Il Cervello di una Persona Bugiarda funziona in modo diverso

di Loredana Luise Siamo tutti dei potenziali disonesti e la semplicità con la quale la menzogna accompagna l’operato di alcune persone, anche molto in vista come ad esempio i politici, ne normalizza l’uso come strumento per raggiungere finalità diverse più o meno personali. In Psicologia si distingue tra menzogne esplicite, esagerazioni, minimizzazioni e bugie sottili. L’uso della bugia è esperienza comune a tutti, si finge a volte a fin di bene, si finge per lavoro in modo funzionale al raggiungimento degli obiettivi, e si può fingere per noia o stanchezza per evitare delle incombenze. Le occasioni nella vita per fingere sono molte e i bambini lo sanno bene quanto la finzione possa fungere da sperimentazione e ricerca, ma il limite tra mentire al mondo e iniziare a mentire a sé stessi è molto sottile e valicare questo confine corrisponde ad iniziare a mentire in modo malato e disfunzionale. Come diceva Mark Twain “l’uomo è l’unico animale che arrossisce” ma non per questo l’unico a mentire. La differenza tra l’uomo e gli altri animali che mentono come le scimmie, è che l’uomo ha una sorta di coscienza che lo fa dubitare nell’attuare la menzogna e lo controlla nella reiterazione della medesima. Quindi noi tutti abbiamo una specie di controllo o come si dice un “Super io” che vigila sulla nostra onestà, anche se non per tutti è così; per qualcuno mentire diventa un’abitudine di vita che lo accompagna e segna ogni passaggio e relazione. Tra gli studi di Neuroscienze che più mi hanno appassionata nell’ultimo periodo c’è quello condotto da Yaling Yang e Adrian Raine , pubblicato dal British Journal of Psychiatry, nel quale sono state individuate alcune caratteristiche cerebrali tipiche delle persone che, attraverso alcuni parametri, erano state identificate come bugiarde patologiche. Per comprendere queste diversità dobbiamo innanzitutto considerare questo principio: Quello di cui hanno bisogno fondamentalmente i bugiardi seriali è una gran MEMORIA e in secondo luogo di una buona dose di FREDDEZZA.UNA SUPER MEMORIACome evidenziato dallo studio precedentemente citato, dopo aver analizzato la struttura cerebrale dei soggetti campione è stato rilevato che queste persone dalla bugia seriale avevano un 14% in meno di materia grigia e circa il 24% in più di materia bianca a livello della corteccia prefrontale rispsetto al campione di confronto. Questo sta a significare che il bugiardo, nel suo ALLENAMENTO costante alla bugia, stabilisce molte più associazioni tra le sue idee e i suoi ricordi per necessità vitale. Questo continuo meccanismo gli consente di dare coerenza alle bugie che diventano la base del suo pensiero e il fondamento delle sue relazioni. Da qui la sua gran MEMORIA che deriva dalla continua attivazione a livello delle connessioni della corteccia prefrontale. ALLENAMENTO, questo è quello che accade realmente. Il cervello si allena a reagire sempre allo stesso modo adattandosi a livello strutturale a questa nuova modalità di pensiero.COMPARSA DELLA FREDDEZZANel contempo l’allenamento alle bugie modifica anche il modo in cui viene attivata l’AMIGDALA, zona deputata all’elaborazione emotiva degli stimoli ricevuti dall’esterno. Come riportato in uno studio pubblicato su “Nature Neuroscience, con il tempo il bugiardo patologico attiva sempre meno questa ghiandola cerebrale diventando sempre più insensibile alle sollecitazioni emotive con una conseguente FREDDEZZA che lo contraddistingue e lo accompagna sempre più. E’ come se il senso di colpa che accompagna le prime bugie non venisse rinforzato da esiti negativi nell’immediato e il compiacimento per l’ottenimento del risultato senza ricadute negative portasse ad un affievolimento progressivo del senso di colpa stesso di volta in volta.PERCHE’ MENTIRE?Le motivazioni che inducono una persona ad iniziare a mentire, e in seguito a perpetuare questo tipo di comportamento, hanno origine nella formazione del soggetto stesso e spesso derivano da bisogni di riconoscimento, di dominio, di rivalsa o di creazione di un’autostima che risulta non adeguata o traballante. Anche la modalità educativa con la quale i genitori affrontano la realtà con i propri figli è molto importante e deve adattarsi alle diverse fasi di sviluppo cerebrale. Se le piccole bugie che si raccontano per addolcire la realtà, o minimizzare i risvolti negativi, possono essere efficaci e adeguate nella prima infanzia, già nella preadolescenza i ragazzi iniziano a capire che mentire è sbagliato e che questo tipo di comportamento può far perdere la fiducia degli altri. Come evidenziato da Paul Ekman nel suo testo “La Seduzione delle bugie”, è importante che i genitori inizino in questa fase di crescita ad essere più onesti possibile con i propri figli, in modo da assicurarsi un rapporto di reciproca fiducia. L’esempio poi diventa sicuramente una fonte di ispirazione e dalla comparsa del pensiero astratto è ovvio che le bugie con i ragazzi portano soltanto a bugie. Questa secondo Ekman è la base dell’importante rapporto di fiducia tra genitore e figli. Avere a che fare con una persona bugiarda patologica è sicuramente difficile e per certi versi inquietante, ma assecondarla nel suo gioco perverso non l’aiuta ad uscire da un meccanismo nel quale è entrata per abitudine e che riconosce come unica modalità di relazione. Bisogna pensare che se si continua a mentire facendogli credere che subiamo, assecondiamo o addirittura accettiamo questa sua modalità è l’inizio di una menzogna che ci può far cadere in un vortice di dipendenza reciproca che spesso è alla base di rapporti nocivi e distruttivi. Aiutare n bugiardo patologico non è facile e spesso questa modalità di comportamento è spesso associata ad altri disturbi di personalità come il Narcisismo caratterizzato da totale assenza di empatia. Nelle relazioni ognuno porta una sua eredità di chi è e di come vuole farsi vedere agli occhi degli altri, ma la libertà di mostrarsi per chi si è veramente è l’unica strada giusta per costruirsi una coerenza e unicità che può portarti verso una vita più serena ed appagante. Quello che non bisogna dimenticare è che le bugie possono portarci in un vero e proprio vortice di menzogne dal quale è difficile uscire e che possono con il tempo compromettere tutti gli aspetti relazionali della nostra vita. In un mondo in cui tutto è esteriorità

VITTIME SILENZIOSE – LA VIOLENZA ASSISTITA INTRAFAMILIARE

DI CINZIA SAPONARA La violenza assistita intrafamiliare rappresenta la seconda forma più diffusa di maltrattamento sull’infanzia con il 32,4% dei casi, subito dopo la patologia delle cure (incuria, discuria e ipercura) di cui è vittima il 40,7% dei/delle minorenni in carico ai Servizi Sociali (II indagine nazionale sul maltrattamento dei bambini e degli adolescenti in Italia; CISMAI e Terres des Hommes, 2021). Considerata come una delle possibili manifestazioni del maltrattamento psicologico, è oggi invece riconosciuta come un maltrattamento di tipo primario al pari del maltrattamento fisico, psicologico, dell’abuso sessuale e della trascuratezza.E’stata definita dal Cismai (Coordinamento Italiano dei Servizi contro il Maltrattamento e l’Abuso dell’Infanzia), nel 2005. come: “il fare esperienza da parte del/la bambino/a di qualsiasi forma di maltrattamento, compiuto attraverso atti di violenza fisica, verbale, psicologica, sessuale ed economica, su figure di riferimento o su altre figure affettivamente significative adulti e minori, si include l’assistere a violenze messe in atto da minori su altri minori e/ o sugli altri membri della famiglia e ad abbandoni e maltrattamenti ai danni di animali domestici. Il bambino può fare esperienza di tali atti direttamente (quando essi avvengono nel suo campo percettivo), indirettamente (quando il minore ne è a conoscenza), e/o percependone gli effetti”. Questo trauma, è stato definito con grande efficacia “il dolore degli impotenti” dalla psicologa psicoterapeuta Judith Herman (2005). E’importante sottolineare, che tale fenomeno è strettamente connesso con quello della violenza domestica, quest’ultimo è un fenomeno ampio, complesso e trasversale, non legato quindi solo a contesti caratterizzati da disagio materiale o da multiproblematicità, ma anche a contesti socio-culturali agiati e benestanti. Le radici della violenza domestica sono complesse affondano nel conflitto di genere, e sono connesse a dimensioni culturali e personali che si intrecciano fra loro. La violenza assistita viene il più delle volte sottovalutata, o addirittura ignorata, sia nelle sue dimensioni sia nelle conseguenze, perché spesso tendono a perdersi i nessi causali tra il clima di violenza circolante in famiglia e le conseguenze sullo sviluppo del bambino dal punto di vista psicologico (sia emotivo che cognitivo), fisico comportamentale e della socializzazione. Occorre, però, distinguere tra: conflitto e violenza in famiglia, questi ultimi non devono essere confusi fra loro perché hanno caratteristiche e conseguenze molto diverse: il primo prevede un dissidio anche grave, radicale, tra due persone, ma caratterizzato da una sostanziale parità tra le parti, dove l’identità di ciascuno è preservata, anche se si può creare in famiglia un clima violento e comunque malsano.La violenza domestica presuppone, invece, una relazione fortemente asimmetrica e di potere caratterizzata da sopraffazione, dominio e vittimizzazione di una parte sull’altra: un partner tratta l’altro, indifeso, con violenza, sul piano fisico e psicologico. La violenza domestica, inoltre, non è caratterizzata da episodi di violenza con carattere sporadico, ma si manifesta in una ripetizione sistematica di eventi che durano nel tempo e che presentano una graduale escalation sia in termini di danno prodotto che di pericolosità.Non sono rare purtroppo le situazioni di violenza intrafamiliare fra i partners che esitano in tentati omicidi e omicidi della donna, come spesso ci riportano le cronache, di cui a volte i minori sono testimoni. In Italia (Istat 2020) durante il lockdown sono state 5.031 le telefonate valide al 1522, il 73% in più rispetto al 2019, nel 64,1% si riportano anche casi di violenza assistita. Inoltre, tra gli orfani di femminicidio, il 17,2% dei figli sopravvissuti (di cui oltre il 70% minori) era presente durante il delitto e il 30% di loro ha ritrovato il corpo della madre, con danni devastanti sulle loro vite future. In quanto, figli della vittima e dell’omicida vivono un doppio trauma: la perdita della madre in modo drammatico e la «perdita» del padre.In generale le famiglie che sviluppano comportamenti violenti sono caratterizzate da una struttura interna relazionale piuttosto instabile. La relazione di coppia, fragile e conflittuale, tende a sfociare in gravi agiti, con manifestazione di esplosioni di violenza attiva, in genere nei confronti della donna. Il clima familiare è caratterizzato dalla continua instabilità affettiva e da conflitti agiti, durante i quali i figli sono spettatori passivi. La situazione relazionale della coppia non permette l’esercizio di una genitorialità adeguata ed attenta ai bisogni dei figli: i genitori, infatti, impegnati nel conflitto, diventano gravemente trascuranti, non prestano attenzione alle esigenze e necessità del figlio/a, che diventa così un bambino invisibile. Spesso coinvolto nelle relazioni adulte, costretto a prenderne parte, non avendo uno spazio come persona, il figlio diventa un “oggetto”, adultizzato con gravi conseguenze per il suo sviluppo emotivo. La violenza, dunque, intacca ed indebolisce le competenze genitoriali di cura e accudimento, nella donna/ madre, il maltrattamento, soprattutto se protratto nel tempo, può produrre un gran numero di disturbi assimilabili al disordine da stress post traumatico. Ancora, in colei che subisce violenza, si attivano in modo massiccio una serie di difese di evitamento, inizialmente dirette a mitigare l’impatto delle reiterate situazioni di pericolo, ma che poi restano sotto forma di disturbo e sintomo, fino ad inibire la capacità di esprimere i sentimenti, talvolta di percepirli e impedire una corretta valutazione degli eventi. Nella donna ciò oltre a determinare lo stato di isolamento tipico del maltrattamento, provoca un impoverimento generale di modalità di interazione con la realtà. Queste modalità influenzano fortemente la relazione con i figli e le capacità di accudimento e di attenzione verso i loro bisogni emotivi. La funzione genitoriale può, in questo contesto non svilupparsi coerentemente e venire fortemente compromessa; si parla infatti di: “madri maltrattate e danno alla genitorialità.” In tale contesto il bambino può manifestare dei comportamenti/atteggiamenti prevalenti, che vanno da quello timoroso, di vittima, ad atteggiamenti di tipo aggressivi, da “carnefice”. Nel gioco delle alleanze con l’uno o l’altro genitore il figlio infatti si può identificare con la vittima o con l’aggressore. I bambini che assistono alla violenza possono sviluppare, come già detto, comportamenti adultizzati, d’accudimento verso uno o entrambi i genitori e i fratelli ed avere continui pensieri su come prevenire la violenza. Essi tendono ad assumere atteggiamenti compiacenti, a dire bugie, ad adattarsi all’uno o all’altro genitore a

Sperimentazione di uno sportello di assistenza psicologica in un centro-trapianti

di Daniela Di Martino L’iter da affrontare per un trapianto d’organo solido è un’esperienza che può d e t e r m i n a r e d i f fi c o l t à psicologiche o psicosociali notevoli nei pazienti.S e p e r a l c u n i r e p a r t i o s p e d a l i e r i è o r m a i consolidata la presenza di una figura dedicata alla salute mentale (ad es. nei reparti di oncologia o maternità); per contro, l’inserimento stabile di psicologi nei centri-trapianto è ancora diffuso a macchia di l e o p a r d o s u l t e r r i t o r i o nazionale.Sono molte le aree di rischio e di potenziale necessità di intervento psicologico in un evento come il trapianto: la fase pre-intervento e postintervento (molto differenti anche in base al tipo di organo da trapiantare) aderenza terapeutica assistenza ai familiari e in particolar modo a quelli che donano organi ai propri congiunti a c c omp a g n ame n t o e sostegno per suppor tare un’adeguata qualità della vita nel pre e post-trapianto c o n t e n i m e n t o e d elaborazione di fattori emotivi fortemente impattanti a causa della drammaticità esistenziale di un evento di questo tipo. Va da sé che è fondamentale considerare in questi pazienti la necessità di un approccio multidisciplinare che guardi al paziente nella sua totalità. Scindere corpo e mente nel trattamento di questi pazienti non solo non conduce ad un’adeguata presa in carico dei bisogni di cura, ma potrebbe essere quanto mai pericoloso in considerazione del fatto che buona parte del successo terapeutico è determinato dalla gestione comportamentale nel posttrapianto: a partire dalla compliance terapeutica, per arrivare al monitoraggio delle proprie condizioni di salute nel tempo. Il riconoscimento e la presa in carico del paziente n e g l i a s p e t t i umani ed esistenziali sono aspetti funzionali a garantire la riuscita del processo di cura, p e r c o n s e n t i r e c i ò è indispensabile inglobare nell’intervento terapeutico gli aspetti psicologici,etici e psicosociali. Sul territorio campano si è m o s s a i n t a l s e n s o l ’ e s p e r i e n z a d i un’associazione volontaristica nata in seno al Reparto di Medicina Interna, Epatologia ed Ecografia Interventistica dell’ U.O. di Gragnano (Na). L’associazione, denominata A s t r a O n l u s , o v v e r o , “Associazione Trapiantati di Fegato e cura delle malattie epatiche”, è un’ associazione nata con l’obiettivo di tutelare gli interessi morali e materiali dei trapiantati di fegato. Tra le tante attività svolte, si occupa anche di sostenere il reparto offrendo ai pazienti servizi di natura specialistica e socioassistenziale. Tra le attività di natura specialistica è stata offerta, per un certo periodo di t e m p o , l a c o n s u l e n z a psicologica ai pazienti afferenti al reparto.L’esperienza può essere così sintetizzata: il paziente in a t t e s a d i t r a p i a n t o o trapiantato è un paziente complesso, il cui trattamento in termini psicologici varia a seconda del momento storicoclinico del percorso e a seconda della patologia che porta a l l a necessità d i trapianto d’organo. Nel periodo pre-trapianto è importante la gestione dello stress derivante dalla mutata condizione di salute; i l paziente va sostenuto e a c c o m p a g n a t o nell’adattamento alle nuove c o n d i z i o n i d i v i t a che impattano su molteplici livelli: individuale,familiare,sociale e lavorativo. L’alterazione dell’immagine corporea, la perdita della propria routine e capacità lavorativa, la modifica delle relazioni f a m i l i a r i possono essere esperienze fortemente penose a livello psichico, tali da ingenerare forme depressive,ansiose o atteggiamenti evitanti. Il posttrapianto è caratterizzato dalla consapevolezza di dover convivere per tutta la vita con una condizione diversa rispetto alla precedente; indurre il paziente a ritrovare una nuova normalità non è un’operazione semplice e richiede che il trapiantato v e n g a s o s t e n u t o nell’individuazione delle i s o r s e p r e s e n t i p e r ricominciare a riappropriarsi progressivamente della sua vita.Il ritorno alla vita quotidiana n e l p o s t – t r a p i a n t o è un’esperienza lenta e talvolta difficoltosa, pertanto un paziente andrebbe seguito nell’immediato post-intervento, ma anche nel medio e lungo periodo. E’ stato osservato che nell’immediato posttr a p i a n t o v i una f o r t e percezione di un’esperienza di “rinascita”, trasversale in quasi tutti i pazienti, tuttavia nel tempo possono emergere con forza vissuti depressivi o ansiosi correlati alla propria condizione; essi vanno a s s o l u t a m e n t e g e s t i t i , soprattutto con l’obiettivo di sostenere un’adeguata qualità della vita nel tempo. E’ chiaro che seguire un paziente da trapiantare o t rapiantat o r ichiede una g r a n d e p r e p a r a z i o n e psicologica in tutti i curanti, la presenza di una figura esperta in salute mentale nei centritrapianto si integra nel processo di cura con la sua competenza specifica. I l trattamento di simili pazienti è infatti di tipo multidisciplinare e richiede equipe ben formate sia sugli aspetti squisitamente clinici e fisiologici del pre e post-trapianto, oltreché sugli a s p e t t i p s i c o

L’EMOZIONE: QUESTA COMPLESSA E SCONOSCIUTA…

di Antonia Bellucci Siamo certi di sapere cosa siano le emozioni? Nonostante tutti abbiano una propria conoscenza di cosa sia un’emozione, risulta difficile darne una definizione generale poiché il termine “emozione” si riferisce ad un’ampia gamma di risposte. Possiamo provare tristezza durante la visione di un film, imbarazzo di fronte al comportamento di un collega, noia se bloccati nel traffico, paura di essere in ritardo ad un appuntamento, senso di colpa per essersi arrabbiati con un genitore, gioia e sollievo per aver avuto una diagnosi positiva ad una visita medica. Queste emozioni possono essere di media o alta intensità, negative o positive, brevi o di lunga durata, primarie (reazione emotiva iniziale) o secondarie (reazione ad un’emozione primaria). L’emozione, come rapida reazione che avviene quando l’organismo elabora uno stimolo significativo e consente un adattamento ad un cambiamento, si distingue dall’umore (inteso come stato emotivo diffuso con lento innesco e non legato a specifici oggetti o stimoli), ma anche dall’affetto, che è un costrutto complesso comprendente sia l’emozione che l’umore e riguarda lo stato generale che l’individuo sta sperimentando le sensazioni, piacevoli o spiacevoli, con diversi livelli di intensità, durata e pattern di innesco. L’emozione si attiva, generalmente, in risposta ad uno stimolo (trigger) o una situazione psicologicamente rilevante, che può essere esterna (es: assistere ad un incidente) oppure interna (es: anticipare un confronto col capo). Secondo le teorie cognitive, l’emozione si innesca quando si vive una situazione che viene valutata sulla base della sua rilevanza rispetto agli scopi dell’individuo. Gli scopi sono rappresentazioni che s i basano sui valori, sul contesto culturale di appartenenza, sulle caratteristiche della situazione attuale, sulle norme sociali, sulla fase di vita e sulla personalità dell’individuo. Proprio in base a ciò, è possibile che due persone che affronta la stessa situazione, avendo diversi scopi attivi, possano prestarvi attenzione e valutare la situazione differentemente. Un esempio per esprimere meglio il concetto: se un professore dice a due allievi “so che potresti fare meglio alla seconda prova rispetto a ciò che è emerso dalla prima” potrebbe sollecitare due reazioni differenti; il primo studente potrebbe sentirsi incoraggiato a fare meglio mentre il secondo potrebbe sentirsi criticato e deprimersi per non essere andato bene. La differenza nelle reazioni dei due studenti è data dai loro scopi e, quindi dalle successive valutazioni dell’evento; di conseguenza, ne deriva che anche le emozioni positive si attivano quando la persona percepisce di perseguire adeguatamente i propri obiettivi, mentre le emozioni negative possono scaturire quando una situazione viene valutata come un ostacolo ai propri scopi. Così come le cose cambiano nel tempo, sia la persona che la situazione o il significato che l’individuo attribuisce alla situazione, anche le emozioni possono cambiare. Le componenti di un’emozione, dunque, sono: l’esperienza soggettiva, gli ingredienti cognitivi, la reazione fisiologica o somatica, l’espressione facciale, il comportamento o la tendenza all’azione. Tra queste, le espressioni facciali e l’impulso ad agire sono associati ad alterazioni autonomiche e neuroendocrine anticipano, accompagnano e seguono la risposta comportamentale. Le componenti sono diverse a seconda del tipo di emozione. Ad esempio, nell’ansia, connessa fortemente allo stile di vita odierno ed alle spinte e richieste della società attuale, è possibile generalmente osservare: un intenso stato di agitazione (esperienza soggettiva), la percezione di una minaccia valutata come grave, imminente e difficilmente affrontabile con le proprie risorse (ingredienti cognitivi), accelerazione del battito cardiaco, modifica del ritmo del respiro, sudorazione, ecc. (reazioni fisiologiche o somatiche), occhi spalancati e sopracciglia elevate (espressione facciale) , tendenza ad evitare o fuggire dalla potenziale minaccia (tendenza all’azione). Infine, un’altra caratteristica delle emozioni è la loro malleabilità, cioè sono modificabili e transitorie; una volta attivata, la risposta delle emozioni segue il suo naturale decorso. Le emozioni possono irrompere nella nostra esperienza anche indipendentemente dalla nostra consapevolezza e possono anche confliggere con altre risposte alla situazione (es: due emozioni contrapposte). Umore ed emozioni possono interagire dinamicamente. Le emozioni possono portare a particolari tipi di umore e l’umore può aumentare la probabilità che si attivino determinate emozioni. Attualmente, le scienze affettive vedono umore ed emozioni come due costrutti strettamente interconnessi: l’umore può potenziare o alterare una reazione emotiva. Ad esempio, l’umore irritabile può facilitare una reazione emotiva di rabbia, l’umore ansioso può facilitare il panico o uno stato emotivo di tristezza può sviluppare un umore triste. Tutti proviamo emozioni ma cambia l’intensità, il tipo di trigger, la frequenza e la soglia di attivazione delle stesse. Non provare emozioni è una condizione patologica. Se questo è vero, in che senso le emozioni sono centrali nella psicopatologia e possono esse stesse essere il sintomo, il segno, di una patologia in corso? Secondo una prospettiva funzionalista, le emozioni sono risposte importanti dal punto di vista dell’evoluzione perché spesso sono reazioni adattive a problemi o situazioni che si incontrano. Le teorie attuali sulle emozioni, invece, enfatizzano l’importanza delle stesse nel guidare il comportamento, l’azione e le risposte fisiologiche, nel facilitare il processo di decision-making, nel favorire la memoria di eventi importanti e nella gestione delle interazioni interpersonali. Le emozioni possono essere d’aiuto ma alcune volte possono interferire negativamente sul comportamento, risultando inappropriate al contesto. Ed allora: se è vero che le emozioni hanno una funzione adattiva che consente all’individuo di autoregolare il proprio comportamento in funzione del raggiungimento di scopi rilevanti, è anche vero che in alcuni casi le emozioni possono diventare un sintomo. Quando l’emozione può inquadrarsi all’interno della psicopatologia? Innanzitutto, vi sono emozioni che risultano essere componenti centrali dei disturbi mentali (Depressione maggiore: tristezza, colpa, anedonia; Mania: eccessiva euforia, irritabilità; Schizofrenia: appiattimento affettivo, anedonia; Panico: improvvisa ed intensa reazione di paura; Disturbo ossessivo-compulsivo: senso di colpa, pensieri ansiosi ripetitivi; Disturbo borderline di personalità: instabilità emotiva, attacchi di rabbia; Ipocondria: paura persistente di avere una malattia, ansia). In altre parole, ogni disturbo è caratterizzato da emozioni che risultano disfunzionali e che possono diventare il sintomo. Pertanto, l’emozione potrebbe essere appropriata alla valutazione della situazione ma può essere inappropriata la sua intensità o durata nel tempo; l’intensità e la durata possono dipendere da alcuni meccanismi psicopatologici, come ad esempio i tentativi

Lo stigma della salute mentale all’interno dei contesti scolastici. Alcune proposte di procedure operative per l’intervento psicologico

di Francesca Dicè Chi, come chi scrive, opera da lungo tempo implementando interventi psicologici all’interno dei contesti scolastici, sa bene che una delle più grandi limitazioni alla piena riuscita degli stessi riguarda spesso lo stigma legato alla salute mentale (Petter, 2004). Capita infatti molto spesso che gli studenti non afferiscano allo sportello d’ascolto psicologico per timore di essere indicati come “sciocchi”, “malati di mente” o addirittura confusi con gli studenti che usufruiscono di un insegnamento individualizzato. A peggiorare la situazione possono intervenire anche semplici dinamiche di gruppo, talvolta mosse magari da semplici immaturità o anche solo legate ad espressioni ridanciane e battute rumorose, che però possono scoraggiare richieste di accesso allo spazio. Spesso, infatti, nei corridoi scolastici si sentono rimbombare espressioni sarcastiche del tipo: “Sta arrivando la psicologa, vieni che ti cura!” “Dottoressa, parli un po’ con questo ragazzo che ha “i problemi in testa!” È dunque fondamentale, per chi opera in questi settori, non trascurare questi aspetti, bensì eleggerli a contenuto elitario del suo lavoro; per farlo, può essere utile mettere in campo alcune strategie operative. Una prima strategia può riguardare un importante coinvolgimento del corpo docente, con il quale possono essere fatti degli incontri preparatori di approfondimento delle attività dello spazio d’ascolto; ciò affinché esso possa avere ben chiari i criteri per inviare gli studenti allo spazio e, se da loro interpellato per un consiglio, fornire le corrette informazioni al riguardo. Una seconda strategia può prevedere un potenziamento dell’attività di pubblicizzazione dello spazio; un modo può essere il preferire, soprattutto nelle parti iniziali del progetto, il ricorso ad incontri con i gruppi classe, anche a scopo esclusivamente informativo, utili a presentare le attività ed il valore della prevenzione nel contesto scolastico. Una terza strategia, infine, può essere l’implementare degli specifici interventi informativi e promozionali con i genitori, al fine di prevenire eventuali preoccupazioni legate alle attività cliniche offerte (Alcuni esempi tipici: “Perché gli insegnanti vogliono mandare lo psicologo in classe? C’è qualche problema che non ci è stato riferito?” oppure “Mio figlio mi ha chiesto di poter parlare con lo psicologo, significa che entrare in psicoterapia?”) e chiarire eventuali dubbi o domande al riguardo. In altri termini, credo che il contrasto allo stigma della salute mentale debba iniziare proprio dagli interventi promossi dagli addetti ai lavori; essi, in particolare in ambito scolastico, devono prevedere, come obiettivo iniziale, la promozione di una cultura psicologica, portando così, di conseguenza, ad una riduzione dei vissuti di stigmatizzazione relativi alla salute mentale ed ad un aumento delle richieste di consultazione (Cornoldi & Molinari, 2019). Bibliografia Cornoldi C. & Molinari L. (2019) Lo psicologo scolastico. Competenze e aree di intervento. Bologna: Il Mulino. ISBN 9788815284754 Petter G. (2004) Lo psicologo nella scuola. Ciò che fa, ciò che potrebbe fare. Firenze: Giunti Psychometrics. ISBN 9788809038097

“Quando vuole capire, capisce!” Una nota sullo stigma della salute mentale

di Francesca Dicè Si definisce Salute Mentale uno “stato di completo benessere fisico, mentale e sociale, e non semplice assenza di malattia o di infermità” (Ministero della Salute, 2013; Marsigli, 2015; Zoli, 2020). Si parla dunque di sofferenza psichica, o di disturbo e disordine mentale, quando questo stato di benessere appare compromesso; la persona esperisce vissuti di disagio cognitivo, emotivo e relazionale che influenzano la sua quotidianità e dei quali non sempre ha una completa contezza (Marsigli, 2015; Zoli, 2020). A tale disagio è spesso anche connesso un importante senso di vergogna, poiché termini quali psicologo, psichiatra, psicoterapie, e soprattutto psicofarmaci, muovono nelle persone vicine vissuti di diffidenza che sfociano spesso in comportamenti discriminatori (Marsigli, 2015; Zoli, 2020). È questo quello che viene definito lo “stigma legato alla malattia mentale” (Marsigli, 2015; Zoli, 2020); esso può alimentare la presenza di gravi vissuti di alienazione per la persona e per la famiglia, diventando causa principale della loro tendenza all’isolamento e della loro emarginazione da parte degli altri (Marsigli, 2015; Zoli, 2020). È sicuramente uno stigma che si basa sulla paura della pericolosità della persona con disagio, interpretata come poco incline alle regole del contesto e con la quale non si sa precisamente come interagire per timore di incorrere in situazioni spiacevoli (Ferrara, 2009). In particolare, però, è possibile anche rilevare delle considerazioni legate ad una mancanza di volontà come reale spiegazione dei comportamenti legati al disagio psichico (Ferrara, 2009; Martin et al., 2000). Spesso, infatti, amici e vicini si abbandonano a frasi e riflessioni come: “È lui che vuole stare male!” oppure “Quando vuole capire, capisce!” La persona con disagio psichico, dunque, oltre a confrontarsi con il suo dolore, si trova anche a gestire la diffidenza dell’altro, mancando quindi dei vissuti di vicinanza e solidarietà che solitamente si riscontrano per le altre malattie (Marsigli, 2015; Zoli, 2020). Ciononostante, è bene sottolineare che tali comportamenti non hanno sempre intenzioni discriminatorie ma spesso sono associati a vissuti complessi quali, innanzitutto, la difficoltà a sostenere il peso dell’angoscia spesso presente nel confronto con il disturbo mentale (Ferrara, 2009). Per tale motivo diventa sempre più importante che le istituzioni agiscano per l’implementazione di interventi di psicologia di comunità nei servizi territoriali, al fine di ridurre notevolmente lo stigma della salute mentale e favorire l’integrazione di queste persone e delle loro famiglie nel contesto in cui vivono. BIBLIOGRAFIA Ferrara M. (2009). Sulla particolarità dello stigma legato alla malattia mentale. Retrieved from https://bit.ly/ 3RA5YWu Marsigli N. (2015). Salute mentale e Stigma. Retrieved from https://bit.ly/3AYqU30 Martin J.K., Pescosolido B.A. & Tuch S.A. (2000) Of fear and loathing: The role of “disturbing behaviour”, labels, and causal attributions in shaping public attitudes toward people with mental illness. Journal of Health and Social Behaviour, 41, 208-223. Ministero della Salute (2013). Che cos’è la salute mentale. Retrieved from https://bit.ly/ 3RGwmOs Zoli S. (2020). Stigma: come affrontare il «veleno» contro le malattie mentali. Retrieved from https://bit.ly/3RmjJbx

IL DISCORSO TERAPEUTICO: IL RICORDO

di Alberta Casella In seduta si riferiscono memorie di un antico passato o di avvenimenti recenti. Per i ricordi lontani, Freud utilizza il termine di ricordi-schermo in cui, su di un nucleo centrale, si sovrappongono esperienze fatte in tempi diversi che, però, si amalgamano al ricordo base diventando un tutto unico. Infine, questi ricordi subiscono sempre l’influenza e la distorsione del linguaggio che si usa per esprimerli, fino a cristallizzarsi nelle parole usate in modo da trasformarsi da semplici vaghe impressioni in descrizioni che divengono le memorie stesse del soggetto narrante. Riferendoci alla genesi dei ricordi, alla loro creazione nella mente del paziente, Jung ipotizza l’influenza di fattori simbolici che non derivano totalmente ed esclusivamente dalla storia personale del soggetto, ma sono plasmati ed influenzati dall’inconscio collettivo, una sorta di serbatoio mnestico che collega la storia personale ai miti archetipici dell’umanità e conserva il sapere mitologico fondato su un linguaggio innato della psiche che deriva dalla semplice appartenenza dell’individuo al genere umano. Jung amplia, così, la teorizzazione di Freud sui contenuti delle memorie del paziente, intendendo la mente umana come serbatoio di forme a priori del sentire e del conoscere e non solamente di contenuti specifici del soggetto. Tale influenza e mescolamento tra le esperienze personali del soggetto ed i residui delle storie mitologiche dell’umanità intera viene definito dallo stesso Jung “amplificazione” e permette di leggere i ricordi, i sogni, le associazioni, riferite in seduta, non solo attraverso la spiegazione causale che si può legittimamente rintracciare nella storia del paziente, ma anche e soprattutto attraverso immagini di carattere innato che rivelano un’eredità specifica della specie. Tale spiegazione risulta necessaria soprattutto quando lo psicologo si trova a dover analizzare ricordi riferiti dal paziente in modo caotico e spesso sconnesso, difficilmente collegabili alla storia raccontata fino a quel momento nel corso della cura; probabilmente, il ricorso all’amplificazione riuscirà a dare un quadro più completo ed esaustivo per l’analisi dei contenuti che il soggetto vuole esprimere. Non ultimo, lo stile usato dal paziente cambia a seconda del ruolo che egli attribuisce al terapeuta: tutto ciò che egli dice ha il fine d’influenzare l’immagine che il terapeuta ha di lui. Parlerà, quindi, per essere compatito o lodato, le sue parole saranno moneta di scambio per ottenere quello che vorrebbe nel presente ed in tal caso questi resoconti non hanno niente del suo reale vissuto, che probabilmente potrà comparire solo quando tale rapporto transferale verrà in parte neutralizzato ed i vincoli della conversazione s i allenteranno. Può accadere, anche, che il paziente riferisca un nuovo ricordo come collegamento tra due altri isolati al solo al fine di essere meglio compreso dall’ascoltatore e da lui apprezzato interferendo, così, definitivamente sull’immagine, tutt’altro che storicamente vera, che il terapeuta si sta facendo della sua vita; è possibile, infine, che l’interpretazione decisiva dell’analisi sia basata proprio su quel ricordo inventato probabilmente perché tanto appropriato e suggestivo. È interessante sottolineare come il discorso che scaturisce dalla relazione terapeutica sovverta tutte le regole fondanti di un colloquio condotto nella vita quotidiana: in una normale conversazione regna la regola, per tacito assenso delle parti, di non deviare dal tema rilevante del discorso, pena la disapprovazione, il fraintendimento o la confusione dell’altro che ascolta. Nel discorso analitico, invece, il paziente viene spinto a divagare per cui è facile che si verifichino fraintendimenti e modi diversi di intendere una stessa frase. Il terapeuta che non chiede di chiarire una parola non capita, che non interferisce nello scorrere della catena associativa, è costretto continuamente a fare costruzioni personali al fine di trarre un senso da quanto ascoltato e può capitare che, in seguito, perda di vista quanto, in quella provvisoria, vi era di suo e quanto apparteneva ai ricordi del paziente. In conclusione, quindi, ascoltare è un processo attivo di costruzione dell’evento narrato e non, come desiderava Freud, un processo passivo di ricostruzione di un passato che deve semplicemente essere ritrovato, riscoperto. Le teorie post-freudiane hanno enfatizzato maggiormente il ruolo dell’interazione paziente-analista e la narrazione subisce l’influenza di tale scambio continuo tra le parti. BIBLIOGRAFIA JUNG C.G. (1958): Un Mito Moderno: le Cose che si Vedono in Cielo, in Opere, vol. X, tomo II. JUNG C.G. (1959): Introduzione a Toni Wolff, “Studi sulla Psicologia di C. G. Jung”, in Opere, vol. X, tomo II JUNG C. G. (1917-43): Psicologia dell’Inconscio, in Opere, vol. VII. FREUD S. (1915-17): Introduzione alla Psicoanalisi. I e II Serie di Lezioni, Boringhieri, Torino, 1969.

Mikuzo Kuyo: riflessioni sul rituale nipponico dell’aborto tra psicologia e antropologia culturali

di Lia Corrieri L’interruzione volontaria di gravidanza (IVG) si è imposta nel dibattito pubblico dell’Occidente come diritto riconosciuto alle donne di abortire. Tale diritto, affermatosi nel nostro paese con la Legge 194/1978, costituisce comunque un tema complesso, scottante, difficile, spesso scomodo, capace di mettere in difficoltà anche gli stessi operatori socio-sanitari (Lalli, 2011). Peraltro, i recenti avvenimenti Oltreoceano in cui il diritto costituzionalmente sancito a seguito della storica sentenza del caso Roe vs Wade del 1973 (Barlaam, 2022; Galeotti, 2003) all’IVG è stato rimesso in discussione, hanno causato nuove polemiche etico-politiche e l’accendersi del dibattito sullo stato di attuazione della legge italiana in materia. Nello scenario attuale poco spazio sembra essere dedicato ad analisi di natura comparativa tra i diversi paesi e culture relativamente all’aborto e ai suoi significati psicologici e socio-culturali. Tali indagini possono essere di aiuto agli operatori socio-sanitari italiani che spesso si devono confrontare con le storie personali relative alle esperienze di IVG per meglio cogliere il peso e l’importanza delle variabili di contesto di natura psicologica, sociologica e antropologica, variabili spesso trascurate ma decisamente significative anche per la presa in carico delle donne con aborto e in IVG. Tra i fenomeni più interessanti su cui la letteratura scientifica di lingua italiana ha posto l’attenzione è quello del nipponico Mikuzo Kuyo, un rituale d’aborto che è stato indagato da Marianna Zanetta in Bambini d’acqua (2018). Il termine Mikuzo Kuyo è letteralmente traducibile come “riti per bambini d’acqua”, è la composizione della parola mizuko solitamente utilizzata nei casi di aborto e infanticidio con la parola di origine buddista kuyo che fa riferimento all’insieme di pratiche rituali dedicate al culto dei morti (Brooks, 1981). Il termine viene utilizzato in un’accezione più vasta, arrivando a comprendere anche i casi di lutto perinatale e, più in generale, tutte quelle situazioni in cui i figli non sopravvivono ai propri genitori (Zanetta, 2018). Questi riti sono associati al culto giapponese di Jizo, una figura del pantheon buddhista concepita come un vero e proprio “salvatore” di anime, dedito a proteggere le anime dei piccoli dai demoni, come suggerito da diverse credenze legate al folklore nipponico (Donnere, 2019; Zanetta, 2018). I riti si articolano in diversi livelli che vanno da una dimensione più privata e domestica fino ad una dimensione più complessa, simboleggiata, ad esempio, dalla diffusione di cimiteri specificamente dedicati ai Mikuzo Kuyo (Zanetta, 2018). I riti Mikuzo Kuyo si presentano come un fenomeno complesso che necessita di essere contestualizzato nella matrice religiosa di riferimento che, in questo caso, rimanda in prima istanza al buddismo; non possono peraltro essere ignorate anche significative influenze dello shintoismo, religione nativa del Giappone. I riti Mikuzo Kuyo appaiono perciò come una risposta con cui la cultura religiosa nipponica cerca di alleviare, per quanto possibile, la sofferenza esperita dai genitori che si sono trovati a vivere l’esperienza drammatica della perdita di un figlio (Smith, 1988; Zanetta, 2018). I riti Mikuzo Kuyo rappresentano quindi un esempio interessante di come altre culture affrontano la dimensione religiosa dell’aborto che, nelle prassi socio-sanitarie e nei modelli d’intervento sottesi alle stesse (spesso non esplicitati) della gestione dei casi di IVG nel nostro sistema sanitario, sembrano essere rappresentati più come elementi disturbanti, fuorvianti rispetto al legittimo obiettivo dell’erogazione della prestazione sanitaria, dimenticando che la dimensione religiosa pervade sia le culture che le società, tanto da rappresentare, secondo alcuni Autori, una vera e propria lente epistemologica di riferimento (Comba, 2008). La matrice religiosa sembra influenzare atteggiamenti e credenze che le persone nutrono nei confronti dell’aborto e, a tal proposito, è importante evidenziare che i conflitti morali che ruotano attorno al tema differiscono in base alla matrice religiosa e socio-culturale di riferimento (Zanetta, 2018). Le letture socio-antropologiche e psicologiche del fenomeno dei riti Mikuzo Kuyo sono molteplici e articolate a diversi livelli. L’Autrice riassume e analizza le principali interpretazioni proposte da Autori occidentali, per lo più anglofoni, sul fenomeno. Le prospettive illustrate nel saggio sono pervase dal concetto di equivalenti di morte, introdotto da Lifton (1979), e volto ad indicare l’insieme delle esperienze di separazione che anticipano la morte effettiva (Zanetta, 2018). L’analisi parte dalle ricerche di William LaFleur (Liquid Life: Abortion and Buddhism in Japan, 1994), studioso di letteratura e religione giapponesi medievali, che ha indagato le concezioni buddiste del corpo, producendo studi pionieristici sulla bioetica giapponese, evidenziando le differenze con gli approcci occidentali sul trapianto d’organi, le definizioni mediche di morte e l’aborto, contribuendo allo sviluppo della filosofia pubblica comparata e dell’etica sociale. Gli studi sul buddismo e la morte sottolineavano in un’ottica interdisciplinare come nel contesto culturale del Giappone il passaggio dalla vita alla morte non sia scandito in modo netto bensì sia compreso come un insieme di momenti di un passaggio fluido, alla pari di un viaggio che necessita di un percorso di accompagnamento del defunto dalla comunità dei vivi alla società degli antenati. In maniera analoga, anche i bambini nati non entrano di default nella comunità dei vivi per il solo fatto di essere nati perché essi si ritrovano a dover intraprendere un percorso verso l’integrazione nel mondo degli umani. LaFleur sottolinea il significato inconscio che questi rituali assumono nel Giappone post moderno e come questi possano rivelarsi utili soprattutto per quelle coppie che, per diverse ragioni, hanno optato per l’aborto. Secondo LaFleur i riti Mikuzo Kuyo possono rappresentare un mezzo per i genitori di alleviare il rimorso della scelta compiuta. Zanetta analizza la prospettiva proposta da Harrison (1995) sul tema dell’aborto a partire, però, dalla maternità. Secondo l’Autrice la perdita del feto/bambino attiva una serie di perdite, vere e proprie connessioni infrante, a più livelli, non solo personali ma anche sociali, sia con le generazioni precedenti che con la società in continuo mutamento, dove il rapporto tra sacro e quotidiano sembra essere sempre meno forte (Zanetta, 2018). In questo scenario le pratiche rituali rappresentano una possibile risposta anche al disagio esperito da queste continue rotture e frammentazioni, offrendo una ricostruzione di un legame con ciò che si è perduto, un modo per rapportarsi alle tradizioni più antiche della cultura di

Quando il bambino si “comporta male”. Alcune questioni sulla diagnosi differenziale in età evolutiva

di Francesca Dicè Spesso, agli ambulatori di Neuropsichiatria si rivolgono genitori che lamentano, esasperati, il continuo ricorso, da parte dei loro bambini, a comportamenti litigiosi e provocatori, poco adatti ai contesti sociali, intolleranti alle frustrazioni, al punto da necessitare di un aiuto per la loro gestione. Il primo passaggio necessario è quel lo di operare per un’opportuna ed approfondita diagnosi differenziale, esplorando inizialmente con i genitori la natura di questi “comportamenti disadattivi”, la loro insorgenza e soprattutto l’eventuale associazione con determinati ambienti o situazioni. È poi opportuno, attraverso il ricorso a specifici strumenti quali colloqui, l’osservazione e test diagnostici, distinguere fra diversi quadri clinici presentati dal DSM. I principali sono: Il Disturbo da Deficit di Attenzione Iperattività (ADHD), un disturbo del neurosviluppo (ovvero una condizione in cui il funzionamento personale, sociale e scolastico del bambino è compromesso) (Gruppo Studi Cognitivi, SINPIA, 2022). L’ADHD è definito dal DSM come “uno stato persistente di disattenzione, iperattività e impulsività più frequente e grave di quanto tipicamente si osservi in bambini di pari livello di sviluppo” (Epicentro ISS). Il Disturbo da Disregolazione dell’Umore Dirompente (DMDD), un disturbo dell’umore (ovvero una grave alterazione del tono dell’umore) (Ospedale Maria Luigia, 2022). Il DMDD è definito dal DSM come caratterizzato da “un umore persistentemente arrabbiato o irritabile con importanti esplosioni di rabbia sproporzionate rispetto alla situazione vissuta” (Ospedale Maria Luigia, 2022). Il Disturbo Oppositivo Provocatorio (DOP), un disturbo del comportamento (ovvero l’assunzione di condotte disfunzionali quali ad esempio aggressività, tendenza alla sfida, violazione delle regole ed atteggiamenti socialmente inappropriati (Istituto Beck b). Il DOP è definito dal DSM come “caratterizzato da livelli di rabbia continua ed evolutivamente inadeguata, irascibilità, provocatorietà ed oppositività, menomazione nel funzionamento personale e sociale” (APC). Il Disturbo Esplosivo Intermittente (DEI), un altro disturbo del comportamento. Il DEI è definito dal DSM come caratterizzato da “un’impossibilità a controllare le emozioni da reazioni di rabbia del tutto spropositate alle provocazioni e ad altri fattori stressanti” (Sanità Informazione, 2021). Il Disturbo della Condotta (DC), un terzo disturbo del comportamento. Il DC è definito dal DSM come “la tendenza a violare, in maniera ripetitiva e persistente, le regole imposte dalla società e i diritti degli altri” (Istituto Beck a). La diagnosi può essere agevolata dal ricorso a test diagnostici proiettivi tematici, come il Children’s Apperception Test (CAT) o il Thematic Apperception Test (TAT), ed a questionari o interviste rivolte alla famiglia come la Child Behavior Check List (CBCL), le Vineland Adaptive Behavior Scales II (VABS) e le Conners Rating Scales 3; spesso può essere d’aiuto anche un test di livello come le Coloured Progressive Matrices (CPM) o la Wechsler Intelligence Scale for Children – Fourth Edition (WISC-IV). Per il loro trattamento, inoltre, è spesso suggerito il ricorso a trattamenti riabilitativi quali la psicoterapia e la psicomotricità, allo scopo di modificare i comportamenti disadattivi e di promuovere i processi di consapevolezza e regolazione emozionale (SINPIA 2002). Può rivelarsi fondamentale anche la psicoterapia familiare, per supportare i genitori nelle difficoltà del loro compito psicoeducativo. Bibliografia. APC. Disturbo Oppositivo Provocatorio. Retrieved from https://bit.ly/3yJIUxO Epicentro ISS. Sindrome da deficit di attenzione. Retrieved from https:// bit.ly/3nKt2os Gruppo Studi Cognitivi. ADHD Disturbo da deficit di attenzione iperattività. Retrieved from https://bit.ly/3RaU5XJ Istituto A.T. Beck (a). Disturbo della condotta – Bullismo – Aggressività. Retrieved from https://bit.ly/3Rf3eOT Istituto A.T. Beck (b). I disturbi del comportamento. Retrieved from https:// bit.ly/3AmqrZE Ospedale Maria Luigia (2022). Disturbo da Disregolazione dell’Umore Dirompente. Retrieved from https:// bit.ly/3ae6gSW Sanità Informazione (2021). Il disturbo esplosivo intermittente: come controllare la rabbia. Retrieved from https://bit.ly/3bQtoHs Società Italiana di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza (SINPIA) (2002). Linee guida del trattamento cognitivo comportamentale dei Disturbi da Deficit dell’Attenzione con Iperattività (ADHD). Retrieved from https:// bit.ly/3bKtEYB

Quando un compramento è disturbato? Aggressività Transdiagnostica

di Roberto Ghiaccio I disturbi del neurosviluppo sono principalmente spiegati da un’ipotesi di deficit cognitivo multiplo che sottolinea come i profili clinici siano il risultato di interazioni complesse tra diversi deficit cognitivi e fattori di rischio condivisi. Questi disturbi sono spesso caratterizzati dalla presenza concomitante di più di una condizione clinica, portando al fenomeno della comorbidità. La ricerca esistente ha mostrato chiaramente che vari problemi di sviluppo tendono a coesistere, e che i loro sintomi possono trovarsi lungo un continuum di gravità. Ciò che non è chiaro, tuttavia, è se i bambini con questi problemi concomitanti presentino due o più disturbi separati o diversi sintomi associati a una singola condizione sottostante, e se tale condizione eterotipica possa sconfinare in disturbi classificati in altre categorie diagnostiche. La comorbidità spesso significa che le traiettorie di sviluppo si intersecano per diversi disturbi afferenti anche a diverse sistemazioni nosografiche. Comprendere queste traiettorie e il modo in cui si intersecano può far luce sulla loro eziologia e sulla reciproca interdipendenza. Tale intreccio è ancor più complesso nei casi dei così detti disturbi del comportamento, quadri definiti dalla presenza da un modello persistente di comportamenti negativi, provocatori o che infrangono le regole che sono dirompenti e spropositati in vari basenti di vita. L’impulsività, che può essere definita come una sopravvalutazione della ricompensa a breve termine rispetto agli obiettivi a lungo termine, è collegata ad altri costrutti, come il controllo esecutivo e la disinibizione. Tratto transdiagnostico, l’impulsività è una caratteristica di molti disturbi che possono sembrare piuttosto distinti. In effetti, l’ADHD, il disturbo da gioco d’azzardo, i disturbi da uso di sostanze, il disturbo affettivo bipolare, il disturbo borderline di personalità e il disturbo da gioco su Internet condividono tutti il discontrollo degli impulsi come caratteristica prominente. La recente riclassificazione del DSM5, con la sua enfasi sulla dimensionalità, ha ulteriormente evidenziato l’impulsività, in parte attraverso l’inclusione di due nuovi raggruppamenti diagnostici: “ossessivo-compulsivo e disturbi correlati”, che sostiene uno spettro compulsivo-impulsivo, e dirompente. I dati di neuroimaging suggeriscono l’attivazione differenziale, la densità della materia grigia e la connettività funzionale nelle aree corticali, come la corteccia prefrontale, la corteccia orbitofrontale, la corteccia cingolata anteriore e l’amigdala. Perché esiste l’aggressività in natura? Da un punto di vista evolutivo i comportamenti aggressivi come, per esempio, l’attacco, la difesa e la minaccia, sono comunemente correlati alla competizione mirata ad ottenere risorse o all’accoppiamento o, ancora, alla sopravvivenza. Darwin nel 1871 è stato uno dei primi studiosi della storia che ha rivolto il suo interesse scientifico verso l’aggressività, occupandosi soprattutto dell’aggressività legata a ottenere opportunità di accoppiamento (la “selezione sessuale”) perché questa è la prima ragione per cui gli animali combattono con altri appartenenti della stessa specie oltre ad essere, senza dubbio, la tipologia di aggressività che più s i avvicina a quella degli esseri umani. Nei bambini e negli adolescenti il comportamento aggressivo è considerato uno dei più studiati predittori comportamentali di successivi problemi di adattabilità sociale ed è consistentemente correlato a scarsi successi scolastici. Inoltre, l’aggressività infantile è considerata un precursore evolutivo di comportamenti delinquenziali, abuso di sostanze, depressione ed anche suicidio. Tuttavia, non tutti i tipi di aggressività infantile sfociano in successivi problemi e lo sviluppo di sequele dei comportamenti aggressivi non è lo stesso per tutti gli individui. L’aggressività è considerata un costrutto eterogeneo che consiste di differenti sottodimensioni e la traiettoria evolutiva di un tipo di aggressività può non corrispondere a quella di un altro tipo di aggressività. I dati presenti in letteratura sostengono l’idea che lo sviluppo del comportamento violento è parte di un ampio schema di sviluppo deviante che usualmente inizia con un comportamento distruttivo no delinquenziale, che attualmente vede i suoi precursori rintracciabili sin dai primissimi anni di vita, ovvero dal terzo anno di vita in poi. La ricerca descrive un andamento alterno dei comportamenti aggressivi (overt) che, con un picco intorno al secondo anno di vita, diminuiscono nel corso dell’età di latenza grazie alla migliore acquisizione delle competenza linguistiche e sociali, per poi riprendere quota in adolescenza. Nel periodo prescolare l’iperattività può essere in taluni casi associata ad un comportamento antisociale a insorgenza precoce e persistente; in questi casi di solito sono associate anche difficoltà cognitive di vario genere e problemi relazionali con il gruppo dei pari. Non è affatto chiaro, però, se il deficit cognitivo, l’impulsività e l’iperattività rappresentino insieme un unico fattore di rischio o se, piuttosto, ciascun aspetto definisca un differente tipo di rischio concomitante. Numerosi autori sostengono che il comportamento antisociale che inizia nella prima infanzia ha molte più probabilità di persistere nel tempo che quello che inizia nell’adolescenza. È altamente probabile che la varietà a esordio precoce rappresenti una forma a eziopatogenesi diversa, in quanto ha molte più probabilità di essere associata ad iperattività, deficit attentivi e relazioni inadeguate con i coetanei. Tradizionalmente l’aggressività è stata distinta in ostile o affettiva (reattiva) o strumentale (proattiva) e solo la prima è associata ad impulsività. Inoltre, si può anche distinguere tra aggressività difensiva (provocata) e aggressività offensiva, cioè senza provocazione, e solo quest’ultima sembra destinata ad uno sviluppo antisociale. I sintomi dei disturbi mentali più comuni sono stati generalmente concettualizzati come rientranti in due grandi dimensioni sia negli adulti che nei bambini. Una dimensione è stata etichettata come ipercontrollata, angoscia o interiorizzante e include i sintomi dei disturbi emotivi come ritiro sociale, ansia e depressione. La seconda dimensione è stata etichettata come sottocontrollata, disinibita o esternalizzante e comprende vari comportamenti impulsivi, iperattivi, di uso di sostanze, dirompenti e aggressivi. Questi due domini della psicopatologia formano in modo robusto fattori separati in vari campioni di diversi gruppi di età che supportano modelli distinti di covariazione all’interno degli individui. Questo capitolo discute il controllo dirompente, degli impulsi, e disturbi della condotta e fornisce una panoramica di alcune questioni chiave nella classificazione di questi disturbi nei bambini e negli adolescenti. La categoria dei disturbi dirompenti, del controllo degli impulsi e della condotta fornisce il raggruppamento primario per i disturbi dirompenti nel Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-5). Questi sono un gruppo