Società egocentrica, il trionfo del narcisismo sui social networks

Nella società odierna i social networks rivestono un ruolo di primaria importanza: sono canali di comunicazione, strumenti di socializzazione e vetrine per il proprio ego.In un precedente articolo abbiamo visto come i social possono influenzare l’immagine veicolata all’esterno, restituendo agli utenti una versione idealizzata di sé. Negli anni i media digitali sono profondamente cambiati: da strumenti di relazione sono diventati il mezzo preferito per una comunicazione egocentrica, basata sull’autocelebrazione. La tendenza a veicolare contenuti autocelebrativi è molto più forte nei soggetti con elevati livelli di narcisismo, per i quali i social networks diventano uno strumento di autoaffermazione. Cos’è il narcisismo? Il termine si presta a diverse interpretazioni, a seconda che venga utilizzato per descrivere un tratto della personalità, un concetto della teoria psicoanalitica o un problema socioculturale. Nella concezione comune, il narcisista è una persona egocentrica, egoista e vanitosa, accecata dall’amore per se stessa.La psicologia scinde il sano “amor proprio” dalla condotta del narcisista pervaso da grandiosità e necessità di ammirazione.L’individuo con disturbo narcisistico della personalità si sente speciale ed esagera la narrazione delle proprie qualità e traguardi, animato da fantasie di successo e potere. Narcisismo e social networks Nel narcisismo patologico, il narcisista crede fermamente di essere un eletto, una persona superiore. Tutto gira attorno a lui, il rapporto con gli altri si svuota di significato ed è caratterizzato dalla totale assenza di empatia. L’altro è una mera fonte di continue attenzioni e gratificazioni di cui il narcisista si nutre, mai sazio del desiderio di essere amato e ammirato. In quest’ottica i social networks diventano lo strumento ideale in cui dare sfogo alla propria autocelebrazione, in maniera unidirezionale e virale. Ed ecco che selfie, reel e stories diventano lo strumento prescelto per coltivare il proprio ego e raccogliere consensi. Una ricerca ha dimostrato che le persone con narcisismo tendono a ricercare maggiormente feedback relativi ai contenuti postati sui social (Żemojtel-Piotrowska et al., 2018). Questo vale sia per i social media di tipo testuale, che per quelli prettamente visivi, come Instagram. I social per i narcisisti rappresentano un mezzo per catturare l’attenzione degli altri utenti, ricercare consensi e conferme, alimentando la percezione di essere speciali e superiori alla media.
Social: educare alle potenzialità e ai rischi del web

I social sono ad oggi il mezzo di comunicazione più diffuso ma l’utilizzo che se ne fa può generare molteplici effetti. Il potere del social network è quello di amplificare all’ennesima potenza qualsiasi tipo di fenomeno, facendolo entrare nel vortice dei click e trasformandolo in tendenza. Ognuno di noi possiede almeno un dispositivo dotato di connessione ad internet e controlla più o meno frequentemente le notizie che velocemente scorrono sulle diverse home page. La ricondivisione a catena può avere effetti positivi e negativi in base alla valenza del messaggio che si sta trasmettendo. Ogni contenuto ha sempre l’obiettivo di ottenere like, ma allo stesso tempo ha anche il potere di condizionare chi lo osserva. Così, come fino a un decennio fa le tendenze erano influenzate dagli spot pubblicitari, oggi l’esercito di influencer (termine coniato non a caso) si espone mostrando stralci della propria vita reale. Ma quanto c’è di reale in quello che si mostra non è dato saperlo. Sicuramente dei modelli estetici, comportamentali, relazionali vengono lanciati in rete spesso senza contestualizzare determinati commenti e informazioni. Ognuno si sente libero di dire la propria criticando e anche insultando, con commenti violenti, i contenuti non graditi quando basterebbe semplicemente non seguire più determinate pagine o profili. Invece questo tipo di atteggiamento può generare fenomeni specifici, come il cyberbullismo o revenge porn per citarne alcuni, ed avere gravi effetti e conseguenze sulla vita delle persone, talvolta irreversibili. Il mondo dei social resta sempre specchio del mondo reale e anche nei commenti ai post si respira un clima poco inclusivo e discriminatorio Ma qualcosa sta cambiando e forse anche grazie al particolare periodo storico che stiamo attraversando e che ha reso i social, in alcuni casi, l’unica possibilità di incontro tra le persone. Il movimento che sta invadendo le piattaforme web negli ultimi tempi porta ad un’importante inversione di rotta. Il potenziale comunicativo dei social è stato canalizzato anche in campagne di sensibilizzazione, incontri di informazione su temi più vari connessi al benessere, condivisione di contatti e pratiche utili per gestire momenti critici. Molte influencer hanno iniziato a pubblicare stralci di storie sempre più aderenti alla realtà, senza alimentare il divario tra le vite dei follower e le proprie, rese perfette da filtri ed effetti omologanti, che servono a produrre esclusivamente una percezione distorta delle cose. Si sono mostrate spesso senza trucco, hanno iniziato ad affrontare questioni delicate come l’acne per gli adolescenti, la cellulite, le rughe. Ma anche aspetti connessi alla propria vita relazionale e psicologica. Molti personaggi famosi hanno dichiarato di aver sofferto di depressione, di baby blues post gravidanza. Molti blogger hanno fatto coming out. Hanno denunciato abusi. Tutto ciò non annulla il vissuto di inadeguatezza, ma riduce il senso di rifiuto verso aspetti della propria esistenza che si riscoprono comuni a molte persone e permette di aprire un confronto, di sentirsi meno soli in situazioni che sono più diffuse di quanto immaginiamo. Le app che ci accompagnano ogni giorno nei nostri percorsi di vita possono diventare un’importante strumento di cambiamento. In che modo? Educando all’utilizzo dei social; lavorando sul rispetto delle esistenze altrui, sullo sviluppo di un pensiero critico che permetta di selezionare le fake news da quelle attendibili, sulla sensibilizzazione ad un linguaggio corretto ed inclusivo che permetta di dire la propria senza offendere e discriminare.
Social, smartphone e il mito dell’individualismo: stiamo davvero diventando più soli?

Negli ultimi quindici anni, l’avvento degli smartphone e dei social network ha trasformato radicalmente il modo in cui comunichiamo, costruiamo relazioni e percepiamo noi stessi. Piattaforme come Facebook, Instagram, TikTok e X (ex Twitter) sono entrate nella quotidianità di miliardi di persone. Parallelamente, il tempo trascorso davanti allo schermo – tra notifiche, scroll infinito e messaggistica istantanea – è aumentato in modo significativo. In questo scenario, una domanda si impone: stiamo diventando più individualisti? E, se sì, in che senso? Individualismo: una definizione psicologica In psicologia, l’individualismo non è semplicemente “pensare a sé stessi”, ma indica una configurazione culturale e psicologica in cui l’autonomia, l’autorealizzazione e l’identità personale sono centrali. Secondo le ricerche di Geert Hofstede, le società individualiste tendono a valorizzare l’indipendenza e il successo personale più del senso di appartenenza al gruppo. Tuttavia, l’individualismo può assumere forme diverse: È soprattutto questa seconda declinazione che molti studiosi collegano all’uso intensivo dei social media. Connessione o isolamento? Una delle grandi contraddizioni dei social è questa: connettono ma isolano. Da un lato: Dall’altro: Studi longitudinali pubblicati su riviste come il Journal of Social and Clinical Psychology hanno evidenziato che una riduzione controllata dell’uso dei social può portare a un miglioramento del benessere soggettivo e a una diminuzione della solitudine. Narcisismo e cultura dell’immagine Un tema centrale è l’aumento dei tratti narcisistici nelle nuove generazioni. Il narcisismo, in psicologia clinica, è caratterizzato da: Le piattaforme visive, come Instagram e TikTok, incentivano la centralità dell’immagine. L’algoritmo premia ciò che cattura attenzione, spesso enfatizzando estetica, successo, performance. Si crea così una “vetrina permanente” dove l’identità rischia di diventare prodotto. Non è un caso che lo psicologo Sherry Turkle, nel suo libro Alone Together, sostenga che la tecnologia ci stia abituando a relazioni più controllabili e meno impegnative: possiamo modificare, filtrare, cancellare. La vulnerabilità – elemento essenziale dell’intimità autentica – viene ridotta. L’illusione dell’autosufficienza Un altro aspetto riguarda l’idea di autosufficienza. Lo smartphone diventa: Questo strumento concentra in sé funzioni che prima richiedevano interazione con altri: chiedere informazioni, confrontarsi, attendere. La gratificazione immediata riduce la tolleranza alla frustrazione e può rafforzare un atteggiamento centrato sull’immediatezza dei propri bisogni. Inoltre, l’algoritmo personalizza contenuti in base alle preferenze individuali, creando “bolle informative” (echo chambers). L’utente viene esposto prevalentemente a opinioni simili alle proprie, rafforzando la percezione che il proprio punto di vista sia centrale e condiviso. Non solo effetti negativi: l’altra faccia dell’individualismo È importante evitare visioni catastrofiste. L’individualismo digitale può avere anche aspetti positivi: In questo senso, il problema non è la tecnologia in sé, ma l’uso che ne facciamo e il significato psicologico che attribuiamo alla presenza online. Verso un equilibrio relazionale La vera questione non è se i social ci rendano individualisti, ma che tipo di individualismo stiano promuovendo. Se un individualismo competitivo, basato sul confronto e sull’apparenza, o uno maturo, fondato sull’autenticità e sulla responsabilità. Alcune strategie psicologiche utili possono essere: La tecnologia è uno strumento potente: può amplificare sia l’isolamento sia la connessione. Sta alla cultura, all’educazione e alla consapevolezza individuale orientarne l’impatto. Conclusione L’era dei social e degli smartphone ha certamente accentuato dinamiche individualistiche, soprattutto nella forma di una maggiore centralità dell’immagine e della performance personale. Tuttavia, non siamo condannati a diventare più soli o narcisisti. Il rischio non è l’individualismo in sé, ma la perdita di equilibrio tra identità personale e appartenenza relazionale. In definitiva, la sfida psicologica del nostro tempo è integrare il sé digitale con il sé relazionale, senza lasciare che uno sostituisca l’altro. Fonti
Social influencer: la risonanza sociale dei protagonisti del web

Internet ha generato una profonda evoluzione dei modelli comunicativi e sociali: in una prospettiva egocentrica, ogni utente dotato di un account ha la possibilità di costruire la sua vetrina virtuale, una finestra sul mondo digitale che permette di esporre la propria vita (reale o fittizia che sia) alla platea virtuale in ascolto. Nello scenario di tale sovraesposizione mediatica, le aziende sono state costrette a inventare nuove strategie per avvicinarsi al pubblico e per differenziarsi dalla pubblicità tradizionale riaffermando il bisogno di unicità e genuinità in chiave 4.0. Proprio in questo contesto nascono gli influencer: personaggi talmente popolari in rete da avere la capacità di influenzare i comportamenti e le scelte degli utenti. A cosa si deve il loro successo? Nonostante la figura dell’influencer sia molto cambiata nel tempo, trasformandoli da ragazzi della porta accanto a vere e proprie web star, conserva un fattore decisivo: la credibilità e la fiducia agli occhi del consumatore. Il follower istintivamente si identifica con il personaggio, prova empatia e fiducia, si immedesima nella storia narrata e assimila il messaggio veicolato. Uno dei rischi di questo fenomeno è l’Highlight Reel Effect:i follower confrontano la loro vita con quella patinata esibita dagli influencer, questo genera insicurezza e insoddisfazione, fino alla depressione. Si tende sempre più al raggiungimento di un’immagine ideale, di un modello di perfezione estetica e di status sociale di un mondo dorato e inaccessibile.Esistono dei pericoli anche per la salute psicologica dell’influencer, perennemente sotto stress e sotto i riflettori per restare fedele all’immagine di perfezione costruita, schiavo dei like da cui dipendono la sua affermazione sociale e la sua carriera e continuamente esposto ad una gogna mediatica per ogni passo falso commesso. Come anticipato, gli influencer si stanno evolvendo: consapevoli del loro potere di persuasione lo esercitano per portare l’attenzione su temi di grande impatto sociale, come il body shaming, la discriminazione e la violenza di genere, il razzismo e surriscaldamento globale. La tecnologia con la sua viralità può essere un mezzo per diffondere messaggi positivi con una potenza straordinaria, la chiave è non farsi sopraffare dallo strumento, ma mettere mente e cuore nel messaggio.
Snoezelen: benessere e ambienti multisensoriali

Cos’è un ambiente Snoezelen? Uno spazio Snoezelen è un ambiente creato artificialmente dove è possibile gestire suoni, luci, temperature, aromi e altro ancora. Le attrezzature multisensoriali stimolano i sensi, promuovendo sensazioni di benessere e facilitando l’azione cognitiva. In queste stanze, è possibile osservare i livelli di eccitazione neurofisiologica delle persone, influenzando positivamente l’ambiente neurochimico. L’ambiente sensoriale può anche contribuire ad alleviare lo stress, l’ansia e il dolore, mirando a massimizzare la concentrazione individuale e a promuovere reazioni significative e produttive a situazioni, oggetti e persone nell’ambiente circostante. La risposta adattativa è un processo dinamico in continua evoluzione, facilitato dall’ambiente Snoezelen. Da dove nasce Snoezelen? Negli anni ’80, i terapisti olandesi Jan Hulsegge e Al Verheuli hanno introdotto il concetto di Snoezelen. Per dimostrare gli effetti positivi della loro terapia, hanno creato una tenda sensoriale sperimentale usando semplici divisori di plastica e una varietà di stimoli. All’interno di questa tenda, hanno incluso un ventilatore che muoveva stringhe di carta e proiettato inchiostro mescolato con acqua su uno schermo. Sono stati riprodotti i suoni di strumenti musicali a percussione. Infine, sono stati aggiunti oggetti tattili, bottigliette di profumo, saponi, creme profumate e cibi aromatizzati. Questi elementi hanno fornito una vasta gamma di sensazioni e stimolazioni sensoriali, contribuendo al benessere e al rilassamento delle persone coinvolte nella terapia Snoezelen. Come è arredato l’ambiente multisensoriale? Per creare un ambiente Snoezelen ottimale per la stimolazione cognitiva e sensoriale, viene consigliato di arredare la stanza con una serie di attrezzature appositamente progettate. Tra queste, una poltrona confortevole, avvolgente e girevole offre comfort e sostegno. Una struttura orizzontale morbida e rotonda, adatta sia al riposo che alla stimolazione del movimento. Un’attrezzatura di questo tipo consentirebbe, infatti, di favorire attività di propriocezione grazie al movimento oscillante. Elementi morbidi come tappeti e cuscini con diverse finiture tattili possono essere posizionati sia a terra che su strutture per offrire varietà sensoriale. Tende leggere tattili, materiali per esperienze tattili e odorose e effetti luminosi come proiettori, lampade a bolle e luci UV possono arricchire ulteriormente l’ambiente. Elementi per attività sensoriali insieme a giocattoli che offrono effetti visivi, sonori e tattili, possono essere integrati per favorire esperienze interattive. Infine, effetti sonori come la musica rilassante, i suoni della natura e gli effetti ritmici possono essere utilizzati per calmare e rilassare i partecipanti. Esperienze di degustazione di diverse bevande aromatizzate e cibi completano l’esperienza sensoriale. Chi può trarre beneficio da un ambiente Snoezelen? Gli ambienti Snoezelen facilitano la terapia di soggetti affetti da una vasta gamma di disturbi. Tra essi i disturbi post-traumatici, stress, ansia associata all’abuso di sostanze, demenza, disabilità dello sviluppo, disabilità cognitive, autismo e disturbi da deficit di attenzione e/o iperattività (ADHD). Questi ultimi soggetti spesso manifestano un’ipersensibilità eccessiva o una scarsa sensibilità alla normale esperienza sensoriale della vita. Ciò può portare a sentirsi a disagio con il proprio corpo e a mostrare comportamenti impegnativi o esprimere insoddisfazione. Sono comunemente etichettati come individui incapaci di rilassarsi e mantenere un stato di equilibrio. In questo contesto, gli ambienti Snoezelen offrono un rifugio sensoriale in cui esplorare i propri vissuti in modo sicuro e confortevole, aiutando a regolare le esperienze sensoriali e a trovare momenti di calma e soddisfazione. Inoltre, l’ambiente Snoezelen offre alle persone con disabilità cognitive e a coloro che vivono in condizioni particolari di fragilità l’opportunità di godere e controllare una vasta gamma di esperienze sensoriali. Queste persone spesso non sperimentano il mondo come la maggioranza di noi e possono affrontare limitazioni nei movimenti, nella vista, nell’udito, nelle abilità cognitive, nei comportamenti, nella percezione, nel dolore e in altri contesti. Queste sfide possono creare ostacoli al loro godimento della vita. Tuttavia, la stimolazione multisensoriale offre loro l’opportunità di superare queste barriere, consentendo loro di esplorare e vivere esperienze sensoriali che altrimenti potrebbero essere difficili da raggiungere. Ancora, negli ultimi anni la metodologia Snoezelen ha dimostrato di produrre risultati significativi anche nel trattamento dei disturbi comportamentali nella demenza, noti come BPSD (Behavioral and Psychological Symptoms of Dementia). Studi condotti in RSA e nuclei Alzheimer hanno evidenziato miglioramenti nella gestione di momenti critici nelle attività quotidiane, come il fare il bagno ai pazienti affetti da Alzheimer.
SMARTWORKING: Opportunità e Sfide

Lo smartworking è ormai diventato un tema molto caldo, soprattutto a seguito della pandemia dove le organizzazioni sono state forzate ad adattarsi all’ambiente esterno in pieno lockdown. Lo smartworking può essere inteso come una nuova filosofia manageriale fondata sul dare alle persone flessibilità e autonomia nella scelta degli spazi, degli orari e degli strumenti a fronte di una responsabilizzazione dei risultati. La sua introduzione richiede un percorso piuttosto articolato se si vogliono evitare fenomeni di rifiuto. Nonostante i giovani siano i nuovi nativi digitali, essi non accolgono favorevolmente lo smartworking perché preferiscono lavorare in presenza. Al contrario, chi ha una carriera già avanzata lo preferisce e lo apprezza di più. Inoltre, sembra che le resistenze all’introduzione dello smartworking provengano soprattutto dai capi intermedi. Questo accade perché temono la perdita del controllo fisico e non si sentono pronti a un nuovo modello gestionale fondato su uno scambio di fiducia capo-dipendente. Esistono anche una serie di vincoli strutturali da affrontare. Tra questi ci sono quelli informatici e di telecomunicazione in quanto è necessario possedere un device portatile. Si aggiungono anche quelli logistici e quelli comunicativi poiché sono necessari sistemi informatici che permettono di condividere i documenti. Se dall’analisi interna emerge un quadro culturale non ancora pronto, è meglio rimandare e ripartire con il progetto in un secondo momento. Dal punto di vista culturale, infatti, cambia totalmente l’assunto dell’unità tempo-spazio secondo cui è necessario lavorare nello stesso luogo e negli stessi orari per avere un’efficienza aziendale. Lo smartworking permette di riorganizzare gli spazi e il layout degli uffici in modo nuovo. Inoltre, ha degli impatti positivi anche sull’ambiente perché riduce il traffico, il consumo di illuminazione e di emissioni inquinanti. Lo smart working ha sicuramente delle ricadute importanti anche in termini di efficacia organizzativa. La motivazione e il benessere delle persone viene incrementato e allo stesso tempo questo porta delle ricadute positive sulla produttività. In generale, adottare lo smartworking pone al contempo sfide e opportunità per le organizzazioni. Le principali motivazioni che dovrebbero spingere le aziende ad adottarlo sono diverse: è una modalità di lavoro innovativa che garantisce una certa competitività offre ai collaboratori una maggiore flessibilità e la possibilità di valorizzare la propria identità professionale e personale porta a un miglioramento della qualità del lavoro, con l’uso di ambienti di lavoro moderni e di strumenti IT evoluti. Infatti, il lavoro flessibile porta una forte capacità di concentrazione e di organizzazione. La maggior produttività è legata alla possibilità di distribuire il lavoro in base ai momenti della giornata in cui si è fisicamente e mentalmente disponibili. Questo aspetto può produrre, nel lungo periodo, a una difficoltà di separare il lavoro dal resto della vita. Allo stesso tempo, però, permette di realizzare effettivamente il work-life balance con un effettivo recupero di spazi da dedicare alla vita sociale. BIBLIOGRAFIA Donadio, A. (2017). Hrevolution: HR nell’epoca della social e digital transformation. Franco Angeli
Sinestesie: 3 consigli per l’apprendimento

Quando lo studente è sinestetico: 3 consigli per gestire l’apprendimento
Sindrome di Tourette: cos’è e come si manifesta

La sindrome di Tourette è un disturbo neurologico caratterizzato dalla presenza di tic motori e vocali che si manifestano in modo involontario e ripetitivo. Prende il nome dal neurologo francese Gilles de la Tourette, che la descrisse per la prima volta nel 1885. Caratteristiche della sindrome di Tourette La sindrome di Tourette ha un esordio tipicamente nell’infanzia, tra i 5 e i 7 anni, con una maggiore prevalenza nei maschi rispetto alle femmine. I sintomi possono variare nel tempo in termini di intensità e frequenza. I tic possono essere motori o vocali: Tic motori: movimenti improvvisi e involontari come sbattere le palpebre, scrollare le spalle, muovere il capo o compiere gesti complessi; Tic vocali: emissioni involontarie di suoni, parole o frasi, tra cui schiarimenti di gola, grugniti, colpi di tosse o, in alcuni casi, l’uso involontario di parole volgari (coprolalia), che però è presente solo in una minoranza di casi. I tic tendono a peggiorare in situazioni di stress o emozioni intense, mentre possono ridursi durante attività che richiedono molta concentrazione. Cause e fattori di rischio Le cause precise della sindrome di Tourette non sono ancora del tutto chiare, ma si ritiene che derivi da una combinazione di fattori genetici e ambientali che influenzano il funzionamento di alcune aree cerebrali, in particolare quelle legate al controllo dei movimenti e della regolazione emotiva. Alcune ricerche suggeriscono il coinvolgimento di anomalie nei neurotrasmettitori: nello specifico, oltre al sistema dopaminergico, sembra essere coinvolto anche il recettore 5-HT2A della serotonina. Diagnosi della sindrome di Tourette La diagnosi si basa sull’osservazione clinica dei sintomi e sulla loro persistenza nel tempo. I criteri diagnostici includono: Presenza di tic motori e vocali per almeno un anno; Comparsa dei sintomi prima dei 18 anni; Assenza di una causa alternativa che possa spiegare i tic (quali, ad esempio, l’uso di sostanze). Spesso la si associa ad altri disturbi, quali il Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività (ADHD) e il Disturbo Ossessivo-Compulsivo (DOC), che possono influenzare la qualità della vita della persona. Trattamenti e strategie di gestione Non esiste una cura definitiva per la sindrome di Tourette, ma esistono diverse strategie per gestire i sintomi: Terapia psicologica: aiuta a ridurre l’impatto dei tic e a migliorare la qualità della vita; Farmaci: in alcuni casi, vengono prescritti farmaci che regolano i neurotrasmettitori coinvolti nei tic; Supporto psicoeducativo: comprendere la condizione aiuta la persona e il contesto familiare e scolastico a gestire meglio le difficoltà. Conclusioni La sindrome di Tourette è una condizione complessa, ma con il giusto supporto chi ne è affetto può sviluppare strategie efficaci per affrontare le sfide quotidiane. Sensibilizzare l’opinione pubblica e promuovere un ambiente accogliente e privo di stigma è essenziale per garantire l’inclusività. L’accettazione e la comprensione giocano un ruolo chiave nel favorire una società più e rispettosa delle diverse modalità di funzionamento individuale.
SINDROME DI SAVANT: IL CASO THE GOOD DOCTOR

A partire dall’analisi dei personaggi chiave dei film e delle serie tv possiamo comprendere meglio alcuni concetti psicologici, tra cui la Sindrome di Savant. In questo caso illustreremo la Sindrome di Savant a partire da uno dei protagonisti chiave di una nota serie tv “The Good Doctor”: Shaun Murphy. Per chi non lo sapesse, “The Good Doctor” racconta le vicende di questo giovane specializzando in chirurgia e della sua equipe di medici, che lavorano presso il Saint Jose St. Bonaventura Hospital in California del Nord. Il Dottor Murphy è affetto dalla Sindrome di Savant, detta anche sindrome dell’Idiota Sapiente. La Sindrome di Savant è una condizione rara, ma straordinaria in cui persone con un quoziente intellettivo basso e con una disabilità mentale e/o cognitiva anche grave, presentano capacità al di sopra della media oppure particolari talenti che raggiungono livelli elevatissimi. Treffert (1988) li definisce “Islands of Genius” perché si mostrano come abilità isolate rispetto alla condizione di disabilità. Chi è affetto da questa sindrome presenta un’innata capacità di calcolo e disegno, attitudini logiche e soprattutto una straordinaria capacità di memorizzazione. Spesso però si tratta di una memoria settoriale. Se da un lato queste persone hanno difficoltà a svolgere molte azioni quotidiane, dall’altro sono in grado di ricordare alcuni particolari in modo molto accurato e preciso. Nel caso del Dottor Murphy, tale condizione gli permette di ricordare ogni dettaglio del corpo umano e di tutto ciò che ha studiato sui libri di medicina. Questo gli consente di visualizzare sottoforma di immagini le strutture e i percorsi vascolari degli organi che deve curare e quindi di fare diagnosi tempestivamente e, infine, trovare una cura immediata. Dall’altra parte, però, chi è affetto da questa sindrome solitamente possiede una scarsa empatia che ha delle conseguenze a livello di interazioni sociali. Il Dottor Murphy è spinto sempre dall’impulso di dire la verità, senza però riconoscere le situazioni e capire, dunque, quando è opportuno dire certe cose o meno, seppur vere. Inizialmente, questo gli creerà una serie di problematiche nel rapporto con i suoi pazienti, che spesso cercavano sostegno e aiuto di fronte a una cattiva notizia. Esprimendosi sempre in modo letterale e non figurato, tali persone spesso hanno difficoltà a comprendere l’ironia e il sarcasmo. Questo è ben mostrato nella serie tv, dove il Dottor Murphy si ritrova spesso in situazioni in cui non coglie l’ironia dei colleghi e scambia dei rimproveri per elogi. Infine, la mancanza di ordine e prevedibilità fa entrare in crisi coloro che sono affetti da tale sindrome. Nel momento in cui la routine del Dottor Murphy viene scombussolata, egli presenta un deficit di attenzione uditiva e si isola dal contesto in cui si trova. Questo potrebbe risultare problematico in qualsiasi situazione quotidiana, a maggior ragione in ambito medico. Da questo articolo, si evince come i film e le serie tv riproducano esperienze di vita reali e molto vicine alla disciplina psicologica. Essi possono non solo contestualizzare importanti tematiche stimolando la riflessione in chi legge, ma portare alla luce patologie ancora poco conosciute. Sulla Sindrome di Savant, infatti, rimangono aperti ancora molti quesiti che possono spiegare l’ossimoro genialità-disabilità. BIBLIOGRAFIA Treffert, D. A. (1988). The idiot savant: a review of the sindrome. American Journal of Psychiatry, 145, 563 – 572 Treffert, D. A. (2009). The savant syndrome: an extraordinary condition. A synopsis past, present and future. Philosophical transactions of the royal society biological sciences, 364, 1351 – 1357
sindrome di Münchhausen: catturare attenzioni in modo negativo

Tra i disturbi “fittizi” si ritrova questa sindrome che può generare danni permanenti fino alla morte. Fin dove riesce a spingersi l’uomo per ottenere qualcosa? Fino alla simulazione della malattia tanto da provocarla. Cos’è? E’ una malattia mentale ed una forma di abuso. Si verifica quando un genitore o un’altra persona che si prende cura del bambino simula o provoca una malattia del bambino.Il “caregiver”, riferisce sintomi non esistenti o addirittura provoca egli stesso un danno al bambino che dipende dalle sue cure, così da farlo credere o da renderlo effettivamente malato. Il disturbo è caratterizzato da due aspetti: Simulazione e falsificazione di segni e sintomi (fisici o psicologici) attraverso: Finzione o induzione di segni o sintomi di una condizione medica o mentale, senza avere un evidente vantaggio esterno (ad esempio per ricevere l’invalidità civile o sfruttare le assicurazioni), Falsificazione delle cartelle cliniche, Alterazione dei risultati dei test di laboratorio. Richiesta attiva e ripetuta di una cura in differenti contesti (ad esempio medico di base, pediatra, pronto soccorso, ospedali). Cause Al momento non sono note le cause. Potrebbe dipendere da un disturbo della personalità, da traumi emotivi. Qualche volta alla base di questo comportamento può esserci un conflitto con il partner che il “caregiver” pensa di legare maggiormente a sé, attraverso la malattia grave del figlio. La “malattia” del figlio può essere del tutto inventata, ad esempio simulando sintomi. Alcuni esempi sono: Scaldare il termometro per simulare la febbre; Riportare in maniera alterata la storia clinica del figlio falsificare materialmente la documentazione clinica e i referti degli esami di laboratorio; Aggiungere sangue a campioni di urine o di feci oppure glucosio a campioni di urine del bambino prima delle analisi. In altri casi, più preoccupanti, i sintomi possono venir provocati. Ad esempio: Somministrando al bambino farmaci lassativi per simulare una diarrea o qualunque altro tipo di farmaco per provocare sintomi, anche gravi; Riducendo l’alimentazione del bambino per fargli perdere peso e farlo diventare “malnutrito”; Iniettando materiale infetto (anche feci!) per provocare febbre e sintomi di setticemia. I sintomi si manifestano di solito in presenza del “caregiver”: quando il bambino è lontano dal “caregiver” i suoi sintomi migliorano o spariscono. Il “caregiver” non manca inoltre di pubblicizzare il proprio bambino e la sua finta malattia (ad esempio mediante la condivisione della propria storia sui social media) col fine di attirare attenzioni, compassione e l’interesse delle persone. Cosa fare? Nel sospetto di sindrome di Münchhausen per procura è importante allertare i Servizi Sociali per tutelare il bambino.Il primo obiettivo è quello di proteggere il bambino. Spesso è necessario sottrarlo dalla coabitazione con il “caregiver” responsabile.ogni caso, il bambino necessita di cure psichiatriche per superare i disturbi conseguenziali, ad esempio ansia, depressione o disturbo post traumatico da stress.