Il disturbo ossessivo compulsivo (doc) in età evolutiva

La presenza di pensieri, immagini mentali vissuti come invasivi può generare ansia e talvolta può dar vita a comportamenti ripetitivi per “sentirsi più puliti”. In presenza di questi segnali potremmo essere di fronte ad un DOC. Una premessa necessaria Entro certi limiti, per un bambino è “normale” avere pensieri o comportamenti simili a quelli tipici del DOC. Per esempio, a chi non è capitato di sentirsi chiedere dal proprio figlio di ripetere più volte il racconto di una favola appena terminato?Si tratta di un modo di fare che, a quell’età, dà la sensazione al bambino di avere la situazione sotto controllo e questo lo fa sentire più sicuro. Cos’è il DOC nei bambini Il DOC è caratterizzato dalla presenza di paure ricorrenti (ossessioni) che si manifestano sotto forma di pensieri, immagini mentali o impulsi vissuti come intrusivi, indesiderati e involontari da parte del soggetto. Questi pensieri creano ansia, paura, disagio e la persona cerca di scacciarli o annullarli ricorrendo prevalentemente a comportamenti ripetuti (compulsioni) più o meno visibili ad occhio nudo. Normalità Vs Patologia I comportamenti ripetitivi che fanno parte del normale percorso di sviluppo sono presenti per un determinato periodo. Tendono poi a diminuire e a risolversi spontaneamente nel corso della crescita. Secondariamente, essi non creano stress e non compromettono il normale svolgimento delle altre attività del bambino o del ragazzo. La questione cambia quando tutti questi aspetti tendono ad aumentare in termini di frequenza e durata. Quando arrivano ad occupare molto tempo nella vita del bambino creando interferenza con le normali attività quotidiane oppure generando disagio e sofferenza. Tipi di DOC in età evolutiva Le ossessioni più diffuse sono quelle caratterizzate dalla paura di contaminazione ossia le paure di potersi ammalare per il contatto con germi, batteri, virus o altre sostanze nocive. I bambini iniziano quindi a preoccuparsi insistentemente dello sporco, si lavano spesso le mani oppure chiedono di poter disinfettare oggetti o lavare abiti per eliminare agenti patogeni o sostanze disgustose. Altra manifestazione è quella caratterizzata da paure superstiziose: il giovane paziente può essere assillato da preoccupazione su eventi drammatici che potrebbero accadere lui o i suoi cari e manifesta il bisogno impellente di scongiurarli con rituali scaramantici Talvolta il disagio è cosi’ intenso da generare evitamento di situazioni che possano innescare tali paure. Altre volte può tentare di gestire il disagio con “comportamenti protettivi” preventivi I sintomi tipici che un genitore può cogliere sono: una particolare meticolosità verso lo studio e verso la pulizia la necessità di eseguire rigidamente sempre gli stessi comportamenti prima di addormentarsi la richiesta di ripetere parole o frasi proporre sempre le stesse domande su dilemmi di natura esistenziale collezionare oggetti bizzarri (es buste vuote delle figurine, carte delle caramelle..) I sintomi ossessivo compulsivi, soprattutto se marcati, condizionano la vita non solo del bambino ma dell’intera famiglia e sono causa di esasperazione per tutti perché nulla sembra essere utile. Ragionamenti, imposizioni o rimproveri non riescono a eliminare, e spesso nemmeno a ridurre, le rigide sequenze messe in atto durante i rituali. Come aiutare i bambini ed i ragazzi col DOC Nel caso in cui ci si accorga che i sintomi sono frequenti, pervasivi, fonte di disagio o limitanti per il soggetto, il passo successivo è parlarne con un esperto. L’obiettivo ideale infatti è che terapeuta e familiari siano percepiti come alleati nella sfida del trattamento e non come giudici.

L’elogio alla solitudine

Quali sono i benefici della solitudine? che differenza c’è con l’isolamento? proveremo a rispondere a questi quesiti ed a capire se possa essere utile promuovere un po di educazione alla solitudine. Benefici della solitudine I momenti di solitudine ci consentono di entrare in contatto con la nostra parte più profonda. Sono occasioni di crescita personale. Entrare in contatto con se stessi attraverso la solitudine significa amarsi davvero. Questo è fondamentale per riuscire poi ad avere buone relazioni con gli altri. La solitudine ci consente di porci delle domande e prendere consapevolezza di tutti quegli schemi nei quali siamo intrappolati e che non risultano funzionali. Diventa la possibilità di affrontare se stessi. La solitudine può essere intesa come un’alleata che consente di sviluppare al meglio i nostri interessi e dedicare tempo per ciò che è davvero necessario alla crescita personale. Capire profondamente il significato della solitudine significa stare bene sia da soli sia in compagnia. Più diventiamo consapevoli del nostro valore personale, più non abbiamo bisogno di tenere lontane le persone attraverso il muro dell’isolamento, perché sappiamo di poter offrire tanto a chi veramente conta per noi. Riusciamo così a comprendere davvero tutte le nostre qualità, quando prima ci sentivamo fragili, diventa l’occasione di maturare ed acquisire nuove abilità, per affrontare la vita con maggior libertà. La solitudine ci insegna a dedicare tempo a noi stessi. Ci offre la possibilità di connetterci con la parte più profonda di noi, quindi la nostra vera identità, i nostri pensieri ed emozioni. Solitudine Vs Isolamento La solitudine non è una condizione reale, ma uno stato d’animo: Siamo soli perché ci sentiamo soli. Ci sentiamo soli perché ci sentiamo incompresi e nel rapporto con le altre persone ci sentiamo in credito. Al contrario della solitudine, l’isolamento ha un valore più oggettivo. È quantificabile, ad esempio con il numero di contatti sociali che si hanno o la distanza dai familiari o dagli amici. Chi è maggiormente predisposto al senso di solitudine avrà anche una maggiore attenzione alle minacce sociali. Identifica con maggiore probabilità la pericolosità nelle relazioni, ha maggiori aspettative negative nelle interazioni con gli altri e ha una memoria selettiva per gli episodi in cui si è sentito solo o escluso. Come se guardasse il mondo attraverso la lente soggettiva della sua paura di rimanere solo. Queste predisposizioni sono inconsapevoli e porteranno a comportamenti disfunzionali nei rapporti con gli altri. La solitudine ci permette di avvicinarci a noi, mentre l’isolamento è un muro che impedisce agli altri di starci vicino che utilizziamo quando abbiamo bisogno di proteggerci. Promuovere soprattutto nei minori dei momenti di solitudine, può rivelarsi utile al fine di migliorare non solo la crescita personale ma anche la capacità relazionale. Qualora un adulto percepisca che quella dell’isolamento è la modalità preferita da un minore, sarebbe utile rivolgersi ad un professionista per un confronto.

Cos’è l’ansia da separazione?

Separarsi può generare ansia fin dai primi mesi di vita. Impariamo a capire quali risorse attivare per gestire al meglio l’ansia da separazione. Le prime manifestazioni Intorno all’ ottavo mese di vita compare nel bambino la cosiddetta ansia da separazione. E’ un sentimento di angoscia che nasce dal timore di essere abbandonato e che si manifesta con proteste più o meno accentuate nel momento in cui la figura di riferimento più significativa (di solito la mamma) si allontana. Il piccolo si sente in pericolo, e lo manifesta con pianti e proteste che in genere si risolvono quando la mamma, o chi si occupa di lui, ritorna. Possono esserci anche irrequietezza generale e disturbi del sonno. L’intensità di queste manifestazioni varia molto a seconda del temperamento del bambino e della capacità della mamma di rassicurarlo. Ansia eccessiva Talvolta i bambini mostrano reazioni eccessive alla separazione da un genitore. Altre volte non mostrano affatto ansia. In entrambi i casi c’è qualcosa che non va… Come aiutare il bambino a gestire l’ansia Spesso, il momento della separazione è difficile da gestire non solo per il bambino, ma anche per il genitore. Le reazioni del figlio possono generare reazioni emotive molto intense anche nella mamma o nel papà. Cosa fare in questi casi? Comunicargli  che torneremo; non sminuire quello che il bambino sta provando Talvolta ci si allontana dal bambino senza fornirgli spiegazioni, ma questa non è la soluzione migliore. Infatti questo atteggiamento serve solo ad amplificare paura e smarrimento. Va sempre spiegato cosa sta per succedere, cioè che la mamma o il papà si devono allontanare per un certo tempo. Dopo è importante anche far sapere al bambino che presto ritorneranno, e si potrà di nuovo stare insieme. Non bisogna ignorare quello che il bambino sta provando, o addirittura rimproverarlo. Questi sono atteggiamenti che hanno un effetto negativo sulla sua possibilità di instaurare con il proprio genitore una relazione di fiducia. Il momento dell’ingresso al nido Per molti bambini, l’inizio dell’ asilo nido rappresenta la prima, vera separazione da mamma e papà. Può quindi essere un momento difficile. In questi casi è importante Prevedere un inserimento graduale, che permetta al bambino di esplorare la nuova struttura un poco alla volta. Prestare attenzione ai segnali di disagio del bambino, accogliendoli e cercando di capire se sono normali manifestazioni di tristezza o espressioni di qualcosa di più profondo. Prestare attenzione anche alle proprie reazioni. A volte, il distacco dal bambino attiva paure e preoccupazioni anche nell’adulto e allora è importante che l’adulto stesso se ne renda conto. Può succedere, infatti, che il disagio del bambino nasca in realtà dal desiderio di far sentire alla mamma che lui ha compreso la sua difficoltà e sta cercando, a suo modo, di aiutarla. Cosa fare di fronte ad una reazione eccessiva? Ricordare di non lasciarsi travolgere dall’ansia è il primo passo. L’ansia è contagiosa ricordiamolo.  Rivolgersi allo psicologo per un sostegno alla fase del distacco può rendere questo momento più “naturale”.

IL RITARDO EMOTIVO

Quando si parla di ritardo emotivo? E’ un aspetto fondamentale? Quali ripercussioni a breve e lungo termine può avere un bambino che non impara ad esprimere le proprie emozioni? COS’E’ IL RITARDO EMOTIVO? Il ritardo emotivo è caratterizzato da mancanza di emozioni e dalla ridotta capacità o incapacità di provare emozioni empatiche. Spesso è sintomatico di una condizione mentale o fisiologica sottostante. Le persone che soffrono di ritardo emotivo generalmente hanno difficoltà a provare emozioni o ad esprimere le proprie emozioni. In alcuni casi, i pazienti non sviluppano completamente la capacità di notare e rispondere ai segnali sociali e possono avere difficoltà a interagire in un gruppo o in conversazioni individuali. CONCOMITANZA CON ALTRI DISTURBI Questo aspetto può essere concomitante con disturbi dell’apprendimento sociale, come l’autismo, che possono rendere difficile per alcuni pazienti fare amicizia o stabilire relazioni.  Il ritardo emotivo è generalmente un sintomo, piuttosto che un disturbo in sé e per sé. POSSIBILI CAUSE Oltre ai disturbi mentali ed emotivi, altre possibili cause di problemi di sviluppo emotivo includono traumi fisici o emotivi estremi. I pazienti che subiscono un evento traumatico, come un abuso sessuale, un grave incidente o una situazione pericolosa per la vita, possono sviluppare disturbi emotivi che possono presentarsi come ritardo emotivo. I pazienti con ritardo emotivo spesso hanno la capacità di condurre una vita piena, di successo e felice, anche se i sintomi persistono. I soggetti con disturbi emotivi e relazionali spesso nutrono scarsa autostima, assumono atteggiamenti oppositivi e di rifiuto, si sentono impotenti e spesso sperimentano ansia e rabbia. UN TERMINE TECNICO:L’ALESSITIMIA I soggetti alessitimici hanno grandi difficoltà a individuare quali siano i motivi che li spingono a provare o esprimere le proprie emozioni. Al contempo non sono in grado d’interpretare le emozioni altrui. Come intervenire I disturbi emotivi e relazionali possono emergere nel contesto scolastico, a partire dalla scuola dell’infanzia, o comunque in ambienti di socializzazione extra familiari. L’occhio attento degli insegnanti può segnalare tempestivamente la problematica ai genitori che sono chiamati ad intervenire nel più breve tempo possibile soprattutto rivolgendosi a psicologi dell’età evolutiva.

Cosa ti piacerebbe fare da grande?

Aiutare i bambini ad esprimere i loro sogni è uno dei compiti principali di un genitore. Proviamo a capire come poter stimolare un bambino. Cosa ti piacerebbe fare da grande? Questa è sicuramente la domanda per eccellenza che qualsiasi bambino si è sentito fare da piccolo da parte di diverse persone. Questo tipo di quesito è utile a stimolare i bambini a fare un proprio ragionamento sulla base dei loro interessi e delle loro capacità.È importante però non essere troppo incalzanti e ostinati nel ripetere questa domanda, si rischia di esercitare un’eccessiva pressione sui bimbi, ai quali è giusto lasciare la spensieratezza di immedesimarsi in qualsiasi attività vogliano fare. Ogni bambino darà una risposta diversa, che potrebbe addirittura cambiare di volta in volta. L’età, la famiglia e tutto il contesto sociale in cui il bimbo cresce sono elementi che influenzano le sue risposte. Dal punto di vista degli adulti, magari alcuni sogni dei loro bimbi possono sembrare troppo ambiziosi o addirittura ridicoli, intervenire in tal senso per fargli cambiare idea è una cosa da evitare. Perché poniamo questa domanda? Chiedere ai bambini cosa vogliono diventare significa educarli all’idea che infondo tutto è possibile e se a cinque anni sogni di diventare astronauta hai tutto il diritto di poter esprimere il tuo sogno senza che chi ti ascolta ti risponda con un sorriso di compatimento. Tema: cosa vuoi fare da grande Assegnare il classico tema in classe su cosa vogliono fare da grandi è non solo un modo per consentire ai bambini e ragazzi di esprimere i loro sogni senza filtri o paure, ma anche per scattare una fotografia dei tempi moderni, per capire come evolve la società e quali sono le aspirazioni dei giovani, che sono senz’altro influenzate dalla famiglia e dai media. Chiedere ai bambini di quinta elementare cosa vogliono fare da grandi vuol dire scoprire un mondo di sogni tutti da realizzare: chi vuole diventare veterinaria, chi disegnatore di auto di lusso, chi paleontologo (per soddisfare una passione mai sopita per i dinosauri) , chi ballerina o calciatore. Ma se si pone la stessa domanda ai ragazzi che frequentano le scuole medie ci si scontra con una più realistica aspirazione, spesso legata alla famiglia, agli esempi più vicini, alle condizioni sociali e all’influenza dei mass media. Nuove tendenze, cambiano gli interessi dei più piccoli L’ormai diffuso utilizzo di internet anche da parte dei più piccoli, sta contribuendo a modificare i sogni e le aspirazioni dei bambini. Molti di loro, infatti, esprimono la volontà di voler diventare youtubers, videogiocatori professionisti o influencer. E’ importante che un genitore sostenga il proprio bambino, qualsiasi sogno esprima. Mostrarsi accoglienti aumenterà la fiducia nella relazione.

ENURESI ED ENCOPRESI….CHE VERGOGNA!

Cosa sono enuresi ed encopresi, possibili cause sia organiche che psicologiche. Enuresi, cos’è? L’ enuresi è il volontario o involontario rilascio ripetuto di urina nei vestiti o a letto in momento in cui il bambino dovrebbe aver acquisito questa capacità. L’enuresi è primaria quando non è mai avvenuto il controllo degli sfinteri (diagnosticabile solitamente dopo i 4 anni) o secondaria quando è presente una regressione (diagnosticabile dai 5 agli 8 anni). Per quanto riguarda la frequenza l’enuresi può essere quotidiana, settimanale o saltuaria. Mentre, per quanto riguarda il momento della giornata nella quale avviene l’espulsione incontrollata dell’urina, può essere diurna, notturna o mista. È bene pertanto impegnarsi a risolvere tale disturbo in maniera veloce e radicale, per evitare al piccolo e ai suoi familiari continue frustrazioni. Cause organiche Possono essere presenti anomalie anatomiche e funzionali della vescica; disfunzioni del tratto genito urinario; infezioni delle vie urinarie; ma anche disturbi del sonno, per cui lo stimolo ad urinare non riesce ad interrompere il sonno eccessivamente profondo del bambino. L’enuresi notturna viene associata anche alla carente produzione notturna dell’ormone antidiuretico (ADH- antidiuretic hormone) da parte dell’ipotalamo. Ormone che riduce la diuresi durante la notte. Cause psicologiche Il benessere o il malessere interiore influenzano notevolmente il controllo sfinterico sia delle feci sia delle urine, tanto che negli animali e negli esseri umani la paura ed altre emozioni intense non solo negative, ma anche positive, possono alterare questo controllo. Da ciò l’espressione “farsela addosso per la paura” ma anche “scompisciarsi dalle risa”. Interventi consigliati Evitare di rimproverare o colpevolizzare il bambino per questo involontario disturbo. Fare cenare il bambino la sera molto presto o comunque qualche ora prima di metterlo a letto È bene inoltre che i genitori, a turno, facciano fare la pipì al bambino nel vasino, almeno due-tre volte durante la notte, negli orari nei quali egli di solito si bagna. L’encopresi,cos’è? L’ encopresi è la defecazione regolare ed incontrollata nei vestiti o in altri luoghi non appropriati in un soggetto di età superiore ai 4 anni. Esistono un’encopresi primaria, quando il bambino non ha ancora raggiunto un buon controllo dello sfintere anale. Ed un’encopresi secondaria, quando, dopo un periodo più o meno lungo di controllo delle feci, il bambino ritorna a sporcarsi. Sia l’enuresi che l’encopresi, possono interferire con la serenità psicologica. Spesso, infatti, sono causa di situazioni di disagio ed ansia. I bambini che hanno questi problemi tendono a vergognarsi arrivando ad evitare situazioni che possono imbarazzarli limitando, così la propria vita sociale. Alla base di questi disturbi possono esserci fattori di tipo emotivo, ma occorre prima di tutto sottoporre il bambino ad un esame medico approfondito per escludere tutte le possibili cause di natura organica CAUSE ORGANICHE Una causa “banale” può essere quella che si riscontra in bambini che soffrono di stitichezza o che presentano ragadi o altre lesioni a livello anale. In questi casi si innesta spesso un circolo vizioso: il bambino, a causa della stitichezza avverte notevole dolore durante la defecazione, per cui cerca di trattenere al massimo le feci; ciò aumenta la consistenza di queste e, quindi, si accentua il dolore del piccolo durante la defecazione. Il dolore provato, a sua volta, aumenta la repulsa del bambino verso questa funzione fisiologica. CAUSE PSICOLOGICHE Molto spesso il disturbo è l’espressione di una grave disarmonia nelle relazioni del bambino con i propri genitori. In questi casi è frequente il riscontro di dinamiche familiari conflittuali e stili affettivo-educativi inadeguati. L’enuresi e l’encopresi, talvolta, sono segnali che indicano dei momenti di difficoltà psicologica talvolta associata e conseguente ad eventi della vita quotidiana, quali: la nascita di un fratellino, l’inserimento a scuola, il cambiamento di scuola, un trasloco, la separazione dei genitori, un periodo prolungato di ospedalizzazione, la morte di un genitore o di un familiare Trattamento Un trattamento può essere di tipo farmacologico o di tipo psicologico.  Importante è non barricarsi dietro possibili giustificazioni o procrastinazioni.

Le emozioni dei bambini in epoca covid

Tra le difficoltà vissute dai bambini, in epoca covid, è da mensionare la sperimentazione della solitudine. Soli ovvero senza amici, soli di fronte ad uno schermo che era sia il loro compagno di giochi, sia di studio. Ad un certo punto gli è stato chiesto di “riprendere”, come se nulla fosse, la routine quotidiana. Ma questi bambini emotivamente come hanno affrontato questi cambiamenti? Una premessa necessaria I bambini hanno sviluppato spesso comportamenti e sentimenti negativi. C’è chi si è chiuso in sé stesso e fa fatica a ricominciare a relazionarsi con gli altri, chi ha paura del contagio, chi ancora sente una profonda aggressività e non riesce a contenere la rabbia che sembra esplodere dentro di sé. Affrontare questi temi con i bambini non è semplice. È necessario mantenere un alto livello di attenzione verso questi segnali. Alcuni comportamenti “comuni” possono in realtà nascondere qualcosa di diverso dal solito. Inoltre, il mantenimento della distanza fisica e le altre accortezze sanitarie, come l’uso della mascherina, non aiutano l’adulto a riconoscere tutte le emozioni, e non aiutano i più giovani a comunicarle.  Ancora una volta chi sta vicino al bambino si vede investito di quest’altro incarico: riconoscere e decodificare la manifestazione di questi stati emotivi. E’ importante saper leggere i messaggi verbali e non verbali per capire le emozioni di paura, tristezza, senso di colpa, rabbia, confusione e ansia. Come reagire di fronte alla  rabbia? Di solito i ragazzi vengono sgridati e puniti. In questo momento storico questa modalità non è supportiva e tende a peggiorare la situazione. Bisogna aiutarli a calmarsi con parole semplici, cercare di distrarli, trovare uno spazio per parlare insieme, comprendere il loro stato d’animo e il loro vissuto. L’adulto deve far sentire la sua presenza, far capire che è lì per supportare. Noia Per cercare di superare la noia e ritrovare sicurezza, molti bambini ricercano spontaneamente ritualità o routine già vissute nel precedente lockdown (giochi, canzoni, letture).Ttrovano in questo modo una cornice di riferimento per gestire la situazione. Si tratta di strategie di adattamento. L’adulto, deve affrontare la noia spiegando perché sono in vigore queste limitazioni, chiarendo che le indicazioni sono state date da esperti sanitari e che sono importanti per la salute di tutti noi. Si possono suggerire attività come ad esempio giochi di società Dolore e tristezza Non tutti riescono ad esprimere il dolore attraverso la verbalizzazione. Succede, ad esempio, che bambini e ragazzi perdano subito la pazienza, siano particolarmente nervosi e permalosi, facciano fatica a concentrarsi.  Può succedere di assistere a regressioni come l’utilizzo di giochi del passato o il riemergere di comportamenti di una vecchia situazione critica che sembrava sorpassata. Come si affronta il dolore? Bisogna comunicare ai ragazzi che insieme si può affrontare qualunque cosa e che il dolore è circoscritto all’interno di un limite temporale. Spesso emerge stanchezza, affaticamento, difficoltà nelle interazioni sociali, si osserva una netta tendenza all’isolamento. Come si manifestano? Restando continuamente sul letto, sul divano, o attraverso un senso di svogliatezza e di non saper come occupare il tempo. Disturbi del sonno e dell’appetito Le emozioni che abbiamo sinora descritto possono celarsi anche dietro alcuni comportamenti come difficoltà a prendere sonno, ipersonnia,perdita dell’appetito o il suo contrario, mangiare in modo consolatorio. Cosa può fare l’adulto per ristabilire i giusti ritmi ed equilibri? Per quanto riguarda il sonno, può essere d’aiuto mantenere alcune ritualità nei momenti prima dell’addormentamento, a partire dal rispetto dell’orario previsto per coricarsi. Anche per cercare di risolvere i problemi con l’alimentazione può essere d’aiuto ricreare delle routine: condividere la preparazione dei pasti (fare insieme la pizza, le torte, i biscotti), dare delle regole di alimentazione. Ascoltare con tutti i sensi La funzione dell’adulto in questo momento è fondamentale per trovare strategie per comprendere il malessere dei più piccoli e riuscire a far sì che li esprimano. In qualsiasi situazione è importante ascoltare le parole ma anche i silenzi, e dedicare grande attenzione al linguaggio non verbale.

La depressione infantile

È importante cogliere i sintomi, come l’oscillazione dell’umore, la perdita di autostima e un rallentamento psico-motorio e intervenire per evitare che la situazione si aggravi. Scopriamo insieme cause, sintomi e interventi possibili. A che età si può parlare di depressione infantile? Le diagnosi solitamente avvengono in età prescolare, quindi tra i 3 e i 5 anni. Talvolta si riscontrano episodi anche prima dei 3 anni. Quando siamo di fronte a cure materne poco adeguate, il neonato può sviluppare una forma di depressione definita “anaclitica“, in cui il piccolo, dopo aver pianto invano, tende a diventare indifferente, isolato, anaffettivo e privo di curiosità rispetto al mondo circostante. Quali sono i sintomi della depressione infantile? La depressione infantile è un disturbo dell’umore che può essere di lieve o grave entità, a seconda della compresenza, persistenza e intensità di alcuni sintomi. Nel DSM–5, i criteri per bambini e adolescenti specificano che deve essere presente un umore depresso o irritabile per almeno un anno. Durante tale periodo i minori devono anche presentare due o più tra sintomi quali ad esempio scarso appetito o iperfagia; insonnia o ipersonnia; scarsa energia o astenia; bassa autostima. In alcuni bambini con un disturbo depressivo maggiore, lo stato d’animo predominante è l’irritabilità piuttosto che la tristezza. L’irritabilità associata alla depressione infantile può manifestarsi come iperattività e comportamenti aggressivi, antisociali. A livello fisico si osserva spesso un rallentamento psico-motorio, perdita di energie, facile affaticabilità, insonnia o ipersonnia diurna. Spesso si osserva difficoltà di concentrazione e prestazioni scolastiche ridotte oltre che una distorsione nella valutazione di sé e nell’interpretazione degli eventi esterni, che assumono una colorazione di tipo negativo. Nei casi più gravi sono presenti sensi di colpa. Il bambino si sente responsabile di accadimenti negativi esterni. Le cause La cause possono essere molteplici, ma, nella maggior parte dei casi, le depressioni infantili vengono definite di tipo “reattivo” ossia come una reazione difensiva rispetto al contesto familiare e/o ambientale o, in alcuni casi, a eventi traumatici.  Anche una separazione precoce dalla figura materna, induce reazioni di protesta e disperazione, a cui segue rassegnazione o distacco, con rinuncia alla relazione e successivo isolamento, senso di colpa e frustrazione. L’angoscia di separazione si trasforma in un vero e proprio stato depressivo se i bisogni primari di accudimento e di gratificazione del bambino non vengono assolti e ascoltati dalla figura genitoriale di riferimento. I possibili interventi In primo luogo è importante Ascoltare e comunicare con il proprio figlio. Molto spesso i bambini mascherano i loro sentimenti per vergogna o timore. In questo caso bisognerebbe invogliarli a parlare cercando di comprendere quale difficoltà avvertono e soprattutto dando importanza e ponendo attenzione ai loro vissuti (non svalutandoli). Favorire la costanza delle abitudini in modo tale da recuperare l’attenzione per i compiti e l’affettività che i genitori con semplici gesti quali l’abbraccio, coccole e i riconoscimenti possono stimolare. Nella diagnosi specifica interviene dapprima il pediatra, che accerta l’assenza di malattie organiche a cui può seguire anche una condizione depressiva, e poi dallo psicologo. Sarebbe indicato un percorso psicoterapeutico rivolto sia al bambino, attraverso l’aiuto di giochi specifici, sia alla famiglia. Ciò aiuterebbe il piccolo a recuperare le sue competenze emotive e ristabilirsi sul piano della relazione lavorando sugli aspetti legati alla perdita.

Da fanciulla a donna: comunicare l’arrivo delle mestruazioni

Da dove si parte?quali parole utilizzare?come non traumatizzare il proprio figlio?questi e tanti dubbi affollano la mente di un genitore che deve comunicare l’avvicinarsi del ciclo mestruale. che emozione si prova? Alcuni anni fa parlare di mestruazioni procurava imbarazzo. Spesso di fronte la prima mestruazione si arrivava impreparati. Nascevano sentimenti di sorpresa e di paura. La fanciulla che sta vivendo questo momento si ritrova a provare emozioni contrastanti: gioia di diventare grande, ma allo stesso tempo tristezza nel dover gestire questa “fatica”. Questa confusione emotiva non guidata dall’adulto può far emergere in lei malesseri fisici, ansia, pessimismo. Oggi si è capito che è necessario parlarne con chiarezza ed apertura: è importante spiegare i cambiamenti che subirà il corpo, il significato di quella trasformazione, il valore del passaggio da bambina a donna. Quando iniziare a parlarne La maggior parte delle ragazze ha il primo periodo (detto menarca) tra i 12 e 13 anni, ma alcune ragazze possono iniziare molto precocemente, anche a 8 anni, ed altre più lentamente, anche a 16 anni. Se si aspetta a parlarne quando il ciclo arriva è sicuramente troppo tardi. Cosa dire? E’ necessario rispondere molto chiaramente alle domande che tua figlia ti farà. Considerato che intorno ai 10 anni si attesta il principale cambiamento del corpo, deve essere spiegato che questo è dovuto alla maturazione di alcuni ormoni. Questi ormoni sono i responsabili del cambiamento che avviene in alcuni organi. Il seno inizia a crescere, in genere tra i 9 e 13 anni Il pube e le ascelle si ricoprono di peli Il grasso corporeo comincia a distribuirsi nei punti che formano le forme femminili Il viso può riempirsi di bollicine e di acne. Alcuni segni premonitori del primo ciclo o menarca, sono: Notevole sviluppo della crescita in altezza Stato di malessere generalizzato Dolori addominali Cosa fare? Parlane a tua figlia con molta naturalezza e semplicità, non c’è nulla di cui ci si debba vergognare, in fondo si parla dell’essere donna. Aiuta invece tua figlia ad accogliere l’ingresso nel mondo delle donne come un momento di serenità. Prima mestruazione come preparare una bambina? In alcune famiglie dove ancora sopravvive il tabù delle mestruazioni questo importante evento viene addirittura nascosto, represso, rifiutato. La bambina che sta crescendo non viene accompagnata in questo suo cammino di crescita e si ritrova sola a dover affrontare questo cambiamento fisico ed emotivo. Un cammino questo difficile in quanto viviamo in un mondo che non ci lascia il tempo di fermarci, di farci trasportare dal nostro corpo, di ascoltarlo e di metterci in contatto con i suoi ritmi. Ogni donna deve così riuscire a riconquistarsi il valore più autentico delle proprie mestruazioni, considerarle una benedizione perchè strettamente collegate alla vita e in collegamento con i ritmi della natura. Solo se si è giunte a questa conquista è possibile riuscire a trasmettere alle proprie figlie il vero significato del ciclo mestruale in modo naturale, semplice e trasparente anche attraverso libri idonei. Quando giunge il momento tanto atteso della prima mestruazione e vostra figlia ve lo comunica abbracciatela, datele il benvenuto in questo meraviglioso mondo femminile, fatele trascorrere la giornata con voi, comunicate la cosa al papà, chiedete a vostra figlia se vuole festeggiare questo momento, accettate qualsiasi sua risposta e accompagnatela con cura e presenza nel suo cammino di vita.

Un amore a metà?l’arrivo di un fratellino

Come e quando dire al proprio bimbo che arriverà un fratellino?che termini usare?cosa evitare di dire?tutti i dubbi e le perplessità di un genitore bis. Da dove partire? Rispondere a tutte le domande che farà, far vedere l’ecografia o farlo venire durante una di esse. Riprendere vecchie foto in cui mamma e papà aspettavano lui. È bene spiegare con chiarezza quello che succederà, ovvero che la mamma andrà in ospedale per qualche giorno e che lui rimarrà a casa con il papà oppure con i nonni.  Siate anche molto onesti su quello che accadrà una volta a casa, il nuovo arrivato non sarà immediatamente un amico di giochi. Sarà un bimbo piccolo che avrà bisogno di cure e di attenzione, spesso piangerà e probabilmente la mamma sarà un po’ stanca ma anche molto felice.Mamma e papà non abbiate paura di non riuscire ad amare abbastanza e non sentitevi in colpa! E’ normale essere gelosi? Il primo aspetto di cui bisogna tenere conto è dunque la gelosia per il nuovo arrivato che sottende la paura di perdere le attenzioni e le cure dei suoi genitori. Questa nasce anche se è stato il primogenito a chiedere un fratellino o sorellina. LA COMUNICAZIONE DELLA NOTIZIA È per questo che è importante tenere conto della delicatezza del momento e della preparazione del primogenito sin dalla gravidanza della mamma. I genitori possono comunicare insieme la notizia dell’arrivo del fratellino/sorellina:“Sai che nella pancia della mamma c’è un fratellino in arrivo? IL COINVOLGIMENTO COMINCIA DALLA GRAVIDANZA È importante mettere in atto da subito dei comportamenti per coinvolgere il bambino nel nuovo evento che è a tutti gli effetti un “affare di famiglia”. Lo si può coinvolgere nella scelta del nome e immaginare come sarà una volta venuto al mondo. È meglio che un eventuale inserimento all’asilo non coincida con l’arrivo del nascituro. Gli si può parlare di come il fratellino crescerà nel pancione esattamente come ha fatto lui e di cosa succederà quando nascerà. Lo si può coinvolgere anche nei preparativi del corredino, magari scegliendo insieme quali delle sue cose possono essere utilizzate anche dal fratellino DOPO LA NASCITA Potrebbe essere funzionale che abbia la possibilità di abbracciare la mamma prima ancora di conoscere il fratellino appena arrivato, qualche minuto per ambientarsi vedendo che mamma sta bene e che ci sono ancora degli abbracci tutti per lui, il tempo di fargli raccontare cosa è successo quando lei era via e poi si possono fare le presentazioni ufficiali tra i fratelli. Una volta tornati a casa è importante facilitare l’integrazione tra i due senza responsabilizzare troppo il primogenito, coinvolgetelo nelle attività da svolgere col bambino e lasciate che possa tenerlo in braccio in presenza di adulti. Cercate di tenere conto delle sue esigenze anche se in questa fase potrebbe essere più naturale pensare prima ai bisogni del piccolo e aspettarvi che il primogenito sia già capace di aspettare “come un bambino grande”. Se è possibile cercate di mantenere le attività che svolgevate con lui prima dell’arrivo del fratellino e quando non è possibile farlo dategli sempre una motivazione reale e comprensibile. Il primogenito potrebbe mettere in atto dei comportamenti regressivi, per avere le stesse attenzioni del fratellino. Non arrabbiatevi se questo accade, è normale e si tratta di una fase transitoria che passa prima se viene accolta per il bisogno di attenzione che sottende. È importante non dirgli mai che questi comportamenti non sono ammessi perché lui ora è un bambino grande perché lo fareste sentire in colpa. Gli fareste pensare che era davvero meglio restare piccolo, visto che i piccoli vengono coccolati e non vengono sgridati. Se invece passa il messaggio che anche se è più grande del fratellino qualche volta può ancora essere piccolo potrà sentirsi più libero di proseguire il suo naturale percorso di crescita. Il bambino più grande potrebbe anche esprimere emozioni ambivalenti nel confronti del più piccolo, anche in questo caso è opportuno accogliere ogni tipo di espressione, senza sgridarlo o giudicarlo ma anzi dirgli che lo si comprende se qualche volta si infastidisce o si arrabbia perché i genitori dedicano più tempo al piccolino di casa.