Adolescenti, questi sconosciuti? Istruzioni per l’uso/2

Figli preadolescenti e adolescenti. Idee per i genitori, per evitare gli errori più comuni. Le priorità dei genitori non sono le stesse priorità degli adolescenti. Può sembrare del tutto ovvio, ma proviamo a ripensarci. Per preadolescenti e adolescenti, la stanza in disordine cronico, i vestiti buttati per terra, le cose dimenticate, non sono affatto importanti: sono materie di cui si occupano i genitori. Le loro priorità sono il compito di matematica, pubblicare una storia su Instagram, costruirsi un’identità, innamorarsi di qualcuno, accettare la propria immagine che cambia; insomma, una stanza ordinata o rispettare gli orari alla lettera non rientra nella loro sfera di attenzione. Stanno lottando per crescere, sono in mezzo a una vera tempesta, in cui gli interlocutori privilegiati non sono più i genitori: per l’adolescente il gruppo dei pari, amici e nemici della stessa età, è il terreno di azione, scontro, realizzazione o delusione. È il suo mondo di riferimento, dove deve sperimentarsi per trovare un posto e riconoscere sé stesso. È compito dei genitori insegnare ai figli la responsabilità. È fondamentale mantenersi fermi su alcuni punti importanti, senza deroghe, ma occorre ammorbidirsi su aspetti meno fondamentali. Assillare, dirigere, gridare e imporre rischia infatti di essere una strategia fallimentare e frustrante. Invece, partire da loro aiuta. Ricordare quali sono le loro priorità, e dar loro spazio, permette di ottenere rispetto e collaborazione in cambio: è una formidabile via di accesso a una convivenza rispettosa e fruttuosa per tutta la famiglia. Gli adolescenti hanno bisogno di sperimentare la propria indipendenza dai genitori. Per questo è importante prendere distanza dai successi e dai fallimenti dei ragazzi. Un brutto voto a scuola di una figlia o di un figlio è sentito spesso come una faccenda personale. Questo non aiuta i ragazzi a sentirsi titolari dei propri successi e fallimenti. In qualche modo, con l’intenzione opposta di responsabilizzarli, gli si toglie responsabilità e motivazione. Lasciarli fallire, facendogli capire che si può fare meglio con l’impegno, ma che un fallimento non è la fine del mondo né un tradimento della fiducia dei genitori (altro argomento che noi adulti utilizziamo in modo troppo disinvolto) è un messaggio fondamentale. “Mi dispiace molto che ti sia andato male il compito di chimica. Se vuoi ripassare con me, dimmelo”. Altro mito da sfatare: l’idea che gli adolescenti non vogliano avere a che fare con i genitori. Durante il passaggio dall’infanzia all’età adulta hanno ancora bisogno di una guida sicura, di un navigatore al loro fianco. Una cosa che funziona è essere disponibili a dare indicazioni, quando lo richiedono, e non dare troppi suggerimenti, quando non richiesti. Questo aiuta gli adolescenti a sperimentare maggiore autonomia e, paradossalmente ma molto utilmente, ad aumentare le richieste di consiglio ai genitori quando ne hanno bisogno. La presenza di adulti che si fidano di loro, li consigliano e stanno a distanza senza sentirsi esclusi è fondamentale per la loro tranquillità. RIassumendo: mai ritirarsi completamente dalla relazione, anche quando il loro atteggiamento può essere offensivo. Lasciate loro uno spiraglio e cogliete le aperture, magari alla sera quando vanno a dormire o nei momenti in cui sono in difficoltà. Offrite una possibilità di accesso a voi, anche se avete avuto una discussione forte. Ogni riconnessione con voi diventa un pezzo fondamentale per la loro storia di adulti in divenire. Chiudiamo con un esercizio. Prendetevi cinque minuti per rispondere a queste domande. Non più di cinque. Eccole: “Cosa mi feriva di più degli atteggiamenti dei genitori? Cosa mi feriva di più nella mia piccola sfera sociale in costruzione? Quale amica o amico mi ha abbandonato? Chi e con quali parole mi ha dato un consiglio o un aiuto quando mi sentivo male?”. Se vi sembra di pensare a secoli fa, è del tutto naturale. Ogni crescita è una discontinuità, anche se manteniamo elementi del nostro sé passato. Eravamo adolescenti, ora siamo adulti: siamo un’altra persona. E lo saranno presto anche i vostri adolescenti. Più gli date un appoggio, più li rendete titolari delle proprie scelte, più li affiancate quando sono in difficoltà, più gli sarà facile crescere. E tornare da giovani adulti, più rilassati e rilassanti, nella vostra vita di genitori.
Adolescenti, questi sconosciuti? Istruzioni per l’uso/1

Figli preadolescenti e adolescenti. Idee per i genitori, per evitare gli errori più comuni. Suggerimento 1. L’insostenibile leggerezza di un “boh” vi accoglie a ogni domanda, possibilmente dietro una porta sbarrata, come se la sua camera da letto fosse un baluardo da difendere a tutti i costi? Siete sottoposti a sbuffate infastidite, silenzi impenetrabili o reazioni esagerate e incomprensibili? Un adolescente in casa è un momento di trasformazione non solo per il teen-ager che abita sotto il vostro tetto, ma per voi e per l’intera famiglia. Spesso i genitori si trovano impreparati di fronte a figli molto diversi da com’erano solo qualche mese prima. Cos’è giusto fare, allora? Ogni situazione ha una risposta unica, a seconda delle caratteristiche di personalità dei membri della famiglia e dello stile familiare; ogni adolescenza è un mondo – e ha un modo – inesplorato e nuovo; ma ecco qualche idea di sopravvivenza per madri e padri attenti, che può migliorare il rapporto e fare bene a tutti, ragazzi e genitori, in questo percorso accidentato verso l’età più difficile del mondo: quella adulta. Troverete, nei prossimi interventi in questa sede, alcune strategie utili (e praticabili!), in una miniserie estiva, da consultare in tutte le stagioni nei momenti di maggiore sconforto: davanti a camere indecenti, disordine di tempi e ritardi di azione, silenzi e umori scostanti. Per agire tempestivamente e ottenere qualche risultato concreto. Suggerimento numero 1: non ostacolare l’autonomia. In un periodo in cui crescono naturalmente sia le responsabilità sia i privilegi legati alla maggiore possibilità di movimento dell’adolescente, le più feroci lotte di potere nascono sui temi dell’autonomia. Indizio importante: ogni braccio di ferro si fa in due. Se vi ricordate di togliere il braccio, riuscirete a evitarlo. Invece di stringere la presa, rispettate il bisogno di autonomia di vostra figlia, o figlio, e lasciatela più libera, man mano che cresce. È fondamentale offrire ai vostri preadolescenti e adolescenti diverse opportunità di avere maggiori responsabilità e lasciare che mettano in pratica le loro capacità decisionali. Ad esempio, incoraggiarli a decidere le attività doposcuola cui partecipare; quale cena vorrebbero aiutare a cucinare, una volta a settimana; quando e come vorrebbe completare i compiti ogni sera. Quando date potere ai nostri figli con scelte appropriate all’età, offrite loro un forte senso di fiducia. Occorre spiegare loro in modo chiaro il tipo di comportamento che vi aspettate e cosa succederà se decidono di mettere alla prova i vostri limiti. Pacatamente, ma fermamente. Applicando quanto avete concordato senza battaglie da parte vostra. Più riescono, tuttavia, a mantenere i patti, più margine di manovra potete offrire. Quando sentono di poter esercitare maggiore controllo sulla propria vita, gli adolescenti si sentiranno meglio con sé stessi e con voi e vedrete crescere la loro fiducia e indipendenza. Nelle prossime settimane, in questo blog troverete altri spunti su argomenti specifici. Intanto, introducete oggi una piccola modifica nel vostro comportamento con il vostro (temibile) adolescente e prendetevi una pausa dal braccio di ferro: sarà un momento di riposo e un vantaggio di crescita per tutti.
Demenza senile: cosa possiamo fare per prevenirla

Colpisce 50 milioni di persone al mondo. E si può prevenire: 5 indicazioni da seguire subito, nel quotidiano. Rahul Jandial è un neurochirurgo e neuroscienziato che lavora al City of Hope, in California. Ha un osservatorio privilegiato sulle malattie neurodegenerative, perché opera da molti anni il cervello. La sua passione è collegare le conoscenze scientifiche con la possibilità di agire per modificare e prevenire la decadenza cognitiva, individuando e diffondendo pratiche quotidiane utili ad aiutare il nostro cervello a mantenersi efficiente più a lungo. Iniziamo da una sua specifica indicazione: alimentazione e cervello. Al di là degli studi sulla nutrizione e sulle sostanze benefiche e nocive per il nostro organismo (conosciamo tutti i vantaggi di una dieta mediterranea ricca di verdure e povera di carne), Jandial si sofferma sull’utilità del digiuno intermittente. Il digiuno intermittente consiste in sedici ore di digiuno da inserire nella propria routine un paio di volte alla settimana. Ad esempio: se la sera precedente si finisce di cenare alle 21, non si deve mangiare nulla (si può bere acqua o tè non zuccherato) fino alle 13 del giorno dopo. 16 ore di digiuno fanno esaurire le riserve di glucosio al fegato, che in seguito brucerà grasso, fino a quando non inizierà a utilizzare i chetoni, che non sono solo carburante per il corpo, ma hanno un grande impatto su salute e invecchiamento. Il modo più semplice per arrivare a sedici ore di digiuno intermittente è aggiungere tempo di sonno, cenare più presto e saltare la colazione. Questo consente al cervello di utilizzare i chetoni come combustibile. Molte ricerche recenti suggeriscono che l’utilizzo dei chetoni come fonte di energia (che interviene quando il glucosio non è disponibile, a causa del digiuno) aiuta il cervello a migliorare le proprie performance. D’altronde, come è noto, il digiuno ha sempre fatto parte di pratiche religiose dall’antichità, e in moltissime culture è stato utilizzato come metodo per raggiungere una lucidità mentale superiore. Altra importante indicazione, per prevenire il decadimento cognitivo, è naturalmente l’esercizio fisico. Camminare, fare le scale, fare attività sportiva leggera, oltre a mantenere i muscoli in forma, permette di irrorare il cervello. Muoversi poco impedisce la rigenerazione e l’ossigenazione indispensabili per i neuroni e per le loro connessioni. Terzo: è fondamentale sorprendere il cervello con cose nuove. Quando apprendiamo qualcosa di nuovo o ascoltiamo, leggiamo, osserviamo qualcosa di non consueto per il nostro cervello, gli forniamo una formidabile opportunità per creare nuovi percorsi neuronali. Non serve crearsi sfide complicate: l’importante è uscire dalla zona di conforto abituale. Gli umani amano ciò che è familiare, si tratta di una caratteristica importante dal punto di vista evolutivo. Una delle strategie di sopravvivenza del cervello consiste nell’utilizzare i dati delle esperienze precedenti per formare rapidamente una mappa mentale sull’azione giusta da intraprendere in una determinata situazione. Ma troppa familiarità offusca il cervello. L’atto stesso dell’apprendimento fa sì che il cervello attinga a percorsi diversi: è un’attività che consuma energia e coinvolge angoli recessi della mente. Ultimo punto, ma non per importanza: la portata positiva di avere buone relazioni con le persone che vivono con noi e attorno a noi. Accudire, prendersi cura di qualcuno, è un modo per fare bene a noi stessi in ogni aspetto, anche quello della giovinezza ed efficienza del nostro cervello, perché le sostanze sprigionate dalla vicinanza buona, di qualità, sono fondamentali per il nostro benessere mentale e costituiscono un antidoto naturale al decadimento precoce. In poche parole: mantenere il cervello in buona salute è alla nostra portata. Ogni giorno.
La musica: una facoltà psicologica innata?

Musica e canzoni d’amore, in tutte le lingue del mondo. Nel 2019, su Science, è apparso l’articolo “University and Diversity in Human Song”, di Samuel Mehr e altri, che giunge a una conclusione precisa, supportata da una vastissima ricerca sui comportamenti musicali di ben 60 società e culture in tutto il mondo: la musica è universale e si basa su “facoltà psicologiche sottostanti”, innate. Canzoni d’amore, ninnananne, canzoni che danno sollievo e cura, canzoni per ballare: ecco i quattro tipi riscontrabili in tutte le culture del mondo. Mehr , del Dipartimento di Psicologia di Harvard, è ricercatore principale presso il Music Lab, un laboratorio di psicologia che studia la percezione e la produzione della musica. L’esperimento è stato condotto proponendo a 30.000 persone di origine occidentale l’ascolto di canzoni dei quattro tipi, che provenivano da luoghi diversi, tra cui la Micronesia e l’Africa occidentale, l’Europa sudorientale e il sud America meridionale. Gli ascoltatori hanno identificato correttamente, in un numero di casi significativo, le canzoni per tipo, basandosi sul ritmo e sul tempo. Può essere difficile distinguere le canzoni d’amore e le ninnananne, ma anche in questo caso gli ascoltatori hanno percepito le distinzioni, registrando una maggiore ampiezza e varietà di tempi e suoni nelle canzoni d’amore. Mehr e coautori sostengono che la capacità degli ascoltatori di identificare le canzoni sconosciute per tipo, senza nessun aiuto di comprensione dal linguaggio, suggerisce “che le caratteristiche universali della psicologia umana spingono le persone a produrre e apprezzare canzoni con certi tipi di schemi ritmici o melodici che naturalmente si adattano a determinati stati d’animo, desideri, e temi”. Altri ricercatori e studiosi di etnomusicologia non sono d’accordo con questa generalizzazione: sostengono che rischia di eliminare le differenze e le sfumature specifiche di ogni produzione musicale delle diverse culture. Insomma, il campo è complesso e viene complicato, come sempre nelle vicende umane, dal punto di partenza assunto, anche nella ricerca scientifica. Sulle origini evolutive, Mehr scrive che nei mammiferi, i segnali uditivi forti sono spesso di natura antagonista e gli avvertimenti territoriali sono un ottimo esempio. Le chiamate territoriali segnalano che un’area è occupata. La musica, in particolare il canto e i tamburi ad alto volume, era “un mezzo per i gruppi per mostrare in modo credibile le loro qualità ad altri gruppi”, un modo per scoraggiarli a invadere un territorio già occupato o, al contrario, per mostrare forza e generare paura e fuga. Un altro studioso, Savage, come approfondito da Kevin Bergen di Nautilus, con una ricerca sulle varie direzioni degli studi scientifici attuali sull’argomento, afferma che la musica, con le sue combinazioni di ritmi, attiva gli stessi meccanismi nel sistema motorio del cervello connessi alle azioni di camminare, parlare e, per l’appunto, ballare. La musica crea aspettative mentali sulla nota successiva, che poi soddisfa o capovolge, generando una scarica emotiva. Aniruddh Patel, professore di psicologia alla Tufts University, sostiene che la musica, che viene naturale agli umani, non è qualcosa che condividiamo con altri primati: “è un indizio che qualcosa è cambiato nel nostro cervello rispetto ad altri primati”. È convinto che, come specie umana, abbiamo “mescolato biologia e cultura nel nostro cervello”. In sintesi: abbiamo una predisposizione innata per la musica, ma l’apprendimento gioca un ruolo enorme. L’interazione tra biologia e cultura modula e dà origine ad aspetti importanti e specifici della mente umana. È un argomento vastissimo, che abbraccia il ritmo, il linguaggio, i suoni, il battito del cuore e il corpo, e ci apre comprensioni universali sulle nostre modalità evolutive e sociali. In Italia riaprono presto le discoteche e la prossima volta che andiamo a ballare possiamo pensare a tutti i significati di sincronia dei movimenti, di condivisione, di segnali sociali e funzioni di accudimento e aggregazione che passano attraverso la musica. E che hanno una probabile origine universale, che permette le successive sfumature tipiche e individuanti di ogni cultura. Un passo in più verso una comprensione dei meccanismi di base della psicologia umana che attraversano il mondo. Viva la musica che unisce.
Il Perdono: come agisce su di noi?

Riduce i livelli di stress e fa molto di più: ecco tutti I benefici del perdono. Da una ricerca della BBC e da un’analisi di vari studi internazionali sull’atto di perdonare, emergono risultati interessanti: il perdono fa bene, riduce in modo significativo i livelli di stress, contribuisce a prevenire il declino cognitivo in età avanzata e persino ad aumentare il livello di felicità di chi lo pratica. Insomma, al di là della popolare interpretazione del perdono, ci sono evidenze scientifiche della potenza di questo atto sul nostro benessere quotidiano. Che diciamo “io ti perdono” a qualcuno, o che semplicemente lo pensiamo e agiamo di conseguenza, i benefici sono notevoli: sia per chi perdona sia per chi riceve il perdono. E se anche la persona che ci ha offesi non mostra alcun rimorso o dispiacere, il solo fatto di perdonarla apre nuove possibilità di vivere meglio. Il perdono è un valore in moltissime culture, filosofie e religioni, con modalità, rituali e formule linguistiche differenti nei diversi idiomi del mondo, che danno al perdono connotazioni precise e sofisticate, arricchendolo di significati allargati, legati anche alla posizione della persona nel contesto socio-culturale cui appartiene. Anche la struttura psicologica dell’individuo contribuisce alle peculiari modalità ed effetti del perdono. Ma quali sono i motivi per cui perdoniamo? Nelle culture occidentali, più individualistiche, in cui le persone tendono a mettere per primi i propri bisogni e vantaggi rispetto a quelli del gruppo, perdonare è frequentemente un modo per alleggerirsi di un peso, per liberare la coscienza da un sentimento negativo di risentimento verso colui che ci ha offeso e per fare la cosa giusta rispetto alle proprie aspettative interne. Nelle culture asiatiche e africane, più collettiviste, perdonare serve a riportare armonia nel gruppo e, anche quando la persona offesa non è completamente convinta di essere pronta a perdonare, il rituale del perdono è sostenuto e rinforzato dal gruppo. In qualche modo, la semplice decisione di perdonare aiuta emotivamente a sostenere con sé stessi le ragioni del perdono e a renderlo reale. In pratica, nel momento in cui dichiariamo la nostra intenzione di perdonare, la condividiamo con altri e iniziamo a comportarci di conseguenza, siamo naturalmente portati a rispettare l’impegno, per evitare lo stress e la fatica di mantenere una posizione interna contrastante con quanto affermato pubblicamente. Per ottenere tutte le opportunità che il perdono porta con sé si può quindi agire prima di essere convinti: anche se non siamo completamente pronti, metteremo così in moto una serie di meccanismi mentali, tra cui la dissonanza cognitiva, che aiutano a conciliare più velocemente la nostra decisione con le nostre emozioni. In sintesi: per sano egoismo, alleniamoci a perdonare più frequentemente. È una pratica che elimina scorie e ruminazioni e migliorerà anche il clima generale di questo tempo di ripresa, in cui nel mondo si moltiplicano le iniziative di analisi e condivisione delle esperienze emotive a tutti i livelli. Ho appena seguito un evento internazionale sulla felicità, organizzato da The Atlantic, e avuto occasione di discutere delle pratiche quotidiane di felicità da coltivare. La propensione a lasciar andare, a minimizzare, a ridimensionare è una delle più citate dai partecipanti e andrebbe esercitata ogni giorno: come pratica igienica per la mente, da eseguire spesso, un po’ come lavarsi i denti. Al di là della retorica e del buonismo, è un’azione che fa bene alla nostra salute, prove scientifiche alla mano: se avete qualcuno cui perdonare qualcosa, oggi è un buon momento per attivarsi.
Incubi: perché facciamo brutti sogni?

I sogni hanno una precisa funzione nella nostra vita emotiva e nel nostro modo di conservare i ricordi. Uno studio pubblicato nel 2021, su 114 medici e 414 infermieri che lavoravano nella città cinese di Wuhan, riporta che più di un quarto dei partecipanti ha riferito di avere frequenti incubi. La pandemia ha portato ovunque un aumento degli incubi: per i ricercatori che si occupano di traumi non è, ovviamente, una sorpresa. Materia affascinante: “siamo fatti della stessa sostanza dei sogni”, scriveva Shakespeare. Moltissime ricerche si occupano di indagare i legami tra i nostri sogni e i disturbi psicologici e di svelare i meccanismi del sogno importanti per mantenerci emotivamente stabili, quando siamo in buona salute. Ma qual è la funzione del sogno? Mentre dormiamo, organizziamo e archiviamo i nostri ricordi del giorno precedente e diamo ai nostri vecchi ricordi una sorta di “sistemata”, recuperandoli e rimescolandoli: nella fase REM (Rapid Eye Movement) i ricordi carichi di emozioni diventano il soggetto dei nostri sogni. L’ipotesi “dormire per dimenticare, dormire per ricordare” suggerisce come il sonno REM rafforzi i ricordi, conservandoli in modo sicuro, e aiuti anche ad attenuare le nostre reazioni emotive correlate agli eventi. Quando il nostro cervello è in fase REM, sia l’ippocampo che l’amigdala sono molto attivi. Riassumendo in modo sommario le loro funzioni, possiamo dire che il primo è la parte del nostro cervello che ordina e immagazzina i ricordi, la seconda è la parte che ci aiuta a elaborare le emozioni. Dopo un brutto sogno, l’area del cervello che ci prepara alla paura è più attivata, come se il sogno ci allenasse a sopportare future situazioni analoghe: i sogni ad alto contenuto emotivo avrebbero quindi la probabile funzione di prepararci meglio per affrontare lo stress della giornata successiva. Ma una cosa è avere uno strano brutto sogno, altra cosa è avere incubi cronici. Nel caso degli incubi, i ricercatori osservano che il meccanismo sembra bloccato: come se il cervello volesse elaborare l’evento emotivo, ma non arrivasse a farlo, perché ci si sveglia agitatissimi prima di vedere la conclusione. Così, il nostro cervello è in qualche modo “costretto” a riproporci l’incubo, in modo ricorrente. Ci sono terapie che trattano gli incubi con tecniche che consentono di ridurne la potenza emotiva, di renderli man mano più sfocati e distanti: è un primo passo importante nella risoluzione del disturbo post-traumatico da stress. I sogni emotivi a volte si verificano nella notte dopo l’evento significativo e a volte a cinque giorni o a distanza di una settimana dall’accaduto. Penny Lewis, docente di psicologia all’Università di Cardiff osserva che c’è un “ritardo nei sogni” proprio quando si tratta di eventi emotivi di profondo significato personale. Insomma: dobbiamo preoccuparci e cercare un aiuto terapeutico in caso di incubi ricorrenti, che incidono negativamente sulla nostra vita quotidiana. Ma un semplice brutto sogno può essere al contrario una buona notizia, perché consente al nostro cervello di elaborare il ricordo, di immagazzinare la memoria senza fissarla in modo patologico e di diminuire il nostro livello di stress correlato all’evento vissuto durante il giorno e riproposto nel sogno. Così possiamo lasciare alla notte il peso di ciò che ci ha colpiti negativamente ed entrare con più serenità in un nuovo giorno. Con le parole di Walt Whitman: “Noi pure sorgiamo, abbaglianti e tremendi come il sole, e fondiamo la nostra aurora, o anima mia, nella calma frescura dell’alba.”
Autostima: come farla crescere nei bambini?

Manca sempre, oppure è troppa o non è adeguata: ma come aiutiamo i bambini a sviluppare l’autostima? Se l’argomento vi annoia, avete ragione: è abusato, se ne parla troppo e in modo spesso improprio. Ma questo è un piccolo decalogo pratico per aumentare l’autostima nei bambini, aiutandoli a sentirsi competenti. È come una vaccinazione, per gli eventi avversi del presente e del futuro: ed è alla portata di tutti farla crescere in figli e nipoti. L’autostima sarà la loro arma segreta, una vera e propria armatura di difesa e prevenzione contro le dipendenze e i comportamenti tossici in adolescenza; e attenuerà le cadute e le delusioni che la vita riserva a tutte le età. Servirà persino a potenziare il loro livello di risposta agli agenti patogeni, perché il sistema immunitario è sostenuto, tra gli altri fattori, anche da un buon livello di benessere psicologico. Cosa fare, quindi, per aumentare la famigerata autostima? 1) Iniziate da voi Date l’esempio con il vostro modo di formulare le frasi. Trasformate l’affermazione: “non sono capace di …” in “non sono ancora capace di …” e riformulate anche quello che dicono di sé i bambini rispetto a un compito difficile. Questo gli trasmetterà l’idea che la competenza non è congenita, ma è un processo, spesso duro, ma affrontabile, di apprendimento. 2) Date compiti ai bambini Scegliete delle attività che siano appropriate per la loro età e che gli diano la possibilità di impegnarsi, di sbagliare e riprovare, di sfidare se stessi, stando attenti ad offrire opportunità di riuscita, perché possano sperimentare un assaggio di successo. Insegnategli a cucinare un piatto dall’inizio alla fine e giudicate insieme i risultati. 3) Comunicate ottimismo Secondo Martin Seligman, autore de “Il bambino ottimista”, i bambini pessimisti vedono gli ostacoli come permanenti, pervasivi e come risultato di una propria colpa. I bambini ottimisti, invece, vedono gli insuccessi come temporanei, specifici e modificabili, perché percepiti come comportamenti che possono essere cambiati. “I bambini imparano il pessimismo, in parte, da genitori e insegnanti, quindi è molto importante dare un esempio di ottimismo”. Faticoso? Certo, specie nei momenti difficili. Ma aggiungere “ancora” o “per ora” alla frase “non ci riesco” è uno sforzo fattibile, che porta grandi risultati. 4) Generalizzate i successi e specificate gli insuccessi Se vostra figlia ha preso un brutto voto in storia, aiutatela a circoscrivere con una formulazione del tipo “oggi sono andata male in storia perché ho ripetuto poco”; se invece ha preso un bel voto, incoraggiatela a espandere la portata del successo. Invece di “oggi sono andata bene in storia perché ho studiato tanto”, trasformate in “sono brava a scuola perché mi impegno”, andando oltre l’episodio di un solo giorno e generalizzando la portata semantica del successo. 5) Siate specifici nell’apprezzamento Dire semplicemente “bravo” o “benissimo!” è un incoraggiamento limitato e generico. Meglio una formulazione che descriva il comportamento desiderato e in questo modo lo rinforzi per il futuro. Ad esempio: “ sono super orgogliosa di te perché hai tenuto duro anche quando eri stanco e sei riuscito a finire tutto”. 6) Non esagerate con le lodi Gli esperti sono concordi nel dire che le lodi devono essere abbondanti, ma che esagerarne la frequenza è controproducente. Si parla di un rapporto 4:1 come ottimale: quattro apprezzamenti e una correzione. Le ricerche indicano che questo rapporto non solo aumenta i comportamenti positivi, ma crea anche un clima di collaborazione e di positività, che aiuta il bambino ad accettare e a utilizzare al meglio una correzione costruttiva, quando inevitabilmente arriva. Inoltre, ripara il bambino dalla frustrazione di non trovare sempre un incondizionato apprezzamento all’esterno del contesto familiare e gli dà gli strumenti per avere una percezione equilibrata di sé come capace, ma non onnipotente o destinatario di continua ammirazione. Un ultimo suggerimento? Fidatevi della competenza dei vostri bambini: affiancateli, non anticipateli o sostituiteli. La fiducia è un ottimo motore per l’autostima. Non solo per i piccoli: anche per i “loro” grandi.
Il rapporto con l’altro: così cambiamo il battito del cuore di chi incontriamo

Le nostre azioni hanno effetto sulla mente, ma anche sul corpo delle persone con cui interagiamo. E viceversa. Qual è l’effetto fisico delle nostre emozioni, azioni e parole sugli altri? Pensate al tuffo al cuore quando incontriamo qualcuno di cui siamo innamorati. La presenza di quella persona ha un potente effetto fisico su di noi e, viceversa, noi lo abbiamo sugli altri. Gli studi provano come vivere insieme, interagire, cooperare, abbia un preciso effetto sulla regolazione dei nostri bilanci corporei, vale a dire ii modo in cui il nostro cervello gestisce le risorse del nostro corpo, durante tutta la vita. Un po’ come se fossero conti bancari, ogni giorno effettuiamo depositi e prelievi nel conto corrente corporeo di altre persone, così come gli altri lo fanno con noi. Questo contribuisce alla struttura e al mantenimento della funzionalità del nostro cervello, che regola le funzioni del corpo: gli effetti di questa co-regolamentazione si possono concretamente misurare. Quando siamo con qualcuno di caro, il nostro respiro può sincronizzarsi, così come il battito del cuore: una connessione fisica che avviene tra i neonati e chi li accudisce, ma facilmente riscontrabile in molte situazioni di condivisione anche in età adulta, come ad esempio tra persone che cantano insieme in un coro. Quando alziamo o abbassiamo la voce, o cambiamo espressione, influenziamo continuamente ciò che accade all’interno del corpo degli altri: le nostre azioni, espressioni, parole, hanno effetti percepibili sulla frequenza cardiaca e persino sulle sostanze chimiche trasportate nel flusso sanguigno del nostro interlocutore. Il beneficio delle relazioni positive è noto da tempo: si vive più a lungo se si hanno rapporti duraturi con persone significative, come avviene nelle coppie che funzionano, nelle amicizie strette o anche nei rapporti con gli animali da compagnia. Ma ci sono situazioni in cui questa co-regolamentazione ha un costo elevato. Noi regoliamo noi stessi e gli altri anche attraverso le parole: una parola dolce può calmare, mentre una parola dura o aggressiva può allertare il nostro sistema di predizione di una minaccia, di un pericolo, e inondare il flusso sanguigno con ormoni che ci predispongono alla lotta o alla fuga, utilizzando preziose risorse dal nostro bilancio corporeo. Pensiamo al potere di un messaggio ricevuto sul cellulare, anche da migliaia di chilometri di distanza: non possiamo sentire la voce, né vedere l’espressione di chi lo manda, ma il nostro rapporto con il mittente e il contenuto del messaggio, positivo o negativo, cambia il nostro battito del cuore e il nostro metabolismo. Il potere delle parole non è metaforico: è un meccanismo fisico che trova spiegazione nel nostro cervello. Molte regioni del cervello che processano il linguaggio sono anche responsabili del controllo e del funzionamento di organi e sistemi vitali. Regolano l’apporto di glucosio e le sostanze chimiche che determinano le nostre difese immunitarie. Avviene anche negli animali: i neuroni che rendono possibile il canto degli uccelli, sono implicati anche nella regolazione di organi vitali. Quindi: le parole sono veri e propri strumenti di regolazione dei corpi umani, lo constatiamo anche dalla terapia psicologica e dagli effetti che ha sul benessere delle persone. Allo stesso modo, le parole possono provocare danni a lungo termine, quando una persona è esposta per tanto tempo al rifiuto sociale e all’aggressione verbale. Abbiamo un grande potere sugli altri e gli altri su di noi: più approfondiamo le conoscenze, più possiamo utilizzarlo nella direzione giusta. A partire dai comportamenti quotidiani: conservare un buon conto in banca, di riserve corporee e psicologiche, dipende anche dalla ricchezza di chi ci sta vicino. E conviene a tutti alimentarla, reciprocamente.
Esitazione: perché, ehm, è sempre, uhm, presente nei nostri discorsi?

Il ruolo dell’esitazione nella comunicazione orale: la portata delle pause e degli inciampi mentre parliamo. Pensate all’ultima pausa che avete fatto parlando. Trovata? È facile. Si presentano due o tre volte al minuto nel linguaggio naturale, circa sei volte ogni cento parole. È la frequenza media degli ehm, uhm, eh, le cosiddette pause piene, che popolano le nostre conversazioni. Per molto tempo ignorate, o classificate come semplici “disfluenze” dai linguisti e dagli psicologi, queste componenti del discorso conoscono ora una nuova fase di studio e considerazione scientifica. In quasi tutte le lingue, inclusa la lingua dei segni, esistono versioni di queste pause, che svolgono una o più funzioni. Quando leggiamo, comprendiamo il significato di una parola attraverso il contesto. Ma quando parliamo, ci sono livelli più complessi che aggiungono significato: il tono della nostra voce, la relazione tra chi parla e chi ascolta, le aspettative su dove una conversazione può portare. È lì che le pause piene entrano in campo: sia per aiutare l’oratore, sia per facilitare l’interlocutore. Ad esempio, se una pausa di silenzio può essere interpretata come un segno per l’altro che è lecito intervenire, una pausa piena può segnalare che non abbiamo ancora finito di parlare. Ci permette di prendere un breve tempo per scegliere la parola opportuna o per riordinare il pensiero. Gli scienziati hanno rilevato che queste pause si posizionano più spesso davanti alle parole a bassa frequenza, cioè quei termini che nel linguaggio comune utilizziamo più raramente. Se non abitiamo nei paesi del nord, un esempio di parola a bassa frequenza può essere “banchisa”, mentre una parola ad alta frequenza è universalmente “casa”. Nella costante operazione di adattamento tra chi parla e chi ascolta, una pausa piena fa sapere all’ascoltatore che una parola importante è in arrivo: la probabilità di ricordarla aumenta se la parola è pronunciata dopo un’esitazione. I fenomeni di esitazione non sono le uniche parti del discorso che aggiungono significato durante il dialogo. Parole e frasi come “sai”, “vedi”, “pensa che”, “voglio dire”, funzionano come indicatori del discorso e aiutano l’ascoltatore a seguire il nostro processo di pensiero, a interpretarlo e a prevedere ciò che diremo. Come dei cartelli stradali di conversazione, sono utili non solo per comprendere il linguaggio: aiutano anche a impararlo. Diversi studi hanno dimostrato che le pause piene inducono i bambini ad aspettarsi parole nuove, come se li avvisassero che devono prestare più attenzione. In questo modo, li aiutano a collegare nuove parole a nuovi oggetti. Da adulti, continueranno a usare queste pause nella conversazione: perché, contrariamente a quanto si crede, l’uso di pause piene non diminuisce con la padronanza di una lingua. Vale anche nel caso in cui si impara una seconda lingua. E forse in futuro scopriremo che queste modalità sostengono sia la relazione sia l’apprendimento e vengono conservate per questo, di generazione in generazione, nel nostro linguaggio. La prossima volta che un “ehm” si infilerà in un vostro discorso, invece di spazientirvi, pensate alla sua utilità e alla potenza relazionale di una piccola esitazione. E sorridete.
Nostalgia e Psicologia: che cosa ci manca di più, della vita di prima?

Aspetti psicologici della sensazione di mancanza e una buona notizia sul ruolo della nostalgia. È passato circa un anno dall’inizio della nostra vita diversa, e sembra già un secolo. Conosciamo tutti la nostalgia: di un luogo, di un momento, di un amore del passato. Ma guardiamo da vicino questo sentimento complesso, di struggente bellezza. Il nome, dal greco, contiene “nostos” e “algos”. Coniato dal dottor Hofer alla fine del Seicento, è la combinazione di “ritorno a casa” e “dolore”. Descriveva la condizione dei soldati al fronte, che sentivano acutamente la mancanza dei luoghi natii. Siamo anni luce da allora, in termini di conoscenze psicologiche, arte e letteratura. Nostalgia oggi definisce tutto ciò che ci manca del passato: un cibo felice della nostra infanzia, una persona, un periodo, un sogno. È uno stato emotivo complesso, anche di perdita; ma la maggior parte delle volte non si associa a umore negativo. Anzi: ricordare esperienze condivise, crescita e risultati ottenuti sostiene il benessere psicologico. Numerosi esperimenti di induzione di nostalgia hanno evidenziato nei partecipanti un aumento dell’autostima, del sentimento di appartenenza sociale e persino dei comportamenti caritatevoli. In questo scenario pandemico, alla domanda “Cosa ti manca?”, ognuno pensa a tempi andati molto recenti. Esercitare la nostalgia oggi può essere uno straordinario modo per reagire: perché ci ricorda il nostro significato e valore. È molto più di un pensiero al passato: è un luogo sicuro, confortevole, accogliente, come un’abitudine buona. Da cui guardare verso il futuro.