Le origini del sorriso: una mini storia dell’umanità?

In un periodo così lungo di incertezze, sofferenze e autentiche tragedie, fa bene ricordare gli aspetti positivi connaturati alla nostra specie. Oggi parliamo di sorrisi e del potere che li rende muscolosissimi fattori di protezione per il nostro benessere psichico e per la nostra salute. Il sorriso è presente fin dagli ultimi stadi di sviluppo di un nascituro nel grembo materno, come evidente nelle immagini ottenute con tecnologia a ultrasuoni 3D in recenti ricerche. Sorridere è una delle facoltà di base, una predisposizione biologica dell’essere umano. I bambini iniziano molto presto a sorridere e sono i maggiori produttori di sorriso di tutte le età. Il sorriso è sia espressione di uno stato interno sia un formidabile acceleratore di relazione, ricco di significati e di conseguenze sociali. Secondo Paul Ekman, uno dei maggiori ricercatori al mondo per lo studio delle espressioni facciali, il sorriso è sempre un modo per esprimere gioia e soddisfazione, in tutte le culture e a tutte le latitudini; un segno universale interpretato ovunque in modo analogo, sia che si tratti di persone appartenenti a mondi sviluppati o di membri di tribù che vivono in ambienti primitivi e lontani da noi, con interazioni familiari e sociali molto diverse dalle nostre. Sorridere è contagioso, abbiamo tutti osservato che sollecita una risposta spontanea, e ha una funzione specifica importantissima nei confronti dell’ interlocutore: è largamente acquisito, in ottica evoluzionista,  che i segnali sociali  – come la “mostra silenziosa dei denti scoperti” – si siano sviluppati per consentire, a chi li invia, di manipolare il comportamento del destinatario. Ma andiamo un po’ più a fondo, perché i temi della paura, dell’aggressione, della difesa e della collaborazione sono centrali per ogni interpretazione delle vicende umane; dalle interazioni familiari a quelle sociali, dai temi di costruzione di civiltà a quelli di  entrata in guerra; nonostante lo straordinario sviluppo di tecnologie e condizioni di vita, gli esseri umani, dal punto di vista psicologico e relazionale, sono ancora vicini ai loro antenati più lontani.   Secondo un interessantissimo contributo di Michael S.A. Graziano, pubblicato quest’anno su Cambridge University Press online, il sorriso potrebbe essersi evoluto a partire da comportamenti difensivi. Graziano si chiede come mostrare i denti, che è una minaccia evidente, possa essersi evoluto in un segnale di non aggressività e ipotizza che la domanda sia sbagliata, perché esistono due modi di mostrare i denti: uno aggressivo e uno non aggressivo. Pensiamo a quando ci facciamo male e il dolore improvviso ci fa contrarre i muscoli del viso in una smorfia di sofferenza: in quel caso, socchiudiamo gli occhi e solleviamo il labbro superiore mostrando leggermente i denti. Per fare un altro esempio: se usciamo da una stanza buia all’aperto e ci troviamo in pieno sole, produrremo una reazione riflessiva chiudendo o socchiudendo gli occhi, le guance incurvate verso l’alto, con conseguente sollevamento del labbro superiore ed esposizione dei denti superiori. Questa esposizione non ha nulla a che fare con la minaccia. Secondo Graziano, l’espressione facciale di un sorriso forte e genuino assomiglia alle componenti difensive della reazione al sole improvviso qui descritta. Ora immaginiamo la scena: un incontro tra due scimmie che appartengono allo stesso gruppo sociale, che qui chiameremo Andy e Benny. Benny si fa molto vicino a Andy, lo minaccia apertamente e in questo modo innesca una reazione di difesa in Andy, che ha paura ed è meno propenso a lottare e più orientato a fuggire.  Il comportamento difensivo di Andy svolge il ruolo di stimolo iniziale, da cui può evolvere un segnale sociale. Benny, l’aggressore, è sensibile a un utile segnale ambientale ( la reazione di Andy) e alle informazioni che ne può ottenere per decidere il proprio comportamento. Vedendo che Andy è in notevole stato di stress, potrebbe approfittarne per sferrare l’attacco. Ma in un gruppo sociale, quale quello degli umani o delle scimmie, la collaborazione è importante: se dovesse arrivare una tigre dai denti sciabolati, meglio essere in molti a combatterla che da soli. Quindi, la probabilità che Benny continui l’attacco è molto ridotta. Tutto questo ovviamente non avviene a livello cognitivo cosciente, Benny non pensa “mi conviene lasciar stare Andy per un interesse superiore”: è piuttosto la selezione naturale che ha modellato i sistemi neurali di Benny, in direzione di un’ottimizzazione di azioni e reazioni che consentano un risultato migliore per il gruppo e per la sua sopravvivenza. Continuiamo con il nostro ragionamento: Benny decide di ridurre o addirittura arrestare il suo comportamento di attacco ad Andy. In questo modo può risparmiare energia e rischi. Anche in questo caso, non c’è una valutazione e una decisione, in cui l’aggressore pensa “non ho bisogno di combattere questo debole”: si tratta di un comportamento riflesso, frutto del modellamento dei sistemi neurali di Benny; una conseguenza della selezione naturale, che opera nell’interesse di Benny, di Andy e di tutto il gruppo. Per riassumere: la vista di un’ampia reazione difensiva in Andy all’avvicinarsi di Benny, innesca automaticamente una riduzione palese dell’aggressività di Benny. Finora, non c’è alcun segnale sociale: c’è solo un segnale ambientale (la reazione allarmata di Andy) al quale Benny si è evoluto per rispondere. Ma l’evoluzione consente ad Andy di amplificare il proprio comportamento difensivo, di renderlo più evidente, più clamoroso, più esteso e prolungato, e di farlo anche non in presenza di un Benny che lo minaccia davvero. All’interno di un contesto sociale, il comportamento è come un bottone, che Andy può premere per causare un cambiamento nel suo ambiente per ottenere un vantaggio: la selezione naturale ha fornito ad Andy un meccanismo per generare vantaggi relazionali. Torniamo al sorriso. È un comportamento che sollecita una distensione preventiva: i destinatari (quando non siamo in ambienti francamente patologici) e i loro sistemi neurali lo interpretano immediatamente e con precisione: possiamo dire che Andy si è evoluto per distribuire ed esagerare uno stimolo (nel nostro caso, alzare il labbro superiore in una smorfia di reazione a un dolore o a una sorgente di luce troppo forte) che avrà un effetto su Benny. Andy può utilizzare, riprodurre e perfezionare

Società egocentrica, il trionfo del narcisismo sui social networks

social networks narcisismo

Nella società odierna i social networks rivestono un ruolo di primaria importanza: sono canali di comunicazione, strumenti di socializzazione e vetrine per il proprio ego.In un precedente articolo abbiamo visto come i social possono influenzare l’immagine veicolata all’esterno, restituendo agli utenti una versione idealizzata di sé. Negli anni i media digitali sono profondamente cambiati: da strumenti di relazione sono diventati il mezzo preferito per una comunicazione egocentrica, basata sull’autocelebrazione. La tendenza a veicolare contenuti autocelebrativi è molto più forte nei soggetti con elevati livelli di narcisismo, per i quali i social networks diventano uno strumento di autoaffermazione. Cos’è il narcisismo? Il termine si presta a diverse interpretazioni, a seconda che venga utilizzato per descrivere un tratto della personalità, un concetto della teoria psicoanalitica o un problema socioculturale. Nella concezione comune, il narcisista è una persona egocentrica, egoista e vanitosa, accecata dall’amore per se stessa.La psicologia scinde il sano “amor proprio” dalla condotta del narcisista pervaso da grandiosità e necessità di ammirazione.L’individuo con disturbo narcisistico della personalità si sente speciale ed esagera la narrazione delle proprie qualità e traguardi, animato da fantasie di successo e potere. Narcisismo e social networks Nel narcisismo patologico, il narcisista crede fermamente di essere un eletto, una persona superiore. Tutto gira attorno a lui, il rapporto con gli altri si svuota di significato ed è caratterizzato dalla totale assenza di empatia. L’altro è una mera fonte di continue attenzioni e gratificazioni di cui il narcisista si nutre, mai sazio del desiderio di essere amato e ammirato. In quest’ottica i social networks diventano lo strumento ideale in cui dare sfogo alla propria autocelebrazione, in maniera unidirezionale e virale. Ed ecco che selfie, reel e stories diventano lo strumento prescelto per coltivare il proprio ego e raccogliere consensi. Una ricerca ha dimostrato che le persone con narcisismo tendono a ricercare maggiormente feedback relativi ai contenuti postati sui social (Żemojtel-Piotrowska et al., 2018). Questo vale sia per i social media di tipo testuale, che per quelli prettamente visivi, come Instagram. I social per i narcisisti rappresentano un mezzo per catturare l’attenzione degli altri utenti, ricercare consensi e conferme, alimentando la percezione di essere speciali e superiori alla media.

Vivere il mio presente nel qui e ora.

L’attenzione posta al vivere il qui e ora è un lavoro molto importante in ambito psicologico. Esso rappresenta il punto cruciale per la stabilire la relazione terapeuta-paziente. È lo strumento che serve come spunto di riflessione per il proprio vissuto emotivo e comportamentale. Il termine deriva dalla famosa citazione Latina di Orazio, “Hic et nunc”, per sottolineare un concetto spazio-temporale. Esso costituisce, in realtà, un modo per dare valore all’istante, al momento. Grazie alle discipline orientali, oggi si è molto diffusa l’idea del qui e ora, come opportunità personale per fermarsi un attimo e vivere il proprio presente, imparando a percepire emozioni, sensazioni, comportamenti propri e altrui. Il continuo progresso tecnologico ci sta abituando ad una velocità tale, che siamo già proiettati nel futuro senza renderci conto di cosa ci sta offrendo il presente. Se facciamo un viaggio, parte del nostro tempo lo utilizziamo per scattare delle foto, che poi ritocchiamo con filtri e condividiamo sui nostri social. Se ci stiamo allenando in palestra o all’aria aperta, c’è sempre tempo per un selfie da postare e commentare con gli altri. E così non diamo né attenzione né valore al nostro corpo. Siamo costantemente alla ricerca di una connessione digitale con gli altri che ci dimentichiamo che prima esistiamo noi. Apprezziamo o critichiamo le attività postate in rete da chiunque, al punto che non ci soffermiamo più sul nostro vivere il quotidiano. Un atteggiamento del genere, reiterato nel tempo, determina il focalizzare l’attenzione prevalentemente sugli altri e sulle loro opinioni, minando seriamente la nostra autostima. Ci adeguiamo alle opinioni altrui, come se fossero le nostre, solo perché non facciamo focus su di noi. Ci lamentiamo di non avere tempo a sufficienza per noi stessi e quando ne abbiamo l’opportunità non sappiamo apprezzarlo , continuando a dare attenzione alle cose che ci circondano. Per essere felici, bisogna saper vivere il presente. Quando il presente non c’è, non si è felici. Tutti sono capaci di dire “Come ero felice a vent’anni!” Che poi non è vero, non si era felici a vent’anni. Tutti sono capaci di vivere proiettandosi nel futuro: “Farò… dirò…” Il saggio, invece, è colui che realizza il presente (Luciano De Crescenzo)

Autismo ad alto funzionamento: caratteristiche e difficoltà

Introduzione al fenomeno Per autismo ad alto funzionamento si intende un disturbo dello spettro autistico che non impedisce di parlare, leggere, scrivere e gestire le azioni quotidiane della vita come mangiare e vestirsi. Tendenzialmente le persone con autismo ad alto funzionamento presentano un quoziente intellettivo di almeno 70 e sono in grado di svolgere diverse attività in modo autonomo. Tale condizione solitamente prevede una diagnosi tardiva sebbene i primi sintomi del Disturbo dello Spettro Autistico insorgono dai primi 3 anni di vita. Le risorse cognitive del bambino con autismo ad alto funzionamento compensano, infatti, le altre difficoltà, rendendo i primi segnali di disagio poco visibili e difficilmente riconducibili alla diagnosi corretta.Infatti, spesso il linguaggio segue uno sviluppo nella norma, ma risulta a volte bizzarro. L’interesse nelle relazioni sociali può essere presente, ma emergono diverse difficoltà nelle interazioni: la scarsa empatia, ossia la fatica a connettersi con le emozioni e i vissuti dell’altro, e la scarsa mentalizzazione, ovvero la difficoltà a rappresentarsi nella mente i pensieri e gli scopi dell’altro. Difficoltà verbali e non verbali nell’autismo Spesso in tali soggetti è presente anche la fatica a riconoscere e rispettare i turni di interazione. La difficoltà a sincronizzare il proprio linguaggio verbale e non verbale a seconda della situazione e delle regole sociali: ad esempio, può esserci la difficoltà ad adattare il registro linguistico, il tono di voce, il contatto visivo, la prossemica (cioè la vicinanza fisica all’interlocutore) e la gestualità a seconda della persona con cui si sta parlando, che può essere uno sconosciuto, il familiare o il migliore amico.A questi aspetti si aggiunge una scarsa consapevolezza emotiva ed una conseguente difficoltà a riconoscere e gestire le proprie emozioni e quelle altrui. Questo può provocare frequenti incomprensioni e reazioni emotive eccessive in diversi contesti relazionali. Caratteristiche e sensibilità Il funzionamento percettivo, cognitivo e di apprendimento di una persona con autismo ad alto funzionamento sono peculiari: oltre alla presenza di risorse cognitive medio-alte, vi è una predilezione per il canale sensoriale visivo, un’attenzione maggiore ai dettagli, una possibile preferenza per i compiti ripetitivi.Possono esserci interessi rigidi e stereotipati, spesso affini al loro sistema di funzionamento (ad esempio interessi legati ai numeri, date, collezionismo, etc.). La loro particolare sensibilità al cambiamento può rendere particolarmente complessa l’organizzazione e la gestione della giornata, in età evolutiva e in età adulta.Tali caratteristiche, unite alla diagnosi spesso molto tardiva, rendono più difficile l’adattamento ad alcuni contesti di vita, sempre caratterizzati da situazioni sociali per loro complesse. Questo comporta un fattore di rischio maggiore di sviluppo di disturbi dell’umore ed altri disturbi psicologici, di dispersione scolastica e di disoccupazione. Sostegno psicologico per soggetti con autismo E’ utile e raccomandato un percorso di sostegno psicologico, individuale e di gruppo, che abbia come obiettivo lo sviluppo delle capacità di consapevolezza e gestione delle proprie emozioni. Ma anche per lo sviluppo delle abilità sociali e di strategie di problem-solving nella gestione della pianificazione e della routine quotidiana.Queste tipologie di intervento, unito ad altri interventi educativi e sociali, possono favorire un adattamento migliore al contesto di vita ed accompagnare l’individuo nelle varie tappe evolutive, nella direzione di una vita soddisfacente e vissuta in autonomia.

Quando le vacanze sono fonte di ansia

In prossimità delle vacanze si verifica molto spesso un aumento di ansia e stati di malessere. “Non ho voglia di andare in vacanza, mi viene l’ansia solo a pensarci”, “L’idea di questo viaggio mi mette agitazione”, “Ho atteso questo momento tutto l’anno, eppure, adesso provo un senso di angoscia”. Nel periodo che precede le vacanze, in particolar modo quelle estive, le persone lamentano di frequente questi vissuti. Le vacanze, infatti, non sono sempre percepite come qualcosa di bello e piacevole e non sempre si traducono nell’esperienza grazie alla quale lasciar andare le tensioni accumulate, rallentare i ritmi e riposare la mente. L’ansia, di per sé, è quella tensione naturale che ci consente di gratificare i nostri bisogni e realizzarci. Tuttavia, se questa energia vitale si interrompe, l’esperienza, piuttosto che essere vissuta, viene evitata. L’ansia perde la sua funzione sana per assumere la forma di un sintomo o strutturarsi come disturbo. Il ruolo delle aspettative Molte persone caricano le vacanze di grandi aspettative. A volte sperano di trovarvi un punto di svolta alle proprie insoddisfazioni. Anticipano l’esperienza con fantasie idealizzanti, talvolta salvifiche, proiettando nel mondo esterno la responsabilità di sé e della propria vita. Vi è alla base un evitamento della realtà che è motivo di sforzo, ovvero, di una tensione che si accumula senza portare alla gratificazione e che genera malessere. Altre volte, vi sono anticipazioni negative e persino catastrofiche, che vanno a confermare le idee rigide e svalutanti su se stessi, sugli altri e sulla vita e le esperienze che si ripetono nel proprio copione. Vi sono poi le aspettative esterne. Le vacanze possono diventare un vero e proprio banco di prova. Un ‘dover’ dimostare agli altri di essere all’altezza dei modelli sociali da emulare. La paura di uscire dalla propria comfort zone Una difficoltà molto diffusa è quella di abbandonare i propri schemi, le proprie abitudini e, più profondamente, l’esigenza di controllo. Si tratta di uscire dalla propria zona di comfort che, sebbene rigida e limitante, offre familiarità e rassicurazione. Oltre questo spazio psicologico in cui ci sente protetti, emergono insicurezze, paure, conflitti irrisolti. Parti proprie inesplorate e/o rifiutate. Vi è il doversi confrontare con imprevisti ed esperienze che richiedono nuovi adattamenti. Ed al tempo stesso, quindi, con il cambiamento e la crescita. Il tempo libero e il vuoto La parola “vacanza” proviene dal verbo latino vacare, che vuol dire essere vuoto, libero. Il vuoto è un’esperienza che per lo più spaventa l’animo umano. In special modo nella cultura occidentale, che ostenta il fare e la produttività, sollecitando a riempire ogni spazio vuoto inteso come inutile, sterile. La maggior parte delle persone ha difficoltà a confrontarsi con l’assenza di struttura e con il tempo libero. A contattare la noia, lo stare in contatto con la realtà interna ed esterna senza appoggi esterni e senza far nulla. Ha difficoltà a sentire emozioni e bisogni naturali e ad accogliere il flusso continuo della propria coscienza. Ad assumersi la responsabilità di scelta di fronte alla propria libertà. Al di fuori di doveri, regole e condizionamenti introiettati dall’ambiente. Come sosteneva Kierkegaard, “l’angoscia è la vertigine della libertà“. Abbiamo dunque tutti bisogno di vacanza, di svuotarci. Di sperimentare lo spazio vuoto e libero da cui emerge il contatto autentico con noi stessi e con il mondo che ci circonda e da cui può esserci il nuovo come atto creativo e vitale.

Il ruolo della donna nella pubblicità

Il ruolo della donna nella pubblicità

Il ruolo della donna nella pubblicità è cambiato negli anni così come sono cambiati i valori legati al genere e all’essere donna. In questo articolo si fa riferimento al contesto italiano, nonostante tali cambiamenti siano avvenuti anche in altri Paesi. Nel secondo dopoguerra, in Italia si assiste al boom economico e si innesta il mercato di sostituzione dove si cerca di convincere le persone a prendere la nuova versione dei prodotti per sostituire quelle vecchie. La pubblicità è principalmente rivolta alle donne perché sono loro ad occuparsi della casa e quindi degli acquisti. Per i generi alimentari, l’immagine della donna è quella della moglie e casalinga perfetta, concentrata sulla casa e sui consumi, che si dedica alla cura dei figli. I prodotti beauty, invece, promettono il sogno dell’effimera bellezza con l’obiettivo di piacere ai propri uomini. Infine, per quanto riguarda gli elettrodomestici si punta molto sul beneficio funzionale e su come quel prodotto consente di risparmiare tempo. Successivamente, se la rivoluzione del ‘68 ha portato alla conquista di numerosi diritti, a livello pubblicitario c’è stato un effetto opposto. Le donne da casalinghe vengono rappresentate come meri corpi. Il loro unico scopo era quello di attirare l’attenzione attraverso sguardi ammiccanti e slogan rappresentanti doppi sensi a sfondo sessuale. Le donne vengono considerate solo come oggetto del desiderio maschile. Nella seconda metà degli anni 80’ fanno la loro prima comparsa in pubblicità le donne in carriera che sono tendenzialmente belle, eleganti e sicure di sé. Hanno, però, un abbigliamento tipicamente maschile, in quanto si tratta di una trasfigurazione al femminile di un ideale maschile di lavoratore.  All’inizio degli anni ’90 appare in pubblicità per la prima volta la figura di una donna aggressiva, che farebbe di tutto per guadagnarsi il suo posto nella società maschilista. Si cominciano a virilizzare alcuni atteggiamenti femminili che risultavano troppo dolci e gentili. Con gli anni 2000 e con la nascita dei social network, le donne cominciano a confrontarsi sulle rappresentazioni che le connotano in ambito pubblicitario. Non rispecchiandosi più in ruoli stereotipati e ben delineati, interagiscono con i contenuti pubblicati ed esprimono il loro dissenso. Nasce così il Femvertsing, che si propone di presentare modelli femminili forti, positivi e non standardizzati, al fine di superare gli stereotipi di genere. Il Femvertising non è però esente da rischi. Spesso le aziende posso farne un uso strumentalizzato solo per questioni di marketing e con scopi di lucro. È importante che gli spot basati sull’empowerment femminile non vengano solamente promossi, ma è soprattutto fondamentale integrare tali valori nella responsabilità sociale d’impresa. Ad esempio, adottano politiche aziendali che non discriminano per il genere.  Inoltre, è importante fare attenzione a non cristallizzare la donna in un nuovo ruolo. Infatti, il rischio del Femvertising è creare un’idea di donna impeccabile e imbattibile sul fronte lavorativo.  Successivamente un altro rischio è quello di ancorare l’autostima femminile alle forme del proprio corpo. Dunque, il Femvertising non deve affermarsi come una semplice moda perché altrimenti si rischia di banalizzare dei principi femministi molto importanti. Deve essere, infatti, seguito da una serie di politiche aziendali coerenti con tali valori. Questo è un esempio delle trasformazioni che il ruolo della donna ha avuto nella pubblicità in corrispondenza dei cambiamenti valoriali, storici e culturali e delle conseguenze che hanno portato.

La Psicologia Inversa

La psicologia inversa è un meccanismo manipolativo che si verifica quando cerchiamo di indurre nell’altro un atteggiamento opposto a quello che gli stiamo comunicando o che stiamo adottando. Un ambito di utilizzo è nel campo dell’educazione. Quando si vuole insegnare qualcosa o attivare un comportamento più funzionale ad un bambino o un ragazzo, come far mettere a posto la propria camera, mangiare un cibo nuovo, ecc. capita di ricorrere alla psicologia inversa.  Ad esempio, la psicologia inversa è utilizzata dai genitori per rendere alcune cose più attrattive ed interessanti per i bambini, come banalmente gli spinaci raccontando loro che servono a renderci forti come “braccio di ferro”.Un altro ambito di utilizzo di questa tecnica è quello relazionale, in cui si attivano negli altri comportamenti opposti a quello desiderato per condurlo a fare ciò che in realtà si desidera.  È un modo per giocare con la psiche umana. Infatti, la psicologia inversa tra adulti si usa nelle relazioni amicali o sentimentali, ma anche nelle realtà lavorative, dove il comportamento desiderato è ottenuto non solo rendendolo accattivante ma soprattutto puntando sulla perdita del valore che si avrebbe se non ci comporta in tal modo.  La percezione di perdere il valore di qualcosa è una forte spinta all’azione, dando la sensazione di scegliere autonomamente, anche se di fatto si viene guidati da un meccanismo di psicologia inversa. In certi contesti come l’educazione e l’amore è davvero giusto utilizzare la psicologia inversa?Quando si usa la psicologia inversa è importante chiedersi il motivo che spinge ad utilizzarla, quali sono gli obiettivi che si vogliono raggiungere e se sia il contesto e la relazione adeguata al suo uso.  Se la psicologia contraria è adottata per far mangiare le verdure ai bambini può andare bene, se invece è usata per raggiungere il successo sul lavoro o in una relazione d’amore, per ingannare il capo, i dipendenti o il partner non è la strategia relazionale più corretta ed efficace. I rischi e gli effetti dell’abuso della psicologia inversa  Sulla persona a cui viene rivolta possono essere la diminuzione della fiducia e della sicurezza in sé, la perdita di autostima e del senso di autonomia nelle proprie decisioni.  Inoltre, nella fase della costruzione dell’identità in adolescenza o nel caso di persone con un forte bisogno di auto-affermazione (situazioni in cui è molto probabile che funzionino le tecniche di psicologia inversa) il risvolto della medaglia è il rischio di influire negativamente sullo sviluppo del senso di responsabilità dell’altra persona e della sua capacità di comprendere cosa sia giusto e corretto e cosa no. La psicologia inversa può quindi essere utile in alcuni contesti ed occasioni per mostrare il valore e l’importanza di alcuni comportamenti che non si vogliono mettere in atto, ma resta una tecnica psicologica manipolatoria che utilizza le debolezze altrui per ottenere qualcosa che si desidera

L’agire inclusivo nei contesti educativi

L’agire inclusivo nei contesti educativi richiede gli sforzi coordinati non solo del team docente, ma dell’intera istituzione scolastica. A tal proposito il Decreto legislatico 96/2019 declina il principio di accomodamento ragionevole, intendendo gli adattamenti di varia natura che bisogna predisporre per le persone con particolari bisogni educativi, affinchè possano godere ed esercitare i diritti umani e le libertà fondamentali.

Disturbo dissociativo dell’identità: il caso Milligan

L’area dei disturbi mentali e delle problematiche psicologiche e psichiatriche ha da sempre riscosso tanto interesse nei non addetti ai lavori e anche nella cultura pop, tanto da ispirare film, libri e serie tv. Il disturbo che ha generato grande interesse e rappresentazioni di ogni genere è il disturbo dissociativo dell’identità o disturbo da personalità multipla, anche grazie alla sua complessità e difficoltà nel comprenderlo. La dissociazione Con il termine dissociazione si intente la disconnessione o dis-integrazione di alcuni processi psichici dell’individuo. Essa causa una mancata connessione e integrazione delle varie funzioni della mente, tra cui pensiero, memoria e senso di identità. La dissociazione è il processo psicopatogeno principale che caratterizza il disturbo dissociativo dell’identità. Il disturbo dissociativo dell’identità In passato chiamato anche disturbo da personalità multipla, il disturbo dissociativo dell’identità è presente all’interno del DSM 5 e i criteri per la sua diagnosi sono i seguenti: presenza di 2 o più stati di personalità o identità, con notevole discontinuità nel loro senso di sé e nel senso di agire; lacune nella memoria per eventi di tutti i giorni, per importanti informazioni personali e per informazioni ed eventi traumatici che non sarebbero normalmente dimenticati; i sintomi causano un enorme disagio o compromettono significativamente il funzionamento sociale o lavorativo; i sintomi non possono essere meglio giustificati da un altro disturbo, dagli effetti da intossicazione da alcol, da parte di pratiche culturali o religiose largamente accettate. Il disturbo dissociativo di solito si verifica in persone che hanno vissuto un grave stress o un trauma durante l’infanzia. Un abuso grave e cronico (fisico, sessuale o emotivo) e un abbandono durante l’infanzia vengono frequentemente riportati e documentati nei pazienti affetti da disturbi dissociativi.   In bambini gravemente maltrattati, molte aree dell’identità che devono fondersi attraverso le esperienze infantili restano invece separate. Nel corso del tempo, i bambini maltrattati possono sviluppare una crescente capacità di sfuggire al maltrattamento “allontanandosi” dal loro ambiente fisico ostile, oppure “ritirandosi” nella propria mente. Ogni fase evolutiva o esperienza traumatica può essere usata per generare un’identità differente. Il caso Milligan Tra i casi più conosciuti e famosi di disturbo dissociativo dell’identità c’è sicuramente quello di William Stanley Milligan, la cui storia è riportata nel libro “Una stanza piena di gente” di Daniel Keyes e nella docu-serie “I 24 volti di Billy Milligan” presente su Netflix. La storia di Milligan ha liberamente ispirato anche il film “Split” (2017). William Stanley Milligan è stato il primo individuo della storia degli Stati Uniti a essere stato dichiarato non colpevole di gravi crimini per ragioni di infermità mentale, in quanto affetto da disturbo dissociativo dell’identità. Billy Milligan, a soli 26 anni, fu condannato dopo essere stato arrestato per rapimento, stupro e rapina di tre studentesse universitarie nel 1977in Ohio. Milligan, tuttavia, sosteneva di non ricordare di aver fatto ciò per cui era accusato, mostrandosi confuso. Nel corso dei vari interrogatori e delle consultazioni con i legali e gli psicologi, emerse che in Milligan erano presenti 24 personalità, che convivevano tra di loro, che avevano specifiche caratteristiche e abilità e che, in base alla situazione e agli eventi, prendevano “il posto”, ovvero prendevano possesso della coscienza e si interfacciavano con il mondo esterno. Per esempio, la personalità Ragen, iugoslavo, guardiano dell’odio, che aveva una forza straordinaria, prendeva il controllo della coscienza nei luoghi pericolosi o in caso di pericolo. Nei luoghi sicuri dominava invece Arthur, inglese, razionale, freddo, colto e brillante, il primo a scoprire l’esistenza degli altri e a decidere chi poteva prendere il controllo della coscienza. Quando invece si doveva trattare con gli esterni, Allen prendeva il posto. Nei momenti di dolore e male fisico e psicologico, David, un bambino di 8 anni, prendeva il posto in quanto guardiano del dolore. E così via. Ognuna delle altre personalità aveva sue caratteristiche personologiche, fisiche e psichiche specifiche e ognuna di loro “prendeva il posto” nel momento in cui poteva essere più utili per garantire la sopravvivenza di Billy. In seguito a numerose perizie psichiatriche, a Milligan venne diagnosticato il disturbo dissociativo dell’identità, all’epoca definito anche come disturbo da personalità multipla, che fino al 1980 era poco conosciuto nell’ambito scientifico. In seguito a tale diagnosi, Milligan venne affidato alle cure dell’Ospedale psichiatrico Harding Hospital. Il lavoro di cura consisteva nel far prendere coscienza a Billy della presenza di numerose personalità al suo interno, con la finalità di mettere in atto una “fusione”, cioè riunire le varie caratteristiche delle personalità all’interno del “Billy originario”. Tale lavoro di fusione permise a Milligan di affrontare in maniera cosciente e presente il processo, durante il quale venne dichiarato non colpevole per infermità mentale. Seppur colpevole di essere il responsabile delle azioni, venne riconosciuto non mentalmente presente nel momento in cui venivano commesse. La conoscenza dei fatti e delle esperienze vissute da Billy nella sua vita si deve all’emergere di un’ultima personalità, uscita allo scoperto durante il lavoro di fusione: “Il Maestro”, il quale non è altro che la somma di tutti i 23 alter ego fusi in uno solo, unico possessore di tutti i ricordi di ciascuna personalità, il vero Billy. Casi come questo mostrano quanto sia affascinante e allo stesso tempo complessa la mente umana, in grado di creare personalità diverse per proteggersi dal pericolo. La visita nella “stanza piena di gente” che è stata la psiche di Billy Milligan lascia “sconvolti e turbati, ma ci induce a riflettere sull’abisso nascosto di ogni uomo”. In conclusione, alcuni consigli cinefili riguardanti la tematica del Disturbo dissociativo dell’identità: Split (2017), Shutter Island (2010), Sybil (2007), Secret Window (2004), Io me e Irene (2000), Fight Club (1999), Schegge di paura (1997), Psycho (1960). Come serie tv alcuni esempi sono: Mr Robot, Moon Knight, Bates Motel, United States of Tara. Fonti – Keyes Daniel (1982). “Una stanza piena di gente. Un uomo, 24 personalità: la storia vera che ha sconvolto l’America”. Casa Editrice Nord. – American Psychiatric Association (2013). Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, Fifth Edition. Arlington, VA, American Psychiatric Association. – Docu-serie“I 24 volti di Billy Milligan”. Dir.