Lo sviluppo dell’identità di genere nel bambino

Il bambino inizia a costruire già nella prima infanzia una “idea” di sé, una propria identità personale e sociale, che include anche l’identità di genere. Attraverso il confronto con i pari e con gli adulti il bambino inizia gradualmente a identificarsi sulla base delle proprie caratteristiche personali condivise con gli altri. Inizia a sentirsi parte di un “gruppo sociale”, che lo porta a riconoscersi in persone simili a sé e distinguersi da persone diverse da sé. Cos’è l’identità di genere L’identità di genere è il senso di appartenenza che un individuo prova nei confronti di un genere sessuale. Si tratta di un concetto ben distinto da quello dell’orientamento sessuale. Quest’ultimo è inteso come genere verso cui un individuo prova attrazione sessuale, e può essere diversa da quella espressa dal sesso biologico.  Il sesso biologico, ovvero quello assegnato alla nascita, infatti, dipende dalla connotazione fisica di un individuo. Il genere si riferisce alla sfera psicologica, emotiva e sociale dell’individuo. Quando l’identità di genere combacia con quella del sesso determinato alla nascita, l’individuo viene definito “cisgender” (ad esempio, una persona con attributi maschili che si identifica nel genere maschile). Quando l’identità di genere è diversa da quella assegnata alla nascita, l’individuo viene definito “transgender” (ad esempio, una persona con attributi maschili che si identifica nel genere femminile, in nessun genere oppure in entrambi). La varianza di genere La varianza (o “non conformità”) di genere consiste nella discrepanza tra il genere assegnato alla nascita e il genere in cui si riconosce un individuo. In età evolutiva, la varianza di genere non è rara e può manifestarsi già a partire dai 2-4 anni di età.  Il bambino può, ad esempio, esprimere il rifiuto verso abbigliamento e accessori tipicamente associati al proprio sesso biologico e manifestare una preferenza verso quelli che considera come appartenenti al genere opposto. Può prediligere comportamenti, attività e giochi culturalmente legati all’altro genere e rifiutare di praticare quelli comunemente considerati appropriati per il proprio. Disturbi dell’identità di genere nei bambini I fattori che maggiormente vengono presi in considerazione per verificare se si tratti di un disturbo dell’identità di genere (DIG) o altro sono principalmente i seguenti:  Disturbo reattivo. Il bambino manifesta un DIG come reazione ad eventi traumatici quali un abuso sessuale.  Comorbilità psichiatrica. Prima di diagnosticare un DIG è necessario capire se il piccolo non sia affetto da un altro disturbo (per esempio disturbo di personalità).  Patologia familiare. Verificare che in famiglia non ci sia un disturbo clinico per il quale il DIG risulta essere secondario alla patologia già presente nel nucleo d’origine.  Tipologia di comportamento DIG. È necessario valutare contenuto e qualità del comportamento poiché potrebbe essere presente un solo sintomo ossia l’avversione per le caratteristiche del proprio sesso piuttosto che una forte identificazione con il sesso opposto. Conclusioni Grande importanza è rappresentata dall’ascolto e dall’osservazione che il genitore deve mostrare verso il bambino. Ciò consente al genitore stesso di attivare una rete di ascolto e aiuto verso tutta la famiglia e maturare atteggiamenti sani di guida e sostegno verso il benessere di tutti.

Lo stress fa male? Dipende da come la pensi

Le ricerche sullo stress, negli ultimi anni, hanno rivoluzionato il modo di guardare a questa reazione psicofisica che tutti conosciamo. Il cuore che batte più forte e la vasocostrizione ci fanno male se pensiamo che sia davvero così: la scienza rivela che le nostre opinioni sullo stress modificano in maniera misurabile il suo effetto su di noi. Partiamo dalle ricerche di Kelly Mc Gonigal, che rivelano come pensare in modo positivo allo stress provochi effettivamente un cambiamento rilevabile in modo oggettivo nella nostra risposta fisica. Ma come funziona questo cambiamento? I ricercatori sottopongono i soggetti a test di stress sociale dopo averli istruiti a considerare lo stress come utile per loro in quella circostanza: il cuore che batte più forte è un modo per prepararsi all’azione, il respiro affannoso è un modo di portare più ossigeno e più velocemente al cervello. Le persone che sono sottoposte a questo training imparano a considerare lo stress come un vero ed efficace sistema per affrontare una situazione con maggiori strumenti per superarla.  Risultato? Il loro corpo si comporta di conseguenza. La loro risposta fisica allo stress cambia in modo oggettivo: il cuore che pulsa più forte e l’aspetto dei vasi sanguigni, infatti, appaiono agli esami strumentali molto simili a quanto rilevato in situazioni in cui le persone fanno esperienze di gioia, di coraggio, di entusiasmo. Può apparire incredibile, ma tutti conosciamo come un atteggiamento positivo e pensieri ottimistici possano influenzare le nostre esperienze. Secondo Mc Gonigal e collaboratori, vedere lo stress come utile, e cioè come una condizione che ci predispone ad affrontare meglio e a superare una situazione difficile, è un modo per convincere il nostro corpo a considerare le modificazioni di respiro e battito cardiaco come benefiche. Ma non finisce qui: uno degli aspetti più interessanti è legato all’ormone dell’ossitocina. In situazioni stressanti, paura, difficoltà, insicurezza, il nostro cervello produce sì adrenalina, che fa aumentare il battito del cuore. Ma anche l’ossitocina è un ormone dello stress; e quando viene rilasciata, nella risposta di stress, assolve a un compito importantissimo: ci spinge a chiedere supporto e aiuto. Stare vicini, nei momenti difficili, ci può salvare la vita, e l’ossitocina ci spinge sia a chiedere prossimità sia ad offrire aiuto.  La buona notizia è che l’ossitocina svolge un’importante azione antinfiammatoria sul nostro corpo e ha una straordinaria proprietà: il nostro cuore ha recettori per questo ormone, che è in grado di rigenerare le cellule danneggiate dallo stress. È quindi il caso di ricordare due cose, quando il nostro cuore accelera e il nostro respiro diventa affannoso: che tutto questo è utile per la nostra risposta, più ossigeno, più preparazione, più forza di reazione; e che, inoltre, produciamo immediatamente una risorsa ormonale che ci spinge alla vicinanza e che ripara i danni della situazione stressante. Un modo di proteggerci e di proteggere chi ci è vicino, con beneficio per tutti: la risposta allo stress diventa più salutare, più vicina al coraggio che alla paura. In questo modo, sia in senso emotivo sia in termini strettamente fisici, pensare in modo diverso allo stress fa davvero bene. Al corpo e al nostro cuore.

Lo stigma per associazione. Il dolore dei caregiver dei pazienti con diagnosi psichiatrica

di Francesca Dicè In un recente lavoro (Dicé, 2022a) avevo evidenziato come il caregiver del paziente psichiatrico tenda ad interpretare, spesso, il comportamento del suo congiunto come legato alla sua volontà piuttosto che alle sue difficoltà. “Quando vuole capire capisce!” dicono spesso (Dicé, 2022b). Questo comportamento, di tipo difensivo, serve al caregiver come protezione non solo dal dolore nell’assistere alla sofferenza del proprio familiare, ma anche da un aspetto dello stigma della salute mentale che rischia spesso di coinvolgerlo. È detto “stigma per associazione” e riguarda tutti coloro che, per affinità, sono associati ad una persona con diagnosi psichiatrica e quindi percepita come pericolosa (Lasalvia, 2020). Questo stigma può minare l’autostima del caregiver, oltre che la sua competenze relazionali e la sua qualità della vita, determinando una tendenza ad auto isolarsi, a fugare le occasioni di aggregazione ed a condurre una quotidianità assai ritirata. Questo anche nell’interesse stesso del suo congiunto, che può facilmente stancarsi a contatto con altre persone o in situazioni concitate (Dicé & Zoena, 2017). A ciò si aggiunge anche il vissuto legato al burnout, che può essere legato allo stress prolungato legato all’accudimento della condizione psichiatrica, spesso faticoso (Dicé & Zoena, 2017); tale vissuto può essere rilevabile nella comparsa di segnali di depressione, stanchezza ed anche, talvolta, distacco nei suoi confronti (Harmonia Mentis, 2019). È per questo opportuno che gli operatori della salute investano sempre di più in interventi a supporto dei caregiver, ma anche del contesto nel quale essi versano (Dicé et al., 2015); interventi di psicologia di comunità, magari ricorrendo ad un approccio multidisciplinare in sinergia con i servizi sociali; ciò allo scopo di implementare attività psicoeducative volte a stemperare questi vissuti nei contesti sociali e favorire l’inclusione dei pazienti con diagnosi psichiatrica ed i loro familiari. Bibliografia. Dicé F. (2022a). Lo stigma della salute mentale all’interno dei contesti scolastici. Alcune p r o p o s t e d i p r o c e d u r e operative per l’intervento psicologico. PsicologiNews Scientific, 9-10 6-7 ISSN 2724-5144 Retrieved from https://cutt.ly/dNZ4eT8 Dicé F. (2022b). Quando vuole capire, capisce! Una nota sullo stigma della salute mentale. PsicologiNews Scientific, 9-10 4 – 5 I S S N 2 7 2 4 – 5 1 4 4 Retrieved from https://cutt.ly/ dNZ4eT8 Dicé F. & Zoena F. (2017). Loneliness and family burden: An exploratory investigation on the emotional experiences of caregivers of patients with severe mental illness. The Q u a l i t a t i v e R e p o r t 22(7):1759-1769. Retrieved from https://bit.ly/3K2fw9P Dicé F., Manfra C., Faraglia M., Masullo M., Pennella D., Colonna L. M. L., Papaccio A. & Zoena F. (2015). “Family burden between social stigma and loneliness. An exploratory investigation with Principal Caregivers (PCs) of patients with Serious Mental Illness (SMI) living in a disadvantage district in Italy”. Proceedings of XVII National Congress of I t a l i a n P s y c h o l o g i c a l Association, Clinical and Dynamic Section. Milazzo, Me (September 25-27). Poster Session. Mediterranean Journal of Clinical Psychology, Vol. 3, No. 2, Suppl. 1B. DOI: 10.6092/2282-1619/2015.1.10 98 Harmonia Mentis (2019). Il c a r e g i v e r e l o s t r e s s assistenziale. Retrieved from https://bit.ly/3URfC94 Lasalvia A. (2020). Emergenze epidemiche e stigma sociale. Quali insegnamenti trarre dalle precedenti epidemie di SARS ed Ebola da a p p l i c a r e n e l l ’ a t t u a l e p a n d emi a CoViD-19? Ri v Psichiat r 5 5 ( 4 ) : 2 5 0 – 2 5 3 d o i 10.1708/3417.34003

Lo stigma della salute mentale all’interno dei contesti scolastici. Alcune proposte di procedure operative per l’intervento psicologico

di Francesca Dicè Chi, come chi scrive, opera da lungo tempo implementando interventi psicologici all’interno dei contesti scolastici, sa bene che una delle più grandi limitazioni alla piena riuscita degli stessi riguarda spesso lo stigma legato alla salute mentale (Petter, 2004). Capita infatti molto spesso che gli studenti non afferiscano allo sportello d’ascolto psicologico per timore di essere indicati come “sciocchi”, “malati di mente” o addirittura confusi con gli studenti che usufruiscono di un insegnamento individualizzato. A peggiorare la situazione possono intervenire anche semplici dinamiche di gruppo, talvolta mosse magari da semplici immaturità o anche solo legate ad espressioni ridanciane e battute rumorose, che però possono scoraggiare richieste di accesso allo spazio. Spesso, infatti, nei corridoi scolastici si sentono rimbombare espressioni sarcastiche del tipo: “Sta arrivando la psicologa, vieni che ti cura!” “Dottoressa, parli un po’ con questo ragazzo che ha “i problemi in testa!” È dunque fondamentale, per chi opera in questi settori, non trascurare questi aspetti, bensì eleggerli a contenuto elitario del suo lavoro; per farlo, può essere utile mettere in campo alcune strategie operative. Una prima strategia può riguardare un importante coinvolgimento del corpo docente, con il quale possono essere fatti degli incontri preparatori di approfondimento delle attività dello spazio d’ascolto; ciò affinché esso possa avere ben chiari i criteri per inviare gli studenti allo spazio e, se da loro interpellato per un consiglio, fornire le corrette informazioni al riguardo. Una seconda strategia può prevedere un potenziamento dell’attività di pubblicizzazione dello spazio; un modo può essere il preferire, soprattutto nelle parti iniziali del progetto, il ricorso ad incontri con i gruppi classe, anche a scopo esclusivamente informativo, utili a presentare le attività ed il valore della prevenzione nel contesto scolastico. Una terza strategia, infine, può essere l’implementare degli specifici interventi informativi e promozionali con i genitori, al fine di prevenire eventuali preoccupazioni legate alle attività cliniche offerte (Alcuni esempi tipici: “Perché gli insegnanti vogliono mandare lo psicologo in classe? C’è qualche problema che non ci è stato riferito?” oppure “Mio figlio mi ha chiesto di poter parlare con lo psicologo, significa che entrare in psicoterapia?”) e chiarire eventuali dubbi o domande al riguardo. In altri termini, credo che il contrasto allo stigma della salute mentale debba iniziare proprio dagli interventi promossi dagli addetti ai lavori; essi, in particolare in ambito scolastico, devono prevedere, come obiettivo iniziale, la promozione di una cultura psicologica, portando così, di conseguenza, ad una riduzione dei vissuti di stigmatizzazione relativi alla salute mentale ed ad un aumento delle richieste di consultazione (Cornoldi & Molinari, 2019). Bibliografia Cornoldi C. & Molinari L. (2019) Lo psicologo scolastico. Competenze e aree di intervento. Bologna: Il Mulino. ISBN 9788815284754 Petter G. (2004) Lo psicologo nella scuola. Ciò che fa, ciò che potrebbe fare. Firenze: Giunti Psychometrics. ISBN 9788809038097

Lo sportello di ascolto psicologico a scuola

L'importanza dell'ascolto

Nelle scuole il sostegno psicologico è fondamentale per gestire il disagio scolastico, ossia uno stato di malessere, che impedisce agli alunni di raggiungere i traguardi didattici e il successo formativo. Per questi motivi in molte istituzioni scolastiche di ogni ordine e grado è attivo uno sportello d’ascolto per gli studenti, che possono incontrare lo psicologo per un colloquio anche per i problemi di apprendimento.

Lo sleep divorce: la scelta di alcune coppie

Sleep divorce

Lo sleep divorce è una pratica a cui alcune coppie ricorrono al momento di andare a dormire. Il termine indica letteralmente il divorzio durante il sonno, perché consiste nella scelta di dormire in stanze separate. La qualità e la quantità di sonno di ciascuno di noi, è risaputo, influisce sensibilmente sull’umore e sulle prestazioni giornaliere. Spesso uno dei due partner ha abitudini non condivise dall’altro, come guardare la tv a letto, leggere un libro. Altri ancora preferiscono illuminare leggermente la stanza. In altri casi, alcune persone hanno un sonno disturbato da diversi motivi, quali russamento, insonnia, movimenti e stress. La frequenza alta dei continui risvegli notturni, può determinare malumore relazionale. Di conseguenza, alcune coppie scelgono di comune accordo lo sleep divorce. Quindi, pur condividendo la quotidianità e soprattutto l’intimità fisica, la pratica del dormire e soprattutto del riposare, diventa un momento di solitudine. In queste coppie, la decisione di dormire in stanze separate, aiuta ciascun partner innanzitutto ad avere un sonno ristoratore. D’altro canto, si evitano sensi di colpa per il disturbo arrecato o il nervosismo espresso in modo accusatorio. Scegliere consapevolmente e soprattutto di comune accordo di dormire in camere separate può quindi portare benefici alla coppia. Allo stesso tempo, però, ciò che viene sacrificato nello sleep divorce è la riduzione del contatto fisico spontaneo. L’intimità diventa quindi programmata e un impegno da mantenere, in cui la connessione emotiva e fisica, non si stabilizza, inconsapevolmente, durante la notte. Altra caratteristica importante è che, a lungo andare, possa crescere un senso di isolamento, che può compromettere la stabilità della relazione. In conclusione, se da un lato lo sleep divorce migliora la qualità del sonno, dall’altro fa ridurre il rilascio di ossitocina, l’ormone del benessere. Diventa quindi importante che questa scelta sia innanzitutto condivisa e non subita. Oltretutto, bisogna sempre comunicare al partner eventuali dubbi o difficoltà, in modo che la decisione sia vista come transitoria e non definitiva.

Lo scaffolding psicologico nella relazione sanitaria

Il termine scaffolding viene utilizzato in psicologia per indicare l’aiuto dato da una persona ad un’altra al fine di svolgere in modo ottimale un compito. Scaffolding deriva dall’inglese “scaffold” che tradotto letteralmente indica “impalcatura”, “ponteggio”. Venne utilizzato per la prima volta da Bruner il quale si era rifatto al socio-costruttivismo di Vygotskij. La prima funzione dello scaffolding è il “sostegno alla competenza”, in quanto attraverso esso si può adoperare un vero e proprio “supporto” al professionista. La seconda funzione è invece di tipo “consulenziale”, ovvero di consulenza rispetto ad altre professionalità, in special modo viene applicato alla relazione sanitaria. Scaffolding alla relazione sanitaria La relazione medico-paziente è una relazione “passiva” che si caratterizza di un rapporto “asimmetrico” che funziona sulla base di una asimmetria di competenze spesso confusa con una asimmetria di ruoli. Una delle fasi più delicate, nella quale sembra indispensabile l’intervento dello psicologo è la comunicazione della diagnosi. Ed è proprio in questo momento che si può intervenire attraverso lo “scaffolding”. Durante questa fase così difficile, compito dello psicologo è quello di attivare un “setting parallelo”. Adoperare un processo di “delega” alimenta l’asimmetria e permette al medico di mantenere un proprio “holding”.  La soggettività del paziente viene spesso, però, posta sullo sfondo. Il medico è quasi sempre “additato” di essere senza cuore e non si verificano dialoghi costruttivi, ragion per cui l’intervento dello psicologo che fa da “mediatore” può essere utile anche al fine di comunicare in maniera più serena e di provare a stabilire uno scenario parallelo entro il quale far comprendere al paziente che non è solo e contemporaneamente offrire le proprie competenze come supporto al medico che spesso sembra non essere in grado di legittimare le proprie emozioni. Breve excursus di una ricerca sul campo Da un lavoro svolto nell’ambito della pediatria sono state contate tutte le interazioni dialogiche tra le emozioni del paziente e le risposte del medico. Si cercava di capire in che modo il medico rispondesse alle emozioni del paziente. Dalle analisi statistiche è emerso un atteggiamento di “evitamento” da parte del medico abbastanza sostanziale. Il medico in linea di massima non “legittima” l’emozione del paziente per delle ragioni ben precise. Innanzitutto perché se il paziente mette in campo la paura, essa diventa un’emozione così forte da impedire a tutti i protocolli di andare avanti. Le possibilità di esplorare un’emozione sono abbastanza limitate in determinate fasi di trattamento, vi è implicata anche la variabile tempo, il medico non ha abbastanza tempo da dedicare al piano emotivo, poichè per lo più sente la necessità di “agire” e di “trovare una soluzione”. Questo può, però creare una difficoltà nell’espressione degli stati emotivi da parte del paziente che potrebbe sentirsi come una “matricola”. Dunque se da un lato viviamo questa prospettiva, dall’altra indaghiamo la finalità dell’intervento psicologico con gli operatori sanitari, le quali sono rivolte nella maggior parte dei casi a ridefinire strategie più congrue per relazionarsi con le famiglie, ad individuare elementi disturbanti e da ultimo ad attenzionare eventuali problematiche ricorrenti che possano meritare la progettazione di azioni di carattere preventivo o di contenimento rispetto al rischio elevatissimo di “bournout”. In conclusione Lo psicologo che lavora al fianco del medico si pone come obiettivo cardine del proprio operato quello di migliorare la qualità globale del processo di cura ed assistenza lavorando sulle “risonanze emotive” non solo dei malati, ma anche di operatori e famiglie. Bibliografia Freda, M.F. (2013, May). Lo Scaffolding Psicologico alla relazione sanitaria [Psychological Scaffolding tothe healthcare relationship]. Paper presented at the X Congresso Nazionale della S.I.P.Sa–SocietàItaliana di Psicologia della Salute. Orvieto, IT. Freda, M.F., & Dicé, F. (2015). Metodi per lo Scaffolding Psicologico alla Relazione Sanitaria in Pediatria: ISetting di Ascolto Congiunto [Methods for Psychological Scaffolding for Healthcare Relationship inPediatrics: Joint Listening Setting]. In S. Di Nuovo (Ed.), Psicologia della Salute e Salute dellaPsicologia. Proceedings of the XI Congresso Nazionale della S.I.P.Sa–Società Italiana di Psicologiadella Salute (p. 64). Acireale: Bonanno Edizioni. Freda, M.F., & Dicè, F. (2015). A methodological proposal of integration: The Psychological Scaffolding for the healthcare relationship. Rivista di Psicologia Clinica.

Lo sai che l’orientatore non è uno psicologo?

L’orientatore non è uno psicologo, ma un docente di ruolo che si dichiara disponibile a ad essere formato per poi ricoprire l’incarico. Dopo la formazione il Dirigente scolastico procede alla sua nomina. L’orientatore si ispira alle linee guida per l’orientamento, valorizza le potenzialità degli studenti dal punto di vista pedagogico-didattico e tiene conto dei punti di debolezza e dei punti di forza di ciascun studente.

Lo Psicologo: non solo diagnosi

di Alessia De Gasperis Negli ultimi anni, in Italia vengono contati oltre 100.000 psicologi iscritti all’Ordine Nazionale (Consiglio Nazionale Ordine Psicologi, 2018), ma la conoscenza di tale professione risulta essere, a volte, poco chiara. Per far luce a riguardo, si può definire lo psicologo clinico come il professionista che si interessa della cura della salute mentale, dando un notevole contributo al processo di valutazione e diagnosi. Per mettere in pratica un intervento di tipo psicologico, lo psicologo clinico è tenuto a far riferimento ad approcci sistemici, utili a strutturare dei programmi terapeutici, individuali o di gruppo, rendendo altresì possibili eventuali valutazioni sull’andamento del trattamento. Ad esempio, nel trattamento dei disturbi d’ansia, a volte, risulta essere d’aiuto un supporto di tipo farmacologico (Twining, 2005), che richiede l’intervento di altre figure professionali. Lo psicologo clinico, però, non si ferma alla mera diagnosi e al successivo trattamento. Infatti, la formazione del professionista va ben oltre i meccanismi teorici, lasciando spazio allo sviluppo di adeguate capacità interpersonali, particolarmente importanti nell’erogazione dell’intervento psicologico. Risulta, così, essere di rilevante importanza, il rapporto paziente-psicologo, che si viene a formare lungo tutto il continuum terapeutico. Ad oggi, nei settori dell’assistenza sanitaria, i servizi per la salute mentale dipendono dal personale piuttosto che dagli strumenti, in quanto lo psicologo clinico ha rilevanti competenze per il supporto nella gestione di particolari situazioni che potrebbero invalidare il vissuto quotidiano della persona. Si basti pensare allo scenario mondiale, che, in questo momento si trova a fronteggiare l’emergenza COVID-19 e le sue conseguenze psicologiche, dannose per l’intera popolazione. Ricerche hanno dimostrato che le epidemie risultano essere strettamente connesse ad un’ampia gamma di disturbi, tra cui l’ansia, il panico, la depressione, e altri disturbi legati al trauma (Dong et al., 2020). Similmente, anche la quarantena vissuta (Rossi et al., 2020) e l’esperienza degli operatori sanitari intervenuti in prima linea (Cao di San Marco et al., 2020), risultano essere associati ad alti livelli di stress, depressione, irritabilità e insonnia (Rossi et al., 2020; Cao di San Marco et al., 2020). A tal riguardo, soprattutto per il personale sanitario, sono stati organizzati diversi tipi di supporto psicologico, come ad esempio la Sala di Decompressione, che consente agli operatori di pensare a ciò che sta accadendo loro e a come la situazione li fa sentire, riorganizzando cognitivamente, in modo costruttivo, tale esperienza (Cao di San Marco et al., 2020). Soprattutto rispetto ai recenti avvenimenti, lo psicologo clinico risulta essere di particolare sostegno e supporto alla comunità, che vive ogni giorno delle realtà che lo pongono in una situazione di messa in discussione. Questa prospettiva descrive la mente umana come capace di influire significativamente su ogni attività, e in modo piuttosto innovativo, anche su quella sportiva. La psicologia sportiva è stata da sempre considerata una disciplina capace di integrare conoscenze e competenze che derivano da differenti ambiti della psicologia, con il tentativo di organizzare interventi organici e integrati (Jarvis, 2006). Questo nuovo ramo della psicologia prende in considerazione, tramite applicazioni psicofisiologiche, il miglioramento delle prestazioni sportive e soprattutto mentali (Jarvis, 2006). Ad esempio, si basti pensare agli interventi sui meccanismi percettivi, sulla presa di decisione, sugli aspetti motivazionali e sulla necessaria attenzione agli aspetti organizzativi e sistemici del contesto in cui l’atleta opera alla ricerca di una prestazione sempre più elevata. Inoltre, sempre rispettando gli obiettivi delle Psicologia, promuove anche il concetto di benessere (Jarvis, 2006). Questo tema viene declinato come obiettivo in tutti i livelli sportivi, da quello agonistico a quello di tipo ricreativo che a partire dagli anni ’80, ha assunto la più chiara definizione di “Sport per tutti”. Gli psicologi sportivi hanno concentrato la loro attenzione ai fattori principali che favoriscono l’incremento dell’arousal, dell’ansia e dello stress, interessandosi a come questi possano influenzare le prestazioni atletiche e quindi eventuali strategie di regolazione (Jarvis, 2006). Tale figura si pone quindi come un valido aiuto, non solo per chi riporta diagnosi certe, ma anche per chi, in un particolare momento della propria vita, ha difficoltà a trovare la “luce in fondo al tunnel”. Lo psicologo non è stigma, ma una torcia che aiuta ad illuminare la strada giusta. RiferimentiCao di San Marco, E., Menichetti, J., & Vegni, E. (2020). COVID-19 emergency in the hospital: How the clinical psychology unit is responding. Psychological Trauma: Theory, Research, Practice, and Policy.Dong L, Bouey J. Public Mental Health Crisis during COVID-19 Pandemic, China. Emerg Infect Dis (2020) 26(7):1616–8.Jarvis, M., (2006) Sport Psychology. A student’s Handbook. London: Routledge.Rossi, R., Socci, V., Talevi, D., Mensi, S., Niolu, C., Pacitti, F., … & Di Lorenzo, G. (2020). COVID-19 pandemic and lockdown measures impact on mental health among the general population in Italy. Frontiers in psychiatry, 11, 790.Twining, C. (2005). The role of the clinical psychologist. Psychiatry, 4(2), 90-92.Consiglio Nazionale Ordine Psicologi- https://www.psy.it/dati-statistici