Lo psicologo ricercatore

Grazia Pia Palmiotti illustra la figura professionale dello psicologo ricercatore che opera all’interno dell’ambito universitario. Lo psicologo ricercatore è un ricercatore che organizza studi e indagini di tipo psicosociale che hanno delle ricadute in vari ambiti come quello economico, politico e sociale. Per poter far questo vengono raccolti dei dati, che saranno poi analizzati ed interpretati, per poter fornire un contributo alla comunità scientifica. I contributi possono essere divulgati attraverso la stesura di articoli scientifici, attraverso interventi di tipo editoriale o anche con la partecipazione a conferenze di tipo nazionale e internazionale. Lo psicologo ricercatore dopo aver acquisito la sua formazione in ambito psicologico, svolge soprattutto attività di ricerca applicando le sue conoscenze che spesso vanno ad intersecarsi in altri ambiti, ritrovandosi in un continuo flusso di apprendimento e di scoperta. Lo psicologo ricercatore, principalmente lavora in università, e capita spesso che ricercatori che operano in diverse università si trovino a collaborare a progetti di ricerca comuni. Le competenze richieste per poter svolgere questo lavoro sono: conoscenze di tipo metodologico, tecniche di indagine, conoscenza della lingua inglese e la conoscenza di programmi statistici computerizzati. Per poter diventare psicologo ricercatore bisogna avere una formazione di tipo psicologico, svolgere l’anno di tirocinio post- laurea e conseguire un dottorato di ricerca. .
Lo Psicologo Professione Sanitaria

Sergio Salvatore parla della professione dello psicologo in ambito sanitario. Come si sa, da qualche tempo la professione psicologica è entrata nel novero delle professioni sanitarie. Questo da un punto di vista tecnico significa che il ministero con cui l’ordine degli psicologi si interfaccia non è più il Ministero di Grazia e Giustizia, ma il Ministero della Salute. Ovviamente non si tratta solo di un aspetto tecnico ma ha delle implicazioni profonde e offre delle opportunità di sviluppo notevole alla nostra professione. Soprattutto sul piano formativo, perché chiaramente gli standard formativi e necessari per le professioni sanitarie hanno un loro statuto molto preciso che può rappresentare un riferimento importante per potenziare e qualificare ulteriormente i percorsi formativi triennali e magistrali. Infatti recentemente, proprio in ragione di questo passaggio la laurea psicologica rientra tra le lauree per le quali è prevista la trasformazione in laurea abilitante.
LO PSICOLOGO NELLA SCUOLA “INCLUSIVA”

di Monica Gianfico da Psicologinews Scientific Nella scuola italiana gli alunni con Bisogni Educativi Speciali sono in aumento ed emerge la necessità della presenza costante della figura dello Psicologo che promuova l’Inclusione Scolastica. L’Articolo 1 della Legge 18 febbraio 1989 n. 56 definisce la figura dello psicologo come professione che “comprende l’uso degli strumenti conoscitivi e di intervento per la prevenzione, la diagnosi, le attività di abilitazione-riabilitazione e di sostegno in ambito psicologico rivolte alla persona, al gruppo, agli organismi sociali e alle comunità”. Comprende altresì le attività di sperimentazione, ricerca e didattica in tale ambito”. Inoltre, in base al Codice Deontologico, ha il dovere di accrescere le conoscenze sul comportamento umano ed utilizzarle per promuovere il benessere psicologico dell’individuo, del gruppo e della comunità”. In ogni ambito professionale opera per migliorare la capacità delle persone di comprendere sé stessi e gli altri e di comportarsi in maniera consapevole, congrua ed efficace” (Art. 3). Pertanto nel contesto scolastico italiano lo psicologo è il professionista specificamente preposto alla tutela della salute psicologica della popolazione, la figura professionale che lavora e agisce con le persone e i gruppi che afferiscono all’organismo scuola e alla sua comunità. La scuola italiana è una scuola “inclusiva”, attenta ai bisogni degli alunni BES. Cosa vuol dire BES? Il significato del termine BES, acronimo di “Bisogni Educativi Speciali”, viene precisato con l’emanazione della Direttiva ministeriale del 27 dicembre 2012: “Strumenti di intervento per alunni con Bisogni Educativi Speciali e organizzazione territoriale per l’inclusione scolastica“ . Le esigenze degli alunni BES, permanenti o temporanee, nascono per una varietà di ragioni diverse: “L’area dello svantaggio scolastico è molto più ampia di quella riferibile esplicitamente alla presenza di deficit, in ogni classe ci sono alunni che presentano una richiesta di speciale attenzione per una varietà di ragioni: svantaggio sociale e culturale, disturbi specifici di apprendimento e/o disturbi evolutivi specifici, difficoltà derivanti dalla non conoscenza della cultura e della lingua italiana perché appartenenti a culture diverse”. Tre sono le categorie di alunni con BES identificate dal Miur: 1. alunni con disabilità, per il cui riconoscimento è necessaria la presentazione della certificazione ai sensi della legge 104/92; 2. alunni con disturbi evolutivi specifici, tra cui: • D.S.A. – disturbi specifici dell’apprendimento (per il cui riconoscimento è necessario presentarldiagnosi di D.S.A); • deficit di linguaggio; • deficit delle abilità non verbali; • deficit della coordinazione motoria; • ADHD – deficit di attenzione e di iperattività; 3 alunni con svantaggio sociale, culturale e linguistico. In che modo lo psicologo si è attivato a scuola? L’istituzione scolastica italiana si è sempre rivolta allo Psicologo prevalentemente attraverso “Lo sportello d’ascolto” che si configura come uno spazio di consulenza gratuito rivolto a tutti gli alunni, alle famiglie e ai docenti in cui l’utenza può riflettere sui propri vissuti e rileggerli in modalità più adeguate promuovendo così i l loro benessere, tuttavia questo servizio è stato realizzato per periodi di tempo limitati. Siamo consapevoli delle esigenze degli alunni? I profondi cambiamenti avvenuti dal punto di vista sociale e culturale hanno influito in maniera significativa contribuendo all’emergere nella scuola di nuove esigenze sia rispetto ai processi di apprendimento che alle componenti emotive e relazionali, inoltre attualmente stiamo assistendo allo sviluppo di un crescente malessere degli alunni dovuto al disagio psicologico provocato dell’emergenza CORONAVIRUS, periodo durante il quale i protagonisti della scuola hanno dovuto ridefinire le relazioni con i compagni di classe, gli insegnanti e il resto del personale scolastico. Gli alunni con Bisogni Educativi Speciali aumentano. Nelle scuole italiane sono in costante aumento gli alunni con Bisogni educativi speciali (BES). Le motivazioni dell’aumento sono diverse, rispetto al passato è aumentata la sensibilità verso questi nuovi fenomeni e di conseguenza è migliorato l’approccio metodologico diretto alla loro riconoscibilità, inoltre ha contribuito la presenza di studenti provenienti da altri Paesi. Alla luce di tali considerazioni la scuola è chiamata a rispondere ad esigenze diversificate e occorre rinnovare una Psicologia in azione che deve intervenire fino al raggiungimento della presenza costante dello psicologo attraverso un progetto finalizzato ad intervenire nelle aree di disagio degli alunni BES. Il punto di partenza di tale condizione è avvalersi dello psicologo come risorsa e strumento fondamentale nello “spazio personale” del periodo formativo scolastico dell’alunno con il suo Bisogno Educativo Speciale. Di conseguenza, nella prospettiva dell’inclusione, è prioritario consolidare un servizio psicologico in orario scolastico ed extrascolastico che possa offrire delle attività che siano integrate favorendo così la cultura del benessere psicologico nella scuola di ogni ordine e grado. Inoltre, tale azione, deve essere finalizzata a favorire l’analisi dei bisogni di tutti gli alunni BES rispetto alla d i m e n s i o n e d e l l ’ a p p r e n d i m e n t o , coadiuvando in tal modo, i docenti curricolari e di sostegno nelle attività di progettazione didattico – educativa e per i percorsi di orientamento . L’ obiettivo dello psicologo a scuola dovrebbe essere dunque quello di avere la possibilità di contribuire con le sue competenze all’inclusione sociale di ogni alunno all’interno di un progetto che permetta di potenziare le sue abilità relazionali al fine di riconoscere i propri bisogni e gli altri come portatori di bisogni uguali o diversi, in tal modo si andrebbero a valorizzare tutte le differenze individuali e si potrebbero sperimentare le capacità di autoregolazione ed empatia verso l’altro, un intervento che supporterebbe anche l’alunno con disabilità per raggiungere e mantenere un funzionamento ottimale nell’interazione con il suo ambiente di vita. Lavorare in questa direzione vuol dire favorire la costruzione del senso di appartenenza attraverso un lavoro in sinergia anche con tutti i servizi territoriali rivolti alla scuola al fine di costruire l’identità e il percorso scolastico di ogni alunno con il suo “ Bisogno Educativo Speciale “. La collaborazione con la famiglia Sviluppare la collaborazione costante tra psicologo della scuola e famiglia vuol dire offrire contesti di confronto e riflessione tra i genitori circa il ruolo educativo che sono chiamati a svolgere nei confronti dei figli valorizzando
Lo psicologo militare: molto più di “ti piacciono i fiori?”

di Eleonora Barzan Definita dal Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi (CNOP) come “disciplina volta a comprendere, sviluppare e facilitare i processi organizzativi peculiari della realtà militare, allo scopo di potenziare l’efficacia e l’efficienza operativa delle Unità, mediante l’ottimizzazione del rapporto tra organizzazione ed individuo”, la Psicologia Militare rappresenta un campo specialistico della psicologia molto articolato, che va ben oltre la somministrazione del singolo test psicologico con domande apparentemente non inerenti (come “ti piacciono i fiori?” appunto). Questa sua caratteristica multidimensionale si concretizza attraverso molteplici aree di intervento interne ai contesti delle quattro Forze Armate, composte da Esercito, Marina, Aeronautica e Carabinieri. Una prima area in cui opera lo psicologo militare che può essere citata è inerente alla selezione e alla valutazione del personale. Il primo momento in cui il singolo individuo verrà a contatto con lo psicologo militare sarà, infatti, proprio durante i concorsi dove, in seguito alle ulteriori prove di natura fisica e culturale, verrà svolto anche un processo di selezione volto ad individuare i candidati aventi una struttura di personalità ed un funzionamento maggiormente compatibili con le richieste della singola Forza Armata. I processi di valutazione, va sottolineato, non terminano una volta conclusa la selezione, bensì si ripresentano durante i vari anni di servizio qualora fosse necessario esprimere un parere professionale riguardo all’idoneità di un determinato militare per specifiche missioni, specialmente per quelle categorizzate come ad alto rischio. Le valutazioni degli psicologi militari possono, inoltre, essere richieste anche per eventuali avanzamenti di carriera. Per ciò che concerne del Forze Armate del nostro Paese, le varie valutazioni volte ad individuare il personale che più si ritiene adeguato ad un determinato ruolo e contesto per prevenire situazioni di disadattamento, si svolgono principalmente attraverso:● Il Minnesota Multiphasic Personality Inventory-2 (MMPI-2), test composto da 567 item a risposta dicotomica volto ad indagare e valutare il profilo psicologico del soggetto;● Il test autobiografico, composto da domande aperte inerenti a differenti contesti di vita;● Il simulatore di plasticità cerebrale, strumento attraverso cui viene valutata la velocità di pensiero e l’attenzione visiva mediante l’utilizzo di varie situazioni ipotetiche e test;● Il colloquio con lo psicologo e/o lo psichiatra, dove verranno approfonditi diversi contesti di vita personale e professionale del candidato o del militare. Gli psicologi militari hanno un ruolo importante nella promozione del benessere psicofisico del militare e nella prevenzione o nell’eventuale trattamento di stress, disagio psicologico o psicopatologia dell’individuo. Le malattie mentali che potrebbero presentarsi davanti ad uno psicologo militare, va sottolineato, non sono proprie di questo particolare contesto; tuttavia, le situazioni a cui si espone chi è arruolato in una Forza Armata sono certamente differenti da quelli della vita quotidiana di un civile e la grande quantità di stress a cui devono far fronte non funge da fattore di protezione per un eventuale sviluppo di un quadro psicopatologico. Le situazioni che si presentano nella vita di questi individui sono, infatti, composte da un’alta potenzialità traumatica, dove la loro sicurezza è messa costantemente in dubbio. Tra i principali problemi che i militari delle varie Forze Armate si trovano a dover affrontare possono essere citati il disturbo da stress post-traumatico (PTSD), l’emergere di sensi di colpa, varie difficoltà di coppia o con la propria famiglia, disturbi del sonno causati da incubi e presenza di flashback. Restando all’interno dell’ambito clinico, lo psicologo militare non deve intervenire solamente laddove i sintomi di una sofferenza siano già presenti, ma anche in contesti preventivi, specialmente in riferimento alla prevenzione di condotte a rischio o di devianza, quali autolesionismo e suicidio o tossicodipendenza, e mediante il supporto psicologico laddove si fosse verificato un evento potenzialmente traumatico. Infine, gli psicologi militari risultano avere ruoli importanti anche nel fornire formazione ai militari su tecniche di gestione dello stress derivante dalla loro vita professionale. Si occupano, inoltre, di analizzare periodicamente il clima organizzativo e psicologico derivante dall’organizzazione per poter promuovere efficacemente il benessere psicofisico.Ciò che è necessario sottolineare per le varie figure professionali, psicologi compresi, che intendono approcciarsi al contesto lavorativo militare, è l’importanza di non sottovalutare le sfide etiche che potrebbero presentarsi.Oltre al codice deontologico di riferimento, è fondamentale sviluppare un’approfondita conoscenza delle istituzioni militari e del diritto militare del Paese in cui si sta operando. Uno tra gli ostacoli che potrebbe presentarsi nel tentativo di bilanciare nel modo più etico possibile le esigenze della Forza Armata e i bisogni del singolo militare, può essere rappresentato dalla necessità di prendere una decisione in relazione al riportare o meno quest’ultimo sul campo, qualora dovesse avere un disturbo mentale. Ulteriore ostacolo per gli psicologi militari è rappresentato dal concetto di riservatezza, che acquisisce un’accezione differente rispetto a quella inerente alla pratica in un ambiente civile. All’interno del contesto militare, gli psicologi devono mantenere il miglior equilibrio possibile tra il benessere del singolo individuo e della Forza Armata di riferimento, informando i militari della possibilità di dover divulgare alcune informazioni per la protezione della missione militare, generalmente riguardanti giudizi di idoneità. All’interno di questo breve articolo, sono quindi state citate alcune aree di intervento degli psicologi che decidono di operare all’interno di un contesto così delicato. Oltre a quelli qui affrontati, i compiti di uno psicologo militare vanno a comprendere numerose altre attività, inerenti alla singola persona e alla sua vita professionale, all’organismo militare e all’individuo all’interno di specifici contesti di operazioni militari. Ciò che è importante sottolineare è, quindi, l’interdipendenza di queste aree di lavoro e la conseguente necessità di integrare numerose attività che coprano ognuna di queste aree, per poter permettere ai militari di preservare il loro benessere psicofisico e alle Forze Armate di essere il più efficaci possibile. Bibliografia ● Camp, N. M. (1993). The Vietnam War and the ethics of combat psychiatry. American Journal of Psychiatry, 150, 1000–1010.● CNOP (n.d:) Lo Psicologo Militare● Howe, E. G., & Jones, F. D. (1994). Ethical issues in combat psychiatry. In R. Zajtchuk, R. F. Bellamy, & D. P. Jenkins (Eds.), Textbook of military medicine: War psychiatry (pp. 115–131). Falls Church, VA: Office of the Surgeon General, U.S. Department of the Army.● Isaeva Muhabbat
Lo psicologo in farmacia

Le Dottoresse Spinelli e Mereghetti hanno avviato dei progetti di supporto psicologico presso delle realtà differenti. La finalità è quella di portare avanti in maniera più incisiva il supporto psicologico presso i centri riabilitativi e le strutture farmaceutiche. Lo scopo è quello di garantire un servizio presso la farmacia territoriale di riferimento, ed è rivolto a tutti coloro che stanno vivendo un periodo difficile e non possiedono i mezzi necessari per affrontarlo. In egual misura il servizio è rivolto a coloro che stanno seguendo una terapia farmaceutica prescritta, in cui verrà affiancato un supporto psicologico. Inoltre lo scopo di questo progetto è proprio quello di cercare di andare incontro agli individui i quali si sentono in difficoltà nell’etichettare la presenza di un disturbo cercando invece di far comprendere che questo servizio può indurre un pensiero comune ad un arricchimento personale e una conoscenza del proprio sé. Il progetto nasce proprio con l’intento di creare una sinergia di forze totalizzanti per la cura dell’individuo. Il servizio presso le strutture farmaceutiche è rivolto a tutte le fasce di età prevalentemente all’età adulta. Per l’età evolutiva si svolgono dei consulti genitoriali per poi inviarli presso professionisti con competenze specifiche. Per avvicinare il servizio agli adolescenti si è pensato ad un servizio chat, e quindi poter dare informazioni di base attraverso i social media. Il progetto presso i centri riabilitativi nasce dalla volontà di tutelare la salute del paziente, con la progettazione di un trattamento mirato al supporto psicologico per aiutarlo ad adattarsi alla nuova condizione di salute. Oltre agli incontri con il paziente possono esserci degli incontri di tipo informativo con la famiglia di quest’ultimo. Il supporto psicologico è molto importante perché andrà a ridurre i tempi di guarigione e favorisce una migliore qualità di vita.
Lo psicologo delle cure primarie: tra realtà ed utopia

Da molti anni, ormai, il benessere psicologico non può essere più considerato elemento secondario né può essere affrontato con soluzioni transitorie. Nonostante tutto continua ad essere posta in secondo ordine la “cura” del paziente con disturbi mentali rispetto ad uno con disturbi “organici. E’ attualmente noto che nelle “malattie psicosomatiche” ansia, rabbia, paura e tristezza sottopongono il corpo ad una quota di stress che l’organismo non è in grado di tollerare, così come anche nei disturbi con una chiara origine biologica (cancro, patologie croniche come diabete, celiachia, etc.) la nostra capacità di reagire e di rispondere al trattamento dipende dal modo in cui affrontiamo le cure, rivolgendo così una maggiore attenzione alle vicissitudini psicologiche e alla possibilità di strutturare dei percorsi di “caring” che si spingono oltre il “curing“. Spesso, specialmente nell’era “post covid” capita di sentire “lamentele” da parte dei medici di medicina generale rispetto a quelli che banalmente definiscono come “finti malati” coloro che all’apparenza “non hanno nulla” ma che sottendono grandi disagi. Quale ruolo ha giocato il covid rispetto ai disturbi mentali? Le persone che hanno contratto il Covid hanno un rischio del 60 per cento più alto di sviluppare ansia, depressione, dipendenza da sostanze o altri disturbi mentali. Il medico di medicina generale per far fronte a questa situazione si è improvvisato ad essere quasi un “tuttologo”, ma i suoi assistiti non hanno riscontrato in lui il contenimento dovuto e spesso hanno lamentato il fatto di sentire “sottovalutato” il proprio disagio. Si finisce solamente con l’intasare quotidianamente gli studi di medicina generale con necessità che prescindono dalle cure mediche e che ad onor del vero il MMG trova difficoltà ad accogliere poichè “impegnato” in condizioni, per quanto riferito, quasi sempre più complesse di quelle esposte da un paziente con disagio psichico. O ancora, banalmente sottovaluta l’importanza e la complessità di un disturbo psicologico addossando ulteriormente le difficoltà del paziente ad una “malattia organica”, oppure semplicemente dichiarando di non avere tempo per “l’ascolto” di problematiche riguardanti il profondo. Ed è proprio in questo momento che ci si è resi conto di quanto sia importante poter avere un “parallelo” servizio di psicologia di base al quale accedere attraverso il SSN. Il servizio di psicologia di base Partendo da questa prospettiva va da sè che sia necessario effettuare un “cambio di rotta”, ovvero, bisognerebbe assegnare ai problemi psicologici la medesima dignità di quelli somatici. Se tutto ciò si realizzasse nel concreto non ci sarebbe più bisogno di arrivare a rivolgersi ad uno psicologo solo quando “è l’ultima spiaggia”, o solo perchè il medico di base ci è arrivato “per esclusione” di altro. Le condizioni di disagio vissute dai medici i quali per primi dichiarano di non volersi occupare di condizioni che prescindono il loro sapere, mostrano la evidente necessità di un approccio “integrato” dove psicologo e medico possano collaborare e lavorare fianco a fianco per il benessere totale del paziente. Ponendoci in un’ottica di benessere, diagnosi esatte, trattamento e riabilitazione, risulta essenziale considerare la possibilità di cambiamenti radicali in ambito sanitario. Si tratta del bisogno di costruire una identità “diversa” e “maggiormente strutturata” giungendo ad una unità propriamente detta di aspetti corporei e psichici della persona. Tutto ciò sarà reso possibile solo quando ci saranno le condizioni utili a far maturare l’idea che lo psicologo non debba mettere a disposizione di “pochi” le proprie competenze, ma garantire a chiunque uno spazio per prendersi cura del proprio sè.
Lo farò domani… Procrastinare è umano, ma a volte diventa diabolico

Qual è la portata psicologica della procrastinazione? L’abbiamo provata tutti: è un irresistibile chiamata a rimandare qualcosa, a non iniziare un compito, a ritardare in ogni modo. E per alcuni, con l’andare del tempo, diventa una trappola faticosa, che rende molte azioni quasi impossibili, perché incagliate nella palude della sospensione. Ma cosa significa per la nostra mente procrastinare? La ricerca neuroscientifica ha trovato evidenze del fatto che l’amigdala è coinvolta anche nella procrastinazione. Ne abbiamo già parlato, a proposito delle memorie traumatiche e dei sogni a contenuto spaventoso: l’amigdala è quella struttura a forma di mandorla che si è sviluppata nel nostro cervello in un lungo passato evolutivo e che funziona da meccanismo di sopravvivenza, per proteggerci dal pericolo. La sua funzione iniziale, in presenza di minacce nell’ambiente che ci circondava, era quella di rilasciare ormoni utili a spingerci a fuggire dalla situazione pericolosa incontrata. Oggi siamo raramente in presenza di minacce per la nostra sopravvivenza, non incontriamo tigri o orsi o predatori voraci ogni giorno; ma il meccanismo si attiva anche quando incontriamo un compito che troviamo poco attraente, difficile o che ci provoca ansia nella vita quotidiana. Quando il sistema limbico individua un come minaccioso, sgradevole, complicato, l’amigdala si attiva come davanti a un T-rex, per spingerci a evitare la fonte della minaccia. Evitandolo oggi e domani, e domani ancora, ci troviamo a procrastinare indefinitamente. Ma quale soluzione si può tentare, per evitare di evitare? Molte ricerche concordano nello stabilire come una tabella di marcia possa funzionare da “calmante” per l’amigdala. In poche parole, è in nostro potere attenuare la reazione al compito che sentiamo come difficile o ansiogeno. Si tratta di avvisare – passatemi il termine – il nostro cervello: ad esempio, informarlo che ci esporremo solo per poco tempo alla minaccia. Un’azione volontaria e specifica che può disinnescare, o perlomeno attenuare, il sistema di protezione automatico. Un esempio pratico? Programmare un timer per dedicare 25 minuti, senza distrazioni, all’azione che vorremmo rimandare; finiti i 25 minuti, sospendere e fare una pausa di 5 minuti; ripetere per quattro volte e poi riposarsi per una trentina di minuti. È una tecnica semplice, che consente di ottenere risultati utili, iniziando a fare progressi verso l’obiettivo finale. A questo punto, occorre registrare e apprezzare ogni piccolo avanzamento: i ricercatori hanno rilevato che celebrare ogni piccola vittoria sostiene la motivazione e la aumenta ogni volta, nella direzione di raggiungere l’obiettivo. Quindi: rassicurare il sistema limbico con un’azione frammentata e registrare e celebrare i primi risultati, che rinforzano la motivazione, è un esercizio che può aiutare ad evitare la procrastinazione. Per diventare più produttivi e sentirsi più soddisfatti di sé.
Lisa Cacia

Cartolina da Genova
Linguaggio, linguistica, comunicazione e psicologia

di Alberta Casella da Psicologinews Scientific La psicologia si impianta sul linguaggio. Il linguaggio crea la relazione e l’individuo vive in continua relazione. In questo articolo e nei successivi ne i l lust reremo le connessioni. Ogni comportamento è manifestazione dell’individuo singolo, ma deve essere spiegato tenendo conto del contesto nel quale si verifica perché è il segno delle relazioni, della comunicazione con gli altri. Nel vivere ci si relaziona continuamente con gli altri ed è impossibile non comunicare: perfino i l silenzio è una forma di comunicazione, fonte d’informazioni sull’altro spesso più preziose di tante parole dette senza senso. Si afferma l’importanza e la necessità di studiare il linguaggio come principale mezzo di comunicazione umana e, quindi, come primo veicolo d’informazione e scambio tra paziente e terapeuta. Il bisogno di comunicare è profondamente insito nell’uomo; entrare in contatto con gli altri attraverso gesti, suoni, parole è un’esigenza insopprimibile che ha spinto la società umana, nel suo sviluppo, a creare molte forme di comunicazione. Fra queste, la più completa ed agile, quella che pone l’uomo in condizione di svolgere questa funzione essenziale della sua esistenza, è il linguaggio verbale. Ciò che distingue, appunto, gli esseri umani dagli altri animali è proprio la creazione e l’uso di tale strumento che diviene caratteristico di ogni gruppo umano e ne contrassegna le differenze maggiori. “Sembra assolutamente privo di qualsiasi fondamento quanto a volte si sostiene circa l’esistenza di certe popolazioni il cui vocabolario sarebbe così limitato da richiedere l’uso supplementare del gesto (…); la verità è che tra ogni popolo conosciuto i l linguaggio è i l mezzo essenzialmente compiuto di espressione e comunicazione”. L’uso del linguaggio si concretizza attraverso due direttrici fondamentali: in primo luogo, esso serve come mezzo per rappresentare ed ordinare in modo logico la nostra esperienza e le nostre percezioni del mondo e permette a ciascuno di ragionare a t t i v ame n t e s u c i ò c h e a c c a d e quotidianamente al fine di ottenere una visione sempre chiara degli eventi. In secondo luogo, poiché il linguaggio è il mezzo più efficace e duttile per esprimere stati d’animo, sensazioni, impressioni o concetti complessi ed articolati, lo usiamo per comunicarci a vicenda il nostro modo di vedere e concepire il mondo e la realtà circostante. “Usando il linguaggio per la comunicazione presentiamo agli altri il nostro modello”: la comunicazione umana si realizza, soprattutto, nell’uso della lingua. Nasce come bisogno di trasmettere ad altri il proprio messaggio e di ricevere, in cambio, altre informazioni che, assimilate, possono modificare od ampliare o consolidare il personale modo di rapportarsi con la società. In questo scambio, la lingua continuamente si trasforma, si evolve, si adatta ai mutamenti sociali, economici e culturali, si piega ad esprimere ogni nuova esperienza, si arricchisce con tutto ciò che di nuovo appare nel mondo assolvendo una funzione insostituibile ed universale. “La lingua, che è di per sé un fenomeno complesso, è tale che non c’è alcuna attività umana o campo d’azione che non comporti il suo impiego come parte integrante. Le funzioni della lingua tendono ad essere infinite”. A tal proposito, l’ipotesi di Sapir e Whorf, sull’effetto totalizzante della lingua sul nostro comportamento, afferma che essa influenza continuamente e totalmente il nostro modo di pensare e la nostra potenziale comunicazione con gli altri. Silvestri conferma tale ipotesi dicendo che: “la realtà della lingua non è univoca e non potrebbe mai esserlo, dato il carattere eminentemente culturale della sua fenomenologia; (…) la specificità del linguaggio è, si inscritta nel nostro codice genetico ma, soprattutto, una o più lingue storiche fanno parte del nostro bagaglio culturale”. Egli asserisce, con tali parole, la peculiarità insita nello stile personale del linguaggio, ovvero l’idea che l’uso che di esso se ne fa è sempre mediato dal contesto circostante e dal tipo di relazione che instauriamo con gli altri. Lo studio di tale mezzo comunicativo fa capo ad una specifica disciplina detta “linguistica”; tuttavia, tale scienza si è occupata, principalmente, dell’analisi della lingua, ovvero del sistema fonemico e grafemico senza troppo interessarsi dell’uso che di esso si fa all’interno della società. L’esigenza di studiare un elemento primario nelle relazioni umane, quale la lingua, è radicata nella tradizione filosofica antica e già Eraclito si poneva domande sulla sua funzionalità indagando quale e quanta utilità esso avesse nel costituire rapporti tra le persone; secondo una concezione tuttora molto accreditata, lo studio del linguaggio contribuisce a chiarire il funzionamento del pensiero e della mente. Nella linguistica moderna, la ricerca più affascinante parte dall’affermazione che tutte le lingue portano in sé una serie di fonemi in cui agli invarianti formali si sovrappongono elementi che si modificano e si ristrutturano grazie all’influenza che su di esse hanno gli sviluppi storici e culturali del popolo che le usa: in tal modo la questione focale diviene, attualmente, se ed in che modo il contesto influenzi l’uso e lo sviluppo della lingua e quanto esso possa concorrere nel creare nuove forme di comunicazione. Una “nozione intuitiva di linguaggio” suggerisce che esso sia il mezzo per associare due ordini di entità: l’area dei contenuti mentali e quella delle realtà sensoriali. Sia l’una che l’altra, da sole, non hanno possibilità d’espressione poiché la prima è, per sua stessa natura inesprimibile, mentre l a s e c o n d a , n o n a f fi a n c a t a d a un’elaborazione mentale, è completamente priva di significato. Il linguaggio diviene il loro anello di congiunzione, nel senso che permette di esprimere le idee nel mondo sensoriale dando vita, così, contemporaneamente alle une ed all’altro. Nel momento in cui affermiamo che il linguaggio non è altro che l’espressione di contenuti mentali, capiamo l’interesse che la psicologia ha sempre avuto nei confronti della linguistica ed, in tal modo, motiviamo anche il nostro stesso interesse nel considerarla quale elemento fondante ed imprescindibile poiché il linguaggio verbale è la base di ogni relazione terapeutica; è con il suo uso che terapeuta e
Libero arbitrio e decisioni volontarie

Molti sono i filosofi, i teologi e gli scienziati che hanno posto l’attenzione sul libero arbitrio e sulla capacità di prendere autonomamente delle decisioni. Cartesio, infatti sosteneva l’importanza di esso come una forma di scelta volontaria, un impegno attivo e responsabile di ricerca personale delle Verità. Dante Alighieri in alcuni canti del Purgatorio, affronta la tematica sulla libertà delle proprie azioni. Egli rifiuta il concetto di ineluttabilità degli eventi. Egli lo ritiene una vana ed inutile giustificazione dei propri comportamenti, come se il nostro presente o passato non ci appartenesse. Al contrario, il sommo poeta sostiene la libertà e la volontà delle nostre azioni come frutto della ragione e del libero arbitrio. Spostandoci nella sfera artistica, uno degli esempi della libertà delle proprie azioni è visibile nella creazione nella Cappella Sistina. La leggenda narra che a Michelangelo, proprio in quell’affresco, fu imposto di piegare leggermente la falange del dito di Adamo, proteso a Dio. Il messaggio che, di conseguenza, si intende far passare è proprio lo sforzo umano di prendere decisioni in autonomia e libertà di azione. Nella tradizione religiosa cattolica, i nostri comportamenti devono essere protesi a Dio, alla perfezione, alla Scienza e Coscienza. Se ci si allontana dal Cattolicesimo, vediamo che anche le altre religioni sostengono che gli uomini sono responsabili delle proprie azioni, scegliendo tra il bene e il male. Ma il libero arbitrio si applica, quindi, a tutti i settori, anche quelli tecnici e scientifici. Costituisce il motore per nuove scoperte e nuove avventure. Esso, in effetti, offre ulteriori e possibili scenari di novità e opportunità: apre un ventaglio di scelte in cui cimentarsi per crescere. Ogni atto umano è, dunque, frutto di una scelta, dettata sì dagli eventi, ma soprattutto dalla ragione, strumento indispensabile per la nostra vita.