Stress lavoro-correlato e genere: un’immagine sulle lavoratrici

di Di Martino Daniela da Psicologinews Scientific Il D.Lgs n. 81/2008 e le successive disposizioni integrative e correttive del D.Lgs . 3 agos t o 2 0 0 9 n. 1 0 6 introducono l’obbligo di attuare la valutazione dello stress lavoro-correlato, ciò per tutte le aziende (pubbliche e private), secondo quanto previsto da due documenti: – l’Accordo Quadro Europeo sullo stress lavoro-correlato (recepito il 9 Giugno 2008) – le indicazioni della Commissione Consultiva Permanente per la Salute e Sicurezza sul Luogo di Lavoro (18 Novembre 2010) Il D. LGS n.81/2008 rappresenta una rivoluzione rispetto all’attenzione posta alle differenze di genere nell’esposizione ai rischi professionali e in particolar modo a quelli specificamente connessi allo “stress lavoro-correlato”. L’ articolo 6, comma 8 let. L afferma che la prevenzione di questo rischio non possa esulare dal riconoscimento delle differenze di genere e cito: La Commissione consultiva permanente per la salute e sicurezza sul lavoro ha il c o m p i t o d i … . p r o m u o v e r e l a considerazione della differenza di genere in relazione alla valutazione dei rischi e alla predisposizione delle misure di prevenzione. Viene dunque superato il paradigma della prevenzione e protezione della salute sui luoghi di lavoro a carattere “neutro” e si valorizza la specificità di genere nell’interazione con l’ambiente di lavoro. Lo stress lavoro-correlato è un rischio professionale che evidenzia differenze significative tra le lavoratrici e i lavoratori rispetto a cause, effetti e conseguenze. Il principale fattore di stress per il g e n e r e f e m m i n i l e r i g u a r d a l a conciliazione lavoro/famiglia e i l cosiddetto fenomeno del “doppio carico”. Le donne sono sempre più presenti nel mercato del lavoro, tuttavia a ciò non è ancora seguita una piena ed equa rimodulazione dei carichi extralavorativi tra i generi. Ancora oggi le donne si occupano dell’accudimento di figli e familiari anziani, in misura maggiore rispetto agli uomini. La conciliazione lavoro/famiglia si configura, pertanto, come la prima e principale fonte di stress lavoro-correlato per le donne. I l “doppio car ico” rappresenta il problema principale d’accesso ad adeguati meccanismi di recupero psico-fisico: basti pensare che secondo un’indagine ISTAT, i lavoratori maschi dedicano in media 2 ore all’assistenza dei familiari, le donne ne dedicano in media 5 e mezza. Ciò implica che in Italia, mediamente, una donna ha meno tempo libero rispetto ad un uomo. Il fenomeno del “doppio carico” ha effetti anche sulla sfera emotiva, in particolare, il timore della donna di penalizzare la carriera in caso di gravidanza o matrimonio, e viceversa, il timore di penalizzare la famiglia a causa del lavoro, sono due dinamiche mentali estremamente presenti e negative per la salute mentale femminile. A ciò si aggiungono le tensioni che spesso insorgono con i datori di lavoro di fronte a richieste di turnistiche agevolate, permessi, aspettative che nascono dalla necessità di meglio conciliare le esigenze lavorative con quelle familiari. Altro aspetto intorno al quale più spesso nascono tensioni sono le comprensibili resistenze della donna a svolgere trasferte/distacchi in luoghi lontani dal domicilio e quindi dalla propria famiglia. Questi fenomeni sono annoverati tra le principali cause del maggior disagio delle donne lavoratrici rispetto agli uomini. Secondo alcuni studi il “doppio carico” rappresenterebbe anche una delle cause del minor accesso delle donne a posizioni gerarchiche apicali (fenomeno del “Soffitto di cristallo”). Un altro fenomeno che attanaglia il genere femminile sui luoghi di lavoro riguarda le molestie sessuali. Sembra incredibile ma solo di recente le molestie hanno cominciato ad assumere un valore e un significato giuridico. Alcuni atteggiamenti maschili sono stati a lungo considerati dalle stesse donne come parte della comune convivenza con gli uomini sul luogo di lavoro. Dare a quegli stessi comportamenti il valore di u n a i m p r o p r i a e o l t r a g g i o s a prevaricazione e, quindi, di molestia, è una conquista dei nostri tempi. Definire la molestia non è semplice. Su questo tema ci viene in soccorso la raccomandazione dell’Unione Europea sulla tutela delle donne e degli uomini sul lavoro (1991)che introduce, a tale riguardo, in modo esplicito, il concetto di m o l e s t i a , s p e c i fi c a n d o n e l e caratteristiche: – “reiterazione”, ossia di insistenza; – “ intenzional i tà” , ossia volontà soggettiva di offendere; – “ indesiderabi l i tà” di determinat i comportamenti, da parte di chi li subisce. Questi aspetti sono difficilmente obiettivabili e dimostrabili, in quanto spesso diventa rilevante la percezione soggettiva d i chi subisce quei comportamenti. Ciò che fa veramente la differenza sono: la percezione, il vissuto e le reazioni che carat ter izzano l’esperienza di una donna molestata da un uomo .Questo aspetto, rende ad oggi ancora difficile l’applicazione di sanzioni al fenomeno delle molestie. Analizziamo come ultimo elemento di stress lavoro-correlato il mobbing. A tal proposito è utile riportare uno studio condotto dall’Università degli studi di Pavia (Tonin e coll.). In questo studio sono stati elaborati statisticamente i dati d i p a z i e n t i e s a m i n a t i p r e s s o l’ambulatorio di Medicina del Lavoro istituito presso la suddetta l’Università, tra il 2001 e il 2009. Tra i lavoratori con diagnosticata “sindrome da mobbing” o patologie correlabili, si è riscontrata una netta preponderanza del sesso femminile (65%). Del 65% delle donne vessate: 1. la percentuale più alta appartiene alla fascia d’età compresa tra i 34 e i 45 anni; 2. si tratta di soggetti con scolarità medio -elevata; 3. la professione prevalente è quella impiegatizia. Ad un’analisi dettagliata notiamo che, al punto 1, la fascia di età tra i 34 e i 45 anni risulta essere più esposta ad atteggiamenti “mobbizzanti”. Sarebbe a tal proposito interessante uno studio di correlazione tra mobbing e incremento

LE FORME DI LINGUAGGIO NELLA RELAZIONE INTERPERSONALE. L’INCOMPRESIONE NELLA COMUNICAZIONE

di Alberta Casella da Psicologinews Scientific In questo articolo è mia intenzione collaborare per la soluzione del mistero della comunicazione umana: perché talvolta abbiamo l’impressione che l’altro non ci capisca, o non ci ascolti, perché anche se ci impegniamo a spiegare le nostre ragioni non riusciamo a trovare un accordo con il nostro interlocutore. La linguistica e la psicologia possono aiutarsi ed aiutarci, rendendosi complementari, trovando reciproco appoggio ed analizzando le stesse questioni da punti di vista differenti, attuando, quindi, un confronto ed un’integrazione tra gli studi effettuati. Lo studio della lingua risulta essere, infat t i , premessa necessar ia per impostare un’analisi del rapporto tra le persone poiché questo è, soprattutto, fondato sull’uso del linguaggio come primo strumento comunicativo. Analizzare lo scambio di parole tra i due soggetti, capire in che modo esso si formi, cosa intende e sottintende, come e quanto l’ambiente possa influenzarlo può essere, quindi, un’area d’incontro fertile e produttiva. Nella relazione, decisivo è il tipo di comunicazione che si utilizza: le dichiarazioni verbali possono fornire notizie ed indizi, la comunicazione non verbale arriva a complicare o chiarire il messaggio. Spesso può accade che nella relazione comunicativa tra persone i registri di comunicazione risultano diversi e sfasati e ciò rende lo scambio non fluido, il messaggio non chiaro. È importante il fluire della parola per comprendere a fondo il filo del discorso; l e parole, r icreando atmosfere, illustrando situazioni, suggerendo sentimenti ed emozioni, saranno la chiave per chiarire anche i movimenti del non verbale. Un atteggiamento propositivo che inviti l’altro ad esprimere liberamente il suo pensiero risulta fondamentale perché apre la strada ad un rapporto di fiducia per poter arrivare, poi, a conversare su temi sempre più significativi. Uno dei problemi fondamentali dell’analisi del linguaggio verbale è che esso non ha sempre un significato chiaramente condiviso da entrambi gli interlocutori: le parole, le espressioni usate dal soggetto sono plasmate dal contesto culturale nel quale egli le ha apprese e possono assumere, quindi, diversi significati a seconda del senso che si attribuisce loro. Può accadere che si fraintendano le parole dell’altro, dando ad esse diverso significato, alterando la comprensione dei fatti. Inoltre, l’ambiente e le circostanze influenzano sempre il comportamento e le comunicazioni e questo può ulteriormente modificare il messaggio e la sua ricezione. Numerosi sono gli studi che confermano l’importanza del contesto nel plasmare atteggiamenti ed opinioni: tra gli studi più affascinanti troviamo gli esperimenti di Cook che analizzò le valutazioni di studenti su un discorso condotto in classe con sottofondi musicali diversi: a seconda del contesto piacevole o sgradevole in cui esso era condotto, i ragazzi ne davano una valutazione positiva e soddisfacente o, al contrario, ne ricevevano un’impressione di negatività e malcontento, nonostante che le parole del discorso rimanessero invariate durante entrambe le situazioni sperimentali. Altrettanto interessanti sono le ricerche che correlano gli stati emozionali con aspetti della conduzione del discorso: si è notata, ad esempio, una correlazione tra situazioni di stress o ansia e variazione di alcuni aspetti specifici dell’eloquio come un cambiamento nel tono della voce o fenomeni di esitazione. Inoltre, tramite esperimenti che deliberatamente ponevano il soggetto in situazioni ansiogene, si è notato che questi comportamenti hanno un’elevata frequenza: ciò sembra confermare l’ipotesi che essi siano involontari e non controllabili da parte del soggetto. Quest’esempio di variazioni del linguaggio, dette aspetti para-linguistici dell’eloquio, c’introduce facilmente nell’esplorazione e spiegazione dell’altra faccia della interazione umana: la “comunicazione non-verbale” di cui questi fenomeni, comprendenti la voce e l e v o c a l i z z a z i o n i , i l t o n o , l e c a r a t t e r i s t i c h e t e m p o r a l i n e l l a successione delle parole, ne sono un aspetto. Il linguaggio verbale, infatti, è peculiare della comunicazione umana ma, negli scambi quotidiani, la comunicazione “non-verbale” o gestuale è altrettanto importante. Spesso non occorre sentire le parole per comprendere ciò che ciascuno custodisce dentro di sé, perché i segni esteriori degli atteggiamenti rivelano più di quanto si potrebbe esprimere. La comunicazione non-verbale accompagna e rafforza l’esposizione verbale; a volte, addirittura, la sostituisce riuscendo altrettanto comprensibile ed efficace. Gli atteggiamenti del viso e del corpo, gli sguardi, un suono ci trasmettono messaggi al pari delle parole, spesso al di là delle parole, con un effetto rapido ed immediato. Una stretta di mano, infatti, od uno sbadiglio, un cenno di assenso o di disappunto esprimono compiutamente i sentimenti, i pensieri, gli stati d’animo che si vogliono comunicare. Lo studio delle interazioni non-verbali può avere i l duplice aspetto di approfondire la comprensione del singolo individuo e di ricercare spiegazioni per l’analisi dell’interazione sociale, dello stile e delle abilità dei singoli che si manifestano al suo interno. Canestrari fornisce un elenco dettagliato di ciò che considera fondamentale e necessario al fine di essere in grado di capire ed interpretare correttamente i messaggi impliciti del comportamento del nostro interlocutore. I diversi segnali considerano ambiti molto disparati: il “comportamento spaziale”, ovvero il modo con cui gli individui si dispongono tra loro; molto approfondito è, in questo caso, lo studio della vicinanza fisica tra persone, che sembra sottostare a regole implicite e fisse che giocano sulla relazione d’intimità e di dominanza tra i soggetti; l’ “orientazione”, ovvero il modo con cui le persone si situano nello spazio, che può esprimere rapporti di gerarchia, sottomissione, amicizia, intimità; la “postura”, che attesta relazioni di ruolo, atteggiamenti interpersonali e cultura di provenienza, status sociale, stati emotivi particolarmente riferiti alla dimensione tensione-rilassamento. Infine, un’intera area delle comunicazioni non-verbali si situa nello studio di movimenti particolarmente espressivi quali i gesti delle mani ed i movimenti del capo. Ekman e Fiesen considerano questi due elementi come emblematici della comunicazione umana, illustrando come essi siano fondamentali per lo scambio di qualsiasi informazione: essi possono essere, infatti, utilizzati per sottolineare determinate frasi, possono essere emessi intenzionalmente per sostituire parole sottintese, possono indicare stati affettivi, possono, infine,

ADHD: le mamme pazienti. La declinazione del disturbo al femminile

di Roberto Ghiaccio da Psicologinews Scientific Ci sono dei miti da sfatare circa le donne e l’ADHD. Il mito dei miti è che le ragazze non ne possano soffrire. Le donne ADHD sono sotto diagnosticate e sotto-trattate, affrontano rischi diversi dell’ADHD al maschile, presentando anche una gamma sintomatologica diversa. Ci è voluto molto tempo per capire come il disturbo da deficit di attenzione / iperattività si presenti nelle ragazze e nelle donne e quali problemi può creare, scopo di questo articolo e capirne e delinearne le differenze fenomenologiche al fine di evitare il rischio della mancata diagnosi. Ansia. Depressione. Insuccesso scolastico. Autolesionismo. Disoccupazi one. Gravidanze non pianificate. Anche un aumento del rischio di morte prematura. I rischi e il tributo di sofferenza che possono derivare dal disturbo da deficit di attenzione / iperattività, sono enormi, conteggiati ogni anno miliardi di euro o dollari, in perdita di produttività e spesa sanitaria con in indicibili frustrazione da parte delle pazienti. Eppure, nonostante oltre un secolo di ricerche e migliaia di studi pubblicati, l’ ADHD – rimane in gran parte frainteso, ciò è particolarmente peggiore quando si tratta di declinare l’ ADHD al femminile. Nonostante tale disturbo sia stato inizialmente concettualizzato come disturbo elettivo dell’infanzia è ormai chiaro e comprovato il suo essere cronico e persistente. Ormai è evidente la sua prospettiva life-span con un cambio sintomatologico dettato sia dalla gravità del disturbo che dal suo t r a t t a m e n t o . Sappiamo che l e manifestazioni in età adulta sono eterogenee e si distaccano dai tipici p a t t e r n c o m p o r t a m e n t a l i c h e contraddistinguono la fenomenologia evolutiva, con espressioni che virano s u l l a d i s r e g o l a z i o n e emo t i v a – comportamentale e compromissioni funzionali ed adattive. Per molti anni si è creduto che l’ADHD fosse un disturbo ad appannaggio dell’età evolutiva e del sesso maschile, sotto valutandlo in ricerche, descrizioni e trattamenti al femminile. Le variazioni cliniche variano con l ’ e t à e l e caratteristiche possono essere declinate anche in base alle tipicità di genere, con presentazione al femminile di disturbi del sonno, difficoltà di pianificazione ed organizzazione, riduzione o quasi assenza di iper attività, sensazione di instabilità con una certa dose di tensione interna costante. Quando si parla di tale disordine tendiamo a “confinare” le donne nel ruolo dei madri o di mogli che hanno figli o mariti affetti da ADHD, oppure le vediamo come operatrici della sanità a vario titolo o come insegnanti. Tali donne ricoprono un ruolo cruciale e fondamentale nel coacing quotidiano di tali pazienti, ma sottovalutiamo la presenza e l’incidenza dell’ADHD nelle donne e nelle ragazze. La presenza del d i s t u r b o n e l l e d o n n e h a u n a fenomenologia a tratti opposta e quasi contraddittoria a quella che siamo abituati e riscontrare nella popolazione maschile. Tale diversità porta ad un misconoscimento diagnostico e ad una mancata comprensione del disturbo. La conoscenza dell’ADHD nelle donne è ancora limitata in quanto pochi studi sono s t a t i c o n d o t t i su questa popolazione. Le donne hanno iniziato solo di recente a essere diagnosticate e trattate per l’ADHD, ad oggi la maggior parte di ciò che sappiamo su questa popolazione si basa sull’esperienza dedotta dai campioni maschili e gli studi evidence based specifici sono limitati e circoscritti alle aree americane. Vari studi hanno largamente sottostimato il numero di donne ADHD (Walker, 1999). Per molti anni si è pensato che il deficit dell’attenzione e iperattività fosse un problema riguardante solo i maschi. Sono molte le ricerche che hanno individuato una percentuale di bambine con il deficit dell’attenzione molto minore rispetto a quella dei maschi. La ragione di questa differenza relativa al genere è rimasta oscura e inesplorata fino a qualche anno fa. In realtà, sembra che questa difficoltà nella diagnosi sia strettamente collegata ai criteri diagnostici ufficiali. Di solito le donne arrivano a riconoscere il proprio ADHD dopo che uno dei suoi figli ha ricevuto una diagnosi. Man mano che imparano di più sull’ADHD, inizia a ri-vedere alcuni tratti, alcune difficoltà che hanno vissuto da ragazze e che ancora vivono, seppur in modalità diverse. Taluni tratti del disturbo finiscono per creare tendenze alla disistima, stati d’ansia, vissuti di inadeguatezza, fino alla sensazione di “non sentirsi una buona donna”, tali problematiche secondarie adombrano e coprono così l’ADHD. Gli psicologi stanno combattendo i pregiudizi di genere nella ricerca sul disturbo da deficit di attenzione e iperattività. La maggior parte dei pochi studi evidence based si sono limitati però, al confronto fenomenologico tra ragazze e ragazzi, utilizzando i sintomi dell’ADHD dei ragazzi come indicatore rispetto al quale le ragazze dovrebbero essere “misurate”, trascurando il fatto che i bisogni delle donne sono biologicamente differenti e devono tenere in considerazione una moltitudine di fattori anche sociali. Storicamente, la ricerca sull’ADHD si è concentrata quasi esclusivamente sui bambini iperattivi, e solo negli ultimi sei o sette anni si è concentrata sugli adulti. Afferma Nadeau, esperto di disturbo nelle donne e direttore del Chesapeake Psychological Services of Maryland in Silver Spring: “E il riconoscimento delle donne [con il disturbo] è rimasto ancora più indietro”. Secondo l’autore questo ritardo nel riconoscimento del deficit nelle ragazze e delle donne è dovuto agli attuali criteri diagnostici. I criteri diagnostici sia del DSM 5 che dell’ ICD 11 rimangono più appropriati per i maschi rispetto alle femmine, e sono incentrati su modelli di riferimento rivolti alla gestione e all’osservazione che genitori e insegnanti, possono fare di comportamenti più evidenti, più problematici e più overt. Secondo Jane Adelizzi, le donne con ADHD sono state trascurate perché l’iperattività di solito manca nelle ragazze, ed in genere la sintomatologia è più covert e disattenta. “Le ragazze con ADHD rimangono un

La salute delle donne in epoca COVID. Alcune riflessioni sull’accesso alla cura

di Francesca Dicè da Psicologinews Scientific La salute psicofisica delle persone, gravemente compromessa dalla diffusione della pandemia da SARS-COVID- 19, è uno degli argomenti più trattati di questo periodo; in particolare, le questioni legate alla salute del femminile sembra caratterizzarsi di specifiche peculiarità. C’è innanzitutto da dire che, secondo le statistiche sanitarie, le donne sembrano essere meno colpite dal COVID-19 rispetto agli uomini (Gagliardi et al., 2020), probabilmente a causa di alcuni fattori fisici (come la minore tendenza al tabagismo ed ad una r i s p o s t a immunitaria più pronta ed efficace) ma anche di maggiore attitudine a dedicare uno spazio significativo della propria quotidianità alla cura personale. È pertanto probabile, dunque, che le donne stiano mettendo in atto con maggiore rigore le buone pratiche ed i comportamenti volti al contenimento dell’infezione, richiesti dagli organi ministeriali. D’altra parte, è generalmente riconosciuto che le donne siano delle ottime promotrici delle buone prassi volte alla promozione della salute e che, in questo, siano molto sostenute dalle strutture sanitarie grazie alle loro programmazioni volte allo screening ed alla prevenzione delle patologie femminili. Ciononostante, in questo periodo, per motivazioni comprensibilmente dovute alla prudenza necessaria ad evitare il contagio, negli ultimi mesi si sono rivolte in misura minore alle strutture sanitarie per controllare la loro condizione medica (Sharpless, 2020). In particolare, le istituzioni sanitarie hanno più volte dato l’allarme per il calo degli screening relativi al cancro al seno, evidenziando la necessità di riprendere il prima possibile le attività al fine di evitare gravi conseguenze cliniche quali l’aumento della mortalità o il peggioramento delle condizioni di salute (Humanitas, 2020). In altri termini, l’attenzione e la protezione di un aspetto della propria salute sta sostituendo la cura di tutti gli altri. Per quanto è di nostra competenza di comunità psicologica, dobbiamo necessariamente evidenziare come, accanto alla gravità delle condizioni fisiche, questo allarme riguardi anche l’importante aumento del rischio psicopatologico nelle donne. È ben noto infatti come l’essere affette da cancro al seno comporti vissuti di ansia, depressione, rabbia ed ostilità (Martino et al. 2019a) nonché di svalutazione del proprio ruolo di genere o, in riferimento alle loro relazioni familiari, di senso di colpa per non essere sufficientemente disponibili al loro consueto ruolo accuditivo (Martino et al. 2019b). Dunque, una donna ammalata di cancro a l s e n o , a n c h e e s o p r a t t u t t o nell’auspicabile caso in cui guarisca definitivamente, sarà anche una donna portatrice di importanti fragilità emozionali che potrebbero costituire un importante rischio per la sua salute psicologica e che andrebbero a sommarsi all’indebolimento psichico dovuto alle molteplici difficoltà della pandemia. Tutto ciò non può essere oltremodo sottovalutato. È dunque necessario che la nostra comunità scientifica si allinei c o n f o r z a a l l e c a m p a g n e d i sensibilizzazione operate da parte delle strutture sanitarie, affinché le donne non trascurino in alcun modo, seppure per proteggersi dal rischio di contagio dal COVID-19, il ricorso alle buone prassi legate allo screening ed alla prevenzione dalle malattie fisiche, in particolare quelle gravi come il cancro al seno. Ciò in ragione di preservare la loro sanità in tutti i suoi aspetti, medici e psicologici, e di tutelare completamente la loro salute. Bibliografia Gagliardi MC, Ortona E & Ruggieri A. (2020) Di f ferenze di genere in COVID-19: possibili meccanismi. R e t r i e v e d f r o m h t t p s : / / www.epicentro.iss.it/coronavirus/sars-cov- 2-differenze-genere-possibili-meccanismi Humanitas (2020). COVID-19 e tumori: la riduzione degli screening e il calo delle diagnosi . Ret r ieved f rom https:// www.humanitas.it/news/covid-19-tumori-lariduzione-degli-screening-calo-delle-diagnosi/ Martino ML, Gargiulo A., Lemmo D. & Margherita G. (2019a). Cancer Blog Narratives: The Experience of Under Fifty Women with Breast Cancer during Different Times after Diagnosis. The Qualitative Report, 24(1):158-173. R e t r i e v e d f r o m h t t p s : / / nsuworks.nova.edu/tqr/vol24/iss1/13 Martino ML, Lemmo D, Gargiulo A, Barberio D, Abate V, Avino F & Tortoriello R (2019b) Underfifty Women and Breast Cancer: Narrative Markers of Meaning Making in Traumat ic Exper ience. Frontiers Psychology, 10:618. doi: 10.3389/fpsyg.2019.00618 Sharpless NE (2020). COVID-19 and cancer. Science 368(6497):1290 DOI: 10.1126/science.abd3377

I bambini e la tecnologia: effetti sulla salute psicofisica

I bambini, al giorno d’oggi, cominciano presto ad utilizzare la tecnologia: come si può gestirne l’uso nel migliore dei modi? Secondo uno studio americano pubblicato su ‘Jama Pediatrics‘, i bambini sotto i 6 anni passano la maggior parte del tempo davanti ad uno schermo guardando la tv. E in 17 anni questo lasso di tempo è raddoppiato, almeno tra i più piccoli, arrivando a 3 ore al giorno tra i bimbi sotto i 2 anni. E spesso, mamma e papà sono in difficoltà quando devono allontanare i propri figli dai video terminali oppure, a volte, sono proprio i genitori, stremati dalla quotidianità, ad utilizzarli per distrarre o calmare i bambini fin dal primo anno di vita. Ma quali possono essere le conseguenze fisiche e psicologiche di un utilizzo precoce e prolungato dei dispositivi digitali? Un utilizzo prolungato di video terminali fin dalle primissime fasi evolutive può condurre a conseguenze sia su un piano fisico che psicologico. Infatti, aumenta il rischio che, nel corso dello sviluppo, si possano presentare difficoltà emotive e relazionali. L’Organizzazione Mondiale della Sanità rileva come “lo schema dell’attività complessiva nelle 24 ore è fondamentale: sostituire il tempo prolungato davanti allo schermo con un gioco più attivo o sedentario, assicurandosi che i bambini piccoli ricevano abbastanza sonno di buona qualità” viene considerato di assoluta importanza per un adeguato sviluppo psicofisico. L’alterazione delle abilità relazionali può provocare l’isolamento sociale, innalzando la possibilità di sviluppare quelle che vengono definite nuove dipendenze. I giovani, in particolare, possono sentirsi più facilitati nella creazione di un’identità digitale in cui non hanno bisogno di mostrarsi per ciò che sono realmente. Tra le nuove dipendenze, nel DSM-5, si annoverano le new technologies addiction (dipendenza da tv, internet, social network, videogiochi). Ma quando è importante contattare un terapeuta affinché si possa approfondire meglio la situazione? Alcuni segnali di allarme che si potrebbero osservare nei ragazzi sono: cambiamenti d’umore improvvisi, la tendenza ad accendere i video terminali in orari non consoni o comunque quando si pensa di non essere visti, irrequietezza o apaticità; possono essere avvertiti anche sintomi fisici quali mal di testa, mal di schiena, disturbi della vista. Ma la punizione serve davvero? Spesso, dopo aver ignorato alcuni comportamenti inadeguati lievi dei propri bambini, i genitori esasperati utilizzano la punizione che sembra riportare immediatamente la situazione sotto controllo. Ed è per questo che poi si continua ad utilizzare nel tempo. Tuttavia, alla lunga, gli svantaggi possono essere superiori dei vantaggi: da un lato cresce la rabbia e il risentimento del bambino, dall’altra il senso di colpa del genitore. L’utilizzo della punizione può modellare, inoltre, risposte aggressive (insegnando, ad esempio, l’uso della forza) e mostra solo ciò che non è adeguato, senza offrire l’occasione di apprendere comportamenti validi. Cosa possono fare davvero i genitori? ⦁ Si potrebbe concordare prima il tempo di utilizzo del video terminale predisponendo, ad esempio, anche una sveglia che indichi che “è finito il tempo”; ⦁ Proporre attività alternative. Si consente al bambino di sperimentare il piacere di trascorrere il tempo in un modo diverso (attività fisica, gioco da tavolo, preparazione di un dolce, etc…); ⦁ Rinforzare i bambini quando trascorrono il tempo in modo qualitativamente differente. Dare attenzione ai comportamenti che si vogliono promuovere: descriverli anche se si avvicinano a quelli desiderati aumenterà la probabilità che il bambino impieghi il tempo in modo funzionale anche nei giorni successivi; ⦁Per i più grandi diventa fondamentale l’ascolto, il dialogo e il confronto. Attenzione a non puntare il dito e accusare o giudicare i propri figli. Soffermarsi e accogliere le emozioni del genitore può essere utile per imparare ad empatizzare con quelle dei propri figli.

Racconto: Ragione e sentimento

di Ida Esposito da Psicologinews Scientific Non ne faccio una buona! Ha ragione Michele, non sono capace di tenere in ordine neanche in casa… eppure vorrei che fosse più gentile con me, invece mi rinfaccia tutte le mie mancanze. Ieri sera, ad esempio, è tornato a casa dopo essere stato tutto il giorno in cerca di lavoro, mi ha trovata davanti alla TV, è successo un putiferio……. ma lo capisco, lui cerca lavoro nonostante nessuno abbia ancora compreso il suo valore ed io invece me ne sto comodamente a casa. Ma non importa, la prossima volta starò più attenta, farò un respiro profondo e quando tornerà a casa, di nuovo nervoso, come sempre ormai, mi controllerò e non risponderò a nessuna delle sue accuse così dopo un po’ gli passerà e verrà a scusarsi con me e sarà di nuovo tutto come prima…….sì, come prima.. all’inizio che stavamo insieme. Non dimenticherò mai la prima volta che ci siamo baciati, io ero scoppiata a piangere mentre prendevamo il caffè al bar, lui mi ha chiesto. “Perchè?” Io, senza quasi conoscerlo, istintivamente gli ho risposto: ” Ho litigato con i miei !” Lui mi ha chiesto : “Perché?” “Mi credono un’incapace, criticano ogni mia scelta. Sai cosa penso? Non credo mi abbiano mai amato, in realtà non so neanche se mi abbiano veramente voluto o se sono capitata per caso…” Lui mi ha sorriso, mi ha accarezzato la faccia e guardandomi dritta negli occhi mi ha detto: ” Non piangere, i tuoi sono degli stupidi e non meritano le tue lacrime. Da oggi in poi non permetterò più a nessuno di farti piangere!”. Poi mi ha baciata e mi ha portato via con se….. Da allora quante cose sono cambiate… ho lasciato il lavoro per seguirlo a Milano, facevo l’operaia in una fabbrica di gelati, mi trovavo bene, mi pagavano per quello che mi serviva, ma non mi è dispiaciuto mollare tutto. In fondo non me ne fregava niente dei colleghi, sembravano anche dispiaciuti, alcuni, ma si sa – la gente finge!-. e poi Michele mi diceva che avrebbe pensato a tutto lui. Avrebbe pensato lui a me, ed io gli ho creduto. Finalmente non avevo più bisogno di badare a me stessa, di mostrare ai miei che sono capace di mantenere uno schifo di lavoro. Bastava che mi occupassi solo di noi due, io e Michele, insieme per sempre… Eppure ora che ci penso, Ormai non ricordo neanche più il tempo in cui assomigliava al mio cavaliere in armatura scintillante. Può sembrare strano ma oggi di scintillante ricordo solo il riflesso della lampada operatoria che mi hanno puntato in faccia l’ultima volta che sono stata in ospedale. Mi hanno ricucito in anestesia locale, sei punti sulla guancia destra. Al pronto soccorso ho raccontato che sono inciampata in cucina e che sono rovinata sul ceppo dei coltelli lasciati fuori posto. Ed effettivamente potrebbe essere successo realmente così data la mia sbadataggine . A volte me la racconto proprio così …… Michele mi ha portato in ospedale, aveva tutta l’aria di un fidanzato premuroso e spaventato, ma quando sono tornata a casa gliel’ho rinfacciata la questione del coltello e lui di risposta, con la solita area da cane bastonato mi ha giurato che è stato solo un momento di rabbia . Mi ha precisato, come spesso avviene, che di certo io sono l’unica donna che e’ stata capace di fargli perdere la testa. Il giorno dopo e tutti i giorni per un mese intero mi ha regalato rose rosse …. Non mi sono mai vista come una capace di far perdere la testa agli uomini, anzi mi sono sempre considerata il brutto anatroccolo della compagnia, ogni mia compagna è sempre stata più bella, attraente e capace di me. Nonostante ciò, stranamente, c’è ne sono stati di uomini che mi hanno guardato e spesse volte con intenzioni poco romantiche, ma si sa, gli uomini non si fanno problemi. Adesso, però, non è più tempo di perdermi in pensieri negativi! I cinque minuti che dice il bugiardino sono abbondantemente passati… faccio un respiro profondo e dopo con decisione aprirò la porta del bagno. Meglio farla da sola questa cosa… d’altra parte non c’è un’amica di cui mi fidi e Michele è l’ultimo a cui potrei dirlo. Io sono un tipo regolare, ogni 28 giorni, come un orologio, è sempre stata l’unica cosa stabile della mia vita! Perciò, ieri, dopo sette giorni di ritardo, mi sono fatta coraggio e ho chiesto alla commessa della farmacia un test di gravidanza. Mi sono fatta di mille colori, come una tredicenne beccata in peccato, ma oggi in realtà di anni ne compio trenta! Eppure non riesco a pensare a me come ad una trentenne… come hanno fatto a passarmi tutti questi anni addosso senza che me ne accorgessi?! Oggi compio trent’anni e dietro la porta di questo bagno potrebbe esserci una bella sorpresa, un regalo tutto per me, solo per me, un figlio mio! Non sarei mai più sola…. Ma se non mi andasse bene neanche questa cosa farò? Che alternativa avrei, con Michele non ci resto se non mi dà almeno un figlio, potrebbe essere l’unico modo per risarcirmi di tutte le cose brutte che ho dovuto sopportare! Dai miei non ci torno di certo, la soddisfazione di sentirmi dire “Te l’avevamo detto! Sbagli sempre”, non gliela do. Senza un figlio, senza un uomo, senza un lavoro, senza una famiglia, cosa mi resterebbe? Solo quella faccia di plastica della dottoressa che mi ha incastrato al consultorio famigliare, dove mi ha portata Camilla, la nostra vicina, quella volta che mi ha vista piangere di rabbia fuori all’uscio della porta perchè Michele mi aveva punita chiudendomi fuori casa. Dottoressa poi…. Forse una psicologa? Mi pare. Ha finto di interessarsi a me come di certo farà con tutte le disgraziate che le capitano ogni giorno. Mi ha detto che se ho bisogno di lasciare casa lì possono aiutarmi. Ho sorriso, finta come lei, ho ringraziato ma le ho detto che

Il vortice dell’ansia. Alterazioni psicopatologiche e trattamento nelle esperienze ansiose

di Veronica Iorio da Psicologinews Scientific L’ansia è un’esperienza di per sé naturale che può tramutare in forme patologiche fino ad assumere il volto di una sofferenza dilaniante. Quest o ar t icol o par te da uno sguardo fenomenologico sulle modificazioni del vissuto nelle condizioni ansiose. Si sofferma poi, in particolare, sul rapporto che l’individuo vive con la realtà interna ed esterna, in termini sia di interruzioni del contatto sia di alterazioni delle strutture e funzioni psichiche, secondo un approccio integrato di psicoterapia della Gestalt e Analisi Transazionale. Si conclude, infine, con una breve esposizione dell’intervento mirato al recupero del naturale fluire dell’esperienza e al superamento delle modalità copionali che impediscono il soddisfacimento dei bisogni del presente. Ansia e angoscia: definizioni Il tema dell’ansia richiede una trattazione congiunta di ansia e angoscia. Entrambi i termini derivano dal latino: ‘ansia’ dal latino tardo anxia, da angere ‘stringere’, ed ‘angoscia’ dal latino angustia ‘strettezza’. Spesso l’ansia è assimilata all’angoscia poiché la distinzione terminologica appartiene solo alle lingue di origine latina. L’inglese e il tedesco p o s s i e d o n o i n f a t t i u n ’ u n i c a p a r o l a , rispettivamente anxiety e Angst. In ambito clinico ansia e angoscia talvolta sono considerate equivalenti, talvolta distinte e l’impiego dei due termini è molteplice. Gli psicologi in genere parlano di ansia, gli psicoanalisti preferiscono parlare di angoscia, gli psichiatri tendono ad individuare l’ansia nella presenza di sintomi psichici e l’angoscia in una concomitanza di manifestazioni psichiche e somatiche. Di frequente l’angoscia viene identificata come uno stadio più grave dell’ansia e più prossimo alla patologia, connesso ad un grado maggiore di sofferenza e coinvolgimento somatico. Eugenio Borgna utilizza i due termini in modo interscambiabile, benché riconosca una maggiore pregnanza semantica nel termine angoscia. In questa sede, si adotterà la sua posizione. Nel dizionario della lingua italiana di Salvatore Battaglia l’ansia corrisponde ad uno “stato t o rme n t o s o d e l l ’ a n ima , p r o v o c a t o dall’incertezza circa il conseguimento di un bene sperato o la minaccia di un male temuto”. L’angoscia è descritta come un “senso di soffocamento, oppressione che genera agitazione, affanno, difficoltà a respirare, ansito”. “Sofferenza fisica o morale, acuta, tormentosa, in cui l’uomo teme di soccombere; preoccupazione assillante che non dà respiro; inquietudine, ansia ossessiva”. “Stato di malessere soprattutto fisico, ma sempre mescolato di apprensione vitale, vicino alle manifestazioni di affettività primordiale, quando l’essere si sente minacciato nella sua esistenza senza saperne bene le cause o senza poter provvedere ai rimedi”. La categoria dell’angoscia è entrata nel pensiero occidentale attraverso la vicenda umana di Kierkegaard. Ampiamente discussa in ambito filosofico, ha raggiunto la sua massima elaborazione in psicopatologia. Nel 1997 V. E. von Gebsattel scrive: “L’angoscia ha cessato dall’essere la questione privata della singola persona. L’umanità occidentale in generale è immersa nell’angoscia e nella paura: un determinato present imento di minaccia terribilmente incombente sconvolge la certezza ontologica della persona umana. L’invadenza del fenomeno dell’angoscia, che da cento anni cresce vertiginosamente, ha raggiunto un’intensità mai sperimentata fino ad oggi”. Secondo Borgna, vi sono tre categorie dell’angoscia: l’angoscia esistenziale, che fa parte della vita, in quanto emozione radicale e costitutiva della condizione umana, l’angoscia nevrotica, che nasce dai conflitti, come espressione di ferite infantili spesso caratterizzate dalla solitudine e dall’abbandono, e l’angoscia psicotica propria dell’esperienza depressiva devastata dal desiderio di morire e dalla colpa. Nella depressione l’angoscia assume la sua forma più dilaniante. Il fluire della vita si arresta e l ’ e s i s t enz a s i t r a sfigur a divent ando un’esperienza sconvolgente. Dall’ansia naturale all’ansia patologica L’ansia è un fenomeno che si manifesta lungo un continuum che va da uno stato di attivazione naturale dell’organismo a forme gravi di patologia. Nella psicoterapia della Gestalt l’ansia corrisponde ad una eccitazione, un’energia vitale e creativa fondamentale per la sopravvivenza e la gratificazione dei bisogni. Tale energia cresce, decresce o si mantiene stabile durante il ciclo naturale dell’esperienza, in funzione delle esigenze autoregolative e adattive proprie dell’organismo. Tuttavia, per varie ragioni questo libero fluire di vitalità può interrompersi e l’ansia diventa un malessere. L’eccitazione si realizza in qualsiasi tipo di contatto forte e consiste in un aumento nell’intensità del processo metabolico di ossidazione d e l l e sostanze n u t r i t i v e immagazzinate. Con il bisogno di maggiore aria, l’organismo aumenta in modo spontaneo il ritmo e l’ampiezza della respirazione. Se invece i n t e r v i e n e u n t e n t a t i v o d i c o n t r o l l o sull’eccitazione, l’intensificarsi della respirazione si blocca e si genera un vuoto che richiama altra aria. L’ansia nasce da una costrizione involontaria del petto che priva l’organismo della quantità adeguata di ossigeno e rappresenta l’esito del conflitto tra l’eccitazione e l’autocontrollo. Secondo Fritz Perls l’uomo moderno tende ad escludere dall’area della consapevolezza la continuità della sua esperienza poiché considera l’emozione come un turbamento da evitare. Ogni mome n t o d e l l ’ e s i s t e n z a è c o n n o t a t o emotivamente ed ogni emozione è di per sé un’eccitazione. Pertanto, in condizioni naturali l’energia scorre in modo continuo nello scorrere ininterrotto dell’esperienza. Tuttavia, nella società occidentale le qualità della calma e della ragione sono stimate più dell’emotività. Una sorta di “crociata a favore del controllo delle emozioni” insegna ai bambini a reprimere i propri vissuti piuttosto che ad esprimerli, a privilegiare le esigenze del mondo esterno, ritenute reali, a scapito del sentire. Perls afferma: “Nella misura in cui il vostro senso di realtà è stato distaccato dalla vostra personalità odierna, il tentativo di sperimentare la realtà farà insorgere in voi l’angoscia (mascherata forse come stanchezza, noia, impazienza, fastidio), e ciò che specificamente

Adolescenti isolati

di Giulia Tarabbo da Psicologinews Scientific Gli adolescenti mostrano un profondo disagio emotivo conseguente l’isolamento e le restrizioni alla loro libertà. Essere adolescenti oggi significa vivere confinati nelle proprie camere e isolati dai coetanei. Tutto ciò ha ripercussioni sulle loro vite emotive e si manifestano in profondi disagi psicologici. Spesso ci troviamo difronte ragazzi che cercano un contenimento alle loro angosce. Il nostro intervento si articola intorno alle storie psichiche che di volta in volta sfilano difronte a noi. Osserviamo la vita con i loro occhi e proviamo ad assumere un atteggiamento empatico e distaccato, cercando di stimolare quel processo di crescita ed autodeterminazione, di separazione ed individuazione che dovrebbe appartenere agli adolescenti. La pandemia e le conseguenti misure per il contenimento hanno costretto noi tutti ad uno stile di vita molto lontano da quello a cui eravamo abituati. Il vivere privati di qualsiasi forma di svago e socializzazione ha portato alla luce ombre di cui avevamo il sentore. Gli adolescenti, a causa anche del periodo di vita che si trovano a vivere, rappresentano la lente d’ingrandimento dei disagi che pian piano emergono. Per limitare i contagi è stato chiesto, soprattutto in Campania, a tutti gli studenti di rinunciare alla scuola, a favore di una didattica definita “a distanza”. In conseguenza di tale decisione i bambini ed i ragazzi si sono adeguati ad uno stile di vita che li vuole arenati sui letti e sui divani davanti ad un piccolo schermo alla ricerca di un contatto con coetanei, e di un sapere scolastico che dovrebbe essere loro tramesso attraverso il web. Lontano dall’idea di dare un pensiero sull’appropriatezza di tali provvedimenti, appare opportuno però osservare le loro conseguenze e provare a prevenire o quantomeno lenire il dolore psichico che emerge dalla storia che i ragazzi ci raccontano. Chiudere la scuola ha significato una forte forma di isolamento dai pari. Le loro relazioni sociali si sono ridotte a quelle veicolate dal web: chat, giochi online, social e gruppi whattapp hanno rappresentato, nell’ultimo anno, l’unica modalità comunicativa e di relazione. Sembra pertanto opportuno domandarsi cosa significa per gli adolescenti perdere il contatto con i coetanei, a cosa hanno dovuto rinunciare durante quest’anno. Le conseguenze legate alla necessità di tenere lontani i ragazzi gli uni dagli altri sono osservabili nella pratica clinica, dove con sempre crescente preoccupazione si osserva il manifestarsi di quadri psicopatologici complessi e diversificati. Forme di autolesionismo, anoressia e più in generale disturbi del comportamento alimentare, disturbi ossessivo compulsivo, depressione, ansia sociale sono solo alcuni tra le sintomatologie osservate ed in forte crescita tra gli adolescenti. Già prima che fossero adottate le misure di prevenzione al Covid si osservava un malessere che si esplicava in atteggiamenti di distanziamento sociale e che aveva come conseguenza l’utilizzo di Internet come unico ponte di socializzazione. Il mondo per molti adolescenti era pericoloso, ed oggi questa pericolosità è ancor più marcata poiché li abbiamo privati dei contatti con i coetanei rendendo così la rete amicale fragile. “I legami d’amicizia sono definiti come relazioni interpersonali stabili nel tempo, di natura intima e privata, frutto di scelte volontarie, i quali si riconoscono nella relazione, con reciproco sostegno e piacere nello stare insieme e nel condividere esperienza. Tali relazioni rivestono nello sviluppo un ruolo maggiormente rilevate rispetto ai rapporti con i coetanei più in generale.” (Rischi in adolescenza. Comportamenti problematici e disturbi emotivi, Acura di Elena Cattaneo. Carocci Ed. pag.91). È stata osservata l’esistenza di una correlazione tra legami amicali e adattamento. Da ciò si desume che privare gli adolescenti della possibilità di istaurare legami d’amicizia aumenta notevolmente la possibilità che si manifesti malessere psicologico. In oltre il gruppo dei pari svolge un ruolo fondamentale nel promuovere lo sviluppo verso l’età adulta e soprattutto promuove l’acquisizione dell’autonomia e della ridefinizione della loro identità. Costringendoli in un ambiente domestico per tanto tempo, il processo di separazione ed individuazione che in questa fase evolutiva rappresenta un’importantissima tappa, ha subito un arresto importate. I ragazzi si sono ritrovati ad essere nuovamente figli piccoli e dipendenti di genitori controllanti e accudenti. Ciò il ha ricollocati ad una fase dello sviluppo evolutivo precedente costringendoli ad una profonda frustrazione dei loro bisogni evolutivi ed emotivi. La loro identità, che nel gruppo dei pari trova possibilità di sperimentarsi e sostegno per le angosce e le paure legate al vivere esperienza di vita nuove, ha perso la possibilità di strutturarsi e fortificarsi nel rispecchiamento con i coetanei. Va fatta in oltre un’ulteriore osservazione, questi adolescenti sono gli stessi a cui da sempre viene rimproverato l’uso eccessivo dei dispositivi elettronici. A causa di utilizzo privo di buon senso e di una mancata educazione in tal direzione, i ragazzi si trovano sprovvisti anche delle più rudimentali capacità di socializzare di persona. L’uso delle chat ha preso il posto, ormai quasi completamente, degli incontri e delle relazioni vis a vis. Supportati e sostenuti dalle norme ora in vigore sembra che non abbiano motivazioni per uscire dalle loro tane casalinghe. Si viene a creare così un circolo vizioso perverso in cui ai ragazzi viene vietato di fare ciò che li consentirebbe di adempiere ai loro compiti evoluti e loro, frustrati da queste privazioni, si ancorano sempre di più a quei comportamenti che li mettono al riparo dal rischio di una relazione autentica e concreta. Ed in questo continuo oscillare tra proibizioni e paure che si instaura il malessere psicologico. Dove il sintomo, nelle sue varie declinazioni diventa il simbolo di una mancata capacità da parte di noi adulti di assolvere al ruolo di “base sicura”, di “madre sufficientemente buona”. Tale mancanza appartiene al periodo precedente la pandemia, l’isolamento sociale e le angosce legate alle paure fisiologiche conseguenti il periodo contestuale. Oggi, purtroppo, raccogliamo i frutti di una mancata capacità di supporto emotivo nei confronti di bambini ed adolescenti, che precede il Covid, le cui cause vanno ricercate nelle modalità relazionali adottate. Bibliografia Rischi in adolescenza. Comportamenti problematici e disturbi emotivi, Acura di Elena Cattaneo. Carocci Ed. Il gioco che guarisce. La psicoterapia della Gestalt con bambini ed adolescenti.

LO PSICOLOGO NELLA SCUOLA “INCLUSIVA”

di Monica Gianfico da Psicologinews Scientific Nella scuola italiana gli alunni con Bisogni Educativi Speciali sono in aumento ed emerge la necessità della presenza costante della figura dello Psicologo che promuova l’Inclusione Scolastica. L’Articolo 1 della Legge 18 febbraio 1989 n. 56 definisce la figura dello psicologo come professione che “comprende l’uso degli strumenti conoscitivi e di intervento per la prevenzione, la diagnosi, le attività di abilitazione-riabilitazione e di sostegno in ambito psicologico rivolte alla persona, al gruppo, agli organismi sociali e alle comunità”. Comprende altresì le attività di sperimentazione, ricerca e didattica in tale ambito”. Inoltre, in base al Codice Deontologico, ha il dovere di accrescere le conoscenze sul comportamento umano ed utilizzarle per promuovere il benessere psicologico dell’individuo, del gruppo e della comunità”. In ogni ambito professionale opera per migliorare la capacità delle persone di comprendere sé stessi e gli altri e di comportarsi in maniera consapevole, congrua ed efficace” (Art. 3). Pertanto nel contesto scolastico italiano lo psicologo è il professionista specificamente preposto alla tutela della salute psicologica della popolazione, la figura professionale che lavora e agisce con le persone e i gruppi che afferiscono all’organismo scuola e alla sua comunità. La scuola italiana è una scuola “inclusiva”, attenta ai bisogni degli alunni BES. Cosa vuol dire BES? Il significato del termine BES, acronimo di “Bisogni Educativi Speciali”, viene precisato con l’emanazione della Direttiva ministeriale del 27 dicembre 2012: “Strumenti di intervento per alunni con Bisogni Educativi Speciali e organizzazione territoriale per l’inclusione scolastica“ . Le esigenze degli alunni BES, permanenti o temporanee, nascono per una varietà di ragioni diverse: “L’area dello svantaggio scolastico è molto più ampia di quella riferibile esplicitamente alla presenza di deficit, in ogni classe ci sono alunni che presentano una richiesta di speciale attenzione per una varietà di ragioni: svantaggio sociale e culturale, disturbi specifici di apprendimento e/o disturbi evolutivi specifici, difficoltà derivanti dalla non conoscenza della cultura e della lingua italiana perché appartenenti a culture diverse”. Tre sono le categorie di alunni con BES identificate dal Miur: 1. alunni con disabilità, per il cui riconoscimento è necessaria la presentazione della certificazione ai sensi della legge 104/92; 2. alunni con disturbi evolutivi specifici, tra cui: • D.S.A. – disturbi specifici dell’apprendimento (per il cui riconoscimento è necessario presentarldiagnosi di D.S.A); • deficit di linguaggio; • deficit delle abilità non verbali; • deficit della coordinazione motoria; • ADHD – deficit di attenzione e di iperattività; 3 alunni con svantaggio sociale, culturale e linguistico. In che modo lo psicologo si è attivato a scuola? L’istituzione scolastica italiana si è sempre rivolta allo Psicologo prevalentemente attraverso “Lo sportello d’ascolto” che si configura come uno spazio di consulenza gratuito rivolto a tutti gli alunni, alle famiglie e ai docenti in cui l’utenza può riflettere sui propri vissuti e rileggerli in modalità più adeguate promuovendo così i l loro benessere, tuttavia questo servizio è stato realizzato per periodi di tempo limitati. Siamo consapevoli delle esigenze degli alunni? I profondi cambiamenti avvenuti dal punto di vista sociale e culturale hanno influito in maniera significativa contribuendo all’emergere nella scuola di nuove esigenze sia rispetto ai processi di apprendimento che alle componenti emotive e relazionali, inoltre attualmente stiamo assistendo allo sviluppo di un crescente malessere degli alunni dovuto al disagio psicologico provocato dell’emergenza CORONAVIRUS, periodo durante il quale i protagonisti della scuola hanno dovuto ridefinire le relazioni con i compagni di classe, gli insegnanti e il resto del personale scolastico. Gli alunni con Bisogni Educativi Speciali aumentano. Nelle scuole italiane sono in costante aumento gli alunni con Bisogni educativi speciali (BES). Le motivazioni dell’aumento sono diverse, rispetto al passato è aumentata la sensibilità verso questi nuovi fenomeni e di conseguenza è migliorato l’approccio metodologico diretto alla loro riconoscibilità, inoltre ha contribuito la presenza di studenti provenienti da altri Paesi. Alla luce di tali considerazioni la scuola è chiamata a rispondere ad esigenze diversificate e occorre rinnovare una Psicologia in azione che deve intervenire fino al raggiungimento della presenza costante dello psicologo attraverso un progetto finalizzato ad intervenire nelle aree di disagio degli alunni BES. Il punto di partenza di tale condizione è avvalersi dello psicologo come risorsa e strumento fondamentale nello “spazio personale” del periodo formativo scolastico dell’alunno con il suo Bisogno Educativo Speciale. Di conseguenza, nella prospettiva dell’inclusione, è prioritario consolidare un servizio psicologico in orario scolastico ed extrascolastico che possa offrire delle attività che siano integrate favorendo così la cultura del benessere psicologico nella scuola di ogni ordine e grado. Inoltre, tale azione, deve essere finalizzata a favorire l’analisi dei bisogni di tutti gli alunni BES rispetto alla d i m e n s i o n e d e l l ’ a p p r e n d i m e n t o , coadiuvando in tal modo, i docenti curricolari e di sostegno nelle attività di progettazione didattico – educativa e per i percorsi di orientamento . L’ obiettivo dello psicologo a scuola dovrebbe essere dunque quello di avere la possibilità di contribuire con le sue competenze all’inclusione sociale di ogni alunno all’interno di un progetto che permetta di potenziare le sue abilità relazionali al fine di riconoscere i propri bisogni e gli altri come portatori di bisogni uguali o diversi, in tal modo si andrebbero a valorizzare tutte le differenze individuali e si potrebbero sperimentare le capacità di autoregolazione ed empatia verso l’altro, un intervento che supporterebbe anche l’alunno con disabilità per raggiungere e mantenere un funzionamento ottimale nell’interazione con il suo ambiente di vita. Lavorare in questa direzione vuol dire favorire la costruzione del senso di appartenenza attraverso un lavoro in sinergia anche con tutti i servizi territoriali rivolti alla scuola al fine di costruire l’identità e il percorso scolastico di ogni alunno con il suo “ Bisogno Educativo Speciale “. La collaborazione con la famiglia Sviluppare la collaborazione costante tra psicologo della scuola e famiglia vuol dire offrire contesti di confronto e riflessione tra i genitori circa il ruolo educativo che sono chiamati a svolgere nei confronti dei figli valorizzando

Over the top: se l’amore verso un figlio supera i confini

over the top

Il ruolo genitoriale è da sempre quello più difficile: i genitori a qualunque età rischiano sempre di andare over the top, oltre un confine immaginario dell’amore. Non esiste il manuale del perfetto genitore, soprattutto perché le dinamiche relazionali cambiano continuamente nel corso del tempo. Pur essendo in buona fede, si assiste spesso all’instaurarsi di relazioni disfunzionali che non portano allo sviluppo psicologico ottimale di un bambino, che pur dipendendo dagli adulti e comunque portatore di esigenze e desideri propri. Il decremento della natalità ha determinato la presenza di famiglie con figlio unico, su cui spesso i genitori e la famiglia d’origine riversano le proprie aspettative e attenzioni. Il bambino diventa così il centro dell’ attenzione di tutti, che lo considerano la loro fonte di appagamento affettivo. Questa modalità, chiamata chiasma relazionale, è utile in una prima fase di accudimento, perché funge da supporto ai genitori. Può però diventare pericolosa se si cristallizza nel tempo. Tutti si sentono responsabili allo stesso modo della cura, dell’ istruzione, del tempo libero, creando capovolgimento di ruoli, e invadendo confini e generando tensione tra genitori e nonni. Altra modalità di relazione disfunzionale, se unica e persistente, è la cosiddetta parental child. Essa si manifesta quando uno dei due genitori assume un ruolo secondario e periferico nella cura dei figli. Capita spesso che la madre debba colmare l’ assenza della figura paterna (dovuta, ad esempio, a motivi lavorativi) e si assume la gestione dell’ autorità. Oppure si verifica che la madre riversa su uno dei figli, solitamente il maggiore o quello più sensibile, alcuni compiti, per alleggerirsi il carico. Questo figlio, adultizzato precocemente, non ha più la libertà di vivere la propria vita e la propria età. Così, si compromette la possibilità di sperimentarsi al di fuori della famiglia o comunque il fisiologico svincolo da essa.