Le relazioni possono essere complicate ma sono essenziali: perchè è così importante riflettere su di esse?

Le relazioni sono parte integrante dell’essere umano. Scopriamo perchè è fondamentale parlarne attraverso esercizi pratici. Si è parlato tanto di relazioni, ancor di più dopo la pandemia da Covid-19. L’isolamento a cui siamo dovuti forzatamente sottostare, ha consentito di farci apprezzare qualcosa che si dava per scontato. Perchè sono così importanti? Secondo la neuroscienziata Julianne Holt-Lunstadt , le connessioni sociali potrebbero essere un fattore critico per la sopravvivenza. Pertanto sono vitali per la nostra salute fisica ed emotiva. Certamente le relazioni possono anche essere difficili da gestire e spesso ciò va di pari passo con il non sapere o il non riuscire ad esprimere ciò che si pensa e si prova. Quando questo accade, può generare all’interno della relazione, degli ostacoli che conducono a sofferenza ed allontanamenti. Al contrario, riuscire ad entrare in contatto con se stessi e con l’altro, può dare vita a connessioni molto intense. Nel caso in cui vi siano esperienze relazionali dolorose diventa necessario soffermarcisi in modo da non continuare ad alimentare legami invischianti, bloccati o distruttivi. Come fare quando diventa difficile parlare delle proprie relazioni? In terapia, può succedere spesso, soprattutto con adolescenti, di avere difficoltà ad esprimere le proprie emozioni o i propri bisogni rispetto ad una relazione di qualsiasi natura che si sta vivendo. In questi casi, le immagini, i disegni o le metafore possono essere molto utili perchè: si riesce ad esprimere diversi aspetti di una medesima esperienza, anche quelli più profondi che sono difficili da riconoscere; possono diventare un canale creativo attraverso cui affrontare emozioni dolorose; possono offrire protezione a persone che hanno difficoltà a parlare apertamente di sè e dunque facilitare l’apertura. Ad esempio, proviamo a pensare alla nostra vita relazionale come una casa. Nella casa vi sono diversi piani ed ognuno rappresenta aspetti positivi e negativi delle proprie relazioni. C’è la stanza delle persone piacevoli, il pianterreno delle difficoltà e del dolore, il palazzo delle nuove speranze. In ognuno, proviamo a scrivere i nomi delle persone che faremmo rientrare in quella determinata stanza. Alla fine, cosa dice quello che emerge su di te? Che cosa hai imparato?Che cosa vorresti di diverso?
Le ragazze stanno davvero bene? Adolescenza e violenza di genere

Con l’avvicinarsi dell’8 Marzo Giornata Internazionale della Donna, è necessario mantenere il focus, ora più che mai, su tematiche relative all’attuale situazione e al benessere globale delle donne, delle adolescenti e delle bambine. A tal fine, diventa fondamentale ascoltare e confrontarsi con le nuove generazioni, vedere come percepiscono le questioni di genere, come vivono nei ruoli a loro assegnati, come si interrogano su tali tematiche e come le trasformano e le adattano alla loro realtà. Questo tema, insieme a molti altri, è stato affrontato nel report “Le ragazze stanno bene?” pubblicato da Save The Children, che raccoglie i risultati di un’indagine svolta sulla violenza di genere in adolescenza. Stereotipi di genere: a che punto siamo? Per indagare le radici dei comportamenti violenti è necessario interrogarsi sulla pervasività degli stereotipi di genere tra le giovani generazioni.Secondo l’indagine ISTAT 2023 sugli stereotipi di genere, se da un lato iniziano a vedersi alcuni cambiamenticulturali, validi soprattutto per le donne, dall’altro lato è confermata la loro persistenza. Emerge una crescente consapevolezza delle donne sull’esistenza di stereotipi di genere riguardo alla cura della casa (chi è più predisposto a curare la casa tra uomo e donna) e nella valutazione delle capacità accademiche (come chi è più portato per materie scientifiche). Allo stesso tempo, però, i risultati evidenziano alcuni stereotipi ancora molto presenti, legati soprattutto alla cura dei figli e al successo nel lavoro. Se dai dati emerge una maggiore consapevolezza delle donne, tra il 2018 e il 2023 si allarga la distanza con le opinioni degli uomini. Le donne hanno dunque meno stereotipi, ma questo cambiamento non si registra per gli uomini, soprattutto per quanto riguarda le responsabilità genitoriali e il lavoro. Le ragazze stanno bene? Il report di Save The Children Il 13 Febbraio 2024 Save The Children ha pubblicato un report intitolato “Le ragazze stanno bene? Indagine sulla Violenza di Genere Onlife in Adolescenza“, un lavoro di ricerca “volto ad esplorare il tema degli stereotipi e della violenza di genere interpellando direttamente gli adolescenti, un’indagine inedita sulla violenza di genere in adolescenza realizzata in collaborazione con IPSOS“. L’indagine analizza il tema degli stereotipi e del divario di genere nella vita affettiva e relazionale di un campione di adolescenti, nello specifico 800 tra ragazze e ragazzi di età compresa tra i 14 e i 18 anni. Inoltre, il report ha avuto anche l’obiettivo di “approfondire il tema della violenza di genere nella dimensione propria di vita degli adolescenti che intreccia la dimensione digitale con l’ambiente di vita quotidiano, in una dimensione che viene oggi definita “onlife””. Quello che emerge dal report è un quadro ancora critico: i risultati mostrano “una sensibilità e un interesse marcato rispetto ai temi affrontati – stereotipi di genere, emotività ed espressione emotiva, ruoli nelle relazioni intime e sessuali, violenza onlife, dinamiche di controllo e possesso nelle relazioni – nella maggioranza delle ragazze e dei ragazzi interpellati e una apertura al confronto sui temi della violenza tra pari, allo stesso tempo mettono in luce l’esistenza di una considerevole percentuale di adolescenti che tende a “normalizzare” stereotipi di genere e comportamenti abusivi nelle relazioni tra pari”. Dati e risultati del report Emergono diversi risultati molto interessanti. Ad esempio, quasi il 70% degli adolescenti interpellati ritiene che le ragazze siano più predisposte a piangere dei maschi, maggiormente in grado di esprimere le proprie emozioni (64%), così come a prendersi cura delle persone in modo più attento (50%). Tra gli adolescenti prevale dunque una immagine della ragazza, e forse della donna, più competente da un punto di vista affettivo e relazionale. Interessanti sono i risultati rispetto all’avvicinamento dei ragazzi e delle ragazze alle questioni di genere: l’82% degli adolescenti, infatti, riporta di essere molto o abbastanza interessato alle tematiche di genere (ossia a quegli argomenti che trattano di stereotipi, comportamenti -compresa la violenza- e aspettative sociali associati a ragazzi e ragazze). Tra questi la maggior parte sono le ragazze (85%). L’attenzione quindi per le questioni di genere e la sensibilizzazione su questi temi è cresciuta, anche grazie agli strumenti digitali e ai nuovi canali di comunicazione e media. Per quanto riguarda comportamenti e atteggiamenti nelle relazioni intime e sentimentali, come controllo, possesso e consenso, la situazione sembra ancora abbastanza critica. Il 30% degli adolescenti (sia maschi che femmine) intervistati considera ancora la gelosia una prova d’amore; il 65% dichiara di essersi sentito controllato dal o dalla partner almeno una volta; il 52% degli adolescenti in una relazione di coppia dice di aver subito comportamenti violenti. Dai risultati dell’indagine emerge come i comportamenti di controllo nelle relazioni di coppia siano considerati accettabili e praticati da una rilevante percentuale di adolescenti, senza grandi distinzioni tra ragazzi e ragazze. Per quanto riguarda, invece, la percezione del consenso e gli atteggiamenti di violenza, il 43% degli adolescenti ritiene che una persona possa sottrarsi a un rapporto sessuale se veramente non lo desidera. Sulla stessa linea si muovono le opinioni rispetto ad altre forme di attribuzione di responsabilità della vittima nella violenza sessuale: ben il 29% degli adolescenti è molto o abbastanza d’accordo con l’opinione che le ragazze possono contribuire a provocare la violenza sessuale con il loro modo di vestire e/o di comportarsi, mentre il 24% pensa che se una ragazza non dice chiaramente “no” vuol dire che è disponibile al rapporto sessuale. “La persistenza di tali opinioni tra un numero significativo di adolescenti rimanda alla persistenza di profondi pregiudizi e stereotipi che vedono nella vittima una partecipazione alla responsabilità di condotte violente alla quale è assoggettata”. Interrogati sulle forme di violenza messe in atto o subite all’interno di una relazione intima, colpisce il dato d’insieme sulla frequenza della violenza di genere agita e subita: il 41% delle e degli adolescenti ha subìto un comportamento violento (il 52% tra chi ha o ha avuto una relazione) e il 30% (il 47% tra chi ha o ha avuto una relazione) lo ha attivato. Conclusioni I dati del report di Save The Children rimandano una fotografia della percezione della violenza, della sua diffusione e della resistenza a determinati stereotipi critica: è grandemente
Le Procedure del Sistema Poliscreativa

Il Sistema Poliscreativa si basa su un insieme di procedure che uniscono creatività, corporeità e gradualità, con l’obiettivo di promuovere lo sviluppo personale in un contesto sicuro e accogliente. Le procedure si articolano su tre pilastri fondamentali: giochi di condivisione creativa, gradualità delle esperienze e attualizzazione pratica. Vediamo insieme come ciascun elemento contribuisce a questo approccio. Al centro del Sistema Poliscreativa troviamo i giochi di condivisione creativa, ritmica e corporea, che ci aiutano a riconnetterci con le esperienze positive delle prime fasi di vita. Questi giochi, spesso spontanei e senza scopo apparente, permettono di stimolare ricordi ed emozioni, come se osservassimo un caleidoscopio che ci offre nuove configurazioni emotive. Questi momenti possono portare alla scoperta di soluzioni e risposte più funzionali rispetto a quelle precedenti. Il principio è semplice: rivivere queste esperienze in un ambiente sicuro e accogliente, come quello che il Sistema Poliscreativa crea, ci permette di ritrovare i lati positivi della nostra memoria. Anche quando affiorano esperienze difficili, il contesto protetto e condiviso aiuta ad affrontarle senza paura, sapendo di essere supportati. Un altro aspetto chiave del Sistema Poliscreativa è la gradualità. Crediamo che il cammino di crescita non debba per forza essere faticoso o doloroso. A differenza di approcci che vedono nella sofferenza una tappa obbligata, noi preferiamo un percorso graduale, dove si avanza con calma, evitando inutili sofferenze. Le nostre procedure, soprattutto all’inizio, possono durare anche pochi minuti. Quando notiamo che le emozioni – siano esse piacevoli o spiacevoli – diventano troppo intense, preferiamo rallentare, portando il lavoro a un livello più gestibile. Così, la volta successiva, possiamo andare un po’ più in là, ripercorrendo quei sentieri emotivi con delicatezza e passo dopo passo, senza fretta. Questo dà a ogni persona il tempo necessario per adattarsi e trovare un nuovo equilibrio. Infine, l’aspetto più concreto del nostro approccio è l’attualizzazione pratica delle competenze acquisite. La vita si svolge nel presente e, di fronte a difficoltà concrete, è naturale chiedersi come affrontarle. Come posso superare l’ansia? Come gestire un lutto o una malattia? Come posso parlare in pubblico senza bloccarmi? Il Sistema Poliscreativa, pur tenendo conto degli aspetti profondi dell’inconscio, punta a fornire risposte pratiche e immediate. Ogni fase del percorso, per quanto graduale, è pensata per avere un effetto tangibile nella vita quotidiana. Le nostre procedure non rimandano a un futuro lontano, ma puntano a miglioramenti concreti qui e ora, evitando attese indefinite.Conclusione Il Sistema Poliscreativa propone un metodo di crescita personale che unisce creatività, gradualità e applicazione pratica. Attraverso il gioco creativo, il rispetto dei tempi personali e l’attenzione a soluzioni reali, si offre un percorso che permette di affrontare le difficoltà della vita in modo sereno e sostenibile. Questo approccio, dolce e progressivo, si pone come un’alternativa a metodi più intensivi, rispettando i tempi e i bisogni di ciascuno, per una crescita armoniosa e duratura.
Le paure segrete dei bambini

Quali sono le paure segrete di tuo figlio?cos’è la paura e come affrontarla in ogni fase di vita sapendola distinguere dalle fobie Cosa succede da 0 a 3 anni? Le prime paure: La paura dell’abbandonoE’ una paura legata alla separazione “temporanea” dalla figura di riferimento. La paura di essere abbandonato aumenta l’ insicurezza del bambino soprattutto in quelle “fasi evolutive di passaggio” che coinvolgono inevitabilmente i processi di separazione. Il bambino piccolo di due, tre anni, si sente veramente abbandonato quando i genitori non ci sono, quando ritardano l’uscita dell’asilo, quando sono poco presenti ed ha bisogno di molte rassicurazioni , di certezze e di coerenza comunicativa.Il gioco del cucù è uno dei giochi più utili a simbolizzare i movimenti di separazione e ad abituare il bambino alla separazione fin dai primi mesi. Cosa succede da 3 a 5 anni? La paura del buio e della notteE’ quella che angoscia di più i bambini, senza distinzione di età. La notte può attivare sentimenti di abbandono , si popola di personaggi fantastici , che possono essere in qualche modo legati ad eventi, persone del giorno che hanno spaventato o dato sensazioni di disagio al bambino. Lasciare le luci accese o controllare bene che non ci siano mostri sotto il letto o in ogni angolo della stanza non è sufficiente se il genitore non condivide emotivamente le preoccupazioni del bambino. La paura del dottorePuò insorgere in qualunque momento in età evolutiva, spesso è associata ad esperienze traumatiche, ospedalizzazioni prolungate o improvvise, malattie, forzature o costrizioni educative. Il timore spesso si estende a tutte le persone che portano una divisa, soprattutto il camice bianco. In genere scompare spontaneamente. E in eta’ scolare? La paura della scuolaPuò insorgere anche prima dei sei anni, come paura dell’asilo. Spesso è associata alla paura di affrontare un nuovo ambiente .Quando il bambino si rifiuta di andare a scuola o presenta tutta una gamma di specifici sintomi (somatizzazioni quali mal di pancia, mal di testa, nausea, disturbi del sonno, ansia.) parliamo di un vero e proprio quadro clinico. PAURE E FOBIE Per quanto riguarda i genitori, è necessario non drammatizzare ma nemmeno sottovalutarle troppo . E’ importante sapere che le paure non dovrebbero arrivare alla soglia per cui potrebbero bloccare o rallentare lo sviluppo del bambino interferendo con le sue quotidiane attività. La paura potrebbe in tal caso trasformarsi in una fobia . qual è la differenza tra paura e fobia? – Nella paura c’è un pericolo esterno e reale , che provoca una sensazione di ansia profonda. La paura è utile al bambino per migliorare lo stato di vigilanza, per salvaguardare l’io e per guidare il suo percorso di crescita. – Nella fobia , è presente una paura eccessiva o non reale , provocata dalla presenza o dall’attesa di un oggetto o situazioni specifiche. L’esposizione all’elemento fobico provoca una risposta ansiosa immediata che può provocare attacchi di panico . Nei bambini l’ansia può essere espressa piangendo, con scoppi di ira, con l’irrigidimento, con l’aggrapparsi a qualcuno. I comportamenti da evitare: Forzare il bambino ad affrontare “bruscamente” una situazione di cui ha paura Contagiare e coinvolgere il bambino con le proprie paure di adulto Trattare con sufficienza le sue paure e banalizzarle Usare l’umorismo perché è uno strumento che attacca e svaluta l’autostima del bambino Chiamarlo “fifone” o usare vezzeggiativi simili I comportamenti da adottare: La paura è qualcosa di reale, quindi mossa da motivi razionali e proprio per questo è necessario fare piccoli passi per superarla Ascoltare il bambino e le sue motivazioni dando importanza ai suoi vissuti Spiegare perché una situazione non è pericolosa, riportandogli esempi concreti Utilizzare delle fiabe o dei racconti che aiutino il bambino a tradurre in immagini le sue emozioni Lasciarlo libero di esprimersi attraverso il disegno ed il gioco Cercare soprattutto di comprendere se si tratta di una paura o di una fobia, rivolgendosi ad un professionista nel caso lo si ritenga opportuno.
Le parole d’odio in rete: l’hate speech

Perchè oggi i giovani, ma anche meno giovani, scelgono un linguaggio carico di odio?perchè internet si presta a tale manifestazione?la lettura di questo articolo consentirà di sciogliere qualche dubbio. Così è l’odio sul web oggi Le parole d’odio in rete, il cosiddetto hate speech online, rappresentano un fenomeno esteso e trasversale: colpiscono i più vulnerabili sulla base delle origini, della religione, del genere e dell’identità di genere, dell’orientamento sessuale, delle condizioni socio-economiche, dell’aspetto. A volte sono incitate da politici e personaggi influenti, in altri casi la scintilla è innescata da notizie o fake news. Quando il livello di odio è già saturo, non c’è neppure bisogno di qualcuno o qualcosa che dia il là alla violenza verbale online. Quali sono le caratteristiche dell’odio in rete? Diffuso, perché coinvolge innumerevoli utenti della rete, in qualità di vittime o di perpetratori. Liquido, perché si propaga con forza in modo rapido e a ampio raggio, difficile da contenere. Pericoloso, perché il suo sdoganamento è al tempo stesso causa e effetto di un processo di cambiamento culturale che conduce a manifestazioni di discriminazione e intolleranza offline. Le discriminazioni e manifestazioni di ostilità nei confronti di singole persone o gruppi fanno leva su diverse caratteristiche, come l’origine, il colore della pelle, il sesso, l’orientamento sessuale, l’appartenenza religiosa o le convinzioni personali. Internet, che permette di esprimersi pubblicamente senza svelare la propria identità, è un terreno particolarmente fertile per la diffusione di messaggi discriminatori e volti a istigare all’odio. In rete i freni inibitori sono più bassi che nella vita reale e si hanno meno remore a postare commenti d’odio o mettervi un «like». I bambini e i giovani devono imparare a riconoscere quando un comportamento diventa diffamatorio e discriminatorio e come bisogna reagire a insulti, ostilità, odio. I genitori possono aiutare i figli ad assumere una posizione chiara di fronte a questo fenomeno e a combattere attivamente le discriminazioni. CHE COS’è LA DISCRIMINAZIONE? Si parla di discriminazione quando singole persone o gruppi vengono penalizzati rispetto ad altri a causa di caratteristiche specifiche. UN ESEMPIO: IL RAZZISMO Il razzismo è un’ideologia che categorizza e gerarchizza gli esseri umani in base alla loro appartenenza etnica, nazionalità o religione. Le persone non sono considerate in quanto individui, ma come membri di gruppi pseudo-naturali con caratteristiche ritenute immutabili. Questo giudizio si basa non solo su caratteristiche esteriori, ma anche e soprattutto su aspetti relativi alla situazione socio-economica o al livello d’istruzione, che sono «spiegati» come biologicamente dati con l’appartenenza etnica, culturale o religiosa. Negli ultimi anni la Fondazione contro il razzismo e l’antisemitismo ha osservato un notevole aumento dell’odio su Internet. Alla base della dinamica dei discorsi d’odio, ci sarebbero i seguenti motivi: desiderio di appartenenza influenza, potere e controllo desiderio di capire il mondo (attraverso spiegazioni semplici) aumento dell’autostima fiducia / sfiducia Cosa possono fare i genitori? Affrontare il tema dei confini tra l’ammissibile e l’inammissibile Promuovere il coraggio civile Promuovere il confronto con stereotipi e pregiudizi Riconoscere i segnali e cercare aiuto I giovani che sentono di essere vittime di odio via Internet devono prendere consapevolezza dell’accaduto e rivolgersi ad un adulto di riferimento per affrontare la cosa.
Le origini del sorriso: una mini storia dell’umanità?

In un periodo così lungo di incertezze, sofferenze e autentiche tragedie, fa bene ricordare gli aspetti positivi connaturati alla nostra specie. Oggi parliamo di sorrisi e del potere che li rende muscolosissimi fattori di protezione per il nostro benessere psichico e per la nostra salute. Il sorriso è presente fin dagli ultimi stadi di sviluppo di un nascituro nel grembo materno, come evidente nelle immagini ottenute con tecnologia a ultrasuoni 3D in recenti ricerche. Sorridere è una delle facoltà di base, una predisposizione biologica dell’essere umano. I bambini iniziano molto presto a sorridere e sono i maggiori produttori di sorriso di tutte le età. Il sorriso è sia espressione di uno stato interno sia un formidabile acceleratore di relazione, ricco di significati e di conseguenze sociali. Secondo Paul Ekman, uno dei maggiori ricercatori al mondo per lo studio delle espressioni facciali, il sorriso è sempre un modo per esprimere gioia e soddisfazione, in tutte le culture e a tutte le latitudini; un segno universale interpretato ovunque in modo analogo, sia che si tratti di persone appartenenti a mondi sviluppati o di membri di tribù che vivono in ambienti primitivi e lontani da noi, con interazioni familiari e sociali molto diverse dalle nostre. Sorridere è contagioso, abbiamo tutti osservato che sollecita una risposta spontanea, e ha una funzione specifica importantissima nei confronti dell’ interlocutore: è largamente acquisito, in ottica evoluzionista, che i segnali sociali – come la “mostra silenziosa dei denti scoperti” – si siano sviluppati per consentire, a chi li invia, di manipolare il comportamento del destinatario. Ma andiamo un po’ più a fondo, perché i temi della paura, dell’aggressione, della difesa e della collaborazione sono centrali per ogni interpretazione delle vicende umane; dalle interazioni familiari a quelle sociali, dai temi di costruzione di civiltà a quelli di entrata in guerra; nonostante lo straordinario sviluppo di tecnologie e condizioni di vita, gli esseri umani, dal punto di vista psicologico e relazionale, sono ancora vicini ai loro antenati più lontani. Secondo un interessantissimo contributo di Michael S.A. Graziano, pubblicato quest’anno su Cambridge University Press online, il sorriso potrebbe essersi evoluto a partire da comportamenti difensivi. Graziano si chiede come mostrare i denti, che è una minaccia evidente, possa essersi evoluto in un segnale di non aggressività e ipotizza che la domanda sia sbagliata, perché esistono due modi di mostrare i denti: uno aggressivo e uno non aggressivo. Pensiamo a quando ci facciamo male e il dolore improvviso ci fa contrarre i muscoli del viso in una smorfia di sofferenza: in quel caso, socchiudiamo gli occhi e solleviamo il labbro superiore mostrando leggermente i denti. Per fare un altro esempio: se usciamo da una stanza buia all’aperto e ci troviamo in pieno sole, produrremo una reazione riflessiva chiudendo o socchiudendo gli occhi, le guance incurvate verso l’alto, con conseguente sollevamento del labbro superiore ed esposizione dei denti superiori. Questa esposizione non ha nulla a che fare con la minaccia. Secondo Graziano, l’espressione facciale di un sorriso forte e genuino assomiglia alle componenti difensive della reazione al sole improvviso qui descritta. Ora immaginiamo la scena: un incontro tra due scimmie che appartengono allo stesso gruppo sociale, che qui chiameremo Andy e Benny. Benny si fa molto vicino a Andy, lo minaccia apertamente e in questo modo innesca una reazione di difesa in Andy, che ha paura ed è meno propenso a lottare e più orientato a fuggire. Il comportamento difensivo di Andy svolge il ruolo di stimolo iniziale, da cui può evolvere un segnale sociale. Benny, l’aggressore, è sensibile a un utile segnale ambientale ( la reazione di Andy) e alle informazioni che ne può ottenere per decidere il proprio comportamento. Vedendo che Andy è in notevole stato di stress, potrebbe approfittarne per sferrare l’attacco. Ma in un gruppo sociale, quale quello degli umani o delle scimmie, la collaborazione è importante: se dovesse arrivare una tigre dai denti sciabolati, meglio essere in molti a combatterla che da soli. Quindi, la probabilità che Benny continui l’attacco è molto ridotta. Tutto questo ovviamente non avviene a livello cognitivo cosciente, Benny non pensa “mi conviene lasciar stare Andy per un interesse superiore”: è piuttosto la selezione naturale che ha modellato i sistemi neurali di Benny, in direzione di un’ottimizzazione di azioni e reazioni che consentano un risultato migliore per il gruppo e per la sua sopravvivenza. Continuiamo con il nostro ragionamento: Benny decide di ridurre o addirittura arrestare il suo comportamento di attacco ad Andy. In questo modo può risparmiare energia e rischi. Anche in questo caso, non c’è una valutazione e una decisione, in cui l’aggressore pensa “non ho bisogno di combattere questo debole”: si tratta di un comportamento riflesso, frutto del modellamento dei sistemi neurali di Benny; una conseguenza della selezione naturale, che opera nell’interesse di Benny, di Andy e di tutto il gruppo. Per riassumere: la vista di un’ampia reazione difensiva in Andy all’avvicinarsi di Benny, innesca automaticamente una riduzione palese dell’aggressività di Benny. Finora, non c’è alcun segnale sociale: c’è solo un segnale ambientale (la reazione allarmata di Andy) al quale Benny si è evoluto per rispondere. Ma l’evoluzione consente ad Andy di amplificare il proprio comportamento difensivo, di renderlo più evidente, più clamoroso, più esteso e prolungato, e di farlo anche non in presenza di un Benny che lo minaccia davvero. All’interno di un contesto sociale, il comportamento è come un bottone, che Andy può premere per causare un cambiamento nel suo ambiente per ottenere un vantaggio: la selezione naturale ha fornito ad Andy un meccanismo per generare vantaggi relazionali. Torniamo al sorriso. È un comportamento che sollecita una distensione preventiva: i destinatari (quando non siamo in ambienti francamente patologici) e i loro sistemi neurali lo interpretano immediatamente e con precisione: possiamo dire che Andy si è evoluto per distribuire ed esagerare uno stimolo (nel nostro caso, alzare il labbro superiore in una smorfia di reazione a un dolore o a una sorgente di luce troppo forte) che avrà un effetto su Benny. Andy può utilizzare, riprodurre e perfezionare
Le nostre Anime Pezzentelle

In questo articolo parleremo delle Anime Pezzentelle, culto particolare sviluppatosi a Napoli nel rione Sanità al cimitero delle Fontanelle e di come possiamo collegarle con la nostra metodologia di arteterapia Poliscreativa. “A morte ‘o ssajecher’è?…è una livella” così Totò ci presenta la morte.Totò visse alla Sanità, zona di Napoli sede del cimitero delle Fontanelle e delle Catacombe di San Gaudioso, ossari comuni da cui pare abbia preso ispirazione per scrivere la sua meravigliosa poesia. Dobbiamo ammettere che non sappiamo nulla della morte, Epicuro d’altronde diceva: “quando c’è non ci siamo noi”, ma di sicuro qualcosa possiamo dire sulle nostre anime pezzentelle, sulle nostre radici senza identità. “Pezzenti” dal latino petere: chiedere per ottenere, anime-ossa che sudano carità. Le Anime pezzentelle chiedono di essere “rinfrescate” perché piene di passioni umane. Refrisc ll’ anime d‘o Priatorio, è infatti la formula che ricorre nelle preghiere per alleviare le pene delle anime del Purgatorio. Sono anime agitate perché non hanno avuto degna sepoltura e “muoiono” dalla voglia di raccontare la propria storia. Sia ben chiaro non siamo in compagnia di paurosi zombie, come la tradizione cinematografica americana ci ha abituato, qui la morte è chiara, certa, ciò che resta vivo è il contatto, la carezza e la trattativa tra vita e morte: cure e ascolto in cambio di numeri del lotto e grazie. La preghiera e le storie che danno sollievo al morto così come al vivo, servono ad entrambi e tutto si svolge secondo un rituale di adozione. Se però la capuzzella scelta non soddisfa le richieste dell’adottante questa viene lasciata andare. Siamo quindi di fronte ad un metafisico contratto tra un vivo e un morto, dove il mondo dei vivi mantiene sempre il monopolio. Il sogno, luogo in cui l’anima pezzentella racconta la sua staria è da intendersi come atto d’amore e di contatto che accarezza e rende familiari quelle ossa che una volta adottate si trasformano da morti a propri antenati. Per il nostro modo di fare Arteterapia le anime pezzentelle sono importanti, nei nostri laboratori utilizziamo il corpo che intendiamo come consegna dei nostri antenati, un corpo che è collage dinamico dei ritmi di coloro che si sono presi cura di noi nelle prime fasi del nostro sviluppo. La traccia di quel movimento, di quel ritmo, perso nel tempo, è arrivata fino a noi e partecipa alla sinfonia di ciò che siamo. Sperimentiamo quindi quanto la memoria sia corpo e come in quest’ultimo ci sia traccia di quei ritmi antichi, ereditati attraverso un passaggio di testimone che continua da circa 250.000.000 di anni. Antenati senza nome, senza più identità, proprio come le anime pezzentelle e proprio come le nostri parti richiedenti cure.
Le maschere che mettiamo più o meno consapevolmente

Il mondo delle maschere appare a tutti noi così divertente e spensierato quando siamo piccoli. Ci riporta al Carnevale, al periodo in cui abbiamo la libertà di fare scherzi e fingere di essere qualcun altro. Con la crescita, però, il significato della maschera assume una valenza negativa. Essa diventa sinonimo di falsità, di simulazione e di ipocrisia. Spesso c’è la tendenza ad accusare gli altri di indossare delle maschere quando si rapportano con gli altri, attribuendo un comportamento poco sincero. C’è l’idea che la maschera, in realtà, trasformi le persone in qualcuno di negativo e pericoloso, in un individuo che possa, dunque, pugnalarci alle spalle. Per comprendere bene l’aspetto psicologico della maschera bisogna innanzitutto ricorrere alla sua originaria accezione. Le maschere, infatti, hanno origine nel teatro latino e greco, e venivano utilizzate per inquadrare dei ruoli da dover interpretare. Proprio sulla scia di questo significato, lo psicoanalista Jung, identificò nell’ archetipo della Persona, l’immagine che un individuo dà di se stesso nel mondo esterno. Noi ci confrontiamo continuamente con la realtà e con dei ruoli da vivere. Le maschere rappresentano proprio queste vesti che ci permettono di adeguarci all’ambiente che ci circonda. Le maschere sono, dunque, un aspetto importante della nostra quotidianità: tutti noi ne indossiamo e ne cambiamo continuamente una, a seconda del nostro interlocutore o dell’ambiente.L’aspetto pericoloso delle maschere consiste però in un’aderenza perfetta tra il ruolo interpretato e la nostra reale essenza. Nel momento in cui mettiamo da parte sempre noi stessi favorendo esclusivamente il ruolo della maschera, stiamo effettuando una forzatura del nostro Io. Costruiamo una immagine di noi stessi, attraverso il ruolo interpretato e non teniamo conto delle nostre esigenze e dei nostri desideri. La maschera ci serve come mediatore tra il mondo esterno e interno e non come strumento di compiacenza degli altri.
LE FUNZIONI ESECUTIVE

Definizione delle funzioni esecutive e perché é cosi importante conoscere cosa sono. Nel precedente articolo abbiamo parlato di adolescenti e procrastinazione. Spesso i bambini e gli adolescenti che presentano difficoltà nelle funzioni esecutive sono etichettati come pigri, distratti, incostanti. Ma è davvero cosi? Cosa sono le funzioni esecutive? Le funzioni esecutive sono tutte le abilità cognitive che servono ad adattare i propri pensieri, comportamenti ed emozioni per raggiungere un obiettivo. Sono dunque necessarie per tutti gli altri processi cognitivi, come la memoria, l’attenzione, le abilità motorie, la verbalizzazione, la visualizzazione e il completamento di attività di apprendimento. Servono anche a regolare le emozioni. Potremmo, in generale, parlare di alcune funzioni di base che sono: Avvio delle attività: interrompere ciò che si sta facendo per iniziare un’altra attività; Inibizione delle reazioni istintuali: non compiere azioni impulsive, in vista di un obiettivo; Concentrazione: mantenere l’attenzione mentre si svolge un’attività; Gestione del tempo: pianificare il proprio tempo ed evitare di procrastinare; Memoria di lavoro: trattenere in mente informazioni e poi utilizzarle; Flessibilità: modificare le proprie idee quando le condizioni lo richiedono; Autoregolazione: riflettere sulle proprie azioni e modificarle, se occorre; Autocontrollo emotivo: evitare di abbandonarsi a comportamenti impulsivi, in preda a determinate emozioni; Completamento delle attività: mantenere livelli di attenzione ed energia fino al completamento di un compito; Organizzazione: mantenere in ordine il proprio spazio e aver cura delle proprie cose. La regione del cervello associata alle funzioni esecutive è la corteccia prefrontale o il lobo frontale. E’ importante sottolineare che la corteccia prefrontale continua a svilupparsi fino ai primi anni dell’età adulta. Per questo motivo, non bisogna aspettarsi dai propri figli adolescenti che siano già in grado di mettere in atto tutte le capacità appena menzionate. Il supporto dell’adulto, del genitore o di qualsiasi caregiver è comunque imprescindibile, anche perchè tutti i bambini crescono con ritmi diversi. Quando tuttavia alcune difficoltà si manifestano in più contesti e hanno ripercussioni anche sociali, potrebbe essere utile effettuare una valutazione psicologica per poter essere sicuri di rispondere interamente alle esigenze del bambino.
LE FORME DI LINGUAGGIO NELLA RELAZIONE INTERPERSONALE. L’INCOMPRESIONE NELLA COMUNICAZIONE

di Alberta Casella da Psicologinews Scientific In questo articolo è mia intenzione collaborare per la soluzione del mistero della comunicazione umana: perché talvolta abbiamo l’impressione che l’altro non ci capisca, o non ci ascolti, perché anche se ci impegniamo a spiegare le nostre ragioni non riusciamo a trovare un accordo con il nostro interlocutore. La linguistica e la psicologia possono aiutarsi ed aiutarci, rendendosi complementari, trovando reciproco appoggio ed analizzando le stesse questioni da punti di vista differenti, attuando, quindi, un confronto ed un’integrazione tra gli studi effettuati. Lo studio della lingua risulta essere, infat t i , premessa necessar ia per impostare un’analisi del rapporto tra le persone poiché questo è, soprattutto, fondato sull’uso del linguaggio come primo strumento comunicativo. Analizzare lo scambio di parole tra i due soggetti, capire in che modo esso si formi, cosa intende e sottintende, come e quanto l’ambiente possa influenzarlo può essere, quindi, un’area d’incontro fertile e produttiva. Nella relazione, decisivo è il tipo di comunicazione che si utilizza: le dichiarazioni verbali possono fornire notizie ed indizi, la comunicazione non verbale arriva a complicare o chiarire il messaggio. Spesso può accade che nella relazione comunicativa tra persone i registri di comunicazione risultano diversi e sfasati e ciò rende lo scambio non fluido, il messaggio non chiaro. È importante il fluire della parola per comprendere a fondo il filo del discorso; l e parole, r icreando atmosfere, illustrando situazioni, suggerendo sentimenti ed emozioni, saranno la chiave per chiarire anche i movimenti del non verbale. Un atteggiamento propositivo che inviti l’altro ad esprimere liberamente il suo pensiero risulta fondamentale perché apre la strada ad un rapporto di fiducia per poter arrivare, poi, a conversare su temi sempre più significativi. Uno dei problemi fondamentali dell’analisi del linguaggio verbale è che esso non ha sempre un significato chiaramente condiviso da entrambi gli interlocutori: le parole, le espressioni usate dal soggetto sono plasmate dal contesto culturale nel quale egli le ha apprese e possono assumere, quindi, diversi significati a seconda del senso che si attribuisce loro. Può accadere che si fraintendano le parole dell’altro, dando ad esse diverso significato, alterando la comprensione dei fatti. Inoltre, l’ambiente e le circostanze influenzano sempre il comportamento e le comunicazioni e questo può ulteriormente modificare il messaggio e la sua ricezione. Numerosi sono gli studi che confermano l’importanza del contesto nel plasmare atteggiamenti ed opinioni: tra gli studi più affascinanti troviamo gli esperimenti di Cook che analizzò le valutazioni di studenti su un discorso condotto in classe con sottofondi musicali diversi: a seconda del contesto piacevole o sgradevole in cui esso era condotto, i ragazzi ne davano una valutazione positiva e soddisfacente o, al contrario, ne ricevevano un’impressione di negatività e malcontento, nonostante che le parole del discorso rimanessero invariate durante entrambe le situazioni sperimentali. Altrettanto interessanti sono le ricerche che correlano gli stati emozionali con aspetti della conduzione del discorso: si è notata, ad esempio, una correlazione tra situazioni di stress o ansia e variazione di alcuni aspetti specifici dell’eloquio come un cambiamento nel tono della voce o fenomeni di esitazione. Inoltre, tramite esperimenti che deliberatamente ponevano il soggetto in situazioni ansiogene, si è notato che questi comportamenti hanno un’elevata frequenza: ciò sembra confermare l’ipotesi che essi siano involontari e non controllabili da parte del soggetto. Quest’esempio di variazioni del linguaggio, dette aspetti para-linguistici dell’eloquio, c’introduce facilmente nell’esplorazione e spiegazione dell’altra faccia della interazione umana: la “comunicazione non-verbale” di cui questi fenomeni, comprendenti la voce e l e v o c a l i z z a z i o n i , i l t o n o , l e c a r a t t e r i s t i c h e t e m p o r a l i n e l l a successione delle parole, ne sono un aspetto. Il linguaggio verbale, infatti, è peculiare della comunicazione umana ma, negli scambi quotidiani, la comunicazione “non-verbale” o gestuale è altrettanto importante. Spesso non occorre sentire le parole per comprendere ciò che ciascuno custodisce dentro di sé, perché i segni esteriori degli atteggiamenti rivelano più di quanto si potrebbe esprimere. La comunicazione non-verbale accompagna e rafforza l’esposizione verbale; a volte, addirittura, la sostituisce riuscendo altrettanto comprensibile ed efficace. Gli atteggiamenti del viso e del corpo, gli sguardi, un suono ci trasmettono messaggi al pari delle parole, spesso al di là delle parole, con un effetto rapido ed immediato. Una stretta di mano, infatti, od uno sbadiglio, un cenno di assenso o di disappunto esprimono compiutamente i sentimenti, i pensieri, gli stati d’animo che si vogliono comunicare. Lo studio delle interazioni non-verbali può avere i l duplice aspetto di approfondire la comprensione del singolo individuo e di ricercare spiegazioni per l’analisi dell’interazione sociale, dello stile e delle abilità dei singoli che si manifestano al suo interno. Canestrari fornisce un elenco dettagliato di ciò che considera fondamentale e necessario al fine di essere in grado di capire ed interpretare correttamente i messaggi impliciti del comportamento del nostro interlocutore. I diversi segnali considerano ambiti molto disparati: il “comportamento spaziale”, ovvero il modo con cui gli individui si dispongono tra loro; molto approfondito è, in questo caso, lo studio della vicinanza fisica tra persone, che sembra sottostare a regole implicite e fisse che giocano sulla relazione d’intimità e di dominanza tra i soggetti; l’ “orientazione”, ovvero il modo con cui le persone si situano nello spazio, che può esprimere rapporti di gerarchia, sottomissione, amicizia, intimità; la “postura”, che attesta relazioni di ruolo, atteggiamenti interpersonali e cultura di provenienza, status sociale, stati emotivi particolarmente riferiti alla dimensione tensione-rilassamento. Infine, un’intera area delle comunicazioni non-verbali si situa nello studio di movimenti particolarmente espressivi quali i gesti delle mani ed i movimenti del capo. Ekman e Fiesen considerano questi due elementi come emblematici della comunicazione umana, illustrando come essi siano fondamentali per lo scambio di qualsiasi informazione: essi possono essere, infatti, utilizzati per sottolineare determinate frasi, possono essere emessi intenzionalmente per sostituire parole sottintese, possono indicare stati affettivi, possono, infine,