Un esempio di come le persone cambino quando diciamo loro di non cambiare

Di Dania Cusenza Se Elvira fosse un accessorio sarebbe sicuramente un filo di perle, anche se non gliel’ho mai visto indossare. È sulla cinquantina. Avete presente la Gradiva? Elvira non cammina, accarezza il pavimento quando incede. Dire elegante sarebbe fuorviante. Lei è l’eleganza. Quella che non ha nulla a che vedere con una bella borsa firmata. Si siede; la schiena diritta mi ricorda una danzatrice. Sembra su un trono.“Cosa posso fare per lei?” dico abbozzando un sorriso. Di più mi sembrerebbe irrispettoso.Tanto il passo era lieve tanto lo sguardo tracimava di rigidi inverni.“Sono qui per mia figlia”.Mi investe un’ondata di dolore addomesticato che vira subito in sfida.“Dottoressa, ho partecipato ad uno dei suoi corsi. Lei sostiene che le persone cambino quando si dice loro di non cambiare”. Faccio un lieve cenno con la testa.“Bellissimo slogan. Niente da dire”. La voce si fa apertamente ostile. “Ora le racconto brevemente la mia storia…” e telepaticamente saetta un “vediamo come se la cava”. Detesto i duelli. “Angelica ha sedici anni. Fino a dodici siamo state una cosa sola”. La voce si liquefa. Sembra di vederle complici nelle loro chiacchiere rosa confetto.“Era una bambina dolce e affettuosa, con quel suo cerchiello in madreperla. Quando l’accompagnavo a scuola non sa quante volte si girava e poi ancora e ancora con la mano che ondeggiava. Un giorno, senza alcun preavviso, non si è girata più”. Senza. Alcun. Preavviso.“E poi non sto qui a tediarla con i grovigli dell’adolescenza. Chissà quanti ne vedrà”. Alzo un sopracciglio.“Lei al corso parlava di come trasformare un problema in risorsa…”. Non ho neppure il tempo di assentire che Elvira mi mitraglia con una serie di carichi da novanta che farebbero impallidire Freud, Jung, Kelly e Bruner messi insieme.Pesco solo i macigni: “…vegeta…va malissimo…si fa le canne…è apatica…sabato è tornata sbronza. Dove ho sbagliato. Dove ho sbagliato”.Prende fiato come per sganciare l’ultima bomba. “Ma non è questo il motivo per cui sono qui”.Mi sento una Billy dell’Ikea prima di essere montata e senza libretto di istruzioni.Il mio maestro molti anni fa mi diceva “vedrai, il cliente parla parla, a te a volte sembrerà di annaspare ma ad un certo punto entri nel flusso e …”.Elvira non concede spazio ai miei salvagenti nostalgici.“Angelica pesa 120 chili”. Una frase che di chili ne pesa mille. “Le ho provate tutte. Se non le dico nulla mangia senza una fine. Se glielo vieto si abbuffa”.Siamo due statue. Brutte copie delle originali.“Lei al corso ci suggeriva di cercare le perle nei nostri figli. Prego” dice allargando le braccia, i palmi delle mani rivolti al cielo. Sembra mi stia passando il suo fardello.In un istante il volto si accartoccia in un’espressione di dolore. “Mi vergogno di lei” sussurra. Le lacrime sciolgono il ghigno. “Guardo Angelica e provo ribrezzo. Quel collo, tutta quella carne…ovunque”.I suoi singhiozzi mi arrivano fino all’anima.Solo macerie davanti a me.L’immagine di Elvira, così eterea, è un lontano ricordo. Ora è un tutt’uno con quella animale di sua figlia.Mai così vicine. Dal ventre del labirinto del Minotauro mi spunta un filo d’Arianna. “Se vuoi che le persone cambino dì loro di non cambiare”. Di non cambiare.È giunto il momento di invitare Elvira a cercare la perla tra tutti questi ruderi. Una sfida più ardua che trovare un ago in un pagliaio.Elvira, tifo per te. So che ce la puoi fare. Che c’è di bello in Angelica? Dai…dai…I suoi occhi cominciano a muoversi, a destra e a sinistra, ripetutamente. Cosa stia sfogliando non lo so ma ad un certo punto affiora un ricordo.“Angelica ed io avevamo un rito quando era bambina. Tutti gli anni in montagna compravano un vasetto di sali colorati. Com’era bello farle il bagno. Quanta spensieratezza” dice con aria trasognata. Mi fa tenerezza quando confessa che quei sali, lei, li compra ancora.La mente è strana davvero, a volte va nel passato come per prendere la rincorsa. Sento l’arco che si tende e tira indietro. Ed ecco che scaglia la sua freccia. “E se proponessi ad Angelica di farle un bagno?”. Fatico a non strabuzzare gli occhi.Penso: è la fine. Due settimane dopo.Elvira entra in studio. Nel suo sguardo un cestino di fragole appena raccolte.Volete sapere com’è andata? Allora sedetevi belli comodi.Siamo nella stanza da bagno.La telecamera inquadra Angelica adagiata nella vasca. Il vapore la avvolge e ci restituisce un’immagine color seppia. Sembra una di quelle vecchie foto tanto tutto è immobile.Poi uno sciacquio. Arriva ovattato. Una spugna si immerge. La vediamo strizzata con grazia. Entra ed esce dal profilo dell’acqua.La telecamera si allarga. Dietro Angelica c’è Elvira seduta su uno sgabellino malfermo. Scricchiola ogni volta che intinge la spugna e la passa sul collo della figlia, quel collo che fino a qualche giorno fa era sembrato così mostruoso.Piccoli gesti che sanno di eterno. La spugna entra ed esce, senza tempo.Angelica muove lentamente il capo all’indietro, solo di qualche grado.Per rispetto abbassiamo il volume.Le labbra di Angelica si schiudono in un inequivocabile “Mamma… bentornata”. E ora, immagino, vorrete sapere il seguito. Angelica ha iniziato a farsi seguire da un endocrinologo e bla bla bla. Cosa ha consentito questo cambiamento? Quel “Mi vai bene così come sei, guai a te se cambi”, racchiuso in un gesto.A distanza di mesi Elvira è tornata. Mi rassicura “No, no, non è per Angelica. È per mio marito”.Ma questa è un’altra storia.

un bambino narcisista

Narcisismo è una parola molto utilizzata nella nostra quotidianità. Ma a che età si diventa narcisisti? è possibile evitare di cronicizzare il narcisismo? Il narcisismo nei bimbi piccoli E’ naturale che un bambino da 0 a 3 anni abbia comportamenti narcisistici. Questo perché la formazione della personalità umana si basa su una relazione iniziale precoce con il care giver che deve essere capace di rispondere ai bisogni del bambino e dar loro un significato. Il bambino in questa fascia di età ha bisogno di essere visto e riconosciuto come la cosa più importante al mondo per la persona che lo accudisce. E’ da questa prima fondamentale relazione, in cui il bimbo viene riconosciuto dall’adulto, che si costruisce quel primo mattoncino alla base della sua autostima. Se questo non accade, le conseguenze sono drammatiche.Se manca il riconoscimento, la crescita naturale di un bambino subisce un blocco.  COSA ACCADE QUANDO IL BAMBINO CRESCE Da uno a tre anni e in seguito, i bambini iniziano a sperimentare la loro autonomia ma cominciano a vedere i propri limiti. Allo stesso tempo, devono anche accettare che il care giver non sia perfetto: può essere frustrante, non rispondere ai bisogni immediati, sgridare, mettere limiti e regole. Questo è un processo che richiede tempo per essere introiettato. Può però accadere che questo processo non vada a buon fine. Spesso succede perché o i genitori non danno le sufficienti attenzioni ai bambini o gliene danno troppe. Se non si trova un equilibrio è possibile che si entri nella sfera del narcisismo patologico: la persona è incapace di qualsiasi forma di autocritica o di valutazione su di sé: ha sempre necessità di continue conferme da parte degli altri, senza alcun interesse per i loro bisogni. COM’È POSSIBILE EVITARE CHE UN BAMBINO DIVENTI UN NARCISISTA PATOLOGICO? Dare attenzioni eccessive produce una serie di problematicità nella sua crescita. E’ indicato pertanto fornirgli la giusta dose di gratificazioni e riconoscimenti  La sua posizione all’interno della relazione genitoriale andrebbe rispettata. Un bambino ha, infatti, un suo ruolo specifico in famiglia ossia quello di figlio e tale deve restare  Quando ci si accorge che il bimbo risulta estremamente competitivo con gli altri è bene ridimensionare l’idea grandiosa di sé. E’ importante accettare  la possibilità di sbagliare, per evitare che possa reagire male ad un’eventuale sconfitta  Il suo bisogno di centralità, di sentirsi importante andrebbe soddisfatto sin dai primi mesi dalla sua nascita così da avere uno sviluppo sereno della sua autostima  Lasciare che il bambino segua le sue inclinazionie non ‘investirlo’ di un’immagine che rispecchia i propri desideri o le proprie aspirazioni CONCLUSIONI  In definitiva ognuno ha una storia, una propria peculiarità ed è bene che costruisca e realizzi la propria vita seguendo le proprie scelte contornate di errori, di cambiamenti, di rivalutazioni al fine di divenire unico e come nessun altro.

Un amore a metà?l’arrivo di un fratellino

Come e quando dire al proprio bimbo che arriverà un fratellino?che termini usare?cosa evitare di dire?tutti i dubbi e le perplessità di un genitore bis. Da dove partire? Rispondere a tutte le domande che farà, far vedere l’ecografia o farlo venire durante una di esse. Riprendere vecchie foto in cui mamma e papà aspettavano lui. È bene spiegare con chiarezza quello che succederà, ovvero che la mamma andrà in ospedale per qualche giorno e che lui rimarrà a casa con il papà oppure con i nonni.  Siate anche molto onesti su quello che accadrà una volta a casa, il nuovo arrivato non sarà immediatamente un amico di giochi. Sarà un bimbo piccolo che avrà bisogno di cure e di attenzione, spesso piangerà e probabilmente la mamma sarà un po’ stanca ma anche molto felice.Mamma e papà non abbiate paura di non riuscire ad amare abbastanza e non sentitevi in colpa! E’ normale essere gelosi? Il primo aspetto di cui bisogna tenere conto è dunque la gelosia per il nuovo arrivato che sottende la paura di perdere le attenzioni e le cure dei suoi genitori. Questa nasce anche se è stato il primogenito a chiedere un fratellino o sorellina. LA COMUNICAZIONE DELLA NOTIZIA È per questo che è importante tenere conto della delicatezza del momento e della preparazione del primogenito sin dalla gravidanza della mamma. I genitori possono comunicare insieme la notizia dell’arrivo del fratellino/sorellina:“Sai che nella pancia della mamma c’è un fratellino in arrivo? IL COINVOLGIMENTO COMINCIA DALLA GRAVIDANZA È importante mettere in atto da subito dei comportamenti per coinvolgere il bambino nel nuovo evento che è a tutti gli effetti un “affare di famiglia”. Lo si può coinvolgere nella scelta del nome e immaginare come sarà una volta venuto al mondo. È meglio che un eventuale inserimento all’asilo non coincida con l’arrivo del nascituro. Gli si può parlare di come il fratellino crescerà nel pancione esattamente come ha fatto lui e di cosa succederà quando nascerà. Lo si può coinvolgere anche nei preparativi del corredino, magari scegliendo insieme quali delle sue cose possono essere utilizzate anche dal fratellino DOPO LA NASCITA Potrebbe essere funzionale che abbia la possibilità di abbracciare la mamma prima ancora di conoscere il fratellino appena arrivato, qualche minuto per ambientarsi vedendo che mamma sta bene e che ci sono ancora degli abbracci tutti per lui, il tempo di fargli raccontare cosa è successo quando lei era via e poi si possono fare le presentazioni ufficiali tra i fratelli. Una volta tornati a casa è importante facilitare l’integrazione tra i due senza responsabilizzare troppo il primogenito, coinvolgetelo nelle attività da svolgere col bambino e lasciate che possa tenerlo in braccio in presenza di adulti. Cercate di tenere conto delle sue esigenze anche se in questa fase potrebbe essere più naturale pensare prima ai bisogni del piccolo e aspettarvi che il primogenito sia già capace di aspettare “come un bambino grande”. Se è possibile cercate di mantenere le attività che svolgevate con lui prima dell’arrivo del fratellino e quando non è possibile farlo dategli sempre una motivazione reale e comprensibile. Il primogenito potrebbe mettere in atto dei comportamenti regressivi, per avere le stesse attenzioni del fratellino. Non arrabbiatevi se questo accade, è normale e si tratta di una fase transitoria che passa prima se viene accolta per il bisogno di attenzione che sottende. È importante non dirgli mai che questi comportamenti non sono ammessi perché lui ora è un bambino grande perché lo fareste sentire in colpa. Gli fareste pensare che era davvero meglio restare piccolo, visto che i piccoli vengono coccolati e non vengono sgridati. Se invece passa il messaggio che anche se è più grande del fratellino qualche volta può ancora essere piccolo potrà sentirsi più libero di proseguire il suo naturale percorso di crescita. Il bambino più grande potrebbe anche esprimere emozioni ambivalenti nel confronti del più piccolo, anche in questo caso è opportuno accogliere ogni tipo di espressione, senza sgridarlo o giudicarlo ma anzi dirgli che lo si comprende se qualche volta si infastidisce o si arrabbia perché i genitori dedicano più tempo al piccolino di casa.

Un aiuto per i genitori: l’efficacia del Parent Training

Essere genitori è davvero il mestiere più difficile. Perchè può essere utile un intervento di Parent Training? Il parent training è un modello di intervento che nasce nell’ambito della clinica applicata ai disturbi del comportamento infantile. I genitori, essendo gli agenti di primaria importanza nello sviluppo dei figli, vengono dunque coinvolti nell’intervento, per promuovere la messa in atto di comportamenti positivi. Molte volte ci si può scontrare con problemi comuni che, nel lungo termine, possono compromettere non solo il benessere familiare, quanto lo sviluppo psicologico dei figli. Ecco perché, attraverso il parent training, i genitori possono apprendere nuovi stili di interazione o modificare atteggiamenti che influiscono negativamente sui comportamenti dei bambini. I contributi più recenti hanno poi esteso l’applicazione di questo modello comportamentale alle situazioni educative quotidiane come: il sonno e l’alimentazione, il coinvolgimento dei genitori nel gioco, i capricci. E quindi gli obiettivi più comuni del parent training possono essere secondo Soresi (2007): Migliorare la relazione e la comunicazione tra genitori e figli, Aumentare la capacità di analisi dei problemi educativi che possono insorgere, Aumentare la conoscenza dello sviluppo psicologico dei figli e dei principi che lo regolano, Diffondere metodi educativi efficaci, Rendere la vita familiare e i problemi di tipo educativo che possono sorgere più facilmente gestibili. L’intervento può essere effettuato sia in forma individuale (a cui partecipa la coppia genitoriale o il singolo genitore) oppure attraverso gruppi. In quest’ultimo caso, il gruppo offre ai genitori un contesto ricco e stimolante per condividere le esperienze, normalizzare preoccupazioni o affrontare situazioni più critiche. I genitori, in questo modo, apprenderanno alcune tecniche di modificazione comportamentale per estinguere le condotte problematiche e per favorire comportamenti positivi e funzionali, supportando e incoraggiando il bambino quando agisce in modo efficace (Menghini et al., 2019). E’ vero…essere un genitore è davvero molto impegnativo, e non esiste un manuale di insegnamento! Tuttavia, in un momento di bisogno, può essere utile confrontarsi con figure professionali specifiche che possono rappresentare un valido aiuto. Nel Parent Training si lavora come una squadra! La figura professionale competente, infatti, lavora in modo paritario con il genitore, considerato il principale esperto delle caratteristiche del proprio figlio. Inoltre, il coinvolgimento attivo dei genitori nel programma terapeutico è fondamentale per la stabilizzazione e mantenimento dei progressi raggiunti. «Non hai avuto modo di scegliere i genitori che ti sei trovato, ma hai modo di poter scegliere quale genitore potrai essere». Marian Wright Edelman, attivista per i diritti dell’infanzia Benedetto, L. (2017). Il parent training, Carocci Editore. Menghini D., Tomassetti S., (2019) Il Parent Training oltre la diagnosi.  Edizioni Erickson Soresi, S. (2007). Psicologia delle disabilità, Il Mulino.

Tutta colpa di Gauss: la perversione del tutti uguali. Bambini persi tra un quoziente intellettivo compreso tra 71 e 84

di Roberto Ghiaccio Nell’ormai rimpianto 2014 usciva un film, Tutta colpa di Freud, nel 2021 vorrei scrivere è tutta colpa di Gauss. Si capirà non sono certo di ispirazione freudiana, anzi, sono guassiano, psicometrista accanito, incallito, su ranghi percentili, distribuzioni, curve…però a tutto c’è un limite, e non è il limite di una funzione, ma il limite di una umanità, una biodiversità, una neuro varietà che non può annullarsi in un paradigma assimilazionista, dove chi si discosta dalla media, chi è un po’ ai limiti dei margini della campana deve rientrare all’interno della campana. Una nuova patologia bussa alle porte: la sindrome normotica. In un tempo in cui i bambini non vanno a scuola col grembiule ma col camice una WISC non si nega a nessuno, ovviamente una Wechsler Intelligence Scale for Children- IV. Eppure, il buon vecchio Gauss diceva, la più grande soddisfazione non è la conoscenza, ma il processo dell’apprendimento, non il possesso del sapere, ma il processo per raggiungerlo, oggi parliamo di quei bambini i cui processi o prodotti ricadono in una zona limite, proprio sulla parabola discendente della curva di Gauss. Il Funzionamento Intellettivo Limite (FIL) è definibile come una meta-condizione di salute che richiede specifiche cure pubbliche, educative ed anche attenzione legale. È caratterizzato da disturbi cognitivi che possono essere eterogenei e che sono tuttavia accumunati dalla presenza di un Quoziente Intellettivo (QI) totale il cui punteggio è compreso tra 71 e 84 e da un deficit nel funzionamento personale, che limita le attività e la partecipazione sociale (Salvador-Carullaa et al., 2013). I bambini FIL possono presentare deficit cognitivi, impaccio motorio e difficoltà nel costruire relazioni affettive soddisfacenti, in un quadro che aumenta sensibilmente la probabilità di sviluppare patologie psichiche durante l’adolescenza e l’età adulta, ponendo questi soggetti ai margini dell’attività sociale (Emerson, Einfeld, e Stancliffe, 2010; Hassiotis, Tanzarella, Bebbington, e Cooper. 2011). Ad oggi, anche dopo l’introduzione del DSM5, il FIL rimane una categoria clinica scarsamente definita ed anche marginale. Molto scarsa è la ricerca sul funzionamento intellettivo limite, si tratta di una specie di “limbo diagnostico” tra normalità e disabilità intellettiva. Nel 2000 il DSM IV-TR gli dedicava poche righe a pag. 783, nel 2013 il DSM 5 7 righe a pag.845. I l cosiddetto FIL, funzionamento intellettivo limite, non è presente come entità diagnostica all’interno dell’ICD 10, alle volte è forzato in nella categoria R41.8, «Altri sintomi e segni non specificati associati alle funzioni cognitive e alla coscienza». Il codice R41.83, che talora si riscontra in alcune diagnosi, non è un codice ICD ufficiale dell’OMS. Questo è un codice presente nella modifica statunitense dell’ICD-10-CM, utilizzato prevalentemente per scopi forensi e assicurativi. A dover di corona va ricordato che nel DSM IV i l Funzionamento Intellettivo Limi te (V62.89 e R 41.8) veniva collocato in «Altre condizioni che possono essere oggetto di attenzione clinica», e venivano fornite specifiche indicazioni, in particolare sull’uso delle deviazioni standard, per porre la diagnosi: «Questa categoria può essere usata quando l’oggetto dell’attenzione clinica è associato con un funzionamento intellettivo limite, cioè, un QI di 71-84. I notevoli cambiamenti introdotti dal DSM- 5, e quelli che verrano introni dall’IDC -11 non sono solo terminologici e relativi ai criteri diagnostici, ma suggeriscono un cambiamento di rotta: minore ricorso ai punteggi di QI e una maggiore importanza ai processi di adattamento. Tuttavia, bisogna evitare di rendere il FIL un cestino psichiatrico, dall’alto rischio tassogeno moltiplicando etichette come ‘borderline cognitivo’, ‘funzionamento intellettivo borderline’, ‘slow learner’ che rendono la definizione ancora più ambigua. Il Fil si configura come una metasindrome, una meta-condizione per meglio dire, ancora non ben definita, in cui ricade tra il 14 ed il 7% della popolazione dove possiamo trovare gli esiti di sindromi genetiche e dismetaboliche, i residui di un ritardo dello sviluppo, gli effetti di altri disturbi del neruosviluppo, ADHD, autismo ad alto funzionamento, disturbi d’ansia e dell’umore, o anche, gravi disturbi dell’apprendimento reduci l’effetto San Matteo, ma anche forme di svantaggio socio-economico e scarsa stimolazione. Questa fascia “non normale ma neppure con ritardo” necessita di particolare attenzione, non solo dal punto di vista psicometrico, ma dal punto di vista potenziale, come il bambino risponde alle richieste socio-ambientali, alle richieste di apprendimento, ma soprattutto quali punti di forza trainanti del soggetto su cui fare leva ed ampliare l’area di sviluppo prossimale. Certo è che il Fil è una risultante, una condizione eterogenea, per cause e per profili di funzionamento, dove una debolezza cognitiva può portare a non rispondere in modo atteso e tipico alle richieste dell’ambiente esterno. Presentano una lentezza esecutiva, una fatica, che prescinde dall’impegno profuso. Son bambini che necessitano di più spiegazioni, di esempi più concreti, che sfruttano stili cinestetici. Necessitano di tempi più lunghi di pause più frequenti. Possiamo ritrovare un funzionamento neuropsicologico caratterizzato da: lentezza nell’ acquisizione delle informazioni, viscosità cognitiva nella ricerca-elaborazione di soluzioni, opacità nell’integrazione di informazioni, difficoltà nel generalizzare gli apprendimenti, difficoltà di planning e sequencing, difficoltà nella memoria di lavoro, labilità attentiva con facile distraibilità. La categoria Fil, terra di mezzo la confine tra normalità e patologia, vede in una chiara delimitazione psicometrica una vasta gamma di manifestazioni comportamentali. È un condizione complessa, caratterizzata da una grande variabilità, il QI nel range borderline deve associarsi a necessità di supporto per poter rispondere adeguatamente alle richieste del contesto di vita per poter definire una condizione clinica di FIL, la valutazione multidimensionale deve estendersi anche oltre che alle funzioni adattive anche alle funzioni di parenting. Il FIL è una condizione pervasiva che può influenzare i l funzionamento generale della persona (e.g. Nouwens et al., 2017). Gli individui con FIL incontrano molti ostacoli nel corso della vita e presentano più elevati rischi di manifestare problemi educativi, di salute mentale e sociali (e.g. Salvador-Carulla et al., 2013). Prestazioni scolastiche carenti aumentano i l rischio di abbandono scolastico (e.g. Karande et al., 2008) e difficoltà generalizzate negli apprendimenti (e.g. Ninivaggi, 2009). La letteratura ci segnala: Compromissioni a carico della memoria di lavoro (e.g. Alloway, 2010; Schuchardt et al., 2011), sia nella componente verbale che

TURISMO SOSTENIBILE E PSICOLOGIA

turismo sostenibile

La psicologia può dare un importante contributo all’analisi dell’impatto dei flussi turistici sulle comunità locali e a diffondere il fenomeno del turismo sostenibile. Essa diventa sempre più indispensabile per realizzare delle politiche di sviluppo capaci di prevenire gli impatti negativi dell’attività turistica sul territorio e sulle popolazioni ospitanti. Inoltre, può dare un apporto fondamentale nella realizzazione di strategie comunicative al fine di far conoscere la destinazione e attrarre così nuovi turisti. Oggi, infatti, il turista può scegliere tra numerose mete nelle quali trascorrere le proprie vacanze. Per le destinazioni diventa, quindi, essenziale avere una strategia di marketing condivisa e sviluppata. Questo permette di collegare la propria offerta turistica ai bisogni dei visitatori (la domanda).  Dunque, una località turistica deve sempre essere considerata all’interno di una rete che crea valore grazie alla collaborazione di numerosi partner. Tra questi ci sono le comunità locali, le imprese pubbliche/private, le organizzazioni no-profit, i residenti, gli amministratori locali, ma anche gli stessi turisti.  Una destinazione turistica dovrebbe costruirsi un’identità territoriale forte e riconoscibile. A partire, però, sia dai tratti considerati distintivi dagli operatori che vi lavorano sia dalla percezione esterna derivante dal punto di vista dei turisti. Il Place Branding si occupa proprio di questo. Creare, rafforzare e migliorare l’identità territoriale di una meta turistica considerando sia le percezioni degli operatori sia dei turisti.  Di fronte alla sempre maggiore attenzione nei confronti della sostenibilità, oggi una destinazione turistica dovrebbe includere pratiche sostenibili tra i tratti identitari e distintivi della propria offerta.  Al giorno d’oggi, una programmazione turistica consapevole si pone l’obiettivo di uno sviluppo equilibrato, che preservi le risorse ambientali (fisiche, culturali e sociali) e che coinvolga positivamente la comunità ospitante.  Sostenibilità, però, è un termine molto ampio e complesso, che non si esaurisce nella salvaguardia dell’ambiente, ma comprende al suo interno anche aspetti legati alla sfera sociale e a quella economica.  Secondo la definizione dell’Organizzazione Mondiale del Turismo, il turismo sostenibile è quel tipo di viaggio che minimizza gli impatti sull’ambiente, sulla cultura e sulla società, ma al contempo genera reddito, occupazione e conservazione degli ecosistemi locali. Il turismo sostenibile ha al suo interno una serie di sfaccettature, tra cui la dimensione responsabile e comunitaria del turismo. Il turismo responsabile si identifica come una forma di viaggio che implica sia un atteggiamento responsabile e consapevole da parte del turista sia un coinvolgimento attivo della comunità locale stessa. Con turismo comunitario si intende l’insieme delle proposte turistiche promosse e gestite dalle comunità locali. In questa prospettiva, la popolazione locale si occupa sia di gestire i servizi ricettivi di accoglienza turistica sia di condividere conoscenze sulle risorse naturali e culturali di un luogo. Dal punto di vista del turista è da considerarsi anche un’opportunità di avvicinamento e di apprendimento di nuove culture, valori e prospettive. Se la strategia è far diventare la sostenibilità un tratto cardine sulla quale costruire l’identità di un luogo, è necessario capire meglio come attivare le emozioni dei turisti e coinvolgerli in questo processo già dal momento della scelta iniziale. In questo caso la psicologia gioca un ruolo fondamentale. La comunicazione di marketing di una destinazione turistica dovrebbe generare una risposta cognitiva, affettiva e comportamentale.  In primo luogo, le attività comunicative dovrebbero diffondere informazioni sugli elementi tangibili e intangibili di un’offerta territoriale in modo tale da accrescere la sua notorietà e il suo riconoscimento da parte dei turisti.  Il passaggio successivo dovrebbe essere quello di far sviluppare un atteggiamento positivo nei confronti del luogo da parte dei turisti. Tutto questo avviene se vi è un’identità ben definita, ma soprattutto se viene effettivamente percepita e riconosciuta dal target.  Infine, dopo aver accresciuto l’adesione nei confronti del luogo, l’obiettivo diventa quello di far sì che il turista scelga effettivamente quella determinata destinazione turistica. Chi si occupa di far conoscere una destinazione turistica può usare diversi tipi di comunicazione, utilizzando un focus più razionale oppure uno più emotivo. Alcuni studiosi hanno mostrato che i messaggi a contenuto emotivo creano una relazione maggiormente positiva con l’atteggiamento e l’intenzione di acquisto del turista. Inoltre, sembrano anche catturare in modo più efficace l’attenzione e l’interesse dello stesso. Tuttavia, costruire messaggi comunicativi con l’ausilio di emozioni negative, quali ansia e preoccupazione, potrebbe indurre ad atteggiamenti anti-ambientalisti. Altri studi hanno dimostrato l’importanza di tenere in considerazione il livello di consapevolezza ecologica dei turisti, cioè quanto i visitatori sanno circa la sostenibilità nelle sue diverse connotazioni.   I turisti con una bassa consapevolezza ecologica tendono ad avere delle intenzioni di scelta di una meta maggiori di fronte ad appelli emotivi. Mentre, i consumatori con una consapevolezza ecologica elevata sono più attratti da stimoli razionali. In generale, tutti questi risultati indicano che la psicologia è da considerare come una nuova prospettiva di analisi del turismo sostenibile in quanto può aiutare a una migliore pianificazione delle strategie di programmazione e di comunicazione turistica. In particolare, questo risulta vero soprattutto quando l’obiettivo è quello di coinvolgere i consumatori meno consapevoli nelle pratiche sostenibili per tutelare e valorizzare la destinazione durante la visita. BIBLIOGRAFIA Ahn, Y. (2022). City branding and sustainable destination management. Sustainability, 12(9) El Sakka, S. (2016). Sustainability as an effective tool for place branding: an application on El Gouna City, Egypt. International Journal of Environmental Science and Development, 7(11)

Turismo Sostenibile

di Beatrice Brambilla Introduzione Negli ultimi decenni si è sempre più affermata la disciplina del place branding, o anche detta marketing territoriale. Nonostante sia nata come pura attività di promozione e di comunicazione di un territorio, in realtà è un concetto molto più complesso non esauribile in un’unica definizione (Ashworth & Voogd, 1994; Kavaratzis & Ashworth, 2005). Il grande obiettivo del marketing territoriale oggi è “la creazione, il mantenimento e il rafforzamento progressivo delle condizioni utili per far evolvere in maniera fisiologica un territorio” (Caroli, 2006). Con il termine evoluzione fisiologica di un’area territoriale ci si riferisce al suo sviluppo sostenibile. Nel rapporto Brundtland (1987), la Commissione per l’Ambiente e lo Sviluppo delle Nazioni Unite elabora la definizione, oggi ampiamente condivisa, di sviluppo sostenibile. Esso viene considerato come un processo che si fonda su due principi di base: da una parte consente di soddisfare i bisogni del presente, ma dall’altra si impegna nel preservare l’ambiente, la società e l’economia per le generazioni future. In questa definizione viene proposta una triplice rappresentazione della sostenibilità (Elkington, 1994): ambientale, sociale ed economica. La prima componente si traduce nella capacità di garantire la disponibilità e la qualità delle risorse naturali; la seconda consiste nel garantire la qualità della vita, la sicurezza e i servizi per i cittadini; infine, l’ultimo pilastro si riferisce alla capacità di garantire efficienza economica e reddito per le imprese. Negli ultimi decenni la maggior parte dei settori economici si è sempre più mossa verso la creazione di nuove politiche che favoriscano uno sviluppo sostenibile e l’interesse per una transizione verso un turismo sostenibile si è molto intensificato (Ciani Scarnicci, Marcelli, Pinelli, Romani & Russo, 2016). Questo non può essere fatto se non attraverso una strategia di marketing condivisa e sviluppata a livello territoriale che permette di collegare l’offerta e la domanda alla quale si rivolge (Gilodi, 2004; Marenna, 2005). Una destinazione turistica, dunque, non deve essere considerata solamente come un’entità a sé stante, ma all’interno di una rete che crea valore grazie alla collaborazione di numerosi partner (Martone R.F., 1998; Valdani & Ancarani, 2000). Nasce così l’interesse verso il binomio identità-immagine: ogni luogo, infatti, è caratterizzato da un certo livello di identità territoriale, che spetta al Destination Branding rafforzare e migliorare (Ekinci, 2003); allo stesso tempo non bisogna limitarsi a identificare i tratti distintivi propri di una destinazione, ma è necessario analizzare l’immagine percepita dall’esterno poiché anche questa gioca un ruolo importante nello sviluppo della stessa identità (Kavaratziz & Hatch, 2013). È evidente, quindi, che la capacità di un brand di rappresentare tutte le componenti dell’offerta del territorio, veicolando un’identità unitaria, dipende non solo dalla scelta degli elementi considerati come distintivi, ma anche dal modo in cui viene comunicata e recepita dai turisti (Pastore & Bonetti, 2006). A seguito della sempre maggiore attenzione nei confronti delle pratiche sostenibili, tra gli elementi che devono essere considerati nella costruzione dell’identità di una destinazione al giorno d’oggi ci sono sicuramente gli aspetti ambientali, sociali, culturali ed economici insiti nell’ampio concetto della sostenibilità (Bruntland, 1997; El Sakka, 2016). L’evoluzione del place branding L’evoluzione del place branding è da considerarsi un fenomeno principalmente provocato dai processi di globalizzazione e dallo sviluppo economico, che hanno intensificato la competizione tra nazioni, regioni e città per attrarre risorse pubbliche, investimenti privati, sostegno politico e forza lavoro (Anholt, 2005; Hanna & Rowley, 2007joye). Tra le determinanti vi è anche la riforma del New Public Management, che ha portato delle modifiche all’interno della gestione delle politiche (Joye, Decaoutére & Ruegg, 1993; Emery & Giauque, 2005; Vuignier, 2016). In questo contesto, cresce l’interesse nei confronti delle strategie di place marketing da parte di enti pubblici responsabili della gestione dei luoghi (Vuignier, 2016). Gli studiosi iniziano a prendere sempre più in considerazione l’applicazione del branding aziendale nella promozione dei luoghi (Stewart & Walsh, 1992; Graham, 1994; Vuignier, 2016). La principale differenza tra place branding e product branding risale al grado di complessità associato al primo (Ingelström & Frändberg, 2013; Kumar & Panda, 2019). Secondo Kotler (2006) lo sviluppo di un luogo è sempre vincolato da cicli di crescita e di declino interni insieme a cambiamenti dell’ambiente esterno al di fuori del loro controllo. Dunque, il place brandig include al suo interno aspetti culturali, politici ed economici (Gnoth, 2002; Olins & Hildreth 2011; Almeyda Ibanez & George, 2017). In letteratura prevalgono gli studi che hanno applicato il place branding soprattutto alle città (Skinner, 2021), tuttavia è usato anche da una serie di luoghi costieri, rurali e siti di biodiversità ecologica (de San Eugenio-Vela & Barniol – Carcasona, 2015; Skinner, 2021). Recentemente, queste pratiche si stanno diffondendo sempre di più nelle aree transfrontaliere e interregionali (Zenker & Jacobsen, 2015; Vuignier, 2016). Da un punto di vista più teorico, l’evoluzione del branding territoriale ha le sue radici nello studio dell’immagine come fattore di sviluppo turistico (Hunt, 1975; Vuignier, 2016). Secondo Hanna e Rowley (2007), questa disciplina tende ad affermarsi sempre di più intorno al 1998, anno in cui il tema della conferenza annuale della Travel and Tourism Research Association era “Branding the Travel Market” (Vuignier, 2016). In questa conferenza sono stati presentati vari esempi di place branding, tra cui quello del Canada, Oregon, New Or leans e Hawaii (Ritchie & Ritichie, 1998; Almayda- Ibanez & George, 2017). Queste attività sono state precedute da città come New York e Glasgow, che attraverso una serie di attività di marketing hanno lanciato i loro slogan (“I love New York” e “Glasgow’s miles better”) durante gli anni Ottanta (Morgan, Pritchard & Pride, 2011; Almeyda-Ibanez & George, 2017). Successivamente anche città come Las Vegas, Seattle e Pittsburgh hanno adottato questo approccio strategico, spinti dalla necessità di competere in modo più efficace (Biel, 1992; Morgan, Pritchard & Pr ide, 2011; Almeyda-Ibanez & George, 2017). Dunque, le pratiche di place marketing non sono recenti, tuttavia negli anni hanno subito dei cambiamenti: inizialmente sono nate sotto l’accezione di una semplice “vendita di un luogo” con l’obiettivo di soddisfare le esigenze di gruppi target specifici (Kavaratzis, 2007; Berglund & Olsson, 2010; Vuignier, 2016).

Tuo figlio sa creare un aeroplano di carta?

Spesso i genitori si lamentano del fatto che i figli siano sempre avanti allo schermo, o che non utilizzino i giochi che hanno a disposizione in casa. Vi siete mai chiesti se i vostri figli sanno giocare? Potreste scoprire che non utilizzano i loro giochi perché non sanno come funzionano. Diverse volte mi è capitato di dover insegnare a bambini, ma anche a ragazzi, di mescolare le carte. Un gesto semplice, offrite un mazzo di carte a vostro figlio e verificate se sa mescolarle. In caso contrario solitamente un genitore reagisce in due modi:  Dedica del tempo al figlio e glielo insegna;  Gli mischia le carte.  Questa ultima opzione è ampiamente diffusa, e non solo in questo tipo di insegnamento, ma anche in altre pratiche educative genitoriali. Spesso, infatti, un genitore si sostituisce al figlio, anche senza accorgersene, rendendolo privo di scoprire una sua abilità/risorsa che potrebbe invece gratificarlo. Oggi parliamo di mancanza di autostima, ma l’autostima si costruisce proprio cosi’. Insegnate ai vostri figli a giocare, a costruire un aeroplano di carta, e ricordate di fotografare il suo sorriso, quando riesce in un nuovo gioco, ed il vostro, perché siete stati capaci di prendervi cura di  una sua difficoltà.

Tsundoku: la tendenza ad accumulare libri

tsundoku

Negli ultimi anni, si è diffuso il termine giapponese di Tsundoku, per indicare la pratica, molto comune, di collezionare un’enorme quantità di libri, che spesso non si riescono a leggere. La lettura, si sa, è un passatempo che aiuta a mantenere allenato il cervello, migliora le capacità mnemoniche e aiuta a rilassarsi. È talvolta un viaggio introspettivo, un luogo in cui perdersi e ritrovarsi.Come diceva Umberto Eco, “Chi non legge, a 70 anni avrà vissuto una sola vita: la propria! Chi legge avrà vissuto 5000 anni: c’era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l’infinito… perché la lettura è una immortalità all’indietro.“ Appurato che la lettura, sia importante, c’è però differenza tra accumulare libri e leggerli realmente. Il fenomeno Tsundoku consiste nella tendenza ad allungare la lista dei libri da leggere, senza però dedicare la stessa attenzione e lo stesso tempo alla lettura vera e propria. Si accumulano libri sul comodino, sperando che la sera ci sia la tranquillità per dedicarsi a sfogliare le pagine. Si riempiono scaffali della propria libreria, con il desiderio di poter scegliere tra più titoli. A volte, questa tendenza provoca liti in famiglia per l’appropriazione di spazi comuni o per spese eccessive in momenti poco appropriati. Anche i libri digitali, oggi, hanno contribuito all’aumento del Tsundoku, anche perchè non sono effettivamente visibili e non c’è neanche bisogno di uscire di casa per cedere all’impulso delle compere. Ciò che meraviglia, però, è che la soddisfazione dell’acquisto viene bilanciata dal senso di colpa di sapere di non riuscire a leggerli per svariati motivi. La spinta al Tsundoku ha un che di romantico: in quel determinato libro posso trovare la frase adatta a me. Ma si può essere anche altruisti, lasciando in bookcrossing la possibilità ad un altro lettore di perdersi nella lettura…

Tristezza silenziosa: ciò che si prova “senza motivo”

Capita a volte che la giornata cominci come tante altre, senza particolari scossoni, eppure qualcosa dentro si muove in modo diverso. Un senso di malinconia, lieve ma persistente, si affaccia tra i pensieri. Si va avanti con le consuete attività, si rispettano gli impegni, eppure quella sensazione rimane lì, sullo sfondo, come una dissonanza in una melodia conosciuta. Non ci sono motivi evidenti, nessun evento a cui attribuire quel sentire. E allora ci si interroga, si cerca una spiegazione. Ma il bisogno di capire rischia di diventare una lotta con ciò che non è immediatamente chiaro. Quando una tristezza emerge senza apparente ragione, spesso si attiva un meccanismo automatico: metterla in dubbio, metterla da parte, minimizzarla. In fondo, tutto sta andando bene (o almeno così sembra). Ma forse è proprio in questi momenti, in cui le emozioni non si lasciano afferrare con precisione, che serve uno sguardo più morbido, più paziente. Quando l’emozione precede la comprensione In un contesto culturale che tende a privilegiare il controllo e la chiarezza, facciamo fatica ad accettare ciò che non sappiamo spiegare. Ci è stato insegnato, in modo più o meno esplicito, che le emozioni devono avere una causa precisa, possibilmente razionale. Ma il nostro mondo interno segue logiche meno lineari. Ci sono vissuti che emergono con ritardo, pensieri che restano sullo sfondo, stati emotivi che si affacciano senza annunciarsi. Non sempre ciò che proviamo è immediatamente comprensibile. E non per questo è meno vero. Spesso la tristezza che sembra emergere “senza motivo” è in realtà un segnale di cambiamenti interiori in atto dentro di noi. Potrebbe essere una fatica emotiva accumulata nel corso del tempo, il risultato di bisogni lasciati senza risposta o di problemi ancora irrisolti. Oppure è semplicemente una fase fisiologica, un’oscillazione naturale dell’umore, che chiede uno sguardo meno giudicante e più accogliente. Il rischio della negazione Quando non troviamo un motivo per legittimare un’emozione, possiamo cadere nella tentazione di metterla a tacere. Si tenta di svagarsi, di reagire, di trovare una spiegazione razionale. Tutti meccanismi comprensibili, e talvolta utili nel breve termine. Ma se diventano l’unico modo di gestire il disagio, rischiano di svalutarlo. La tristezza negata non scompare: si fa più silenziosa, ma resta. E talvolta, ritorna con maggiore forza. Forse, il punto di partenza potrebbe essere diverso. Non tanto chiedersi “da dove arriva?”, ma provare a dire a se stessi: “posso permettermi di sentirmi così, anche se non so ancora perché?”. Accogliere, senza forzare un significato Legittimare un’emozione non significa giustificarla razionalmente. Significa riconoscerla come reale e degna di attenzione. Anche quando non si riesce a nominarla del tutto, anche quando non si è certi del senso che ha. In psicologia si parla spesso dell’importanza di validare i propri stati interni. In questo caso, si tratta di dare dignità alla tristezza senza pretendere che fornisca subito una spiegazione. È un esercizio che richiede ascolto, pazienza e disponibilità ad abitare zone d’ombra senza fretta di rischiararle. È proprio in questi spazi, spesso poco esplorati, che può emergere qualcosa di significativo. Un’intuizione, una consapevolezza nuova, una lettura diversa di sé. La tristezza come voce interiore Ci sono momenti in cui la tristezza è una forma di linguaggio del corpo e della psiche. Un messaggio sussurrato, che chiede attenzione. Può indicare un bisogno di rallentare, un desiderio di cambiamento, o semplicemente una fase di passaggio in cui ci si sente più vulnerabili. Non sempre ha un significato immediatamente interpretabile, ma ciò non la rende meno autentica. In questi casi, forzarsi a “stare bene” può essere una forma di autoesclusione emotiva. Al contrario, accogliere ciò che si prova, pur con delicatezza e misura, apre lo spazio per una maggiore coerenza interna, una forma di rispetto verso se stessi. Conclusione Ci sono emozioni che non si lasciano spiegare subito. Alcune arrivano all’improvviso, altre crescono lentamente, altre ancora restano sul fondo per giorni, in attesa di essere viste. La tristezza che non ha un nome chiaro è una di queste. In quei momenti, lo scopo non è subito quello di trovare una risposta, ma di concedersi il tempo per rimanere ancorati al presente. Di sostare dentro a ciò che si prova, senza giudizio, senza fretta.Non tutto ha bisogno di essere analizzato nell’immediato. Alcuni vissuti, se ascoltati con rispetto, trovano da sé un significato. Magari non oggi, non domani, ma quando si sarà pronti. Nel frattempo, si può imparare a stare accanto a sé stessi anche nei giorni più opachi, offrendo alla propria interiorità lo stesso ascolto che offriremmo a chi amiamo.