Obesità e disturbo narcisistico di personalità

di Antonia Bellucci Ho sempre pensato potesse esserci una correlazione tra il disturbo narcisistico di personalità e i disturbi del comportamento alimentare. Poi me lo sono ritrovato davanti. Uomo, 29 anni, alto, bello, figlio unico, affermato in una stabile attività lavorativa. La sua vita procedeva con regolarità fino a quando un problema familiare s i è stagliato violentemente come un fulmine a ciel sereno nella sua vita. Un problema serio ma che facilmente avrebbe attratto i giudizi negativi degli altri per cui, sotto i riflettori, l’immagine del narcisista si ridimensiona. Si chiude in casa, divora enormi quantità di cibo quasi a dover giustificare il suo stato di malessere interiore o a voler riempire quei vuoti scaturiti dal momentaneo isolamento s o c i a l e : sembra q u a s i coltivare un’obesità nostalgica e, per un periodo, l’obesità c o p r e e s o v e r c h i a i l narcisismo. Anche il lavoro inevitabilmente subisce dei r i d i m e n s i o n a m e n t i che innescano la rabbia del soggetto poiché palesemente esposto a critiche a cui non può replicare. L’impero narcisista si mostra in forme molteplici, forgia sintomi che definiscono identità forti, indiscutibilmente sicure sull’orlo di una condizione intollerabile. I l 6 p e r c e n t o d e l l a popolazione italiana soffre di un disturbo narcisistico, e il 75 per cento di queste persone sono maschi. Siamo circondati dai narcisisti. Abilissimi manipolatori, che esprimono una vera e propria cultura dell’io, dilagante in un’epoca nella quale tutti spingono molto sull’esibizione e sull’ autopromozione (complici anche i social) e sprecando anche quel minimo di senso del pudore che dovrebbe sempre accompagnare la nostra vita. NARCISISMO Il narcisismo viene classificato come un disturbo della personalità con tre elementi distintivi, molto evidenti. Innanzitutto un’eccessiva considerazione di sé, un senso di grandezza, che mette il narcisista su un piedistallo di superiorità, dal quale osserva e vede tutti dall’alto verso il basso. In secondo luogo c’è u n c o s t a n t e e r e i t e r a t o b i s o g n o d i ammirazione, di conferme al proprio io; e quanto più il narcisista avverte di essere osservato e apprezzato, tanto più il suo istinto di superiorità cresce in modo esponenziale. Terzo elemento: il narcisista non conosce l’empatia. Non gli interessa. Ha una tale scarsa considerazione degli altri, rispetto a se stesso, che non si cura minimamente di riuscire a trovare il canale giusto per un approccio umano, dove la diversità sia una ricchezza per entrambi. Si parla molto, a proposito delle cause del narcisismo, di fattori sociali, ambientali e familiari. In particolare i giovani sembrano più esposti a questa patologia, anche per effetto del dilagante uso d e l l e t e c n o l o g i e c h e incentivano il narcisismo. In un libricino molto efficace e c o m p l e t o , A r c i p e l a g o N . V a r i a z i o n i s u l narcisismo (edizioni Einaudi), lo psicoanalista Vit tor io Lingiardi distingue i narcisisti in due categorie. A “pelle spessa” e a “pelle sottile“. I primi sono più appariscenti, non hanno pudore e limite nel mostrare la loro arroganza e i continui tentativi di piazzarsi al cent ro del l ’at tenzione, di conquistare il cuore della scena. I secondi sono più silenziosi, quasi tormentati, angosciati del giudizio altri, ma comunque attizzati da fantasie di grandezza. Di fronte a q u e s t a p a t o l o g i a c ’ è i n n a n z i t u t t o l a s t r a d a della psicoterapia, ma prima ancora, e parallelamente, il vero contrasto al narcisismo si ridurrebbe ad uno sforzo individuale. Riconoscere l’altro. Uscire dalla prigione d e l l ’ i o . A c q u i s t a r e l a consapevolezza che l a persona umana è unica, ma tutti possiamo vivere solo dentro una relazione, un noi, un legame con chi ci circonda. E n o n c o n l o s g u a r d o inchiodato sullo specchio che riflette sul la nostra immagine. È comunemente plausibile pensare che il narcisista potrebbe apparire quello che meno ha caratteristiche psicologiche, energetiche e relazionali in comune con il sintomo obeso. Il falso sé del narcisista, basato sull’idea di essere il migliore, sembra avere poco in comune con il senso di nullità con cui si percepisce il paziente che soffre di obesità. In realtà questo stile caratteriale può essere letto attraverso la polarità grandiosità-indegnità. Johnson (1994, p. 193) afferma che, anche se la maggior parte delle descrizioni della personalità narcisistica si incentra s u l l ‘ a s p e t t o d i compensazione di questa polarità (mancanza di umiltà, incapacità di accettare il fallimento, paura di essere impotenti, manipolazione, lotta per il potere e enfatizzazione della volontà), molti individui narcisistici evidenziano, spesso nella prima seduta di psicoterapia, la polarità opposta. Possono confessare il loro profondo senso di i n d e g n i t à , i l p e t u l a n t e rammarico di non essere o non avere mai abbastanza, il bisogno di procurarsi un valore provvisorio e la profonda invidia per chi percepiscono sano e di successo. All’interno di questa confessione c’è spesso l’ammissione d i ingannare gli altri attraverso lo sfoggio di forza, competenza e felicità. I conflitti di base del narcisista e del soggetto che soffre di obesità sono dunque simili. Q u e s t ‘ u l t i m o v i v e costantemente nell’idea di essere inferiore a chiunque altro, di

Disturbi specifici dell’apprendimento: una panoramica sull’evoluzione e il mondo dell’università alla luce della nuova Linea Guida

di Roberto Ghiaccio Quando si parla di DSA il confronto tra scuole di pensiero è più acceso che mai, trattandosi di un disturbo estremamente complesso per quanto “specifico” e “specificato” nelle definizioni nosografiche. Affacciandosi “nell’universo dell’apprendimento” si deve esser pronti ad affrontare argomentazioni complesse e ricche di controversie, dilemmi tali da mettere in crisi le più consolidate certezze scientifiche, antropologiche e didattiche. Lo scopo di questo lavoro è comprendere le possibili evoluzioni del disturbo di lettura nel corso della scolarità, capire come il disturbo cambia e si trasforma, osservando la sua modalità espressiva ed evolutiva, con la consapevolezza che il disturbo cambia, si compensa, si trasforma, fino all’istruzione universitaria e al mondo del lavoro. Nel gennaio 2022 l’Istituto Superiore di Sanità pubblica la nuova Linea Guida sulla gestione dei Disturbi Specifici dell’Apprendimento, questa contiene tra le tante novità, una particolarmente importante per il nostro contributo: al quesito n. 8 (pag 268- 284) si parla di DSA nell’adulto! Anche la precedente Consensus Conference del 2011 trattava dei DSA negli adulti ai quesiti: “B4 “Qual è l’evoluzione in età adolescenziale e adulta dei DSA (cambiamenti dei processi di lettura, ortografia/compitazione, calcolo; associazione con disturbi mentali; ? (Allegato al documento Consensus Conference “disturbo specifici dell’apprendimento p.22)2 “B5 “Esistono evidenze che la presenza di altri disturbi specifici dell’apprendimento o altri disturbi evolutivi in comorbidità con i DSA modifichi la storia naturale della malattia, rispetto ai DSA isolati? con attenzione al quesitoB5.2 Dislessia e disturbo specifico del linguaggio sono disturbi distinti e possono essere co-occorrenti (Allegato al documento Consensus Conference “disturbo specifici dell’apprendimento p.26)” Tuttavia, non ne affrontava le complessità del l ’ indagine diagnostica non fornendo raccomandazioni cliniche per la diagnosi in età adulta. È ormai noto che i disturbi specifici di apprendimento hanno un carattere di persistenza dovuto anche alle basi neurobiologiche, oggi sempre meglio note, pertanto è lecito attendersi che, anche in età adulta, vi sia una vasta popolazione di soggetti con difficoltà di funzionamento in alcuni compiti e attività della vita quotidiana, in ambito scolastico/universitario, o professionale, in parte anche, purtroppo, non diagnosticati in età evolutiva. Gli studi inclusi evidence based sui quali gli esperti della LG si sono usati per la stesura delle raccomandazioni hanno arruolato prevalentemente studenti che frequentano l’università o l’ultimo biennio della scuola secondaria di secondo grado (N = 5725, range di età 16-55 anni). Gli studi sono stati condotti principalmente in lingua inglese (N = 15: Stati Uniti 4, Regno Unito 9, Canada 1, Nuova Zelanda 1), Italia (N = 7), Olanda (N = 7), Francia (N = 4), Finlandia (N = 2), Israele (N = 2), Polonia, Brasile, Norvegia, Svezia, Danimarca (un solo studio per ciascuna area). La maggiore parte degli s t u d i prende i n esame esclusivamente il disturbo specifico di lettura. Infatti, solo due studi analizzano il disturbo specifico del calcolo e tre studi esaminano le prestazioni di soggetti con disturbo specifico dell’apprendimento in comorbidità. Solo due studi hanno esaminato la sfera emotivo-comportamentale, con particolare attenzione alla sintomatologia ansioso-depressiva. Infine, 7 studi hanno utilizzato anche questionari per il self report di sintomi di DSA o ADHD. La pratica clinica prevede che un’adeguata valutazione diagnostica dei disturbi specifici dell’apprendimento (DSA) nell’adulto debba comprendere un’accurata raccolta di informazioni anamnestiche, quali storia scolastica, familiarità del disturbo specifico, pregresse valutazioni neuropsicologiche o eventuali accessi a servizi specialistici, eventuali trattamenti, funzionamento adattivo e difficoltà percepite nella vita quotidiana. Tali dati clinici possono assumere un valore rilevante nel caso di prestazioni con punteggi nell’area di norma ma ai limiti inferiori alla valutazione neuropsicologica (per es. tra -1.5 e -2 deviazioni standard rispetto alla media, oppure tra il 5° e il 15° centile), come riportato anche nel DSM5. Le seguenti raccomandazioni si riferiscono a percorsi diagnostici di soggetti adulti sia con sospetto DSA sia con disturbi specifico già diagnosticato, ossia sia per prime diagnosi sia per valutazioni di aggiornamento del profilo funzionale in presenza di diagnosi di DSA preesistenti. In generale, la formulazione di diagnosi prevede la valutazione delle abilità strumentali di lettura, scrittura e calcolo, eventualmente qualificate da altri strumenti neuropsicologici per l’esame delle funzioni cognitive correlate. Prove e indici psicometrici da utilizzare per la valutazione dell’abilità di lettura Raccomandazione 8.1 Si raccomanda la somministrazione di prove standardizzate per l’età adulta di lettura ad alta voce di brano, parole e non-parole. Sono da misurare sia la rapidità sia l’accuratezza. Raccomandazione 8.2 Si raccomanda la valutazione della capacità di comprensione del testo scritto considerando l’accuratezza, con prove adeguate all’età ed alla scolarità e di dimostrata validità clinica. Raccomandazione 8.3 Per qualificare la diagnosi ed il profilo, si raccomanda di somministrare prove che valutino le abilità di denominazione rapida automatizzata, memoria fonologica e di lavoro verbale, e velocità di elaborazione delle informazioni. Prove e indici psicometrici da utilizzare per la valutazione dell’abilità di scrittura Raccomandazione 8.4 Per la valutazione dell’ortografia, si raccomanda di misurare l’accuratezza in prove di dettato di parole e di brani, con adeguata standardizzazione e validazione clinica. Nei casi in cui la compromissione della abilità ortografica è meno chiara, può risultare utile somministrare il dettato di parole sia in condizioni normali che di doppio compito (ad esempio la soppressione articolatoria). Raccomandazione 8.5 Per la valutazione della fluenza grafemica, si raccomanda l’uso di prove di produzione di grafemi (ad esempio, scrittura di numeri in parola) sia in condizioni normali che di doppio compito (ad esempio, la soppressione articolatoria), misurando il numero di grafemi prodotti in un intervallo di tempo definito. Prove e indici psicometrici da utilizzare per la valutazione dell’abilità di calcolo Raccomandazione 8.6 Si raccomanda l’uso di strumenti psicometrici la cui standardizzazione sia quanto più possibile adeguata alla scolarità e all’età del soggetto esaminato, che valutino accuratezza e rapidità mediante prove di calcolo a mente, calcolo scritto, recupero dei fatti aritmetici e transcodifica (lettura e scrittura di numeri). È, inoltre, opportuna una valutazione qualitativa degli errori procedurali. Acquisire una lingua, parlata o scritta è un fenomeno complesso, che coinvolge gran parte della vita di un bambino. Seppure con difficoltà e grande variabilità interindividuale i

DELLA PAS (Parental Alienation Syndrome)

Di Cinzia Saponara PREMESSA Nel recente articolo: “Vittime silenziose”, mi sono occupata del fenomeno della violenza assistita fenomeno strettamente connesso a quello della violenza intrafamiliare. Nel presente lavoro mi occuperò della PAS o Sindrome da alienazione parentale, costrutto che troppo spesso emerge nei contesti giuridici che si occupano di tali gravi problematiche. A proporla nel 1985 fu il medico statunitense Richard Gardner. Per Pas, o Sindrome da alienazione genitoriale, o Sindrome della madre malevola, o della madre ostativa (via via che la Cassazione la rigetta, i sostenitori variano le definizione sperando, così, di aggirare la giurisprudenza), si intende una dinamica psicologica “malata” per cui un genitore (di solito la madre) condizionerebbe negativamente i rapporti del figlio con l’altro genitore ( di solito il padre) attraverso una serie di comportamenti volti a denigrare, emarginare e neutralizzare l’altra figura genitoriale e la sua famiglia d’origine. Secondo Gardner, in sostanza, si parla di PAS quando, in particolare nei casi di separazione, il genitore alienante indottrina il bambino contro il genitore alienato attraverso una sorta di lavaggio del cervello ed una campagna di denigrazione mirata a distruggere progressivamente la relazione genitore alienato-figlio. Intorno alla PAS si è sollevato negli anni un vivace dibattito. Da un lato i suoi sostenitori affermano il diritto del bambino alla bi-genitorialità e ritengono tali situazioni esempi di importanti violazioni di tale diritto. In Italia, oltre a numerosi professionisti, la Società Italiana di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza (SINPIA), afferma la scientificità della PAS, riconducendola, però, non a un disturbo piscologico a carico del minore, bensì a un problema relazionale che comporta un rischio evolutivo per lo sviluppo psico-fisico del minore stesso. La SINPIA fa chiaro riferimento alla PAS, a Gardner ed al problema dei falsi positivi nei casi di denuncia di abuso sessuale. Dall’altro lato, sono numerose le voci e le posizioni critiche, per un approfondimento delle quali si rinvia a importanti lavori in lingua italiana (Crisma, Romito, 2007; Coffari, 2018; Pignotti, 2018) che fondamentalmente si concentrano sui seguenti punti: La figura stessa di Richard Gardner e le sue posizioni ambigue rispetto alla pedofilia; I limiti scientifici della PAS; Il rischio che attraverso il suo utilizzo si neghino e mistifichino situazioni in cui il bambino esprime paura e rifiuto verso il genitore per fondati motivi (quali il maltrattamento, l’abuso sessuale, la violenza assistita), esponendolo così a gravi rischi e privandolo di tutela e di diritti. Il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-5) non riconosce la PAS come sindrome o malattia: le numerose richieste per l’ammissione della PAS nel repertorio delle patologie psichiatriche sono state respinte, in quanto “non vi sono sufficienti prove scientifiche che ne giustifichino l’ammissione” (motivazione del responsabile del gruppo di lavoro). Oggi il DSM inserisce la voce “problemi relazionali genitore-bambino”. Coerentemente con il DSM, anche l’ICD11 (International Classification of Diseases) non include la PAS, facendo invece riferimento a problemi relazionali (QE52.0). In sostanza il DSM-5 riconosce l’esistenza di un possibile condizionamento di un bambino, di denigrazione di un genitore verso l’altro, situazioni sicuramente possibili, ma ben lontane dalla diagnosi di Alienazione Parentale e che soprattutto vanno ben distinte e attentamente differenziate da tutte quelle situazioni in cui un bambino rifiuta un genitore perché realmente maltrattante, abusante o trascurante e non perché plagiato dall’altro genitore. Sulla PAS è molto interessante il recente intervento del Ministero della Salute che con la nota del 29.5.2020 ha precisato che la Sindrome da Alienazione Genitoriale o da Anaffettività Genitoriale «non risulta inserita in alcuna delle classificazioni in uso come la International classification of disease (ICD 10) o il Diagnostic and statistical manual of mental disorders (DSM 5), in ragione della sua evidente “ascientificità” dovuta alla mancanza di dati a sostegno». Lavori sistematici e critici nei confronti della PAS sono stati pubblicati da Sonia Vaccaro e Consuelo Barea, psicoterapeute specializzate nella violenza di genere; da Jennifer Hoult; da Carol Bruch, da Rotger e Barrett. Anche in Italia ci sono diverse voci critiche nei confronti della PAS, della sua scientificità e dell’etica della sua applicazione, tra di esse ricordiamo Luigi Cancrini, Paolo Crepet, Antonio Marziale, Luisa Betti, Elvira Reale, Claudio Mencacci, Claudio Foti. La critica che più interessa, a mio avviso, è relativa all’utilizzo della PAS nei procedimenti giudiziari in cui ci sia un sospetto abuso sessuale o un sospetto maltrattamento o nei casi di violenza domestica. In questi casi la PAS viene frequentemente utilizzata in ambito forense, soprattutto da coloro che vogliono difendersi da tali accuse, tale costrutto sostituisce la dinamica della violenza con la dinamica conflittuale, sostituzione che cancella la differenza tra presunto autore della violenza e presunta vittima e che attribuisce alla madre la responsabilità dei comportamenti di rifiuto del minore verso il padre. Il riferimento alla “PAS” in questi conflitti giudiziari riduce tutto all’alienazione paterna e trasforma automaticamente le vittime in carnefici. Ma non si può automaticamente utilizzare la “Sindrome di alienazione parentale” ogni qual volta i figli rifiutano la figura paterna, molteplici e molto complesse potrebbero essere le cause, non ultima quella di essere stati spettatori di molteplici episodi di violenza paterna a carico della madre, e/o essere stati oggetto di maltrattamenti o abusi. Il rapporto GREVIO per l’Italia (GREVIO’s -Baseline Evaluation Report, Italy, tradotto in italiano dal Dipartimento per le Pari Opportunità), del 2019 all’esito della attività di Organo di Monitoraggio chiamato a verificare l’applicazione della Convenzione di Istanbul (2011)1, sottolinea peraltro l’elevato rischio relativo all’utilizzo della nozione di alienazione parentale o di nozioni analoghe. L’evocazione di queste “sindromi”, scientificamente inesistenti, e non riconosciute dalla comunità internazionale, impedirebbe di approfondire la reale origine del rifiuto del minore a incontrare uno dei genitori, rifiuto che potrebbe avere radici specifiche. La Convenzione di Istanbulè il trattato internazionale di più vasta portata creato per affrontare la violenza contro le donne e la violenza domestica. Stabilisce gli standard minimi per i governi in Europa nella prevenzione, protezione e condanna della violenza contro le donne e della violenza domestica. Fondamentale l’articolo 31 della Convenzione di Istanbul, nel quale si prevede che «al momento di determinare i diritti di custodia e

Gli adolescenti e il mondo della scuola

di Tonia Bellucci La trasformazione dei modelli educativi familiari e la diffusione dei mass media ma soprattutto dei social, sono solo alcuni dei fattori che hanno promosso cambiamenti particolarmente significativi sul modo di interpretare la relazione con la scuola e i docenti da parte delle ultime generazioni di adolescenti. L’epoca di internet e del narcisismo richiede una nuova modalità di declinare l’autorevolezza adulta che tengono conto del funzionamento psichico, affettivo e relazionale dei ragazzi e delle ragazze nati e cresciuti nel nuovo millennio. L’adolescenza è stata definita, in base alle soggettive manifestazioni, in svariati modi: tempesta emozionale, età sospesa ed anche età dello tsunami, “la più delicata delle transizioni” (Hugo). Le abitudini di vita e i comportamenti degli adolescenti enfatizzano fragilità e problematicità, descrivendo questa età di mezzo come una fase «a rischio» della vita, da cui bisogna sperare di uscire indenni. L’adolescenza, al contrario, è anche un’età di potenzialità ed opportunità: un cantiere aperto dello sviluppo cerebrale e psicologico, un’ancora in costruzione, dove tutto viene rimesso in discussione e rilanciato. In questa fase di sviluppo, entrano in campo in modo determinante due agenzie educative: la famiglia e la scuola, sono ambienti educativi ottimali affinché gli adolescenti possano svilupparsi e crescere adeguatamente. La qualità del clima familiare è fondamentale all’interno del percorso di crescita e di costruzione dell’identità. Gli adolescenti, alla ricerca di autonomia e indipendenza dalle figure di riferimento, necessitano della guida e dell’incoraggiamento di quest’ultime al fine di poter stabilire e raggiungere con perseveranza determinati obiettivi, specie quelli che riguardano la formazione ed il futuro. La scuola, d’altro canto, è un luogo formativo per l’identità cognitiva, emotiva, sociale e culturale dei ragazzi, ma anche possibile teatro di malessere e insuccessi. Nelle interazioni che avvengono a scuola, oltre alle trasformazioni del corpo, le richieste dei pari, dei docenti e dei genitori, il confronto con i pari, le aspettative dell’adolescente stesso e la necessità di emergere, si incontrano ma soprattutto si scontrano. Il temperamento personale, il natura le percorso di maturazione cerebrale, l’ambiente familiare ed il contesto scolastico in questa fase della vita di ogni essere umano espongono, come dicevamo, a continui rischi ed opportunità, coerentemente con la cultura e le specificità del tempo in cui cresce ogni generazione. Oggi, le ricerche ci mostrano come, nell’ambito del rischio, l’ansia e le manifestazioni di disagio connesse ad essa (vd. attacchi di panico e ritiro sociale) sono predominanti e possono influire negativamente su prestazioni e relazioni, nonostante l’impegno e l’investimento emotivo messo in campo dai ragazzi e dalle ragazze, ma esistono anche altre forme di inibizioni o di sintomi che rendono la vita dei ragazzi complessa e che dopo la pandemia hanno assunto forme più gravi. Ad ogni pericolo, tuttavia, sono collegate potenzialità e vi sono alcuni temi dei quali le agenzie educative devono tenere conto: l’adolescente ha già un suo sapere proprio (sul linguaggio, sui segreti di famiglia, sulla sua storia, su quello che gli altri vogliono da lui), a cui è importante dare spazio; l’adolescente deve perdere qualcosa del suo piacere, i suoi oggetti (vd. internet, smartphone, videogiochi) per poter entrare nel legame e per poter accogliere qualcosa del sapere che gli viene proposto e/o imposto; le richieste di impegno e senso di responsabilità devono essere adeguate all’età di riferimento; sostenere i giovani non significa allontanarli dalle prove, dai rischi e dalle sfide che lo attendono e che spettano ad ogni età, quali riti di passaggio verso l’età adulta. Sicuramente tutto ciò che accede nella v i t a degli adolescenti è estremamente complesso. La scuola vuole impegno e senso di responsabilità: per i bambini è la prima prova “da grandi”, mentre per i ragazzi un ulteriore test in un momento molto delicato in cui la loro personalità è in fase di definizione. Studiare è faticoso e quando entrano in gioco insicurezze e difficoltà la fatica cresce e la situazione si complica; i ragazzi delle superiori, in particolare, hanno un programma di studio da rispettare ma contemporaneamente hanno bisogno di socializzare con i compagni, e questa relazione non sempre rende le cose facili. Gli adulti di riferimento hanno il compito di rassicurare, cercando di favorire un’adeguata comprensione della situazione senza sottovalutare o, peggio ancora, sminuire il malessere. È necessario cercare di non essere protettivi al punto da non lasciare libertà di esprimersi ed agire, cercare di ascoltare i bisogni considerando che le reazioni si differenziano da persona a persona in base alle esperienze e alla storia personali, alle motivazioni di tipo socioculturale o causate dalla stessa realtà scolastica. Bruner sottolinea l’importanza di un forte legame fra cultura e educazione, sostenendo un’idea di scuola come promotore di principi educativi che siano in stretta interdipendenza con la cultura e le risorse di cui si dispone, dal momento che ciò che viene insegnato e appreso non può “essere isolato dallo posizione che ha la scuola nella vita e nella cultura dei suoi studenti”. Gli ambienti educativi, in definitiva, dovrebbero diventare “possibilità per l’adolescente di sperimentare e cogliere nelle esperienze di apprendimento e di conoscenza la funzione di sostegno al Sé che i valori culturali possono offrire”. In fondo, “l’adolescenza non è altro che una volata verso la vita.” (J. Bruner). Non dobbiamo immaginare necessariamente scenari catastrofici, ma da adulti sappiamo che la vita di ognuno di noi può assumere mille sfumature spesso difficili da gestire anche per un adulto, figuriamoci per un adolescente! In quel momento dovrà essere presente l’adulto di riferimento che, sebbene mai andato via, ma rimasto solo in attesa in una sorta di cono d’ombra, dovrà essere pronto ad affiancare il ragazzo. La parte difficile per l’adulto sarà proprio rimanere nell’ombra fino a quel momento. È vero che i ragazzi sono in una fase di costruzione della loro personalità rivolgendosi in modo più naturale ai coetanei, tuttavia, è da tenere a mente che noi adulti non spariamo dalle loro vite e, anche senza che, se accorgano o che noi ce ne accorgiamo, ci osservano: come parliamo, come ci atteggiamo nei loro confronti, nei confronti degli altri membri della famiglia,

INCEL: Il fenomeno dei «celibi involontari»

di Anna Borriello e Francesca Dicè La socializzazione online ha influito notevolmente sullo sviluppo di identità individuali e gruppali che nascono e si muovono all’interno di spazi virtuali e conseguentemente non-reali, le cui azioni, però, sono in grado di ripercuotersi oltre i confini di internet. È questo il caso delle community‚ “INCEL”, gruppi di soggetti che si identificano nell’appellativo di “celibi involontari” e perciò inevitabilmente impotenti di fronte alla percepita impossibilità di cambiare il proprio status sociale stigmatizzato imposto su di loro, secondo la propria visione, da parte della società “ginocentrica”, femminista. Il fenomeno dei “celibi involontari” di recente sviluppo trova terreno fertile prevalentemente all’interno delle comunità online. Per Incel, termine proveniente dall’abbreviazione inglese di Involuntary Celibates, “celibe involontario” intendiamo un membro di una subcultura online costituita da individui che, nella presupposizione di avere naturale diritto al sesso, motivano l’inaccessibilità a un partner sentimentale e/o sessuale con il fatto di essere poco attraenti, secondo certi criteri indipendenti dalla loro volontà. I frequentatori di forum e gruppi online di Incel sono prevalentemente uomini eterosessuali e le stime del loro numero sono incerte, variando da migliaia a centinaia di migliaia. Ad oggi i forum online di Incel sono stati criticati dai media e dai ricercatori per essere misogini, razzisti, incoraggiare la violenza, diffondere opinioni estremiste e radicalizzare i loro membri. Ma facciamo un passo indietro… a quando risale la loro origine? Il termine Incel – come anticipato contrazione dell’espressione inglese Involuntary Celibates – comparve per la prima volta negli anni Novanta, in concomitanza con lo sviluppo di Internet e dei primi forum online: fu coniato nel 1993 a seguito di un’intuizione di una studentessa dell’Università di Ottawa, nota sul web con il soprannome di «Alana», scelto per rimanere nell’anonimato, che creò il forum Alana’s involuntary celibacy project dedicato ai celibi involontari. Inizialmente, infatti, il progetto (“Involuntary Celibacy Project”) aveva l’ambizione di includere “chiunque, appartenente a qualsiasi genere, si sentisse solo, non avesse mai avuto rapporti sessuali oppure non avesse avuto una relazione sentimentale da molto tempo” al fine di supportare uomini e donne che soffrivano per non riuscire a trovare un partner. Alana’s involuntary celibacy project avrebbe dovuto essere un luogo accogliente, dove pubblicare articoli e condividere la propria solitudine con altri utenti. Alana abbreviò poi “involontariamente celibe” in “invcel”, che si è trasformato in “incel”. Dunque, all’inizio il termine Incel indicava qualsiasi individuo, di sesso maschile o femminile, che si sentiva profondamente solo. Ma da quando Alana ha abbandonato il blog, le cose hanno cominciato a prendere una brutta piega. Nel giro di alcuni anni il bacino di utenza del sito si è ingrandito esponenzialmente (Burgess 2001). Definendosi attivisti per i diritti degli uomini (MRA in inglese), i membri hanno portato la discussione in una dimensione interconnessa di forum, blog e organizzazioni (Ging 2017) trovando terreno fertile in alcune piattaforme internet popolari. È diventato presto chiaro però che si fosse trasformata in una community Incel che poco aveva a che vedere con i diritti degli uomini; in realtà si trattava di focolai di ideologie antifemministe (Baele 2019) basate sull’assunto per cui il femminismo avesse rovinato la società. Nel corso degli anni, rispetto a tematiche quali la riappropriazione e la narrazione dell’identità che avviene tramite la fruizione di piattaforme virtuali in grado di modellarne i relativi limiti e confini, consentendo la condivisione di vissuti personali generalmente sofferti, gli incel sono diventati oggetto di ricerca e argomento di cronaca a causa degli omicidi commessi da alcuni individui riconducibili alla medesima comunità, nonché per il peculiare linguaggio che li contraddistingue, esplicitamente misogino e violento e che viene utilizzato nelle discussioni online, volto ad esprimere le istanze che si legano al loro stigma sociale. Il glossario incel spesso si ricollega alla percezione di una mancanza di accesso al corpo femminile, richiesto in nome del diritto alla sessualità che sarebbe loro negato da parte degli “altri”. Tramite la condivisione di tali elementi, le community accrescono il numero di utenti che modellano la propria socializzazione sulla base di termini e di modalità ricorrenti, costituendo uno spazio virtuale unico all’interno dell’androsfera, o sfera maschile, che sembra avvicinare e rivendicare elementi tipici di altre comunità che compartecipano allo stesso spazio sociale irreale. Ma facciamo chiarezza.. Il termine racchiude una precisa condizione che si è evoluta nel corso degli anni, e che ad oggi descrive gruppi di persone che si definiscono “celibi involontari”. Non sono dei single, ma uomini che si sentono emarginati dalla società e dalle donne che “non li ritengono alla loro altezza”. Il motivo è che non sono né ricchi, né belli e non hanno nemmeno successo. Se indossiamo una “lente antropologica”, ci accorgiamo di come i fenomeni di globalizzazione e modernizzazione di cui siamo protagonisti nell’odierna fase storica, pongano sotto forte stress gli individui, i quali si trovano nella condizione di dover rispondere alle alte aspettative che la società gli mette in capo. In questi termini, l’ambito sessuale è sicuramente molto presente in ciò che viviamo e vediamo, non si tratta più di un tema interdetto, e soprattutto per quanto riguarda l’autostima personale, è diventato motivo di orgoglio o di imbarazzo a seconda delle abilità relazionali che ogni soggetto possiede (Ging 2017). Alla luce di ciò, ha guadagnato sempre maggiore importanza la tematica dei cosiddetti celibi involontari, intesi come coloro che sono disposti ad avere dei rapporti sessuali ma non sono stati in grado di trovare un partner consenziente nei 6 mesi precedenti ed hanno un’età di almeno 21 anni (Donnelly 2001); in realtà, oltre a tale definizione formale, è molto più importante la denominazione di celibe involontario che si auto conferisce il soggetto, più che il reale tempo trascorso senza avere rapporti. Gli Incel sono uomini, generalmente giovani bianchi, che non riescono ad avere successo con le donne; tuttavia, la loro risposta a questa frustrazione, non è quella di tentare nuovi approcci per raggiungere una situazione che li soddisfi, bensì è quella di arrabbiarsi con le donne, arrivando ad odiarle per il loro rifiuto, auspicando azioni di violenza contro il genere femminile, spesso con

Immagine Corporea e Dismorfofobia

di Cinzia Saponara Premessa “Immagine di sé e schema corporeo” è il primo e più completo scritto sul problema della percezione e della rappresentazione del nostro corpo, risale al 1935 ad opera dello psichiatra e psicoanalista Paul Schilder, troviamo qui la prima definizione del concetto di immagine corporea: “L’immagine corporea è l’immagine e l’apparenza del corpo umano che ci formiamo nella mente, e cioè il modo in cui il nostro corpo ci appare.”  L’opera di Paul Schilder costituisce un vero e proprio spartiacque negli studi sullo schema corporeo, prima di lui la percezione corporea veniva ricondotta interamente alla sfera del fisiologico. Schilder fu il primo che, in maniera sistematica e dettagliata, mise in evidenza la rilevanza dei fattori psicologici e sociali nella costituzione e disgregazione dell’immagine corporea. Un’altra caratteristica fondamentale del concetto schilderiano è l’importanza che in esso riveste il fattore visivo e rappresentazionale. Lo psicoanalista austriaco, infatti, considera il corpo proprio dal punto di vista visivo, non dissimile dagli altri oggetti della percezione. Non solo ciascun individuo se lo rappresenta come tale, ma anche la percezione tattile si adegua a tale visione. Essa imposta «un punto di osservazione mentale di fronte e di fuori di noi e ci osserviamo come osserveremmo un estraneo». Più recentemente, Peter Slade (1988) definisce l’immagine corporea: “L’immagine che abbiamo nella nostra mente della forma, dimensione, taglia del nostro corpo e i sentimenti che proviamo rispetto a queste caratteristiche e rispetto alle singole parti del nostro corpo”. Secondo Slade (1994), l’immagine corporea è costituita da diverse componenti: percettiva (ad esempio, come la persona visualizza la taglia e la forma del proprio corpo); attitudinale (quello che la persona pensa e conosce del proprio corpo); affettiva (i sentimenti che la persona nutre verso il proprio corpo); comportamentale (riguardante, ad esempio, l’alimentazione e l’attività fisica). Quindi l’immagine corporea riguarda la persona nella sua globalità, la rappresentazione che abbiamo di noi stessi, è fortemente influenzata dai nostri stati interni e i suoi effetti possono essere rilevanti e complessi. Le emozioni, quindi, rendono questa rappresentazione mentale positiva o negativa. Inoltre, l’immagine corporea è influenzata da schemi precoci che si generano da quando si è molto piccoli nell’interazione con le figure di accudimento. In sintesi: L’immagine corporea è un costrutto multidimensionale caratterizzato dalle percezioni e valutazioni dell’individuo in merito al proprio aspetto fisico (Cash e Pruzinsky, 2002). Essa non è una struttura innata e preformata, fissa e statica, ma “è una struttura del nostro essere altamente dinamica, dipendente dalla maturazione del sistema nervoso, dai vissuti psico-emotivi, dal livello di percezione senso-motoria, dai processi resi possibili dall’esperienza e dal continuo apprendimento motorio e posturale; essa opera sia a livello della coscienza sia al di fuori della nostra consapevolezza, nel privato e nello spazio sociale”. Con la pubertà e successivamente l’adolescenza, il corpo è soggetto. Esso va incontro a diversi, continui e rapidi cambiamenti, alcuni solo momentanei. Tali “modificazioni” possono contribuire ad una maggiore difficoltà nell’accettazione di sé. Questa situazione di maggiore vulnerabilità dal punto di vista emotivo e psicologico può far sì che si provi un maggiore disagio; l’ambiente, l’interazione con i coetanei e anche la famiglia possono condizionarne lo sviluppo. In questa fase, infatti, si è maggiormente sensibili al giudizio altrui, e si va creando un’ideale del proprio corpo che risente dell’influenza di standard di bellezza e idealizzazione corporea guidati dai social media, e dal confronto con i propri pari. In base alla più recente revisione del Manuale Diagnostico Statistico delle Malattie psichiatriche (DSM-5), il disturbo di dismorfismo corporeo (Body Dismorphic Disorder [BDD]) fa parte dello spettro del “Disturbo ossessivo compulsivo e disturbi correlati”, l’esordio può avvenire fra i 10 e i 20 anni, è solitamente graduale e può diventare cronico se non trattato, ha una prevalenza dell’1,7-2,4% nella popolazione generale (Lai et al., 2010) , è caratterizzato da una preoccupazione per un difetto immaginario del proprio aspetto che causa disagio significativo o una compromissione funzionale (cioè una condizione di salute in cui una o più delle normali funzioni fisiologiche sono compromesse). Qualsiasi parte del corpo può essere oggetto del Disturbo da Dismorfismo Corporeo, ma le preoccupazioni riguardano spesso uno o più aspetti visibili, del viso o del corpo (Mulkens & Jansen, 2006). Le persone che ne soffrono tendono a esaminare e modificare in modo ossessivo la particolare parte del corpo (Lai et al., 2010). Questi i criteri diagnostici e per emettere una diagnosi differenziale specifica: Preoccupazione nei confronti di uno o più difetti fisici non oggettivamente rilevabili o trascurabili da parte di altre persone; Adozione di comportamenti ripetitivi o rituali (guardarsi allo specchio, toccare la parte difettosa, ricercare rassicurazione ecc.) o atteggiamenti mentali (pensieri ossessivi, costante confronto con gli altri, convinzione di essere osservato e giudicato ecc.) in risposta alla preoccupazione per il difetto fisico; Forte stress, ansia e calo del tono dell’umore causati dalla persistente preoccupazione per il difetto fisico; Difetto fisico oggetto della preoccupazione diverso dal peso corporeo/massa grassa (in questo caso, è probabile la presenza di un disturbo del comportamento alimentare); La consapevolezza che il difetto lamentato sia in realtà minimo o inesistente può essere nulla, parziale o elevata, ma ciò non incide sul grado di penetrazione dei pensieri/comportamenti ossessivi nella vita quotidiana. L’eziologia del disturbo da dismorfismo corporeo è più verosimilmente complessa e difficile; come suggerì lo psichiatra Olley: “le motivazioni sono diverse e una spiegazione unitaria è del tutto improbabile”. I disturbi legati all’immagine corporea portano con sé sintomi specifici: dai comportamenti ripetitivi di evitamento e/o controllo, a pensieri di tipo rimuginativo, alle distorsioni percettive nonché uno scarso insight della problematica. Il disturbo da dismorfismo corporeo può portare ad una disfunzione sociale ed occupazionale così come ad inutili e ripetuti interventi di chirurgia estetica. Le lamentele possono riguardare qualsiasi parte del corpo, le più frequenti sono: pelle; peli e capelli; naso e occhi; gambe e ginocchia; mammelle e capezzoli; pancia, labbra, struttura corporea e volto; organi genitali, guance, denti ed orecchie; mani, dita, braccia e gomiti; natiche e piedi; spalle, collo e sopracciglia. La persona può preoccuparsi di un unico difetto fisico o riportare

I BES dimenticati: i disturbi della coordinazione motoria (DCM)

di Roberto Ghiaccio Ci sono BES e BES, anche se siamo tutti bes, ma che bes… e no, non è un errore di battitura tra maiuscole e minuscole, è per rispecchiare una tendenza, quasi perversa, a dividere Bes e bes. Tra questi bes c’è una categoria sottovalutata di disordini del neuro sviluppo, i disturbi della coordinazione motoria, bambini goffi, un po’ maldestri, che rispecchiano la sottovalutazione della motricità. Non è intenzione di questo scritto dipanare la questione dei bisogni educativi speciali, ombrello di tutela per condizioni e necessità eterogenee, a cui però fa da contro altare una gestione schizofrenica della valutazione e delle forme di personalizzazione, inconsapevoli ed innocenti sono i bambini disprassici e le loro famiglie, è intenzione di questo scritto far luce proprio sui DCM. Problemi nei neonati I ritardi nel raggiungere i normali traguardi dello sviluppo possono essere un segno precoce di DCD nei bambini piccoli. Ad esempio, il bambino potrebbe impiegare un po’ più del previsto per girarsi, sedersi, gattonare o camminare. Si potrebbe notare: mostra posizioni del corpo insolite (posture) durante il loro primo anno ha difficoltà a giocare con giocattoli che richiedono una buona coordinazione, come impilare mattoni ha qualche difficoltà ad imparare a mangiare con le posate. Questi segni, tuttavia, potrebbero essere eterogenei ed altalenanti. Problemi nei bambini più grandi Man mano che il bambino cresce potrebbe sviluppare difficoltà fisiche più evidenti, oltre a problemi in altre aree. Problemi di movimento e coordinazione I problemi di movimento e di coordinazione sono i principali sintomi della DCD. I bambini possono avere difficoltà con: attività del parco giochi come saltare, saltare, correre e prendere o calciare u n pallone. Spesso evitano di partecipare a causa della loro mancanza di coordinamento e possono trovare difficile l’educazione fisica; salire e scendere le scale; scrivere, disegnare e usare le forbici: la loro calligrafia e i loro disegni possono apparire scarabocchiati e meno sviluppati rispetto ad altri bambini della loro età; vestirsi, allacciarsi i bottoni e allacciarsi i lacci delle scarpe; stando fermi: possono oscillare o muovere molto le braccia e le gambe. Un bambino con DCD può apparire goffo in quanto può urtare oggetti, far cadere cose e cadere molto. Ma questo di per sé non è necessariamente un segno di DCD, poiché molti bambini che sembrano goffi hanno in realtà tutte le normali capacità di movimento (motorie) per la loro età. Alcuni bambini con DCD possono anche diventare meno in forma di altri bambini poiché le loro scarse prestazioni nello sport possono far sì che siano riluttanti a fare esercizio. Ulteriori problemi Oltre alle difficoltà legate al movimento e alla coordinazione, i bambini con DCD possono avere anche altri problemi come: difficoltà di concentrazione: possono avere una scarsa capacità di attenzione e avere difficoltà a concentrarsi su una cosa per più di pochi minuti; difficoltà a seguire le istruzioni e a copiare le informazioni – possono fare meglio a scuola in una situazione 1 a 1 che in un gruppo, quindi possono essere guidati durante il lavoro; essere poveri nell’organizzarsi e nel portare a termine le cose; essere lenti nell’acquisire nuove abilità – hanno bisogno di incoraggiamento e ripetizione per aiutarli a imparare; difficoltà a fare amicizia: possono evitare di prendere parte ai giochi di squadra e possono essere vittime di bullismo per essere “diversi” o goffi; problemi di comportamento – spesso derivanti dalla frustrazione di un bambino con i loro sintomi; bassa autostima. Sebbene i bambini con DCD possano avere una scarsa coordinazione e alcuni problemi aggiuntivi, altri aspetti dello sviluppo – per esempio, pensare e parlare – di solito non sono influenzati. Condizioni correlate I bambini con DCD possono anche avere altre condizioni, come: disturbo da deficit di attenzione e iperattività (ADHD) – un gruppo di sintomi comportamentali che includono disattenzione, iperattività e impulsività; dislessia: una difficoltà di apprendimento comune che colpisce principalmente il modo in cui le persone leggono e scrivono le parole; autismiI – una condizione che influenza l’interazione sociale, la comunicazione, gli interessi e il comportamento. Alcuni bambini con DCD hanno difficoltà a coordinare i movimenti necessari per produrre un discorso chiaro. Il disturbo de La storia della condizione può essere fatta risalire agli inizi del 1900 in cui era conosciuta come Maladroitness Congenita e nel 1925 con alcuni medici e terapisti francesi che richiamarono l’attenzione sulla condizione la chiamarono “debolezza motoria” e fu principalmente osservata nei bambini. Fu solo nel 1937 che la disprassia divenne un po’ più nota grazie al dottor Samuel Orton, che fece anche studi sulla sua cugina più popolare, la dislessia. C’è stato un divario tra gli anni ’40 e ’60 fino a una serie di casi di studio negli anni ’60. Viene usato il termine goffaggine e nel 1972 il dottor Sasson Gubbay pubblica un libro intitolato “The Clumsy Child”. Solo negli anni ’80 in cui il termine disprassia è stato utilizzato per la prima volta. Il disturbo dello sviluppo della coordinazione (DCD) è un disturbo neuromotorio che colpisce circa il 5-6% dei bambini in età scolare. [1] Per essere diagnosticato con precisione con DCD, un bambino deve dimostrare difficoltà di coordinazione motoria che interferiscono in modo significativo con le attività della vita quotidiana o il rendimento scolastico. [1] Secondo il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali 5a edizione (DSM-5), [2] i criteri diagnostici per DCD includono: A. L’acquisizione e l’esecuzione delle capacità motorie coordinate è sostanzialmente al di sotto di quanto previsto data l’età cronologica dell’individuo e l’opportunità di apprendere e utilizzare le abilità. Le difficoltà si manifestano come goffaggine (p. es., far cadere o urtare oggetti) così come lentezza e imprecisione nell’esecuzione delle capacità motorie (p. es., afferrare un oggetto, usare forbici o posate, scrivere a mano, andare in bicicletta o partecipare a sport). B. Il deficit delle capacità motorie nel Criterio A interferisce in modo significativo e persistente con le attività della vita quotidiana adeguate all’età cronologica (ad es. cura di sé e mantenimento di sé) e influisce sulla produttività scolastica/scolastica, sulle attività preprofessionali e professionali, sul tempo libero e sul

Maltrattamento sui Bambini: la Patologia delle Cure

di Cinzia Saponara PREMESSA Per Competenza genitoriale si intende: l’insieme dei comportamenti che rendono il caregiver capace di mantenere una relazione caratterizzata da protezione e sostegno adeguati ad accompagnare la crescita del proprio figlio, riconoscendone i bisogni, rispondendo in modo sufficientemente adeguato, mettendo in campo molteplici abilità utili ad accompagnarlo nel suo percorso di crescita, in relazione alle diverse fasi evolutive e agli accadimenti familiari. Si tratta di una competenza articolata, connessa alla storia di figlio che ciascun genitore ha avuto, allo stile di attaccamento alle proprie figure di riferimento, alla personalità, alla qualità della relazione con il partner, alla situazione psicologica e sociale attuale, alle caratteristiche dei figli in termini di temperamento e risorse. Possiamo sinteticamente dire che: la genitorialità è archetipo della cura. La patologia delle cureindica, al contrario, l’inadeguatezza o l’insufficienza delle cure fisiche e/o psicologiche fornite al bambino in rapporto al suo momento evolutivo (Montecchi, 1998). Tale patologia individua tre forme di inadeguatezza: incuria: quando le cure sono latenti; discuria: quando le cure sono distorte; ipercura: quando le cure sono eccessive. L’incuria: si verifica quando il/ i caregiver del bambino non provvedono adeguatamente ai suoi bisogni sia fisici che psichici in rapporto all’età e al momento evolutivo. Rientrano quindi nella categoria dell’incuria anche quei casi in cui i genitori, pur occupandosi dei bisogni nutrizionali del figlio, non rispettano i suoi bisogni affettivi, emotivi e di socializzazione. Si possono avere, quindi, diversi gradi di questo tipo di abuso, che vanno dall’abbandono al disinteresse per i bisogni emotivi del bambino. Tali situazioni costituiscono lo stile relazionale del genitore col minore, pertanto sono continuative e durature. I “fattori o indicatori di rischio”, che permettono una diagnosi precoce della suddetta patologia, impedendo così il cronicizzarsi della situazione di abuso, si possono rilevare al solo colloquio con i genitori, attraverso: Notizie sullo stato di salute: notizie anamnestiche mancanti o parziali, assenza del monitoraggio dello stato di accrescimento e di azioni preventive periodiche quali le vaccinazioni; disturbi organici e patologie croniche non adeguatamente curati o considerati; Segnali fisici:vestiti inadeguati all’età, al sesso, alla stagione; scarsa igiene e dermatiti recidivanti, soprattutto scabbia e pediculosi; distorsione delle abitudini alimentari con denutrizione o ipernutrizione; problemi di salute non riconosciuti dai genitori; rallentamento della crescita con rachitismo (quando il bambino viene allontanato dalla situazione deprivante si assiste ad un graduale recupero di statura e peso), carie dentali non curate, disturbi visivi o uditivi non trattati; Segnali comportamentali: ritardo del linguaggio, ritardo psicomotorio; iperattività e disturbo dell’attenzione, pseudo insufficienza mentale; frequenti assenze scolastiche fino all’evasione dell’obbligo o scarso rendimento scolastico; il bambino è soggetto ad avere frequenti infortuni domestici e/o ingerire sostanze tossiche non essendo in grado di percepire il pericolo perché non ha un’esperienza di contenimento e attenzione-protezione da parte dei genitori; pigrizia, svogliatezza e stanchezza; difficoltà di rapporto con i coetanei, tendenza all’adultomorfismo con inversione dei ruoli; disturbi alimentari, uso precoce di tabacco alcool e droghe, possibile sfruttamento lavorativo e sessuale. La discuriaè la distorsione della prestazione della cura. In realtà le cure vengono effettuate, ma non sono adeguate al momento evolutivo del bambino. Si basano su un’immagine distorta che l’adulto si rappresenta del bambino a cui quest’ultimo in genere si adegua. Si caratterizza da richieste, da parte dei genitori, di acquisizioni precoci o di prestazioni non congrue all’età del bambino, oppure, al contrario, si manifestano modalità di accudimento proprie di fasi di sviluppo precedenti, iperprotettività, attenzioni eccessive, soprattutto da parte della madre, per poter soddisfare il desiderio di mantenere una fusionalità con il proprio figlio. Tale situazione è estremamente simile a quella del maltrattamento psicologico, anche se molto spesso i genitori sono ignari della violenza che stanno esercitando, spesso anzi pensano di agire per il bene dei propri figli e inconsapevolmente possono causare danni maggiori. La discuria produce: Anacronismo delle cure (ad esempio, alimentazione inadeguata per l’età); Imposizione di ritmi di acquisizione precoci (richieste irrealistiche del controllo sfinterico, nella motricità o nel ritmo del sonno); Aspettative irrazionali (richiesta di prestazioni superiori alla norma: deve essere il più bravo in qualsiasi attività intraprenda). La situazione diventa ancora più grave quando il bambino presenta delle difficoltà fisiche o psichiche che rendono più profondo il distacco tra il bambino idealizzato dal genitore e il bambino reale. L’IPERCURA: L’ipercuraconsiste in un atteggiamento di cura esagerata ed eccessiva del bambino. Questo comportamento genitoriale si fonda su una visione non realistica del bambino e dei suoi bisogni; può essere catalogata in 5 tipologie: sindrome di Munchausen per procura, medical shopping per procura, help seeker, abuso chimico, sindrome da indennizzo per procura. La Sindrome di Munchausen per procuraè la forma più grave, il pediatra inglese Roy Meadow, nel 1977, coniò tale termine1. Attualmente la denominazione ufficiale secondo il DSM V non più quella di sindrome di Münchausen per procura, ma Disturbo fittizio provocato ad altri, i criteri diagnostici sono i seguenti: Falsificazione di segni o sintomi fisici o psicologici, o induzione di un infortunio o di una malattia in un altro individuo, associato a un inganno accertato. L’individuo presenta un’altra persona (vittima) agli altri come malata, menomata o ferita. Il comportamento ingannevole è palese anche in assenza di evidenti vantaggi. Il comportamento non è meglio spiegato da un altro disturbo mentale, come il disturbo delirante o un altro disturbo psicotico. Il DSM V, aggiunge che la prevalenza del disturbo è di circa l’1% in ambito ospedaliero, l’esordio avviene nella prima età adulta spesso dopo il ricovero di un figlio. Tale sindrome, assume grande importanza in ambito pediatrico, psicopatologico e legale, sia per le difficoltà di riconoscimento che per le gravissime conseguenze che ha sul bambino che ne è vittima. Il genitore, generalmente la madre, si spinge sino a simulare: “forma passiva” o procurare: “forma attiva” sintomi o vere e proprie malattie per potersi occupare in maniera ossessiva del figlio, sottoponendo il minore ad accertamenti e cure, producendogli talvolta gravi danni fisici oltre che psicologici. Il comportamento conduce l’abusante, inoltre, a procurare lesioni, a distorcere i risultati delle analisi, a sottoporre il bambino ad accertamenti ed esami clinici anche molto invasivi,

Lo stigma per associazione. Il dolore dei caregiver dei pazienti con diagnosi psichiatrica

di Francesca Dicè In un recente lavoro (Dicé, 2022a) avevo evidenziato come il caregiver del paziente psichiatrico tenda ad interpretare, spesso, il comportamento del suo congiunto come legato alla sua volontà piuttosto che alle sue difficoltà. “Quando vuole capire capisce!” dicono spesso (Dicé, 2022b). Questo comportamento, di tipo difensivo, serve al caregiver come protezione non solo dal dolore nell’assistere alla sofferenza del proprio familiare, ma anche da un aspetto dello stigma della salute mentale che rischia spesso di coinvolgerlo. È detto “stigma per associazione” e riguarda tutti coloro che, per affinità, sono associati ad una persona con diagnosi psichiatrica e quindi percepita come pericolosa (Lasalvia, 2020). Questo stigma può minare l’autostima del caregiver, oltre che la sua competenze relazionali e la sua qualità della vita, determinando una tendenza ad auto isolarsi, a fugare le occasioni di aggregazione ed a condurre una quotidianità assai ritirata. Questo anche nell’interesse stesso del suo congiunto, che può facilmente stancarsi a contatto con altre persone o in situazioni concitate (Dicé & Zoena, 2017). A ciò si aggiunge anche il vissuto legato al burnout, che può essere legato allo stress prolungato legato all’accudimento della condizione psichiatrica, spesso faticoso (Dicé & Zoena, 2017); tale vissuto può essere rilevabile nella comparsa di segnali di depressione, stanchezza ed anche, talvolta, distacco nei suoi confronti (Harmonia Mentis, 2019). È per questo opportuno che gli operatori della salute investano sempre di più in interventi a supporto dei caregiver, ma anche del contesto nel quale essi versano (Dicé et al., 2015); interventi di psicologia di comunità, magari ricorrendo ad un approccio multidisciplinare in sinergia con i servizi sociali; ciò allo scopo di implementare attività psicoeducative volte a stemperare questi vissuti nei contesti sociali e favorire l’inclusione dei pazienti con diagnosi psichiatrica ed i loro familiari. Bibliografia. Dicé F. (2022a). Lo stigma della salute mentale all’interno dei contesti scolastici. Alcune p r o p o s t e d i p r o c e d u r e operative per l’intervento psicologico. PsicologiNews Scientific, 9-10 6-7 ISSN 2724-5144 Retrieved from https://cutt.ly/dNZ4eT8 Dicé F. (2022b). Quando vuole capire, capisce! Una nota sullo stigma della salute mentale. PsicologiNews Scientific, 9-10 4 – 5 I S S N 2 7 2 4 – 5 1 4 4 Retrieved from https://cutt.ly/ dNZ4eT8 Dicé F. & Zoena F. (2017). Loneliness and family burden: An exploratory investigation on the emotional experiences of caregivers of patients with severe mental illness. The Q u a l i t a t i v e R e p o r t 22(7):1759-1769. Retrieved from https://bit.ly/3K2fw9P Dicé F., Manfra C., Faraglia M., Masullo M., Pennella D., Colonna L. M. L., Papaccio A. & Zoena F. (2015). “Family burden between social stigma and loneliness. An exploratory investigation with Principal Caregivers (PCs) of patients with Serious Mental Illness (SMI) living in a disadvantage district in Italy”. Proceedings of XVII National Congress of I t a l i a n P s y c h o l o g i c a l Association, Clinical and Dynamic Section. Milazzo, Me (September 25-27). Poster Session. Mediterranean Journal of Clinical Psychology, Vol. 3, No. 2, Suppl. 1B. DOI: 10.6092/2282-1619/2015.1.10 98 Harmonia Mentis (2019). Il c a r e g i v e r e l o s t r e s s assistenziale. Retrieved from https://bit.ly/3URfC94 Lasalvia A. (2020). Emergenze epidemiche e stigma sociale. Quali insegnamenti trarre dalle precedenti epidemie di SARS ed Ebola da a p p l i c a r e n e l l ’ a t t u a l e p a n d emi a CoViD-19? Ri v Psichiat r 5 5 ( 4 ) : 2 5 0 – 2 5 3 d o i 10.1708/3417.34003

La Sindrome di Cotard: alcune riflessioni psicodiagnostiche

di Lia Corrieri Everything here is so cold Everything here is so dark I remember it as from a dream. [Tutto qui è così freddo Tutto qui è così oscuro Lo ricordo come fosse un sogno] Mayhem, Freezing Moon,1989 8 Aprile del 1991 a Kråkstad, nella contea norvegese di Viken, venne ritrovato il corpo senza vita del ventiduenne Per Yngve Ohlin, noto al grande pubblico con lo pseudonimo, non casuale, di “Dead”, frontman dei Mayhem, uno dei più importanti gruppi black metal della storia del rock. Il caso, archiviato dalle autorità competenti come suicidio, fece molto scalpore negli ambienti musicali scandinavi, nei quali iniziarono a circolare anche copie della lettera di addio che il cantante indirizzò agli amici prima di morire e con la quale tentò di spiegare il drammatico gesto: “Nessuno comunque capirà il perché di tutto questo. Per dare qualche tipo di spiegazione, io non sono umano, questo è solo un sogno e presto mi sveglierò” (Johannesson & Klingberg, 2018). L’accaduto non colse però di sorpresa gli altri membri del suo gruppo musicale tanto che, in diverse interviste, alcuni musicisti della band ricorderanno che Dead era solito commettere atti autolesionisti, spesso manifestando umore depresso associato ad una percezione alterata di sé; in effetti in più occasioni si auto descriveva come una creatura non umana proveniente da un’altra dimensione, fino ad arrivare a definirsi un vero e proprio cadavere (Moynihan & Søderlind, 2003). Secondo alcuni Autori (Sanches et al., 2022), gli atteggiamenti, le credenze, i comportamenti e gli stati emotivi manifestati da Dead, testimoniati sia dalle sue parole che da quelle dei suoi conoscenti, potrebbero far ipotizzare l’esistenza di un quadro clinico raro, la cui prevalenza epidemiologica è inferiore all’1 % nella popolazione mondiale, denominato Sindrome di Cotard (López, 2022). Questa particolare condizione clinica venne descritta per la prima volta nell’opera Du délire hypocondriaque dans une forme grave de mélancolie anxieuse, e fu presentata il 28 Giugno del 1880 alla Société Médico-Psychologique dal neurologo, psichiatra e chirurgo militare Jules Cotard (1840- 1889), figura di spicco nel panorama medico della Parigi di fin de siècle, tanto da ispirare il personaggio del Profes sor Cot tard del la Recherche proustiana (Pearn & Gardner -Thorp, 2002; Pearn, 2003; Sanches et al., 2022). A partire dal caso clinico di una donna quarantenne, fermamente convinta di essere priva di organi interni, tra i quali il cervello, Cotard illustrò un complesso di sintomi che tendono a coesistere e a caratterizzare la specifica condizione clinica da lui individuata. Tra questi figurano la melanconia ansiosa (“depressione agitata”); la tendenza all’autolesionismo, che da automutilazioni può arrivare fino a veri e propri tentativi suicidari; le idee di possessione; le convinzioni di immortalità e deliri ipocondriaci di non esistenza o di devastazione di alcuni organi interni o dell’intero corpo o dell’anima o di Dio ecc. (Cotard, 1880; Cipriani et al., 2010). In un lavoro successivo, noto come Du délire des négations (1882), Cotard definirà la manifestazione clinica da lui individuata come un vero e proprio delirio nichilistico o di negazione caratterizzato dalla tendenza da parte del paziente a negare e/o rifiutare tutto ciò che viene detto o offerto fino ad arrivare, nella sua forma più estrema, a negare addirittura la propria esistenza nel mondo (Cotard, 1882; Berrios & Luque, 1995; Cipriani et al., 2010; Tomasetti et al., 2022), concetto questo che verrà successivamente approfondito dallo psichiatra francese Jules Séglas (Séglas, 1884; in Cipriani et al., 2010). Nonostante le descrizioni che Cotard fece di questa costellazione sintomatologica, essa non è attualmente riconosciuta come e t i c h e t t a d i a g n o s t i c a autonoma dai principali sistemi nosografici utilizzati nell’ambito della salute mentale, l ’ International Classification Disease (ICD) e il Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders (DSM) (Berrios & Luque, 1995; Cipriani et al., 2010; Tomaset t i et al., 2020). Sebbene alcuni Autori (Enoch & Trethowan, 1991) ipotizzino la possibilità concepire la costellazione sintomatologica come un quadro a sé stante nel caso in cui il delirio nichilistico sia preponderante, altri Autori (Saavedra, 1968) sostengono che tale manifestazione possa esser concepita come ulteriore espressione di altri quadri clinici, come i disturbi dell’umore/depressivi, condizioni psicotiche e casi in cui entrambe queste condizioni siano compresenti (Cipriani et al., 2010). A tal proposito, particolarmente interessante la riflessione proposta da Deny e Camus già nel 1906, per cui si ipotizza una forma primaria ipocondriaca della manifestazione clinica nella quale è centrale la dimensione corporea del delirio nichilistico, e una forma secondaria del quadro nosografico in cui appare invece preponderate la componente più specificatamente emotivo – affettiva (Cipriani et al., 2010). La distinzione tra forma primaria e secondaria della manifestazione clinica potrebbe offrire interessanti spunti di riflessione soprattutto nelle condizioni in cui la sintomatologia si manifesta in compresenza di condizioni mediche particolari, tra le quali si annoverano: intervento chirurgico al seno per fibroadenoma benigno (De Berardis et al., 2015), per lupus eritematoso sistemico (Pitta et al., 2021) e negli stati post Covid-19 (Ignatova et al., 2022). In letteratura è presente un caso clinico caratterizzato dalla comparsa del delirio di negazione, delirio tipico del quadro di Cotard, in gravidanza, ovvero in una condizione organica che, seppur fisiologica, può rappresentare comunque un periodo di transizione psicologicamente delicato caratterizzato anche da cambiamenti di corporei importanti (Walloch et al., 2007). Nel caso riportato dagli autori, alla paziente ventottenne che negava la gravidanza venne diagnosticato un quadro depressivo grave caratterizzata da sintomi psicotici (ICD-10; F32.3) nel periodo prenatale, dato che i sintomi deliranti apparivano correlati all’umore della paziente; la negazione della propria condizione di gestante, però, sembrava essere la dimensione significativa del quadro clinico complessivo (Walloch et al., 2007). Secondo gli stessi Autori, la sintomatologia riportata può rappresentare un caso di Sindrome di Cotard, intesa come delirio di negazione, in quanto le convinzioni della paziente circa la scomparsa della gravidanza o la morte del bambino possono esser interpretate come negazione delle funzioni corporee (Walloch et al., 2007). Al di là del suo riconoscimento quale quadro clinico e nosografico