Cronos e Kairos: il tempo nella psicologia e nella psicoterapia

Quando una persona entra in terapia, porta con sé non solo la propria storia, ma anche il proprio modo di vivere il tempo. C’è chi arriva sentendosi in costante ritardo, sempre in affanno, come se la vita fosse una corsa senza sosta; Altri, invece, raccontano di attese infinite, di un tempo che sembra non passare mai. In entrambi i casi, emerge una tensione che i Greci avevano descritto in due figure distinte: Cronos e Kairos. Chi sono Cronos e Kairos? Cronos è il tempo che scorre, quello degli orologi e delle agende. È il tempo che permette di organizzare, pianificare, rispettare impegni. In terapia lo incontriamo nei pazienti che scandiscono la propria vita in tappe rigide: “A quest’età avrei già dovuto avere un lavoro stabile… una famiglia… una casa.” Cronos è indispensabile: ci permette di dare continuità e forma ai nostri progetti. Ma quando diventa l’unico orizzonte, rischia di trasformarsi in un tiranno. Quante volte sentiamo dire: “Non ho tempo”, e in quelle parole si nasconde la percezione di una vita compressa, consumata dalla fretta. Accanto a Cronos, però, c’è Kairos: il tempo opportuno, qualitativo, l’attimo in cui qualcosa accade perché trova le condizioni “giuste”. Non lo misuriamo in minuti o ore, ma nell’intensità con cui viene vissuto. È il tempo della pausa che apre uno spazio interiore, dell’incontro che cambia prospettiva, del silenzio che diventa rivelatore. In psicoterapia, Kairos si manifesta nei momenti in cui il paziente riesce a dire finalmente una parola nuova, o a vedere sotto una luce diversa ciò che prima appariva immutabile. Non è programmabile: accade, si coglie, si riconosce. Difatti, se ci limitiamo al tempo cronologico, rischiamo di trasformare la terapia in una sequenza di incontri scanditi dall’orologio, con obiettivi da raggiungere come fossero tappe produttive. Ma se riusciamo a valorizzare Kairos, allora lo spazio terapeutico diventa anche un laboratorio del “tempo vissuto”, dove ciò che conta non è quanto tempo serve, ma cosa accade dentro quel tempo. Il lavoro clinico ci mostra che le persone soffrono non solo per ciò che è accaduto, ma anche per il modo in cui percepiscono lo scorrere del tempo: chi si sente schiacciato dalla fretta e dal dover fare, chi si percepisce bloccato, fermo in un eterno presente. Integrare Cronos e Kairos significa aiutare il paziente a non farsi mangiare dal tempo né restare imprigionato in esso, ma a riconoscere che ogni istante può contenere una possibilità di significato. Quale apporto può dare la psicoterapia? La psicoterapia è un vero e proprio esercizio di equilibrio tra Cronos e Kairos. Un tempo esterno che dà cornice (la durata della seduta, la cadenza degli incontri…) e un tempo interno che, a volte, ci sorprende con un lampo di comprensione, con la possibilità di vedere il mondo da una prospettiva diversa. Come psicologi e psicoterapeuti, la sfida non è tanto scegliere tra i due tempi, ma insegnare a viverli entrambi: Cronos per dare continuità alla vita, Kairos per restituire profondità all’esperienza. Conclusioni Riflettere su Cronos e Kairos significa anche interrogarci su come abitiamo noi stessi il tempo terapeutico. Cronos è la cornice che ci tutela: la durata della seduta, la regolarità degli incontri, un accordo tra le parti che scandisce il lavoro. Ma Kairos è ciò che accade dentro quella cornice, il momento in cui la parola si fa trasformativa e il silenzio diventa generativo. Come professionisti siamo spesso chiamati a trovare un equilibrio delicato: da un lato la necessità di organizzare, contenere, dare continuità; dall’altro la disponibilità a restare aperti al momento giusto, a quell’attimo in cui “qualcosa accade” al di là della nostra pianificazione. Forse, allora, il nostro compito non è soltanto gestire il tempo della terapia, ma anche custodire le condizioni affinchè il tempo opportuno possa emergere. È in questo spazio che la psicoterapia rivela la sua natura più autentica: non solo un lavoro di ricostruzione lineare, ma un incontro capace di aprire possibilità inattese.
Cronaca di una guerra virale sui social: gli effetti sui giovani

Cronaca di una guerra virale sui social, alla portata dei giovani spettatori. La Guerra del nuovo millennio si combatte anche sui social. Tra fake news, sovraesposizione mediatica e infodemia (quantità eccessiva di informazioni presenti sul web), i nostri giovani sono sopraffatti e disorientati. Ogni giorno i social media sono bombardati di informazioni, immagini e video cruenti della guerra tra Russia e Ucraina. Qualunque dettaglio, fotogramma e cruda denuncia attraversa e trafigge il mondo del web, lasciando inermi, confusi e spaventati i giovani spettatori. In questa battaglia i social costituiscono un’arma e una potente risorsa per sfuggire alla censura e portare la propria testimonianza. Tuttavia le notizie arrivano in maniera convulsa e repentina, priva di filtro e diventa difficile distinguere la realtà dalla finzione. La crudeltà della guerra si scaglia con violenza dinanzi agli occhi di ragazzini che non sono pronti ad accettare e a elaborare un tale orrore. I personaggi politici, oggetto di meme e vignette ironiche assumono un’immagine grottesca e irreale. I contorni della realtà si sfocano fino a prendere le sembianze di una fiction, qualcosa che è impossibile stia realmente accadendo. Per giovani e giovanissimi diventa quasi impossibile comprendere lo scenario attuale in mancanza di un bagaglio culturale adeguato. La storia e gli equilibri geopolitici internazionali sono fondamentali per avere uno sguardo critico su ciò che sta accadendo al mondo.Al tempo stesso sono sprovvisti delle strategie di coping necessarie per elaborare, interpretare e gestire l’ansia e la paura che derivano dalla fruizione di questi contenuti. Il rischio è anche quello di “normalizzare” le immagini della guerra, che si susseguono indifferentemente a video di gattini o influencer sullo smartphone. Un alternarsi costante di stimoli visivi che conduce i ragazzi ad un’alternanza delle emozioni più disparate e difficili da gestire: rabbia, angoscia, paura. In questo caso l’educazione nozionistica deve andare di pari passo con quella emozionale.Ai nostri giovani occorre spiegare ciò che accade da un punto di vista storico e di cronaca, ma non solo. É importante che gli vengano trasmesse le capacità e le risorse emotive necessarie per far fronte ad un momento così delicato.
Crisi di coppia in genitori con minore affetto da Disturbo dello Spettro Autistico

di Emanuele Mingione da Psicologinews Scientific Nell’articolo qui presentato viene riportata una breve analisi della ricaduta dello stress psicoemotivo sul piano coniugale in genitori di minori disabili in base all’esperienza clinica svolta dall’equipe multidisciplinare del Nucleo di II Livello di NPIA del Distretto 12 dell’ASL CE (1). Nello specifico, è stato preso in esame il vissuto espresso da coppie genitoriali di bambini ed adolescenti con la diagnosi di Disturbo dello Spettro Autistico o che sono in corso di approfondimento diagnostico, compresi in una fascia di età tra i 18 mesi e i 16 anni. Il lavoro svolto attraverso colloqui, interviste e test specifici ha messo in evidenza la necessità di riservare a questi genitori uno spazio di ascolto in cui ricevere un adeguato supporto non solo sul versante psicoeducativo e gestionale del figlio o dei figli con disabilità ma anche sul versante coniugale. In particolar modo, tale esigenza è importante soprattutto in fase diagnostica, dove i timori e le angosce per una conferma del sospetto di una patologia del minore può provocare uno “shock comunicativo-relazionale” tra gli adulti, specialmente se si tratta del primo figlio, generando conflitti che possono portare anche alla rottura del rapporto matrimoniale o di convivenza. Introduzione Nel mondo della psicologia, le teorie sistemiche spiegano che ogni unione affettiva è una fondazione creativa originale che non coincide con la somma delle persone che la compongono. Quindi, una coppia non è la semplice somma di due individui, bensì è un corpo sociale tenuto da un patto e, dunque, un insieme con una fisionomia propria e una propria identità. Secondo la Fabbrini, il manifestarsi della vita di questo collettivo a due genera un nuovo soggetto, il “noi”, e attiva un particolare campo d’azione dato dall’interdipendenza, dalle interazioni, nonché dalle correnti di emozioni e pensieri circolanti e dai “sogni” reciproci che definiscono la forma stessa del legame e cementano la sua tenuta. In tal modo, due persone che formano una coppia, pur mantenendo la loro fisionomia di soggetti distinti, io/tu, costruiscono un insieme che si nutre allo stesso modo delle due individualità e dei reciproci sogni, cioè di quello che ciascuno dei due diventa nella mente dell’altro. In ogni legame si attua una sorta di contaminazione dei confini delle due soggettività che rappresenta al tempo stesso il potenziale creativo e il limite per ciascuno (2). La nascita del primo figlio comporta il primo momento d i “ r i v o l u z i o n e ” , i n t e s a come cambiamento, con il passaggio dalla condizione di coniugi a quella di genitori. La trasformazione da diade a triade comporta tutta una serie di nuovi “compiti di sviluppo” che la famiglia deve affrontare (3). Secondo Whitaker, la famiglia come tale è un organismo. Non esiste un’entità definita persona, perché la persona è solo un frammento della famiglia. La coppia è composta da due persone che sono solamente parenti acquisiti e che vivono insieme in virtù di un contratto psicosociale. L’arrivo del primo figlio crea una cornice di riferimento completamente diversa, generando relazioni stressanti e combinazioni di triangoli che non esistevano prima. Il bambino scombina questi triangoli. Comincia una lotta che dura tutta la vita per decidere se dovranno riprodurre la famiglia di lui o quella di lei. É una guerra che non ha mai t regua e sfocia, a vol te, in distensione, a volte in una lotta sanguinosa ed in un gioco a somma zero che include divorzi, nuovi matrimoni ed altre varianti (4). Naturalmente, oltre alla nascita del primo bambino, anche l’arrivo di successivi figli modifica e cambia il sistema familiare. Quindi, la nascita di un figlio è di per sé fonte di stress, per via della trasformazione delle relazioni tra i vari attori. Tale condizione può diventare estrema con la nascita di un figlio disabile, o comunque, con il momento della scoperta del disturbo, tanto da produrre una grande crisi all’interno del ciclo vitale di una famiglia. Sostegno alla coppia in genitori con minore affetto da Disturbo dello Spettro Autistico. Sulla base di stima nazionale ed internazionale di prevalenza, ci sono circa 600.000 persone con Disturbo dello Spettro Autistico, in Italia, di cui circa 100.000 di età inferiore ai 18 anni (5). Tale disturbo è una condizione permanente con un impatto e costi considerevoli per gli individui, la loro famiglia e la società in generale (6). Diversi studi hanno sottolineato che le famiglie di bambini con autismo hanno livelli più elevati di stress rispetto a quelle dei bambini con altri tipi di disabilità (7). Inoltre, è stato evidenziato in questi genitori la presenza di disturbi psicologici caratterizzati da alti livelli di ansia e depressione (8) (9). Inoltre, alcune ricerche hanno rilevato anche un forte impatto in termini di onere tempo, isolamento sociale e solitudine nonché un elevato rischio di separazione e divorzio nella coppia (10) (11). In tal senso, Karst e collaboratori, già nel 2012, hanno sottolineato che i fattori di stress, che man mano si accumulano, portano le famiglie a vivere tensioni finanziarie, difficoltà nella gestione del tempo, conflitti coniugali, isolamento sociale, diminuzione dell’autoefficacia genitoriale e incertezza sul futuro del loro bambino (12). Un lavoro di Hartley e collaboratori, basato sul confronto del verificarsi e della tempistica del divorzio in 391 genitori di bambini con un Disturbo dello Spettro Autistico e un campione rappresentativo abbinato di genitori di bambini senza disabilità, ha riportato che i genitori di bambini autistici avevano un tasso di divorzio più elevato rispetto al gruppo di confronto (23,5% contro 13,8%). Il tasso di divorzio è rimasto elevato durante l’infanzia, l’adolescenza e la prima età adulta del figlio o della figlia per i genitori di bambini con tale disabilità, mentre è diminuito dopo l’infanzia del figlio o della figlia (dopo circa 8 anni) nel gruppo di confronto (13). Bilanciare i ruoli di genitore e partner è difficile per la maggior parte delle persone e può essere particolarmente difficile quando sono necessari tempo e impegno extra nel ruolo genitoriale. In un lavoro di Brobst e collaboratori, ad
Crescita personale e Progetto Formativo Individuale

Il Progetto Formativo Individuale è come una mappa fatta su misura per aiutare lo studente ad imparare e ad apprendere secondo il suo potenziale di apprendimento. Grazie al progetto formativo individuale lo studente si può concentrare su ciò che gli piace di più , rendendo l’apprendimento più divertente e significativo.
Crescere e realizzare i propri desideri

Crescere fa paura poiché implica differenziarsi dall’altro ed assumersi la responsabilità di ciò che si è e di ciò che si desidera. Ciascuno di noi possiede una tendenza naturale all’autorealizzazione. Si tratta della capacità di soddisfare bisogni e desideri: crescere ed affermare il proprio potenziale in ogni aspetto della vita. Tuttavia, tale capacità può essere interrotta da meccanismi che impediscono la libera espressione di se stessi. Possono crearsi veri e propri blocchi sul piano di vita e, più profondamente, nell’esperienza di sé. Il valore evolutivo della sofferenza Nella nostra cultura è convinzione diffusa che le emozioni siano degli ostacoli e che nelle situazioni di impasse occorra farsi guidare dal pensiero e dall’azione. Al contrario, più escludiamo vissuti e bisogni, più tagliamo fuori risorse vitali e parti fondamentali di noi stessi. Allontanandoci dalla nostra natura, annaspiamo tra stati di impotenza e onnipotenza e nell’inefficacia di un agire sconnesso dal sentire. Il senso di sè si indebolisce e talvolta si incrina, fino a sgretolarsi. La sofferenza, che non viene vista nel suo valore evolutivo, è per lo più considerata come un nemico da eliminare. E, così, si crea un circolo vizioso, che non corrisponde alla sofferenza naturale che fa parte della vita ma al modo con cui si evita il contatto con l’esperienza temuta e ci si boicotta nel proprio percorso di crescita. L’autoinganno della mente Affidarsi al pensiero, d’altra parte, può voler dire rimanere fedeli a false credenze, nella trappola dei propri inganni. A livello cognitivo la mente è infatti spesso abitata da svalutazioni che trattengono la crescita e procurano malessere. “Non sono abbastanza”, “Non sarò mai amato”, “Sarò felice quando troverò la persona giusta”, “Nessuno mi capisce”, “Non devo fidarmi degli altri”. Sono tipici esempi di convinzioni che impediscono di guardare alle risorse interne ed esterne e di soddisfare i propri bisogni. Il futuro è predeterminato dall’anticipazione di uno scenario drammatico o salvifico che ripropone il passato attraverso la riattualizzazione delle esperienze infantili che sono alla base del copione di vita. Ciò che è stato il migliore adattamento possibile allora, rappresenta tuttavia oggi una carenza o assenza di contatto e di potere attivo sul presente. I vantaggi emotivi del non crescere Ad un livello più profondo, vi sono i vantaggi emotivi del rimanere attaccati alle dinamiche dipendenti verso le proprie figure genitoriali. La dipendenza, talvolta anche mascherata sotto una falsa autonomia, o controdipendenza, come nel caso di chi utilizza difese narcisistiche e onnipotenti, offre una protezione che, sebbene illusoria, dà la sensazione di essere al sicuro. Di fronte ai rischi emotivi legati all’affermazione di sé, quali ad esempio il fallimento, il tradimento, il rifiuto, si cerca rassicurazione e rifugio in ciò che da bambini più garantiva approvazione e riconoscimento. Gli aspetti propri e dell’ambiente esterno non sono visti per come sono ma idealizzati o svalutati. E, così, si resta dipendenti e manipolativi. De-responsabilizzati di fronte alla vita e alle proprie scelte. Verso l’autonomia L’autonomia è un percorso di liberazione degli ostacoli alla crescita che ciascuno ha dentro sé stesso. E’ trovare un equilibrio tra l’autoaffermazione e il riconoscimento dell’altro. Spaventa. Poiché implica differenziarsi, passando per il dolore della perdita originaria. Implica farsi carico della propria volontà e delle proprie decisioni. Rischiare di sbagliare. Confrontarsi con i propri lati indesiderati. Abbandonare ideali e fantasie illusorie per guardare dentro limiti e risorse reali e adoperarsi per attivare un cambiamento concreto. Accettare lo smarrimento, l’incertezza, il vuoto, la noia. E da lì, costruirsi e ricostruirsi nel continuo dell’esperienza. Cercare in sé e non più fuori la responsabilità e il senso della propria esistenza.
Crescere con un fratello o una sorella con disabilità. Alcune questioni dei siblings

Di Francesca Dicè scientific 1-23 La letteratura scientifica definisce “siblings” i fratelli e le sorelle dei bambini con malattia cronica o disabilità (Miceli, 2022; Carrino, 2021). È noto infat t i come tal i diagnosi siano spesso causa d i u n i m p o r t a n t e sconvolgimento per tutto il nucleo familiare (Miceli, 2022; Carrino, 2021). Capita quindi molto spesso che i genitori, travolti dalle preoccupazioni e dagli avvicendamenti clinici l e g a t i a l l a c u r a e d all’assistenza del fi g l i o disabile, possono essere chiamati a rispondere ad un maggior numero di attività dovute a tale condizione (Miceli, 2022; Carrino, 2021). Ta l e s b i l a n c i a m e n t o o r g a n i z z a t i v o p u ò inevitabilmente confondere e destabilizzare i siblings, innescando in loro molti dubbi ed interrogativi sul loro ruolo famigliare (Miceli, 2022; Carrino, 2021). Poco si sa, in realtà, delle emozioni dei siblings, dei loro v i s s u t i , n e c e s s i t à e d interrogativi, talvolta oscurati dai bisogni dei più fragili (Miceli, 2022; Carrino, 2021); essi possono sviluppare sentimenti associati ad ansia, depressione, rabbia e gelosia (Carrino, 2021, Adams et al., 1991; Houtzager et al., 2004), così come vissuti dolorosi che però tendono ad internalizzare piuttosto che esprimere agli altri (Miceli, 2022; Carrino, 2021; Sharpe & Rossiter, 2002); questo ovviamente anche allo scopo di non gravare ulteriormente sui genitori, già stravolti ed appesantiti dalla situazione (Miceli, 2022; Carrino, 2021; Houtzager et al., 2005). In realtà, non credo sia il caso di considerare sempre i siblings come dei predestinati alla sofferenza psicologica, poiché non è possibile identificare la relazione parentale con una persona disabile con un certo ed inesorabile rischio psichico ed evolutivo (Miceli, 2022; Carrino, 2021). In taluni casi, infatti, essa potrebbe anche rivelarsi un fattore che può soprattutto nei più giovani, la maturazione e la crescita (Miceli, 2022) nonché l’assunzione di responsabilità importanti che potrà poi rivelarsi utile alle scelte adulte (Miceli, 2022; Carrino, 2021). Ciononostante, la serietà della s i t u a z i o n e d e i s i b l i n g s dovrebbe sempre prevedere, da parte dell’istituzione sanitaria, la proposta di un intervento psicologico, anche solo a scopo preventivo; un intervento volto a favorire l’adattamento del nucleo familiare alle sue nuove n e c e s s i t à , n o n c h é l a ridefinizione delle funzioni di tutti i suoi componenti (Miceli, 2022; Carrino, 2021). È importante dunque che questo intervento aiuti i membri della famiglia ad interpretare correttamente, così come correttamente gestire, le necessità del figlio disabile, riducendo il più possibile l’impatto sulle autonomie e le libertà dei s ibl ings ( soprat tut to se adolescenti) (Kramer, 2007; C a r r i n o , 2 0 2 1 ) . Ma è necessario anche aiutare la famiglia a recuperare momenti di vita e di quotidianità basati su altre necessità, come quelle naturali e fisiologiche portate da tutti gli altri membri (compresi i genitori!) (Miceli, 2022; Carrino, 2021). Ciò ovviamente con l’obiettivo di limitare i vissuti di frustrazione che possono condurre agli stati aggressivi o depressivi accennati in precedenza, promuovendo il ripristino e la stabilizzazione dell’equilibrio psicofisico di tutti i componenti (Miceli, 2022; Carrino, 2021). Bibliografia Adams R., Peveler R.C., Stein A. & Dunger D.B. (1991). Sibl ings of Children with Diabetes: I n v o l v e m e n t , Understanding and Adaptation. Diabetic Medicine 8(9), 855-859; Carrino R. (2021). La m a l a t t i a c r o n i c a nell’infanzia: qual è il r u o l o d e i f r a t e l l i ? Retrieved from https:// bit.ly/3H5GL3U Houtzager BA., Gr o o t e n h u i s MA . , Caron HN. & Last B.F. (2004). Quality of life and psychological adaptation in siblings of p a e d i a t r i c c a n c e r patients, 2 years after d i a g n o s i s . Psychooncology, 13(8), 499-511; Houtzager BA., Gr o o t e n h u i s M.A. , Ho e k s t r a -We e b e r s J.E.H.M & Last B.F. (2005). One month after diagnosis: quality of life, coping and previous functioning in siblings of children with cancer. Child: Care, H e a l t h a n d Development, 31(1), 75-87; Kramer J. (2007). Brothers and sisters w i t h d i s a b i l i t i e s . P r e s e n t e d a t t h e Annual Meeting of the Sibl ing Leader shi p Network, Columbus, OH. Miceli R. (2022). Le emozioni dei siblings, fratelli e sorelle di un bambino più fragile. Retrieved from https:// bit.ly/3CS12Hx Sharpe D. & Rossiter L. (2002) . Sibl ings of children with a chronic illness: A meta-analysis. Journal of Pediatric Psychology, 27(8), 699–710;
Crescere con l’ADHD. Come evolve il disturbo da deficit di attenzione ed iperattività nell’età adulta

di Roberto Ghiaccio da Psicologinews Scientific L’ADHD, il disturbo da deficit di attenzione ed iperattività con o senza impulsività, è un disordine neuro evolutivo, che al contrario di quanto si è erroneamente creduto per decenni, non svanisce con l’età adulta, ma anzi permane con caratteristiche differenti. Il presente articolo ha l’obbiettivo di descrivere la cronicità del disturbo ed il suo evolversi sintomatologico delineando gli aspetti peculiari e ricorrenti nell’età adulta, come le forme Sluggish Cognitive Tempo, il mind wandering, e la disregolazione emotiva rintracciando tali fenomeni nell’adattamento quotidiano. Da una giovane madre: Dottore… mio figlio, mio figlio è terribile, è una peste, e che mi sta facendo passare. La maestra mi chiama ogni giorno, a scuola è sempre distratto, si muove sempre, disturba una continuazione. E non vi dico a casa, si arrampica, cambia gioco una continuazione, non si sta un attimo fermo, a tavola si alza, mangia in posizioni strane….E al supermercato, una tragedia, vuole tutto, salta dal carrello, mette tutto dentro, certe figure…è distratto a fatti suoi, quando c’è qualcosa che gli piace guai a toglierlo, come al padre, si è proprio uguale al padre! Mia suocera mi dice sempre, tuo figlio è uguale al padre! Da bambino che mi ha fatto passare…ma mio marito dottore anche ora è così, sempre distratto, si dimentica tutto a fatti suoi anche lui, fa spese folli, quando si ingrippa ( si fissa) su di una cosa quella è…e guai se non la ottiene, e mo va a a correre, mo va in bici, è irresponsabile, e poi, sempre agitato, ansioso, ed ora, ha cominciato anche a giocare…gioca alle macchinette, ecco anche il figlio gioca sempre alla play. Sono uguali, dottore, il figlio è tal e qual u padr ( è tale e quale al padre). Padre e figlio hanno l’ADHD. Quando si par la della sindrome da iperattività e deficit dell’attenzione il confronto tra scuole di pensiero è più acceso che mai, trattandosi di un disturbo estremamente controverso sul quale sono stati sparsi fiumi di inchiostro. Il disturbo ADHD è solitamente evidente già in età prescolare e la storia dei bambini portatori di questa neuro-varietà spesso documenta una marcata irrequietezza motoria riconoscibile s i n d a l l e p r ime f a s i d i s v i l u p p o , accompagnata da facile distraibilità ed anche una discreta impulsività. Nei primi anni di vita risulta difficoltoso formulare una diagnosi differenziale con altri disturbi dello sviluppo e soprattutto, d e t e r m i n a r e c o n s i c u r e z z a u n a compromissione funzionale del bambino.Si deve considerare inoltre che, a partire dai sei anni e via via fino all’adolescenza si ha una caratteristica tendenza dei sintomi di iperattività-impulsività ad apparire sempre meno evidenti e a manifestarsi per lo più come un disagio interiore represso, come un senso di irrequietezza e inadeguatezza. L’inattenzione, viceversa, è sempre più evidente, come marcata difficoltà ad organizzare e a completare le attività intraprese, con conseguenti insuccessi scolastici e sociali. La dinamica di apprendimento e adattamento sociale sono fortemente condizionati dai fattori relazionali ed educativi e quindi hanno una grande importanza nell’esperienza del bambino con ADHD (Jansen F, 1992), è da notare come la presenza di ADHD può portare inoltre a deficit nella coerenza centrale (Ghiaccio R., Dragone D. 2019) Non sono molti i dati relativi agli adulti con ADHD e occorre ricordare che fino a pochi anni fa si riteneva che tale disfunzione fosse “un’anomalia benigna” che si risolvesse con l’età. In realtà, soltanto un terzo dei bambini con ADHD da adulti non manifesta più sintomi di disattenzione o di iperattività, indicando in questi casi, che il disturbo era da correlarsi ad un ritardo nello sviluppo dell’attenzione e più in generale delle funzioni esecutive, piuttosto che ad un vero e proprio disturbo. Durante l’adolescenza si osserva una lieve attenuazione della sintomatologia, ma di fronte alle richieste della società e in seguito ai frequenti insuccessi, il soggetto è portato a sviluppare tratti comportamentali quali: scarsa obbedienza alle regole, scarsa tolleranza alla frustrazione, scatti d’ira, ridotta autostima, scarsa fiducia in se stesso, sintomi ansioso – depressivi. Ne consegue c h e l ’ADHD p u ò c omp r ome t t e r e , significativamente, la qualità della vita della persona che ne soff re, minando le componenti di attività e partecipazione. Alla luce di quanto fin qui esposto, appare estremamente importante fare una diagnosi corretta e in tempi precoci, in modo da poter aiutare il bambino e la famiglia a superare quelle problematiche che, nel tempo, possono interferire negativamente sullo sviluppo equilibrato e armonico della sua personalità. Poiché l’ADHD è un disturbo cronico che espone bambini e adolescenti al rischio di andare incontro a numerosi deficit funzionali, il trattamento deve iniziare molto precocemente ed essere multi-modale Una disabilità che potremmo definire invisibile, ma che come un’ombra cupa segue il soggetto in ogni ambito della propria vita. L’ADHD è un disturbo cronico, che può permanere come tale oppure modificarsi persistendo con altre caratteristiche sintomatologiche ( Faraone et 2006). Appare tuttavia riduttivo identificare l’ADHD con le difficoltà di attenzione, in quanto risulta nella processione dei sintomi e nell’adattamento quotidiano molto più articolato, andando ben oltre la “semplice” descrizione nosografica. I bambini che da piccoli sono agitati, da adulti si renderanno probabilmente conto di avere bisogno di inserire nelle proprie vite e nei propri lavori una grande quantità di attività (Adler, 2004); potrebbero infatti agitarsi molto se viene loro richiesto di lavorare in situazioni eccessivamente monotone o sedentarie. Per molti individui con ADHD l’agitazione si sposta da quella psicomotoria verso un aumento delle attività finalizzate a un obiettivo, diviene un iperattività cognitiva, un multitasking fisiologico, che porta però al fallimento di tutti i focus accesi. In alcuni casi l’agitazione sperimentata da alcuni adulti con ADHD può condurre a risultati positivi, consentendo alla persona di svolgere più lavori contemporaneamente o di occuparsi di più progetti, trasmettendo energia a
Creatività come spazio di transizione

L’utilizzo della creatività in ogni opera d’arte consente una riflessione su una percezione del proprio mondo interno in relazione alla realtà esterna. L’oggetto transizionale, così come definito da Winnicott, costituisce l’area intermedia tra ciò che è soggettivo e ciò che può essere oggettivamente provato. Frutto di creazione, nell’esperienza artistica, ciò su cui è posto l’accento non è solo il valore estetico dell’oggetto ma anche il rapporto che ha con l’autore e l’osservatore. Tutto, quindi, si concentra in un’altalena tra creatività e percezione. L’opera d’arte è, dunque, il risultato dell’integrazione sensoriale che ci allontana dalla realtà esterna per orientarci alla riflessione della realtà psichica, dandoci uno scossone emozionale. La produzione artistica, riesce a rappresentare ciò che è irrapresentabile, comunica cioè quanto, di solito, rimane confinato nel non detto. Attraverso l’esperienza creativa, si produce poi una forma psichica preliminare che favorisce i processi di mentalizzazione e di comprensione delle esperienze emozioni e sensazioni. Il messaggio estetico non resta fine a se stesso, ma è assunto attivamente perché stimola chi lo accoglie ad effettuare una introspezione, interrogandosi dal di dentro . Anche lo stesso Freud, in effetti, rimase attonito di fronte all’imponenza della statua del Mose di Michelangelo. Lo psicoanalista disse: “ Ho cercato di tener testa allo sguardo corrucciato dell’eroe e talvolta me la sono svignata cautamente fuori della penombra, come se anch’io appartenessi alla turba sulla quale è puntato il suo occhio”. Da una semplice ammirazione di un lavoro di scultura così maestosi, lo stesso Freud si sposta da una osservazione esterna, cominciando a guardarsi dentro. Si passa di conseguenza da un appagamento dei sensi che coinvolge il corpo, ad una conquista più matura dell’anima. L’osservatore, quindi, dopo aver avuto contatti sensoriali con l’oggetto, è in grado di produrlo mentalmente, spingendosi verso un possesso concettuale di esso.
Costruire l’autostima negli adolescenti: piccoli passi che fanno la differenza

L’adolescenza è un periodo di grandi trasformazioni. Il corpo cambia, le relazioni sociali diventano più complesse e le aspettative, sia interne che esterne, si moltiplicano. In questo delicato equilibrio, l’autostima rappresenta un pilastro fondamentale: influenza il modo in cui un ragazzo affronta le sfide quotidiane, costruisce i propri legami e immagina il futuro. Che cos’è davvero l’autostima? Spesso viene confusa con la sicurezza in sé stessi o con l’idea di sentirsi sempre “bravi” o “speciali”. In realtà, l’autostima è qualcosa di più sottile: significa avere un’immagine di sé realistica e positiva, riconoscere i propri punti di forza e accettare i propri limiti senza giudizi eccessivamente severi. Non si tratta, quindi, di illudersi di non avere difetti, ma di poter dire a sé stessi: “Valgo, anche se non sono perfetto.” Perché è fragile in adolescenza Durante l’adolescenza, l’autostima è particolarmente vulnerabile. Alcuni fattori che la influenzano sono: • Il confronto con i pari: i social e le dinamiche di gruppo spingono a confrontarsi continuamente con gli altri, accentuando paure e insicurezze. • Le aspettative esterne: genitori e insegnanti, pur con le migliori intenzioni, a volte mettono troppa enfasi sulla performance, facendo percepire il fallimento come un segno di scarso valore. • L’identità in costruzione: l’adolescente si chiede costantemente chi è, cosa vuole diventare, se viene accettato dagli altri. Questa fase di vulnerabilità, però, è anche una grande opportunità: se sostenuta in modo adeguato, può diventare il terreno fertile per costruire una solida fiducia in sé stessi. L’importanza del sostegno Gli adolescenti hanno bisogno di sentire che il loro valore non dipende solo dai risultati scolastici, dall’aspetto fisico o dall’approvazione degli altri. Avere accanto adulti significativi che trasmettono fiducia e incoraggiamento è essenziale. Un genitore che valorizza lo sforzo, un insegnante che riconosce un miglioramento, un adulto che sa ascoltare senza giudicare: piccoli gesti che hanno un grande impatto. Autostima e relazioni sociali L’autostima non è un concetto esclusivamente individuale, ma si costruisce nelle relazioni. Un adolescente che sperimenta rispetto e riconoscimento nei rapporti con amici, insegnanti e familiari, impara a vedersi con occhi più benevoli. Al contrario, ambienti troppo critici o svalutanti possono contribuire a una visione negativa di sé. L’autostima è una delle risorse più preziose che un adolescente può sviluppare. Non significa sentirsi perfetti, ma riconoscere di avere valore indipendentemente dagli errori o dai limiti. Accompagnare i ragazzi in questo percorso significa aiutarli a crescere più sicuri, resilienti e capaci di affrontare le sfide della vita adulta.
Costruire l’autostima negli adolescenti: piccoli passi che fanno la differenza
L’adolescenza è un periodo di grandi trasformazioni. Il corpo cambia, le relazioni sociali diventano più complesse e le aspettative, sia interne che esterne, si moltiplicano. In questo delicato equilibrio, l’autostima rappresenta un pilastro fondamentale: influenza il modo in cui un ragazzo affronta le sfide quotidiane, costruisce i propri legami e immagina il futuro. Che cos’è davvero l’autostima? Spesso viene confusa con la sicurezza in sé stessi o con l’idea di sentirsi sempre “bravi” o “speciali”. In realtà, l’autostima è qualcosa di più sottile: significa avere un’immagine di sé realistica e positiva, riconoscere i propri punti di forza e accettare i propri limiti senza giudizi eccessivamente severi. Non si tratta, quindi, di illudersi di non avere difetti, ma di poter dire a sé stessi: “Valgo, anche se non sono perfetto.” Perché è fragile in adolescenza Durante l’adolescenza, l’autostima è particolarmente vulnerabile. Alcuni fattori che la influenzano sono: • Il confronto con i pari: i social e le dinamiche di gruppo spingono a confrontarsi continuamente con gli altri, accentuando paure e insicurezze. • Le aspettative esterne: genitori e insegnanti, pur con le migliori intenzioni, a volte mettono troppa enfasi sulla performance, facendo percepire il fallimento come un segno di scarso valore. • L’identità in costruzione: l’adolescente si chiede costantemente chi è, cosa vuole diventare, se viene accettato dagli altri. Questa fase di vulnerabilità, però, è anche una grande opportunità: se sostenuta in modo adeguato, può diventare il terreno fertile per costruire una solida fiducia in sé stessi. L’importanza del sostegno Gli adolescenti hanno bisogno di sentire che il loro valore non dipende solo dai risultati scolastici, dall’aspetto fisico o dall’approvazione degli altri. Avere accanto adulti significativi che trasmettono fiducia e incoraggiamento è essenziale. Un genitore che valorizza lo sforzo, un insegnante che riconosce un miglioramento, un adulto che sa ascoltare senza giudicare: piccoli gesti che hanno un grande impatto. Autostima e relazioni sociali L’autostima non è un concetto esclusivamente individuale, ma si costruisce nelle relazioni. Un adolescente che sperimenta rispetto e riconoscimento nei rapporti con amici, insegnanti e familiari, impara a vedersi con occhi più benevoli. Al contrario, ambienti troppo critici o svalutanti possono contribuire a una visione negativa di sé. L’autostima è una delle risorse più preziose che un adolescente può sviluppare. Non significa sentirsi perfetti, ma riconoscere di avere valore indipendentemente dagli errori o dai limiti. Accompagnare i ragazzi in questo percorso significa aiutarli a crescere più sicuri, resilienti e capaci di affrontare le sfide della vita adulta.