Crisi di coppia in genitori con minore affetto da Disturbo dello Spettro Autistico

di Emanuele Mingione da Psicologinews Scientific Nell’articolo qui presentato viene riportata una breve analisi della ricaduta dello stress psicoemotivo sul piano coniugale in genitori di minori disabili in base all’esperienza clinica svolta dall’equipe multidisciplinare del Nucleo di II Livello di NPIA del Distretto 12 dell’ASL CE (1). Nello specifico, è stato preso in esame il vissuto espresso da coppie genitoriali di bambini ed adolescenti con la diagnosi di Disturbo dello Spettro Autistico o che sono in corso di approfondimento diagnostico, compresi in una fascia di età tra i 18 mesi e i 16 anni. Il lavoro svolto attraverso colloqui, interviste e test specifici ha messo in evidenza la necessità di riservare a questi genitori uno spazio di ascolto in cui ricevere un adeguato supporto non solo sul versante psicoeducativo e gestionale del figlio o dei figli con disabilità ma anche sul versante coniugale. In particolar modo, tale esigenza è importante soprattutto in fase diagnostica, dove i timori e le angosce per una conferma del sospetto di una patologia del minore può provocare uno “shock comunicativo-relazionale” tra gli adulti, specialmente se si tratta del primo figlio, generando conflitti che possono portare anche alla rottura del rapporto matrimoniale o di convivenza. Introduzione Nel mondo della psicologia, le teorie sistemiche spiegano che ogni unione affettiva è una fondazione creativa originale che non coincide con la somma delle persone che la compongono. Quindi, una coppia non è la semplice somma di due individui, bensì è un corpo sociale tenuto da un patto e, dunque, un insieme con una fisionomia propria e una propria identità. Secondo la Fabbrini, il manifestarsi della vita di questo collettivo a due genera un nuovo soggetto, il “noi”, e attiva un particolare campo d’azione dato dall’interdipendenza, dalle interazioni, nonché dalle correnti di emozioni e pensieri circolanti e dai “sogni” reciproci che definiscono la forma stessa del legame e cementano la sua tenuta. In tal modo, due persone che formano una coppia, pur mantenendo la loro fisionomia di soggetti distinti, io/tu, costruiscono un insieme che si nutre allo stesso modo delle due individualità e dei reciproci sogni, cioè di quello che ciascuno dei due diventa nella mente dell’altro. In ogni legame si attua una sorta di contaminazione dei confini delle due soggettività che rappresenta al tempo stesso il potenziale creativo e il limite per ciascuno (2). La nascita del primo figlio comporta il primo momento d i “ r i v o l u z i o n e ” , i n t e s a come cambiamento, con il passaggio dalla condizione di coniugi a quella di genitori. La trasformazione da diade a triade comporta tutta una serie di nuovi “compiti di sviluppo” che la famiglia deve affrontare (3). Secondo Whitaker, la famiglia come tale è un organismo. Non esiste un’entità definita persona, perché la persona è solo un frammento della famiglia. La coppia è composta da due persone che sono solamente parenti acquisiti e che vivono insieme in virtù di un contratto psicosociale. L’arrivo del primo figlio crea una cornice di riferimento completamente diversa, generando relazioni stressanti e combinazioni di triangoli che non esistevano prima. Il bambino scombina questi triangoli. Comincia una lotta che dura tutta la vita per decidere se dovranno riprodurre la famiglia di lui o quella di lei. É una guerra che non ha mai t regua e sfocia, a vol te, in distensione, a volte in una lotta sanguinosa ed in un gioco a somma zero che include divorzi, nuovi matrimoni ed altre varianti (4). Naturalmente, oltre alla nascita del primo bambino, anche l’arrivo di successivi figli modifica e cambia il sistema familiare. Quindi, la nascita di un figlio è di per sé fonte di stress, per via della trasformazione delle relazioni tra i vari attori. Tale condizione può diventare estrema con la nascita di un figlio disabile, o comunque, con il momento della scoperta del disturbo, tanto da produrre una grande crisi all’interno del ciclo vitale di una famiglia. Sostegno alla coppia in genitori con minore affetto da Disturbo dello Spettro Autistico. Sulla base di stima nazionale ed internazionale di prevalenza, ci sono circa 600.000 persone con Disturbo dello Spettro Autistico, in Italia, di cui circa 100.000 di età inferiore ai 18 anni (5). Tale disturbo è una condizione permanente con un impatto e costi considerevoli per gli individui, la loro famiglia e la società in generale (6). Diversi studi hanno sottolineato che le famiglie di bambini con autismo hanno livelli più elevati di stress rispetto a quelle dei bambini con altri tipi di disabilità (7). Inoltre, è stato evidenziato in questi genitori la presenza di disturbi psicologici caratterizzati da alti livelli di ansia e depressione (8) (9). Inoltre, alcune ricerche hanno rilevato anche un forte impatto in termini di onere tempo, isolamento sociale e solitudine nonché un elevato rischio di separazione e divorzio nella coppia (10) (11). In tal senso, Karst e collaboratori, già nel 2012, hanno sottolineato che i fattori di stress, che man mano si accumulano, portano le famiglie a vivere tensioni finanziarie, difficoltà nella gestione del tempo, conflitti coniugali, isolamento sociale, diminuzione dell’autoefficacia genitoriale e incertezza sul futuro del loro bambino (12). Un lavoro di Hartley e collaboratori, basato sul confronto del verificarsi e della tempistica del divorzio in 391 genitori di bambini con un Disturbo dello Spettro Autistico e un campione rappresentativo abbinato di genitori di bambini senza disabilità, ha riportato che i genitori di bambini autistici avevano un tasso di divorzio più elevato rispetto al gruppo di confronto (23,5% contro 13,8%). Il tasso di divorzio è rimasto elevato durante l’infanzia, l’adolescenza e la prima età adulta del figlio o della figlia per i genitori di bambini con tale disabilità, mentre è diminuito dopo l’infanzia del figlio o della figlia (dopo circa 8 anni) nel gruppo di confronto (13). Bilanciare i ruoli di genitore e partner è difficile per la maggior parte delle persone e può essere particolarmente difficile quando sono necessari tempo e impegno extra nel ruolo genitoriale. In un lavoro di Brobst e collaboratori, ad

Sostenere la genitorialità nella sua complessità: racconto di un’esperienza di un corso di sostegno alla genitorialità

di Barbara Casella da Psicologinews Scientific La famiglia è il primo luogo in cui cresce e si sviluppa l’essere umano. Una relazione soddisfacente tra genitori e figli diviene, pertanto, di fondamentale importanza per una crescita armonica dell’individuo. Non è scontato che la relazione genitore-figlio si sviluppi con naturale facilità, in quanto essere genitori ed educare è un compito molto complesso, che si modifica durante tutto l’arco della vita in base allo sviluppo psico-fisico di ogni componente della famiglia ed è influenzato da fattori di diversa natura. La famiglia segue nel corso degli anni un processo evolutivo, passando da una fase all’altra e con una continua ristrutturazione dei rapporti tra i membri. Gli eventi evolutivi che accompagnano ogni f a m i g l i a , comportano d e i cambiamenti nell’organizzazione del sistema familiare e nelle relazioni interpersonali. Quando le vecchie modalità relazionali non sono più idonee, bisogna sperimentarne nuove, più funzionali e adeguate alla fase del ciclo di vita che la famiglia sta attraversando. Nella rappresentazione della famiglia come un sistema vivo in continuo movimento e in evoluzione, si evidenzia la complessità del ruolo genitoriale. Oggi, la famiglia si trova costantemente sottoposta ad un doppio messaggio: da un lato si ribadisce il suo ruolo centrale, vista come pilastro fondamentale della società; dall’altro vede fortemente ridotto lo spazio e l’efficacia della sua azione educativa. I genitori si sentono sempre più messi alla prova, sottoposti alla concorrenzialità dei mass-media e, soprattutto, dei social. Il fascino di stili di vita patinati, l’attrattiva di nuovi modelli culturali e il carente riconoscimento sociale del ruolo genitoriale, favoriscono nei genitori un maggior numero di incertezze e una poca consapevolezza delle proprie capacità educative. Essere genitori è un compito complesso, non esistono linee guida o certezze infallibili, anzi è un ruolo in continuo mutamento tutt’altro che statico, che dovrebbe avere la capacità dinamica di rivedere continuamente i l proprio stile educativo, affrontando in modo funzionale i cambiamenti messi in campo dal sistema familiare. La genitorialità incorpora in sé, sia aspetti individuali relativi alla rappresentazione, più o meno consapevole, di come un genitore debba essere e, sia aspetti di coppia, ossia della modalità relazionale che i partner condividono nell’assolvere questo specifico compito. Questa c o m p l e s s i t à , ben r a p p r e s e n t a l’impossibilità di confinare la genitorialità solo nell’evento biologico della nascita. Diventare genitori comporta significativi cambiamenti individuali e relazionali che evolveranno lungo tutto il ciclo vitale degli individui coinvolti. Non si può essere genitori sempre allo stesso modo, perché sarà necessario assolvere impegni differenti e adottare modalità comunicative e interattive diverse secondo l’età dei figli. Un approccio relazionale funzionale, o uno stile comunicativo efficace attuato con un bambino di sei anni, non potrà rimanere invariato dinanzi ad un ragazzino di quindici anni. La consapevolezza dell’importanza e della complessità del ruolo genitoriale ha sviluppato e consolidato sempre di più l’idea di sostenere la genitorialità. La formazione dei genitori è ritenuta un prezioso strumento di prevenzione primaria, in quanto il potenziamento delle capacità genitoriali divengono indispensabili per gestire situazioni educative quotidiane. I percorsi di sostegno alla genitorialità non sono d e s t i n a t i a f a m i g l i e d e fi n i t e “problematiche” ma può essere un cammino utile a tutti i genitori per migliorare la relazione con i figli, la consapevolezza del proprio ruolo, le dinamiche familiari e la crescita di ogni membro della famiglia. Da circa quarant’anni gli interventi in educazione parentale si sono moltiplicati nella maggior parte dei paesi occidentali. In Italia, a partire dagli anni sessanta è avvenuta la diffusione delle scuole dei genitori, attuate da varie istituzioni cattoliche. Questa evoluzione si è avuta per un ventennio, con un successivo affievolimento negli anni ottanta. Dopo questo calo d’interesse, negli anni novanta entra nel mondo dei servizi alla persona il concetto di “sostegno alla genitorialità”, che sostituisce quello, ormai obsoleto, di “educazione dei genitori”. Questo nuovo approccio è meno legato alle istituzioni cattoliche ed è più aperto e centrato sulla persona. L’obiet t ivo principale è quel lo di aumentare le abilità educative dei genitori e i l loro sentimento di competenza, al fine di accompagnare la crescita dei propri figli. I percorsi psicologici di sostegno alla genitorialità hanno lo scopo di rafforzare la relazione genitori-figli, puntando sulla consapevolezza del compito di ciascun genitore. E’ importante promuovere in modo parallelo la conoscenza delle competenze g e n i t o r i a l i e i l riconoscimento della singolarità del figlio, identificandolo come parte staccata da sé, separata, differente, fuori dal proprio campo personale. La premessa genitoriale spesso è alterata dalla convinzione che avendo messo al mondo un figlio, lo si conosce meglio di chiunque altro. E’ necessario favorire, invece, una diversa conoscenza del figlio, indirizzando i genitori a non ritenere la prole come un proprio prolungamento ma guardare un figlio come una persona con una propria individualità. Se il riconoscimento dell’altro non avviene, non si dà vita all’incontro e la possibilità di creare uno scambio relazionale è limitata, o può divenire disfunzionale. La curiosità e la conoscenza verso la persona che si ha di fronte, nel suo modo di comunicare, di esprimere bisogni, paure, rende possibile ripensare a nuove modalità di approccio e confronto con i propri figli. Il sostegno alla genitorialità permette di rinforzare le risorse di ciascun genitore, in modo che ognuno impari ad utilizzarle in autonomia nel proprio sistema familiare. Questo lavoro mira ad aiutare le famiglie a gestire autonomamente i problemi che la vita quotidiana comporta e di ottenere una migliore qualità della vita per tutti i suoi membri e, di conseguenza, per tutta la società. Ambienti relazionali positivi e f a c i l i t a n t i lo scambio interpersonale, possono far sentire i soggetti coinvolti maggiormente ascoltati, accolti e guidati in un processo di crescita personale ed interpersonale. Nel sostenere i genitori è importante

Osservare e comunicare per includere in Didattica a Distanza

di Maria Anna Formisano e Maria Cristina Oliva da Psicologinews Scientific Introduzione La Didattica a Distanza – DaD – lanciata con la fase della pandemia da Covid-19 e prevista dal Dpcm dell’8 marzo 2020 per tutta la durata della sospensione delle attività didattiche nelle scuole, si è rivelata uno strumento molto utile, non solo per rispondere alle esigenze psicopedagogiche generali, ma anche per garantire e implementare pratiche inclusive psicoeducative per tutti, nessuno escluso. Già l’Art.3 della Costituzione assicura uguaglianza formale e sostanziale a tutti i cittadini davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione e di opinioni politiche, in virtù del fatto che tutti hanno diritto a conseguire esperienze di crescita individuale e sociale, poiché l’uguaglianza è il valore d e l l a d i v e r s i t à . A l l a b a s e del l ’ inclusione vi è l ’ impegno psicopedagogico dell’intera comunità scolastica, che si attiva sinergicamente per garantire la piena partecipazione individuale e collettiva di tutti gli allievi con bisogni educativi speciali. Ciò suggerisce, dunque, la necessità di progettare learning environments virtuali che permettano a tutti gli alunni, tenendo conto delle loro diverse caratteristiche sociali, biologiche e culturali, non solo di sentirsi parte attiva del gruppo di appartenenza ma anche di raggiungere il massimo livello possibile in materia di apprendimento. In questo ripensamento di pratiche psicopedagogiche inclusive si rende necessario la valorizzazione di una “pedagogia del controllo” o Mastery Learning (Bloom e Carroll,1974), fondata sul presupposto che la maggior parte degli allievi può raggiungere un alto livello di capacità di apprendere, a patto che si affronti l’insegnamento con sistematicità e sensibilità, che si aiutino gli allievi quando presentano difficoltà di apprendimento, che si dia loro il tempo sufficiente a conseguire la padronanza cognitiva e si stabilisca un cr i ter i o chiar o s u cosa s ia la padronanza (Bloom,1974). Per fare questo è necessario che gli insegnanti credano fermamente che la classe virtuale sia una Community of Learners, così come affermano A. Brown e J. Campione (1984), basata sulla condivisione delle risorse didattiche, morali ed intellettuali, sulla natura dialogica e distribuita dell’acquisizione della conoscenza e sul rispetto e la promozione delle d i f f e r e n z e , n e l l ’ o t t i c a dell’”inclusiveness”, dove tutti mostrano un atteggiamento positivo e lavorano fin dall’inizio sulla base di una motivazione intrinseca e una comunicazione efficace. P o i c h é l e p r o f e s s i o n i d i insegnamento devono affrontare richieste in rapida evoluzione, agli educatori sono richieste competenze sempre più ampie e sofisticate rispetto al passato. A livello internazionale sono s tat i svi luppat i numeros i strumenti progettuali e osservativi per aiutare gli insegnanti ad identificare i bisogni formativi degli allievi al fine di prendere in considerazione anche le difficoltà, di vario genere, presenti nelle nostre aule. Ne scaturisce l’esigenza di una progettazione formativa esplicita accurata, efficace ed efficiente, che vada oltre la mera visione strumentale dell’insegnamento. In altri termini, si tratta di predisporre il percorso didattico in piccole unità di studio (microcontents), piccole attività didattiche (microactivities) e porzioni di tempo ridotte (microtimes), al fine di risvegliare la curiosità intellettuale, il senso critico e l’autonomia di giudizio degli allievi. Per sos tenere tale ideologia p r o g e t t u a l e è n e c e s s a r i o c h e l’approccio psicoeducativo tenga conto di tutte le variabili che si inseriscono nel processo di insegnamento-apprendimento e che possono, in alcuni casi, compromettere il buon esito del percorso di formazione (successo formativo). Ogni persona e ancor più quella con bisogni educativi speciali, non può essere presa in considerazione come se fosse una monade ma va considerata all’interno di trame, di relazioni e di contesti comunicativi, che consentono un permanente dispiegarsi di autonomia/dipendenza intersoggettiva. Comprendere questo significa prestare attenzione al mondo dell’allievo, osservando il costruirsi della sua storia personale attraverso le dinamiche familiari, i luoghi di vita e la loro organizzazione, le figure significative, i codici comunicativi, i me d i a t o r i , l e r i s o r s e uma n e , economiche e psicologiche, la qualità di vita, i valori di riferimento, etc. (Pavone, 2014). A tal proposito appare lecito il principio psicopedagogico dell’accomodamento ragionevole, secondo cui le modifiche e gli adattamenti necessari non devono imp o r r e u n c a r i c o d i d a t t i c o sproporzionato o eccessivo, ma il riconoscimento delle potenzialità dell’allievo in quanto entità fisica e psicologica con peculiarità cognitive, affettive e sociali. In questo difficile compito è utile che il docente conosca i l potenziale di apprendimento dell’alunno con bisogni educativi speciali, al fine di definire con chiarezza i contenuti didattici, i traguardi formativi e gli obiettivi di apprendimento, controllando che le informazioni didattiche siano recepite da tutti gli allievi in maniera chiara, nell’ottica del dialogo educativo, della relazione comunicativa e della prospettiva osservativa. Per poter operare in questa direzione è necessario promuovere in DaD discussioni aperte e interattive rispetto alle tradizionali lezioni frontali (Katz e Lazcano Ponce,2008), poiché anche lo spazio virtuale è spazio relazionale, di espressione affettiva ed emozionale che rimanda ai differenti stati d’animo provati. Bisogna rieducare all’attenzione, alla concentrazione e anche alla relazional i t à on l ine perché nell’individuo vi è intrinsecamente la motivazione emotiva di entrare in connessione con gli altri per creare nuove dimensioni psicosociali. Se spostiamo l’attenzione sulla gestione psicodidattica di una classe virtuale è da ritenere che la padronanza degli strumenti culturali di base avviene attraverso una gestione innovativa degli spazi, s e c o n d o i p r i n c i p i d e l l a p o l i f u n z i o n a l

Fattori di rischio e livelli di stress nelle madri con minore affetto da Disturbo dello Spettro Autistico

di Emanuele Mingione da Psicologinews Scientific L’articolo qui presentato ha lo scopo di sintetizzare alcuni aspetti psicoemotivi di genitori di minori disabili in base all’esperienza clinica svolta dall’equipe multidisciplinare del Nucleo di II Livello di NPIA del Distretto 12 dell’ASL CE (1). Nello specifico, è stato considerato il ruolo materno, prendendo in esame in particolar modo il lavoro effettuato con le madri di bambini che hanno già ricevuto la diagnosi di Disturbo dello Spettro Autistico o che sono in corso di approfondimento diagnostico, compresi in una fascia di età tra i 18 mesi e i 10 anni. L’analisi delle narrazioni durante i colloqui e le visite, nonché le interviste semistrutturate o le sessioni di osservazione di gioco attraverso test standardizzati hanno evidenziato un forte bisogno, specialmente delle madri, di ricevere un supporto personale o familiare dove poter ottenere da un lato informazioni utili sulla gestione del proprio bambino, dall’altro uno spazio dove poter elaborare i propri vissuti legati alla malattia del figlio. Introduzione Il disturbo dello Spettro Autistico è una disabilità multidimensionale dello sviluppo neurologico che colpisce le interazioni sociali e le capacità di comunicazione (2). Tale disturbo è caratterizzato da interessi e attività ripetitive e stereotipate, e da comorbidità comuni che variano in gravità in tutto lo s p e t t r o , i n c l u s i a g g r e s s i v i t à , comportamento impulsivo, ansia, depressione, difficoltà del sonno e disturbi cognitivi. Le peculiarità della sintomatologia clinica possono essere estremamente eterogenee sia in termini di complessità che di severità e possono presentare un’espressione variabile nel tempo. Gli studi epidemiologici internazionali hanno riportato un incremento generalizzato d e l l a prevalenza del Disturbo dello Spettro Autistico. La maggiore formazione dei medici, le modifiche dei criteri diagnostici e l’aumentata conoscenza del disturbo da parte della popolazione generale, connessa anche al contesto socio-economico, sono fattori da tenere in considerazione nell’interpretazione di questo incremento (3). In Italia, si stima che 1 bambino su 77 (età compresa tra i 7 ed i 9 anni) presenti un Disturbo dello Spettro Autistico con una prevalenza maggiore nei maschi. Questa stima nazionale è stata effettuata nell’ambito del “Progetto Osservatorio per il monitoraggio dei Disturbi dello Spet t ro Aut ist ico” co-coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità e dal Ministero della Salute. Diversi studi sottolineano come tale disabilità abbia un forte impatto sul benessere dell’intera famiglia. Una ricerca condotta da Bluth e collaboratori nel 2013, ad esempio, ha evidenziato che i genitori di bambini con Disturbo dello Spettro Autistico sperimentano una serie complessa di fattori di stress che sono direttamente correlati alle caratteristiche del bambino, come comportamenti molto invalidanti, e indirettamente correlati a fattori di stress del sistema, come le barriere all’accesso ai servizi per il bambino (4). In tal senso, Karst e collaboratori, in uno studio precedente, datato 2012, hanno sottolineato che i fattori di stress, che man mano si accumulano, portano le famiglie a vivere tensioni finanziarie, difficoltà nella gestione del tempo, conflitti coniugali, isolamento sociale, diminuzione dell’autoefficacia genitoriale e incertezza sul futuro del loro bambino (5). Fattori di rischio e di stress nelle madri di minori con Disturbo dello Spettro Autistico. Il mondo della psicologia ha sempre prestato una particolare attenzione al ruolo del “materno”, basti pensare al pensiero freudiano con il complesso edipico o l e successive t e o r i e psicanalitiche kleiniane o bioniane, fino al concetto di attaccamento di Bowlby. Anche rispetto alle cause dell’insorgenza dell’autismo, diverse sono state le teorizzazioni, nel tempo smentite, che vedevano nel rapporto madre-bambino la possibile causa di insorgenza del disturbo stesso. Le prime teorie, infatti, sono state di stampo psicoanalitico e vedevano le cause alla base dello sviluppo del Disturbo dello Spettro Autistico incentrate su di una particolare alterazione della relazione tra madre e bambino. Nello specifico, Bruno Bettelheim, nel 1967, ipotizzava che l’autismo scaturisse da un rapporto inadeguato del bambino con la madre, definita “madre frigorifero”, da cui il minore doveva essere staccato per una terapia riabilitativa, la cosiddetta “parentectomia” (6) (7). Oggi, invece, si è visto che il Disturbo dello Spettro Autistico è causato da una varietà di fattori di natura organica, genetica, epigenetica e di sviluppo del cervello ed il ruolo genitoriale ha assunto un’importanza nelle strategie di gestione ed intervento a supporto del minore stesso. Naturalmente, è necessario sottolineare che una madre deve mantenere il suo ruolo di genitore senza pretendere di trasformarsi essa stessa in una terapista del figlio. Durante il lavoro svolto dall’equipe multidisciplinare del Nucleo di II livello dell’ASL CE, in diversi colloqui ed interviste si è evinto, infatti, che molti genitori, in particolare le madri, che spesso sono delegate in maniera univoca al ruolo di caregiver del minore disabile, frequentavano corsi di formazione specifici per poter intervenire in maniera “abilitativa”, perdendo di vista l’importanza d e l l ’ e s c l u s i v i t à d i accudimento della relazione materna. Le caratteristiche del Disturbo dello Spettro Autistico, in particolare le difficoltà relazionali e comunicative, rendono molto complessa da un punto di vista emotivo la metabolizzazione della malattia stessa del proprio figlio. Durante gli approfondimenti diagnostici, svolti nel suddetto Nucleo, la discontinuità o la mancanza del contatto oculare, l’assenza o il ritardo nel linguaggio o il non voltarsi quando è chiamato per nome, ad esempio, sono i primi campanelli di allarme che creano sin da subito nell’animo del genitore (90% madri) che assiste alle osservazioni standardizzate, ad esempio test CARS 2 (8) o test ADOS (Modulo Toddler o Modulo 1) (9), un forte senso di angoscia. Molte madri durante le visite o durante le interviste semistrutturate come l’ADI-R (10) o le Vineland II (11) raccontano spesso di raccogliere molte informazioni sull’autismo da internet, andando incontro anche a tanti pareri o t e o r i z z a z i o n i b a s a t i s u l l a disinformazione, come ad esempio l’attribuire l’origine del disturbo alle vaccinazioni. La fase

IL CYBERBULLISMO, LA VIOLENZA DELL’ERA DIGITALE

di Veronica Lombardi da Psicologinews Scientific Le parole pesano, creano relazioni, aspettative e stimoli, mettono radici, muovono energia, rappresentano mondi paralleli, racchiudono menti umane… L’attuale emergenza sanitaria, ha evidenziato la grande importanza della “Rete”. L’anno appena trascorso ha incrementato l’uso della digitalizzazione in tutti i settori pubblici e privati. Tuttavia, se la rete ci offre numerosi benefici, dall’altro permette il dilaniarsi dei reati correlati a questo complesso e multiforme universo. La parola Lockdown ha significato ridisegnare la concezione del tempo e dello spazio, non esistono più i sabati e le domeniche ma giornate che si susseguono, seduti dietro un pc, una dietro l’altra, quasi tutte uguali. L’implementazione dei programmi di didattica a distanza (DAD) ha garantito il proseguimento del le lezioni per completare programmi ministeriali ma i ragazzi si sono visti sottrarre un bene più prezioso: la libertà di socializzare, di stare insieme, in uno scambio perenne di esperienze nuove che danno vita a nuove connessioni personali e a stimoli sempre maggiori e quando sei un adolescente nulla può essere più devastante del dover frenare in corsa questa travolgente libertà. La meravigliosa opportunità della Rete, che tuttavia dà continuità a questo scambio interpersonale, può trasformarsi così in una ragnatela che ti imprigiona. È in questo contesto che il cyberbullismo è in continua evoluzione. Ma facciamo un passo indietro, cos’è il cyberbullismo? La parola cyberbullismo è un neologismo coniato per identificare forme di “bullismo virtuale, compiuto mediante la rete telematica”. In ambito giuridico il termine è circoscritto nella L. 71/2017, secondo cui per cyberbullismo deve intendersi “qualunque forma di pressione, aggressione, molestia, ricatto, ingiuria, denigrazione, diffamazione, furto d’identità, alterazione, acquisizione illecita, manipolazione, trattamento illecito di dati personali in danno di minorenni, realizzata per via telematica, nonché la diffusione di contenuti on line aventi ad oggetto anche uno o più componenti della famiglia del minore il cui scopo intenzionale e predominante sia quello di isolare un minore o un gruppo di minori ponendo in atto un serio abuso, un attacco dannoso, o la loro messa in ridicolo”. Il cyberbullismo, quindi, costituisce “un fenomeno nuovo, legato all’era digitale”. Oggi la tecnologia consente ai bulli di infiltrarsi nelle case delle vittime, di materializzarsi in ogni momento della loro vita, perseguitandole con messaggi, immagini, video offensivi inviati tramite smartphone o pubblicati sui siti web tramite Internet. Il bullismo diventa quindi cyber. Il cyberbullismo, appunto, definisce un insieme di azioni aggressive e intenzionali, di una singola persona o di un gruppo, realizzate mediante strumenti elettronici (sms, mms, foto, video, emai l , chat rooms, istant messaging, siti web, telefonate), il cui obiettivo è quello di provocare danni ad un coetaneo incapace di difendersi. Rispetto al bullismo tradizionale, il cyberbullismo, svolgendosi sulla rete internet ne rende più “difficile la reperibilità” del ciberbullo inoltre è svolto in “assenza di limiti spazio temporali” in quanto mentre il bullismo tradizionale avviene di solito in luoghi e momenti specifici (ad esempio in contesto scolastico), il cyberbullismo investe la vittima ogni volta che si collega al mezzo elettronico utilizzato dal ciberbullo (WhatsApp, Facebook, Twitter, blog, ecc.) Ma la differenza più evidente tra bullismo e cyberbullismo r isiede nella perdita della componente fisica e diretta che, pur nella varietà dei casi e delle forme, caratterizza gran parte dei classici episodi di bullismo: ad una “relazione” nell’ambito della quale bullo e vittima si conoscono, abitano nella stessa città e frequentano gli stessi a m b i e n t i , l e n u o v e f o r m e di cyberbullismo sostituiscono invece una dimensione nella quale ad interagire possono essere anche perfetti estranei, che nulla conoscono gli uni degli altri, se non i rispettivi nomi utente, avatar e immagini di profilo. La perdita di qualsiasi limitazione legata al tempo e allo spazio: se infatti gli episodi di bullismo tradizionale rimangono comunque legati alle occasioni di contatto che bullo e vittima possono avere nel l ’ambi to di un ambiente comune, le potenzialità dei nuovi mezzi di comunicazione fanno sì che le condotte aggressive riconducibili al cyberbullismo possano invece verificarsi in qualsiasi momento e a prescindere dalla distanza geografica tra i soggetti coinvolti, rendendo ancor più difficile per la vittima sottrarsi alle vessazioni di cui è fatta bersaglio. Gli s t e s s i s t r u m e n t i i n f o r m a t i c i contribuiscono poi ad alimentare, specialmente nei soggetti più giovani, una particolare disinvoltura nel loro utilizzo: la semplicità con cui ragazzi e ragazze possono oggi accedere a svariati servizi online, assieme alla mancata percezione dei rischi e delle conseguenze anche gravi delle azioni poste in essere nel mondo digitale, possono indurre all’adozione di comportamenti che nella vita reale non sarebbero stati assunti o avrebbero comunque probabilmente trovato un argine in meccanismi di controllo e disapprovazione operanti all’interno dell’ambiente scolastico, sportivo e sociale in genere. La pericolosità del fenomeno si evidenzia anche sotto un altro profilo: per via della stessa natura della rete Internet, tutti i contenuti su di essa caricati finiscono per sfuggire alla diretta disponibilità di chi li ha condivisi, determinando una possibilità di diffusione di dati, informazioni e materiali su una scala che non ha uguali in altre forme di comunicazione del passato, con conseguenti difficoltà nel procedere in un secondo momento alla loro rimozione anche per le stesse autorità preposte al controllo. Il cyberbullismo può manifestarsi in maniera differente e a tal proposito sono state coniate le seguenti categorie: • flaming, consistente nel la pubblicazione di messaggi dal contenuto aggressivo, v i o l e n t o , v o l g a r e , denigratorio, in danno di un utente nel momento in cui q u e s t i c o m p i e u n a d e t e r m i n a t a attività online (ad esempio quando esprime i l suo pensiero intervenendo su un social network); • harassment, cons i s tent e nell’invio continuo e reiterato d i una

Evoluzione della genitorialità

di Giulia Tarabbo da Psicologinews Scientific Guardando a ciò che sta accadendo in questo momento storico e osservandone le ripercussioni psicosociali, è possibile interrogarsi sulle relazioni familiari e su come queste si stano modificando. I grandi eventi storici hanno cambiato le relazioni tra i membri della famiglia. Alla base di queste modifiche vi è il cambiamento della comunità, all’interno della quale sono inserite le relazioni stesse e le richieste che la comunità fa ai singoli. È possibile differenziare le modalità con cui avvengono i cambiamenti sociali. Questi possono essere la causa o la conseguenza di eventi storici rilevanti come guerre, rivoluzioni o catastrofi naturali. Nella prima ipotesi, la crescente consapevolezza di un bisogno sociale e comunitario spinge gli individui ad aggregarsi in gruppi in base al bisogno condiviso da questi. Cosi i singoli assumono le caratteristiche delle MASSE descritte da Freud in Psicologia delle masse e analisi dell’Io: “la massa è impulsiva, mutevole e irritabile. È governata quasi per intero dall’inconscio. (…) I sentimenti di una massa sono sempre semplicissimi e molto esagerati.” (1) Sulla base di questo principio le rivoluzioni partano cambiamenti sociali e culturali legati al bisogno di un gruppo di persone. Nel secondo caso, alle catastrofi naturali o alle guerre seguono cambiamenti sociali e culturali motivati da eventi non influenzati dai bisogni comunitari. In questi casi è la comunità che ha avuto necessità di adeguarsi ad un nuovo assetto politico e sociale di cui non è promotrice. È possibile, quindi, individuare un’evoluzione del sistema famiglia. Nell’ultimo secolo i bisogni emotivi individuali sono mutati, anche grazie al benessere economico e sociale della seconda metà del novecento. L’attenzione dedicata alle necessità dei bambini è sempre maggiore così come le conoscenze inerenti il loro sviluppo emotivo e psicoaffettivo. La teoria dell’attaccamento ha messo in evidenza come il ruolo del caregiver sia centrale per lo sviluppo dell’infante. Numerosi studi hanno evidenziato la presenza di correlazione tra uno specifico modello di attaccamento e psicopatologie. Intorno al ruolo del caregiver ruota l’attenzione di chi si interroga sulle dinamiche intra familiari. Moltissime ricerche sono orientate all’individuazione delle caratteristiche della madre sufficientemente buona. Ciò che sembra essere determinate è la capacità di essere presente emotivamente all’interno della relazione con il bambino. Essere madre e padre attualmente ha caratteristiche differenti da quelle che appartenevano alle generazioni precedenti. I ruoli del paterno e del materno si sovrappongo e si confondo. Lentamente e con grandi difficoltà la donna lascia il focolare e smette di essere solo madre. La donna decide di andare nel mondo eppure, nonostante la politica di inclusione così fortemente considerata, durante l’ultimo anno tantissime donne si sono trovate a dover rinunciare al proprio lavoro per rimanere a casa con i propri figli, costretti alla didattica a distanza. Va sottolineato come ad entrambi i genitori siano affidati i compiti legati sia al codice paterno che a quello materno. Le caratteristiche del codice materno riguardano la capacità di appartenere dell’individuo. La persona impara attraverso l’identificazione, l’apparenza, l’identificarsi con l’altro e le modalità con cui entrare in relazione. Al codice paterno sono invece attribuiti i compiti legati alla differenziazione. La persona va alla ricerca del nuovo e dell’altro diverso da sè. Apprendere e assimilare entrambi i codici è un aspetto fondamentale per lo sviluppo individuale. Dunque fatte tali premesse è possibile osservare come nel corso del tempo le figure genitoriali abbiano cambiato le modalità relazionali. Il ruolo normativo severamente vincolato all’autorità genitoriale è stato sostituito da figure genitoriali molto più accoglienti rispetto ai bisogni espressi dai figli. In tale passaggio sembra però essersi perso il ruolo di contenimento emotivo e normativo che pure appartiene alle figure genitoriali. Dalla pratica clinica sembra esserci da una parte la difficoltà di differenziazione tra genitori e figli e, dall’altra, si riscontra una difficoltà nella possibilità di fornire frustrazioni evolutive ai propri figli. I genitori sembrano essere preoccupati di perdere l’amore dei propri figli se assumono una funzione più normativa. Il disagio che segue questa difficoltà è possibile rintracciarlo in modo evidente attraverso il malessere espresso già a partire dal periodo adolescenziale. L’appartenenza ad una società, come descritta da Caludio Naranjo, dove prevale una mente patriarcale, ossia “una società nella quale la fame d’amore paterno e materno costringe la maggior parte delle persone ad una dipendenza affettiva.”,(2) pone ancor di più in evidenza le difficoltà osservate dai genitori. Il ruolo sociale richiesto agli adulti pone questi ultimi in un costante bisogno di riconoscimento affettivo, mettendo in atto un’inversione di ruolo. Non è più il genitore che riconosce e differenzia da sè il bambino, ma è il figlio che rispecchia l’integrità del genitore. Vengono così a sovrapporsi e a confondersi ruoli e funzioni ed il processo di separazione ed individuazione, che risulta essere fondamentale per la crescita, trova le resistenze dettate dalla paure di perdere l’amore vitale rispecchiato dal figlio. Note (1)Psicologia delle masse e analisi dell’Io, pag. 19. Biblioteca Bollati Borghieri. (2)La civiltà, un male curabile, pag- 78-79 Claudio Naranjo, FrancoAngeli 2017 Bibliografia CAVIGLIA G.; Teoria della mente, attaccamento disorganizzato, psicopatologia, Carducci, 2015. FREUD S.; Psicologia delle masse ed analisi dell’Io, Bollati Boringhieri,1975, 19. GUERRIERA C.; Il padre della mente, Idelson-Gnocchi, 1999 NARANJO C.; La civiltà, un male curabile, FrancoAngeli, 2017, 78-79.

L’illusione di ‘Riempire’: L’atto del Mangiare come nesso Simbolico tra Corpo, Cibo e Amore

di Valeria Bassolino da Psicologinews Scientific “Evitate di ingoiare bocconi fisici ementali che sono destinati arimanere corpi estranei del vostrosistema.Per capire ed assimilare il mondo,dovete usare molto i vostri denti”.F. Perls scientific marzo 2 La funzione alimentare, per quanto essenziale, non è del tutto innata, ma ha bisogno di essere formata, e ciò equivale a dire che tale funzione può essere deviata dalla propria destinazione originaria, qualora la formazione in questione sia mal condotta. Dalle parole di A. Mindell: “Esiste un corpo inconscio, “un corpo che sogna” che è contemporaneamente corpo e sogno e indica la personalità globale con tutti i suoi canali. Chiamiamo “sintomo” i l segnale che giunge attraverso il corpo e “simbolo” quello che si manifesta attraverso il sogno”. Fritz Perls, in “L’ Io, la fame e l’aggressività”, spiega come il bambino cominci ad acquisire autonomia già con la dentizione, quando può masticare e destrutturare da solo il cibo, assimilarlo e farlo proprio. In termini psicologici, il ‘destrutturare’ vuol dire scomporre l’esperienza, masticarla. In tal modo, è p o s s i b i l e a t t i v a r e un processo elaborativo interno che consente di non incorporare passivamente i messaggi genitoriali, ma di assimilarne le parti buone e rifutarne quelle cattive. L’aggressività è intesa, in senso etimologico (adgredior), come energia dell’ ‘andare verso’ e afferrare, prendere, impossessarsi dell’esperienza. La rabbia, dunque, è l’emozione che ci permette di affrontare ciò che è pericoloso per noi o di respingerlo. Per questa ragione, la repressione della rabbia nel bambino gli impedisce di sfruttare energie vitali indispensabili. Il bambino, quindi, porterà alla bocca e inghiottirà tutto ciò che gli sembra ‘buono’, desiderabile, suscettibile di soddisfare i bisogni, rifiutando e sputando ciò che considera ‘cattivo’. Nelle fasi iniziali della vita, quindi, nessuna altra funzione vitale svolge un ruolo importante nella crescita quanto l’alimentazione. Soddisfare la fame produce un sentimento di sicurezza e di benessere; nell’allattamento il bambino prova il primo sollievo dal disagio fisico, e il contatto ‘caloroso’ con la pelle della madre gli dà la sensazione di essere amato. Durante l ’ a l l a t t a m e n t o , sperimenta sensazioni piacevoli nella bocca, nelle labbra e sulla lingua, che poi cercherà di produrre, in assenza della madre, succhiandosi il dito. Così, le sensazioni di sazietà, di sicurezza e di amore sono indivisibili nelle prime esperienze del bambino. Hilde Bruch sostiene che – quando la madre non risponde in maniera adeguata ai messaggi del figlio – questo perde ben presto la capacità di discriminare fame e sazietà. Vi sono madri che alimentano il proprio figlio tutte le volte che piange, perché sono incapaci di immaginare altri bisogni. Si sviluppa in tal modo il nesso simbolico in cui il cibo rappresenta amore, sicurezza e soddisfazione del bisogno; in questo caso, il cibo sarà utilizzato in maniera inadeguata ed esagerata allo scopo di risolvere tutti i problemi della sua esistenza. In età adulta, quello che per alcune persone è un ‘buco nero’, per altre è un ‘vuoto incolmabile’ e mangiare diventa il modo per riempirlo e riempirsi, per non sentire il vuoto affettivo e relazionale circostante. Quando è una carenza affettiva ad aver segnato e caratterizzato l’infanzia, quando non si riesce a percepire il calore e l’amore di chi sta attorno, ingerire una grande quantità di cibo può essere un modo appreso per ‘scaldarsi’ e gratificarsi. Se immaginiamo l’espressione della sofferenza che si sviluppa lungo un continuum che va dalla condizione ‘sana’ alla patologia, possiamo osservare manifestazioni d i d i s a g i o solo quantitativamente differenti; dalla ‘normalità’, ove sono sempre possibili fasi di sofferenza seppur episodiche o rivelate limitatamente nel tempo, fino ai Disturbi della Condotta alimentare. H. Bruch afferma che i Disturbi della Condotta Alimentare sono espressione esterna di disagi inerenti al Sé, al senso di inadeguatezza e alla bassa autostima che successivamente, nelle fasi critiche di passaggio, arrivano a manifestare disturbi nella sfera alimentare. In genere, afferma, tali pazienti sono state bambine compiacenti, brave, obbedienti, che ad una certa età incominciano a diventare oppositive e ribelli. L’Analisi Transazionale individua ingiunzioni del tipo: ‘Non essere te stessa’, ‘Non sentire’, ‘Non appartenere’ e Spinte del tipo: ‘Sii perfetta!’, ‘Sforzati!’, ‘Sbrigati!’. Si osserva, in questi casi, un Processo di Copione del tipo ‘finché’. Per esempio: ‘Finché non sarò magra non potrò essere felice’. Schematicamente, di seguito sono r a p p r e s e n t a t e l e S p i n t e Comportamentali applicate al cibo: ‘Sii forte!’ diventa ‘Mangia anche ciò che non ti piace’ ‘Sii perfetta!’ diventa ‘Mangia solo ciò che ti fa bene’ ‘Compiaci!’ diventa ‘Mangia tutto quello che ti do, tutto quello che dico io’ ‘Sforzati!’ diventa ‘Mangia fino alla fine, anche se non ti va, non lasciare niente’ ‘Sbrigati!’ diventa ‘Mangia veloce, presto’ Secondo Renate Göckel, gli attacchi di fame, dal punto di vista simbolico, hanno varie valenze. Per esempio, dalle parole di alcune pazienti: ‘Devo tapparmi la bocca perché quello che ho da dire veramente potrebbe essere o risultare aggressivo o distruttivo, quindi minacciare il rapporto che ho in corso’. Oppure: ‘Ho bisogno di colmare il terribile vuoto che mi porto dentro e che identifico come sintomo di fame anche se so che non è così’. In altro modo: ‘Potrebbe servire a ‘placarmi’ in qualche modo sollevandomi momentaneamente dall’ansia di dover dare delle ragioni profonde per questo senso di sgomento e di scontentezza di me e degli altri’. Anche sulla base di questi elementi, l ’ a u t r i c e r i t i e n e c h e i d i s t u r b i dell’alimentazione producono lo stesso risultato: creano distanza. I n f a t t i , “ L’ a n o r e s s i c a s i e r g e psicologicamente su tutti gli altri; la bulimica offre agli altri un’immagine di sé diversa dalla realtà, una sorta di finta

Stress lavoro-correlato e genere: un’immagine sulle lavoratrici

di Di Martino Daniela da Psicologinews Scientific Il D.Lgs n. 81/2008 e le successive disposizioni integrative e correttive del D.Lgs . 3 agos t o 2 0 0 9 n. 1 0 6 introducono l’obbligo di attuare la valutazione dello stress lavoro-correlato, ciò per tutte le aziende (pubbliche e private), secondo quanto previsto da due documenti: – l’Accordo Quadro Europeo sullo stress lavoro-correlato (recepito il 9 Giugno 2008) – le indicazioni della Commissione Consultiva Permanente per la Salute e Sicurezza sul Luogo di Lavoro (18 Novembre 2010) Il D. LGS n.81/2008 rappresenta una rivoluzione rispetto all’attenzione posta alle differenze di genere nell’esposizione ai rischi professionali e in particolar modo a quelli specificamente connessi allo “stress lavoro-correlato”. L’ articolo 6, comma 8 let. L afferma che la prevenzione di questo rischio non possa esulare dal riconoscimento delle differenze di genere e cito: La Commissione consultiva permanente per la salute e sicurezza sul lavoro ha il c o m p i t o d i … . p r o m u o v e r e l a considerazione della differenza di genere in relazione alla valutazione dei rischi e alla predisposizione delle misure di prevenzione. Viene dunque superato il paradigma della prevenzione e protezione della salute sui luoghi di lavoro a carattere “neutro” e si valorizza la specificità di genere nell’interazione con l’ambiente di lavoro. Lo stress lavoro-correlato è un rischio professionale che evidenzia differenze significative tra le lavoratrici e i lavoratori rispetto a cause, effetti e conseguenze. Il principale fattore di stress per il g e n e r e f e m m i n i l e r i g u a r d a l a conciliazione lavoro/famiglia e i l cosiddetto fenomeno del “doppio carico”. Le donne sono sempre più presenti nel mercato del lavoro, tuttavia a ciò non è ancora seguita una piena ed equa rimodulazione dei carichi extralavorativi tra i generi. Ancora oggi le donne si occupano dell’accudimento di figli e familiari anziani, in misura maggiore rispetto agli uomini. La conciliazione lavoro/famiglia si configura, pertanto, come la prima e principale fonte di stress lavoro-correlato per le donne. I l “doppio car ico” rappresenta il problema principale d’accesso ad adeguati meccanismi di recupero psico-fisico: basti pensare che secondo un’indagine ISTAT, i lavoratori maschi dedicano in media 2 ore all’assistenza dei familiari, le donne ne dedicano in media 5 e mezza. Ciò implica che in Italia, mediamente, una donna ha meno tempo libero rispetto ad un uomo. Il fenomeno del “doppio carico” ha effetti anche sulla sfera emotiva, in particolare, il timore della donna di penalizzare la carriera in caso di gravidanza o matrimonio, e viceversa, il timore di penalizzare la famiglia a causa del lavoro, sono due dinamiche mentali estremamente presenti e negative per la salute mentale femminile. A ciò si aggiungono le tensioni che spesso insorgono con i datori di lavoro di fronte a richieste di turnistiche agevolate, permessi, aspettative che nascono dalla necessità di meglio conciliare le esigenze lavorative con quelle familiari. Altro aspetto intorno al quale più spesso nascono tensioni sono le comprensibili resistenze della donna a svolgere trasferte/distacchi in luoghi lontani dal domicilio e quindi dalla propria famiglia. Questi fenomeni sono annoverati tra le principali cause del maggior disagio delle donne lavoratrici rispetto agli uomini. Secondo alcuni studi il “doppio carico” rappresenterebbe anche una delle cause del minor accesso delle donne a posizioni gerarchiche apicali (fenomeno del “Soffitto di cristallo”). Un altro fenomeno che attanaglia il genere femminile sui luoghi di lavoro riguarda le molestie sessuali. Sembra incredibile ma solo di recente le molestie hanno cominciato ad assumere un valore e un significato giuridico. Alcuni atteggiamenti maschili sono stati a lungo considerati dalle stesse donne come parte della comune convivenza con gli uomini sul luogo di lavoro. Dare a quegli stessi comportamenti il valore di u n a i m p r o p r i a e o l t r a g g i o s a prevaricazione e, quindi, di molestia, è una conquista dei nostri tempi. Definire la molestia non è semplice. Su questo tema ci viene in soccorso la raccomandazione dell’Unione Europea sulla tutela delle donne e degli uomini sul lavoro (1991)che introduce, a tale riguardo, in modo esplicito, il concetto di m o l e s t i a , s p e c i fi c a n d o n e l e caratteristiche: – “reiterazione”, ossia di insistenza; – “ intenzional i tà” , ossia volontà soggettiva di offendere; – “ indesiderabi l i tà” di determinat i comportamenti, da parte di chi li subisce. Questi aspetti sono difficilmente obiettivabili e dimostrabili, in quanto spesso diventa rilevante la percezione soggettiva d i chi subisce quei comportamenti. Ciò che fa veramente la differenza sono: la percezione, il vissuto e le reazioni che carat ter izzano l’esperienza di una donna molestata da un uomo .Questo aspetto, rende ad oggi ancora difficile l’applicazione di sanzioni al fenomeno delle molestie. Analizziamo come ultimo elemento di stress lavoro-correlato il mobbing. A tal proposito è utile riportare uno studio condotto dall’Università degli studi di Pavia (Tonin e coll.). In questo studio sono stati elaborati statisticamente i dati d i p a z i e n t i e s a m i n a t i p r e s s o l’ambulatorio di Medicina del Lavoro istituito presso la suddetta l’Università, tra il 2001 e il 2009. Tra i lavoratori con diagnosticata “sindrome da mobbing” o patologie correlabili, si è riscontrata una netta preponderanza del sesso femminile (65%). Del 65% delle donne vessate: 1. la percentuale più alta appartiene alla fascia d’età compresa tra i 34 e i 45 anni; 2. si tratta di soggetti con scolarità medio -elevata; 3. la professione prevalente è quella impiegatizia. Ad un’analisi dettagliata notiamo che, al punto 1, la fascia di età tra i 34 e i 45 anni risulta essere più esposta ad atteggiamenti “mobbizzanti”. Sarebbe a tal proposito interessante uno studio di correlazione tra mobbing e incremento

LE FORME DI LINGUAGGIO NELLA RELAZIONE INTERPERSONALE. L’INCOMPRESIONE NELLA COMUNICAZIONE

di Alberta Casella da Psicologinews Scientific In questo articolo è mia intenzione collaborare per la soluzione del mistero della comunicazione umana: perché talvolta abbiamo l’impressione che l’altro non ci capisca, o non ci ascolti, perché anche se ci impegniamo a spiegare le nostre ragioni non riusciamo a trovare un accordo con il nostro interlocutore. La linguistica e la psicologia possono aiutarsi ed aiutarci, rendendosi complementari, trovando reciproco appoggio ed analizzando le stesse questioni da punti di vista differenti, attuando, quindi, un confronto ed un’integrazione tra gli studi effettuati. Lo studio della lingua risulta essere, infat t i , premessa necessar ia per impostare un’analisi del rapporto tra le persone poiché questo è, soprattutto, fondato sull’uso del linguaggio come primo strumento comunicativo. Analizzare lo scambio di parole tra i due soggetti, capire in che modo esso si formi, cosa intende e sottintende, come e quanto l’ambiente possa influenzarlo può essere, quindi, un’area d’incontro fertile e produttiva. Nella relazione, decisivo è il tipo di comunicazione che si utilizza: le dichiarazioni verbali possono fornire notizie ed indizi, la comunicazione non verbale arriva a complicare o chiarire il messaggio. Spesso può accade che nella relazione comunicativa tra persone i registri di comunicazione risultano diversi e sfasati e ciò rende lo scambio non fluido, il messaggio non chiaro. È importante il fluire della parola per comprendere a fondo il filo del discorso; l e parole, r icreando atmosfere, illustrando situazioni, suggerendo sentimenti ed emozioni, saranno la chiave per chiarire anche i movimenti del non verbale. Un atteggiamento propositivo che inviti l’altro ad esprimere liberamente il suo pensiero risulta fondamentale perché apre la strada ad un rapporto di fiducia per poter arrivare, poi, a conversare su temi sempre più significativi. Uno dei problemi fondamentali dell’analisi del linguaggio verbale è che esso non ha sempre un significato chiaramente condiviso da entrambi gli interlocutori: le parole, le espressioni usate dal soggetto sono plasmate dal contesto culturale nel quale egli le ha apprese e possono assumere, quindi, diversi significati a seconda del senso che si attribuisce loro. Può accadere che si fraintendano le parole dell’altro, dando ad esse diverso significato, alterando la comprensione dei fatti. Inoltre, l’ambiente e le circostanze influenzano sempre il comportamento e le comunicazioni e questo può ulteriormente modificare il messaggio e la sua ricezione. Numerosi sono gli studi che confermano l’importanza del contesto nel plasmare atteggiamenti ed opinioni: tra gli studi più affascinanti troviamo gli esperimenti di Cook che analizzò le valutazioni di studenti su un discorso condotto in classe con sottofondi musicali diversi: a seconda del contesto piacevole o sgradevole in cui esso era condotto, i ragazzi ne davano una valutazione positiva e soddisfacente o, al contrario, ne ricevevano un’impressione di negatività e malcontento, nonostante che le parole del discorso rimanessero invariate durante entrambe le situazioni sperimentali. Altrettanto interessanti sono le ricerche che correlano gli stati emozionali con aspetti della conduzione del discorso: si è notata, ad esempio, una correlazione tra situazioni di stress o ansia e variazione di alcuni aspetti specifici dell’eloquio come un cambiamento nel tono della voce o fenomeni di esitazione. Inoltre, tramite esperimenti che deliberatamente ponevano il soggetto in situazioni ansiogene, si è notato che questi comportamenti hanno un’elevata frequenza: ciò sembra confermare l’ipotesi che essi siano involontari e non controllabili da parte del soggetto. Quest’esempio di variazioni del linguaggio, dette aspetti para-linguistici dell’eloquio, c’introduce facilmente nell’esplorazione e spiegazione dell’altra faccia della interazione umana: la “comunicazione non-verbale” di cui questi fenomeni, comprendenti la voce e l e v o c a l i z z a z i o n i , i l t o n o , l e c a r a t t e r i s t i c h e t e m p o r a l i n e l l a successione delle parole, ne sono un aspetto. Il linguaggio verbale, infatti, è peculiare della comunicazione umana ma, negli scambi quotidiani, la comunicazione “non-verbale” o gestuale è altrettanto importante. Spesso non occorre sentire le parole per comprendere ciò che ciascuno custodisce dentro di sé, perché i segni esteriori degli atteggiamenti rivelano più di quanto si potrebbe esprimere. La comunicazione non-verbale accompagna e rafforza l’esposizione verbale; a volte, addirittura, la sostituisce riuscendo altrettanto comprensibile ed efficace. Gli atteggiamenti del viso e del corpo, gli sguardi, un suono ci trasmettono messaggi al pari delle parole, spesso al di là delle parole, con un effetto rapido ed immediato. Una stretta di mano, infatti, od uno sbadiglio, un cenno di assenso o di disappunto esprimono compiutamente i sentimenti, i pensieri, gli stati d’animo che si vogliono comunicare. Lo studio delle interazioni non-verbali può avere i l duplice aspetto di approfondire la comprensione del singolo individuo e di ricercare spiegazioni per l’analisi dell’interazione sociale, dello stile e delle abilità dei singoli che si manifestano al suo interno. Canestrari fornisce un elenco dettagliato di ciò che considera fondamentale e necessario al fine di essere in grado di capire ed interpretare correttamente i messaggi impliciti del comportamento del nostro interlocutore. I diversi segnali considerano ambiti molto disparati: il “comportamento spaziale”, ovvero il modo con cui gli individui si dispongono tra loro; molto approfondito è, in questo caso, lo studio della vicinanza fisica tra persone, che sembra sottostare a regole implicite e fisse che giocano sulla relazione d’intimità e di dominanza tra i soggetti; l’ “orientazione”, ovvero il modo con cui le persone si situano nello spazio, che può esprimere rapporti di gerarchia, sottomissione, amicizia, intimità; la “postura”, che attesta relazioni di ruolo, atteggiamenti interpersonali e cultura di provenienza, status sociale, stati emotivi particolarmente riferiti alla dimensione tensione-rilassamento. Infine, un’intera area delle comunicazioni non-verbali si situa nello studio di movimenti particolarmente espressivi quali i gesti delle mani ed i movimenti del capo. Ekman e Fiesen considerano questi due elementi come emblematici della comunicazione umana, illustrando come essi siano fondamentali per lo scambio di qualsiasi informazione: essi possono essere, infatti, utilizzati per sottolineare determinate frasi, possono essere emessi intenzionalmente per sostituire parole sottintese, possono indicare stati affettivi, possono, infine,

ADHD: le mamme pazienti. La declinazione del disturbo al femminile

di Roberto Ghiaccio da Psicologinews Scientific Ci sono dei miti da sfatare circa le donne e l’ADHD. Il mito dei miti è che le ragazze non ne possano soffrire. Le donne ADHD sono sotto diagnosticate e sotto-trattate, affrontano rischi diversi dell’ADHD al maschile, presentando anche una gamma sintomatologica diversa. Ci è voluto molto tempo per capire come il disturbo da deficit di attenzione / iperattività si presenti nelle ragazze e nelle donne e quali problemi può creare, scopo di questo articolo e capirne e delinearne le differenze fenomenologiche al fine di evitare il rischio della mancata diagnosi. Ansia. Depressione. Insuccesso scolastico. Autolesionismo. Disoccupazi one. Gravidanze non pianificate. Anche un aumento del rischio di morte prematura. I rischi e il tributo di sofferenza che possono derivare dal disturbo da deficit di attenzione / iperattività, sono enormi, conteggiati ogni anno miliardi di euro o dollari, in perdita di produttività e spesa sanitaria con in indicibili frustrazione da parte delle pazienti. Eppure, nonostante oltre un secolo di ricerche e migliaia di studi pubblicati, l’ ADHD – rimane in gran parte frainteso, ciò è particolarmente peggiore quando si tratta di declinare l’ ADHD al femminile. Nonostante tale disturbo sia stato inizialmente concettualizzato come disturbo elettivo dell’infanzia è ormai chiaro e comprovato il suo essere cronico e persistente. Ormai è evidente la sua prospettiva life-span con un cambio sintomatologico dettato sia dalla gravità del disturbo che dal suo t r a t t a m e n t o . Sappiamo che l e manifestazioni in età adulta sono eterogenee e si distaccano dai tipici p a t t e r n c o m p o r t a m e n t a l i c h e contraddistinguono la fenomenologia evolutiva, con espressioni che virano s u l l a d i s r e g o l a z i o n e emo t i v a – comportamentale e compromissioni funzionali ed adattive. Per molti anni si è creduto che l’ADHD fosse un disturbo ad appannaggio dell’età evolutiva e del sesso maschile, sotto valutandlo in ricerche, descrizioni e trattamenti al femminile. Le variazioni cliniche variano con l ’ e t à e l e caratteristiche possono essere declinate anche in base alle tipicità di genere, con presentazione al femminile di disturbi del sonno, difficoltà di pianificazione ed organizzazione, riduzione o quasi assenza di iper attività, sensazione di instabilità con una certa dose di tensione interna costante. Quando si parla di tale disordine tendiamo a “confinare” le donne nel ruolo dei madri o di mogli che hanno figli o mariti affetti da ADHD, oppure le vediamo come operatrici della sanità a vario titolo o come insegnanti. Tali donne ricoprono un ruolo cruciale e fondamentale nel coacing quotidiano di tali pazienti, ma sottovalutiamo la presenza e l’incidenza dell’ADHD nelle donne e nelle ragazze. La presenza del d i s t u r b o n e l l e d o n n e h a u n a fenomenologia a tratti opposta e quasi contraddittoria a quella che siamo abituati e riscontrare nella popolazione maschile. Tale diversità porta ad un misconoscimento diagnostico e ad una mancata comprensione del disturbo. La conoscenza dell’ADHD nelle donne è ancora limitata in quanto pochi studi sono s t a t i c o n d o t t i su questa popolazione. Le donne hanno iniziato solo di recente a essere diagnosticate e trattate per l’ADHD, ad oggi la maggior parte di ciò che sappiamo su questa popolazione si basa sull’esperienza dedotta dai campioni maschili e gli studi evidence based specifici sono limitati e circoscritti alle aree americane. Vari studi hanno largamente sottostimato il numero di donne ADHD (Walker, 1999). Per molti anni si è pensato che il deficit dell’attenzione e iperattività fosse un problema riguardante solo i maschi. Sono molte le ricerche che hanno individuato una percentuale di bambine con il deficit dell’attenzione molto minore rispetto a quella dei maschi. La ragione di questa differenza relativa al genere è rimasta oscura e inesplorata fino a qualche anno fa. In realtà, sembra che questa difficoltà nella diagnosi sia strettamente collegata ai criteri diagnostici ufficiali. Di solito le donne arrivano a riconoscere il proprio ADHD dopo che uno dei suoi figli ha ricevuto una diagnosi. Man mano che imparano di più sull’ADHD, inizia a ri-vedere alcuni tratti, alcune difficoltà che hanno vissuto da ragazze e che ancora vivono, seppur in modalità diverse. Taluni tratti del disturbo finiscono per creare tendenze alla disistima, stati d’ansia, vissuti di inadeguatezza, fino alla sensazione di “non sentirsi una buona donna”, tali problematiche secondarie adombrano e coprono così l’ADHD. Gli psicologi stanno combattendo i pregiudizi di genere nella ricerca sul disturbo da deficit di attenzione e iperattività. La maggior parte dei pochi studi evidence based si sono limitati però, al confronto fenomenologico tra ragazze e ragazzi, utilizzando i sintomi dell’ADHD dei ragazzi come indicatore rispetto al quale le ragazze dovrebbero essere “misurate”, trascurando il fatto che i bisogni delle donne sono biologicamente differenti e devono tenere in considerazione una moltitudine di fattori anche sociali. Storicamente, la ricerca sull’ADHD si è concentrata quasi esclusivamente sui bambini iperattivi, e solo negli ultimi sei o sette anni si è concentrata sugli adulti. Afferma Nadeau, esperto di disturbo nelle donne e direttore del Chesapeake Psychological Services of Maryland in Silver Spring: “E il riconoscimento delle donne [con il disturbo] è rimasto ancora più indietro”. Secondo l’autore questo ritardo nel riconoscimento del deficit nelle ragazze e delle donne è dovuto agli attuali criteri diagnostici. I criteri diagnostici sia del DSM 5 che dell’ ICD 11 rimangono più appropriati per i maschi rispetto alle femmine, e sono incentrati su modelli di riferimento rivolti alla gestione e all’osservazione che genitori e insegnanti, possono fare di comportamenti più evidenti, più problematici e più overt. Secondo Jane Adelizzi, le donne con ADHD sono state trascurate perché l’iperattività di solito manca nelle ragazze, ed in genere la sintomatologia è più covert e disattenta. “Le ragazze con ADHD rimangono un