Disparità di genere e rivoluzione linguistica

Disparità di genere e rivoluzione linguistica: partiamo da qui. Disparità di genere nella lingua italiana Di disparità di genere nella lingua italiana se ne parla ormai da qualche anno. è a partire dagli anni ’80 che le prime femministe cominciano a definire la lingua italiana una lingua “sessista” (Sebini Alma, 1987). Da successivi movimenti studenteschi sono arrivate proposte volutamente provocatorie, come quella di sostituire al neutro maschile un “femminile universale”. Il maschile è, nella lingua italiana, la norma, il neutro. Ciò che è diverso dalla norma, e richiede una specifica, è il femminile. Ben presto tale rivoluzione linguistica ha smesso di ambire al solo superamento del patriarcato. Basti pensare alla diffusione dello schwa, che trae spunto dalle precedenti riflessioni per introdurre il più generale tema del Gender Equality, e comunicare la necessità del superamento del binarismo di genere. Questi ambiziosi cambiamenti creano scalpore e preoccupazione da parte dei più tradizionalisti, che si mostrano scettici di fronte a tali rivendicazioni che talvolta acquisiscono comprensibilmente la forma di tentativi elitari, isolati o provocatori. È altrettanto vero che tali tentativi si scontrano ancora con molte difficoltà radicate da superare. E ne è testimone il fatto che, nonostante l’utilizzo dello schwa, i pronomi personali dinanzi al nome seguano ancora un chiaro binarismo di genere. Partiamo dalla rivoluzione linguistica Durante i miei studi, e il mio percorso post laurea, ho assistito e partecipato a diversi incontri sulla rivoluzione linguistica nel femminismo. Le posizioni più marcate (spesso da parte di uomini ma non solo) contro tali cambiamenti, riguardano il fatto che ci sono temi più importanti per cui dover combattere. Le disparità salariali, ad esempio. La disparità di potere che passa per ogni forma di dominio economico. Giustificando, per giunta, il neutrale maschile come prodotto storico. Come se la storia fosse un costrutto naturale, e non un prodotto socio-culturale. Eppure, nonostante siamo consapevoli del fatto che il movimento di stampo femminista debba agire contemporaneamente su più livelli, il dominio linguistico è imprescindibile per il progresso del movimento. La disparità di genere nella lingua, infatti, rientra a far parte di quella che viene definita “violenza simbolica”. La violenza simbolica è: “Una forma di potere che si esercita sui corpi, direttamente, e come per magia, in assenza di ogni costrizione fisica. Ma questa magia opera solo appoggiandosi su disposizioni depositate, vere e proprie molle. Nel più profondo dei corpi” (Bourdieu, 2014) La violenza simbolica La violenza simbolica, è quel tipo di violenza tacita che viene veicolata su un piano non direttamente aggressivo. Essa è veicolata da storie, cultura, etnie, miti familiari, finanche sguardi. Si impregna nel corpo. In ultima analisi, la violenza simbolica è ciò che fa sì che il dominato (in questo caso le donne) si adatti al suo ruolo di sottomesso. Non dobbiamo guardare lontano per trovare degli esempi di ciò che stiamo dicendo. Basti pensare al genere legato ai mestieri. Esiste cioè il femminile di alcuni tipi di mestieri (psicologa, maestra, infermiera, ecc) tipicamente legati alla cura, mentre non esiste di altri (avvocato, medico, notaio, ingegnere, ecc). Alcuni autori hanno avanzato l’ipotesi che il femminile non sia solo in qualche modo prescritto ad una funzione di cura, ma anche escluso da quei mestieri che sono socialmente valutati come più “prestigiosi”. Nessuno dice in modo chiaro che una donna non può diventare ingegnere, ad esempio. è un messaggio tacito, più difficile da cambiare e da superare. è un’assenza di parola, quindi di pensiero. Lungi dall’esaurire un argomento così complesso nel presente articolo, si ribadisce l’importanza di continuare a lottare a partire da quei livelli di comunicazione nascosti, che imprimono la disuguaglianza nel corpo: il livello del simbolico.
Attenzione: problematiche e interventi riabilitativi

Quali sono le problematiche più comuni che coinvolgono l’attenzione in età evolutiva e gli interventi riabilitativi consigliati. Il termine attenzione non ha una definizione univoca e condivisa, ma si può pensare a una funzione di base necessaria per eseguire tutte le comuni attività cognitive, emotive e comportamentali. Quali sono le problematiche più comuni in età evolutiva? In età evolutiva una delle patologie più frequenti che riguarda l’attenzione è il Disturbo da deficit attentivo (DDAI). In questo caso, il bambino, con un Q.I. nella norma, non riuscirà a mantenere l’attenzione a lungo, spesso può essere irrequieto, lavorare in modo disorganizzato soprattutto in compiti che richiedono un notevole sforzo. Esistono poi deficit di attenzione nel Disturbo dello Spettro Autistico o nel Ritardo Mentale. Cosa è importante fare in questi casi? Le metodologie di intervento in età evolutiva avvengono a tre livelli: individuale, su bambini; familiare; scolastico. Ad ogni livello è opportuno intervenire sia con metodologie cognitivo-comportamentali sia con metodologie che servano a rendere più funzionali le emozioni. La cosa più importante da fare è creare un contesto pulito, ben organizzato, con regole chiare e condivise da tutti i caregivers. Le regole, ad esempio, sono fondamentali per il processo di adattamento. E’ come se rappresentassero i binari entro cui canalizzare le energie, senza i binari il treno può deragliare. Vediamo insieme alcuni modi per rendere più efficace la proposta delle regole: esprimere le regole al positivo; parlare poco senza troppe ripetizioni; le regole devono essere concrete; vanno date nel momento giusto; le regole devono essere poche. Altre procedure cognitivo-comportamentali che possono essere utilizzate sono: i rinforzi, eventi che aumentano la probabilità di emissione di un comportamento; la token economy (vedi questo articolo); l’estinzione, che consiste nell’ignorare un comportamento che solitamente richiede attenzione; lo shaping o modellaggio, che consiste nel rinforzare ogni approssimazione sempre più simile al comportamento che si vuole raggiungere; l’imitazione affinchè il caregiver si ponga come modello costante e coerente del comportamento da seguire.
Piangere: Un Viaggio Emotivo Verso il Benessere

Il pianto, spesso considerato un segno di vulnerabilità, è in realtà una risposta umana complessa e multifunzionale che contribuisce in vari modi al nostro benessere. Oltre al suo aspetto puramente emotivo, il pianto svolge un ruolo fondamentale nel mantenere un equilibrio psicofisico e nel favorire la connessione con gli altri. Innanzitutto, il pianto agisce come un meccanismo di liberazione emotiva. Quando piangiamo, rilasciamo tensioni e pressioni accumulate nel nostro corpo e nella nostra mente. Le lacrime non sono solo una manifestazione esterna delle emozioni, ma portano con sé sostanze chimiche legate allo stress. Il loro rilascio contribuisce a ridurre la tensione e a promuovere una sensazione di sollievo, fornendo così una sorta di catarsi emotiva. I benefici fisici del pianto: • Rilascio di endorfine e ossitocina: Durante il pianto, il cervello produce questi due ormoni, noti come “ormoni del benessere”. Le endorfine sono sostanze chimiche legate alla riduzione del dolore e al rilassamento, l’ossitocina, invece, favorisce il legame sociale e la fiducia. La presenza di alti livelli di ossitocina dopo un pianto, produce una sensazione di benessere associata ad esso. Le endorfine, dal punto di vista biologico, sono anche degli analgesici naturali, ecco perché piangere dà anche la sensazione di riduzione del dolore fisico.• Riduzione dello stress: Il pianto aiuta a ridurre i livelli di cortisolo, l’ormone dello stress. La connessione tra riduzione dello stress e diminuzione del ritmo cardiaco è guidata dai neuroni parasimpatici, appartenenti al sistema nervoso autonomo. La funzione di questo sistema nervoso è quella di ridurre le risposte di ipertensione, ansia e stress.• Regolazione della funzione cardiaca: Il pianto può avere un impatto positivo sulla salute del cuore, aiuta a regolare la funzione cardiaca, riducendo lo stress e favorendo la calma. I benefici psicologici del pianto: • Espressione emotiva: piangere è un modo per esprimere emozioni intense. Quando piangiamo, permettiamo al nostro corpo e alla nostra mente di liberare la tensione accumulata.• Affrontare situazioni di stress: il pianto ci aiuta ad affrontare situazioni di stress. Sopprimere le emozioni negative a lungo termine, infatti, può portare a una maggiore angoscia e problemi di salute mentale. Piangere ci consente di affrontare ciò che ci angoscia. • Miglioramento del benessere mentale: il pianto può avere un effetto calmare sulla mente, portando a una sensazione di calma e sollievo. Particolarmente utile quando si affrontano situazioni difficili o periodi di lutto. Un altro aspetto del pianto è la sua funzione sociale. Esprimere le emozioni attraverso il pianto può essere un potente mezzo di comunicazione. È un modo per gli individui di condividere il proprio stato emotivo con gli altri, stabilendo connessioni più profonde e costruendo empatia reciproca. In questo modo, il pianto diventa un linguaggio universale che trascende le barriere culturali, permettendo alle persone di connettersi su un livello emotivo primordiale.Il pianto, inoltre, può fungere da mezzo di elaborazione emotiva. Attraverso questo atto, le persone affrontano e digeriscono le esperienze difficili. Non è solo un segno di sofferenza, ma anche un processo che contribuisce alla resilienza emotiva. Piangere consente di accettare e affrontare il dolore, aprendo la strada a una guarigione emotiva più profonda.Un aspetto spesso trascurato del pianto è la sua capacità di esprimere la bellezza delle emozioni positive. Le lacrime di gioia o commozione sono altrettanto significative quanto quelle di tristezza. Il pianto diventa un modo per celebrare le esperienze significative della vita, evidenziando la complessità e la ricchezza delle nostre emozioni umane.In conclusione, piangere è molto più di una manifestazione di tristezza. È un processo fisiologico, emotivo e sociale che contribuisce al nostro benessere complessivo. Attraverso il pianto, liberiamo le tensioni, promuoviamo l’equilibrio emotivo, costruiamo connessioni più profonde e abbracciamo la nostra umanità in tutta la sua ricchezza ed espressione.
Lausanne Trilogue Play: il dietro le quinte del gioco

In passato, la psicologia dello sviluppo concentrava la sua attenzione principalmente sulla relazione diadica madre-bambino. Tuttavia, oggi è evidente che la diade padre-bambino, la relazione triadica tra entrambi i genitori e il figlio, così come il contesto più ampio delle relazioni familiari e delle relative dinamiche, rivestono un’importanza paritaria. Un metodo efficace per esplorare lo stato di salute delle relazioni familiari consiste nell’utilizzare il gioco come indicatore, e a tale scopo si rivela utile il Lausanne Trilogue Play (LTP). Il contesto del Lausanne Trilogue Play L’uso dell’LTP può estendersi a diversi contesti, tra cui quello clinico, integrandolo in terapie familiari e interventi per sostenere la genitorialità. Tuttavia, non è insolito che questo strumento venga adottato in situazioni di conflitto tra genitori, che possono culminare in separazioni o divorzi. In alcune circostanze, infatti, il Giudice può incaricare un Consulente Tecnico d’Ufficio (CTU) per valutare diverse aree legate alle capacità genitoriali. Il percorso del CTU per rispondere alle domande del Giudice è complesso e coinvolge molteplici strumenti e procedure di valutazione. Tuttavia, nell’indagare le interazioni legate alle relazioni familiari, il CTU può anche avvalersi dell’LTP. In questi casi, il gioco può rivelare aspetti significativi sulle capacità delle figure coinvolte di riorganizzarsi in modo funzionale dopo l’evento separativo. In che cosa consiste? Le diverse versioni dell’LTP presentano variazioni, ma condividono tutte l’elemento centrale in cui il bambino interagisce con i genitori, e viceversa, attraverso un’attività piacevole, ossia il gioco. Le modifiche si manifestano in base alla fase di sviluppo del bambino e coinvolgono principalmente la disposizione del mobilio e il compito da svolgere. Ad esempio, si potrebbero utilizzare i Lego per i più piccoli, incoraggiandoli a costruire insieme, mentre per i più grandi potrebbe essere assegnato un compito di narrativa, chiedendo loro di inventare una storia. La famiglia partecipa al gioco seguendo regole specifiche, chiaramente spiegate durante l’introduzione del compito. Questa interazione ludica viene registrata su video e successivamente analizzata. La struttura del Lausanne Trilogue Play L’organizzazione strutturata delle attività familiari si sviluppa attraverso diverse fasi, offrendo un quadro dinamico per la partecipazione di genitori e figli: Nella fase iniziale, denominata “due + uno”, un genitore coinvolge attivamente il figlio nel gioco, mentre l’altro assume il ruolo di osservatore partecipante. Questo approccio consente al genitore attivo di stabilire un legame diretto con il bambino, mentre l’osservatore partecipante può osservare gli elementi della dinamica familiare in modo più distante ma coinvolto; Successivamente, nella seconda fase, i ruoli dei genitori si invertono, promuovendo una variazione nell’interazione e consentendo ad entrambi di sperimentare il coinvolgimento attivo e l’osservazione partecipante; La terza fase, chiamata “tre insieme”, vede entrambi i genitori collaborare attivamente con il figlio nella costruzione del gioco, sottolineando l’importanza della cooperazione familiare; Infine, nella quarta fase, di nuovo in modalità “due + uno”, entrambi i genitori discutono dell’attività svolta mentre, questa volta, è il figlio a svolgere il ruolo di osservatore. Questa struttura ben definita permette di esplorare varie dinamiche relazionali, offrendo un’opportunità completa per il coinvolgimento attivo e la riflessione all’interno del contesto familiare. Cosa si osserva La valutazione della dinamica familiare durante l’attività ludica è suddivisa in quattro componenti chiave, ciascuna essenziale per comprendere le relazioni all’interno del nucleo familiare: La partecipazione: si concentra sull’inclusione di tutti i membri, enfatizzando il coinvolgimento attivo nell’attività; L’organizzazione: esamina la chiarezza dei ruoli familiari; L’attenzione focale: valuta il grado di concentrazione sul gioco e sugli altri partecipanti; Il contatto affettivo: esamina il clima emotivo, valutando le connessioni tra i membri. Questi elementi offrono un quadro per analizzare le dinamiche relazionali durante l’attività ludica, considerando inclusività, organizzazione, attenzione e contatto affettivo. Conclusione Il compito proposto, centrato sul gioco, è basato sulla competenza naturale del minore in questa attività. La dimensione ludica assume un significato simbolico, agevolando la transizione tra mondi fantastici e realtà. In questo contesto giocoso, il minore acquisisce un senso di controllo sulla situazione, permettendo la discesa delle barriere difensive e l’emersione dei suoi vissuti. La natura non stressante dell’ambiente sperimentale crea uno spazio sicuro, consentendo al minore di esplorare e comunicare liberamente, senza sentirsi obbligato a esprimere pareri o opinioni. Questo approccio si dimostra altamente efficace nel rivelare le dinamiche delle relazioni familiari attraverso l’osservazione delle interazioni durante il gioco, fornendo un’opportunità unica per comprendere in modo approfondito il modo in cui il minore si relaziona con i genitori. In sintesi, l’utilizzo di questa metodologia ludica si configura come un valido strumento per esplorare e analizzare le dinamiche familiari in modo approfondito. Bibliografia Fivaz-Depeursinge, E., Corboz-Warnery, A., & Riva Crugnola, C. (2000). Il triangolo primario: le prime interazioni triadiche tra padre, madre e bambino. R. Cortina. Malagoli Togliatti, M., & Mazzoni, S. (2006). Osservare, valutare e sostenere la relazione genitori-figli. Margolin, G., Gordis, E. B., & John, R. S. (2001). Coparenting: a link between marital conflict and parenting in two-parent families. Journal of family Psychology, 15(1), 3. McHale, J. P. (2007). When infants grow up in multiperson relationship systems. Infant mental health journal, 28(4), 370-392.
Overthinking : un flusso inarrestabile di pensieri

Capita spesso a ciascuno di noi di pensare troppo, di essere vittima di un susseguirsi di pensieri. Questo è il fenomeno, tipico di questa società, chiamato overthinking. La sensazione che ne scaturisce è quella di un fiume in piena, di un flusso inarrestabile che può bloccare le strategie di problem solving. Nello specifico, l’overthinkung è un’analisi della situazione che però non porta a nessuna soluzione. In effetti, è uno stato di empasse cognitivo, di tipo invadente che causa disagio r frustrazione. Ovviamente, ciascuno di noi attraversa momenti, nella propria vita che necessitano delle scelte ben ponderate. Questo atteggiamento determinaquindi il focalizzare la propria attenzione e i propri pensieri su specifiche situazioni. L’aspetto negativo dell’overthinking è caratterizzato dal continuo e persistente rimurginio, con conseguente stato di malessere. Il contenuto dei pensieri ricorrenti può essere dettato da tre aspetti: passato, presente e futuro. Nel primo caso, alcuni momenti della propria vita passata possono invadere i nostri pensieri con l’intento di produrre rimorsi e rimpianti per decisioni prese che hanno portato alla nostra attuale situazione. Nel caso in cui il presente sia l’elemento costante dell’overthinking, l’individuo concentra troppo l’attenzione sul suo stato mentale. Si interroga spesso sul suo comportamento e decisioni, se sta facendo la cosa giusta. Se invece il futuro è il focus cognitivo, allora nasce l’ansia per delle aspettative circa le proprie decisioni e incertezze. Stress, insonnia, vita frenetica e ansia sono, allo stesso tempo, sintomi e stimoli per alimentare il circolo vizioso di questo disturbo. Di conseguenza , ci troviamo di fronte ad un ulteriore espressione di infelicità che monopolizza e disorienta i nostri pensieri. Affidiamoci quindi al nostro buon senso. La nostra attenzione possiamo focalizzarla sul miglioramento della nostra autostima. Concediamoci pause e carezze, trasformiamo l’ansia negativa in miglioramento della qualità della vita e costruiamo ogni giorno la nostra felicità.
CONSUMO DI ALCOL NEGLI ADOLESCENTI

di Angelina Iannuzzi Il Natale è un evento speciale e importante che ci porta a condividere momenti con le persone che amiamo; e in cui sono generalmente presenti il buon cibo e il buon bere. È quindi importante menzionare l’importanza di prevenire il consumo di alcol, soprattutto nella popolazione adolescente. La pandemia causata dalla SARS – COV -2 ha prodotto gravi conseguenze sia nella salute fisica che psicologica. Una di queste, è l’aumento del consumo di sostanze che ha colpito non solo gli adulti, ma anche gli adolescenti.È necessaria l’applicazione di nuovi programmi e misure preventive in cui si affrontino i problemi menzionati. Con particolare attenzione sui giovani, senza mettere da parte gli ambiti in cui sono immersi (famiglia, scuola, attività extrascolastiche, ecc.)Dato che molte volte è la mancanza di competenze emotive e sociali che ci porta ad adottare comportamenti dannosi per la nostra salute (come il consumo di alcol), è essenziale tenere conto dell’intelligenza emotiva in questa prevenzione, intesa come capacità per controllare le nostre emozioni (e quelle degli altri), distinguerle e usarle in modo appropriato per guidare il nostro pensiero e comportamento. Pertanto, realizzare futuri programmi di prevenzione che sviluppino tutti i componenti dell’intelligenza emotiva, promuovendo al contempo la psicoeducazione sulle conseguenze fisiche e psicologiche del consumo di alcol, porterebbe gli adolescenti a conoscere se stessi, a comprendersi e a regolare adeguatamente le proprie emozioni; permettendo così, di modellare i loro comportamenti. Scegliendo di fronte a una situazione di consumo di alcol, se così lo desiderano, da una prospettiva consapevole delle ripercussioni di ciò che quello implica. Tale scelta ha un impatto sia negli ambiti sopra menzionati, che in eventi specifici (feste, discoteche, Natale, tra gli altri.)Allo stesso modo, è importante che questi programmi si concentrino sull’ affrontare i fattori protettivi (non solo individuali ma anche educativi, familiari e sociali) nella prevenzione del consumo di alcol negli adolescenti.È preciso includere in questi programmi la sfera educativa e quella familiare, giacché entrambe sono agenti di socializzazione molto importanti per l’adolescente. Nella prima instaura, non solo rapporti interpersonali con il gruppo dei pari, ma anche lì è accompagnato da adulti (tutori, insegnanti, dirigenti). Intanto, è nell’ambiente familiare (secondo lo stile genitoriale di ogni famiglia) che il giovane impara a modellare i propri comportamenti. La prevenzione del consumo di alcol negli adolescenti è un problema che deve essere trattato con la necessità e l’urgenza che richiede. Poiché se lasciamo passare il tempo, le conseguenze possono diventare dannose, dovendo attuare misure che richiederanno un altro tipo di attenzione, portandoci all’intervento.
Incontrarsi nella narrazione

La narrazione è una pratica sociale ed educativa che da sempre risponde a molteplici e complesse funzioni: dal “fare memoria” alla condivisione di esperienze collettive nell’ambito di un incontro legato ad uno “scopo”. La psicanalisi e la psicologia hanno provato a mettere in luce l’importanza del concetto di narrazione, non solo per assegnare e trasmettere significati, ma per «dare forma al disordine delle esperienze» (Bruner, J., 1988). Tutti gli studiosi di queste discipline hanno ribadito il valore della narrazione come strumento indispensabile per la costruzione di significati e per la facilitazione dei processi di cambiamento sociale e organizzativo, per l’apprendimento, poiché il punto di vista narrativo risulta connesso alla modalità esperite dai soggetti di attribuzione di senso agli eventi e alla realtà. Ma cos’è la narrazione? Perchè è così importante? Il termine narrare deriva etimologicamente dalla radice gna-, che significa “rendere noto”, mentre il suffisso -zione, deriva dal latino catione e trasmette il carattere semantico dell’agire, dell’azione, del gesto e di tutta la situazione relazionale. La narrazione si presenta come un concetto trasversale che attraversa tutte le culture, ma da sempre viene sottovalutata dall’essere umano. È uno strumento importante di interpretazione della realtà per interagire con il mondo sociale nel quale viviamo. È, dunque, un modo per comprendere tutto quanto ci circonda e per trasmetterlo agli altri. Taylor (1999) sostiene che ognuno è il prodotto delle storie che ha ascoltato e che ha vissuto. Quotidianamente si racconta e ci si racconta, ed è proprio in questa relazionalità, che avviene la negoziazione del proprio sé con quello altrui. In questo senso, la narrazione può trovare la propria validità come strumento nel processo formativo per la costruzione di significati. Il punto di vista narrativo permette ai soggetti coinvolti di attribuire significati agli eventi e alla realtà. La narrazione di eventi traumatici Spesso accade che nell’ambito di gruppi strutturati secondo uno scopo, ci si ritrovi a “raccontarsi” e a rivelare eventi della propria vita a persone che accolgono in qualche maniera il nostro “sè” più vero. Tra i concetti maggiormente legati alla narrazione, il più noto è senz’altro quello di resilienza. La resilienza è la capacità di un individuo di far fronte psicologicamente ed emotivamente ad un evento traumatico e di essere in grado di riorganizzare positivamente la propria vita di fronte alle difficoltà. Per Cyrulnik (2000) il racconto è uno dei “fautori” della resilienza, ed il poter raccontare le proprie ferite vuol dire fare in modo che esse possano comparire nella mente di un’altra persona, ed essere in qualche maniera accettate (Cyrulnik, 2000). La resilienza si costruisce grazie al processo di interiorizzazione che prende il via attraverso le narrazioni, e permette l’iscrizione del trauma nella propria storia personale. Una “nuova definizione” del trauma, ne mitiga, oltretutto, l’impatto negativo. La Chimera Uno dei concetti chiave in merito alla narrazione, formulato da Cyrulnik è “la chimera di sé”: l’efficacia della narrazione è dovuta alla possibilità che essa venga resa sociale. Grazie al processo creativo, l’esperienza traumatica risulta “comprensibile” e “viene sentita” non solo da chi l’ha vissuta, ma anche da chi accoglie il racconto di quella suddetta esperienza. La narrazione spesso avviene in maniera naturale e spontanea nell’ambito di un clima sereno e di fiducia. Il lavoro narrativo, perciò accorcia la distanza tra chi ha subìto un trauma e chi “si incontra”, dissolvendo quel muro di costruzioni e protezioni, grazie ad un linguaggio che finalmente sembra essere condiviso. La metafora della chimera, animale mitologico costituito da pezzi di altri animali (corpo da leone, testa di capra, coda di serpente) è volta a descrivere il passaggio dalla realtà traumatica alla narrazione: i racconti prodotti, infatti, sono veri nelle loro singole parti, e restituiscono a chi subisce un trauma, una nuova immagine di sé che può essere condivisa e rimandata all’esterno (Guizzetti, 2014).La narrazione di sé permette di collegare e ordinare gli eventi della propria vita, nel tentativo di mettere nero su bianco quanto a livello mentale appare confuso, al fine di fare chiarezza in sé stessi. Poter “sistemare” i propri pensieri in uno spazio ad essi destinato, consente di inserirli in una cornice di senso, spesso negata a lungo anche a sè stessi.
Quando l’invidia diventa distruttiva

L’invidia è un sentimento di per sé naturale che talvolta può diventare distruttivo fino a sfociare in esiti patologici. La parola “invidia” è data dall’unione del prefisso in (sopra) e vĭdēre (guardare). Letteralmente: guardare sopra. Osservare nell’altro qualcosa che vorremmo avere, ma che non abbiamo, può suscitare in noi invidia. Per l’appunto, il desiderio di possedere ciò che appartiene all’altro. L’invidia è un vissuto molto complesso, dalle tante sfaccettature e connotazioni emotive diverse. Consiste nel provare emozioni spiacevoli, di dispiacere, tristezza o rabbia, di fronte alle qualità, al successo, alla felicità altrui. Questo sentire può accompagnarsi ad un senso di ingiustizia: “Perchè a lui/lei sì e a me no?”. Può essere investito di ammirazione, nella sua forma più sana, o di odio, nella sua forma più distruttiva. L’invidia e la mancanza L’invidia fa luce su di una mancanza. Ed in questo svolge una funzione importante. Va riconosciuta, senza giudizio, prendendosene la responsabilità. Sia nel verso dell’accettare che alcune cose non possiamo cambiarle, sia nel verso di attivarci per ciò che invece possiamo cambiare. Riportare lo sguardo su noi stessi dunque, diventa l’obiettivo. Accettarci, in tutte le nostre parti, e prenderci cura dei nostri bisogni e desideri. L’invidia trova il suo opposto nella gratitudine. Nell’amore e nella pienezza che scaturisce dal riconoscere il valore di ciò che si ha e della vita. Chi tende a stare per la maggior parte del tempo nell’invidia non può provare gratitudine. Vive in una costante mancanza e nel circolo vizioso del guardare sempre a ciò che manca. Lo sguardo invidioso L’invidia è difficilmente riconosciuta e tantomeno condivisa. E’ perlopiù negata o tenuta nascosta, per proteggere una immagine positiva di sé. Il provarla può procurare vergogna, senso di colpa. L’invidia cresce in silenzio, nello sguardo rivolto alle vite degli altri. Dante Alighieri, infatti, per la legge del contrappasso, immagina gli invidiosi con gli occhi cuciti da filo di ferro, in modo che non possano vedere. In alcuni casi lo sguardo invidioso si alimenta di una idealizzazione, dell’illusoria perfezione che si legge nell’altro cui si contrappone una percezione di sé negativa e perdente. Secondo Kierkegaard, l’invidia è ammirazione corrotta dall’orgoglio. Ma, mentre quando ammiriamo ci poniamo ad una distanza che ci consente di provare ispirazione e appagamento, quando invidiamo bramiamo di essere al posto dell’altro ed il coinvolgimento emotivo può essere anche molto elevato. Può far male, fino quasi a provare dolore nel corpo. L’ammirazione ci eleva, ci fa evolvere. L’invidia può trascinarci in un abisso cupo di inquietudini. Sul versante distruttivo e patologico L’invidia diventa distruttiva quando si accompagna al desiderio di danneggiare l’altro o ciò che possiede, nell’intento illusorio di pareggiare i conti e di eliminare la propria sofferenza. Caino, accecato dall’invidia, uccide suo fratello Abele, poichè non tollera che i suoi beni siano i prediletti. Nella sua forma patologica, l’invidia poggia sulla svalutazione di sé e su un profondo senso di inferiorità. La persona tende ad assumere una posizione vittimistica con comportamenti passivi, di conferma della propria impotenza e sfortuna. Oppure, sentendo di aver subito un torto dalla vita, può animarsi di risentimento e odio, assumendo comportamenti violenti, attraverso cui cerca vendetta e riscatto.
I MECCANISMI DI DISIMPEGNO MORALE

Oggi esploriamo quali sono i meccanismi di disimpegno morale, che portano le persone a mettere in atto comportamenti che violano i loro standard etici interni. Secondo Bandura, questi meccanismi cognitivi portano le persone a discostarsi dai loro standard morali senza sperimentare disprezzo nei propri confronti. Facciamo ora un passo indietro… La maggior parte dei criteri che una persona usa per valutare il proprio comportamento è costituito da standard etici e morali. Questi si sviluppano attraverso esperienze personali dirette e vicarie, soprattutto attraverso l’apprendimento per osservazione. Una volta interiorizzati, i principi morali definiscono il confine tra una condotta eticamente accettabile e una non accettabile. Secondo Bandura, le persone in relazione alle questioni etiche e morali agiscono, esercitando la loro capacità di autoregolazione. ALLORA COME MAI CAPITA CHE LE PERSONE VIOLINO I LORO STANDARD ETICI, ANDANDO INCONTRO AL DISIMPEGNO MORALE? Bandura cerca di spiegare questo fenomeno, individuando una serie di meccanismi di disimpegno morale. 1. GIUSTIFICAZIONE MORALE Il comportamento immorale viene trasformato e reso personalmente accettabile in quanto serve per raggiungere obiettivi validi. Ad esempio: “Ho rubato perché devo dare da mangiare ai miei figli“. 2. ETICHETTAMENTO EUFEMISTICO Le persone usano dei termini lessicali eufemistici per definire le proprie azioni, così da renderle da un punto di vista linguistico moralmente accettabili. Ad esempio: i boia non uccidono i condannati a morte, ma “eseguono la sentenza del giudice“. 3. CONFRONTO VANTAGGIOSO La gravità di un’azione è relativa e dipende dall’azione con la quale si mette a confronto. Ad esempio: “Non è grave insultare un compagno dato che picchiarlo è peggio“. 4. SPOSTAMENTO DI RESPONSABILITA’ La persona che mette in atto un’azione immorale se ne lava le mani, scaricando la responsabilità su altri (solitamente su una persona che a suo dire le ha ordinato di agire in quel modo). Ad esempio: “Mi sono comportato così perché me l’ha detto lui“. 5. DIFFUSIONE DI RESPONSABILITA’ Esso è un meccanismo che permette di distribuire la responsabilità di un’azione immorale fra tutti i membri di un gruppo alleggerendo il peso di una responsabilità personale. Ad esempio “La colpa non è solo mia ma anche degli altri!“. 6. DISTORSIONE DELLE CONSEGUENZE Le persone distorcono e/o ignorano le conseguenze delle loro azioni immorali per farle sembrare meno gravi. 7. DEUMANIZZAZIONE Questo meccanismo porta le persone a non riconoscere delle qualità di essere umano a coloro che subiscono le azioni immorali. In questo modo le vittime non hanno più sentimenti, preoccupazioni e risultano insensibili a qualsiasi maltrattamento. 8. ATTRIBUZIONE DI COLPA Il comportamento riprovevole è presentato come una conseguenza necessaria rispetto a quanto detto o fatto dalla vittima. Ad esempio: spesso gli stupratori sostengono che la violenza sessuale sia dovuta al look della vittima. Eventi di cronaca recente in cui si assiste ad espressioni sempre maggiori di violenza fisica e verbale dimostrano come la teoria elaborata da Bandura sia ancora molto attuale. BIBLIOGRAFIA Carver, C.S., Scheier, M.F., Giampietro, M., & Iannello, P. (2019). Psicologia della personalità: prospettive teoriche, strumenti e contesti applicativi. Milano-Torino: Pearson Italia
Filofobia: Paura di amare

La filofobia si definisce, ad oggi, come l’incapacità per il soggetto di provare sentimenti e stati d’animo inerenti l’amare l’altro da sé. Il termine filofobia deriva dal greco filia, che vuole dire amore e fobia, che vuol dire paura. In sintesi, possiamo dire che questa condizione ha a che fare con la paura di innamorarsi. Può anche riguardare la paura di entrare in una relazione o la paura di non essere in grado di mantenere una relazione affettiva importante. Molte persone, ad esempio, sperimentano talvolta piccole paure di fronte alla possibilità di innamorarsi, con un potenziale partner ad un certo punto della loro vita. In casi estremi, la filofobia può far sentire le persone isolate, sole, e non amate. La filofobia può essere il risultato di precedenti esperienze traumatiche che possono essere direttamente o indirettamente collegate all’oggetto o ad una paura situazionale. Non è però sempre così perché le risposte fobiche possono anche essere ereditate come comportamenti appresi dal contesto sociale in cui la persona è cresciuta. Nel corso del tempo, la filofobia potrebbe essersi normalizzata o accettata come parte della vita di una persona. In tal caso, chi ne è affetto potrebbe non cercare aiuto per molti anni avendo imparato a conviverci. In altri casi, tuttavia, la filofobia può peggiorare molto e arrivare a intralciare la vita normale. Ciò è particolarmente vero se i comportamenti di sicurezza e di evitamento sono cresciuti in frequenza e sofisticatezza. L’aver paura di amare può rendere complesso, se non impossibile, lasciarsi andare e perdere il controllo, in modo sano, all’interno del rapporto di coppia. Il primo passo allora è capire come questa chiusura, che può anche determinare veri e propri sintomi tipici dell’ansia, quali tachicardia e fiato corto, non porti da nessuna parte e rischi di precludere una felice vita affettiva alla persona che ne soffre. Superare questa fobia è però possibile, anche grazie all’aiuto di un terapeuta.