corrisponde ad uno squilibrio di questi aspetti. La considerazione di sè può essere vissuta con sentimenti di superiorità o inferiorità. Ai due estremi: il polo del narcisismo grandioso da una parte e il polo del narcisismo fragile dall’altra. Il disturbo narcisistico di personalità Il disturbo narcisistico di personalità, secondo il DSM-5, è caratterizzato da grandiosità (in fantasia e/o nel comportamento), bisogno di ammirazione e mancanza di empatia. Ma ciò che può rendere difficile la diagnosi è che tali caratteristiche possono non essere esplicite. Oltre al narcisista dell’immaginario collettivo, il vanaglorioso e pieno di sé, overt, esiste un narcisista più mascherato, covert, con una grandiosità segreta. Questo tipo, più che ammirazione, cerca approvazione, può apparire insicuro e mostrare disagio nelle relazioni. Il narcisismo può associarsi ad altri disturbi di personalità e assumere una forma ancor più articolata. Può avere tratti istrionici con maggiore richiesta di attenzione ed emotività eccessiva. Tratti evitanti con inibizione sociale, tratti ossessivi, con esigenze di controllo, tratti dipendenti con comportamenti adesivi. L’incapacità narcisistica di vedere l’altro, immedesimarsi nelle sue emozioni e nel suo dolore, può sfociare nel comportamento antisociale, con atti di violenza e assenza di rimorso. La ferita narcisistica Al di là delle definizioni cliniche, parlare di narcisismo vuol dire parlare di persone con ferite antiche, ovvero bambini che hanno imparato a negoziare con il proprio dolore a loro scapito e rinunciando all’amore. Quando l’ambiente non è in grado di soddisfare adeguatamente il bisogno di riconoscimento del bambino, quest’ultimo può difendersi dalla sofferenza ritirandosi in sé e nella propria onnipotenza. Negando così il suo bisogno d’affetto e la dipendenza. La protezione narcisistica, cui ricorre rifugiandosi in una originaria perfezione infantile che offre illusione di sicurezza, nasconde al fondo un vuoto esistenziale dovuto al fatto di non essere stato visto dai propri genitori per ciò che era. Non avendo fatto esperienza di amore, a sua volta non sarà in grado di amare. E, carente di riconoscimento, lo ricercherà nella vita manipolando gli altri. Manipolazione e coppia Il narcisista grandioso adotta strategie di compensazione del vuoto interiore che vanno verso una estrema autoesaltazione e/o svalutazione degli altri. L’altro non viene visto ma manipolato nella sua funzione di rimandare l’immagine idealizzata di sé. In coppia si concede senza darsi. Mostra attenzioni e comportamenti di conquista tesi a far sentire l’altro speciale, per assicurarsi il desiderio soggiogato del partner, la sua dipendenza sottomessa e idolatrante. In questa ambivalenza seduce, restituendo a sua volta all’altro un’immagine idealizzata, e al tempo stesso rifiuta, negando l’amore. Si creano così nella relazione dinamiche reciproche di svalutazione e idealizzazione, in cui ciascuno dei due partner trae il proprio vantaggio narcisistico e alimenta la propria aspettativa onnipotente. Del trionfo, in un caso, e di riuscire finalmente ad ottenere, con il proprio amore speciale e dandosi sempre di più, l’amore negato nell’altro caso. La fuga dalla relazione Nella storia di coppia è tipico l’alternarsi di momenti di vicinanza simbiotica, allontanamenti improvvisi e inaspettati ritorni. Il narcisista si sente minacciato dalla stabilità della relazione in cui può sentirsi solo o depresso. E’ a questa sua vulnerabilità che si sottrae, fino a spostare l’interesse verso un nuovo oggetto con cui riavviare il gioco della fascinazione e tornare a nutrire la sua grandiosità. A scegliersi, spesso, sono i poli estremi della dimensione narcisistica che, come Eco e Narciso nel mito di Ovidio, invece di evolversi vanno incontro al destino di non toccarsi mai. Il mito Narciso era bellissimo e adulato da tutti. Un giorno, spec­chiandosi in una sorgente, rimane così incantato e rapito dalla propria bellezza da gettarsi nelle acque per impossessarsi della sua immagine riflessa e finendo col morire del suo stesso amore. Mentre Eco, la ninfa che lo aveva amato e che aveva subìto il suo rifiuto, muore consumata dal dolore. In una variazione proposta da Oscar Wilde emerge il gioco di specchi a due in cui ciascun partner vede nell’altro se stesso. Dopo la morte di Narciso, la sorgente, trasformatasi in una pozza di lacrime salate, rivela alle ninfe il segreto del suo amore per Narciso. E così racconta che, quando lui si inchinava alla sua riva, lei poteva ammirare la propria bellezza nello specchio dei suoi occhi. Narcisismo e dipendenza Parlare di narcisismo vuol dire parlare implicitamente anche di dipendenza. Il narcisismo patologico è una negazione della dipendenza. Ma mentre nella dipendenza (patologica) si resta attaccati all’oggetto d’amore a scapito della

I disegni in età evolutiva sono davvero solo scarabocchi?

di Giada Mazzanti A chi non è mai capitato, ad esempio durante una telefonata, di prendere una penna e scarabocchiare qualcosa o andare in una galleria d’arte per emozionarci davanti alle opere. Ecco, questo è un piccolo esempio del grande potere del disegno. Ha un potere concreto (richiamo della realtà, attivazione corporea e intellettiva) ma anche evocativo (l’opera evoca in chi guarda e chi dipinge emozioni). Pensiamo però a quando eravamo bambini e a tutti i fogli, i colori e al vario materiale usato per esprimerci mediante il disegno. Perché lo facevamo e perché continuano a farlo i bambini di qualsiasi generazione? Partiamo con il dire che il disegno e la pittura siano attività spontanee innate, esattamente come lo sono, per esempio, il parlare e il camminare. Le capacità di rappresentazione, per intenderci la bravura nel disegnare, dipendono non solo dalla maturazione motoria e intellettiva ma anche dall’affinamento dovuto dall’esercizio. Non bisogna però dimenticarsi del fatto che l’atto di imprimere un segno grafico o un’impronta colorata su un foglio bianco rendono il bambino appagato. Essendo un’abilità spontanea spesso non si considera che sia in realtà un’azione estremamente complessa; affinché si attui servono la coordinazione di diverse competenze: motorie (muovere la mano e il polso in modo funzionale), percettive (cogliere le linee e i tratti di un dato oggetto) e cognitive (adattare le linee in modo che siano in relazione tra loro e con le giuste dimensioni) che raggiungono la maturazione attorno ai cinque o sei anni. Servono anche l’immaginazione e la capacità di collegarsi al proprio mondo emotivo. Pertanto, quando un bambino disegna esprime se stesso, le sue paure, comunica con gli altri e permette di comprendere e controllare i propri stati interni in quanto vengono spostati al di fuori di sé mettendo una distanza tale da poterli vedere e non subirli. Anche l’abilità immaginativa e di fantasia devono essere stimolate in modo adeguato: non si assimilano passivamente ma è necessaria una posizione attiva. Ma cosa si intende con l’essere attivi nello sviluppo dell’immaginazione? lo studio di Meringoff (Meringoff et al., 1981) mostra come l’ascoltare una storia radiofonica stimolasse maggiormente la creazione di disegni fantasiosi rispetto alla visione di un film o un libro illustrato. Questo avviene perché vedendo le immagini i bambini riportavano quello che avevano visto senza interpretare; non interpretando non avviene la propria elaborazione della narrazione, quindi adottare una posizione attiva indica il riuscire a interpretare gli stimoli esterni senza subire influenze. Per riassumere possiamo dire che il disegno sia funzionale per la costruzione identitaria in quanto permette di sviluppare la capacità immaginativa, permette di rappresentare e gestire il mondo esterno (vedo il contesto e disegnandolo lo rielaboro facendolo mio), ha una funzione sociale che permette la comunicazione ma anche la gestione e la comprensione dei suoi affetti e/o problemi ma è anche la narrazione di se stessi. Possiamo definirlo come una forma di espressione innata ma anche come strumento che permette di capire, dare forma e rappresentare il proprio mondo. Esistono due tipi di disegni, quello libero e su richiesta; presentano delle differenze, infatti quello libero è caratterizzato dalla spontaneità e permette l’emersione di aspetti nascosti paragonabili al materiale onirico e alle libere associazioni degli adulti. Parlando dell’evoluzione della capacità grafica nel bambino si riscontra che avvenga tramite due meccanismi contraddittori: la ripetizione dello stesso tema e la variazione del tema; il primo è funzionale per il consolidamento del tema appreso e il secondo per esplorare e apprendere nuovi schemi. Inizialmente questa attività è un piacere dato sia dal movimento cinetico del corpo, sia dalla percezione visiva del tratto che si lascia. È verso l’anno che il bambino prende in mano il pennarello o la matita ma più che tracciare forme tenta di colpire il foglio mentre intorno ai 18/20 mesi iniziano i veri scarabocchi/tratti. Verso i 3 anni i bambini sono affascinati dalla scrittura e la imitano tracciando linee per tutta la lunghetta del foglio mentre dai 4 anni iniziano a copiare qualche lettera ma senza fine cominciativo; verso i 5 anni si raggiunge la maturazione di alcune abilità motorie e si percepiscono le parole come insieme unitario quindi le lettere assumono il significato di intere parole. Dai 6 anni la capacità di attenzione e di lessico aumenta ma lo scopo della rappresentazione grafica rimane quella di mostrare ciò che si sa delle cose e non quello che si vede quindi il disegno diventa una definizione dei suoi significati interni. Dicevamo prima che il disegno infantile abbia delle relazioni con l’indagine sulla vita emotiva di chi disegna, infatti nel disegno, come nel gioco, il bambino riversa la sua realtà nel foglio, ciò gli permette di esternare gli elementi per lui più importanti potendo rielaborarli e consolidando i ricordi e le esperienze vissute. Per poter ricavare suggerimenti emotivi dai disegni si deve prestare attenzione a diversi aspetti del disegno come ad esempio, la posizione del foglio, la sequenza, la pressione, le dimensioni, i colori, i tratti le dimensioni, la sequenza di rappresentazione dei soggetti e altri aspetti. Bibliografia Anna Olivero Ferraris (2012). Il significato del disegno infantile; Bollati Boringhieri. Guido Crocetti (2009). I disegni dei bambini; Armando editore Meringoff L. et al. (1981). How shall you take your story whit or whitout pictures? Biennial meeting of the society for research on child development.

“Sentire” il mondo intorno a sé: correlati neurali del relazionarsi

di Umberto Maria Cianciolo Baron-Cohen (1997) ha coniato il termine “cecità mentale” (mindblindness) in riferimento all’incapacità da parte dei bambini autistici di rappresentarsi correttamente gli stati mentali degli altri attraverso l’utilizzo dei segnali non verbali (come le espressioni facciali) e la deduzione di uno stato mentale interiore di un’altra persona. Uno studio (Spezio et al., 2007) dimostra come questi pazienti non prestino attenzione allo sguardo, confermando, ad esempio, quanto Adolphs e colleghi (2005, 2010) scoprirono, attraverso l’utilizzo dell’eye tracker per la registrazione dei movimenti oculari: determinante, per il riconoscimento della paura, sono gli occhi. La maggior parte delle espressioni contiene altri indizi distintivi (es. sorriso della gioia) ma la caratteristica distintiva di un’espressione impaurita, infatti, è l’aumento della porzione bianca dell’occhio, la sclera. Quando ci relazioniamo con gli altri, possiamo solo inferire ciò che pensano e sentono attraverso i segnali verbali e non verbali: dal punto di vista evoluzionistico, le pressioni sociali hanno sempre più reso necessaria questa capacità, che Premack e Woodruff (1978) hanno definito Teoria della Mente (ToM). Con questo termine, dunque, ci riferiamo alla capacità di un individuo di attribuire e inferire stati mentali (credenze, emozioni, desideri, intenzioni e pensieri) a sé e agli altri, e di prevedere sulla base di tali inferenze il proprio e altrui comportamento. Per dedurre i pensieri degli altri, dunque, il punto di partenza è il comportamento osservabile attraverso cui inferire ciò che non è osservabile, cioè il loro stato psicologico. Ma come avviene ciò? Vi sono due teorie al proposito. La prima è conosciuta come la teoria della simulazione – o teoria del sistema di condivisione delle esperienze (Zaki & Ochsner, 2011) secondo cui osservare il comportamento di qualcun altro, e imitarlo, siano associati a una personale risposta fisiologica, che poi si utilizza per dedurre che l’altro stia provando la stessa sensazione. La seconda è la teoria della teoria – o teoria del sistema di attribuzione degli stati mentali (ibidem) secondo cui è possibile teorizzare gli stati mentali degli altri da quello che conosciamo su di loro (ricordi, situazione in cui si trovano, la loro famiglia, la loro cultura ecc.). La corteccia prefrontale mediale, coinvolta nei processi di percezione del sé, sembra essere la regione chiamata in causa dalla teoria della simulazione che, come detto, suggerisce una relazione intrinseca tra la percezione del sé e quella degli altri. Ad esempio, uno studio di Mitchell e colleghi (2006), attraverso l’utilizzo della Risonanza magnetica funzionale (fMRI), ha ipotizzato che quando pensiamo a noi stessi o a una persona a noi simile (ai soggetti partecipanti veniva fatta leggere una descrizione di un soggetto che condivideva le loro idee politiche) si attivi una regione cerebrale simile, ovvero una subregione ventrale della corteccia prefrontale mediale, invece quando pensiamo ad una persona a noi dissimile se ne attivi un’altra, ovvero una porzione più dorsale della MPFC. Dunque, a volte possiamo utilizzare noi stessi come un modo per capire qualcuno che non conosciamo bene, ma che sembra essere correlato a noi in qualche modo. Inferire lo stato mentale altrui comprende anche la capacità di avvicinarsi alle sue emozioni. L’empatia è proprio la capacità di comprendere e rispondere alle esperienze emotive trasmesse dagli altri. Per fare ciò dobbiamo assumere la prospettiva dell’altro: per capirlo dobbiamo ricreare in noi il suo stato emotivo. “Dato il ruolo dei neuroni-specchio (Rizzolatti & Craighero, 2004) nell’imitazione e nel riconoscimento dell’azione, è stato ipotizzato che i neuroni-specchio possano essere un meccanismo fisiologico cruciale che ci permette di avere la stessa rappresentazione dello stato interno di un’altra persona all’interno del nostro corpo (simulazione incarnata)” (op. cit., p. 600). Ciò avviene grazie ad una connessione tra il sistema dei neuroni-specchio e il sistema limbico (sistema di elaborazione emotiva), collegati attraverso l’insula. Questa struttura si attiva non solo quando si prova disgusto ma anche quando si osserva la medesima emozione negli altri (Wicker et al., 2003). Uno studio di Singer e colleghi (2004) ha rilevato che l’insula e il cingolato anteriore si attivino quando si prova dolore fisico (veniva erogata una corrente di bassa intensità con degli elettrodi posti sulla mano) su sé stessi e quando lo si percepisce negli altri. Inoltre, in chi aveva ottenuto, attraverso un questionario, più alti punteggi di empatia si registrava una maggiore attivazione dell’insula e della corteccia cingolata quando questi percepiva il dolore subìto dagli altri. La giunzione temporo-parietale destra – rTPJ – è una regione associata al meccanismo che permette di fare inferenze sugli stati mentali degli altri. Per verificare ciò, Saxe e colleghi (2005) hanno utilizzato un metodo basato sul Compito delle False Credenze di Sally-Anne (Perner e Wimmer, 1983): ai partecipanti vengono mostrate diverse sequenze nelle quali due bambine stanno giocando. Nella prima sequenza, Sally lascia una palla dentro una cesta e si reca in un’altra stanza. Approfittando dell’assenza di Sally, nella successiva sequenza, Anne prende la palla e la mette dentro una scatola. Infine, Sally rientra in stanza e si chiede al soggetto: “Dove cercherà la palla Sally?”. Per rispondere correttamente, i soggetti non devono considerare le proprie conoscenze sulla posizione della palla e adottare il punto di vista di Sally, capendo che i due soggetti possono avere prospettive diverse sul mondo. La giunzione temporo-parietale di destra aumentava la sua attività nella condizione in cui i soggetti adottavano la Teoria della Mente, ovvero ragionavano sugli stati mentali altrui. Infine, una regione cerebrale necessaria a comprendere il contesto sociale e modulare di conseguenza il proprio comportamento è la corteccia orbitofrontale (OFC). Uno studio (Stone et al., 1998) ha sviluppato un compito sulle gaffes sociali presentato a pazienti con danni orbitofrontale, a pazienti con danni alla corteccia prefrontale laterale e a partecipanti sani di controllo. Il compito prevedeva che venisse presentato uno scenario in cui una donna donava, come regalo di nozze, un vaso ad un’amica. Quest’ultima molto tempo dopo ospitava a casa propria l’amica, che accidentalmente rompeva lo stesso vaso che aveva regalato. Dimenticando chi le avesse regalato il vaso, l’amica la rassicurava dicendole che non le era mai piaciuto come regalo. I pazienti con danni orbitofrontali

Deindividuazione: perdere la propria individualità

La deindividuazione è un concetto della psicologia sociale e si riferisce ad un “processo psicologico in cui alcuni fattori, riducendo l’identificabilità sociale e l’autoconsapevolezza dell’individuo all’interno di un gruppo, rende possibili comportamenti che normalmente sono inibiti” (Ravenna, 2004, p.97). È un concetto strettamente connesso al processo di deumanizzazione. La deindividuazione implica, quindi, una minore consapevolezza di sé e aumenta l’identificazione con gli scopi e le azioni del gruppo. Alcune situazioni tendono a spogliare l’individuo della sua identità personale, di ciò che è, facendolo sentire anonimo. Trovarsi in una situazione di anonimato, accompagnata dalla diffusione della responsabilità, porta a fare cose che in contesti quotidiani non si farebbero. In condizioni di deindividuazione le persone possono intraprendere con più facilità comportamenti aggressivi e violenti. Il processo di deindividuazione fu analizzato da Philip Zimbardo nel celebre esperimento carcerario di Stanford. Lo psicologo si propose di studiare tramite “simulazione funzionale”, ovvero tramite la riproduzione fedele dell’ambiente carcerario nel seminterrato dell’Università di Stanford, le dinamiche tra gruppi tipiche del carcere, tentando di eliminare per quanto possibile le differenze disposizionali fra il gruppo delle guardie e quello dei detenuti. I 24 studenti reclutati furono divisi in guardie e detenuti e avrebbero dovuto mantenere tale ruolo per due settimane. Tuttavia, l’esperimento fu interrotto prima del previsto in quanto si presentarono risultati drammatici. I partecipanti acquisirono a tutti gli effetti, dopo pochissimo tempo, i ruoli di carcerieri e detenuti. I primi misero in atto vessazioni continue e ripetute, oltre ad azioni intimidatorie e violente nei confronti dei detenuti; questi ultimi mostrarono dopo soli 5 giorni sintomi di disgregazione individuale e collettiva. A Stanford le guardie indossavano uniformi e occhiali da sole a specchio che accentuavano il processo di deindividuazione. In quel contesto nessuno più possedeva un’identità personale, le individualità erano sparite. Una tale condizione non poteva che favorire tra le guardie la diffusione della responsabilità, infatti nessuna di loro si sentiva colpevole o perseguibile per aver intrapreso un’azione collettiva. Allo stesso modo i detenuti non avevano più una loro individualità, ma erano diventati i loro numeri, tanto da non presentarsi più con i loro veri nomi ma con i numeri assegnatigli casualmente. L’esperimento creò “un’ecologia della deumanizzazione, proprio come nelle vere carceri […]. È cominciato con la perdita della libertà e si è esteso alla perdita della privacy e poi alla perdita dell’identità personale.” (Zimbardo, 2007, pp. 337-338). Nel contesto di tale esperimento, la deindividuazione rappresenta la perdita di autocontrollo e autoconsapevolezza che si verifica nelle situazioni in cui l’individuo agisce all’interno di dinamiche sociali e di gruppo. Questa perdita di controllo porta alla messa in atto di azioni crudeli e aggressive che, in altri contesti e situazioni, sarebbero inibite e tenute a bada dalle norme sociali e morali. In conclusione, chiunque può attuare condotte negative in condizioni e situazioni specifiche. Il comportamento umano è sempre soggetto a forze situazionali. È possibile però contrastare le forze situazionali negative che spesso agiscono sulle persone, così da prevenire quei processi di deumanizzazione e deindividuazione che rendono possibili condotte e azioni negative. Le persone, infatti, non sono schiave delle forze situazionali. È necessario riflettere continuamente sulla situazione, sulle azioni, sul coinvolgimento emotivo e sociale, affermare la nostra individualità e la nostra singolarità, così da non permettere agli altri di deindividuarci e deumanizzarci. Bibliografia Ravenna M. (2004). Carnefici e vittime. Le radici psicologiche della Shoah e delle atrocità sociali. Bologna: Il Mulino. Zimbardo P. (2007). The Lucifer effect. How good people turn evil. Trad. it. L’effetto Lucifero. Cattivi si diventa? Milano: Cortina, 2008.

PUNTOEBASTA

di Sara Palermo Il 31 maggio 2021 c’è stata un’importante conferenza sui Disturbi Del Comportamento Alimentare alla Camera del Senato, in cui si è evidenziato quanto sia drammatica e rilevante la situazione. I dati mostrano più di 3000 persone in sono morte nel 2020 sotto i 30 anni. Si sta abbassata sempre di più l’età di insorgenza dei Disturbi Alimentari. C’è il bisogno di cercare delle risposte di cura adeguate, una presa in carico della persona che non deve essere solo delle famiglie, dei Servizi Sanitari, ma che si sviluppa dentro la Comunità, con una personalizzazione degli interventi, con diverse fasi in base alla gravità, diverse figure professionali che intervengono. La cura deve essere graduata a seconda dei bisogni, con al centro la persona che non è lasciata da sola. Nel mio piccolo cerco di occuparmi di cura e benessere individuale. La cura la intendo come interazione di molteplici elementi: biologici, psichici, sociali, ambientali. La persona intesa come corpo e mente integrati. La prevenzione e la cura di ogni malattia cronica e di ogni fragilità sono processi individuali e collettivi.Richiedono forza, coraggio, cambiamenti politici, investimenti economici, sofferenza che si trasforma in speranza. Martedì 8 giugno 2021 alle ore 19, per inaugurare la rassegna #rubricalilla, l’Associazione Nazionale Disturbi Alimentari e della Nutrizione Lillà ha scelto di presentare il volume PUNTOEBASTA, edito da Pungitopo nel 2017, di cui sono autrice. Il tema trattato è stato quello dei Disturbi Alimentati affrontati da due punti di vista: la storia diretta di chi in prima persona ne ha vissuto l’esperienza e il punto di vista clinico e terapeutico. Puntoebasta nasce nei quaderni a quadretti che ho scritto per circa 12 anni. Ho iniziato ad affidare le mie emozioni all’inchiostro all’età di 13 anni, in realtà ricordo quando alle elementari la maestra ci ha parlato del diario come di una forma di scrittura. Il diario e la poesia. Mi hanno impressionato molto. Mi hanno forse da subito appassionato. Ho scritto, per anni, senza mai rileggere nulla. Ho scritto della mia ossessione per le calorie, delle abbuffate e di ogni volta che mi dicevo, da oggi si ricomincia. Ho scritto anche delle tempeste emotive, quelle di adolescente, quelle di ragazza più adulta. Ho scritto degli amori. Dell’odio verso me stessa. Del liceo, dell’Università, dei fallimenti, dei viaggi. “In fondo al piatto ho un corpo tumefatto. Mi specchio nel mio difetto e sto sola, con il mio maledetto spazio protetto”. Da adulta, siamo nel 2009 e mi sono traferita in Sicilia per un progetto di lavoro, porto insieme alla macchina i due scatoloni con i quaderni. E inizio a rileggere. Ci ho messo circa due anni a rileggere e trascrivere tutto a Pc. Leggevo, a volte piangevo per la Sara di allora, per quello che sentivo essere stato un lungo tempo sprecato nella malattia. Il tempo che mi aveva tolto gli anni dell’adolescenza, dell’Università. Mi fermavo per giorni. Poi riprendevo e trascrivevo. Ci sono varie versioni di Puntoebasta, perché piano piano ho tolto pezzi, pagine, ho sintetizzato. La Sara adulta che rileggeva e ri-attraversava la lunga storia del proprio disturbo alimentare si intrecciava con la narrazione del presente. La versione definitiva è quelle che è stata pubblicata nel 2017. E’ rimasta anche quella ferma nella scatola del mio hard disk per anni. Poi una sera, nella modalità più attenuata ma che ancora esiste, di impulsività che mi caratterizza, ho inviato il file a Lucio, l’editore. E così nasce Puntoebasta. Un diario di circa 12 anni che narra il mio viaggio interiore, dall’ossessione dell’anoressia, al disprezzo del mio corpo, alla rabbia e violenza delle dita in gola per vomitare, all’ identita’ bulimica all’odore di vomito che mi sentivo perennemente addosso, fino alla liberazione, alle musiche d’africa e ai suoi colori e terra rossa. Puntoebasta è un dono di condivisione e anche uno strumento prevenzione. Da un disturbo alimentare si può guarire. Anche dopo lunghi anni. È un messaggio di speranza, per chi ne soffre, per i famigliari, per i professionisti. Sono parole che rivolgo sia a chi sta male, sia a tutti gli operatori che si occupano di disturbi alimentari. È una forma di espressione ed è stato il mio modo per aprirmi al mondo, e completare il mio percorso di cura. È dire, non mi vergogno più, non vergognatevi. Parole per ogni professionista, ma prima di tutto, per ogni persona, che lavora per l’equità della cura, per la diagnosi precoce, una presa in carico globale, svolge azioni di prevenzione, fa formazione al personale sanitario e non. Oltre ai medici di base, i pediatri, sappiamo quanto sia importante arrivare nelle scuole per fare prevenzione e formazione agli insegnanti. I temi dell’accessibilità delle cure (che non significa solo disponibilità dei servizi ma anche costi sostenibili per tutti) e della prevenzione mi toccano molto, perché so bene cosa un intervento che arriva in ritardo può portare. A me ha portato una cronicità da cui ne sono uscita. Ma si muore, si muore perché non si arriva ad essere curati. Oggi a me stessa e a chi è ancora ammalato dicoa gran voce dama la nope, che in wolof (in Senegal) vuol dire ti voglio bene.

Le paure segrete dei bambini

Quali sono le paure segrete di tuo figlio?cos’è la paura e come affrontarla in ogni fase di vita sapendola distinguere dalle fobie Cosa succede da 0 a 3 anni? Le prime paure: La paura dell’abbandonoE’ una paura legata alla separazione “temporanea” dalla figura di riferimento. La paura di essere abbandonato aumenta l’ insicurezza del bambino soprattutto in quelle “fasi evolutive di passaggio” che coinvolgono inevitabilmente i processi di separazione. Il bambino piccolo di due, tre anni, si sente veramente abbandonato quando i genitori non ci sono, quando ritardano l’uscita dell’asilo, quando sono poco presenti ed ha bisogno di molte rassicurazioni , di certezze e di coerenza comunicativa.Il gioco del cucù è uno dei giochi più utili a simbolizzare i movimenti di separazione e ad abituare il bambino alla separazione fin dai primi mesi. Cosa succede da 3 a 5 anni? La paura del buio e della notteE’ quella che angoscia di più i bambini, senza distinzione di età. La notte può attivare sentimenti di abbandono , si popola di personaggi fantastici , che possono essere in qualche modo legati ad eventi, persone del giorno che hanno spaventato o dato sensazioni di disagio al bambino. Lasciare le luci accese o controllare bene che non ci siano mostri sotto il letto o in ogni angolo della stanza non è sufficiente se il genitore non condivide emotivamente le preoccupazioni del bambino. La paura del dottorePuò insorgere in qualunque momento in età evolutiva, spesso è associata ad esperienze traumatiche, ospedalizzazioni prolungate o improvvise, malattie, forzature o costrizioni educative. Il timore spesso si estende a tutte le persone che portano una divisa, soprattutto il camice bianco. In genere scompare spontaneamente. E in eta’ scolare? La paura della scuolaPuò insorgere anche prima dei sei anni, come paura dell’asilo. Spesso è associata alla paura di affrontare un nuovo ambiente .Quando il bambino si rifiuta di andare a scuola o presenta tutta una gamma di specifici sintomi (somatizzazioni quali mal di pancia, mal di testa, nausea, disturbi del sonno, ansia.) parliamo di un vero e proprio quadro clinico. PAURE E FOBIE Per quanto riguarda i genitori, è necessario non drammatizzare ma nemmeno sottovalutarle troppo . E’ importante sapere che le paure non dovrebbero arrivare alla soglia per cui potrebbero bloccare o rallentare lo sviluppo del bambino interferendo con le sue quotidiane attività. La paura potrebbe in tal caso trasformarsi in una fobia . qual è la differenza tra paura e fobia? – Nella paura c’è un pericolo esterno e reale , che provoca una sensazione di ansia profonda. La paura è utile al bambino per migliorare lo stato di vigilanza, per salvaguardare l’io e per guidare il suo percorso di crescita. – Nella fobia , è presente una paura eccessiva o non reale , provocata dalla presenza o dall’attesa di un oggetto o situazioni specifiche. L’esposizione all’elemento fobico provoca una risposta ansiosa immediata che può provocare attacchi di panico . Nei bambini l’ansia può essere espressa piangendo, con scoppi di ira, con l’irrigidimento, con l’aggrapparsi a qualcuno. I comportamenti da evitare: Forzare il bambino ad affrontare “bruscamente” una situazione di cui ha paura Contagiare e coinvolgere il bambino con le proprie paure di adulto Trattare con sufficienza le sue paure e banalizzarle Usare l’umorismo perché è uno strumento che attacca e svaluta l’autostima del bambino Chiamarlo “fifone” o usare vezzeggiativi simili  I comportamenti da adottare: La paura è qualcosa di reale, quindi mossa da motivi razionali e proprio per questo è  necessario fare piccoli passi per superarla Ascoltare il bambino e le sue motivazioni dando importanza ai suoi vissuti Spiegare perché una situazione non è pericolosa, riportandogli esempi concreti Utilizzare delle fiabe o dei racconti che aiutino il bambino a tradurre in immagini le sue emozioni Lasciarlo libero di esprimersi attraverso il disegno ed il gioco Cercare soprattutto di comprendere se si tratta di una paura o di una fobia, rivolgendosi ad un professionista nel caso lo si ritenga opportuno.