Lo psicologo delle cure primarie: tra realtà ed utopia

Da molti anni, ormai, il benessere psicologico non può essere più considerato elemento secondario né può essere affrontato con soluzioni transitorie. Nonostante tutto continua ad essere posta in secondo ordine la “cura” del paziente con disturbi mentali rispetto ad uno con disturbi “organici. E’ attualmente noto che nelle “malattie psicosomatiche” ansia, rabbia, paura e tristezza sottopongono il corpo ad una quota di stress che l’organismo non è in grado di tollerare, così come anche nei disturbi con una chiara origine biologica (cancro, patologie croniche come diabete, celiachia, etc.) la nostra capacità di reagire e di rispondere al trattamento dipende dal modo in cui affrontiamo le cure, rivolgendo così una maggiore attenzione alle vicissitudini psicologiche e alla possibilità di strutturare dei percorsi di “caring” che si spingono oltre il “curing“. Spesso, specialmente nell’era “post covid” capita di sentire “lamentele” da parte dei medici di medicina generale rispetto a quelli che banalmente definiscono come “finti malati” coloro che all’apparenza “non hanno nulla” ma che sottendono grandi disagi. Quale ruolo ha giocato il covid rispetto ai disturbi mentali? Le persone che hanno contratto il Covid hanno un rischio del 60 per cento più alto di sviluppare ansia, depressione, dipendenza da sostanze o altri disturbi mentali. Il medico di medicina generale per far fronte a questa situazione si è improvvisato ad essere quasi un “tuttologo”, ma i suoi assistiti non hanno riscontrato in lui il contenimento dovuto e spesso hanno lamentato il fatto di sentire “sottovalutato” il proprio disagio. Si finisce solamente con l’intasare quotidianamente gli studi di medicina generale con necessità che prescindono dalle cure mediche e che ad onor del vero il MMG trova difficoltà ad accogliere poichè “impegnato” in condizioni, per quanto riferito, quasi sempre più complesse di quelle esposte da un paziente con disagio psichico. O ancora, banalmente sottovaluta l’importanza e la complessità di un disturbo psicologico addossando ulteriormente le difficoltà del paziente ad una “malattia organica”, oppure semplicemente dichiarando di non avere tempo per “l’ascolto” di problematiche riguardanti il profondo. Ed è proprio in questo momento che ci si è resi conto di quanto sia importante poter avere un “parallelo” servizio di psicologia di base al quale accedere attraverso il SSN. Il servizio di psicologia di base Partendo da questa prospettiva va da sè che sia necessario effettuare un “cambio di rotta”, ovvero, bisognerebbe assegnare ai problemi psicologici la medesima dignità di quelli somatici. Se tutto ciò si realizzasse nel concreto non ci sarebbe più bisogno di arrivare a rivolgersi ad uno psicologo solo quando “è l’ultima spiaggia”, o solo perchè il medico di base ci è arrivato “per esclusione” di altro. Le condizioni di disagio vissute dai medici i quali per primi dichiarano di non volersi occupare di condizioni che prescindono il loro sapere, mostrano la evidente necessità di un approccio “integrato” dove psicologo e medico possano collaborare e lavorare fianco a fianco per il benessere totale del paziente. Ponendoci in un’ottica di benessere, diagnosi esatte, trattamento e riabilitazione, risulta essenziale considerare la possibilità di cambiamenti radicali in ambito sanitario. Si tratta del bisogno di costruire una identità “diversa” e “maggiormente strutturata” giungendo ad una unità propriamente detta di aspetti corporei e psichici della persona. Tutto ciò sarà reso possibile solo quando ci saranno le condizioni utili a far maturare l’idea che lo psicologo non debba mettere a disposizione di “pochi” le proprie competenze, ma garantire a chiunque uno spazio per prendersi cura del proprio sè.
Lo farò domani… Procrastinare è umano, ma a volte diventa diabolico

Qual è la portata psicologica della procrastinazione? L’abbiamo provata tutti: è un irresistibile chiamata a rimandare qualcosa, a non iniziare un compito, a ritardare in ogni modo. E per alcuni, con l’andare del tempo, diventa una trappola faticosa, che rende molte azioni quasi impossibili, perché incagliate nella palude della sospensione. Ma cosa significa per la nostra mente procrastinare? La ricerca neuroscientifica ha trovato evidenze del fatto che l’amigdala è coinvolta anche nella procrastinazione. Ne abbiamo già parlato, a proposito delle memorie traumatiche e dei sogni a contenuto spaventoso: l’amigdala è quella struttura a forma di mandorla che si è sviluppata nel nostro cervello in un lungo passato evolutivo e che funziona da meccanismo di sopravvivenza, per proteggerci dal pericolo. La sua funzione iniziale, in presenza di minacce nell’ambiente che ci circondava, era quella di rilasciare ormoni utili a spingerci a fuggire dalla situazione pericolosa incontrata. Oggi siamo raramente in presenza di minacce per la nostra sopravvivenza, non incontriamo tigri o orsi o predatori voraci ogni giorno; ma il meccanismo si attiva anche quando incontriamo un compito che troviamo poco attraente, difficile o che ci provoca ansia nella vita quotidiana. Quando il sistema limbico individua un come minaccioso, sgradevole, complicato, l’amigdala si attiva come davanti a un T-rex, per spingerci a evitare la fonte della minaccia. Evitandolo oggi e domani, e domani ancora, ci troviamo a procrastinare indefinitamente. Ma quale soluzione si può tentare, per evitare di evitare? Molte ricerche concordano nello stabilire come una tabella di marcia possa funzionare da “calmante” per l’amigdala. In poche parole, è in nostro potere attenuare la reazione al compito che sentiamo come difficile o ansiogeno. Si tratta di avvisare – passatemi il termine – il nostro cervello: ad esempio, informarlo che ci esporremo solo per poco tempo alla minaccia. Un’azione volontaria e specifica che può disinnescare, o perlomeno attenuare, il sistema di protezione automatico. Un esempio pratico? Programmare un timer per dedicare 25 minuti, senza distrazioni, all’azione che vorremmo rimandare; finiti i 25 minuti, sospendere e fare una pausa di 5 minuti; ripetere per quattro volte e poi riposarsi per una trentina di minuti. È una tecnica semplice, che consente di ottenere risultati utili, iniziando a fare progressi verso l’obiettivo finale. A questo punto, occorre registrare e apprezzare ogni piccolo avanzamento: i ricercatori hanno rilevato che celebrare ogni piccola vittoria sostiene la motivazione e la aumenta ogni volta, nella direzione di raggiungere l’obiettivo. Quindi: rassicurare il sistema limbico con un’azione frammentata e registrare e celebrare i primi risultati, che rinforzano la motivazione, è un esercizio che può aiutare ad evitare la procrastinazione. Per diventare più produttivi e sentirsi più soddisfatti di sé.
Lisa Cacia

Cartolina da Genova
Linguaggio, linguistica, comunicazione e psicologia

di Alberta Casella da Psicologinews Scientific La psicologia si impianta sul linguaggio. Il linguaggio crea la relazione e l’individuo vive in continua relazione. In questo articolo e nei successivi ne i l lust reremo le connessioni. Ogni comportamento è manifestazione dell’individuo singolo, ma deve essere spiegato tenendo conto del contesto nel quale si verifica perché è il segno delle relazioni, della comunicazione con gli altri. Nel vivere ci si relaziona continuamente con gli altri ed è impossibile non comunicare: perfino i l silenzio è una forma di comunicazione, fonte d’informazioni sull’altro spesso più preziose di tante parole dette senza senso. Si afferma l’importanza e la necessità di studiare il linguaggio come principale mezzo di comunicazione umana e, quindi, come primo veicolo d’informazione e scambio tra paziente e terapeuta. Il bisogno di comunicare è profondamente insito nell’uomo; entrare in contatto con gli altri attraverso gesti, suoni, parole è un’esigenza insopprimibile che ha spinto la società umana, nel suo sviluppo, a creare molte forme di comunicazione. Fra queste, la più completa ed agile, quella che pone l’uomo in condizione di svolgere questa funzione essenziale della sua esistenza, è il linguaggio verbale. Ciò che distingue, appunto, gli esseri umani dagli altri animali è proprio la creazione e l’uso di tale strumento che diviene caratteristico di ogni gruppo umano e ne contrassegna le differenze maggiori. “Sembra assolutamente privo di qualsiasi fondamento quanto a volte si sostiene circa l’esistenza di certe popolazioni il cui vocabolario sarebbe così limitato da richiedere l’uso supplementare del gesto (…); la verità è che tra ogni popolo conosciuto i l linguaggio è i l mezzo essenzialmente compiuto di espressione e comunicazione”. L’uso del linguaggio si concretizza attraverso due direttrici fondamentali: in primo luogo, esso serve come mezzo per rappresentare ed ordinare in modo logico la nostra esperienza e le nostre percezioni del mondo e permette a ciascuno di ragionare a t t i v ame n t e s u c i ò c h e a c c a d e quotidianamente al fine di ottenere una visione sempre chiara degli eventi. In secondo luogo, poiché il linguaggio è il mezzo più efficace e duttile per esprimere stati d’animo, sensazioni, impressioni o concetti complessi ed articolati, lo usiamo per comunicarci a vicenda il nostro modo di vedere e concepire il mondo e la realtà circostante. “Usando il linguaggio per la comunicazione presentiamo agli altri il nostro modello”: la comunicazione umana si realizza, soprattutto, nell’uso della lingua. Nasce come bisogno di trasmettere ad altri il proprio messaggio e di ricevere, in cambio, altre informazioni che, assimilate, possono modificare od ampliare o consolidare il personale modo di rapportarsi con la società. In questo scambio, la lingua continuamente si trasforma, si evolve, si adatta ai mutamenti sociali, economici e culturali, si piega ad esprimere ogni nuova esperienza, si arricchisce con tutto ciò che di nuovo appare nel mondo assolvendo una funzione insostituibile ed universale. “La lingua, che è di per sé un fenomeno complesso, è tale che non c’è alcuna attività umana o campo d’azione che non comporti il suo impiego come parte integrante. Le funzioni della lingua tendono ad essere infinite”. A tal proposito, l’ipotesi di Sapir e Whorf, sull’effetto totalizzante della lingua sul nostro comportamento, afferma che essa influenza continuamente e totalmente il nostro modo di pensare e la nostra potenziale comunicazione con gli altri. Silvestri conferma tale ipotesi dicendo che: “la realtà della lingua non è univoca e non potrebbe mai esserlo, dato il carattere eminentemente culturale della sua fenomenologia; (…) la specificità del linguaggio è, si inscritta nel nostro codice genetico ma, soprattutto, una o più lingue storiche fanno parte del nostro bagaglio culturale”. Egli asserisce, con tali parole, la peculiarità insita nello stile personale del linguaggio, ovvero l’idea che l’uso che di esso se ne fa è sempre mediato dal contesto circostante e dal tipo di relazione che instauriamo con gli altri. Lo studio di tale mezzo comunicativo fa capo ad una specifica disciplina detta “linguistica”; tuttavia, tale scienza si è occupata, principalmente, dell’analisi della lingua, ovvero del sistema fonemico e grafemico senza troppo interessarsi dell’uso che di esso si fa all’interno della società. L’esigenza di studiare un elemento primario nelle relazioni umane, quale la lingua, è radicata nella tradizione filosofica antica e già Eraclito si poneva domande sulla sua funzionalità indagando quale e quanta utilità esso avesse nel costituire rapporti tra le persone; secondo una concezione tuttora molto accreditata, lo studio del linguaggio contribuisce a chiarire il funzionamento del pensiero e della mente. Nella linguistica moderna, la ricerca più affascinante parte dall’affermazione che tutte le lingue portano in sé una serie di fonemi in cui agli invarianti formali si sovrappongono elementi che si modificano e si ristrutturano grazie all’influenza che su di esse hanno gli sviluppi storici e culturali del popolo che le usa: in tal modo la questione focale diviene, attualmente, se ed in che modo il contesto influenzi l’uso e lo sviluppo della lingua e quanto esso possa concorrere nel creare nuove forme di comunicazione. Una “nozione intuitiva di linguaggio” suggerisce che esso sia il mezzo per associare due ordini di entità: l’area dei contenuti mentali e quella delle realtà sensoriali. Sia l’una che l’altra, da sole, non hanno possibilità d’espressione poiché la prima è, per sua stessa natura inesprimibile, mentre l a s e c o n d a , n o n a f fi a n c a t a d a un’elaborazione mentale, è completamente priva di significato. Il linguaggio diviene il loro anello di congiunzione, nel senso che permette di esprimere le idee nel mondo sensoriale dando vita, così, contemporaneamente alle une ed all’altro. Nel momento in cui affermiamo che il linguaggio non è altro che l’espressione di contenuti mentali, capiamo l’interesse che la psicologia ha sempre avuto nei confronti della linguistica ed, in tal modo, motiviamo anche il nostro stesso interesse nel considerarla quale elemento fondante ed imprescindibile poiché il linguaggio verbale è la base di ogni relazione terapeutica; è con il suo uso che terapeuta e
Libero arbitrio e decisioni volontarie

Molti sono i filosofi, i teologi e gli scienziati che hanno posto l’attenzione sul libero arbitrio e sulla capacità di prendere autonomamente delle decisioni. Cartesio, infatti sosteneva l’importanza di esso come una forma di scelta volontaria, un impegno attivo e responsabile di ricerca personale delle Verità. Dante Alighieri in alcuni canti del Purgatorio, affronta la tematica sulla libertà delle proprie azioni. Egli rifiuta il concetto di ineluttabilità degli eventi. Egli lo ritiene una vana ed inutile giustificazione dei propri comportamenti, come se il nostro presente o passato non ci appartenesse. Al contrario, il sommo poeta sostiene la libertà e la volontà delle nostre azioni come frutto della ragione e del libero arbitrio. Spostandoci nella sfera artistica, uno degli esempi della libertà delle proprie azioni è visibile nella creazione nella Cappella Sistina. La leggenda narra che a Michelangelo, proprio in quell’affresco, fu imposto di piegare leggermente la falange del dito di Adamo, proteso a Dio. Il messaggio che, di conseguenza, si intende far passare è proprio lo sforzo umano di prendere decisioni in autonomia e libertà di azione. Nella tradizione religiosa cattolica, i nostri comportamenti devono essere protesi a Dio, alla perfezione, alla Scienza e Coscienza. Se ci si allontana dal Cattolicesimo, vediamo che anche le altre religioni sostengono che gli uomini sono responsabili delle proprie azioni, scegliendo tra il bene e il male. Ma il libero arbitrio si applica, quindi, a tutti i settori, anche quelli tecnici e scientifici. Costituisce il motore per nuove scoperte e nuove avventure. Esso, in effetti, offre ulteriori e possibili scenari di novità e opportunità: apre un ventaglio di scelte in cui cimentarsi per crescere. Ogni atto umano è, dunque, frutto di una scelta, dettata sì dagli eventi, ma soprattutto dalla ragione, strumento indispensabile per la nostra vita.
LEGO SERIOUS PLAY: NUOVO METODO FORMATIVO

Il Lego Serious Play è una metodologia di facilitazione orientata al confronto in contesti di collaborazione. Essa permette di sviluppare il pensiero creativo, la comunicazione e la risoluzione di problemi attraverso l’uso delle costruzioni Lego. Questa metodologia è stata inventata dallo stesso fondatore della Lego, Kjeld Kirk Kristiansen, alla fine degli Anni Novanta quando l’azienda va in crisi a causa della nascita dei dispositivi elettronici (come videogiochi, playstation…). Per ovviare questa problematica, il fondatore della Lego pone al suo management una sfida chiedendo loro di individuare, tramite l’uso dei mattoncini di Lego, quale strategia avrebbero potuto implementare per ritornare ai numeri di vendita precedenti. La metodologia Lego Serious Play comincia poi a diffondersi anche in altri Paesi fino ad arrivare in Italia a partire dai primi anni 2000. COME FUNZIONA? Il Lego Serious Play invita le persone a rispondere a domande sulla propria identità organizzativa e sulle proprie esperienze attraverso la costruzione di modellini. Il valore aggiunto di questa metodologia risiede nel fatto che permette di abbassare le resistenze e le difese che si attivano nelle persone, soprattutto quando devono parlare di se stesse, in quanto è un’attività con un aspetto ludico molto forte e che riporta i partecipanti a quando erano bambini. Il Lego Serious Play parte dal presupposto che non esista una realtà oggettiva, ma è sempre soggettiva ed è attraverso la costruzione di modellini che emerge il percepito di ognuno di noi. Con questo metodo si riesce a coinvolgere tutti, cosa che nella formazione è sempre molto difficile fare. È importante far parlare e coinvolgere la totalità dei partecipanti, anche le persone più timide per far sviluppare le loro potenzialità al fine di portare grandi risultati all’azienda. COME SI SVOLGE? Il metodo è molto strutturato, composto da 7 fasi che possono durare anche due giorni. Solitamente non si fa la pausa perché essendo un gioco divertente nessuno lo interrompe. Si compone solitamente di una o più parti individuali e una di gruppo. Le prime vengono solitamente chiamate fase dell’identità, nelle quali si chiede di rispondere individualmente ad alcune domande su un determinato argomento tramite la costruzione di uno o più modellini; non ci sono tempi lunghi, si danno solo dai 5 ai 7 minuti per la costruzione, a cui segue successivamente la presentazione del modellino da parte di tutti i partecipanti. Infine, è presente un momento gruppale, in cui si lavora tutti insieme per costruire un ulteriore modellino e creare una rappresentazione comune su quel determinato argomento. Il Lego Serious Play è un’attività assolutamente non giudicante in quanto le persone devono essere libere di esprimersi come vogliono; dunque, nel momento dell’esposizione del modellino da parte dei partecipanti non bisogna esprimere giudizi. Per concludere, il Lego Serious Play è una delle attività esperienziali formative più efficaci perché le persone si impegnano nonostante ci sia una forte componente ludica. BIBLIOGRAFIA www.legoseriousplayitalia.it
Leggete le storie della buonanotte ai vostri bambini?

Perché è importante leggere la favola della buonanotte ai bambini? Molti studi hanno rilevato che leggere storie prima di andare a letto, anche solo per 10-15 minuti, è importantissimo. La favola della buonanotte aiuta lo sviluppo del linguaggio e delle capacità di memoria Leggere ad alta voce a tuo figlio e spiegare il significato di parole nuove, stimola l’apprendimento e promuove l’arricchimento del suo vocabolario, oltre che la capacità di comunicare.Leggere le storie della buonanotte sviluppa nei bambini un vocabolario più forte. Questo perché le storie per bambini contengono più parole uniche di quelle a cui i nostri bambini sono generalmente esposti nella vita quotidiana. Aiutano lo sviluppo delle capacità emotive La favola della buonanotte permette al tuo bambino di immedesimarsi nei personaggi delle storie. Il personaggio con cui il bambino si identifica e che alla fine vince o ha la meglio, lo rassicura e lo aiuta a riconoscere e ad affrontare le sue paure. Stimolano il ragionamento Ascoltare una storia vuol dire prestare attenzione e ordinare mentalmente quello che si ascolta, immaginandosi ciò che viene raccontato. Questo è un importante esercizio per lo sviluppo dell’abilità di pensare in modo organizzato. Stimolano immaginazione e creatività. Il momento della favola della buonanotte è un’esperienza piacevole che porta, inevitabilmente, a calarsi in una realtà magica e che dà spunti importanti nel gioco. Creano una routine rassicurante. La sera è un momento in cui i bambini hanno maggior bisogno di coccole e rassicurazioni. Il fatto di leggere una storia crea una routine (che rassicura i bambini). Incentiva il desiderio di imparare a leggere. Il desiderio di tuo figlio di riuscire a fare quello che fai tu, unito alla passione che gli trasmetti, farà sì che abbia la curiosità di imparare a leggere! Fino a che età leggere le storie della buonanotte Se vogliamo dare ai nostri piccoli le migliori possibilità a scuola, allora dovremmo inserire le favole della buonanotte nella nostra routine quotidiana, anche solo di 10 minuti. E attenersi a questa routine fino a quando non raggiungono gli 11 anni circa. CONCLUSIONI Diventa quindi importante trovare tempo e spazio da dedicare alla lettura delle storie della buonanotte. Questo momento diventa prezioso per rafforzare la relazione genitore-figlio e per stimolare varie abilità e competenze nel bambino.
Leggere i segnali del disagio scolastico

Leggere i segnali del disagio scolastico I segnali del disagio scolastico sono: insoddisfazione, apprendimento carente, bassa motivazione e l’insicurezza. Per il docente è necessario non ignorare i segnali inviati dagli alunni e attivare una comunicazione emozionale, volta a cogliere gli stati d’animo Ciò significa entrare in una dimensione empatica che consentirà di diagnosticare il disagio in maniera tempestiva e di intervenire nel modo più opportuno, salvando così il destino di molti alunni e delle loro famiglie.
Le vittime quotidiane del phubbing

Negli ultimi anni, ha preso piede la mania del phubbing, che miete le sue vittime ogni giorno. Esso consiste nell’ abitudine di guardare continuamente il proprio cellulare, ignorando le persone intorno. Il termine deriva dalla contrazione di due parole inglesi, phone (telefono) e snubbing (snobbare) e riguarda quell’atteggiamento in cui si controlla il telefono, snobbando letteralmente l’interlocutore. Esso è un vero e proprio impulso, incontrollabile, di cui siamo sia vittime che carnefici. Secondo recenti studi, questo comportamento è socialmente accettato, per cui se arriva una notifica sul cellulare, siamo “autorizzati” a controllarla. Inoltre, non ci offendiamo neanche se qualcuno risponde ad un messaggio mentre parla con noi. Si parla spesso di generazione connessa, ma sia che si tratti di uno zoomer e sia di un millennial o uno boomer, la necessità di ricorrere al cellullare è sempre più insistente. Proprio per questo immedesimarsi nei panni dell’altro, comprendiamo bene quanto sia ansiogeno non riuscire a vedere la natura della notifica sul nostro cellulare. Quindi, da un punto di vista psicologico, le vittime del phubbing sono affette dai sintomi tipici dell’ansia, dalla paura di essere tagliati fuori dal mondo che li circonda. D’altro canto, però, se si analizza la situazione sotto l’ottica sociologica, la prospettiva si ribalta. Da un lato si ha la paura di rimanere soli, isolati, se non si risponde in tempo reale all’avviso emesso dal cellulare, ma dall’altro, non si fa altro che deteriorare la relazione con l’interlocutore di quel momento. Per rispondere ad un messaggio, si snobba la persona con cui si stava chiacchierando fino ad un istante prima. Siamo talmente presi dalla necessità di proiettarci nella futura risposta, che ci dimentichiamo di vivere il presente. Se impariamo a dare importanza e le giuste priorità alle cose e alle persone, probabilmente migliorerebbe il nostro benessere psicologico e sociale.
Le trappole cognitive nella relazione docente-discente

Il processo di insegnamento-apprendimento si costruisce nella relazione tra docente e discente e si arricchisce in virtù di scambi cognitivi e comunicativi. La relazione educativa è fondamentale per il successo formativo dell’allievo, tuttavia, in alcuni casi può essere compromessa da “trappole cognitive“, che ne compromettono la qualità. L’effetto alone è il classico esempio di trappola cognitiva, che spinge alunni e insegnanti a conclusioni rapide, compromettendo la relazione educativa e l’efficacia del processo di apprendimento. In sintesi, si tende a trovare quel singolo tratto in tutte le azioni messe in atto dalla persona. Ciò produce errori di percezione e anche pregiudizi. La mente non è libera nelle azioni e nelle osservazioni. L’effetto alone crea disagio per chi lo subisce e, probabilmente, per chi lo attua ,il quale non riesce ad essere obiettivo nell’osservazione dei fenomeni, lasciandosi condizionare e suggestionare da pregiudizi e/o stereotipi. Ricordiamo che dietro ogni comportamento c’è un bisogno. Questa è la chiave per capire gli studenti. Invece di focalizzarci solo su ciò che fanno, cerchiamo di comprendere cosa li spinge ad agire in un certo modo. Per capire bene una persona e,quindi, anche un alunno non bisogna soffermarsi solo su un singolo dettaglio. È importante osservare l‘alunno in vari momenti dell’attività disciplinare,magari durante la ricreazione e/o in spazi diversi. Ciò evita di formulare etichette e permette di cogliere le diverse sfaccettature della personalità di un individuo, calibrando meglio gli interventi educativi e didattici. Se non ragioniamo bene, le trappole cognitive possono farci vedere la realtà in modo non corretto. È possibile Diventare consapevoli delle proprie trappole cognitive. Lavorare attivamente per migliorare la relazione educativa attraverso l’ascolto, l’empatia e l’apertura. Adottare una “lente oggettiva” per interpretare le sfide relazionali e i comportamenti andando oltre la superficie. Evitare di fare paragoni,non guardare a come siamo noi facendo il paragone con l’altro. Nelle relazioni autentiche, l’altro non è un oggetto da plasmare né una semplice estensione del sé. Per chi invece subisce l’effetto alone: Non badare a ciò che dice chi ti giudica solo dall’apparenza, probabilmente deve ancora scoprire chi sei veramente. La relazione educativa diventa efficace e vincente se non cade nelle trappole cognitive Bibliografia consultata Formisano, M. A., Oliva, M., Caivano, M., Vicinanza, C. (2023). Ecologia integrale e relazioni educative efficaci: traiettorie psicoeducative. IUSVEducation, 21, 74-87. https://www.iusveducation.it/ecologia-integrale-e-relazioni-educative-efficaci-traiettorie-psicoeducative/