Dipendenze: l’impulso e la fatica di aspettare

Nella dipendenza siamo abituati a riconoscere l’impulso in un pensiero preciso: «Voglio consumare, adesso». Ma l’impulso può presentarsi anche in una forma meno evidente: «Voglio stare bene subito». Due spinte apparentemente opposte, che possono finire per rendere ancora più difficile il percorso di cura. L’impulso a tornare alla sostanza Quando arriva il desiderio di consumare, la persona può sentire di dover agire immediatamente. Un’emozione difficile, una situazione stressante, un senso di vuoto o una tensione diventano qualcosa da interrompere il prima possibile. La sostanza promette una risposta rapida: alleviare il disagio, allontanare un pensiero, modificare uno stato emotivo. Eppure, provare un impulso non significa necessariamente doverlo seguire. Tra il desiderio e l’azione può aprirsi uno spazio, anche piccolo, nel quale riconoscere ciò che sta accadendo e scegliere come rispondere. È proprio questo spazio che un percorso di cura aiuta gradualmente a costruire. L’impulso a guarire C’è però un’altra forma di impulsività, meno riconoscibile e forse più sorprendente: quella di chi vuole guarire immediatamente. La persona intraprende un percorso, prova a modificare le proprie abitudini, affronta le difficoltà e si aspetta di stare meglio. Ma il malessere persiste, il desiderio ritorna, i cambiamenti sembrano troppo lenti. «Perché sto ancora così?» «Se dopo tutto questo tempo sto ancora male, forse non ce la farò mai». «Forse questo percorso non fa per me». Anche qui compare una difficoltà a tollerare il tempo. La persona non vuole necessariamente tornare alla sostanza: vuole uscire dalla sofferenza. Ma quando il cambiamento non arriva con la rapidità desiderata, può interpretare la fatica come un fallimento e la lentezza come la prova che nulla stia funzionando. L’impulso non dice sempre “voglio consumare per stare meglio”. A volte dice “voglio stare meglio subito, altrimenti smetto di crederci”. Non tutto il malessere, naturalmente, deve essere semplicemente sopportato: è importante poterlo condividere con chi accompagna il percorso e valutare insieme se siano necessari degli aggiustamenti. Non è soltanto una questione di ricaduta Questa difficoltà ad aspettare può riguardare anche altre aree della vita. A volte si interrompe una relazione non appena arriva una difficoltà, si abbandona un progetto quando i risultati tardano, si prende una decisione importante nel pieno della rabbia o si cerca immediatamente qualcosa di nuovo per allontanare la noia. Non significa che tutte le persone con una dipendenza siano impulsive in ogni ambito. Significa, piuttosto, che può essere utile osservare un meccanismo più ampio: la difficoltà a rimanere in contatto con una condizione scomoda senza sentire il bisogno di modificarla subito. Per questo il percorso di cura non riguarda soltanto la rinuncia alla sostanza. Deve diventare anche un’occasione per imparare a riconoscere i propri stati emotivi, tollerarli e rispondere in modo diverso. Allenarsi ad aspettare Attendere non significa restare immobili o aspettare passivamente che il tempo risolva le cose. Significa imparare a non trasformare immediatamente ogni bisogno, emozione o desiderio in un’azione. All’inizio del percorso, questo può voler dire attraversare un momento di malessere senza interpretarlo automaticamente come un motivo per ricadere. Accettare che il cambiamento richieda tempo, che alcuni giorni siano più difficili di altri e che il desiderio possa ripresentarsi anche quando si stanno facendo progressi. Qui entra in gioco la fiducia: non la certezza che tutto andrà bene, ma la disponibilità a continuare a lavorare, verificare ciò che accade e chiedere aiuto quando serve, senza giudicare l’intero percorso sulla base di una singola giornata. Ma l’attesa va allenata anche quando si comincia a stare meglio. Quando il malessere diminuisce, può emergere l’idea che il problema sia ormai superato. Si può avere voglia di interrompere il percorso, abbandonare le strategie costruite o smettere di prestare attenzione ai propri segnali di rischio. Eppure, stare meglio non significa aver concluso ogni lavoro su di sé. Significa anche imparare a proteggere ciò che si è costruito, senza vivere nella paura costante di una ricaduta. Lo spazio in cui possiamo scegliere Non tutto ciò che sentiamo ci chiede di agire subito. Nella dipendenza, imparare ad aspettare significa scoprire che tra il desiderio e la risposta esiste uno spazio. All’inizio può sembrare piccolo, quasi impercettibile. Con il tempo, quello spazio può diventare il luogo in cui la persona torna a scegliere. Non si tratta di non desiderare più, né di non stare più male. Si tratta di non essere costretti a fare immediatamente qualcosa per ogni cosa che si prova. Bibliografia Exum, A. C., Sutton, C. A., et al. (2023). Delay Discounting and Substance Use Treatment Outcomes: A Systematic Review Focused on Treatment Outcomes and Discounting Methodology. Journal of Substance Use and Addiction Treatment, 149, 209037. https://doi.org/10.1016/j.josat.2023.209037 Hand, L. J., Paterson, L. M., & Lingford-Hughes, A. R. (2024). Re-evaluating our focus in addiction: emotional dysregulation is a critical driver of relapse to drug use. Translational Psychiatry, 14, 467. https://doi.org/10.1038/s41398-024-03159-5
Dipendenze: il circolo vizioso del senso di colpa

Nel precedente articolo abbiamo parlato del craving, quel desiderio intenso che può comparire anche quando una persona ha deciso di smettere. Un desiderio che può essere riconosciuto, raccontato e attraversato, sapendo che prima o poi passerà. Ma cosa succede quando matura una maggiore consapevolezza del malessere legato all’uso del comportamento o sostanza? A volte la persona sa che la sostanza le sta facendo male. Sa che la sua vita è cambiata, che alcune relazioni si sono deteriorate, che sta perdendo tempo, occasioni, fiducia. Eppure continua a tornare lì. Non perché non sappia cosa sta succedendo. Ma perché, a un certo punto, quella stessa sostanza può diventare un modo per non sentire ciò che sta succedendo. Il peso della colpa Può accadere qualcosa di paradossale: si torna a usare proprio per stare meno male. Ansia, tristezza, solitudine, rabbia, senso di colpa. Emozioni che la dipendenza stessa può aver contribuito ad alimentare diventano, a loro volta, motivi per ricercare la sostanza o il comportamento. E così il cerchio si chiude. Si sta male, si usa per stare meglio, si sta peggio, e proprio quel malessere diventa un nuovo motivo per usare. Dopo l’uso possono arrivare i pensieri. “Ancora una volta.”“Non cambierò mai.”“Ho deluso tutti.” Il senso di colpa può trasformarsi in vergogna, e la vergogna in una forma di autocritica sempre più dura. Ma c’è un problema: se quella sofferenza diventa insostenibile, la persona può cercare nuovamente ciò che, almeno per un momento, riesce a metterla a tacere. La sostanza diventa così non più una fonte di piacere, ma un modo per interrompere il dolore prodotto dalla dipendenza stessa. Il sollievo diventa un’urgenza improrogabile È forse questo uno degli aspetti più difficili da comprendere dall’esterno. “Se sai che ti fa male, perché lo fai ancora?” Perché sapere non significa necessariamente riuscire a tollerare ciò che si prova. Il sollievo immediato può avere un peso enorme quando il malessere è già presente. E più volte una persona ricorre a quella strategia, più facilmente può ritrovarsi nello stesso circuito. Questo meccanismo non riguarda soltanto le sostanze. In forme diverse può comparire anche in altri comportamenti problematici: mangiare per sedare un’emozione, rifugiarsi continuamente nei social per non sentire la solitudine, tornare in una relazione che fa soffrire per non affrontare la paura di stare soli. Non sono esperienze equivalenti e non tutte costituiscono una dipendenza patologica. Ma il meccanismo può avere qualcosa in comune: utilizzare qualcosa per modificare rapidamente uno stato interno difficile da sostenere. Spezzare il circolo! Nel cortometraggio Nuggets, il deterioramento del protagonista diventa progressivamente più evidente. Ciò che all’inizio sembrava portare leggerezza finisce per lasciare spazio alla sola sofferenza. Come si può interrompere un circolo in cui ciò che usiamo per stare meglio è diventato parte di ciò che ci fa stare male? Una parte della risposta sta proprio nel dare al senso di colpa i giusti confini. La colpa può infatti avere due componenti molto diverse: da una parte la critica incessante, che rischia di diventare autolesionista; dall’altra il senso di responsabilità, che può invece favorire il cambiamento. Si può riconoscere la propria responsabilità senza trasformarla in un giudizio su di sé e senza autosabotare il percorso di guarigione dalla dipendenza. Ma esiste anche un altro aspetto, che affronteremo nel prossimo articolo: la possibilità di valorizzare la ricaduta. Ricadere nel comportamento non significa necessariamente essere tornati al punto di partenza. Può essere invece un episodio dal quale ricavare nuove informazioni e strumenti per affrontare in modo ancora più efficace le difficoltà del percorso di cura.
Dipendenza dagli Short Video

Un contributo di Exaucee Ngoma Mbenza in cui approfondisce la dipendenza dagli Short Video. Argomento di cui si parla ancora molto poco, ma che può avere un impatto importante sulla nostra psiche.
Dipendenza dagli short video

Cosa sono gli “shorts”? Gli “short” video sono filmati caratterizzati da effetti speciali e colonne sonore, hanno solitamente contenuti d’intrattenimento o educativi che si contraddistinguono per la durata, che oscilla tra i 15 e 30 secondi massimo. Li possiamo trovare su diverse piattaforme, come YouTube, Facebook, Instagram e in modo particolare su Tik Tok,ed hanno un’alta capacità di attrazione. MA PERCHE’ POSSONO CREARE DIPENDENZA? Oggigiorno abbiamo una tecnologia basata sull’interazione e rapidità.I social consentono infatti l’accesso immediato alle informazioni in qualunque momento e sono progettati per mantenere il coinvolgimento degli utenti. I messaggi e le comunicazioni vengono visualizzate in modo imprevedibile su un programma di rinforzo variabile estremamente potente. E come sappiamo, un eccessivo uso della tecnologia ha un impatto sulle funzioni cognitive del nostro cervello. Secondo uno studio condotto da We Are Social, Data Reportal e Meltwater, in seguito riportato su Digital 2023 Global Overview Report in cui si approfondisce il rapporto tra gli utenti e internet, l’utente medio passa più di due ore e mezza al giorno su piattaforme social.Contenuti come video, in particolar modo, hanno un impatto significativo.Come afferma Ester Corvi, autrice di “Streaming Revolution” edito da Flaccovio : “I deficit di attenzione di cui risentiamo in un mondo iperconnesso ci portano a preferire i video come forma privilegiata di contenuto perché sono in grado di innescare un impatto emotivo immediato, che suscita a sua volta una reazione che può essere facilmente condivisa sui social utilizzando gli smartphone, come e quando vogliamo. E visto che la capacità di restare concentrati online diminuisce drasticamente, la maggioranza degli utenti preferisce i video di minore lunghezza, a cui reagire con commenti o altri video brevi, in una forma digitale di socialità partecipata”. E’ IN ATTO UN CAMBIAMENTO E’ un problema che può coinvolgere tutte le fasce d’età, ma in numero maggiore i ragazzi, specialmente in età adolescenziale. Questo lo possiamo intuire dal ruolo crescente dei media nell’ambiente quotidiano dei giovani.La lettura di libri stampati è la forma mediatica a cui i giovani si rivolgono sempre meno spesso nel loro tempo libero. Ci troviamo nel mezzo di un cambiamento generazionale negli stili cognitivi. E’ in atto un passaggio dall’attenzione sostenuta all’iperattenzione. L’attenzione sostenuta, è caratterizzata dalla concentrazione su un flusso di stimoli per un lungo periodo di tempo, dall’ignorare gli stimoli esterni mentre si è impegnati, e dall’avere un’alta tolleranza per i lunghi tempi di concentrazione.L’iperattenzione è caratterizzata da un rapido passaggio da un compito all’altro, dalla preferenza per più flussi di informazioni, dalla ricerca di un alto livello di stimolazione e da una bassa tolleranza alla noia. Siamo in un era di attenzione istantanea e parcellizzata, segnata dallo scroll (movimento del dito per passare al contenuto successivo) continuo.Ogni scroll potrebbe portare a qualcosa di meglio, ma gli utenti non sanno quando lo otterranno, quindi continuano a scorrere in attesa di un contenuto che potrebbe non arrivare mai.Questo perché, Il nostro cervello, ogni qual volta sperimentiamo momenti di piacere, libera alcune sostanze, come la dopamina che funzionano da rinforzo a quello stesso stimolo, rimarcandolo. Questo sistema di gratificazione è la spina dorsale degli “short video” che trasformano l’intrattenimento in un gioco senza fine.Sta a noi comprendere il momento giusto in cui porre fine al gioco.
DIPENDENZA AFFETTIVA:CHE COS’E’?

Iniziamo a capire come mai oggi si sente parlare tanto di dipendenza affettiva e da dove potrebbe derivare. “Amare è come una droga: all’inizio viene la sensazione di euforia, di totale abbandono. Poi il giorno dopo ne vuoi di più. Non hai ancora preso il vizio, ma la sensazione ti è piaciuta e credi di poterla tenere sotto controllo. Pensi alla persona amata per due minuti e te ne dimentichi per tre ore. Ma a poco a poco ti abitui a quella persona e cominci a dipendere da lei in ogni cosa. Allora la pensi per tre ore e te ne dimentichi per due minuti. Se quella persona non ti è vicina, provi le stesse sensazioni dei drogati ai quali manca la droga. A quel punto, come i drogati rubano e s’umiliano per ottenere ciò di cui hanno bisogno, sei disposto a fare qualsiasi cosa per amore” (Coelho, 2017,p.114). Paolo Coelho definisce la dipendenza affettiva nel libro Sulla sponda del fiume Piedra mi sono seduta e ho pianto. In questo estratto parla chiaramente dell’euforia, tolleranza, discontrollo, rimuginio e astinenza tipici della dipendenza affettiva. Ma esiste? L’amore può diventare patologico? C’è un largo dibattito in letteratura rispetto alla possibilità del sentimento d’amore di diventare dipendenza e al modo in cui possa avvenire. I ricercatori che si sono occupati dell’argomento hanno notato similarità con le altre forme di dipendenza ed anche le aree cerebrali e i neurotrasmettitori sono i medesimi. Si darebbe solo un ruolo aggiuntivo nella DA all’ossitocina, coinvolta nei processi di attaccamento. Ma come si origina la Dipendenza Affettiva? Fase 1. L’innamoramento: l’elevato indice di piacere genera un craving smisurato; Fase 2. Il coinvolgimento sentimentale: si denota euforia e visione gioiosa della vita, le due persone coinvolte si confermano a vicenda il loro sentire. Subentra anche labilità emotiva a seconda della disponibilità dell’oggetto d’amore ad essere raggiunto. Fase 3. Il meccanismo cognitivo: si basa su attenzione selettiva, pianificazione delle attività con l’unica finalità di essere vicini all’oggetto d’amore, forte spinta motivazionale e memorie pervasive associate all’amato che rinforzano la spinta motivazionale, pensieri intrusivi. Nel prossimo articolo approfondiremo alcuni elementi.
Dipendenza affettiva: il bisogno di amare e di essere amati a qualunque costo!

La dipendenza affettiva è annoverata tra le forme di dipendenza relative al comportamento. Essa, malgrado non rientri tra i disturbi mentali diagnosticati dal DSM-5, è inserita tra le “New Addiction” in materia di dipendenza di natura comportamentale. Un gruppo di ricerca (Reynaud et. al., 2010) ha studiato tale fenomeno partendo dalle analogie riscontrate con la dipendenza da uso di sostanze. Di cosa parliamo? Un modello disadattavo nella relazione d’amore che conduce ad una angoscia significativa e ad una ripetizione di atteggiamenti disfunzionali che conducono altresì ad una riduzione delle attività sociali. Il tema della dipendenza affettiva ha radici molto profonde. Tuttavia, l’espressione dipendenza affettiva entra nel linguaggio psicopatologico solo nel 1986, grazie alla psicoterapeuta americana Robin Norwood, con il suo libro Donne che amano troppo, in cui descrive le caratteristiche di quello che l’autrice definisce un “amore pericoloso”. E’ considerata una forma di amore ossessivo, simbiotico e fusionale, una modalità “non proprio sana” di vivere le relazioni. Essa si sviluppa generalmente tra due partner adulti, ma può anche manifestarsi tra terapeuta e paziente, o tra genitori e figli (Borgioni, 2015). Analogie con il fenomeno della tossicodipendenza Tra la dipendenza affettiva e la tossicodipendenza intercorrono molte analogie. Esse sono dimostrate anche grazie agli studi di neuroimaging. Questi ultimi evidenziano come l’innamoramento attivi le medesime aree cerebrali deputate al piacere ed ai sistemi di ricompensa (in particolare l’area mesolimbica). Entrambi i tipi di dipendenze possono essere accompagnati da Meccanismi di difesa quali negazione e razionalizzazione. Inoltre, entrambe compromettono gravemente la qualità della vita poiché conducono a: Isolamento sociale Depressione e bassa autostima Dipendenza distruttiva Alla base di esse vi è senza alcun dubbio il bisogno impellente di “colmare” un vuoto, un dolore non elaborato, una profonda insicurezza. Dunque, sebbene sembrino manifestazioni così diverse, in realtà, esse rispondono ad un bisogno tipicamente umano di sentirsi “al sicuro”. L’importanza della Psicoterapia Il trattamento della dipendenza affettiva (Dimaggio, Montano, Popolo & Salvatore, 2013) si struttura sul raggiungimento di obiettivi a breve e lungo termine: Il primo obiettivo, a breve termine, è affrontare e risolvere la sofferenza attuale del paziente in termini di sintomi e disfunzioni comportamentali. Il secondo obiettivo, a lungo termine, consiste nell’affrontare le esperienze precoci di abbandono, di trascuratezza fisica ed emotiva, di maltrattamenti, abusi ecc. che generalmente sono alla base della convinzione di non valere nulla e di non essere degni di essere amati che caratterizzano i pazienti che soffrono di Dipendenza Affettiva. In parallelo, la terapia mira ad aiutare i pazienti ad avere accesso a quello che provano, ai loro desideri e ai loro scopi e a utilizzarli per compiere delle scelte autonome. Con il lavoro psicoterapeutico si aiutano i pazienti a instaurare relazioni affettive basate sulla reciprocità. Bibliografia: AGNELLI, I. Dipendenza affettiva. Un disturbo autonomo in asse I o in asse II?. Psicoterapeuti in formazione, 2014.GANDOLFI, A. Romantic love e love addiction: dall’amore alla dipendenza. State Of Mind, 7 Settembre 2017REYNAUD, M. L’amore è una droga leggera. Milano: TEA – Tascabili degli Editori Associati S.p.A., Gruppo Editoriale Mauri Spagnol, 2009.RINELLA, L. La Dipendenza Affettiva: quando l’amore diventa ossessione. Psicologia Benessere, 2019
Dipendenza affettiva: caratteristiche cliniche

Dipendenza affettiva e similitudini con le dipendenze da sostanze. Le fasi del processo di dipendenza affettiva descritte nel precedente articolo sono molto simili al processo di intossicazione acuta da una sostanza con umore euforico, cecità per le conseguenze negative, salienza e persistenza in memoria. Molti autori sottolineano anche come il potere di una relazione sentimentale di creare dipendenza come per le droghe dipenda dall’intensità del contatto iniziale: più intenso è stato il contatto, più il rischio di sviluppare una dipendenza è alto. L’addiction potrebbe essere vista come una possibile fase successiva nella quale il desiderio, inizialmente normale, acquisisce la connotazione di un bisogno compulsivo, con la sofferenza che inizia a prevaricare il piacere e con il persistere nella relazione nonostante le conseguenze negative che ne derivano. Il passaggio da amore passionale ad addiction includerebbe i tipici elementi della dipendenza da sostanze quali: craving, compulsività, perdita di controllo, coinvolgimento nonostante le conseguenze avverse. In termini comportamentali si passa da un ricorso all’oggetto di dipendenza per rinforzo positivo (sentire benessere) a uno per rinforzo negativo (evitare sensazioni negative, come ansia o tristezza). Quali sono le caratteristiche cliniche più implicate nella DA? Intossicazione. Quando una sostanza psicotropa entra nell’organismo avviene un’intossicazione dovuta agli effetti che la droga ha sul sistema nervoso centrale. Lo stesso può avvenire con l’innamoramento. Nella prima fase vi è un grosso quantitativo di piacere, un desiderio notevole, un’intossicazione acuta che spesso vede l’innamorato completamente assorbito dal pensiero e dal bisogno dell’oggetto delle sue attenzioni. Tolleranza o assuefazione. Nell’utilizzo di droghe, una ripetuta esposizione ad una sostanza determina nel tempo una variazione del livello iniziale di tolleranza, Bisogna aumentare la dose per raggiungere effetti uguali o simili a quelli delle prime assunzioni. Nelle relazioni vi è una prima fase di innamoramento in cui, superata l’intossicazione acuta, inizia una produzione di ossitocina nel cervello che contribuisce alla creazione di una relazione stabile stimolando rilassamento in un clima di fiducia. E’ possibile che questa fase fisiologica di “down” necessaria per lo sviluppo di una relazione stabile venga vissuto con un connotato spiacevole da chi necessita della conferma/gratifica/risoluzione ai propri timori abbandonici. Ciò si connette all’astinenza. Astinenza. I sintomi tipici sono depressione, incapacità di provare piacere, senso di vuoto e spingono il partner a giustificare ogni comportamento rinforzando il circolo vizioso di una dipendenza. Craving. Il desiderio impulsivo di ricorrere ad una sostanza psicoattiva è stimolato da fattori che innescano, tramite condizionamento, il desiderio della gratificazione. Nella dipendenza affettiva può essere inizialmente craving da ricompensa e poi da sollievo oppure ossessivo.
Diniego e violenza di genere: la sfida comunitaria della psicologia clinica

di Angelo Capasso, Psicoterapeuta a orientamento sistemico-relazionale e Manager Clinico del servizio di psicologia online Unobravo È difficile parlare di violenza, e in particolar modo di violenza di genere, senza usare parole violente, senza correre il rischio di essere violenti verso una delle parti coinvolte, tanto il perpetrator quanto la vittima, la quale spesso finisce con l’essere nuovamente schiacciata ed esposta a processi di vittimizzazione secondaria ad opera di chi dovrebbe tutelarla. Ne sono testimonianza le cronache dei media negli ultimi mesi che hanno raccontato gli stupri di gruppo a Palermo e Caivano e numerosi femminicidi: il dossier Viminale del 15 agosto 2023 contava 71 omicidi di donne dal 1 gennaio al 31 luglio 2023, numero ampiamente superato tra Agosto e Novembre, purtroppo con l’aggiunta di più di trenta ulteriori femminicidi, ultimi dei quali quelli di Francesca Romeo e Giulia Cecchettin. Senza contare le oltre 8.600 denunce per stalking e tutte le situazioni non mappate, in quanto sfuggono ai radar di servizi socio-sanitari e autorità. Siamo stati bombardati da narrazioni, che spesso avevano toni da thriller, tinte di un horror, intrise di commenti agli episodi talvolta forieri di pregiudizi e stereotipi. Quando questi episodi non sono inquadrati all’interno di una cornice che tiene conto della complessità del fenomeno, si corre il rischio di fare una lettura, e conseguentemente una narrazione, appiattita. Avere cura delle parole per descrivere queste storie violente, che sono storie di grave disagio e sofferenza, ma anche di asimmetria di potere e di disparità di genere, è importante quanto avere cura dei processi di pensiero messi in moto per leggere, decodificare e scegliere strategie per contrastare il fenomeno. A soli quattro anni dalla sua entrata in vigore, in Italia si è sentita la necessità di ripensare e modificare la legge n. 69 del 19 luglio 2019, ribattezzata “codice rosso”, che era stata istituita per rafforzare la tutela di coloro che subiscono violenze, per atti persecutori e maltrattamenti con procedure più snelle e repentine mirate alla messa in sicurezza delle vittime. Il 15 ottobre 2013 è stata approvata la Legge 119/2013 (in vigore dal 16 ottobre 2013) “Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 14 agosto 2013, n. 93, che reca disposizioni urgenti in materia di sicurezza e per il contrasto della violenza di genere”. Occorre tuttavia che i tavoli di discussione – politici, accademici, operativi – predisposti per contrastare il fenomeno siano sempre aperti in modo da agire su più fronti, non soltanto sul piano giudiziario con azione repressive o rieducative, ma anche su quello sociale, culturale, educativo affinché siano continui e incessanti il lavoro e il dialogo sulle matrici culturali della violenza di genere. Nel saggio Soffro dunque siamo. Il disagio psichico nella società degli individui, pubblicato di recente dai tipi di Minimum Fax, Marco Novelli indaga ed esplora le forme di disagio psichico con il più elevato tasso di diffusione nel XXI secolo. Dal confronto dell’autore con psichiatri, psicologi e psicoterapeuti non solo emerge che i più diffusi sono depressione, attacchi di panico, disturbi di personalità borderline, disturbi dell’alimentazione, fenomeni di ritiro sociale – psicopatologie che non erano altrettanto rilevanti nel Novecento – ma anche che sussiste un aspetto comune a questa costellazione di disagi psichici, ovvero la connessione tra le forme di malessere psicologico e quella che Novelli definisce “società degli individui” permeata dal’imperativo della prestazione e della competizione. Uno spunto molto interessante dell’autore è il focus sull’influenza che la dimensione psicosociale ha sulla sofferenza mentale, ma che ha anche sulle possibilità di cura. Il titolo, che riprende e amplia il concetto cartesiano del “Cogito Ergo Sum”, rimarca che la sofferenza psichica non è mai una questione meramente individuale, ma che è sempre implicata anche una dimensione collettiva. Da questa prospettiva la lettura che Novelli fa della dimensione collettiva della sofferenza è perfettamente applicabile, oltre che alle psicopatologie, anche a tutte le forme di violenza (non solo quella fisica, ma anche quella sessuale, psicologica, economica, assistita). Sembra che le cose inizino ad esistere in quanto tali quando iniziano ad avere un nome e, nonostante sia un fenomeno antico quanto la cultura patriarcale in cui affonda le radici, solo da alcuni anni la violenza di genere è stata riconosciuta come tale e inquadrata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità come problema sistemico, la cui eziopatogenesi è multidimensionale. Tale intreccio di fattori rende il fenomeno di difficile misurazione e collocazione, sia perché sono implicati più livelli (psicologico, relazionale, familiare, culturale, sociale), sia perché in larga parte sommerso. Il parziale sommergimento diventa un disconoscimento del fenomeno agito in forma inconsapevole a opera di tutte le parti in gioco, dal perpetrator alla vittima, dai media alle istituzioni coinvolte, ed è il risultato di uno dei meccanismi psichici maggiormente implicati nel negare, camuffare, mistificare la violenza. Intuito e teorizzato già da Freud, poi ripreso da vari psicoanalisti, il concetto di diniego è uno dei meccanismi difensivi più potenti e arcaici. Melanie Klein lo descrive come un tentativo della psiche di difendersi dall’angoscia più abissale e soffocante dei propri persecutori interiorizzati, suggerendo che la prima forma di diniego coinvolge la propria realtà psichica e, solo a seguire, anche aspetti della realtà esterna vengono denegati dalla persona. Tali operazioni inconsce non sono semplicemente menzogne o dissimulazioni, bensì il risultato di una reale angoscia che spinge il perpetrator a rimaneggiare, selezionare, ricostruire, totalmente o in parte, i ricordi degli eventi in cui ha commesso violenza. È un modo di rinarrarsi per preservare l’immagine di sé perché riconoscere e ammettere la violenza delle proprie azioni implicherebbe per il perpetrator di mettere in discussione il proprio costrutto identitario; in poche parole è un modo per restare integri, agli occhi di sé stessi prima ancora di quelli altrui. Da anni impegnato nella ricerca sulla violenza di genere, che diventa strumento di conoscenza per comprendere il fenomeno e quindi meglio contrastarlo, Marco Deriu riprende la teorizzazione kleiniana di diniego osservando che c’è una relazione reciproca e circolare tra la realtà esterna e quella interna che si influenzano reciprocamente: “si negano realtà esterne per non affrontare le emozioni
Dimentico tutto. Che mi sta succedendo?

Problemi di memoria e spunti di riflessione. La pandemia ha portato con sé un’acutizzazione di molti aspetti legati alle emozioni, alla paura, alla mancanza di socializzazione e, in moltissime persone, anche una sensazione di maggiore vulnerabilità dei processi di pensiero e memorizzazione. Naturalmente, il fenomeno ha a che fare con la sensazione di perdita di controllo che ha permeato questi due anni duri. Molti di noi – è un argomento spesso riferito dai pazienti – si sentono meno capaci, meno padroni dei propri processi mentali e più soggetti a dimenticare le cose. Ma vediamo meglio come funziona la memoria, anche in tempi meno difficili. Vi capita spesso di dimenticare dove avete parcheggiato l’auto? Non siete i soli e, con ogni probabilità, non avete una pessima memoria né siete ai primi stadi di una demenza precoce. Il fenomeno è comune ed è dovuto ad un semplice fatto: se vogliamo ricordare qualcosa, la cosa più importante da fare è dedicare attenzione a questa cosa. Il lavoro della neuroscienziata Lisa Genova ci dà nuove prospettive sulla memoria. Notare una cosa significa utilizzare due facoltà: la percezione (tatto, gusto, vista, odorato, udito) e l’attenzione. Abitualmente, molti di noi, nel caso del parcheggio, eseguono l’azione in una sorta di automatismo: per questo memorizziamo, fin dal principio. La nostra memoria non è una videocamera: non registra tutto quello che vediamo e sentiamo, ma trattiene solo quello a cui facciamo attenzione. Se siamo svegli 16 ore al giorno, i nostri sensi sono all’opera per 57600 secondi. È una quantità abnorme di dati in entrata. È praticamente impossibile, e sarebbe persino dannoso, ricordarne la maggior parte. Immaginiamo di vedere un incidente sulla strada verso casa. La forma, il colore, il tipo delle auto coinvolte, la loro posizione saranno incamerati dai coni e bastoncelli della retina. Queste informazioni saranno tradotte in segnali nell’area della corteccia cerebrale deputata alla visione, dove l’immagine viene processata e, di fatto, vista. Poi può essere ulteriormente processata in altre aree della corteccia, deputate al riconoscimento, al significato, al paragone, all’emozione e all’opinione. Ma se non facciamo un utilizzo volontario dell’attenzione, i neuroni coinvolti non faranno il collegamento e il ricordo, semplicemente, non si formerà nemmeno. Se, ad esempio, stiamo pensando a cosa è successo in ufficio, o a cosa mangeremo a casa, vedremo l’incidente ma non ne osserveremo nessun dettaglio e ne ricorderemo solo la forma, a grandi linee, senza che gli altri particolari si fissino nella nostra memoria, intenta invece a processare frasi ascoltate durante il lavoro o a ricordare un cibo che ci piace nell’attesa di prepararlo. Quindi: la ragione principale per cui non ricordiamo un nome che ci è appena stato detto, o dove abbiamo messo le chiavi o il telefono, o se abbiamo chiuso bene la porta di casa, è dovuta ad una mancanza di attenzione durante l’azione. Se vogliamo ricordare, dobbiamo stare attenti. Ma la cosa è tutt’altro che semplice. Perché siamo programmati per notare, e perciò ricordare, cose, persone o avvenimenti che riteniamo nuovi, interessanti, sorprendenti e significativi per la loro portata emotiva o di causalità. Se no il nostro cervello, per risparmiare energia, funziona in modo semi- automatico per la maggior parte del tempo. Concludendo: l’attività cerebrale quotidiana non è predisposta all’attenzione. Il nostro cervello è sempre impegnato in rumori di fondo, ricordi, pensieri ripetitivi, memorie procedurali (come, ad esempio, pedalare su una bici): c’è troppo affollamento per introdurre una nuova memoria. Il nome di uno sconosciuto, ad esempio, viene tenuto in mente come suono per circa 15-30 secondi. Se non decidete di stare bene attenti, il suo nome scomparirà e non sarà mai consolidato nell’ippocampo, a formare una nuova memoria. Fare attenzione, dunque, richiede uno sforzo cosciente e volontario, ed è il presupposto per creare un ricordo, che verrà consolidato con il sonno. La prossima volta che parcheggiate, non dimenticatevi di queste righe.
Digital Pollution: quando la tecnologia inquina le nostre vite

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