L’inconscio oggetto della psicoanalisi

Paolo Cotrufo spiega molto sinteticamente l’inconscio. L’inconscio è l’oggetto della psicoanalisi ed erroneamente molti pensano che l’inconscio sia stato scoperto da Freud, ma in realtà non è andata così, il concetto di inconscio era già presente nella cultura mitteleuropea del fine dell’Ottocento, nella filosofia e nella letteratura, ciò che invece dobbiamo a Freud è la scoperta di alcuni meccanismi del funzionamento dell’inconscio.  Letteralmente l’inconscio ovviamente è ciò che non è cosciente, e ciò che non è cosciente per uno psicoanalista è ciò che in qualche modo non può essere cosciente, ciò che può essere cosciente ma che non è presente alla coscienza nella psicoanalisi è definito come un pensiero preconscio cioè qualcosa che può avere accesso alla coscienza ma che in questo momento non è presente nella coscienza. L’inconscio nella teoria freudiana è concepito sostanzialmente in due modi diversi perché inconscio designa innanzitutto potremmo dire un sostantivo e qui ci riferiamo alla concezione pretopica in cui l’inconscio è appunto un topos ovvero un luogo all’interno del quale sono contenuti tutti quei pensieri quelle rappresentazioni rimosse dalla coscienza. Inconscio però è anche un aggettivo ed è questa l’introduzione freudiana della seconda topica, cioè quando Freud introduce la seconda topica abbandonando appunto la prima di inconscio, preconscio e coscienza, introducendo invece una topica in cui sono presenti delle istanze l’io, l’es e il super-io Rispetto al funzionamento dell’inconscio Freud ha individuato molti meccanismi molte dinamiche che sono tipiche dell’inconscio, tra questi tutti i processi del pensiero primario, quindi in particolare, la condensazione dei meccanismi di funzionamento dell’inconscio, come lo spostamento, o alcuni principi come il principio di non contraddizione, cioè alcuni dei principi che sono quelli che regolano i processi di pensiero cosciente non sono invece presenti nei processi di pensiero inconscio. Ciò che è anche importante sapere, è che ciò che è stato rimosso, ciò che è assente quindi dalla possibilità di divenire cosciente, preme per divenire cosciente e utilizza anche qui dei meccanismi per poter presentarsi, questi meccanismi hanno sia la forma del compromesso, pensiamo per esempio la formazione dei sintomi, e pensiamo ad esempio a tutti quei materiali che abitualmente ci offre un paziente in analisi Un sogno che racconta un paziente in una situazione analitica non è ovviamente inconscio, ma cosciente, altrimenti il paziente non potrebbe raccontarlo. Ciò che è cosciente del sogno è appunto una forma di compromesso che grazie al lavoro onirico funziona nella deformazione di un contenuto inconscio fino a poterlo rappresentare sulla scena onirica attraverso un pensiero cosciente.  L’obiettivo stesso della psicoanalisi è quello di poter togliere, le terapie mediche e psichiatriche intervengono per via del porre cioè introducono all’interno del paziente alcuni pensieri e danno alcune indicazioni affinché quella persona possa beneficiarne nella propria vita quotidiana. Lo psicoanalista non fa questo, non dà consigli, non da opinioni, assolutamente ha un atteggiamento non giudicante quindi non giudica, ma prova ad eliminare tutto ciò che di eccessivo e presente affinché il paziente possa entrare in contatto con alcuni degli aspetti più profondi di sé che non hanno potuto esprimersi per via del fatto che confliggevano con la coscienza.

L’Importanza Della Noia Nel Bambino

di Annaviola Caiaffa “La capacità di annoiarsi permette al bambino di crescere” scriveva lo psicoanalista Adam Phillips nel suo libro ‘Sul bacio, il solletico, la noia’. Spesso diciamo che i bambini oggi sono troppo viziati, sin dalla loro nascita hanno a disposizione centinaia di giochi, peluche, supporti digitali. Eppure ciò che manca loro è una cosa essenziale e intangibile: la noia. Può sembrare una contraddizione ma non lo è. Ai bambini dovrebbe essere insegnato il valore del tempo passato ad annoiarsi. Mi spiego meglio. Se aveste a disposizione un bel piatto di spaghetti fumante da un lato e dall’altro tutti gli ingredienti per poterlo preparare, cosa scegliereste? Probabilmente la prima, perché avreste già quello che desiderate ma non sfruttereste le vostre capacità, non scoprireste, ad esempio, che potreste diventare uno chef, non cambiereste le ricette, non scoprireste qualcosa di nuovo, non sperimentereste. Anche nel gioco con i bambini succede questo. Bisogna dar loro la materia grezza e degli strumenti semplici affinché possano creare con le loro mani, affinché possano stupirsi di ciò che possono fare da soli. I bambini hanno bisogno di annoiarsi perché grazie alla noia si può sviluppare la creatività. La creatività non è altro che la capacità cognitiva di trovare soluzioni nuove e originali. Guilford ci spiega proprio la distinzione tra pensiero convergente (logoco-matematico, tipico dei problemi che hanno un’unica soluzione) e pensiero divergente (pensiero creativo, originale, aperto a più soluzioni). Vien da sé, quindi, l’importanza di stimolare nel bambino la ricerca di soluzione nuove che gli permettano di avere una visione a tutto tondo. Cosa possiamo fare nel concreto per stimolare la creatività nei bambini? Lasciamo loro il tempo per annoiarsi! La noia non deve essere vista con una connotazione negativa, è il giusto tempo per riprendere le energie e per sperimentare. Per i Romani l’otium era imprescindibile, essendo il tempo dedicato alla cura di se stessi sottoforma di contemplazione spirituale e di studio. Facciamo scegliere loro le attività! Leggere, disegnare, costruire oggetti con materiali da riciclo, fare una passeggiata o semplicemente passare del tempo a guardare fuori dalla finestra. I bambini avranno la possibilità di pensare, di immaginare le forme delle nuvole, di inventare storie. Quando ce lo chiedono giochiamo con loro! Per Winnicott il gioco non ha età, l’adulto e il bambino che giocano insieme sfruttano la creatività, riempiendo lo spazio e il tempo non con oggetti ma con la loro immaginazione.

L’IMPORTANZA DELLA COMUNICAZIONE

di Valentina Valenzano La parola Comunicazione deriva dal latino communico = mettere in comune ed indica quel processo responsabile dello scambio di informazioni, di trasmissione di un messaggio o l’espressione delle proprie emozioni e stati d’animo tra due o più interlocutori. L’essere umano utilizza la comunicazione quasi inconsapevolmente: ricorriamo ad essa, ad esempio, per esprimere qualcosa di noi stessi, per acquisire informazioni sull’ambiente che ci circonda e sulle altre persone, per instaurare relazioni interpersonali di ogni genere. La comunicazione, dunque, è un processo basilare nella vita di una persona, eppure, se ci fermiamo per un attimo a riflettere, molti sono i fattori che possono ostacolare la buona comunicazione. Non è sempre facile comunicare a qualcuno i propri sentimenti, le proprie opinioni, soprattutto se controverse, avanzare delle richieste o dire un semplice “No”. Ma perché? Prendiamo, ad esempio, il caso in cui non siamo d’accordo con un’idea espressa dal nostro capo, al pensiero di esprimere il nostro disaccordo e di proporre un’alternativa, potrebbero subentrare sentimenti di ansia e diversi dubbi che improvvisamente mettono in discussione la validità della nostra alternativa. Oppure può capitare di non riuscire a dire ad un/a nostro/a amico/a di essere stati infastiditi da un suo comportamento o da un’affermazione perché non vogliamo ferire i suoi sentimenti, discutere, o nel peggiore dei casi, interrompere il rapporto. E allora, quando una comunicazione può definirsi efficace? Per rispondere alla domanda è necessario specificare l’esistenza di tre stili di comunicazione: Stile passivo: la persona che si esprime in modo passivo tende a non esprimere pensieri e bisogni perché li reputa inferiori rispetto a quelli degli altri. Subisce senza far valere le proprie opinioni. Non prende posizione; Stile aggressivo: la persone che si esprime in modo aggressivo ha la percezione di essere migliore degli altri. Non lascia spazio di espressione, vi è un’imposizione del proprio pensiero e manca della capacità di ascoltare; Stile assertivo: esattamente nel mezzo tra i due precedenti stili, rappresenta la comunicazione efficace. La persona assertiva è in grado di esprimere propri pensieri e bisogni, di farsi ascoltare, ma anche di lasciare spazio all’interlocutore. Riesci ad esprimere pareri contrari e a dire di no senza ferire o sentirsi in colpa. Quindi, in conclusione, una comunicazione efficace necessità di elementi come assertività, rispetto, reciprocità, sincerità e ascolto attivo.

L’importanza dell’autocura per il benessere psicologico: come prendersi cura di sé in modo efficace

Viviamo in una società che spesso celebra l’attività frenetica e la produttività senza sosta. Ci viene insegnato a non fermarci mai, a raggiungere sempre nuovi obiettivi, e ad essere costantemente impegnati. Ma c’è un aspetto che, se trascurato, può influire negativamente sul nostro benessere: l’autocura. Il concetto di “prendersi cura di sé” è essenziale non solo per la salute fisica, ma anche per quella psicologica. In questo articolo, esploreremo l’importanza dell’autocura, perché è fondamentale per il nostro equilibrio emotivo e mentale, e come possiamo praticarla in modo efficace nella nostra vita quotidiana. Cos’è l’autocura? L’autocura è un insieme di azioni e comportamenti che mettiamo in atto per prenderci cura di noi stessi, del nostro corpo, della nostra mente e delle nostre emozioni. Si tratta di uno strumento che ci permette di mantenere l’equilibrio interiore, ridurre lo stress, prevenire il burnout e promuovere la nostra salute mentale e fisica. L’autocura può assumere diverse forme, da un semplice momento di relax a pratiche più strutturate come la meditazione, l’esercizio fisico o il counseling psicologico. Perché l’autocura è fondamentale per il benessere psicologico?1. Previene il burnout e lo stress cronicoVivere in un mondo sempre connesso e pieno di stimoli può facilmente portarci a sentirci sopraffatti. L’autocura è fondamentale per prevenire il burnout, una condizione che può manifestarsi quando siamo costantemente sotto pressione senza dare il giusto spazio al riposo. Fare pause, dormire a sufficienza e dedicare tempo a se stessi sono pratiche che possono aiutarci a mantenere livelli di stress sotto controllo e a recuperare energia.2. Migliora l’autostima e la resilienzaPrendersi cura di sé aiuta a coltivare un rapporto positivo con noi stessi. Quando investiamo tempo e energie nel nostro benessere, miglioriamo la nostra autostima e la nostra percezione di valore. Questo, a sua volta, ci rende più resilienti di fronte alle difficoltà della vita, poiché sviluppiamo la capacità di affrontare le sfide con maggiore serenità e fiducia in noi stessi.3. Promuove la consapevolezza emotivaL’autocura non riguarda solo il corpo, ma anche la mente. Pratiche come la meditazione, il journaling o semplicemente riflettere su come ci sentiamo, ci aiutano a diventare più consapevoli delle nostre emozioni. Essere in grado di riconoscere e comprendere le proprie emozioni è essenziale per gestirle in modo sano, evitando che ci sopraffacciano o influenzino negativamente il nostro comportamento.4. Favorisce relazioni più saneQuando siamo in equilibrio con noi stessi, siamo anche in grado di costruire relazioni più sane e autentiche con gli altri. Prendersi cura di sé non significa solo fare cose da soli, ma anche imparare a riconoscere quando abbiamo bisogno di chiedere aiuto e di stabilire confini sani con gli altri. Le relazioni che non sono equilibrate possono diventare fonte di stress e frustrazione, ma con l’autocura impariamo a riconoscere i nostri bisogni e a rispettarli. Come praticare l’autocura in modo efficace?1. Stabilisci routine di riposo e sonno regolareLa qualità del sonno influisce enormemente sulla salute mentale. Dormire a sufficienza è fondamentale per permettere al corpo e alla mente di rigenerarsi. Creare una routine del sonno che favorisca il rilassamento (come spegnere i dispositivi elettronici prima di dormire o fare un bagno caldo) può fare una grande differenza.2. Dedica tempo a te stessoUn aspetto chiave dell’autocura è creare spazio per te stesso, lontano dalle responsabilità quotidiane. Che si tratti di leggere un libro, fare una passeggiata all’aria aperta o semplicemente rilassarsi senza alcuna pressione, queste attività ti aiuteranno a ricaricarti e a mantenere la tua energia emotiva.3. Fai esercizio fisicoL’attività fisica non è solo benefica per il corpo, ma ha anche effetti positivi sulla salute mentale. L’esercizio aumenta i livelli di endorfine, i neurotrasmettitori che favoriscono il buonumore e riducono lo stress. Non è necessario fare allenamenti intensi; anche una camminata quotidiana o un po’ di yoga possono fare miracoli.4. Pratica la meditazione o la mindfulnessLa meditazione e la mindfulness sono pratiche che ci aiutano a focalizzarci sul momento presente e a ridurre i pensieri negativi. Anche pochi minuti al giorno possono fare una grande differenza, migliorando il nostro benessere psicologico e riducendo l’ansia.5. Fai attività che ti piaccionoDedicare del tempo a hobby e attività che ti piacciono è essenziale per il benessere psicologico. Che si tratti di dipingere, cucinare, ballare o ascoltare musica, fare qualcosa che ci dà piacere ci permette di sentirci soddisfatti e appagati.6. Riflettere sulle proprie emozioniTenere un diario o semplicemente riflettere sulle proprie emozioni è un’altra forma importante di autocura. Scrivere ciò che si prova permette di esternare i propri sentimenti e di elaborare meglio le esperienze vissute, riducendo lo stress e favorendo la consapevolezza. L’autocura non è egoismo Molte persone, specialmente quelle che sono inclini a prendersi cura degli altri, potrebbero sentirsi in colpa nel dedicare tempo a se stesse. Tuttavia, è fondamentale comprendere che l’autocura non è un atto egoista, ma un atto di responsabilità verso se stessi. Solo quando ci prendiamo cura di noi possiamo essere veramente in grado di dare il nostro meglio agli altri, sia che si tratti della famiglia, degli amici o del lavoro. L’autocura non è un lusso, ma una necessità. Prendersi del tempo per sé non è solo utile, ma essenziale per mantenere un buon equilibrio psicologico e prevenire il burnout. Sfruttare le piccole abitudini quotidiane per migliorare la nostra salute mentale può fare una grande differenza nel nostro benessere complessivo. Ricorda, non c’è nulla di sbagliato nell’investire su di te; anzi, è il primo passo per vivere una vita sana e soddisfacente.

L’importanza dell’auto-compassione per il benessere psicologico

Nel mondo odierno, caratterizzato da pressioni sociali, aspettative e obiettivi sempre più alti, molte persone tendono a essere eccessivamente critiche con se stesse. Ciò può portare a una serie di problemi psicologici, tra cui ansia, depressione e una bassa autostima. Una risorsa potente, però, esiste per contrastare questo tipo di sofferenza emotiva: l’auto-compassione. Che cos’è l’auto-compassione? L’auto-compassione è un concetto che ha guadagnato attenzione negli ultimi anni grazie agli studi della psicologa Kristin Neff, che la definisce come la capacità di essere gentili con se stessi di fronte alle difficoltà, trattarsi con la stessa comprensione e cura che riserveremmo a un amico in difficoltà. Si tratta di riconoscere le proprie imperfezioni e fragilità senza giudicarsi, ma piuttosto accogliendo la propria esperienza umana con accettazione. In un mondo che spesso celebra il perfezionismo e la competitività, l’auto-compassione offre un’alternativa salutare che permette di navigare le sfide della vita con maggiore serenità e autostima. Ma come si sviluppa e quali benefici porta? I benefici dell’auto-compassione1. Riduzione dello stress e dell’ansiaQuando ci confrontiamo con i nostri errori o fallimenti, è facile cadere nella trappola dell’autocritica e dell’autogiudizio, alimentando ansia e stress. L’auto-compassione, al contrario, aiuta a interrompere questo circolo vizioso. Anziché concentrarsi sulla colpa o sul rimorso, ci incoraggia a vedere l’esperienza con un occhio più gentile e accogliente, riducendo la tensione mentale.2. Miglioramento dell’autostimaContrariamente a quanto si possa pensare, l’auto-compassione non porta a una visione distorta o a un abbassamento degli standard di sé. Al contrario, favorisce un’autostima sana perché incoraggia una valutazione realistica e accettante di sé stessi. Accettare la propria vulnerabilità senza vergogna è un atto di grande forza che permette di crescere, imparare dai propri errori e sentirsi più equilibrati emotivamente.3. Resilienza e capacità di affrontare le difficoltàChi pratica l’auto-compassione tende a rispondere meglio alle sfide della vita. Invece di abbattersi di fronte agli ostacoli, una persona auto-compassionevole è più in grado di risollevarsi e imparare dalle difficoltà. Si riconosce che il dolore fa parte della vita, ma che non è una condanna, bensì un’opportunità per crescere.4. Relazioni più sane e empaticheL’auto-compassione non solo aiuta a migliorare il rapporto con se stessi, ma anche con gli altri. Quando una persona è in grado di accogliere le proprie difficoltà, diventa più empatica e comprensiva verso le difficoltà degli altri. La gentilezza verso sé stessi si riflette spesso in una maggiore capacità di essere gentili e di supportare gli altri. Come coltivare l’auto-compassione1. Praticare la gentilezza verso se stessiOgni volta che commettiamo un errore, invece di criticare noi stessi, possiamo cercare di essere gentili. Questo può significare trattarsi come tratteremmo un buon amico che sta attraversando un momento difficile.2. Riconoscere la comune umanitàTutti commettono errori e affrontano difficoltà nella vita. Non siamo soli nelle nostre esperienze. Riconoscere che la sofferenza è una parte inevitabile dell’esistenza umana aiuta a ridurre il senso di isolamento che spesso accompagna il dolore.3. Meditazione e mindfulnessLa pratica della meditazione mindfulness è uno degli strumenti più potenti per coltivare l’auto-compassione. Aiuta a prendere coscienza dei propri pensieri e sentimenti senza giudicarli, permettendo di accettarli con serenità.4. Riformulare il dialogo interioreSpesso, il nostro dialogo interiore è ricco di critiche e giudizi severi. Esercitarsi nel sostituire pensieri auto-critici con pensieri più gentili e incoraggianti può fare una grande differenza nel modo in cui ci relazioniamo con noi stessi. In sintesi, l’auto-compassione è un aspetto fondamentale per il benessere psicologico, poiché aiuta a superare le difficoltà della vita con maggiore serenità e a sviluppare una visione più equilibrata di sé. Imparare ad essere più gentili con noi stessi non significa arrendersi o essere meno motivati, ma piuttosto riconoscere la nostra umanità e la nostra vulnerabilità come punti di forza, non di debolezza. Coltivare l’auto-compassione è un passo importante verso una vita più soddisfacente e una maggiore resilienza emotiva.

L’importanza del percorso Pre-Adottivo

Tutte le coppie che decidono di intraprendere il meraviglioso viaggio dell’adozione, secondo la normativa Italiana, devono partecipare ad un percorso di sostegno e formazione che permette loro di avere tutte le informazioni adeguate per poter diventare genitori adottivi. Durante questo percorso oltre ad avere nuove nozioni in merito l’adozione, saranno anche valutate le coppie, al fine di stilare delle relazioni che verrano poi valutate dal Tribunale per i Minori, per poi quindi rilasciare o meno l’idoneità per poter adottare. Uno dei punti che viene maggiormente sottolineato è il concetto stesso che si ha dell’adozione. Infatti l’adozione va intesa non come il diritto di una coppia di genitori ad avere un figlio, ma ciò che viene riconosciuto è il diritto di un bambino ad avere una famiglia. Tutto quindi il procedimento adottivo tiene conto e salvaguarda il benessere del minore, informando le coppie dei vari tipi di adozioni a cui possono accedere. Durante questo percorso le coppie vengono poste difronte alla loro ferita, ovvero l’elaborazione del lutto di un bambino biologico mai nato, al fine quindi di far comprendere loro che la richiesta adottiva non è una cura dal dolore e quindi non riempie i buchi. L’adozione nasce quindi da un dolore che deve essere elaborato per dare spazio ad una nuova fase di vita, il bambino ideale deve lasciare spazio  all’incontro con il bambino reale, e nessuno più di un bambino adottato necessita di essere accolto e accettato.  Alla base quindi dell’adozione, c’è quindi il Patto adottivo, ovvero una doppia mancanza, la mancanza da parte della coppia della realizzazione del bisogno di maternità – paternità, e la mancanza da parte del bambino di una famiglia. L’adozione ha successo quando entrambe le mancanze sono stata elaborate ed incanalate da un comune impegno a generare legami. Il patto adottivo è il progetto e l’impegno che nasce dall’incastro dei bisogni di due generazioni: dal riconoscimento della differenza genetica si costruisce una comune appartenenza familiare. Questi sono solo alcuni dei punti che vengono affrontati durante il percorso pre-adottivo, ma si evince la grande importanza di tali tematiche al fine di poter evitare i tanti fallimenti adottivi in cui i minori vengono allontanati ancora una volta da famiglie che avrebbero dovuto proteggerli.

L’impatto psicologico della Procreazione Medicalmente Assistita

di Cinzia Iole Gemma Per affrontare la tematica della procreazione medicalmente assistita è necessario anzitutto definire cosa s’intende per fertilità e sterilità. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) una coppia è da considerare infertile quando non è in grado di concepire o di avere un bambino dopo un anno o più di rapporti non protetti, viceversa è da considerare sterile una coppia nella quale uno o entrambi i coniugi sono affetti da una condizione fisica permanente che non renda possibile avere dei bambini. Secondo l’OMS l’infertilità rappresenta un problema che colpisce il 10%-15% degli individui in età fertile, perciò su scala mondiale si stima l’infertilità di 50-80 milioni di soggetti, in particolari nei paesi industrializzati. Questo quadro secondo quanto riportato, può aumentare nel prossimo futuro, anche a causa di un numero crescente di donne che decidono di ritardare la possibilità di avere dei bambini. Per milioni di coppie nel mondo, l’impossibilità biologica di avere dei bambini è considerata come un dramma ed è descritta come un’esperienza che induce stress sia all’interno della coppia sia individualmente (Andreotti et al. 2000). La riproduzione o procreazione medicalmente assistita (PMA) si riferisce all’insieme di metodiche e trattamenti che aiutano il processo riproduttivo, siano esse chirurgiche, farmacologiche, ormonali o di altro tipo. La scelta di intraprendere un percorso di riproduzione assistita viene vissuta dalla coppia come l’ultima possibilità per poter coronare il proprio sogno. Ed è proprio in nome di tale desiderio che viene intrapreso questo percorso impegnativo, fatto di esami diagnostici, terapie e procedure più o meno invasive sul proprio corpo (Righetti et al. 2001). La PMA si pone come una pratica emotivamente costosa che investe gravosamente chi la affronta, ponendolo in una condizione di disagio emotivo. Scoprire e avere la consapevolezza di non essere abili al concepimento diventa fonte di alterazione della vita di coppia che coinvolge l’individuo con notevoli ripercussioni sociali e sofferenza personale che con il tempo non fanno altro che acuirsi diventando incontenibili andando a inficiare il benessere e l’equilibrio mentale (Conversano et al. 2007) L’infertilità è concettualizzata come una grave crisi nella vita. Una crisi che evoca reazioni emotive che è possibile classificare in quattro fasi principali: La fase iniziale (shock, sorpresa, negazione); la fase reattiva (frustrazione, rabbia, ansia, senso di colpa, dolore, depressione, isolamento); la fase di adattamento (accettazione) e una fase di risoluzione (pianificazione per soluzioni future). Le reazioni nel corso di una crisi sono determinati da fattori quali le influenze della manifestazione in sé, personalità preesistente, fattori culturali e il sostegno della famiglia e amici (Conversano et al. 2007). Gli effetti della diagnosi di sterilità hanno ripercussioni: · Sull’identità personale: conseguente perdita dell’autostima e dubbi rispetto alla propria identità e quella di coppia. · Rispetto alla relazione con il proprio partner: paura di essere abbandonati associata a un sentimento ambivalente che vede da una parte la chiusura nei confronti dell’altro e dall’altra ricerca di supporto e di avvicinamento. • Sulla vita sociale: isolamento e vergogna per la propria condizione. In questo contesto assume particolare importanza la reazione della coppia a tale diagnosi.  Le persone che affrontano tale realtà, infatti, si percepiscono come corpi malati che non sono in grado di procreare e quindi sottratti della possibilità di perpetuare sé stessi attraverso un’altra vita. La coppia va incontro a un vero e proprio trauma, con la presenza di sentimenti ambivalenti di vergogna e di invidia verso chi ha la possibilità di procreare. Successivamente si sviluppa un sentimento di perdita, del tutto analogo a quello provato durante un lutto vero e proprio. Le cognizioni di pretrattamento di impotenza e di accettazione rispetto alla possibile mancanza di figli sono i fattori che giocano un ruolo fondamentale nel determinare la risposta emotiva al fallimento del trattamento. Risulta quindi importante, fin dall’inizio, attivare un‘assistenza psicosociale dedicata a cambiare il significato della sterilità. Di conseguenza, il sostegno psicologico dovrebbe essere non solo specificamente mirato ad aiutare la donna a regolare la propria accettazione emotiva di un possibile fallimento del trattamento e dell’eventuale sterilità, ma anche offrire un’opportunità per discutere le reali possibilità di gravidanza e l’opportunità di continuare o meno il trattamento, compresi gli aspetti emotivi a lungo termine coinvolti nella decisione. I professionisti che si occupano della fertilità possono promuovere il processo di accettazione, discutendo i problemi d’infertilità con le coppie e migliorando la loro comunicazione sulla questione, cercando di pianificare con la coppia i trattamenti in caso di insuccesso e misurare eventuali differenze di motivazione per il trattamento tra i coniugi (Boivin et al. 2001; Kentenich et al. 2002). I professionisti dovrebbero anche preparare i loro pazienti alle possibili reazioni emotive che un trattamento senza successo può scatenare. Infatti, Hammarberg et al. (2008) sottolineano come sia necessario per la coppia informarsi sugli aspetti emotivi dei loro problemi di fertilità. Tale educazione psicosociale, ad esempio,si propone dispiegare in anticipo alla coppia che una maggiore sofferenza è una reazione naturale al trattamento senza successo e ciò potrebbe migliorare il loro controllo sulla risposta emotiva al fallimento del trattamento. Nella maggior parte dei casi, la conoscenza riassicurerà la coppia che ciò che sta sperimentando è parte di una reazione normale e non un’indicazione di regolazione disfunzionale. Bibliografia Andreotti S, Bucci AR, Marozza MI (1999). Gravidanza Fivet: rappresentazioni materne e aspetti psicologici. Psichiatria e Psicoterapia Analitica 18, 34-42. Ardenti R (1999). Il supporto psicologico durante l’iter della PMA. Bambini e genitori speciali? Dal bambino desiderato al bambino reale. Atti di Convegno Internazionale. Reggio Emilia 30-31 ottobre 1998 Roma: Percorsi editoriali. Boivin J, Griffiths E, Venetis CA (2011). Emotional distress in infertile women and failure of assisted reproductive technologies: meta-analysis of prospective psychosocial studies. British Medical Journal 223-342. Cecotti M (2004). Procreazione medicalmente assistita. Roma: Armando editore. Cipolletta S, Faccio E (2013). Time experience during the assisted reproductive journey: A phenomenological analysis of Italian couples’ narratives. Journal of Reproductive and Infant Psychology, 31(3), 285-298 Conversano G, Valentino V, Lensi E, Cela V, Artini PG, Genazzani AR (2007). Dalla diagnosi di sterilità/infertilità ai protocolli di procreazione assistita: vissuti psicologici delle coppie sterili. Giornale Italiano di

L’impatto psicologico della guerra sui bambini

L’esposizione al conflitto, in maniera diretta o mediante canali di comunicazione , può generare traumi o problemi di vario tipo nei bambini. Vediamo come prevenire qualche effetto psicologico secondario.  L’impatto psicologico della guerra è particolarmente evidente su soggetti altamente vulnerabili e immaturi come i bambini.Gli eventi altamente stressanti correlati al fenomeno della guerra, che possono coinvolgere direttamente un bambino o un giovane, sono: esposizione diretta a minacce per la sopravvivenza sua e di altri; esportazione in un altro paese; maltrattamenti o torture suoi o di altri; abbandono o perdita di figure significative; distruzione o perdita della propria abitazione o propri averi; perdita della libertà di istruzione e/o di culto religioso. Inoltre, quando si parla di bambini, si deve anche considerare il rischio di traumatizzazione secondaria. Il bambino o il ragazzo, infatti, subisce anche tutto l’impatto di vedere un genitore o una figura di riferimento traumatizzata. Il trauma nell’infanzia Il trauma in infanzia può essere descritto come l’impatto mentale e psicologico di un evento esterno e improvviso o di una serie di eventi altamente stressanti che provocano una sensazione di impotenza nel bambino e che determinano una rottura delle abituali capacità di strategie da lui messe in atto. Qualsiasi esperienza in cui il bambino sperimenta terrore, oppressione, dolore, o emozioni intense insieme ad una sensazione di impotenza, rappresenta un trauma infantile..Uno o più eventi traumatici precoci possono andare ad impattare in modo massiccio sulla probabilità di sviluppare sintomi o disturbi, non solo nell’immediato, ma anche in seguito, durante l’adolescenza o l’età adulta. Le reazioni di un bambino esposto ad un evento o una serie di eventi altamente stressanti, sono diverse, a seconda della loro età evolutiva e dell’importanza emotiva dell’evento. I bambini in genere hanno difficoltà a verbalizzare le loro emozioni ed i vissuti si manifestano spesso attraverso il comportamento non verbale. Nei bambini le reazioni ad esperienze traumatiche spesso includono sogni e difficoltà nell’addormentamento. Nei bambini più piccoli frequente emergono emergono timori abbandonici ma anche altre paure ad esempio quella del buio. Mentre nei bambini più grandi più spesso si rilevano difficoltà di concentrazione ed ipervigilanza. Ci possono inoltre essere manifestazioni psicosomatiche come il mal di testa, mal di stomaco, dolori muscolari ed enuresi notturne. Le difficoltà sul piano affettivo comprendono: depressione, pianto inconsolabile oppure al contrario distacco affettivo con comportamenti di isolamento, evitamento e ritiro sociale. Altre reazioni tipiche al trauma in età evolutiva includono alterazioni all’immagine di sé e dell’interpretazione di segnali sociali, cambiamenti nelle abitudini alimentari o nei ritmi sonno/veglia alterati e comportamenti aggressivi o irritabilità immotivata (Wiese & Burhorst, 2004, 2007). I traumi legati alla guerra Nel caso particolare in cui l’evento traumatico sia un conflitto o una guerra, i bambini possono aver sperimentato la perdita dei genitori ed altre figure significative. Si possono anche manifestare vissuti tipici della sindrome del sopravvissuto, quando i bambini sopravvivono al conflitto mentre amici e familiari ne sono rimasti vittime. Sviluppano sensi di colpa e sentimenti di profonda indegnità o pensieri di non meritare di essere felici. Cosa può fare un genitore per tutelare l’impatto emotivo della guerra sui bambini? Valutate il peso che la guerra ha sull’emotività dei bambini. Date sempre una spiegazione al bambino. Considerate l’importanza della speranza.

L’immagine di se e il concetto di autostima

immagine di se

L’immagine di sé e l’autostima sono due concetti che hanno ricevuto considerevole attenzione nella letteratura psicologica.  L’immagine di sé rappresenta la costellazione di elementi a cui una persona fa riferimento per descrivere sé stessa. Essa riguarda tutte le conoscenze sul sé, come il nome, la razza, ciò che piace o non piace, le credenze, i valori e le descrizioni fisiche. Una persona può ad esempio vedere sé stessa come un lavoratore, come l’amico di Marco, come una persona interessata alla fantascienza, e così via.  L’autostima è invece una valutazione circa le informazioni contenute nel concetto di sé; è la reazione emotiva che le persone sperimentano quando osservano e valutano cose diverse su di sé. Esso è collegato alle credenze personali circa le abilità, le capacità, i rapporti sociali, e i risultati futuri. Il concetto di autostima e l’immagine di sé sono quindi collegati ma diversi. L’autostima dipende sia da fattori interni, cioè dalla sua soggettiva visione della realtà e di sé stessi, e sia da fattori esterni, come ad esempio i successi che otteniamo e la qualità dei “messaggi” che riceviamo dalle altre persone.Le persone infatti sviluppano un’idea di sé sulla base di come sono trattate o viste dagli altri: “gli altri ci fanno da specchio, e noi tendiamo a vederci come loro ci vedono, a giudicarci come loro ci giudicano”. In altre parole ciò che gli altri pensano di noi, cioè l’immagine di noi che ci rimandano, diventa pian piano ciò che noi pensiamo di noi stessi. Ma se è vero che quello che gli altri pensano di noi influenza quello che noi pensiamo di noi stessi, è vero però anche l’inverso. Anche gli altri sono altrettanto influenzati dal nostro giudizio su noi stessi e tendono a vederci come noi ci vediamo. Non c’è infatti luogo comune più veritiero di quello secondo cui “Per piacere agli altri bisogna innanzitutto piacere a noi stessi”.

L’IMMAGINARIO COME TECNICA DI ELABORAZIONE DEL PROFONDO NEL SOSTEGNO E CURA INTEGRATA AI METODI COGNITIVO-COMPORTAMENTALI

Di Federico Rossi “L’immaginazione è più importante della conoscenza. La conoscenza è limitata, l’immaginazione abbraccia il mondo, stimolando il progresso, facendo nascere l’evoluzione,” così disse il fisico tedesco Albert Einstein. Le capacità immaginative rappresentano le modalità tramite cui gli esseri umani registrano ed elaborano i contenuti intollerabili dall’Io. L’assenza di una soluzione ad un quesito crea angoscia, il cervello s’impegna ad applicare la propria curiosità creativa e a completare gli elementi mancanti del quesito grazie all’immaginario. Dagli archetipi e dai primi traumi, fino ai casi più conclamati di sintomatologia psicotica (quali confabulazioni, dissociazioni, e/o distorsioni percettive), l’utilizzo dell’immaginazione e del linguaggio metaforico dell’immaginario ci assiste per elaborare la realtà che ci circonda, contenendo le nostre più forti angosce. Immaginare è una capacità che ha preceduto la cognizione nell’evoluzione filogenetica degli esseri umani. È emersa presto come abilità, consentendo ai primi uomini di formare immagini mentali, simulare scenari ed impegnarsi nella risoluzione creativa dei problemi. L’immaginazione, radicata nel corpo e nelle emozioni, ha svolto un ruolo fondamentale nell’adattamento,per poi evolversi successivamente con il linguaggio ed il pensiero simbolico, rimanendoinfluente negli sforzi creativi dell’uomocome nella poesia e nelle altre arti. Lo psicoanalista Sigmund Freud sosteneva che:“La creatività èun tentativo di risolvere un conflitto generato da pulsioni istintive biologiche non scaricate, perciò i desideriinsoddisfatti sono la forza motrice della fantasia ed alimentano i sogninotturni e quelli ad occhi aperti.” Le fasi evolutive dell’immaginazione riflettono lo sviluppo delle capacità immaginative umane nel corso del tempo. In una prima fase, presumibilmente all’epoca del Pliocene (circa 3-5 milioni di anni fa) ci fu un’immaginazione involontaria, simile alle libere associazioni nei sogni. I nostri antenati potevano ovviamente percepire un leone nella savana, ma potevano anche far affiorare in modo imprevedibile immagini casuali di leoni mentre si trovavano impegnati in lavori quotidiani. Successivamente nell’epoca del Pleistocene (circa tra i 2,58 milioni ed i 11.700 anni fa), si sviluppò un’immaginazione semi-volontaria, che coinvolseuna cognizione a caldo in tempo reale (hot cognition) eduna creatività improvvisata. Possiamo ipotizzaread esempio che i comportamenti ritualizzati, guidati dagli sciamani, avrebbero portato alla coscienzaesseri immaginari (quali ad esempio i leoni) attraverso azioni e gesti abituali. Infine si sviluppò l’immaginazione volontaria, dal Paleolitico Superiore (40.000 – 10.000anni fa) all’Olocene (12000 – 9000 mila anni fa), che incorporò processi cognitivi controllati e deliberati. Se si pensa alle pitture rupestri de “l’uomo leone” a Hohlenstein-Stadel in Germania e “l’uomo bisonte” nella Grotte de Gabillou in Francia, esse potrebbero essere le prime manovre trasgressive e trasformative di logica immaginativa, quali mescolanze tra forme animali ed umane all’interno delle arti visive. Queste fasi evolutive ci portano alla distinzione tra immaginazione ed immaginario, dove l’immaginazione rappresenta una forma di pensieroche non segue regole fisse né legami logici, ma si presenta come elaborazione libera di contenuto di un’esperienza sensoriale, legata a un determinato stato affettivo.D’altra parte l’immaginario è la rappresentazione metaforica del singolo che, tramite la metafora simbolica,elabora i contenuti della psiche a metà tra il conscio e l’inconscio. Per citare lo psicoanalista Carl G. Jung: “La scarpa che sta bene ad una persona sta stretta a un’altra. Non c’è una ricetta di vita che vada bene per tutti.” La progressione evolutiva dell’immaginario, nei singoli e nei gruppi, rappresenta oggi, come nella storia, un valido strumento progressivo e funzionale al superamento dei limiti imposti dalla logica e dalla ragione. Il suo sviluppo nel tempo rappresenta quanto le capacità dell’immaginario si siano ampliate ed affinate, denotando un sempre maggiore sviluppo sociale, culturale ed umano e rappresentando uno degli strumenti atavicamente più efficaci per portar luce ai pensieri “non pensabili” dell’inconscio. Come gli animali utilizzano immagini (ricordi visivi, uditivi, olfattivi) per adattarsi a nuovi territori e problematiche, così l’uomo genera informazioni per poi dipingerne rappresentazioni immaginifiche. E’ nell’assenza di sicurezza, di certezze, che l’uomo crea e riempie tale vuoto con il proprio immaginario. Nel corso degli anni certi simboli e metafore entrano nella memoria semantica dell’uomo, divenendo “certezze” ipotetiche dei misteri della vita e della morte e permettendo, grazie ad una traslazione immaginifica, la trasformazione di pensieri ‘instabili’ in pensieri ‘stabili’. Il lavoro di cura e sostegno, tramite l’immaginario del paziente, permette l’elaborazione attiva del profondo mediato dalla simbologia interiorizzata dell’individuo,favorendone l’evoluzione internae promuovendonela cura. L’introduzione di tecniche cognitivo-comportamentali nasceper identificare e modificare modelli di pensiero e comportamenti disadattivi. Queste tecniche comportano un esame consapevole, una sfidaalle proprie credenze sul mondo, bias e distorsioni, proponendo una loro possibile sostituzione con schemi più adattivi e positivi. Il loro approccio “evidence-based” segue un percorso top-down, un’elaborazione di tipo induttivo, basata su dati comportamentali e sulle loro conseguenze. Nei disturbi di personalità ad esempio, grazie all’approccio cognitivo-comportamentale, si agisce sui pensieri e sulle credenze consce, elaborando verbalmente la propria psiche in maniera lucida e razionale. Questo si contrappone ad un percorso analitico Immaginario, di stampo psicodinamico e di tipo deduttivo-simbolico, che utilizza il materiale inconscio immaginifico, come l’imagérie, i sogni, le associazioni libere ed intuitive, unitamente alla teoria ed alla tecnica psicoanalitica, per favorire l’insight. Come disse il fisico Albert Einstein:”La logica ti porta da A a B. L’immaginazione ti porta ovunque.”Per stabilire un cambiamento radicale e duraturo è necessario che la struttura di significato del paziente venga attivata anche a livello emotivo (Greenberg& Malcolm, 2002; Holmes e Mathew, 2005). Qualora le tecniche di elaborazione verbale CBT non fossero in grado di modificare il nucleo delle patologie (come in alcuni disturbi di personalità), l’integrazione di tecniche esperienziali, specie quelle immaginative, acquisisce un ruolo centrale per l’elaborazione delle emozioni (Lang, 1987).Le immagini rappresentano una via d’accesso diretta alle emozioni ed al loro utilizzo, risultano più efficaci dell’elaborazione verbale ed attivano le stesse aree cerebrali coinvolte nella percezione (Holmes e Matthews, 2006; 2010). Dove l’approccio CBT permette un’elaborazione top-down, il lavoro svolto in parallelo a livello bottom-up da immaginazione ed immaginario, promuove un effetto sinergico e diffuso di varie reti neurali associate alla cognizione, alla memoria, all’emozione, ed al comportamento. Quando elaboriamo i pensieri usiamo il cognitivo e la razionalità, quando interagiamo con le immagini mentaliutilizziamo la nostra intuizione. Quando immaginiamo volutamente mescoliamo immagini, proposte di azione, ricordi, esperienze in tempo reale, nonché suoni, storie e sentimenti. La nostra mente diventa un processore multimediale che si sposta lateralmente tra le connotazioni,