Dimentico tutto. Che mi sta succedendo?

Problemi di memoria e spunti di riflessione. La pandemia ha portato con sé un’acutizzazione di molti aspetti legati alle emozioni, alla paura, alla mancanza di socializzazione e, in moltissime persone, anche una sensazione di maggiore vulnerabilità dei processi di pensiero e memorizzazione. Naturalmente, il fenomeno ha a che fare con la sensazione di perdita di controllo che ha permeato questi due anni duri. Molti di noi – è un argomento spesso riferito dai pazienti – si sentono meno capaci, meno padroni dei propri processi mentali e più soggetti a dimenticare le cose. Ma vediamo meglio come funziona la memoria, anche in tempi meno difficili. Vi capita spesso di dimenticare dove avete parcheggiato l’auto? Non siete i soli e, con ogni probabilità, non avete una pessima memoria né siete ai primi stadi di una demenza precoce. Il fenomeno è comune ed è dovuto ad un semplice fatto: se vogliamo ricordare qualcosa, la cosa più importante da fare è dedicare attenzione a questa cosa. Il lavoro della neuroscienziata Lisa Genova ci dà nuove prospettive sulla memoria. Notare una cosa significa utilizzare due facoltà: la percezione (tatto, gusto, vista, odorato, udito) e l’attenzione. Abitualmente, molti di noi, nel caso del parcheggio, eseguono l’azione in una sorta di automatismo: per questo memorizziamo, fin dal principio. La nostra memoria non è una videocamera: non registra tutto quello che vediamo e sentiamo, ma trattiene solo quello a cui facciamo attenzione. Se siamo svegli 16 ore al giorno, i nostri sensi sono all’opera per 57600 secondi. È una quantità abnorme di dati in entrata. È praticamente impossibile, e sarebbe persino dannoso, ricordarne la maggior parte. Immaginiamo di vedere un incidente sulla strada verso casa. La forma, il colore, il tipo delle auto coinvolte, la loro posizione saranno incamerati dai coni e bastoncelli della retina. Queste informazioni saranno tradotte in segnali nell’area della corteccia cerebrale deputata alla visione, dove l’immagine viene processata e, di fatto, vista. Poi può essere ulteriormente processata in altre aree della corteccia, deputate al riconoscimento, al significato, al paragone, all’emozione e all’opinione. Ma se non facciamo un utilizzo volontario dell’attenzione, i neuroni coinvolti non faranno il collegamento e il ricordo, semplicemente, non si formerà nemmeno. Se, ad esempio, stiamo pensando a cosa è successo in ufficio, o a cosa mangeremo a casa, vedremo l’incidente ma non ne osserveremo nessun dettaglio e ne ricorderemo solo la forma, a grandi linee, senza che gli altri particolari si fissino nella nostra memoria, intenta invece a processare frasi ascoltate durante il lavoro o a ricordare un cibo che ci piace nell’attesa di prepararlo. Quindi: la ragione principale per cui non ricordiamo un nome che ci è appena stato detto, o dove abbiamo messo le chiavi o il telefono, o se abbiamo chiuso bene la porta di casa, è dovuta ad una mancanza di attenzione durante l’azione. Se vogliamo ricordare, dobbiamo stare attenti. Ma la cosa è tutt’altro che semplice. Perché siamo programmati per notare, e perciò ricordare, cose, persone o avvenimenti che riteniamo nuovi, interessanti, sorprendenti e significativi per la loro portata emotiva o di causalità. Se no il nostro cervello, per risparmiare energia, funziona in modo semi- automatico per la maggior parte del tempo. Concludendo: l’attività cerebrale quotidiana non è predisposta all’attenzione. Il nostro cervello è sempre impegnato in rumori di fondo, ricordi, pensieri ripetitivi, memorie procedurali (come, ad esempio, pedalare su una bici): c’è troppo affollamento per introdurre una nuova memoria. Il nome di uno sconosciuto, ad esempio, viene tenuto in mente come suono per circa 15-30 secondi. Se non decidete di stare bene attenti, il suo nome scomparirà e non sarà mai consolidato nell’ippocampo, a formare una nuova memoria. Fare attenzione, dunque, richiede uno sforzo cosciente e volontario, ed è il presupposto per creare un ricordo, che verrà consolidato con il sonno. La prossima volta che parcheggiate, non dimenticatevi di queste righe.  

Differenze di genere: sensibilizzazione agli studenti

Studenti e differenze di genere: una proposta di sensibilizzazione. Basta un veloce giro nei corridoi di un qualsiasi istituto superiore di periferia, per notare che la cultura patriarcale regna sovrana e che manca qualsiasi educazione alle differenze di genere. La dicotomia maschio forte-cacciatore/sfigato-isolato e donna facile-ingenua/fedele-seria sono le categorizzazioni più immediate facilmente individuabili in pochi minuti trascorsi nelle classi. Il tema del maschilismo, è conosciuto dai ragazzi in relazione all’atto più estremo di tale fenomeno: il femminicidio. Insomma, sensibilizzazioni mirate alla comprensione delle differenze di genere dovrebbero essere di primaria importanza nell’agenda scolastica. Ma come rendere un tema tanto complesso, facile, immediato e interessante? Ecco una proposta di sensibilizzazione pensata per studenti dai 15 ai 18 anni. Educare alla diversità Per fortuna, al mondo siamo tutti diversi. Non esistono due persone uguali al mondo. La diversità ha un fondamento e una funzione bio-psico-sociale tanto semplice quanto importante. Se non fossimo diversi nei tratti somatici, ad esempio, non potremmo distinguerci e riconoscerci tra noi. Se non fossimo diversi nei gusti, ciò che ci piacerebbe si estinguerebbe! Se venissimo tutti dallo stesso luogo, staremmo stretti. Se non avessimo specializzazioni differenti, il mondo non si evolverebbe. In cos’altro siamo differenti? Nel genere. Cosa succederebbe se fossimo tutti dello stesso genere? Le differenze di genere Senza differenze di genere, quindi, il mondo si estinguerebbe. Eppure, dalle differenze si generano degli stereotipi Gli stereotipi non esistono per un solo genere, ma per entrambi. Per il rosa, e per il blu. Quali sono gli stereotipi che vi incastrano, vi bloccano, non vi permettono di essere liberi? Il patriarcato Tutti questi stereotipi sono figli di una organizzazione sociale chiamata patriarcato. Esso non ha nulla di “naturale”, quanto ha, nella storia, un’utilità di fondo di tipo economica. Mentre nella famiglia tradizionale, infatti, la madre è certa (la madre è colei che partorisce i figli), il padre non è immediatamente certo. Un’organizzazione patriarcale, che vede cioè il potere economico e sociale al pater familias, legittima il diritto della presenza del padre, e preserva una discendenza economica da padre a figlio. È pertanto un’organizzazione sociale basata sulla proprietà privata e sulla legge del più forte. Il femminismo e il matriarcato Diverso, e non opposto, al maschilismo, c’è il femminismo. Femmismo non sostituisce, al primato dell’uomo capofamiglia, la donna. Bensì, parla di un mondo libero da stereotipi, di genere e non, in cui c’è parità tra esseri umani. L’organizzazione sociale possibile in questa cornice, è il matriarcato, che non vede la supremazia del capo-donna, quanto porta esempi di società basate sulla cooperazione e la condivisione. In queste società, infatti, non esiste un leader donna, quanto un tessuto sociale che collabora per la sopravvivenza della società. Lo sai che sono sempre esistite nella storia le società matriarcali? Ne sono esempio il mito delle amazzoni, le guerriere, e le centinaia di società ancora esistenti oggi in Indonesia, Cina e Messico. Il matriarcato nella natura La natura stessa ci spiega che il patriarcato ha poco a che fare con le differenze “naturali” del genere. Ci sono infatti tante specie animali che sono organizzate secondo un modello matriarcale. Le api sono un classico esempio di società matriarcare: un’ape regina, e una società altamente collaborativa costituita da api operaie e fuchi. Tra le specie in cui le femmine sono più aggressive, abbiamo i Bonobo e la mantide religiosa. Mentre elefanti e orche sono tra le specie in cui la matriarca è la femmina più vecchia del branco, e maschi e femmine più giovani collaborano nel branco. Una volta capito, quindi, che le differenze di genere di “biologico” hanno ben poco, come dovrebbe essere, un mondo libero da stereotipi?

Dietro la maschera del narcisismo: il caso mediatico di Filippo Turetta

Il caso dell’omicidio di Giulia Cecchettin ha profondamente scosso l’opinione pubblica per la brutalità del crimine commesso da Filippo Turetta, suo ex fidanzato. Un giovane apparentemente timido, introverso e del tutto insospettabile. Proprio per tale ragione sembra essere importante soffermarsi sul “profilo psicologico” di questo tipo di aggressore. Questi, fanno quasi subito orientare gli esperti verso una diagnosi di disturbo di personalità con tratti narcisistici. Per queste personalità gli esperti sono propensi a parlare di “Narcisismo Patologico Covert“ Narcisismo covert: un volto insidioso del narcisismo Quando parliamo di narcisismo covert ci riferiamo ad un disturbo che ha manifestazioni molto subdole e si distacca nettamente dal narcisismo “palese”, che si caratterizza, invece, per arroganza e superiorità. Chi ne è affetto appare come fragile, dipendente emotivamente e bisognoso di cure ed approvazione. Il narcisista covert è spesso “passivo-aggressivo”, manipolatore e incline al vittimismo ed utilizza il senso di colpa come arma. Tutto questo cela, però, il bisogno di controllo patologico sugli altri. Dai resoconti di stampa sembrerebbe che nel rapporto tra Filippo Turetta e Giulia Cecchettin si sia evidenziata una forte dinamica di controllo. Il giovane aveva più volte riferito a Giulia che si sarebbe fatto del male qualora lei lo avesse rifiutato o abbandonato. Questo tipo di atteggiamento è tipico dei narcisisti covert che non tollerano il rifiuto e vivono la perdita dell’altro come una minaccia diretta alla propria identità, imponendo al partner la propria presenza nella sua vita vittimizzando sé stesso ed esercitando “dinamiche di potere”. Il disequilibrio narcisistico: il successo di Giulia Il successo accademico imminente di Giulia, che stava per laurearsi ed il suo crescente bisogno di autonomia, l’avrebbero condotta alla decisione di chiudere la relazione tossica, così come in tante altre storie. Storie che scatenano nel persecutore una vera e propria “crisi” dovuta al crollo dell’immagine di sé come “indispensabile per l’altro” ed al forte senso di abbandono. Di conseguenza questi uomini vivono un’escalation interna di frustrazione e rabbia con successiva perdita di controllo che li porta a compiere “gesti estremi”. Il caso di Filippo Turetta, dunque, rappresenta un drammatico esempio di come alcune dinamiche psicologiche se non affrontate e riconosciute in tempo possano degenerare in forme di violenza radicali. Analizzare tali tratti non vuol dire però giustificare! Al contrario, permette di comprendere i meccanismi che possono condurre a simili tragedie e di conseguenza di prestare attenzione ai “segnali d’allarme” nelle relazioni, per poter intervenire nel miglior modo possibile. Conclusioni: dalla prevenzione alla consapevolezza Il caso di Turetta ci impone una importante riflessione affinché si possa imparare a riconoscere le “dinamiche tossiche” prima che degenerino. La manipolazione emotiva, il controllo camuffato da amore e le minacce velate non sono segni d’affetto ma dei veri e propri campanelli d’allarme e non vanno sottovalutati. Un’educazione ai sentimenti fondata sul rispetto e sull’equilibrio emotivo è oggi necessaria tanto quanto la sensibilizzazione ai disturbi di personalità ed alle forme di disagio psicologico che, se ignorate, possono evolvere in comportamenti pericolosi e ad esiti tragici. Bibliografia Bruzzone R., 2024. Il Messaggero, 2023. La Stampa, 2025.

Dietro i comportamenti: strategie psicoeducative per capire gli studenti

Dietro ogni comportamento c’è un bisogno. Questa è la chiave per capire gli studenti. Invece di focalizzarci solo su ciò che fanno, cerchiamo cosa li spinge ad agire in un certo modo. Un comportamento “negativo” spesso nasconde insicurezze, noia o difficoltà. Cambiare la comunicazione è fondamentale, domande aperte creano dialogo, istruzioni chiare danno certezza. Se riusciamo, evitiamo di dare ordini o di fare promesse inutili. Ricordiamoci che il nostro modo di interagire influenza profondamente il comportamento degli studenti. Quando cerchiamo di capire perché uno studente si comporta in un certo modo, è molto utile guardare cosa succede prima, durante e dopo quel comportamento. Facciamo un esempio: se Marco alza la mano per parlare (questo è il suo comportamento), l’insegnante gli fa una domanda (questo è ciò che è successo prima), e Paolo riceve un complimento come “Bravo, hai fatto bene a chiedere!” (questa è la risposta dell’insegnante), allora Paolo sarà contento e continuerà a partecipare attivamente alle attività didattiche. Purtroppo, nella comunità scolastica, ci troviamo spesso di fronte a comportamenti oppositivi che rendono tutto più complicato sia per i docenti sia per il gruppo-classe. In questi casi, cambiare il modo di comunicare può davvero fare la differenza. Invece di dire a uno studente “Sei sempre il solito!”, che rischia di farlo sentire sbagliato è molto più utile cercare di capire cosa sta succedendo. Ad esempio, se uno studente disturba i compagni durante le attività didattiche possiamo provare a comunicare in maniera empatica con una domanda più aperta: “Cosa stai dicendo di così importante?”. Questo tipo di domanda invita lo studente a spiegare il suo comportamento, aprendo un dialogo e permettendo di affrontare la situazione in modo più costruttivo. Cosa c’è dietro quei comportamenti? Ci possono essere molte ragioni:   Lo studente non si sente abbastanza considerato o apprezzato.   Si annoia o non trova interessante l’attività che sta svolgendo.   Si sente meno capace degli altri.   Potrebbe avere delle difficoltà di apprendimento.   Ha difficoltà a comprendere ciò che gli viene chiesto.   Pensa che un compito sia troppo difficile o troppo lungo. Quale comunicazione? È importante fare attenzione a come noi adulti ci comportiamo con gli studenti. Non dare ordini vaghi come “Fai il bravo” o usare un tono interrogativo quando si dà un ordine. Anche dare troppi ordini tutti insieme o ripetere sempre le stesse cose senza poi agire di conseguenza non aiuta.   Dare istruzioni brevi e precise come “Hai 10 minuti a disposizione per comunicare con i tuoi compagni di classe. Dopo ci sarà l’attività didattica. È importante che gli insegnanti non facciano promesse o minacce che poi non mantengono. Se lo fanno, gli studenti non si fidano più di loro. Come diceva Confucio: una persona saggia non dice mai cose che poi non può fare.

DI VIRUS, MUCCHE E MOSCHETTIERI

di Annalisa Perziano Finalmente scorgiamo all’orizzonte i primi vaccini (e le terapie) contro il Coronavirus che nel 2020 ha piegato il mondo economico, sanitario e psicologico. SARS-CoV-2 ha mandato in frantumi la realtà, la zona di comfort di ciascuno nel mondo. In meno di 12 mesi siamo passati dalle canzoni del Festival di Sanremo ai numeri della pandemia al miracolo della scienza concretizzato in vaccini e terapie, attraverso un tempo traumatizzato. Ma un virus, un vaccino sono qualcosa di esterno che, entrando nel nostro corpo, attiva difese immunitarie e psicologiche. “Lo straniero”, “l’altro”, il nuovo, il diverso da sempre alimentano paure e angosce. E se questo può aver salvato la nostra specie in alcune circostanze nella preistoria, oggi ci getta nel baratro di alcuni episodi di cronaca. Le pandemie nella storia, viste con gli occhi della scienza, ci insegnano che si vince solo tutti insieme, perché la salute del singolo dipende dalla salute della comunità e viceversa. La pandemia da Covid in corso invece vista con gli occhi di alcuni dimostra che non tutti abbiamo imparato la lezione, altro che historia magistra vitae! Nel 1798, quando imperversava l’epidemia del vaiolo, nacque il primo vaccino contro questa malattia, e la parola stessa vaccino: etimologicamente “di vacca”, dato che il vaccino del vaiolo veniva preso direttamente dalle mammelle delle mucche. E puntuale una voce urlò al complotto che mirava a trasformare gli uomini in mucche.Ebbene ad oggi non abbiamo evidenze di alcun vaccinato contro il vaiolo diventato mucca, e non ci aspettiamo fantasiose mutazioni genetiche dovute ai vaccini contro SARS-CoV-2, al contrario ci aspettiamo che anche questa volta il virus venga debellato. Paura e ignoranza sono trasformate in paranoia, discriminazione e distruttività rivolte contro non il virus invisibile, bensì chi ne è visibile vittima. Casuali coincidenze spaziali e temporali diventano arbitrari nessi causali: l’epicentro dell’incipit della pandemia in Cina ha scatenato odio e paura contro “i cinesi”; il personale sanitario è passato rapidamente da eroe a untore. Derealizzazione, depersonalizzazione, negazione sono difese psicologiche atte a proteggerci in situazioni traumatiche, intollerabili. Se a queste aggiungiamo pre-giudizi, errori cognitivi e pensiero magico ecco illustrato il cortocircuito di alcune menti. Attenzione, le menti di tutti noi funzionano così, solo che alcuni di noi riescono a reagire: a documentarsi, a comprendere e dunque ad adattarsi. Paura e ignoranza – conoscenza e pensiero critico: 0 – 3. Perché conoscere significa capire. Capire il presente, il passato e in parte anche il futuro. A proposito di futuro, chi è interessato ad approfondire le righe qui sopra, resti sintonizzato: seguiranno altri articoli più specifici. Nel frattempo contro i(l) virus, non certo contro le persone né contro le regole di prevenzione, “uno per tutti, tutti per uno!”

Di Martino Daniela

Daniela Di Martino si occupa di Psicologia del Lavoro, in particolare di quello che è lo stress sul lavoro. Lo Psicologo del Lavoro, si occupa di applicare metodi di intervento all’interno di strutture aziendali, al fine di garantire un funzionamento adeguato. L’analisi dello stress correlato al lavoro ha l’obiettivo di far funzionare l’azienda in maniera diversa e più adeguata ai bisogni dei lavoratori.  Attraverso un’analisi dei dati dei vari ambiti lavorativi, si propongono interventi migliorativi, si analizzano ad esempio gli infortuni sul lavoro, l’assenteismo e lo stress. Quest’analisi rivolta ai lavoratori viene svolta in anonimato, in quanto l’obiettivo dello Psicologo del lavoro non è il singolo ma il gruppo di lavoro. Gli interventi possono essere di vario tipo come ad esempio la creazione di uno sportello di ascolto per un supporto psicologico. Od anche interventi di formazione per imparare a gestire lo stress causato dall’interazione con il pubblico.

Deumanizzazione: quando l’umanità viene negata

La deumanizzazione è la negazione dell’umanità altrui, un processo che introduce un’asimmetria tra chi gode delle qualità specifiche dell’umano e chi ne è considerato carente[1]. Essa è una forma estrema di discriminazione usata come strumento di oppressione sociale e psicologica. Può essere esplicita o sottile, guidata dall’odio o dall’indifferenza, rivolta ad una collettività o verso un singolo individuo. È più comune di quanto noi possiamo immaginare: si verifica continuamente nella vita quotidiana, da quando giudichiamo una persona diversa da noi alla messa in atto di violenze fisiche e psicologiche su esseri umani inermi. È sempre più pervasiva, attuata in diversi contesti e realtà sociali. Uno degli aspetti più pericolosi della deumanizzazione è rappresentato dalle conseguenze negative che essa può produrre. Percepire l’altro come “meno umano” può provocare una serie di effetti dannosi e lesivi, come commettere atti violenti e mettere in atto comportamenti aggressivi nei confronti degli altri deumanizzati. Pensare l’altro come “essere inferiore”, come “non umano”, aiuta ad oltrepassare i confini sociali e personali, rendendo possibile la messa in atto di azioni atroci che in un contesto normale sarebbero impensabili[1]. Uno dei primi studiosi a sottolineare il legame tra forme estreme di violenza e la deumanizzazione è stato Kelman Secondo Kelman[2], per mettere in atto azioni violente nei confronti di altre persone è necessario attuare processi che permettono l’indebolimento dei principi morali così da superare le inibizioni da essi causate. È necessario che la vittima sia privata del suo stato di umanità, che sia cioè attuato il processo di deumanizzazione. Kelman aggiunge che anche chi perpetra l’aggressione diviene deumanizzato, non possiede più la capacità di agire come un essere morale perché privato della capacità di provare compassione ed empatia nei confronti delle vittime. La deumanizzazione può essere identificata come l’origine causale delle atrocità tra i gruppi, del pregiudizio e dell’annientamento dei diversi da sé, svolgendo la funzione di aggravante della discriminazione Attraverso la negazione degli elementi prettamente umani e delle caratteristiche dell’individuo, della comunità e della società, si pone in essere la deumanizzazione, ovvero l’esclusione di determinati individui dal gruppo degli esseri umani[1]. In seguito a tale negazione, l’individuo o il gruppo sociale colpito cessa di essere tutelato e diventa vittima di aggressioni, violenze e atrocità. In tali condizioni, diventa possibile che persone normali, moralmente rette e giuste, compiano atti di estrema crudeltà. “Non rispondere alle qualità umane delle altre persone facilita automaticamente le azioni disumane. […] È più facile essere insensibili o brutali verso ‘oggetti’ deumanizzati, ignorare le loro richieste e i loro appelli, usarli per i propri scopi, persino distruggerli se danno fastidio.” (Zimbardo, 2007, p.444). È quindi fondamentale riconoscere la stretta relazione tra deumanizzazione e violenza fra gruppi Sebbene tale relazione sia riscontrabile in tutti i contesti sociali, da quelli quotidiani a quelli straordinari, i territori in cui essa è più florida e sviluppata più in fretta è nelle carceri e in situazioni di guerra. In genere tali contesti sono un concentrato di autorità, dominio, violenza e potere, all’interno dei quali è comune e quasi semplice sospendere l’umanità di chi vi è inserito. La persona viene privato delle qualità a cui gli uomini attribuiscono più valore in quanto peculiari dell’essere umano: il rispetto, la solidarietà, la gentilezza, la cooperazione, l’aiuto, il sostegno, l’amore. Il modo in cui un individuo considera l’altro influisce su come egli lo tratta e lo considera Solo approfondendo i processi che sottendono la deumanizzazione si riuscirà ad evitare il pericolo della “normalizzazione” di tali fenomeni eccezionali, allontanandoci dall’idea per cui anche le più drammatiche manifestazioni della deumanizzazione siano fenomeni da accettare inevitabilmente con rassegnazione. Un possibile processo per contrastare la discriminazione e l’aggressione degli altri è l’“umanizzazione”, resa possibile tramite l’inclusione dei (considerati) diversi nel gruppo degli esseri umani. Riconoscere un individuo come umano significa ritenerlo meritevole di considerazione morale, così da influenzare il modo in cui lo si percepisce e ci si relaziona ad esso. Bibliografia [1] Volpato C. (2011). Deumanizzazione. Come si legittima la violenza. Roma-Bari: Editori Laterza [2] Kelman H.C. (1973). Violence Without moral restraint: reflections on the dehumanization od victims and victimizers. Journal of social issues, 29 (4): 25-61 Zimbardo P. (2007). The Lucifer effect. How good people turn evil, trad.it. L’effetto Lucifero. Cattivi si diventa? Milano: Cortina, 2008

Desiderio, volontà e cambiamento

Il cambiamento si basa su due elementi principali, il desiderio e la volontà, ma è qualcosa di più della somma delle sue parti. Spesso in terapia le persone lamentano di non saper che cosa fare, rispetto ad una situazione specifica o, in generale, come vissuto esistenziale. Nella maggior parte dei casi, il problema non riguarda tanto la scelta dell’azione, il “cosa faccio“, ma il conflitto che sta prima, il “cosa voglio“, e, ancor prima, il “cosa sento“. Il desiderio e la consapevolezza Molte persone non sanno riconoscere ciò che sentono e, di conseguenza, ciò che vogliono. Si sono a lungo adagiate su vecchi schemi ed esigenze dettate dall’esterno, tanto da non avere consapevolezza di sé. Al di là della crisi che accompagna ogni cambiamento significativo, vi può essere una difficoltà ad accedere al proprio sentire, ai propri desideri e alla propria volontà con origini profonde. Esperienze infantili, messaggi genitoriali e decisioni antiche possono aver determinato una esclusione di aspetti propri fondamentali per l’autoriconoscimento e per lo sviluppo della propria autonomia. Una convizione limitante strutturatasi nell’infanzia, del tipo che “il sentire è segno di debolezza”, può aver portato la persona a decidere di reprimere i propri desideri: “se non desidero mai, non sarò mai debole”. Può esservi stato un ritiro dal desiderio per difendersi dal rischio che gli altri si allontanino: “se non desidero più, non potranno lasciarmi di nuovo solo/a”. O un evitamento del fallimento: “se smetto di volere non posso sbagliare, sono salvo/a”. Possono essersi formate fantasie infantili persecutorie di perdita, abbandono, punizione, con scenari che confermano il divieto ai propri desideri o con l’aspettativa salvifica che un giorno qualcuno o qualcosa cambierà le sorti del proprio destino. L’inibizione dell’azione da un lato, l’agire inconsapevole dall’altro Quando la persona blocca il contatto con le proprie emozioni e i propri affetti, può passivizzarsi e inibire, oltre ai propri desideri, anche l’azione. Oppure, agire senza una base di consapevolezza, in risposta a desideri non propri, inautentici o appartenenti al passato. Nel primo caso, tendono a prevalere sentimenti di depressione, vuoto e mancanza di senso. Nel secondo, vissuti di rabbia e frustrazione poiché, nonostante gli sforzi, ci si sente insoddisfatti. Dunque, non c’è desiderio senza un reale sentire e non può esserci volontà senza un reale desiderio. La volontà e la responsabilità Alcune volte la persona riconosce i propri desideri ma si blocca nel realizzarli. “Non ci riesco” è la tipica espressione di chi mette in campo numerosi tentativi senza successo. Questa affermazione, che risuona come un lamento vittimistico, si fa portavoce di una parte interna che rema contro, perché non vuole il cambiamento. Affinché il conflitto si sciolga, è necessario che la persona sia disposta a rinunciare ai vantaggi del rimanere dov’è. Questo punto può sembrare in apparenza paradossale ma in realtà vi sono sempre motivi molto validi per non crescere e rimanere dipendenti. Per non assumersi la responsabilità di ciò che si è e di come si sta vivendo. Diventare responsabili significa smettere di volere una soluzione dall’esterno. Ritirare le aspettative infantili sugli altri, le pretese e le accuse rispetto alle proprie mancanze e insoddisfazioni. Riconoscere tutte le proprie parti, le manipolazioni e le dinamiche con cui ci si sta sabotando. Accettare i propri limiti e i propri errori. Trovare in sé le risorse per proteggersi e il coraggio per affrontare i rischi che il vivere comporta: diventare adulti. Confrontarsi con la propria solitudine, perché nessun altro può sentire, volere e affrontare la vita al proprio posto. Per realizzare ciò che si desidera occorrono nuove decisioni Quando si sperimenta pienamente il desiderio, ci si trova di fronte alla necessità di operare una scelta. Qualsiasi atto richiede una decisione. E, anche se in figura può non esserci una crisi decisionale, in terapia le persone sono sempre in lotta con una qualche forma di decisione. Le decisioni sono difficili perché implicano una rinuncia. Decidere per qualcosa vuol dire lasciar andare qualcos’altro. Può essere molto doloroso separarsi dal passato e rinunciare agli aspetti infantili e dipendenti della personalità. L’Analisi Transazionale dà una importanza centrale alla decisione, con l’obiettivo di guidare la persona a lasciar andare la decisione infantile originaria e a ridecidere nel presente. In modo che possa uscire dal copione, dal piano di vita autolimitante che blocca l’esperienza in schemi ripetitivi, e rispondere alla realtà dei suoi bisogni e dei suoi desideri.

Depressione post-partum. Succede anche ai papà

La depressione post partum può includere diversi sintomi, da una grave flessione dell’umore a tendenze suicidarie della madre nel primo anno dopo la nascita del bambino. È una condizione ancora poco diagnosticata e poco trattata, a volte con tragiche conseguenze. Ma anche gli uomini possono soffrire di questa condizione mentale? In un articolo per la BBC, Amanda Ruggeri mette in luce come anche in campo medico questa condizione sia stata e sia tuttora spesso totalmente ignorata, se declinata al maschile. Eppure, le ricerche cominciano ad andare in questa direzione. Si stima che circa il 10% dei padri sia depresso nel primo anno dopo la nascita del bambino: si tratta del doppio dell’incidenza della depressione nella popolazione maschile generale. Ma secondo altre ricerche e casistiche cliniche, questa sembrerebbe una sottostima: dopo quattro-sei mesi dalla nascita del bambino, circa il 25% dei papà soffrirebbe di ansia generalizzata, di disturbi ossessivi e di disturbo post traumatico da stress. Quando un problema di salute mentale riguarda la popolazione maschile è meno probabile che ci sia una richiesta di aiuto. La convinzione di dover risolvere da soli è spesso ancora molto presente: cercare aiuto significa, per molti uomini, un segno di debolezza. È stigmatizzato e considerato un comportamento appartenente alla sfera femminile. La cultura, le aspettative su di sé, le credenze, le provenienze familiari: sono molti i fattori che condizionano e orientano la scelta. E lo stesso contesto culturale è significativamente presente anche tra gli operatori della salute:  viene spesso detto ai papà che il loro compito è di essere di supporto alla mamma che aspetta e partorisce, con sottovalutazione delle ansie e delle paure che anche i padri potrebbero provare. Uno stereotipo sostenuto a vari livelli, che rende difficile mettere in luce il bisogno di sostegno della popolazione maschile in generale e in particolare in questa delicata fase perinatale. Una ricerca inglese ha raccolto le testimonianze dei papà che hanno avuto sintomi: ricorrono, nelle interviste, dichiarazioni circa la propria incapacità, la sensazione di essere dei falliti, di non sentirsi “un vero uomo”, di non poter parlare con nessuno della propria condizione mentale, di non essere in grado di supportare la propria compagna nel ruolo di madre, oltre a sensazioni di vergogna molto diffuse: quale uomo si deprimerebbe dopo aver avuto un bambino? Le madri hanno maggiori probabilità di ammalarsi di depressione nel periodo postnatale (in media circa il 24% madri, 10% padri – ma occorre tenere conto, per i padri, di un vasto numero di mancati accessi e relative diagnosi); e, ovviamente, i cambiamenti ormonali hanno una parte in causa nel caso della madre. Ma la portata psicologica è di importante e significativa centralità,  sia nel caso delle madri sia in quello dei padri. E per quanto riguarda i sintomi? Ogni caso è naturalmente a sé, ma in linea generale le manifestazioni variano. Le madri che soffrono di depressione post partum possono non riuscire ad alzarsi dal letto, sperimentare frequenti episodi di pianto e disperazione profonda; mentre negli uomini prevalgono indecisione, irritabilità, estrema autocritica, comportamenti ossessivi, con aumento delle ore di lavoro, oppure abuso di sostanze e di bevande alcoliche o ancora somatizzazioni. Anche in questo, la portata delle credenze e della cultura ha un ruolo determinante nella natura dell’espressione sintomatica, femminile e maschile. E anche gli ormoni maschili hanno un ruolo da poco evidenziato. Recenti ricerche dimostrano che gli ormoni dei padri cambiano, fin dai mesi successivi al concepimento: i livelli di testosterone diminuiscono durante la gravidanza del partner e gli estrogeni aumentano verso la fine della gravidanza. Ovviamente, a parte le cause fisiologiche, sia le madri sia i padri vanno incontro a un profondo stravolgimento con la nascita di un bambino, che riguarda la vita di relazione, la vita sessuale di coppia, la relazione con il bambino, la pressione della responsabilità, le preoccupazioni finanziarie. E, aggiungo io, la posizione all’interno delle famiglie di origine; un aspetto identitario spesso trascurato e poco considerato, che merita invece un’attenzione dedicata: cambiano gli equilibri, le percezioni delle persone coinvolte, lo status all’interno della famiglia allargata, con grande impatto sulla psicologia della neomadre e del neopadre. Su alcuni fattori di predisposizione non abbiamo strumenti per agire. Ma sugli aspetti culturali e sociali si può fare molto; si può dare spazio a questi argomenti, se ne può parlare a scuola, si può insegnare alle nuove generazioni che la vulnerabilità va riconosciuta. E che merita attenzione.