La salute delle donne in epoca COVID. Alcune riflessioni sull’accesso alla cura

di Francesca Dicè da Psicologinews Scientific La salute psicofisica delle persone, gravemente compromessa dalla diffusione della pandemia da SARS-COVID- 19, è uno degli argomenti più trattati di questo periodo; in particolare, le questioni legate alla salute del femminile sembra caratterizzarsi di specifiche peculiarità. C’è innanzitutto da dire che, secondo le statistiche sanitarie, le donne sembrano essere meno colpite dal COVID-19 rispetto agli uomini (Gagliardi et al., 2020), probabilmente a causa di alcuni fattori fisici (come la minore tendenza al tabagismo ed ad una r i s p o s t a immunitaria più pronta ed efficace) ma anche di maggiore attitudine a dedicare uno spazio significativo della propria quotidianità alla cura personale. È pertanto probabile, dunque, che le donne stiano mettendo in atto con maggiore rigore le buone pratiche ed i comportamenti volti al contenimento dell’infezione, richiesti dagli organi ministeriali. D’altra parte, è generalmente riconosciuto che le donne siano delle ottime promotrici delle buone prassi volte alla promozione della salute e che, in questo, siano molto sostenute dalle strutture sanitarie grazie alle loro programmazioni volte allo screening ed alla prevenzione delle patologie femminili. Ciononostante, in questo periodo, per motivazioni comprensibilmente dovute alla prudenza necessaria ad evitare il contagio, negli ultimi mesi si sono rivolte in misura minore alle strutture sanitarie per controllare la loro condizione medica (Sharpless, 2020). In particolare, le istituzioni sanitarie hanno più volte dato l’allarme per il calo degli screening relativi al cancro al seno, evidenziando la necessità di riprendere il prima possibile le attività al fine di evitare gravi conseguenze cliniche quali l’aumento della mortalità o il peggioramento delle condizioni di salute (Humanitas, 2020). In altri termini, l’attenzione e la protezione di un aspetto della propria salute sta sostituendo la cura di tutti gli altri. Per quanto è di nostra competenza di comunità psicologica, dobbiamo necessariamente evidenziare come, accanto alla gravità delle condizioni fisiche, questo allarme riguardi anche l’importante aumento del rischio psicopatologico nelle donne. È ben noto infatti come l’essere affette da cancro al seno comporti vissuti di ansia, depressione, rabbia ed ostilità (Martino et al. 2019a) nonché di svalutazione del proprio ruolo di genere o, in riferimento alle loro relazioni familiari, di senso di colpa per non essere sufficientemente disponibili al loro consueto ruolo accuditivo (Martino et al. 2019b). Dunque, una donna ammalata di cancro a l s e n o , a n c h e e s o p r a t t u t t o nell’auspicabile caso in cui guarisca definitivamente, sarà anche una donna portatrice di importanti fragilità emozionali che potrebbero costituire un importante rischio per la sua salute psicologica e che andrebbero a sommarsi all’indebolimento psichico dovuto alle molteplici difficoltà della pandemia. Tutto ciò non può essere oltremodo sottovalutato. È dunque necessario che la nostra comunità scientifica si allinei c o n f o r z a a l l e c a m p a g n e d i sensibilizzazione operate da parte delle strutture sanitarie, affinché le donne non trascurino in alcun modo, seppure per proteggersi dal rischio di contagio dal COVID-19, il ricorso alle buone prassi legate allo screening ed alla prevenzione dalle malattie fisiche, in particolare quelle gravi come il cancro al seno. Ciò in ragione di preservare la loro sanità in tutti i suoi aspetti, medici e psicologici, e di tutelare completamente la loro salute. Bibliografia Gagliardi MC, Ortona E & Ruggieri A. (2020) Di f ferenze di genere in COVID-19: possibili meccanismi. R e t r i e v e d f r o m h t t p s : / / www.epicentro.iss.it/coronavirus/sars-cov- 2-differenze-genere-possibili-meccanismi Humanitas (2020). COVID-19 e tumori: la riduzione degli screening e il calo delle diagnosi . Ret r ieved f rom https:// www.humanitas.it/news/covid-19-tumori-lariduzione-degli-screening-calo-delle-diagnosi/ Martino ML, Gargiulo A., Lemmo D. & Margherita G. (2019a). Cancer Blog Narratives: The Experience of Under Fifty Women with Breast Cancer during Different Times after Diagnosis. The Qualitative Report, 24(1):158-173. R e t r i e v e d f r o m h t t p s : / / nsuworks.nova.edu/tqr/vol24/iss1/13 Martino ML, Lemmo D, Gargiulo A, Barberio D, Abate V, Avino F & Tortoriello R (2019b) Underfifty Women and Breast Cancer: Narrative Markers of Meaning Making in Traumat ic Exper ience. Frontiers Psychology, 10:618. doi: 10.3389/fpsyg.2019.00618 Sharpless NE (2020). COVID-19 and cancer. Science 368(6497):1290 DOI: 10.1126/science.abd3377

Racconto: Ragione e sentimento

di Ida Esposito da Psicologinews Scientific Non ne faccio una buona! Ha ragione Michele, non sono capace di tenere in ordine neanche in casa… eppure vorrei che fosse più gentile con me, invece mi rinfaccia tutte le mie mancanze. Ieri sera, ad esempio, è tornato a casa dopo essere stato tutto il giorno in cerca di lavoro, mi ha trovata davanti alla TV, è successo un putiferio……. ma lo capisco, lui cerca lavoro nonostante nessuno abbia ancora compreso il suo valore ed io invece me ne sto comodamente a casa. Ma non importa, la prossima volta starò più attenta, farò un respiro profondo e quando tornerà a casa, di nuovo nervoso, come sempre ormai, mi controllerò e non risponderò a nessuna delle sue accuse così dopo un po’ gli passerà e verrà a scusarsi con me e sarà di nuovo tutto come prima…….sì, come prima.. all’inizio che stavamo insieme. Non dimenticherò mai la prima volta che ci siamo baciati, io ero scoppiata a piangere mentre prendevamo il caffè al bar, lui mi ha chiesto. “Perchè?” Io, senza quasi conoscerlo, istintivamente gli ho risposto: ” Ho litigato con i miei !” Lui mi ha chiesto : “Perché?” “Mi credono un’incapace, criticano ogni mia scelta. Sai cosa penso? Non credo mi abbiano mai amato, in realtà non so neanche se mi abbiano veramente voluto o se sono capitata per caso…” Lui mi ha sorriso, mi ha accarezzato la faccia e guardandomi dritta negli occhi mi ha detto: ” Non piangere, i tuoi sono degli stupidi e non meritano le tue lacrime. Da oggi in poi non permetterò più a nessuno di farti piangere!”. Poi mi ha baciata e mi ha portato via con se….. Da allora quante cose sono cambiate… ho lasciato il lavoro per seguirlo a Milano, facevo l’operaia in una fabbrica di gelati, mi trovavo bene, mi pagavano per quello che mi serviva, ma non mi è dispiaciuto mollare tutto. In fondo non me ne fregava niente dei colleghi, sembravano anche dispiaciuti, alcuni, ma si sa – la gente finge!-. e poi Michele mi diceva che avrebbe pensato a tutto lui. Avrebbe pensato lui a me, ed io gli ho creduto. Finalmente non avevo più bisogno di badare a me stessa, di mostrare ai miei che sono capace di mantenere uno schifo di lavoro. Bastava che mi occupassi solo di noi due, io e Michele, insieme per sempre… Eppure ora che ci penso, Ormai non ricordo neanche più il tempo in cui assomigliava al mio cavaliere in armatura scintillante. Può sembrare strano ma oggi di scintillante ricordo solo il riflesso della lampada operatoria che mi hanno puntato in faccia l’ultima volta che sono stata in ospedale. Mi hanno ricucito in anestesia locale, sei punti sulla guancia destra. Al pronto soccorso ho raccontato che sono inciampata in cucina e che sono rovinata sul ceppo dei coltelli lasciati fuori posto. Ed effettivamente potrebbe essere successo realmente così data la mia sbadataggine . A volte me la racconto proprio così …… Michele mi ha portato in ospedale, aveva tutta l’aria di un fidanzato premuroso e spaventato, ma quando sono tornata a casa gliel’ho rinfacciata la questione del coltello e lui di risposta, con la solita area da cane bastonato mi ha giurato che è stato solo un momento di rabbia . Mi ha precisato, come spesso avviene, che di certo io sono l’unica donna che e’ stata capace di fargli perdere la testa. Il giorno dopo e tutti i giorni per un mese intero mi ha regalato rose rosse …. Non mi sono mai vista come una capace di far perdere la testa agli uomini, anzi mi sono sempre considerata il brutto anatroccolo della compagnia, ogni mia compagna è sempre stata più bella, attraente e capace di me. Nonostante ciò, stranamente, c’è ne sono stati di uomini che mi hanno guardato e spesse volte con intenzioni poco romantiche, ma si sa, gli uomini non si fanno problemi. Adesso, però, non è più tempo di perdermi in pensieri negativi! I cinque minuti che dice il bugiardino sono abbondantemente passati… faccio un respiro profondo e dopo con decisione aprirò la porta del bagno. Meglio farla da sola questa cosa… d’altra parte non c’è un’amica di cui mi fidi e Michele è l’ultimo a cui potrei dirlo. Io sono un tipo regolare, ogni 28 giorni, come un orologio, è sempre stata l’unica cosa stabile della mia vita! Perciò, ieri, dopo sette giorni di ritardo, mi sono fatta coraggio e ho chiesto alla commessa della farmacia un test di gravidanza. Mi sono fatta di mille colori, come una tredicenne beccata in peccato, ma oggi in realtà di anni ne compio trenta! Eppure non riesco a pensare a me come ad una trentenne… come hanno fatto a passarmi tutti questi anni addosso senza che me ne accorgessi?! Oggi compio trent’anni e dietro la porta di questo bagno potrebbe esserci una bella sorpresa, un regalo tutto per me, solo per me, un figlio mio! Non sarei mai più sola…. Ma se non mi andasse bene neanche questa cosa farò? Che alternativa avrei, con Michele non ci resto se non mi dà almeno un figlio, potrebbe essere l’unico modo per risarcirmi di tutte le cose brutte che ho dovuto sopportare! Dai miei non ci torno di certo, la soddisfazione di sentirmi dire “Te l’avevamo detto! Sbagli sempre”, non gliela do. Senza un figlio, senza un uomo, senza un lavoro, senza una famiglia, cosa mi resterebbe? Solo quella faccia di plastica della dottoressa che mi ha incastrato al consultorio famigliare, dove mi ha portata Camilla, la nostra vicina, quella volta che mi ha vista piangere di rabbia fuori all’uscio della porta perchè Michele mi aveva punita chiudendomi fuori casa. Dottoressa poi…. Forse una psicologa? Mi pare. Ha finto di interessarsi a me come di certo farà con tutte le disgraziate che le capitano ogni giorno. Mi ha detto che se ho bisogno di lasciare casa lì possono aiutarmi. Ho sorriso, finta come lei, ho ringraziato ma le ho detto che

Il vortice dell’ansia. Alterazioni psicopatologiche e trattamento nelle esperienze ansiose

di Veronica Iorio da Psicologinews Scientific L’ansia è un’esperienza di per sé naturale che può tramutare in forme patologiche fino ad assumere il volto di una sofferenza dilaniante. Quest o ar t icol o par te da uno sguardo fenomenologico sulle modificazioni del vissuto nelle condizioni ansiose. Si sofferma poi, in particolare, sul rapporto che l’individuo vive con la realtà interna ed esterna, in termini sia di interruzioni del contatto sia di alterazioni delle strutture e funzioni psichiche, secondo un approccio integrato di psicoterapia della Gestalt e Analisi Transazionale. Si conclude, infine, con una breve esposizione dell’intervento mirato al recupero del naturale fluire dell’esperienza e al superamento delle modalità copionali che impediscono il soddisfacimento dei bisogni del presente. Ansia e angoscia: definizioni Il tema dell’ansia richiede una trattazione congiunta di ansia e angoscia. Entrambi i termini derivano dal latino: ‘ansia’ dal latino tardo anxia, da angere ‘stringere’, ed ‘angoscia’ dal latino angustia ‘strettezza’. Spesso l’ansia è assimilata all’angoscia poiché la distinzione terminologica appartiene solo alle lingue di origine latina. L’inglese e il tedesco p o s s i e d o n o i n f a t t i u n ’ u n i c a p a r o l a , rispettivamente anxiety e Angst. In ambito clinico ansia e angoscia talvolta sono considerate equivalenti, talvolta distinte e l’impiego dei due termini è molteplice. Gli psicologi in genere parlano di ansia, gli psicoanalisti preferiscono parlare di angoscia, gli psichiatri tendono ad individuare l’ansia nella presenza di sintomi psichici e l’angoscia in una concomitanza di manifestazioni psichiche e somatiche. Di frequente l’angoscia viene identificata come uno stadio più grave dell’ansia e più prossimo alla patologia, connesso ad un grado maggiore di sofferenza e coinvolgimento somatico. Eugenio Borgna utilizza i due termini in modo interscambiabile, benché riconosca una maggiore pregnanza semantica nel termine angoscia. In questa sede, si adotterà la sua posizione. Nel dizionario della lingua italiana di Salvatore Battaglia l’ansia corrisponde ad uno “stato t o rme n t o s o d e l l ’ a n ima , p r o v o c a t o dall’incertezza circa il conseguimento di un bene sperato o la minaccia di un male temuto”. L’angoscia è descritta come un “senso di soffocamento, oppressione che genera agitazione, affanno, difficoltà a respirare, ansito”. “Sofferenza fisica o morale, acuta, tormentosa, in cui l’uomo teme di soccombere; preoccupazione assillante che non dà respiro; inquietudine, ansia ossessiva”. “Stato di malessere soprattutto fisico, ma sempre mescolato di apprensione vitale, vicino alle manifestazioni di affettività primordiale, quando l’essere si sente minacciato nella sua esistenza senza saperne bene le cause o senza poter provvedere ai rimedi”. La categoria dell’angoscia è entrata nel pensiero occidentale attraverso la vicenda umana di Kierkegaard. Ampiamente discussa in ambito filosofico, ha raggiunto la sua massima elaborazione in psicopatologia. Nel 1997 V. E. von Gebsattel scrive: “L’angoscia ha cessato dall’essere la questione privata della singola persona. L’umanità occidentale in generale è immersa nell’angoscia e nella paura: un determinato present imento di minaccia terribilmente incombente sconvolge la certezza ontologica della persona umana. L’invadenza del fenomeno dell’angoscia, che da cento anni cresce vertiginosamente, ha raggiunto un’intensità mai sperimentata fino ad oggi”. Secondo Borgna, vi sono tre categorie dell’angoscia: l’angoscia esistenziale, che fa parte della vita, in quanto emozione radicale e costitutiva della condizione umana, l’angoscia nevrotica, che nasce dai conflitti, come espressione di ferite infantili spesso caratterizzate dalla solitudine e dall’abbandono, e l’angoscia psicotica propria dell’esperienza depressiva devastata dal desiderio di morire e dalla colpa. Nella depressione l’angoscia assume la sua forma più dilaniante. Il fluire della vita si arresta e l ’ e s i s t enz a s i t r a sfigur a divent ando un’esperienza sconvolgente. Dall’ansia naturale all’ansia patologica L’ansia è un fenomeno che si manifesta lungo un continuum che va da uno stato di attivazione naturale dell’organismo a forme gravi di patologia. Nella psicoterapia della Gestalt l’ansia corrisponde ad una eccitazione, un’energia vitale e creativa fondamentale per la sopravvivenza e la gratificazione dei bisogni. Tale energia cresce, decresce o si mantiene stabile durante il ciclo naturale dell’esperienza, in funzione delle esigenze autoregolative e adattive proprie dell’organismo. Tuttavia, per varie ragioni questo libero fluire di vitalità può interrompersi e l’ansia diventa un malessere. L’eccitazione si realizza in qualsiasi tipo di contatto forte e consiste in un aumento nell’intensità del processo metabolico di ossidazione d e l l e sostanze n u t r i t i v e immagazzinate. Con il bisogno di maggiore aria, l’organismo aumenta in modo spontaneo il ritmo e l’ampiezza della respirazione. Se invece i n t e r v i e n e u n t e n t a t i v o d i c o n t r o l l o sull’eccitazione, l’intensificarsi della respirazione si blocca e si genera un vuoto che richiama altra aria. L’ansia nasce da una costrizione involontaria del petto che priva l’organismo della quantità adeguata di ossigeno e rappresenta l’esito del conflitto tra l’eccitazione e l’autocontrollo. Secondo Fritz Perls l’uomo moderno tende ad escludere dall’area della consapevolezza la continuità della sua esperienza poiché considera l’emozione come un turbamento da evitare. Ogni mome n t o d e l l ’ e s i s t e n z a è c o n n o t a t o emotivamente ed ogni emozione è di per sé un’eccitazione. Pertanto, in condizioni naturali l’energia scorre in modo continuo nello scorrere ininterrotto dell’esperienza. Tuttavia, nella società occidentale le qualità della calma e della ragione sono stimate più dell’emotività. Una sorta di “crociata a favore del controllo delle emozioni” insegna ai bambini a reprimere i propri vissuti piuttosto che ad esprimerli, a privilegiare le esigenze del mondo esterno, ritenute reali, a scapito del sentire. Perls afferma: “Nella misura in cui il vostro senso di realtà è stato distaccato dalla vostra personalità odierna, il tentativo di sperimentare la realtà farà insorgere in voi l’angoscia (mascherata forse come stanchezza, noia, impazienza, fastidio), e ciò che specificamente

Adolescenti isolati

di Giulia Tarabbo da Psicologinews Scientific Gli adolescenti mostrano un profondo disagio emotivo conseguente l’isolamento e le restrizioni alla loro libertà. Essere adolescenti oggi significa vivere confinati nelle proprie camere e isolati dai coetanei. Tutto ciò ha ripercussioni sulle loro vite emotive e si manifestano in profondi disagi psicologici. Spesso ci troviamo difronte ragazzi che cercano un contenimento alle loro angosce. Il nostro intervento si articola intorno alle storie psichiche che di volta in volta sfilano difronte a noi. Osserviamo la vita con i loro occhi e proviamo ad assumere un atteggiamento empatico e distaccato, cercando di stimolare quel processo di crescita ed autodeterminazione, di separazione ed individuazione che dovrebbe appartenere agli adolescenti. La pandemia e le conseguenti misure per il contenimento hanno costretto noi tutti ad uno stile di vita molto lontano da quello a cui eravamo abituati. Il vivere privati di qualsiasi forma di svago e socializzazione ha portato alla luce ombre di cui avevamo il sentore. Gli adolescenti, a causa anche del periodo di vita che si trovano a vivere, rappresentano la lente d’ingrandimento dei disagi che pian piano emergono. Per limitare i contagi è stato chiesto, soprattutto in Campania, a tutti gli studenti di rinunciare alla scuola, a favore di una didattica definita “a distanza”. In conseguenza di tale decisione i bambini ed i ragazzi si sono adeguati ad uno stile di vita che li vuole arenati sui letti e sui divani davanti ad un piccolo schermo alla ricerca di un contatto con coetanei, e di un sapere scolastico che dovrebbe essere loro tramesso attraverso il web. Lontano dall’idea di dare un pensiero sull’appropriatezza di tali provvedimenti, appare opportuno però osservare le loro conseguenze e provare a prevenire o quantomeno lenire il dolore psichico che emerge dalla storia che i ragazzi ci raccontano. Chiudere la scuola ha significato una forte forma di isolamento dai pari. Le loro relazioni sociali si sono ridotte a quelle veicolate dal web: chat, giochi online, social e gruppi whattapp hanno rappresentato, nell’ultimo anno, l’unica modalità comunicativa e di relazione. Sembra pertanto opportuno domandarsi cosa significa per gli adolescenti perdere il contatto con i coetanei, a cosa hanno dovuto rinunciare durante quest’anno. Le conseguenze legate alla necessità di tenere lontani i ragazzi gli uni dagli altri sono osservabili nella pratica clinica, dove con sempre crescente preoccupazione si osserva il manifestarsi di quadri psicopatologici complessi e diversificati. Forme di autolesionismo, anoressia e più in generale disturbi del comportamento alimentare, disturbi ossessivo compulsivo, depressione, ansia sociale sono solo alcuni tra le sintomatologie osservate ed in forte crescita tra gli adolescenti. Già prima che fossero adottate le misure di prevenzione al Covid si osservava un malessere che si esplicava in atteggiamenti di distanziamento sociale e che aveva come conseguenza l’utilizzo di Internet come unico ponte di socializzazione. Il mondo per molti adolescenti era pericoloso, ed oggi questa pericolosità è ancor più marcata poiché li abbiamo privati dei contatti con i coetanei rendendo così la rete amicale fragile. “I legami d’amicizia sono definiti come relazioni interpersonali stabili nel tempo, di natura intima e privata, frutto di scelte volontarie, i quali si riconoscono nella relazione, con reciproco sostegno e piacere nello stare insieme e nel condividere esperienza. Tali relazioni rivestono nello sviluppo un ruolo maggiormente rilevate rispetto ai rapporti con i coetanei più in generale.” (Rischi in adolescenza. Comportamenti problematici e disturbi emotivi, Acura di Elena Cattaneo. Carocci Ed. pag.91). È stata osservata l’esistenza di una correlazione tra legami amicali e adattamento. Da ciò si desume che privare gli adolescenti della possibilità di istaurare legami d’amicizia aumenta notevolmente la possibilità che si manifesti malessere psicologico. In oltre il gruppo dei pari svolge un ruolo fondamentale nel promuovere lo sviluppo verso l’età adulta e soprattutto promuove l’acquisizione dell’autonomia e della ridefinizione della loro identità. Costringendoli in un ambiente domestico per tanto tempo, il processo di separazione ed individuazione che in questa fase evolutiva rappresenta un’importantissima tappa, ha subito un arresto importate. I ragazzi si sono ritrovati ad essere nuovamente figli piccoli e dipendenti di genitori controllanti e accudenti. Ciò il ha ricollocati ad una fase dello sviluppo evolutivo precedente costringendoli ad una profonda frustrazione dei loro bisogni evolutivi ed emotivi. La loro identità, che nel gruppo dei pari trova possibilità di sperimentarsi e sostegno per le angosce e le paure legate al vivere esperienza di vita nuove, ha perso la possibilità di strutturarsi e fortificarsi nel rispecchiamento con i coetanei. Va fatta in oltre un’ulteriore osservazione, questi adolescenti sono gli stessi a cui da sempre viene rimproverato l’uso eccessivo dei dispositivi elettronici. A causa di utilizzo privo di buon senso e di una mancata educazione in tal direzione, i ragazzi si trovano sprovvisti anche delle più rudimentali capacità di socializzare di persona. L’uso delle chat ha preso il posto, ormai quasi completamente, degli incontri e delle relazioni vis a vis. Supportati e sostenuti dalle norme ora in vigore sembra che non abbiano motivazioni per uscire dalle loro tane casalinghe. Si viene a creare così un circolo vizioso perverso in cui ai ragazzi viene vietato di fare ciò che li consentirebbe di adempiere ai loro compiti evoluti e loro, frustrati da queste privazioni, si ancorano sempre di più a quei comportamenti che li mettono al riparo dal rischio di una relazione autentica e concreta. Ed in questo continuo oscillare tra proibizioni e paure che si instaura il malessere psicologico. Dove il sintomo, nelle sue varie declinazioni diventa il simbolo di una mancata capacità da parte di noi adulti di assolvere al ruolo di “base sicura”, di “madre sufficientemente buona”. Tale mancanza appartiene al periodo precedente la pandemia, l’isolamento sociale e le angosce legate alle paure fisiologiche conseguenti il periodo contestuale. Oggi, purtroppo, raccogliamo i frutti di una mancata capacità di supporto emotivo nei confronti di bambini ed adolescenti, che precede il Covid, le cui cause vanno ricercate nelle modalità relazionali adottate. Bibliografia Rischi in adolescenza. Comportamenti problematici e disturbi emotivi, Acura di Elena Cattaneo. Carocci Ed. Il gioco che guarisce. La psicoterapia della Gestalt con bambini ed adolescenti.

LO PSICOLOGO NELLA SCUOLA “INCLUSIVA”

di Monica Gianfico da Psicologinews Scientific Nella scuola italiana gli alunni con Bisogni Educativi Speciali sono in aumento ed emerge la necessità della presenza costante della figura dello Psicologo che promuova l’Inclusione Scolastica. L’Articolo 1 della Legge 18 febbraio 1989 n. 56 definisce la figura dello psicologo come professione che “comprende l’uso degli strumenti conoscitivi e di intervento per la prevenzione, la diagnosi, le attività di abilitazione-riabilitazione e di sostegno in ambito psicologico rivolte alla persona, al gruppo, agli organismi sociali e alle comunità”. Comprende altresì le attività di sperimentazione, ricerca e didattica in tale ambito”. Inoltre, in base al Codice Deontologico, ha il dovere di accrescere le conoscenze sul comportamento umano ed utilizzarle per promuovere il benessere psicologico dell’individuo, del gruppo e della comunità”. In ogni ambito professionale opera per migliorare la capacità delle persone di comprendere sé stessi e gli altri e di comportarsi in maniera consapevole, congrua ed efficace” (Art. 3). Pertanto nel contesto scolastico italiano lo psicologo è il professionista specificamente preposto alla tutela della salute psicologica della popolazione, la figura professionale che lavora e agisce con le persone e i gruppi che afferiscono all’organismo scuola e alla sua comunità. La scuola italiana è una scuola “inclusiva”, attenta ai bisogni degli alunni BES. Cosa vuol dire BES? Il significato del termine BES, acronimo di “Bisogni Educativi Speciali”, viene precisato con l’emanazione della Direttiva ministeriale del 27 dicembre 2012: “Strumenti di intervento per alunni con Bisogni Educativi Speciali e organizzazione territoriale per l’inclusione scolastica“ . Le esigenze degli alunni BES, permanenti o temporanee, nascono per una varietà di ragioni diverse: “L’area dello svantaggio scolastico è molto più ampia di quella riferibile esplicitamente alla presenza di deficit, in ogni classe ci sono alunni che presentano una richiesta di speciale attenzione per una varietà di ragioni: svantaggio sociale e culturale, disturbi specifici di apprendimento e/o disturbi evolutivi specifici, difficoltà derivanti dalla non conoscenza della cultura e della lingua italiana perché appartenenti a culture diverse”. Tre sono le categorie di alunni con BES identificate dal Miur: 1. alunni con disabilità, per il cui riconoscimento è necessaria la presentazione della certificazione ai sensi della legge 104/92; 2. alunni con disturbi evolutivi specifici, tra cui: • D.S.A. – disturbi specifici dell’apprendimento (per il cui riconoscimento è necessario presentarldiagnosi di D.S.A); • deficit di linguaggio; • deficit delle abilità non verbali; • deficit della coordinazione motoria; • ADHD – deficit di attenzione e di iperattività; 3 alunni con svantaggio sociale, culturale e linguistico. In che modo lo psicologo si è attivato a scuola? L’istituzione scolastica italiana si è sempre rivolta allo Psicologo prevalentemente attraverso “Lo sportello d’ascolto” che si configura come uno spazio di consulenza gratuito rivolto a tutti gli alunni, alle famiglie e ai docenti in cui l’utenza può riflettere sui propri vissuti e rileggerli in modalità più adeguate promuovendo così i l loro benessere, tuttavia questo servizio è stato realizzato per periodi di tempo limitati. Siamo consapevoli delle esigenze degli alunni? I profondi cambiamenti avvenuti dal punto di vista sociale e culturale hanno influito in maniera significativa contribuendo all’emergere nella scuola di nuove esigenze sia rispetto ai processi di apprendimento che alle componenti emotive e relazionali, inoltre attualmente stiamo assistendo allo sviluppo di un crescente malessere degli alunni dovuto al disagio psicologico provocato dell’emergenza CORONAVIRUS, periodo durante il quale i protagonisti della scuola hanno dovuto ridefinire le relazioni con i compagni di classe, gli insegnanti e il resto del personale scolastico. Gli alunni con Bisogni Educativi Speciali aumentano. Nelle scuole italiane sono in costante aumento gli alunni con Bisogni educativi speciali (BES). Le motivazioni dell’aumento sono diverse, rispetto al passato è aumentata la sensibilità verso questi nuovi fenomeni e di conseguenza è migliorato l’approccio metodologico diretto alla loro riconoscibilità, inoltre ha contribuito la presenza di studenti provenienti da altri Paesi. Alla luce di tali considerazioni la scuola è chiamata a rispondere ad esigenze diversificate e occorre rinnovare una Psicologia in azione che deve intervenire fino al raggiungimento della presenza costante dello psicologo attraverso un progetto finalizzato ad intervenire nelle aree di disagio degli alunni BES. Il punto di partenza di tale condizione è avvalersi dello psicologo come risorsa e strumento fondamentale nello “spazio personale” del periodo formativo scolastico dell’alunno con il suo Bisogno Educativo Speciale. Di conseguenza, nella prospettiva dell’inclusione, è prioritario consolidare un servizio psicologico in orario scolastico ed extrascolastico che possa offrire delle attività che siano integrate favorendo così la cultura del benessere psicologico nella scuola di ogni ordine e grado. Inoltre, tale azione, deve essere finalizzata a favorire l’analisi dei bisogni di tutti gli alunni BES rispetto alla d i m e n s i o n e d e l l ’ a p p r e n d i m e n t o , coadiuvando in tal modo, i docenti curricolari e di sostegno nelle attività di progettazione didattico – educativa e per i percorsi di orientamento . L’ obiettivo dello psicologo a scuola dovrebbe essere dunque quello di avere la possibilità di contribuire con le sue competenze all’inclusione sociale di ogni alunno all’interno di un progetto che permetta di potenziare le sue abilità relazionali al fine di riconoscere i propri bisogni e gli altri come portatori di bisogni uguali o diversi, in tal modo si andrebbero a valorizzare tutte le differenze individuali e si potrebbero sperimentare le capacità di autoregolazione ed empatia verso l’altro, un intervento che supporterebbe anche l’alunno con disabilità per raggiungere e mantenere un funzionamento ottimale nell’interazione con il suo ambiente di vita. Lavorare in questa direzione vuol dire favorire la costruzione del senso di appartenenza attraverso un lavoro in sinergia anche con tutti i servizi territoriali rivolti alla scuola al fine di costruire l’identità e il percorso scolastico di ogni alunno con il suo “ Bisogno Educativo Speciale “. La collaborazione con la famiglia Sviluppare la collaborazione costante tra psicologo della scuola e famiglia vuol dire offrire contesti di confronto e riflessione tra i genitori circa il ruolo educativo che sono chiamati a svolgere nei confronti dei figli valorizzando

Conseguenze psicologiche e relazionali derivate dal lockdown nelle famiglie con minore affetto da Disturbo dello Spettro Autistico

di Emanuele Mingione da Psicologinews Scientific Il presente lavoro è una breve sintesi dell’intervento di sostegno psicologico e presa in carico genitoriale delle famiglie con minori con Disturbo dello Spettro Autistico, che si è svolto durante lo stato di emergenza COVID-19 e si svolge ancora attualmente, mediante colloquio ai genitori da remoto, realizzato dall’equipe multidisciplinare(1) del Nucleo di II Livello di NPIA del Distretto 12 dell’ASL CE per ogni singolo paziente. Tali genitori risultano maggiormente esposti allo stress gestionale del minore o ad un senso di “abbandono” in una situazione di emergenza come quella del lockdown. Infatti, la rottura della routine quotidiana, dettata dagli impegni scolastici, riabilitativi e abilitativi dei figli, causata dalla chiusura delle scuole e dalla sospensione dei trattamenti o delle attività ricreative-sportive, ha comportato, e comporta, il sorgere di tutta una serie di criticità che vede gli stessi genitori impegnati in prima linea e non sempre del tutto equipaggiati. Introduzione Lockdown è una parola inglese che si può tradurre in italiano con il termine isolamento, ma anche con quello di blocco. In periodi difficili, come in caso di situazioni sanitarie emergenziali, il lockdown è inteso come l’impedimento temporaneo di entrare e uscire da una specifica zona, o come il blocco di tutte le attività considerate di secondaria importanza per la società. Lo stato di “quarantena di massa”, in via precauzionale, è spesso un’esperienza spiacevole per coloro che la subiscono. Diverse ricerche internazionali effettuate su precedenti epidemie, come quelle della SARS in Asia e Canada del 2003 o del virus Ebola in Africa del 2014, hanno evidenziato gli effetti negativi da un punto di vista psicoemotivo sulla popolazione costretta alla quarantena forzata. La separazione dai propri cari, la perdita di libertà, l’incertezza sullo stato della malattia e la noia possono, a volte, creare effetti drammatici. Sono stati riportati casi di suicidio(2), depressione, esplosioni di rabbia e violenza(3). Da uno studio del 2013 Sprang e Silman(4) hanno confrontato i sintomi di stress post-traumatico in genitori e bambini messi in quarantena con un gruppo di controllo non in quarantena. Da tale ricerca è emerso che i punteggi medi di stress post-traumatico erano quattro volte più alti nei bambini che erano stati messi in quarantena rispetto a quelli che non erano in quarantena. Inoltre, il 28% (27 su 98) dei genitori messi in quarantena in questo studio ha riportato sintomi che giustificavano una diagnosi di un disturbo di salute mentale correlato al trauma, rispetto al 6% (17 di 299) dei genitori che non sono stati messi in quarantena. In un recente articolo pubblicato da Brooks e collaboratori (5) del Department of Psychological Medicine del King’s College di Londra è stato sottolineato quanto sia importante una corretta informazione ai cittadini in quarantena per far comprendere b e n e l a s i t u a z i o n e , e v i d e n z i a n d o l’importanza della scelta di autoisolamento al fine di ridurre l’impatto del contagio. Nello stesso lavoro sono stati evidenziati come fattori di stress: la durata della quarantena, la paura di essere contagiati o di contagiare i propri cari, la frustrazione e la noia derivate dalla restrizione coatta, le forniture inadeguate, sia a livello sanitario sia per quanto riguarda i generi alimentari, e una cattiva informazione dovuta ad una mancanza di linee guida precise da seguire. Ancora, diversi studi hanno evidenziato che la perdita finanziaria a causa della quarantena h a c r e a t o u n g r a v e d i s a g i o socioeconomico(6) e che la mancanza di una solida base economica in famiglia ha costituito un fattore di rischio per lo sviluppo di sintomi di disturbi psicologici(7) anche diversi mesi dopo la quarantena stessa. (8)Potenzialmente correlati alla perdita finanziaria, i partecipanti con un reddito familiare annuo combinato inferiore hanno mostrato quantità significativamente più elevate di stress post-traumatico e sintomi d e p r e s s i v i . Qu e s t i s i n t omi s o n o probabilmente dovuti al fatto che quelli con reddi t i più bassi avevano maggior i probabilità di essere colpiti dalla perdita temporanea di reddito rispetto a quelli con redditi più alti.(9) Aspetti psicologici e relazionali Lo stress individuale in stato di quarantena forzata si riflette e viene riflesso sulle relazioni interpersonali, in primis in famiglia. Le famiglie italiane in seguito al DPCM del 9 marzo 2020 hanno dovuto confrontarsi con una riorganizzazione dei propri equilibri r e l a z i o n a l i d a u n p u n t o d i v i s t a psicoemotivo, funzionale e gestionale. Lo stare, all’improvviso, “tutti in casa”, con la conseguente rimodulazione della quotidianità personale e familiare e il non sapere la durata del l ’emergenza COVID 19, con i l conseguente lockdown, genera un forte senso di stress ed ansia, richiedendo ad ogni singolo membro una fase di adattamento al cambiamento dei propri ritmi e dei propri spazi vitali. La sospensione del lavoro, la modalità smart working e in alcuni casi la cassaintegrazione o la perdita del lavoro da un lato, e la chiusura delle scuole, delle attività ludico-ricreative-sportive dall’altro, costringono tutti i componenti della famiglia a dover rinunciare alla propria routine e a dare, soprattutto psicologicamente, un nuovo senso alla propria giornata. Alla coattività consegue un aumento in positivo o in negativo dei vissuti personali, in base alle emozioni provate, ma anche una criticità, intesa come rafforzament o o come inasprimento, delle relazioni interpersonali. Ad esempio, una persona serena può vivere questa “sospensione” come un tempo per dedicarsi ad altro o ai propri cari ma per contro chi è triste può provare maggiore sofferenza o negatività, così come i conflitti coniugali o intergenerazionali, già presenti, si possono esasperare, portando ad escalation simmetriche difficili da disinnescare. Secondo le teorie sistemico-relazionali la famiglia è un sistema aperto ed in continua trasformazione, con una propria evoluzione nel tempo e con un proprio

Le comunità virtuali quali risorse per i rapporti sociali durante l’Emergenza Sanitaria COVID-19

di Francesca Dicè da Psicologinews Scientific Negli ultimi mesi, l’emergenza legata alla pandemia da COVID-19 ha comportato, c o m ’ è n o t o , u n ’ i m p o r t a n t e compromissione dei rapporti sociali, con notevoli costi sul piano piano psichico, L’isolamento forzato, infatti, insieme ai molteplici vissuti di angoscia legati alle preoccupazioni per la pandemia (soprattutto sanitarie ed economiche), ha contribuito a generare quella che l’OMS ha descritto come pandemic fatigue (WHO, 2020; Coffey et al., 2020; Niemi et al., 2020). Si tratta di una serie di sintomi psicologici ascrivibili a stati di ansia, agitazione, umore basso, rabbia, triste ed irrequietezza (WHO, 2020), naturalmente aggravati dalla mancanza di socialità, alla quale la maggior parte delle persone (in particolare gli adolescenti) hanno tentato di rimediare ricorrendo a canali di comunicazione multimediale. È opinione diffusa che essi, nonostante siano utili ad agevolare l’interazione fra persone lontane, difficilmente possono garantire anche lo scambio delle dinamiche affettive che veicolano le loro relazioni. Ciò non è sempre vero: nel corso degli ultimi anni, infatti, si sono largamente diffuse le comunità virtuali (Reid, 1991; Dicé, 2016), composte principalmente da adolescenti e giovani interessati ad uno specifico argomento. Esse sono un fenomeno assai dilagante, grazie al quale gli utenti interagiscono tra loro attraverso forum, Social Network o i programmi di messaggistica istantanea. Ormai non si può più negare che questo tipo di interazioni costituisca una vera e propria rete sociale (Tosoni 2004; Kang et al, 2013; Huxhold et al, 2013; Stuart et al., 2012), alla quale si può partecipare avvalendosi della propria identità reale o ricorrendo a degli pseudonimi (nickname) e ad immagini di riferimento (avatar), e v i t a n d o , p o t e n z i a lme n t e , o g n i collegamento con la realtà fisica dei partecipanti (Tosoni 2004; Kang, 2013; Dicé, 2016). La possibilità di costruire una nuova identità in ambito virtuale trova spesso una declinazione nella partecipazione, soprattutto da parte degli adolescenti, alle piattaforme virtuali che ospitano gli scenari dedicati ai giochi di ruolo (Tosoni 2004; Park et al., 2011; King et al. 2013), in cui i giocatori assumono l’identità di un personaggio, in un’ambientazione narrativa, che può ispirarsi ad un romanzo, ad un film, ad una qualsiasi fonte creativa, storica o di pura invenzione (Grouling 2010; Sacco, 2010; Schick, 1991; Tychsen, 2006; Dicé, 2016). In passato, l’uso massivo di queste comunità virtuali hanno destato grande preoccupazione n e l l a comunità scient ifica, poiché indubbiamente agevolavano la tendenza all’evitamento dell’esperienza sociale da parte dei soggetti a rischio. Durante la crisi pandemica, invece, tali comunità si sono r i v e l a t e l ’ u n i c a p o s s i b i l i t à d i mantenimento (o addirittura di creazione) di relazioni sociali e, talvolta, anche affettive; il gioco di ruolo online, invece, si è rivelato l’unica possibilità di ricorrere a modelli identificativi ai quali puntare, attingendo a personaggi della letteratura o del cinema, contribuendo così allo sviluppo della loro identità adulta. Credo che queste questioni siano molto importanti per la nostra professione. Il lavoro psicologico infatti, soprattutto quello con gli adolescenti, può sempre più guardare a queste esperienze sociali con apertura ed interesse, considerando lo spazio virtuale come una possibilità (in mancanza di altro) di usufruire di uno spazio prossimale in cui crescere ed evolversi. I ragazzi vanno sicuramente guidati nel comprenderne limiti e risorse per la loro salute psichica, ma senza indugiare in atteggiamenti valutativi che rischierebbero di solo allontanare l’incontro clinico. È infatti possibile che tali tipologie di interazione possano p e r p e t u a r e , ma g a r i i n ma n i e r a predominante, nei primi tempi successivi la fine dell’emergenza pandemica, e che il ritorno alle relazioni sociali in presenza possa necessitare di un fisiologico tempo di riadeguamento prima di verificarsi nella sua interezza. Credo anche che sia fondamentale sostenere i genitori nella gestione delle loro giuste preoccupazioni per questi comportamenti, in particolare per le interazioni con persone sconosciute ed il talvolta prolungato indugiare davanti ai d i s p o s i t i v i e l e t t r o n i c i . I l l o r o comprensivo monitoraggio non può risolversi in controlli invasivi ed autoritari (requisizione del dispositivo, accesso di nascosto agli account) che rischiano di causare solo l’insorgenza di dinamiche conflittuali che minino dolorosamente alla relazione familiare. È opportuno che tali comportamenti vengano adeguatamente monitorati dal mondo adulto poiché, in presenza di condizioni emozionali delicate o strutture di personalità fragili, possano degenerare in stati psicopatologici o, comunque, poco utili al benessere psichico e sociale dell’adolescente. Sarebbe importante però porsi in una posizione di ascolto e di osservazione, al fine di identificare l’effettiva connessione dei rapporti virtuali ad eventuali segnali di disagio emotivo dei ragazzi. È fondamentale inoltre, per noi psicologi, creare approfonditi spazi di scambio dialogico su di essi al fine di stemperare l a p r e s e n z a d i p r e o c c u p a z i o n i esclusivamente dovute ad una mancanza di comprensione delle nuove realtà relazionali degli adolescenti (Dicé, 2016). Bibliografia Coffey C.S., MacDonald B.V., Shahrvini, B. et al. (2020). Student Perspectives on Remote Medical Education in Clinical Core Clerkships During the COVID-19 Pandemic. Med.Sci.Educ.https://doi.org/10.1007/ s40670-020-01114-9 Dicé F. (2016). Una vita in rete. Storie di giovani su internet. In: Blasi R., Spazi per adolescenti. Una raccolta di esperienze di operatori dell’Azienda Sanitaria Locale Napoli 2 Nord. Casalnuovo di Napoli: IOD Edizioni. ISBN: 9788899392093 Grouling J. (2010), The Creation of Narrative in Tabletop Role-Playing Games, M c F a r l a n d & C o m p a n y , I S B N 978-0-7864-4451-9. Huxhold O., Fiori FL, Windsor TD (2013), The dynamic interplay of social network

Crescere con l’ADHD. Come evolve il disturbo da deficit di attenzione ed iperattività nell’età adulta

di Roberto Ghiaccio da Psicologinews Scientific L’ADHD, il disturbo da deficit di attenzione ed iperattività con o senza impulsività, è un disordine neuro evolutivo, che al contrario di quanto si è erroneamente creduto per decenni, non svanisce con l’età adulta, ma anzi permane con caratteristiche differenti. Il presente articolo ha l’obbiettivo di descrivere la cronicità del disturbo ed il suo evolversi sintomatologico delineando gli aspetti peculiari e ricorrenti nell’età adulta, come le forme Sluggish Cognitive Tempo, il mind wandering, e la disregolazione emotiva rintracciando tali fenomeni nell’adattamento quotidiano. Da una giovane madre: Dottore… mio figlio, mio figlio è terribile, è una peste, e che mi sta facendo passare. La maestra mi chiama ogni giorno, a scuola è sempre distratto, si muove sempre, disturba una continuazione. E non vi dico a casa, si arrampica, cambia gioco una continuazione, non si sta un attimo fermo, a tavola si alza, mangia in posizioni strane….E al supermercato, una tragedia, vuole tutto, salta dal carrello, mette tutto dentro, certe figure…è distratto a fatti suoi, quando c’è qualcosa che gli piace guai a toglierlo, come al padre, si è proprio uguale al padre! Mia suocera mi dice sempre, tuo figlio è uguale al padre! Da bambino che mi ha fatto passare…ma mio marito dottore anche ora è così, sempre distratto, si dimentica tutto a fatti suoi anche lui, fa spese folli, quando si ingrippa ( si fissa) su di una cosa quella è…e guai se non la ottiene, e mo va a a correre, mo va in bici, è irresponsabile, e poi, sempre agitato, ansioso, ed ora, ha cominciato anche a giocare…gioca alle macchinette, ecco anche il figlio gioca sempre alla play. Sono uguali, dottore, il figlio è tal e qual u padr ( è tale e quale al padre). Padre e figlio hanno l’ADHD. Quando si par la della sindrome da iperattività e deficit dell’attenzione il confronto tra scuole di pensiero è più acceso che mai, trattandosi di un disturbo estremamente controverso sul quale sono stati sparsi fiumi di inchiostro. Il disturbo ADHD è solitamente evidente già in età prescolare e la storia dei bambini portatori di questa neuro-varietà spesso documenta una marcata irrequietezza motoria riconoscibile s i n d a l l e p r ime f a s i d i s v i l u p p o , accompagnata da facile distraibilità ed anche una discreta impulsività. Nei primi anni di vita risulta difficoltoso formulare una diagnosi differenziale con altri disturbi dello sviluppo e soprattutto, d e t e r m i n a r e c o n s i c u r e z z a u n a compromissione funzionale del bambino.Si deve considerare inoltre che, a partire dai sei anni e via via fino all’adolescenza si ha una caratteristica tendenza dei sintomi di iperattività-impulsività ad apparire sempre meno evidenti e a manifestarsi per lo più come un disagio interiore represso, come un senso di irrequietezza e inadeguatezza. L’inattenzione, viceversa, è sempre più evidente, come marcata difficoltà ad organizzare e a completare le attività intraprese, con conseguenti insuccessi scolastici e sociali. La dinamica di apprendimento e adattamento sociale sono fortemente condizionati dai fattori relazionali ed educativi e quindi hanno una grande importanza nell’esperienza del bambino con ADHD (Jansen F, 1992), è da notare come la presenza di ADHD può portare inoltre a deficit nella coerenza centrale (Ghiaccio R., Dragone D. 2019) Non sono molti i dati relativi agli adulti con ADHD e occorre ricordare che fino a pochi anni fa si riteneva che tale disfunzione fosse “un’anomalia benigna” che si risolvesse con l’età. In realtà, soltanto un terzo dei bambini con ADHD da adulti non manifesta più sintomi di disattenzione o di iperattività, indicando in questi casi, che il disturbo era da correlarsi ad un ritardo nello sviluppo dell’attenzione e più in generale delle funzioni esecutive, piuttosto che ad un vero e proprio disturbo. Durante l’adolescenza si osserva una lieve attenuazione della sintomatologia, ma di fronte alle richieste della società e in seguito ai frequenti insuccessi, il soggetto è portato a sviluppare tratti comportamentali quali: scarsa obbedienza alle regole, scarsa tolleranza alla frustrazione, scatti d’ira, ridotta autostima, scarsa fiducia in se stesso, sintomi ansioso – depressivi. Ne consegue c h e l ’ADHD p u ò c omp r ome t t e r e , significativamente, la qualità della vita della persona che ne soff re, minando le componenti di attività e partecipazione. Alla luce di quanto fin qui esposto, appare estremamente importante fare una diagnosi corretta e in tempi precoci, in modo da poter aiutare il bambino e la famiglia a superare quelle problematiche che, nel tempo, possono interferire negativamente sullo sviluppo equilibrato e armonico della sua personalità. Poiché l’ADHD è un disturbo cronico che espone bambini e adolescenti al rischio di andare incontro a numerosi deficit funzionali, il trattamento deve iniziare molto precocemente ed essere multi-modale Una disabilità che potremmo definire invisibile, ma che come un’ombra cupa segue il soggetto in ogni ambito della propria vita. L’ADHD è un disturbo cronico, che può permanere come tale oppure modificarsi persistendo con altre caratteristiche sintomatologiche ( Faraone et 2006). Appare tuttavia riduttivo identificare l’ADHD con le difficoltà di attenzione, in quanto risulta nella processione dei sintomi e nell’adattamento quotidiano molto più articolato, andando ben oltre la “semplice” descrizione nosografica. I bambini che da piccoli sono agitati, da adulti si renderanno probabilmente conto di avere bisogno di inserire nelle proprie vite e nei propri lavori una grande quantità di attività (Adler, 2004); potrebbero infatti agitarsi molto se viene loro richiesto di lavorare in situazioni eccessivamente monotone o sedentarie. Per molti individui con ADHD l’agitazione si sposta da quella psicomotoria verso un aumento delle attività finalizzate a un obiettivo, diviene un iperattività cognitiva, un multitasking fisiologico, che porta però al fallimento di tutti i focus accesi. In alcuni casi l’agitazione sperimentata da alcuni adulti con ADHD può condurre a risultati positivi, consentendo alla persona di svolgere più lavori contemporaneamente o di occuparsi di più progetti, trasmettendo energia a

Il lutto tabù: il lutto perinatale

di Barbara Casella da Psicologinews Scientific Spesso tendiamo a contrapporre la nascita alla morte ma sono due facce della stessa medaglia, chiamata vita. Il lutto è un sentimento di forte dolore per la morte di una persona cara, che tutti sperimentano nel corso della propria vita. La nostra società propende a nascondere il lutto, a isolarlo, invitando la persona che sta affrontando una perdita ad andare avanti. La pretesa di superare velocemente un cordoglio, può comportare una carenza nell’individuazione del tempo e lo spazio necessario per accogliere il dolore. Ne consegue un accentuato senso di vulnerabilità e solitudine che le persone in lutto tendono a provare, favorendo il lutto complicato. Nel complesso scenario del lutto, il lutto perinatale è ritenuto totalmente anti-natura in quanto, associa alla nascita la morte. Il termine lutto perinatale indica la perdita di un bambino dalla seconda metà della gravidanza al primo mese dopo la nascita. Il termine lutto prenatale intende l’interruzione della gravidanza in qualsiasi epoca gestazionale. Gli eventi che comportano la perdita di un figlio nel periodo perinatale comprendono l’aborto spontaneo, l’interruzione volontaria o terapeutica della gravidanza, la morte intrauterina e la morte dopo il parto. Diversamente da come s i può immaginare, l’interruzione della gravidanza è un’esperienza comune a molte donne, infatti, secondo dati statistici circa una su sei vive questa traumatica esperienza, ma socialmente continua ad esserci poca attenzione sull’argomento. Il lutto perinatale è ritenuto totalmente innaturale, poiché al concetto gioioso di nascita, di vita, bisogna associare quello doloroso di morte. La naturale evoluzione del ciclo di vita è sconvolta: la morte di un figlio aspettato, desiderato, diviene inspiegabile. Il progetto familiare, di coppia, di genitorialità, è bruscamente interrotto; per le donne in attesa il proprio corpo da guscio accogliente e protettivo, diviene un oggetto inaffidabile, inutile. L’idea predominante dei genitori in lutto è di non essere riusciti a proteggere il proprio bambino, di non essersi accorti in tempo cosa stava accadendo, e di avere commesso qualche errore che ha causato la sua morte. La fine inaspettata della gravidanza rappresenta la perdita di una persona cara con cui durante la gestazione i genitori e gli altri familiari hanno stabilito un legame, attraverso il test, ecografie, movimenti fetali e, in genere, la preparazione al nuovo arrivo. Il legame di attaccamento in costruzione è traumaticamente i n t e r r o t t o . La rappresentazione del bambino, le fantasie circa i cambiamenti del proprio corpo, l’organizzazione familiare, della propria casa, tutto è interrotto e si trasforma in un tabù, un argomento di cui non parlare. Un’eclatante dimostrazione dell’indicibilità del lutto perinatale è l’inesistenza di un nome per indicare i genitori che perdono i figli in epoca perinatale. La mancanza di un’attenzione collettiva alla tematica, può contribuire alla costruzione del fossato di solitudine che si crea intorno al genitore in lutto. Quando i genitori ricevono la notizia che il proprio bambino è morto, sono investiti da un tornado di emozioni: incredulità, confusione, paura, rabbia, un dolore fisico e psicologico. In pochi istanti tutto cambia, si è travolti da un sentimento d’impotenza di fronte alla perdita del proprio bambino; tutte le sicurezze cadono, non ci sono appigli. Il dolore diviene accecante e totalizzante, con l’unica certezza che nulla sarà più come prima; il futuro è oscurato da un dolore snaturante e ogni ipotesi di vita sembra irrealizzabile. Indipendentemente dall’epoca gestazionale una tale notizia è devastante, la diversa intensità può essere data dall’investimento affettivo, dal significato che i genitori hanno dato all’attesa e dalla storia personale di ciascuno. La modalità con cui è comunicata la notizia ai genitori e le prime persone con cui entrano in contatto condizionano la conseguente elaborazione. A tal motivo, è di f o n d a m e n t a l e i m p o r t a n z a una comunicazione efficace, sensibile, rispettosa e un buon sostegno fin dai primi attimi. In Italia, di fronte alla morte di un bambino in gravidanza, non ci sono delle linee guida cui fare riferimento, tutto è lasciato alla sensibilità del personale sanitario e a l l ‘ a t t i v a z i o n e d i associazioni che si occupano di lutto perinatale. Spesso si assiste a personale sanitario non preparato nelle procedure e che si mostra distaccato a livello emotivo. Tale atteggiamento può amplificare il senso di disorientamento dei genitori, che hanno appena saputo di aver perso il bambino, e può aggiungere altro dolore, non facilitando così l’inizio del percorso di elaborazione. È noto che gli operatori sanitari siano una categoria professionale ad alto rischio burnout: lavorare ogni giorno con la morte, la malattia e il dolore, può portare al rischio di de-umanizzare le cure, rendendole semplici routine. Tale distacco emotivo può creare una barriera tra il curante e il curato, che da un lato funge da cuscinetto per diminuire l’impatto delle situazioni difficili e dall’altro però impedisce relazioni soddisfacenti, nel qui e ora, e di sintonizzarsi sui reali bisogni personali e altrui. La formazione del personale s a n i t a r i o , q u i n d i , d i v i e n e d i fondamentale importanza per contenere e seguire i genitori in modo efficace ed empatico e, allo stesso tempo, per sostenere gli stessi operatori. La prima reazione dei genitori alla notizia dell’interruzione della gravidanza è solitamente caratterizzata dalla n e g a z i o n e , d a l l o s t o r d ime n t o , dall’incredulità. Molti genitori in lutto nei loro racconti descrivono quel momento come sentirsi trascinati in una vita che non li appartiene, anche se allo stesso momento sono tenuti a dover prendere delle decisioni fondamentali in modo rapido (interruzione, parto, autopsia, sepoltura). In seguito, si inizia a realizzare che è tutto vero, emerge la consapevolezza che il proprio bambino non c’è più. Il ritorno a casa con le braccia vuote e il corpo e la mente stracolme di

Linguaggio, linguistica, comunicazione e psicologia

di Alberta Casella da Psicologinews Scientific La psicologia si impianta sul linguaggio. Il linguaggio crea la relazione e l’individuo vive in continua relazione. In questo articolo e nei successivi ne i l lust reremo le connessioni. Ogni comportamento è manifestazione dell’individuo singolo, ma deve essere spiegato tenendo conto del contesto nel quale si verifica perché è il segno delle relazioni, della comunicazione con gli altri. Nel vivere ci si relaziona continuamente con gli altri ed è impossibile non comunicare: perfino i l silenzio è una forma di comunicazione, fonte d’informazioni sull’altro spesso più preziose di tante parole dette senza senso. Si afferma l’importanza e la necessità di studiare il linguaggio come principale mezzo di comunicazione umana e, quindi, come primo veicolo d’informazione e scambio tra paziente e terapeuta. Il bisogno di comunicare è profondamente insito nell’uomo; entrare in contatto con gli altri attraverso gesti, suoni, parole è un’esigenza insopprimibile che ha spinto la società umana, nel suo sviluppo, a creare molte forme di comunicazione. Fra queste, la più completa ed agile, quella che pone l’uomo in condizione di svolgere questa funzione essenziale della sua esistenza, è il linguaggio verbale. Ciò che distingue, appunto, gli esseri umani dagli altri animali è proprio la creazione e l’uso di tale strumento che diviene caratteristico di ogni gruppo umano e ne contrassegna le differenze maggiori. “Sembra assolutamente privo di qualsiasi fondamento quanto a volte si sostiene circa l’esistenza di certe popolazioni il cui vocabolario sarebbe così limitato da richiedere l’uso supplementare del gesto (…); la verità è che tra ogni popolo conosciuto i l linguaggio è i l mezzo essenzialmente compiuto di espressione e comunicazione”. L’uso del linguaggio si concretizza attraverso due direttrici fondamentali: in primo luogo, esso serve come mezzo per rappresentare ed ordinare in modo logico la nostra esperienza e le nostre percezioni del mondo e permette a ciascuno di ragionare a t t i v ame n t e s u c i ò c h e a c c a d e quotidianamente al fine di ottenere una visione sempre chiara degli eventi. In secondo luogo, poiché il linguaggio è il mezzo più efficace e duttile per esprimere stati d’animo, sensazioni, impressioni o concetti complessi ed articolati, lo usiamo per comunicarci a vicenda il nostro modo di vedere e concepire il mondo e la realtà circostante. “Usando il linguaggio per la comunicazione presentiamo agli altri il nostro modello”: la comunicazione umana si realizza, soprattutto, nell’uso della lingua. Nasce come bisogno di trasmettere ad altri il proprio messaggio e di ricevere, in cambio, altre informazioni che, assimilate, possono modificare od ampliare o consolidare il personale modo di rapportarsi con la società. In questo scambio, la lingua continuamente si trasforma, si evolve, si adatta ai mutamenti sociali, economici e culturali, si piega ad esprimere ogni nuova esperienza, si arricchisce con tutto ciò che di nuovo appare nel mondo assolvendo una funzione insostituibile ed universale. “La lingua, che è di per sé un fenomeno complesso, è tale che non c’è alcuna attività umana o campo d’azione che non comporti il suo impiego come parte integrante. Le funzioni della lingua tendono ad essere infinite”. A tal proposito, l’ipotesi di Sapir e Whorf, sull’effetto totalizzante della lingua sul nostro comportamento, afferma che essa influenza continuamente e totalmente il nostro modo di pensare e la nostra potenziale comunicazione con gli altri. Silvestri conferma tale ipotesi dicendo che: “la realtà della lingua non è univoca e non potrebbe mai esserlo, dato il carattere eminentemente culturale della sua fenomenologia; (…) la specificità del linguaggio è, si inscritta nel nostro codice genetico ma, soprattutto, una o più lingue storiche fanno parte del nostro bagaglio culturale”. Egli asserisce, con tali parole, la peculiarità insita nello stile personale del linguaggio, ovvero l’idea che l’uso che di esso se ne fa è sempre mediato dal contesto circostante e dal tipo di relazione che instauriamo con gli altri. Lo studio di tale mezzo comunicativo fa capo ad una specifica disciplina detta “linguistica”; tuttavia, tale scienza si è occupata, principalmente, dell’analisi della lingua, ovvero del sistema fonemico e grafemico senza troppo interessarsi dell’uso che di esso si fa all’interno della società. L’esigenza di studiare un elemento primario nelle relazioni umane, quale la lingua, è radicata nella tradizione filosofica antica e già Eraclito si poneva domande sulla sua funzionalità indagando quale e quanta utilità esso avesse nel costituire rapporti tra le persone; secondo una concezione tuttora molto accreditata, lo studio del linguaggio contribuisce a chiarire il funzionamento del pensiero e della mente. Nella linguistica moderna, la ricerca più affascinante parte dall’affermazione che tutte le lingue portano in sé una serie di fonemi in cui agli invarianti formali si sovrappongono elementi che si modificano e si ristrutturano grazie all’influenza che su di esse hanno gli sviluppi storici e culturali del popolo che le usa: in tal modo la questione focale diviene, attualmente, se ed in che modo il contesto influenzi l’uso e lo sviluppo della lingua e quanto esso possa concorrere nel creare nuove forme di comunicazione. Una “nozione intuitiva di linguaggio” suggerisce che esso sia il mezzo per associare due ordini di entità: l’area dei contenuti mentali e quella delle realtà sensoriali. Sia l’una che l’altra, da sole, non hanno possibilità d’espressione poiché la prima è, per sua stessa natura inesprimibile, mentre l a s e c o n d a , n o n a f fi a n c a t a d a un’elaborazione mentale, è completamente priva di significato. Il linguaggio diviene il loro anello di congiunzione, nel senso che permette di esprimere le idee nel mondo sensoriale dando vita, così, contemporaneamente alle une ed all’altro. Nel momento in cui affermiamo che il linguaggio non è altro che l’espressione di contenuti mentali, capiamo l’interesse che la psicologia ha sempre avuto nei confronti della linguistica ed, in tal modo, motiviamo anche il nostro stesso interesse nel considerarla quale elemento fondante ed imprescindibile poiché il linguaggio verbale è la base di ogni relazione terapeutica; è con il suo uso che terapeuta e