LEGO SERIOUS PLAY: NUOVO METODO FORMATIVO

Il Lego Serious Play è una metodologia di facilitazione orientata al confronto in contesti di collaborazione. Essa permette di sviluppare il pensiero creativo, la comunicazione e la risoluzione di problemi attraverso l’uso delle costruzioni Lego. Questa metodologia è stata inventata dallo stesso fondatore della Lego, Kjeld Kirk Kristiansen, alla fine degli Anni Novanta quando l’azienda va in crisi a causa della nascita dei dispositivi elettronici (come videogiochi, playstation…). Per ovviare questa problematica, il fondatore della Lego pone al suo management una sfida chiedendo loro di individuare, tramite l’uso dei mattoncini di Lego, quale strategia avrebbero potuto implementare per ritornare ai numeri di vendita precedenti. La metodologia Lego Serious Play comincia poi a diffondersi anche in altri Paesi fino ad arrivare in Italia a partire dai primi anni 2000. COME FUNZIONA? Il Lego Serious Play invita le persone a rispondere a domande sulla propria identità organizzativa e sulle proprie esperienze attraverso la costruzione di modellini. Il valore aggiunto di questa metodologia risiede nel fatto che permette di abbassare le resistenze e le difese che si attivano nelle persone, soprattutto quando devono parlare di se stesse, in quanto è un’attività con un aspetto ludico molto forte e che riporta i partecipanti a quando erano bambini. Il Lego Serious Play parte dal presupposto che non esista una realtà oggettiva, ma è sempre soggettiva ed è attraverso la costruzione di modellini che emerge il percepito di ognuno di noi. Con questo metodo si riesce a coinvolgere tutti, cosa che nella formazione è sempre molto difficile fare. È importante far parlare e coinvolgere la totalità dei partecipanti, anche le persone più timide per far sviluppare le loro potenzialità al fine di portare grandi risultati all’azienda. COME SI SVOLGE? Il metodo è molto strutturato, composto da 7 fasi che possono durare anche due giorni. Solitamente non si fa la pausa perché essendo un gioco divertente nessuno lo interrompe. Si compone solitamente di una o più parti individuali e una di gruppo. Le prime vengono solitamente chiamate fase dell’identità, nelle quali si chiede di rispondere individualmente ad alcune domande su un determinato argomento tramite la costruzione di uno o più modellini; non ci sono tempi lunghi, si danno solo dai 5 ai 7 minuti per la costruzione, a cui segue successivamente la presentazione del modellino da parte di tutti i partecipanti. Infine, è presente un momento gruppale, in cui si lavora tutti insieme per costruire un ulteriore modellino e creare una rappresentazione comune su quel determinato argomento. Il Lego Serious Play è un’attività assolutamente non giudicante in quanto le persone devono essere libere di esprimersi come vogliono; dunque, nel momento dell’esposizione del modellino da parte dei partecipanti non bisogna esprimere giudizi. Per concludere, il Lego Serious Play è una delle attività esperienziali formative più efficaci perché le persone si impegnano nonostante ci sia una forte componente ludica. BIBLIOGRAFIA www.legoseriousplayitalia.it
Leggete le storie della buonanotte ai vostri bambini?

Perché è importante leggere la favola della buonanotte ai bambini? Molti studi hanno rilevato che leggere storie prima di andare a letto, anche solo per 10-15 minuti, è importantissimo. La favola della buonanotte aiuta lo sviluppo del linguaggio e delle capacità di memoria Leggere ad alta voce a tuo figlio e spiegare il significato di parole nuove, stimola l’apprendimento e promuove l’arricchimento del suo vocabolario, oltre che la capacità di comunicare.Leggere le storie della buonanotte sviluppa nei bambini un vocabolario più forte. Questo perché le storie per bambini contengono più parole uniche di quelle a cui i nostri bambini sono generalmente esposti nella vita quotidiana. Aiutano lo sviluppo delle capacità emotive La favola della buonanotte permette al tuo bambino di immedesimarsi nei personaggi delle storie. Il personaggio con cui il bambino si identifica e che alla fine vince o ha la meglio, lo rassicura e lo aiuta a riconoscere e ad affrontare le sue paure. Stimolano il ragionamento Ascoltare una storia vuol dire prestare attenzione e ordinare mentalmente quello che si ascolta, immaginandosi ciò che viene raccontato. Questo è un importante esercizio per lo sviluppo dell’abilità di pensare in modo organizzato. Stimolano immaginazione e creatività. Il momento della favola della buonanotte è un’esperienza piacevole che porta, inevitabilmente, a calarsi in una realtà magica e che dà spunti importanti nel gioco. Creano una routine rassicurante. La sera è un momento in cui i bambini hanno maggior bisogno di coccole e rassicurazioni. Il fatto di leggere una storia crea una routine (che rassicura i bambini). Incentiva il desiderio di imparare a leggere. Il desiderio di tuo figlio di riuscire a fare quello che fai tu, unito alla passione che gli trasmetti, farà sì che abbia la curiosità di imparare a leggere! Fino a che età leggere le storie della buonanotte Se vogliamo dare ai nostri piccoli le migliori possibilità a scuola, allora dovremmo inserire le favole della buonanotte nella nostra routine quotidiana, anche solo di 10 minuti. E attenersi a questa routine fino a quando non raggiungono gli 11 anni circa. CONCLUSIONI Diventa quindi importante trovare tempo e spazio da dedicare alla lettura delle storie della buonanotte. Questo momento diventa prezioso per rafforzare la relazione genitore-figlio e per stimolare varie abilità e competenze nel bambino.
Leggere i segnali del disagio scolastico

Leggere i segnali del disagio scolastico I segnali del disagio scolastico sono: insoddisfazione, apprendimento carente, bassa motivazione e l’insicurezza. Per il docente è necessario non ignorare i segnali inviati dagli alunni e attivare una comunicazione emozionale, volta a cogliere gli stati d’animo Ciò significa entrare in una dimensione empatica che consentirà di diagnosticare il disagio in maniera tempestiva e di intervenire nel modo più opportuno, salvando così il destino di molti alunni e delle loro famiglie.
Le vittime quotidiane del phubbing

Negli ultimi anni, ha preso piede la mania del phubbing, che miete le sue vittime ogni giorno. Esso consiste nell’ abitudine di guardare continuamente il proprio cellulare, ignorando le persone intorno. Il termine deriva dalla contrazione di due parole inglesi, phone (telefono) e snubbing (snobbare) e riguarda quell’atteggiamento in cui si controlla il telefono, snobbando letteralmente l’interlocutore. Esso è un vero e proprio impulso, incontrollabile, di cui siamo sia vittime che carnefici. Secondo recenti studi, questo comportamento è socialmente accettato, per cui se arriva una notifica sul cellulare, siamo “autorizzati” a controllarla. Inoltre, non ci offendiamo neanche se qualcuno risponde ad un messaggio mentre parla con noi. Si parla spesso di generazione connessa, ma sia che si tratti di uno zoomer e sia di un millennial o uno boomer, la necessità di ricorrere al cellullare è sempre più insistente. Proprio per questo immedesimarsi nei panni dell’altro, comprendiamo bene quanto sia ansiogeno non riuscire a vedere la natura della notifica sul nostro cellulare. Quindi, da un punto di vista psicologico, le vittime del phubbing sono affette dai sintomi tipici dell’ansia, dalla paura di essere tagliati fuori dal mondo che li circonda. D’altro canto, però, se si analizza la situazione sotto l’ottica sociologica, la prospettiva si ribalta. Da un lato si ha la paura di rimanere soli, isolati, se non si risponde in tempo reale all’avviso emesso dal cellulare, ma dall’altro, non si fa altro che deteriorare la relazione con l’interlocutore di quel momento. Per rispondere ad un messaggio, si snobba la persona con cui si stava chiacchierando fino ad un istante prima. Siamo talmente presi dalla necessità di proiettarci nella futura risposta, che ci dimentichiamo di vivere il presente. Se impariamo a dare importanza e le giuste priorità alle cose e alle persone, probabilmente migliorerebbe il nostro benessere psicologico e sociale.
Le trappole cognitive nella relazione docente-discente

Il processo di insegnamento-apprendimento si costruisce nella relazione tra docente e discente e si arricchisce in virtù di scambi cognitivi e comunicativi. La relazione educativa è fondamentale per il successo formativo dell’allievo, tuttavia, in alcuni casi può essere compromessa da “trappole cognitive“, che ne compromettono la qualità. L’effetto alone è il classico esempio di trappola cognitiva, che spinge alunni e insegnanti a conclusioni rapide, compromettendo la relazione educativa e l’efficacia del processo di apprendimento. In sintesi, si tende a trovare quel singolo tratto in tutte le azioni messe in atto dalla persona. Ciò produce errori di percezione e anche pregiudizi. La mente non è libera nelle azioni e nelle osservazioni. L’effetto alone crea disagio per chi lo subisce e, probabilmente, per chi lo attua ,il quale non riesce ad essere obiettivo nell’osservazione dei fenomeni, lasciandosi condizionare e suggestionare da pregiudizi e/o stereotipi. Ricordiamo che dietro ogni comportamento c’è un bisogno. Questa è la chiave per capire gli studenti. Invece di focalizzarci solo su ciò che fanno, cerchiamo di comprendere cosa li spinge ad agire in un certo modo. Per capire bene una persona e,quindi, anche un alunno non bisogna soffermarsi solo su un singolo dettaglio. È importante osservare l‘alunno in vari momenti dell’attività disciplinare,magari durante la ricreazione e/o in spazi diversi. Ciò evita di formulare etichette e permette di cogliere le diverse sfaccettature della personalità di un individuo, calibrando meglio gli interventi educativi e didattici. Se non ragioniamo bene, le trappole cognitive possono farci vedere la realtà in modo non corretto. È possibile Diventare consapevoli delle proprie trappole cognitive. Lavorare attivamente per migliorare la relazione educativa attraverso l’ascolto, l’empatia e l’apertura. Adottare una “lente oggettiva” per interpretare le sfide relazionali e i comportamenti andando oltre la superficie. Evitare di fare paragoni,non guardare a come siamo noi facendo il paragone con l’altro. Nelle relazioni autentiche, l’altro non è un oggetto da plasmare né una semplice estensione del sé. Per chi invece subisce l’effetto alone: Non badare a ciò che dice chi ti giudica solo dall’apparenza, probabilmente deve ancora scoprire chi sei veramente. La relazione educativa diventa efficace e vincente se non cade nelle trappole cognitive Bibliografia consultata Formisano, M. A., Oliva, M., Caivano, M., Vicinanza, C. (2023). Ecologia integrale e relazioni educative efficaci: traiettorie psicoeducative. IUSVEducation, 21, 74-87. https://www.iusveducation.it/ecologia-integrale-e-relazioni-educative-efficaci-traiettorie-psicoeducative/
Le trame psicologiche dell’apprendimento

La persona è nata per apprendere, ma deve preparsi a farlo. Maria Anna Formisano Sin dalla nascita siamo immersi in un mondo fatto suoni, odori, sapori, figure, oggetti e volti. I nostri sensi ci aprono al mondo e a varie esperienze che, passo dopo passo, lasciano una traccia nella nostra mente. Non c’è dubbio che, nel corso dello sviluppo, il cervello ha bisogno di fare diverse esperienze, affinchè si sviluppino connessioni anche in altre aree. Pensare, ragionare, ricordare, parlare e percepire sono alcuni dei processi coinvolti che si intrecciano con le trame dell’apprendimento. Poichè la nostra mente assorbe milioni di informazioni, è molto importante conoscere le trame psicologiche dell’apprendimento, che stimolano la curiosità, il dubbio e a volte anche l’incertezza,ma vale comunque la pena di conoscerle. Le trame psicologiche dell’apprendimento Se l’ intelligenza e le altre attitudini incidono sull’apprendimento è anche vero che le trame psicologiche hanno la stessa influenza. L’apprendimento si distingue per le sue trame psicologiche. Esistono alcune “trame” che possono essere qui sintetizzate: a) l’autopercezione b) la consapevblezza emotiva c) la motivazione L’autopercezione è un processo di interpretazione che la persona fa di sè stesso, delle proprie azioni e delle proprie emozioni. L’autopercezione varia da soggetto a soggetto. Avere una buona percezione di se stessi è fondamentale per riuscire nell’apprendimento. Ricordiamo sempre le parole di Edward de Bono quando afferma che: non dobbiamo fidarci troppo della percezione immediata. Possono esserci anche cose di grandissimo valore positivo, ma che non risultano affatto evidenti a prima vista. La consapevolezza emotiva fa riferimento al giusto equilibrio delle emozioni e soprattutto alla capacità dell’individuo di gestire anche le emozioni negative. L’uso più attento che si possa fare dell nostra vita è prendere consapevolezza delle nostre emozioni. Dovremmo gestire le nostre emozioni, evitando come diceva Gandhi: il potere di autosuggestione che, spesso è così forte, che un uomo finisce per diventare quello che crede di essere. La motivazione è la vera spinta ad agire, senza esitazioni, evitando di preocciparsi non tanto del risultato, ma di ciò che si conosce, man mano che si apprende. Ogni apprendimento nasce da una motivazione. La motivazione nasce sempre da un perchè. E ricordiamoci sempre che, si puo cercare di fare cose, che non si è capaci di fare, per imparare come farle (Pablo Picasso). Conclusioni Quando apprendiamo realizziamo noi stessi. Evitiamo, quindi, di concentrarci sulle aspettative e cominciamo ad esplorare le vere trame psicologiche, che senza dubbio ci fanno sentire il nostro mondo interiore. L’effetto delle trame psicologiche è la loro influenza sull’apprendimento. Dopo aver analizzato una trama psicologica si rimane stupiti dei poteri della nostra mente. Le trame psicologiche nell’apprendimento rappresentano la vera confessione della nostra mente, modulata da variabili culturali, sociali e biologiche, che incidono profondamente sull’individuo. Lo scopo dell’apprendimento è la crescita, e la nostra mente, a differenza del nostro corpo, può continuare a crescere fintanto che continuiamo a vivere (Mortimer J. Adler).
Le teorie dell’apprendimento nella pubblicità

Le teorie dell’apprendimento sono quasi sempre presenti nel marketing e nella comunicazione pubblicitaria. L’apprendimento è il processo mediante il quale un consumatore acquisisce una conoscenza legata a possibili forme di consumo ed esperienze d’acquisto che metterà in atto per i suoi comportamenti d’acquisto futuri. Uno degli obiettivi delle aziende è creare consapevolezza circa l’esistenza di un prodotto ed educare i consumatori, facendogli capire gli specifici attributi, benefici, vantaggi che questo può portare. Esistono diverse teorie dell’apprendimento, che possono essere sfruttate nella comunicazione pubblicitaria. Il condizionamento classico rappresenta un esempio di apprendimento per associazione. Queste teorie vengono spesso applicate nell’ambito pubblicitario. Lo scopo è proprio quello di generare una risposta emotiva positiva al messaggio che il brand vuole trasmettere attraverso musica, immagini e testimonial. Vediamo alcuni esempi: Tramite l’uso dei testimonial si sfrutta l’apprendimento classico per trasferire le caratteristiche positive del testimonial al prodotto che sta sponsorizzando. Ad esempio, la famosa pubblicità della Nespresso con Chiara Ferragni. Con la tecnica della brand extension ci si ancora alle caratteristiche del prodotto originale e le si va ad attribuire alla nuova linea di prodotti. Un esempio è quello di Pan di Stelle che ha introdotto negli ultimi anni la crema spalmabile al cacao. A volte il condizionamento classico può essere pericoloso in quanto se si sceglie un testimonial sbagliato, si creano associazioni in negativo sul proprio prodotto. Le campagne di marketing sociale sfruttano spesso questo processo in cui si cerca di scoraggiare le persone a mettere in atto comportamenti pericolosi e dannosi. Un esempio sono tutte quelle campagne in cui si associa il bere alcool e mettersi alla guida con immagini negative che rappresentano incidenti stradali. Proseguendo, troviamo il condizionamento operante di Skinner. Esso è basato sull’uso di rinforzi positivi e negativi, che possono rafforzare o indebolire una risposta comportamentale dell’individuo. Nel marketing, il rinforzo positivo si vede nei casi delle carte fedeltà, che permettono di accumulare buoni sconto e punti che agiscono da rinforzo positivo in quanto si ottengono premi. Inoltre, dal punto di vista dei servizi, alcuni benefici possono essere ottenuti attraverso l’eliminazione di rinforzi negativi, come ad esempio l’azzeramento delle spese di consegna e la riduzione degli stessi tempi. Infine, c’è l’apprendimento vicario, secondo il quale si possono apprendere dei comportamenti per imitazione. Secondo questa prospettiva, l’apprendimento si verifica anche se il comportamento appreso non viene subito messo in pratica. Anche qui ci possono essere dei risvolti negativi perché ciò che elicita emozioni negative tende a essere evitato e non imitato. In questo articolo viene mostrato il grande apporto della psicologia all’interno del mondo della comunicazione pubblicitaria e più in generale del marketing. Buona parte del comportamento dei consumatori e delle strategie di marketing, infatti, sono apprese. Per questo motivo, il processo di apprendimento è di interesse fondamentale per chi lavora in questo campo. BIBLIOGRAFIA: Kimmel, A.J. (2018). Psychological Foundations of Marketing. New York: Routledge
Le stereotipie nell’autismo: cosa devi sapere

Assieme al deficit dell’interazione sociale e della comunicazione, le stereotipie vanno a definire un criterio cardine per la definizione della diagnosi di autismo (DSM 5, 2013). Questi comportamenti appaiono spesso bizzarri, ripetitivi e inappropriati in contesti sociali e spesso vanno ad interferire con il funzionamento della persona nella sua quotidianità. Le stereotipie nell’autismo si caratterizzano quasi sempre per il rispetto di routine molto rigide, ecolalia (ripetizioni di parole e frasi) e manipolazione ripetitiva di oggetti (Lewis & Boucher, 1988; Turner, 1999). Tali comportamenti possono creare grandi difficoltà al soggetto stesso e al suo contesto. Le persone con autismo manifestano anche difficoltà a tollerare i cambiamenti, soffrendo di forte ansia e instabilità nel caso essi si verifichino inaspettatamente. Alcuni cambiamenti nella routine o di alcune attività scolastiche possono essere motivo di grande disagio e sofferenza per la persona con disturbo dello spettro autistico. Per questo si consiglia, oltre che alla strutturazione della giornata (sequenze di eventi prevedibili e strutturati) di fornire la possibilità di prevedere alcuni cambiamenti che potrebbero ipoteticamente verificarsi per quanto possibile, attraverso dei supporti specifici (agende visive). Interessi ristretti e stereotipati Innanzitutto occorre tenere presente che la stereotipia è una modalità che il bambino o il ragazzo impiega per mantenere un senso di sicurezza e stabilità e un ordine, sia mentale e interno che concreto e pratico, nella realtà circostante e nell’ambiente relazionale, che è per lui rassicurante su un piano emotivo e affettivo. Di conseguenza, l’interrompere o il modificare la stereotipia può ingenerare intensi vissuti d’ansia, preoccupazione e disorientamento. Lo sviluppo di interessi ristretti e stereotipati e di ossessioni per un particolare argomento o elemento dell’ambiente è tipico di molte persone autistiche. Come agire sulle stereotipie La modalità migliore per poter intervenire sulle stereotipie è seguire i principi dell’Analisi Applicata al Comportamento (ABA). Inoltre, descrivere e classificare le stereotipie in base alla loro funzione, piuttosto che alla loro forma, è utile sia per un genitore che per un insegnante che si trova ogni giorno a dover convivere con le stereotipie motorie o vocali del proprio figlio o alunno. In tal modo, con la guida di professionisti esperti, ci saranno maggiori probabilità di modificare il comportamento stereotipato attraverso teniche specifiche (Cunningham & Schreibman, 2008). Riferimenti Bibliografici Cunningham, A. B., & Schreibman, L. (January 01, 2008). Stereotypy in autism: The importance of function. Research in Autism Spectrum Disorders, 2, 3, 469-479. Ghanizadeh, Ahmad. (2010). Clinical approach to motor stereotypies in autistic children. (Iranian Journal of Pediatrics (ISSN: 1018-4406) Vol 20 Num 2.) Tehran University of Medical Sciences Press. Goldman, S., Wang, C., Salgado, M. W., Greene, P. E., Kim, M., & Rapin, I. (January 01, 2009). Motor stereotypies in children with autism and other developmental disorders. Developmental Medicine and Child Neurology, 51, 1, 30-8. Lewis, V., & Boucher, J. (1988). Spontaneous, instructed and elicited play in relatively able autistic children. British Journal of Developmental Psychology, 6(4), 325-339. Mahone, E. M., Bridges, D., Prahme, C., & Singer, H. S. (January 01, 2004). Repetitive arm and hand movements (complex motor stereotypies) in children. The Journal of Pediatrics, 145, 3, 391-5. Matson, J. L., & In Sturmey, P. (2013). International handbook of autism and pervasive developmental disorders. 115-123 Muthugovindan, D., & Singer, H. (January 01, 2009). Motor stereotypy disorders. Current Opinion in Neurology, 22, 2, 131-136. Turner, Michelle. (1999). “Annotation: Repetitive behaviour in autism: A review of psychological research.” Journal of child psychology and psychiatry 40.6 839-849. Volkmar, Fred R., and Ami Klin. (2005). “Issues in the classification of autism and related conditions”.
Le soft skills nei contesti educativi

Le soft skills nei contesti educativi
Le scelte efficaci: la motivazione

di Alberta Casella Ogni giorno affrontiamo scelte del quotidiano che condizionano, poi, il procedere della vita. Pensiamo a scelte semplici come, ad esempio, cosa fare nel tempo libero, quale amico contattare per chiacchierare un po’, cosa acquistare e come vestirsi. Pensiamo poi anche a scelte complesse, il lavoro, la famiglia, la casa. Una persona che si definisce “razionale” compie tali scelte in base ad elementi che fanno propendere in positivo o negativo. La questione così posta sembra risolta ma appare semplicistica. In essa non è considerato tutto il mondo interno della persona, composto di emozioni, sentimenti e desideri. La parte razionale della nostra scelta viene definita motivo, mentre il mondo interno che sottende e muove e condiziona la scelta viene definito motivazione. La motivazione va distinta in intrinseca ed estrinseca: la motivazione estrinseca è fornita dall’esterno alla persona, è il volere di un altro soggetto che riesce ad influenzare la nostra scelta. La motivazione intrinseca è il nostro volere puro da condizionamenti, è il nostro reale desiderio. Le motivazioni estrinseche possono e devono essere comprese come intrinseche. Troppo spesso, tuttavia, la motivazione intrinseca è sottesa alla scelta ovvero muove sotto la superficie ma non è chiara alla persona che sceglie. Quando le nostre motivazioni riescono ad essere ascoltate chiaramente e soddisfatte, ci guidano in scelte che ci generano un senso di appagamento e benessere; di contro, quando non valutiamo, non consideriamo o, addirittura, escludiamo volontariamente i nostri desideri e aspettative si crea una frattura idiosincratica che, al minimo, genera malessere ma può causare stati più gravi di patologie e sofferenza. Può accadere, ad esempio, che una persona pianifichi la sua scelta e per ragioni impreviste non la realizzi. Pensiamo il caso di una persona che sceglie un lavoro lontano da casa considerando razionalmente il buon compenso economico: può accadere che non si presenti il primo giorno di lavoro e perda la posizione offerta per via di uno stato di malessere psicologico o fisico che gli impedisce di proseguire nella scelta presa. L’errore di costui è non aver considerato il desiderio di non allontanarsi, ad esempio, da casa e dalla famiglia e non aver valutato, quindi, la motivazione intrinseca nella scelta compiuta. Tali stati di malessere protratti nel tempo e ricorrenti assumono anche diagnosi di disturbo psicosomatico ovvero un malessere psicologico che si riflette in un sintomo fisico arrivando a compromettere il fluire del quotidiano. Qualora tale condizione diventi ricorrente e/o cronica, è importante rivolgersi a un professionista psicologo che possa aiutare nella comprensione e soluzione della difficoltà.