Il bisogno di approvazione: perché abbiamo così paura di non piacere agli altri

Ti è mai capitato di dire “sì” quando in realtà volevi dire “no”? Oppure di rileggere un messaggio dieci volte prima di inviarlo, per paura di sembrare sbagliato? Non è solo insicurezza. È qualcosa di più profondo: il bisogno di approvazione. Un bisogno umano, normale… ma che oggi sembra essere diventato sempre più forte. Da dove nasce il bisogno di approvazione Fin da piccoli impariamo che essere accettati è fondamentale. L’approvazione degli altri — genitori, insegnanti, pari — non è solo piacevole: è legata al senso di sicurezza e appartenenza. Crescendo, questo meccanismo non scompare. Si trasforma. Iniziamo a chiederci: Il punto è che, in molti casi, il valore personale finisce per dipendere troppo dallo sguardo degli altri. Il ruolo dei social: approvazione a portata di click Oggi l’approvazione è diventata visibile, misurabile e immediata. Like, commenti, visualizzazioni: tutto contribuisce a creare una sorta di “termometro sociale”. Questo può portare a: Il rischio è iniziare a vivere in funzione della risposta degli altri, invece che dei propri bisogni. Quando il bisogno diventa un problema Cercare approvazione è umano. Diventa problematico quando: In questi casi, il rischio è perdere il contatto con ciò che vuoi davvero. Perché è così difficile uscirne Il bisogno di approvazione è rinforzato da un meccanismo semplice: funziona. Quando ricevi approvazione: Questo crea una sorta di “dipendenza emotiva”: continui a cercare quella sensazione. Ma il prezzo può essere alto: autenticità ridotta, stress, senso di vuoto. Come iniziare a ridurre la dipendenza dall’approvazione Non si tratta di smettere di voler piacere (impossibile), ma di riequilibrare. 1. Impara a tollerare il disaccordo Non tutti devono essere d’accordo con te. E va bene così. 2. Chiediti: “lo sto facendo per me o per gli altri?” Questa domanda, semplice, cambia molto. 3. Allenati a piccoli “no” Non serve rivoluzionare tutto. Inizia da situazioni semplici. 4. Ridimensiona il giudizio altrui Le persone pensano a noi molto meno di quanto immaginiamo. Una riflessione finale Il bisogno di approvazione non è un difetto. È parte della nostra natura sociale. Ma quando diventa il criterio principale con cui scegliamo chi essere, rischiamo di allontanarci da noi stessi. E paradossalmente, è proprio quando iniziamo a essere più autentici che le relazioni diventano più vere.
Attraversare insieme. L’adolescenza come valico psichico per figli e genitori

L’adolescenza non è soltanto un passaggio per chi la attraversa in prima persona. È un vero e proprio valico psichico che coinvolge simultaneamente figli e genitori, mettendo in crisi assetti relazionali, identificazioni e modalità di legame che fino a quel momento avevano garantito una certa stabilità. Quando un adolescente cambia, anche il genitore è chiamato a riorganizzare la propria posizione: non più garante onnipotente, ma neppure spettatore passivo di un processo che spesso appare disorientante e doloroso. Questo passaggio non avviene senza attriti. Il corpo che cresce, la sessualità che irrompe, la spinta alla separazione rendono necessario un riassetto dei confini psichici. L’adolescente è impegnato nel lavoro di soggettivazione, mentre il genitore è confrontato con una perdita: la perdita del bambino immaginato, della relazione di dipendenza che strutturava il legame, di un posto definito. È in questo scarto che emergono molte delle difficoltà che portano alla consultazione clinica. Nel lavoro con gli adolescenti, la presenza dei genitori non può essere considerata un elemento accessorio. Il sintomo del figlio si iscrive sempre in un campo relazionale e simbolico più ampio. Acting out, ritiro, dipendenze, sintomi somatici o difficoltà scolastiche interrogano non solo il soggetto adolescente, ma anche il modo in cui il legame familiare tollera la trasformazione e la separazione. L’adolescenza diventa così un passaggio di valico per l’intero sistema, un punto di crisi che può aprire a nuove possibilità o irrigidirsi in conflitti ripetitivi. L’intervento clinico con i genitori richiede una teoria della tecnica specifica. Non si tratta di educare o correggere le pratiche genitoriali, né di allearsi con il figlio contro l’autorità. Il lavoro clinico mira piuttosto a offrire uno spazio in cui i genitori possano interrogare la propria posizione, riconoscere le proprie angosce e rimettere in gioco il rapporto con l’Altro incarnato dal figlio che cambia. Il setting con i genitori costituisce un dispositivo particolarmente delicato. Deve essere sufficientemente separato da quello dell’adolescente, pur restando in relazione con esso. Colloqui dedicati, tempi e spazi specifici, una chiara distinzione dei ruoli permettono di evitare confusioni e collusioni. Il setting non è un luogo di restituzione del materiale del figlio, ma uno spazio di elaborazione della posizione genitoriale. Spesso i genitori arrivano portando una domanda urgente: fermare il comportamento problematico, riportare il figlio alla normalità, ristabilire un ordine perduto. Il lavoro clinico consiste nel trasformare questa richiesta in una domanda diversa, che riguarda il legame e non soltanto il sintomo. Ciò implica sostenere l’angoscia senza rispondervi in modo immediatamente adattivo, permettendo che emerga ciò che il cambiamento adolescenziale riattiva nella storia soggettiva del genitore. Dal punto di vista tecnico, è fondamentale che il clinico mantenga una posizione non giudicante e non prescrittiva. Interpretazioni premature o indicazioni normative rischiano di rinforzare sentimenti di colpa o di impotenza, irrigidendo ulteriormente la relazione. Il lavoro procede piuttosto attraverso micro-spostamenti: nominare ciò che è difficile da tollerare, restituire al genitore la possibilità di non sapere, introdurre una distanza tra il comportamento del figlio e l’identità genitoriale. L’adolescenza mette spesso i genitori di fronte al proprio rapporto con il limite, con la perdita e con il desiderio. Alcuni faticano a lasciare andare, altri si ritirano troppo presto; alcuni rispondono con un eccesso di controllo, altri con una delega totale. L’intervento clinico non mira a stabilire quale sia la giusta distanza, ma a permettere che questa distanza possa essere pensata e modulata, invece che agita. Quando il setting con i genitori tiene, esso diventa un sostegno fondamentale anche per il lavoro con l’adolescente. Non perché i genitori debbano collaborare in senso adattivo, ma perché possono occupare una posizione meno angosciata, meno intrusiva, più simbolicamente disponibile. In questo modo, il passaggio adolescenziale può svolgersi senza che il sintomo debba farsi carico di tutto il peso della trasformazione. L’adolescenza, come ogni valico, espone al rischio di smarrimento, ma anche alla possibilità di un cambiamento profondo. Accompagnare figli e genitori in questo attraversamento significa sostenere una doppia trasformazione: quella del soggetto che cresce e quella dell’Altro che deve rinunciare a essere ciò che era. È in questa reciproca riorganizzazione che il lavoro clinico trova il suo senso più autentico.
La riforma della disabilità

Il 30 giugno 2024 è entrato in vigore il decreto legislativo noto come Riforma della disabilità.Tale norma sta attuandosi già in alcune province sperimentali per poi essere attivata su tutto il territorio nazionale a partire da gennaio 2027.L’aspetto interessante e innovativo della riforma riguarda l’introduzione di una visione della malattia e della conseguente disabilità in un’ottica bio-psico-sociale.Dalla nascita del welfare ad oggi, benchè ci sia stata una crescente attenzione alla disabilità volta all’inclusione e alla riduzione del disagio, la vera svolta nasce proprio con questo decreto. Fino ad oggi, infatti, la disabilità è il suo accertamento era vincolato ad una prospettiva esclusivamente di tipo biologico. La malattia era vista in ambito medico legale e il suo accertamento si esauriva su dei criteri prevalentemente basati su deficit e menomazioni. La Convenzione ONU sui diritti della persona con disabilità ha imposto questo cambiamento di prospettiva che umanizza la persona con disabilità. Essa, infatti, inquadra non solo la patologia e i sintomi correlati, ma introduce ulteriori strumenti che tengono conto anche degli aspetti psicologici e sociali vissuti. Si raccordano quindi diagnosi anche di tipo funzionale e partecipativo, sostenendo finalmente una visione d’insieme dello stato di benessere dell’individuo. Un cambiamento questo, significativo che si traduce in un procedimento di accertamento più snello e determinato da un’equipe in cui c’è anche il professionista delle discipline psicosociali.
Valorizzare i talenti dei docenti nelle organizzazioni scolastiche

Se è vero che oggi si parla sempre più di valorizzazione dei talenti degli studenti, è altrettanto necessario investire nei talenti degli insegnanti, riconoscendone il valore strategico all’interno della comunità professionale. Nel contesto educativo contemporaneo, caratterizzato da crescente complessità e continuo cambiamento, la qualità della scuola dipende anche dalla qualità del capitale professionale.In tale prospettiva, il talent management nella scuola assume un ruolo fondamentale,poichè i docenti rappresentano la risorsa principale per favorire il successo formativo degli studenti. Il talent management – o gestione dei talenti – può essere definito come un insieme di processi organizzativi finalizzati a identificare, sviluppare e valorizzare competenze e potenzialità lungo tutto il percorso professionale. Applicato nelle organizzazioni scolastiche ciò significa riconoscere il valore professionale dei docenti e sostenerne la crescita attraverso la formazione continua e la messa in campo di interventi ad hoc. Di conseguenza, investire nella valorizzazione degli insegnanti significa promuovere: Tali elementi incidono direttamente sulla qualità dell’insegnamento. Infatti, un docente valorizzato è più orientato ad adottare metodologie didattiche innovative, inclusive ed efficaci, contribuendo a creare ambienti di apprendimento attivi e partecipativi. La valorizzazione dei talenti tra dubbi e incertezze La mappatura dei talenti dei docenti è un processo organizzativo attraverso cui la scuola individua, raccoglie e valorizza le competenze professionali presenti nel collegio docenti, costruendo una vera e propria banca dei profili e delle competenze. In particolare, tale strumento consente di: In questa prospettiva, la banca delle competenze non rappresenta soltanto un elenco tecnico di abilità, ma uno spazio dinamico di riconoscimento della professionalità docente nella sua complessità, fatta di esperienze, motivazioni e percorsi personali. Del resto, come emerge anche nella riflessione psicopedagogica, l’insegnante è spesso una figura attraversata da dubbi e tensioni: un insegnante con molti dubbi sul suo lavoro e ossessionato dal tempo che passa – piega una nota – cerca risposte a domande di senso, ma la realtà quotidiana non sempre lo aiuta; al contrario, talvolta gli si presenta come mistificazione e paradosso. Tuttavia, proprio questo bisogno di significato, unito a momenti critici, può generare una nuova consapevolezza, capace di riorientare il senso della professione e aprire a una visione più ampia e progettuale.(Tratto dali libro Scholè di Renzo Stio). In una prospettiva psicodinamica, il dubbio non è una semplice incertezza, ma il segno vivo di un conflitto interno. Non è fragilità, ma tensione profonda che attraversa la mente e mette in movimento l’individuo. Proprio per questo, il dubbio si trasforma in uno spazio dinamico di elaborazione, anche sul piano cognitivo. Quando non viene rimosso ma accolto, può emergere alla coscienza e diventare forza trasformativa. Le energie inconsce, allora, non restano bloccate, ma si convertono in pensiero, creatività, nuove possibilità. È esattamente in questo passaggio — delicato ma potente — che qualcosa cambia: si accende il talento.
Peer Pressure: perché alcuni ragazzi restano intrappolati in un ruolo

Ci sono ragazzi che in contesti protetti riescono a mostrarsi per ciò che sono davvero. In seduta parlano delle proprie paure, dei dubbi, a volte persino del desiderio di cambiare. Poi però, tornando a scuola o nel gruppo di amici, sembrano trasformarsi di nuovo. Tornano il “duro”, quello che provoca, quello che deve sempre mostrarsi indifferente o aggressivo. Per molti genitori questo cambiamento appare incomprensibile. «Ma allora qual è il vero mio figlio?» Spesso la risposta non riguarda la falsità o la mancanza di volontà. Riguarda qualcosa di molto più profondo: la paura di perdere il proprio posto nel gruppo. Non è solo “cattiva compagnia” Quando si parla di “peer pressure”, o pressione dei pari, si immagina facilmente qualcuno che spinge esplicitamente a fare qualcosa: saltare scuola, trasgredire, prendere in giro un compagno. Ma nella realtà adolescenziale la pressione è spesso molto più sottile. A volte non serve che il gruppo dica nulla. È sufficiente sapere quale comportamento ci si aspetta da noi. Ogni gruppo costruisce ruoli abbastanza precisi: c’è quello divertente, quello trasgressivo, quello che non studia mai, quello che deve sembrare sempre forte. E col tempo questi ruoli diventano una sorta di identità sociale. Il problema nasce quando il ragazzo sente di non poter più uscire da quel personaggio senza rischiare di perdere appartenenza. La paura di cambiare davanti agli altri Molti adolescenti non restano intrappolati in certi comportamenti perché li desiderano davvero, ma perché temono cosa potrebbe succedere se smettessero. Cambiare atteggiamento può significare: essere presi in giro, sembrare “deboli” o sentirsi esclusi. Per un adolescente il gruppo dei pari non è solo compagnia. È il luogo in cui si costruisce il senso di sé. Ecco perché a volte il bisogno di appartenenza diventa più forte persino del desiderio di stare bene. Non è raro che un ragazzo che vorrebbe mostrarsi diverso finisca per continuare a recitare un ruolo ormai rigido, quasi automatico. “Con noi è diverso” Molti genitori raccontano di vedere nei figli due versioni differenti: una più autentica in famiglia o nei contesti individuali, un’altra molto più dura o oppositiva con gli amici. Questa discrepanza non è necessariamente manipolazione. Può essere il segnale di una forte fatica identitaria. In adolescenza il cambiamento raramente avviene in modo lineare. Un ragazzo può iniziare a maturare interiormente molto prima di riuscire a mostrare questo cambiamento nel gruppo. Ed è proprio qui che spesso nasce il blocco: sentirsi pronti a cambiare da soli, ma non abbastanza sicuri da farlo davanti agli altri. Cosa possono fare i genitori La reazione più comune è attaccare il gruppo di amici. Ma quando un genitore critica direttamente il gruppo, il ragazzo tende a difenderlo ancora di più. Può essere più utile: evitare etichette rigide (“sei irresponsabile”), aiutarlo a sperimentare ambienti diversi, mantenere una relazione stabile e non giudicante. Avere più contesti relazionali aiuta gli adolescenti a non identificarsi completamente con un solo ruolo. E questo rende più facile cambiare. Quando crescere significa rischiare Diventare sé stessi, durante l’adolescenza, non significa soltanto acquisire autonomia. Significa anche trovare il coraggio di deludere alcune aspettative del gruppo. A volte dietro il “cattivo ragazzo” non c’è solo provocazione o superficialità.C’è un adolescente che teme di perdere il proprio posto tra gli altri se smette di essere ciò che tutti si aspettano da lui. E comprendere questa dinamica può aiutare i genitori a guardare certi comportamenti con maggiore profondità, senza minimizzarli ma neppure ridurli semplicemente a “cattive influenze”. Bibliografia
La stanchezza digitale: perché siamo sempre connessi ma sempre più stanchi

Viviamo in un’epoca in cui essere connessi è la norma. Smartphone, notifiche, social, email: ogni momento della giornata è potenzialmente “attivo”. Eppure, sempre più persone riferiscono una sensazione costante di stanchezza mentale, difficoltà di concentrazione e irritabilità. Non è solo stress. È quella che in psicologia viene definita stanchezza digitale. Cos’è davvero la stanchezza digitale Non si tratta semplicemente di “usare troppo il telefono”. La stanchezza digitale nasce da un sovraccarico continuo di stimoli cognitivi ed emotivi. Ogni notifica, ogni messaggio, ogni contenuto richiede: Il nostro cervello, però, non è progettato per gestire centinaia di micro-stimoli al giorno senza pause. Il cervello non “riposa” mai davvero Anche quando pensiamo di rilassarci – ad esempio scrollando sui social – il cervello continua a lavorare. Confronti sociali, informazioni rapide, cambi continui di contenuto attivano: Risultato? Non è vero riposo, ma una forma di attivazione continua a bassa intensità. È come tenere il motore acceso tutto il giorno senza mai spegnerlo. Perché siamo più distratti La difficoltà di concentrazione non è casuale. L’esposizione costante a contenuti brevi e veloci “allena” il cervello a cercare novità continua. Questo rende più difficile: In altre parole, perdiamo l’abitudine alla lentezza. Il ruolo delle notifiche: piccole ma potentissime Le notifiche sono progettate per catturare l’attenzione. Non è un caso. Ogni notifica attiva un meccanismo di anticipazione (“cosa sarà?”) che coinvolge la dopamina, il neurotrasmettitore legato alla motivazione e alla ricompensa. Anche quando non rispondiamo subito, la nostra mente rimane “agganciata”. È una forma di attenzione frammentata che, nel tempo, aumenta la fatica mentale. I segnali da non sottovalutare La stanchezza digitale non è sempre evidente. Alcuni segnali comuni sono: Se ti riconosci in più di uno di questi, probabilmente il tuo cervello sta chiedendo una pausa. Cosa possiamo fare (davvero) Non serve eliminare la tecnologia. Sarebbe irrealistico. Ma possiamo cambiare il modo in cui la usiamo. 1. Crea spazi senza notifiche Anche solo un’ora al giorno senza interruzioni può fare una grande differenza. 2. Introduci momenti di “vuoto” Camminare senza telefono, aspettare senza distrazioni: sono micro-allenamenti per il cervello. 3. Riduci il multitasking Fare una cosa per volta non è meno efficiente: è più sostenibile. 4. Riconosci quando non è vero riposo Scrollare non è sempre relax. A volte è solo un’altra forma di stimolo. Una riflessione finale La tecnologia non è il problema. Il punto è che stiamo vivendo più velocemente di quanto la nostra mente riesca a elaborare. Recuperare spazi di lentezza non è un lusso, ma una necessità psicologica. Perché non è solo importante essere connessi al mondo, ma anche — e soprattutto — restare connessi a sé stessi.
La Fragilità dell’Adolescente di Oggi: uno sguardo psicoanalitico tra Lacan, Dolto e Mannoni

L’adolescenza è sempre stata una soglia complessa, un territorio di passaggio in cui l’individuo si confronta con il desiderio, l’identità e l’alterità. Oggi questo tempo psichico appare particolarmente esposto: gli adolescenti sembrano più fragili, più permeabili allo sguardo dell’Altro, più dipendenti da conferme istantanee e più spaventati dall’idea di mancare. La psicoanalisi offre una lente preziosa per comprendere questa vulnerabilità contemporanea. Lacan ci mostra come l’identità nasca sempre nello sguardo dell’Altro. Nel mondo digitale, questo Altro non è più soltanto la famiglia o il gruppo dei pari, ma una moltitudine di occhi virtuali che costantemente valutano, commentano e definiscono. L’adolescente si trova così immerso in uno specchio infinito, dove la domanda “Che cosa sono per l’Altro?” diventa pressante e continua. L’ideale dell’Io che ne deriva è iper-esigente e spesso irraggiungibile, generando senso di inadeguatezza e angoscia. Dolto ci guida invece a osservare il corpo adolescente come luogo di trasformazione e di enigma. Il corpo, che cambia rapidamente e si sessualizza, parla prima delle parole. Ma oggi questo corpo è anche esposto, fotografato e confrontato con modelli digitali che rischiano di trasformarlo in un oggetto da mostrare piuttosto che in uno spazio da abitare. Restituire all’adolescente la possibilità di dare senso a ciò che vive nel corpo, di nominare ciò che sente, diventa un passaggio fondamentale per la costruzione della sua soggettività. Mannoni invita a riconoscere che la crisi adolescenziale non è un malfunzionamento, ma un momento fondativo. Oggi, però, il disagio del ragazzo assume forme silenziose: ritiro sociale, apatia, irritabilità, sintomi somatici, difficoltà a sostenere la frustrazione. L’adolescente spesso non protesta, ma si ritrae. In un mondo che chiede performance costante, la crisi viene talvolta neutralizzata troppo in fretta, impedendo al giovane di attraversarla e trasformarla. Nel contesto contemporaneo non si può parlare di fragilità come debolezza. È piuttosto il risultato di una ipersollecitazione continua: tutto è immediato, pubblico, confrontabile. Ogni errore appare definitivo, ogni emozione amplificata, ogni scelta carica di conseguenze. L’adolescente vive immerso in un rumore identitario che rende più difficile distinguere ciò che desidera da ciò che gli viene richiesto. La psicoanalisi può offrire uno spazio diverso, dove non c’è urgenza di prestazione e dove è possibile mettere parole sulle esperienze più confuse. È un luogo in cui il giovane può esplorare il proprio desiderio, separarlo dallo sguardo dell’Altro e riconoscere la propria verità interna. Seguendo Lacan, si apre uno spazio di incontro con ciò che determina il soggetto; con Dolto, si dà forma e significato alla voce del corpo; con Mannoni, si attraversa la crisi come un momento necessario della crescita. La fragilità dell’adolescente di oggi non è una diagnosi, ma un segnale. È il punto in cui il mondo interiore incontra le pressioni dell’epoca. La psicoanalisi, con la sua capacità di ascolto e di lettura del desiderio, permette di accogliere questa vulnerabilità senza giudicarla, accompagnando il giovane nella costruzione di spazi più autentici per esistere.
La società moderna è esposta al rischio

Gli ultimi studi sociologici definiscono quella attuale come la società del rischio. Beck, infatti, enfatizza il fatto che la società contemporanea ha delle nuove forme di rischio rispetto a quelle del passato. Nelle generazioni precedenti, i pericoli erano legati prevalentemente ad agenti catastrofici di tipo naturale, come le epidemie e le carestie. Attualmente, invece, i rischi sono di tipo tecnologico e soprattutto su larga scala. Rientrano in queste categorie l’inquinamento, i cambiamenti climatici, le crisi finanziarie e le pandemie. L’esposizione al rischio quindi diventa per così dire democratica, in quanto nessuno ne resta immune. L’inquinamento, ad esempio, colpisce tutti, anche chi lo produce, senza distinzione di confini o classe sociale. L’azione umana, la globalizzazione, il progresso scientifico hanno portato ad un cambiamento anche riguardo alle incertezze relazionali. Gli individui infatti, sembrano godere di una maggiore libertà di azione, svincolandosi da futuri precostituiti tradizionalmente. Allo stesso tempo, però, l’incertezza del domani ha reso le relazioni molto più precarie, basate su legami deboli evitando anche l’impegno sul lungo termine. Va, inoltre, sottolineato l’orientamento preso dalla politica nella gestione del rischio, in quanto ci ritiene comunque tutti responsabili. I problemi sistemici mondiali sono considerati anche conseguenze di scelte personali che si riflettono sulla collettività. La politica mondiale quindi ci orienta ad assumere atteggiamenti di responsabilità diffusa.
Quando l’amore è una certezza solitaria: La sindrome di Clerambault

Esistono forme di sofferenza psichica che mettono profondamente in discussione il nostro modo di intendere le relazioni. La Sindrome di Clérambault, o “erotomani, è una di queste: una condizione in cui una persona è convinta, con assoluta certezza, di essere amata da qualcun altro, spesso una figura distante, non accessibile o socialmente rilevante. A prima vista potrebbe sembrare “solo” un errore di interpretazione. In realtà, si tratta di un fenomeno complesso che coinvolge identità, legami e significati profondi. Che cos’è la Sindrome di Clérambault La Sindrome di Clérambault è un disturbo delirante caratterizzato dalla convinzione incrollabile che un’altra persona sia innamorata del soggetto, anche in assenza di prove o addirittura in presenza di evidenze contrarie. Un aspetto centrale della Sindrome di Clérambault è che l’altro non è realmente incontrato: è costruito. La relazione non è reciproca, ma nemmeno completamente assente. È una relazione asimmetrica e immaginata, che tuttavia ha effetti reali. Dal punto di vista sistemico, possiamo dire che: In questo senso, la scelta di una figura irraggiungibile non è casuale: permette alla relazione di non essere mai davvero messa alla prova. Spesso la figura amata è distante, irraggiungibile, o occupa una posizione “più alta”. Non è un dettaglio: quella distanza protegge la relazione dal confronto diretto. L’altro non può davvero smentire, e quindi il legame può continuare a esistere, anche senza reciprocità. È una relazione che vive soprattutto nella costruzione interna, ma che ha effetti profondamente reali. Anche il rifiuto, quando arriva, non interrompe questa dinamica. Viene reinterpretato, riassorbito, reso coerente con la convinzione iniziale. È qui che vediamo un sistema che si mantiene da sé, integrando persino ciò che dovrebbe metterlo in crisi. Allora la domanda cambia: non è più “perché questa persona crede a qualcosa di falso?”, ma piuttosto “che funzione ha questa certezza nella sua vita?”. In molti casi, questa convinzione sembra rispondere a bisogni profondi di riconoscimento, di esistenza nello sguardo dell’altro, di stabilità identitaria. È come se, attraverso quella relazione immaginata, la persona potesse sentirsi vista, scelta, importante, senza esporsi davvero al rischio della reciprocità reale. Conclusioni Questo non significa banalizzare o giustificare il delirio, ma comprenderne il senso. Perché è proprio a partire da quel senso che diventa possibile un lavoro clinico. In terapia, infatti, il punto non è smontare la convinzione, ma creare le condizioni per cui quella costruzione diventi meno “forte”. Aprire altri spazi relazionali, altre possibilità di essere riconosciuti, altri modi di stare in relazione. La Sindrome di Clérambault, in fondo, ci parla di un bisogno universale portato all’estremo: quello di “esistere per qualcuno”.E ci ricorda che anche le forme più rigide della sofferenza sono, prima di tutto, tentativi, talvolta disperati, di mantenere un legame.
La scuola come organizzazione adattiva tra cambiamento e resilenza

Spesso la scuola viene immaginata come un vecchio orologio: un insieme di ingranaggi fissi che devono funzionare senza errori, rispettando tempi, procedure e regole prestabilite. In questa visione, ogni elemento ha un ruolo preciso e il buon funzionamento dipende dall’assenza di deviazioni. Tuttavia, la realtà educativa mostra uno scenario molto diverso. La scuola non è una macchina prevedibile, ma un sistema adattivo capace di cambiare, reagire e riorganizzarsi in relazione al contesto sociale e ambientale in cui opera. In altre parole, la scuola risponde agli stimoli, apprende dall’esperienza e modifica il proprio funzionamento nel tempo. Non a caso, oggi si parla sempre più spesso diapprendimento organizzativo, cioè della capacità di una organizzaizone di imparare costantemente. Secondo gli studi sull’apprendimento organizzativo, infatti, la scuola non è solo un luogo in cui apprendono gli studenti, ma un’organizzazione che, nel suo insieme, deve essere capace di riflettere su ciò che fa. Al contrario, se le regole non vengono mai rimesse in discussione, l’organizzazione smette di crescere, anche se le persone al suo interno continuano a impegnarsi e a fare esperienza. Scuola e adattamento psicologico La scuola oggi vive una crisi perché è tirata in due direzioni opposte. Da un lato deve cambiare rapidamente, adattarsi e innovare; dall’altro deve mantenere regole, strutture e riferimenti stabili. Come un pendolo, oscilla continuamente tra tradizione e cambiamento senza mai fermarsi. Questa oscillazione rende difficile trovare equilibrio e produce incertezza, sia nell’organizzazione sia nelle persone, chiamate a ridefinire continuamente significati, aspettative e modi di agire. Dal punto di vista della psicologia dinamica, però, tale oscillazione non va interpretata come una crisi. Al contrario, rappresenta un normale processo di regolazione.scuola, nel confrontarsi con le proprie tensioni interne, è chiamata a interpretare se stessa, a dare senso alle fratture e ai conflitti che emergono. In questo modo, l’autocontrollo organizzativo diventa una pratica di lettura critica dell’esperienza utile a a negoziare nuovi significati, sciogliere rigidità sedimentate e riorientare il funzionamento verso forme più consapevoli, coerenti e abitabili. In tale prospettiva, riconoscere di non avere sempre risposte immediate diventa un segnale di maturità del sistema educativo. La possibilità di accogliere il dubbio, l’errore e la difficoltà non indica debolezza, ma apertura all’apprendimento. La scuola, nel confrontarsi con le proprie tensioni interne, è chiamata a interpretare se stessa, a dare senso alle fratture e ai conflitti che emergono. L’autocontrollo organizzativo si trasforma così in una lettura dell’esperienza utile a dare senso e significato a ciò che ci circonda ,cambiando il punto di vista. Perché, come ricorda Warren G. Bennis, se continuiamo a fare ciò che abbiamo sempre fatto, continueremo a ottenere ciò che abbiamo sempre avuto. E la scuola, oggi, non può permettersi di restare uguale a se stessa.