Cosa stai pensando? Una domanda più difficile di quanto sembri

William James lo chiamava “flusso di coscienza”. Virginia Woolf e James Joyce ci hanno fatto vivere, con la lettura dello stream of consciousness dei loro personaggi, la straordinaria esperienza di seguire il pensiero di un’altra persona, con la velocità caleidoscopica di movimenti, battute di arresto, immagini, inserzioni di ricordi, attenzione agli stimoli sensoriali, il tutto in un alternarsi ricchissimo e cangiante. Ma se ci fermiamo a pensare a come pensiamo e tentiamo di descriverlo, anche solo a noi stessi, le cose diventano complicate. Una decina di giorni fa ho letto un bell’articolo di Joshua Rothman su The New Yorker. Il tema era complicatissimo e allo stesso tempo quotidiano, continuo e ricorrente nella nostra esperienza di veglia: cosa pensiamo e, soprattutto, in che modo pensiamo? Per immagini, per parole, con una voce interna? In che modo descrivereste il vostro modo di pensare? Rothman cita Temple Grandin, geniale autrice con autismo, diventata famosa nel 1995 con il libro “Thinking in Pictures”, che è stata capace di comunicare potentemente il valore della neurodiversità e che ha pubblicato “Visual Thinking” nel 2022. Libro che vale assolutamente la pena di leggere, per esplorare la nostra mente e quella degli altri. Temple Grandin, in breve, ipotizza un continuum di stili di pensiero: ad un’estremità ci sono i soggetti che pensano in modo “verbale”, cioè utilizzano la modalità lineare e rappresentativa propria del linguaggio, parlano mentalmente con sé stessi; all’altra estremità del continuum ci sono i “visualizzatori”, cioè coloro che pensano per immagini mentali precise, come se ragionassero attraverso l’utilizzo di vere e proprie fotografie mentali di oggetti. Tra questi due estremi, secondo la Grandin, esiste un gruppo di pensatori che sarebbero in grado di combinare il linguaggio e le immagini, il cui pensiero si muove per schemi visivi e astrazioni. Temple Grandin, per spiegare meglio il concetto, propone di immaginare il campanile di una chiesa. Le persone che pensano in modo verbale immaginano vagamente due linee in una V rovesciata. I visualizzatori di oggetti, all’opposto, descrivono campanili specifici, che hanno potuto osservare accanto a chiese reali, che richiamano facilmente alla mente. I visualizzatori spaziali, cioè il gruppo che si trova a metà del continuum, raffigurano una sorta di campanile perfetto, ma astratto: in sintesi, sembrano costruire nella mente un’immagine che mettono insieme, frutto dell’astrazione dei campanili reali delle chiese che hanno visto. Questo gruppo ha la capacità di riconoscere gli schemi ricorrenti tra i campanili delle chiese e le persone che pensano con questa modalità richiamano nella mente lo schema, piuttosto che un suo esempio particolare. L’argomento è vasto, apre le porte all’interesse per la neurodiversità e per le infinite vie della nostra mente. Fermiamoci un attimo, ora. A pensare a come pensiamo noi e a come pensano le persone che ci sono vicine. È un bel baratro in cui spaziare: da provare a descrivere a noi stessi.
Adolescenti e social networks: l’esposizione prolungata modifica il cervello

Nella società odierna i social networks si sono progressivamente sostituiti ai tradizionali canali di comunicazione, dando vita a nuovi modelli relazionali. Per la prima volta un semplice strumento riesce a modificare abitudini e schemi comportamentali già consolidati. Abbiamo analizzato nei precedenti articoli gli effetti di internet e dei social networks sul comportamento umano; le ripercussioni sulla salute mentale e infine i nuovi disturbi che ne derivano. Gli adolescenti sono i più suggestionabili: l’esposizione continua e prolungata ai social networks incide significativamente sul loro sviluppo cognitivo, modificando il loro cervello. Una recentissima ricerca pubblicata su JAMA Pediatrics, condotta su ragazzi di differenti etnie ed età compresa tra i 12 ed i 15 anni, dimostra come l’utilizzo assiduo dei social networks riesca a manipolare il cervello degli adolescenti, alterandone il funzionamento.Lo studio si focalizza soprattutto sulla componente relazionale dei giovani, indagando la correlazione tra frequenza di utilizzo dei social e bisogno di approvazione sociale. Dai risultati emerge che gli assidui frequentatori dei social networks presentano una maggiore sensibilità al giudizio del gruppo dei pari, fino a sviluppare una dipendenza dalla loro approvazione. Il feedback ricevuto dai propri coetanei innesca un’attenzione sempre maggiore alla ricerca di consensi, all’approvazione sociale, al desiderio di essere non solo accettati, ma ammirati. Da una prospettiva clinica sono stati osservati dei cambiamenti in tre aree cerebrali: la corteccia prefrontale, responsabile del controllo delle proprie azioni; le aree che analizzano gli stimoli più rilevanti provenienti dall’ambiente; e infine i circuiti di ricompensa. Tuttavia non è ancora chiaro se questa estrema reattività sia frutto di un processo adattativo che andrà consolidandosi nel corso degli anni, oppure se rappresenta una minaccia: una fonte di stress che può degenerare in ansia sociale e depressione.
Vecchiaia tra aspetti fisici e psicologici

La vecchiaia è un fenomeno non soltanto naturale e biologico bensì anche psicologico. Il termine fa molta paura e richiama alla nostra attenzione accezioni prevalentemente negative. Aspetti della senescenza si riscontrano quando una persona comincia a guardare al proprio passato con nostalgia e al futuro con ansia e insicurezza. Durante la vecchiaia, il passato appare globalmente sotto una luce positiva mentre il presente e il futuro si prospettano carichi di inquietudine. Secondo una descrizione dell’invecchiamento psicologico “tipico”, potremmo dire che l’anziano si muove e pensa lentamente. Non è più creativo perché ancorato al proprio passato. In genere, un anziano non desidera affatto imparare cose nuove e ha in antipatia le innovazioni. Troppo legato alle proprie convinzioni personali, vive senza aspirazioni, abbandonandosi ai ricordi. Oltre a non avanzare, l’anziano spesso regredisce, entra in una specie di seconda infanzia, diventando sempre più egocentrico, irritabile e litigioso. L’anziano “tipico” è una persona debole e priva di interessi, che occupa una posizione sociale emarginata, che ha perso qualsiasi ruolo sociale, sentendosi un peso per la famiglia e per se stesso. In effetti, è da considerarsi troppo semplicistica la visione dell’anziano come persona debole e priva di interessi. La maggior parte delle persone di età avanzata (circa il 70-75%) infatti, è intellettualmente abile e interessata all’ambiente che la circonda.D’altronde, negli anziani che presentano declini intellettuali spesso la causa non è necessariamente l’inevitabile processo biologico dell’invecchiamento bensì tutta una serie di stress psico-emotivi legati all’avanzare dell’età. Problemi legati alla salute, impedimenti nello svolgimento delle attività quotidiane, mancanza di partecipazione ad attività gratificanti, scarsa quantità dei contatti sociali, luogo di residenza inadeguato, problemi economici, sono esempi di stress che almeno in buona parte potrebbero essere prevenuti o trattati. Altra considerazione è che gli aspetti della vecchiaia sono molto vari a seconda delle caratteristiche socioculturali, professionali. Diventa quindi impossibile pensare che le persone anziane costituiscano un gruppo omogeneo dal punta di vista psicologico. La vecchiaia diventa così un’esperienza del tutto personale, che, pur essendo certamente il risultato di fenomeni di deterioramento biologico comuni alla media delle persone, è conseguenza dell’accumularsi di tutti quei particolari traumi fisici e psicologici che contrassegnano l’esistenza di ogni essere vivente in modo diverso dagli altri.
Gender pay gap: disuguaglianze e pregiudizi di genere nel mondo del lavoro

Gender pay gap: una fotografia di disuguaglianze e pregiudizi di genere nel mondo del lavoro in Italia e in Europa. Negli ultimi anni il mondo lavorativo ha subito una profonda trasformazione che ha portato a modifiche strutturali riguardo alle modalità di lavoro e alla gestione dell’equilibrio tra vita privata e professionale.Abbiamo osservato i fenomeni della Yolo Economy e Big Quit e parlato della digital transformation. Tuttavia, c’è un tema ricorrente, ben radicato negli anni, che sembra non mutare mai, ed è quello della disparità di genere nel lavoro. Nel 2023, disuguaglianze tra uomini e donne e pregiudizi regnano ancora contrastati in ambito professionale, portando con sè una scia di ripercussioni tangibili e intangibili. Una di queste è senza dubbio il gender pay gap: il divario di retribuzione tra i lavoratori di sesso maschile e femminile a parità di mansione. Una disparità di trattamento ingiustificata eppure ancora molto diffusa, che fa della diversità una discriminazione. I dati del Gender Pay Gap I dati Eurostat affermano che nel 2020, in Europa, la retribuzione oraria lorda delle donne era in media del 13,0% inferiore a quella degli uomini. In Italia, la percentuale di gender gap nel settore pubblico è del 4,1%, mentre nel privato supera il 20%. La differenza salariale complessiva è del 43.7% contro la media europea del 39%. Le cause del Gender Pay Gap Il gender pay gap è il risultato di una serie di indicatori che incrociano dati relativi all’occupazione, alla contrattualizzazione e all’avanzamento di carriera. Tuttavia molti pregiudizi sono ancora frutto di un retaggio culturale in cui la donna è naturalmente deputata alla cura dei figli e della casa.Il suo “naturale” ruolo di madre di famiglia e angelo del focolare fa sì che non possa portare lo stesso impegno ed energia sul lavoro e quindi ricoprire incarichi dirigenziali al pari degli uomini o di colleghe più mature, come emerso dalla recente affermazione di Elisabetta Franchi.Una dichiarazione non proprio pollitically correct che ha generato molte polemiche, ma che probabilmente ha dato voce a quella che in Italia è una visione generalizzata dell’occupazione al femminile. Conseguenze psicologiche del Gender Pay Gap Le conseguenze psicologiche del gap in ambito lavorativo e in particolare nel trattamento retributivo, sono diverse. In primo luogo le donne sono soggette a maggior stress lavoro correlato. Non solo perchè sentono di dover dimostrare il loro valore, ma perchè devono lavorare di più per raggiungere il guadagno dei colleghi uomini. Questa ansia da prestazione innesca un pericoloso circolo vizioso di perenne efficienza, che rischia di sfociare in burnout.Il fatto di sentirsi sempre sottostimate e mai gratificate incide notevolmente sull’autostima delle donne lavoratrici, che spesso non si sentono di meritare il ruolo ricoperto, sperimentando la sindrome dell’impostore.
SALDI E PSICOLOGIA: COSA LI LEGA?

Gennaio è il mese dei saldi! A tutti noi piacciono i saldi, amiamo pagare di meno e siamo felici quando pensiamo di “fare degli affari”. Finiamo per spendere di più durante i saldi rispetto a qualsiasi altro periodo. Come mai? La psicologia economica ha cercato di rispondere a questo quesito. Per capire cosa succede nella mente dell’uomo durante i saldi, è necessario partire dagli assunti cardine della psicologia economica. Tale disciplina propone una strada alternativa al paradigma economico dominante. Secondo la teoria economica neoclassica, l’essere umano è un egoista razionale in quanto: è un massimizzatore di utilità personale è in grado di elaborare tutte le informazioni disponibili mantiene preferenze definite e stabili in ogni diverso contesto Questi assunti, però, non sono stati confermati da numerosi studi della psicologia economica. In primo luogo, è emerso che l’uomo non è un essere perfettamente egoista, ma è interessato anche al benessere altrui. Successivamente è stato dimostrato che l’uomo compie sistematicamente degli errori poiché affronta dei limiti nella raccolta e nell’elaborazione delle informazioni in termini di tempo, memoria, intelligenza e percezione. Infine, è emerso che le decisioni prese risentono di numerosi fattori contestuali e, dunque, non sono stabili. Alla luce di questa breve premessa, è importante citare la Teoria del Prospetto di Kanheman e Tversky (1979). I due studiosi mostrano che il modo in cui viene incorniciata una determinata opzione influisce sul processo decisionali degli esseri umani. Facciamo un esempio… Avete comprato un biglietto per l’Opera e state andando a teatro. All’ingresso vi accorgete che avete perso il biglietto, costato 100€. Cosa fate? Lo ricomprate? Ora provate a immaginare questa seconda scena: siete sempre a teatro, arrivate all’ingresso e vi accorgete di aver perso 100€ che avevate nella borsa. Comprereste comunque il biglietto per assistere allo spettacolo? Da un punto di vista economico, la cifra è la stessa in tutti e due gli scenari (100€), ma i risultati di questo esperimento dimostrano che la maggior parte delle persone non ricompra il biglietto nel primo caso, ma lo fanno nel secondo. Questo dimostra che gli individui posti di fronte a una scelta si comportano in maniera differente in base a come le opzioni di scelta vengono loro presentate. Grazie a questo esperimento, la psicologia economica ci dice che non esiste solamente un valore economico, ma anche uno psicologico. Un biglietto per un teatro del valore di 100€ e una banconota di 100€ non ancora spesa possono essere valutati in modo diverso. Ed è proprio questo che avviene durante i saldi! I consumatori tendono ad acquistare di più durante i saldi quando sul cartellino del prezzo corrente viene riportato anche il prezzo applicato in passato e la percentuale di sconto, piuttosto che solo ed esclusivamente il prezzo corrente. È come se il fatto di sapere che il bene venisse venduto “in passato” a un prezzo più alto, faccia aumentare la soddisfazione derivante dal suo consumo e faccia innalzare il prezzo soglia che si è disposti a pagare “oggi”. Anche il modo in cui “suddividiamo” mentalmente il nostro denaro incide drasticamente sulle scelte di consumo che facciamo. Ognuno di noi, infatti, si crea delle categorie mentali con i propri valori soggettivi e in base a questi sono più o meno disposti a spendere una certa quantità di soldi. I soldi per il biglietto del teatro potrebbero essere considerati nella categoria “già spesi”, mentre la banconota è stata persa prima che le fosse assegnata una categoria, dunque, può sembrare che sia ancora “in attesa di essere spesa”. Lo stesso meccanismo avviene quando ci propongono di comprare qualcosa a rate: la somma di tanti piccoli costi viene percepita come minore rispetto allo stesso prezzo presentato in soluzione unica. In conclusione, si può affermare che durante i saldi il nostro comportamento è tendenzialmente dettato da una valutazione soggettiva, molto diversa da quella oggettiva e razionale. BIBLIOGRAFIA Kahneman, D., & Tversky, A. (1979). Prospect theory: an analysis of decision under risk. Journal of Econometric Society, 47(2), 263-291
Gruppo di sostegno nel Post-adozione

Il gruppo di sostegno ai genitori adottivi è una delle modalità di lavoro più diffuse ed efficaci nel post-adozione. Nel lavoro sociale i gruppi di sostegno non terapeutici rappresentano una modalità diffusa dell’agire socio-assistenziale indirizzata a persone del territorio che incontrano le stesse difficoltà o problematiche e che dunque si riuniscono per confrontarsi, per condividere emozioni e stati d’animo e per cercare insieme di raggiungere un medesimo obiettivo. Il gruppo di sostegno è parte delle attività finalizzate ad accompagnare e sostenere la formazione della famiglia adottiva e il raggiungimento di una condizione di benessere da parte di ciascuno dei suoi componenti. Nel gruppo dedicato ai genitori adottivi nel post-adozione, viene affrontata una realtà che è sostanzialmente diversa rispetto a quella proposta dagli operatori psicosociali nelle fasi precedenti del percorso adottivo. Nel caso dell’adozione internazionale, per la maggior parte delle volte, il provvedimento adottivo viene emanato dall’autorità estera competente e diviene efficace nel nostro Paese all’arrivo del minore. Ciò significa che non è previsto un anno di affidamento preadottivo per cui gli aspiranti genitori diventano a tutti gli effetti il padre e la madre del minore adottato. Si tratta di un aspetto importante da considerare perché il bambino sino ad allora soltanto immaginato diventa figlio della coppia e porta con sé le difficoltà, le aspettative, i desideri, i bisogni che si manifestano nella vita familiare e chiedono di essere ascoltati. L’incontro effettivo e la condivisione della quotidianità con il figlio venuto da lontano ha dunque un forte impatto emotivo sui genitori che per quanto lo abbiano aspettato e fortemente desiderato, e per quanto si siano impegnati ad accoglierlo nel migliore dei modi possibili, devono comunque imparare a fare spazio dentro di loro per iniziare a costruire un legame di attaccamento e di appartenenza i cui risultati non sono affatto scontati. Il primo e importante ostacolo da superare riguarda spesso il sentimento di estraneità che accomuna gli adulti e il bambino per cui dopo l’entusiasmo iniziale dell’arrivo a casa, i primi contatti potrebbero svilupparsi con difficoltà poiché per entrambi la realtà può essersi rivelata molto diversa rispetto a quanto immaginato. La necessità di un sostegno consistente sia sul piano sociale che psicologico diventa dunque essenziale a partire dai primi momenti di incontro e non si esaurisce con questi ma cresce in base alle diverse età della vita che il nucleo si trova ad affrontare.
Il vero potere della metacognizione

Il potere della metacognizione nell’ apprendimento
La comunicazione umana: tipologie e assiomi

Per comunicazione si intende uno scambio interattivo d’informazioni tra due o più partecipanti, dotato d’intenzionalità reciproca e di un certo livello di consapevolezza, in cui si condividono significati sulla base di sistemi simbolici e convenzionali di significazione e di segnalazione, secondo la cultura di riferimento. quel processo dinamico che avviene tra un emittente e un ricevente, in cui il primo manda un messaggio, che può essere verbale o non verbale, al secondo, che a sua volta lo elabora, codificandolo e inviandone uno in risposta. Viene considerata come un fenomeno complesso, che non si esaurisce nel passaggio d’informazioni e non prevede una registrazione meccanica di contenuti, ma mobilita risorse di natura, cognitiva, emotiva e sociale. Tipologie di comunicazione La comunicazione umana può essere distinta in: Verbale (o Numerica), si costituisce di suoni, parole e frasi. Riguarda tutto ciò che comprende il livello semantico, cioè il significato letterale delle parole utilizzato per trasmettere il messaggio; trasmette informazioni attraverso rigide regole sintattiche ed il significato è sempre chiaro poiché ad ogni parole sono stati arbitrariamente attribuiti e condividi uno o più significati. Non verbale (o Analogica), è rappresentata dal tono, altezza, pause e velocità dell’espressione verbale, dall’espressione facciale, dal contatto visivo e corporeo tra gli interlocutori, dai gesti e dall’orientamento nello spazio. Quest’ultima non rispetta una grammatica rigida, ma risulta meno controllabile e veicola messaggi come reazioni emotive e stati d’animo. Gli assiomi della comunicazione “Pragmatica della comunicazione umana” (1967) di Watzlawick, Beavin, Jackson è stato un libro di fondamentale importanza per lo studio della comunicazione, in particolare dei suoi effetti sul comportamento umano. Il modello elaborato da alcuni degli esponenti della Scuola di Palo Alto sostiene come sia impossibile isolare il soggetto dal contesto di relazioni in cui è inserito. Ciascuno vive, infatti, all’interno di reti di relazioni che lo influenzano e a sua volta influenza gli altri con cui entra in contatto. Ogni comportamento produce un comportamento sugli interlocutori, per cui non è possibile considera la comunicazione come un processo unidirezionale e lineare; ma, al contrario, occorre trattarla come un processo circolare, che parte da un soggetto, giunge ad un altro e torna nuovamente al soggetto di partenza (feedback). Watzlawick, Beavin e Jackson hanno definito i 5 assiomi della comunicazione, che sono “verità autoevidenti”, cioè principi che non richiedono ulteriori dimostrazioni in quanto sono essi stessi fondanti. Essi sono, cioè, i presupposti basilari, i fondamenti della comunicazione. Primo assioma: Non si può non comunicare Ogni comportamento è comunicazione. Anche quando non si utilizzano parole, attraverso il comportamento s’inviano comunicazioni agli altri; anche il silenzio ha un valore di messaggio, poiché il fatto stesso di non voler parlare, è un modo di rivelarsi, in quanto rivela la volontà di non rivelarsi. Secondo assioma: Ogni comunicazione ha un aspetto di contenuto e uno aspetto di relazione di modo che il secondo classifica il primo ed è quindi metacomunicazione “La relazione classifica o include l’aspetto di contenuto”. L’aspetto di contenuto della comunicazione è l’informazione che si vuole trasmettere; mentre, l’aspetto di relazione è la modalità con cui l’informazione viene comunicata. Questo secondo aspetto, in quanto classifica e definisce il primo, rientra nella categoria della metacomunicazione, ossia rappresenta una comunicazione sulla comunicazione, che può far variare il significato del messaggio. Terzo assioma: La natura di una relazione dipende dalla punteggiatura delle sequenze di comunicazione tra i comunicanti La comunicazione può essere considerata come una serie ininterrotta di scambi e la punteggiatura segna le sequenze e l’ordine con cui si realizzano tali scambi comunicativi. Una comunicazione chiara è una comunicazione con una punteggiatura condivisa dagli interlocutori. Senza una punteggiatura precisa, la comunicazione è ambigua e conflittuale. Quarto assioma: Gli esseri umani comunicano sia con il modulo numerico che con quello analogico. […] Il “modulo numerico” è il linguaggio verbale, invece il “modulo analogico” è il linguaggio non verbale. Ciascuno comunica ricorrendo in varia misura a ciascuno dei due canali. Il linguaggio parlato e scritto segue una sintassi, regole grammaticali precise, ogni parola possiede un significato condiviso, invece il linguaggio del corpo è ambiguo ed equivoco, i gesti non sono riconducibili ad un unico significato e non sono facilmente decifrabili; risulta inoltre una modalità espressiva meno controllabile. Quinto assioma: Tutti gli scambi di comunicazione sono simmetrici o complementari, a seconda che siano basati sull’uguaglianza o sulla differenza Le comunicazioni simmetriche avvengono quando il comportamento dell’uno rispecchia il comportamento dell’altro (come ad esempio, tra amici, compagni di classe, colleghi di lavoro), invece le comunicazioni complementari o asimmetriche implicano che i due individui assumano posizioni differenti, uno dei due comunicanti assume la posizione one-up (superiore) e l’altro quella one-down (inferiore); i diversi comportamenti dei partecipanti si richiamano e si rinforzano a vicenda, dando vita ad una relazione di interdipendenza in cui i rispettivi ruoli one-up e one-down sono stati accettati da entrambi (ad es. le relazioni madre-figlio, medico-paziente, insegnante-studente). La comunicazione sana, a differenza di quella patologica, è connotata da flessibilità e vede l’alternarsi dei due tipi di scambio. Conclusione “L’elemento che unifica i 5 assiomi non è la loro origine ma la loro importanza pragmatica, che a sua volta si fonda non tanto su certe particolarità quanto sulla possibilità di riferimenti interpersonali (anziché monadici) che offrono. Un individuo non comunica: partecipa a una comunicazione o diventa parte di essa. Un individuo non produce comunicazione, ma vi partecipa. Non si deve considerare la comunicazione, in quanto sistema, sulla base di un semplice modelli di azione e reazione. La comunicazione, in quanto sistema, va considerata a livello transazionale”. Bibliografia WATZLAWICK, J.H. BEAVIN, D.D. JACKSON, Pragmatica della comunicazione umana,. Roma, Astroabio.
Disforia di genere in età evolutiva

La disforia di genere o disturbo dell’identità di genere indica quella condizione per cui un individuo non si identifica con il proprio sesso biologico, ma con quello opposto. Attraverso la lettura di questo articolo capiremo insieme come si manifesta e come può essere identificato preventivamente. Cos’è la disforia di genere? E’ quella condizione per cui un individuo non si identifica con il proprio sesso biologico, ma con quello opposto. Nel DSM-5 la disforia di genere non rientra più tra i disturbi sessuali perché non si tratta di un disturbo e occupa una categoria a sé stante. La disforia di genere nell’età evolutiva presenta le seguenti caratteristiche, alcune simili a quelle dell’adulto: Affermazione da parte del bambino di essere del sesso opposto Preferire indossare gli abiti del sesso opposto Preferire giochi dove vi è uno scambio di ruolo Preferire giocare con i giochi destinati all’altro sesso Desiderio di essere dell’altro sesso Emozioni negative verso i propri genitali Rifiuto di giochi e attività destinate al sesso di appartenenza Nell’età evolutiva la formazione dell’identità è in corso, quindi non si può determinare che queste preferenze persistano nel futuro Disforia di genere in età evolutiva: come si manifesta? La disforia di genere si presenta in età evolutiva ma non ha sempre un decorso continuo. Se un bambino gioca con una bambola non necessariamente si identifica con il sesso opposto, è positivo che i genitori lasciano esprimere i figli e giocare con quello che più li aggrada. Spesso si manifesta entro i 2 o 3 anni d’età. I bambini con disforia di genere di solito fanno quanto segue: Preferiscono indossare abiti tipici del sesso opposto Insistono nell’affermare di essere dell’altro sesso Desiderano di potersi svegliare come l’altro sesso Preferiscono partecipare ai giochi e alle attività tipicamente dell’altro sesso Hanno sentimenti negativi nei confronti dei loro genitali Per esempio, una bambina può affermare con insistenza che le crescerà un pene e diverrà un bambino; può stare in piedi per urinare. Un ragazzo può fantasticare di essere di sesso femminile ed evitare i giochi nei quali ci si azzuffa e i giochi competitivi. Può sedersi per urinare e desiderare di sbarazzarsi del suo pene e dei suoi testicoli. La maggior parte dei bambini con disforia di genere non viene valutata fino all’età di 6-9 anni, epoca in cui la disforia è già divenuta cronica. L’identificazione con l’altro sesso non deve rappresentare un puro desiderio di ottenere i vantaggi culturali dell’appartenenza all’altro sesso così come vengono percepiti. Per esempio, un maschietto che dice di voler essere una femminuccia così da poter ricevere lo stesso trattamento speciale riservato alla sua sorellina, probabilmente non ha una disforia di genere. Trattamento Il trattamento dei bambini in età prepuberale con diagnosi di disforia di genere rimane controverso. La maggior parte dei bambini che sono incongruenti per genere durante l’infanzia non continua nell’adolescenza o nell’età adulta con un’identità transgender. La modalità di trattamento predominante è il supporto psicologico e la psicoeducazione per i bambini e i loro genitori, utilizzando un modello di genere affermativo in opposizione a un modello di genere patologizzante. Questo approccio affermativo supporta il bambino nel genere espresso, a volte includendo la transizione sociale prima della pubertà. Conclusioni Identificare caratteristiche oggetto di osservazione consente al bambino/a di sentirsi maggiormente incluso nella società e accettato cosi’ com’è. É sempre consigliabile rivolgersi ad uno psicologo o psicoterapeuta per avere il parere di un professionista e per conoscere come i genitori possono supportare i figli che presentano gli indicatori della disforia di genere.
Emozioni negative: esistono davvero?

Tutti noi siamo abituati a riconoscere due tipi di emozioni: quelle positive, da ricercare, e quelle negative, da evitare o allontanare. Ma le emozioni negative esistono davvero? M. è fortemente spaventata dalla rabbia. Per lei è un’emozione che proprio non può essere provata. <<Porta solo conflitto. Non si risolve niente. Ci urliamo solo addosso e, alla fine, non otteniamo nulla. Se invece riuscissimo tutti a dialogare e ragionare, le guerre non esisterebbero>>. Nell’utopico mondo pacifico di M. non ci sono emozioni dolorose. Regna il predominio dell’intelletto e, nel tempo libero, si cercano eventi giocosi e divertenti, in compagnia. Il problema è che, nel mondo di M., ad un certo punto, allontanare le emozioni “negative” ha significato allontanarsi da ogni emozione, non provando più nulla. <<Vorrei portare un nuovo tema oggi>> mi dice in seduta <<Ho la sensazione di compiacere tutti i miei amici e di rinunciare sempre a ciò che, alla fine, vorrei io>>. Lavoriamo, quindi, sulla funzione della rabbia. È vero, la rabbia genera conflitto, rancore, dolore, sensazioni corporee spiacevoli. Ma che cosa fa per noi? Perché è un’emozione primaria e ancestrale a cui siamo, da sempre, così legati? “La rabbia influenza le nostre risposte a ciò che ostacola obiettivi o attività importanti o che sta per minacciare noi o qualcuno che ci sta a cuore (Lemerise, Dodge, 2008).” Leggo, solo per citare una delle tante funzioni biologiche presenti in letteratura che evidenziano in questa emozione una funzione di controllo, difesa e padronanza del sé. Per dirlo in altri termini, la rabbia permette di dire, nella relazione, “io ci sono”. Ci sono, con la mia persona, la mia individualità e i miei bisogni. E tu, ora, non mi stai vedendo. E, quindi, io mi arrabbio, e te lo comunico. Con M. lavoriamo su questo. Sulla possibilità di dire che ci siamo e che vorremmo essere visti. Che ci sentiamo degni di essere guardati e rispettati. E, alla fine della seduta, la rabbia non è poi più così male.