Sindrome di Münchausen per procura: il bambino, uno strumento del caregiver

Cos’è la Sindrome di Münchausen? Inserita all’interno dei disturbi fittizi presentati nel capitolo “Disturbi da sintomi somatici e disturbi correlati” del DSM-5, la Sindrome di Münchausen, definita da Asher nel 1951, rappresenta un disturbo psichiatrico nel quale i pazienti fingono o si autoinducono malattie e lesioni con scopo di ingannare gli altri. Il nome della sindrome deriva dal Barone di Münchausen, vissuto nella seconda metà del XVIII secolo e divenuto famoso a causa della sua tendenza a raccontare storie esagerate su sé stesso e sulle proprie gesta inverosimili, quali l’aver viaggiato sulla Luna, l’aver cavalcato una palla di cannone e l’essere uscito incolume dalle sabbie mobili riuscendo a tirarsene fuori attraverso i propri capelli. Così come il Barone tedesco, chi soffre dell’omonima sindrome, nota anche come disturbo fittizio o dipendenza da ospedale, è alla ricerca di costante attenzione altrui e questo porta tali persone ad attuare consapevolmente azioni con lo scopo di ottenere cure mediche e premure da parte del personale medico-sanitario. Come si manifesta? L’invenzione della loro storia clinica e della loro sintomatologia porta queste persone a passare spesso per molteplici visite ed ospedalizzazioni, fino ad arrivare ad accettare di sottoporsi ad interventi chirurgici invasivi pur di ottenere l’attenzione sperata. Per giustificare le loro patologie, alcuni pazienti possono trovare escamotage per simulare al meglio la condizione desiderata, quali l’ingerimento o l’iniezione di sostanze nocive. Le motivazioni e gli scopi ricercati che spingono queste persone ad attuare i suddetti comportamenti, differenziano la Sindrome di Münchausen da altri disturbi psichiatrici, quali il disturbo da sintomi somatici, nel quale non vi è alcuna prova di un comportamento ingannevole del paziente, e la simulazione di malattia, dove lo scopo di un’invenzione di sintomi si riconduce ad un qualche vantaggio personale come denaro o congedo lavorativo per malattia. Una variante: la Sindrome di Münchausen per procura Una variante di questa sindrome che rappresenta un vero e proprio abuso è la Sindrome di Münchausen per procura, disturbo mentale nel quale la falsificazione dei segni e dei sintomi fisici o psicologici non riguarda un proprio stato di salute bensì quello di un altro individuo. Nonostante esistano casi in cui la vittima è un adulto (spesso incapace di badare ai propri bisogni), la maggior parte degli episodi noti relativi a questa variante della sindrome vede come vittima i bambini. Il caregiver (ovvero la figura familiare che si prende cura e assiste quotidianamente il proprio caro), infatti, falsifica la malattia del proprio figlio, presentandolo come malato e giustificando tale condizione del bambino riferendo sintomi non esistenti o, nel peggiore dei casi, provocandoli direttamente per poter dar credito alla propria testimonianza e renderlo effettivamente in necessità di ricevere cure mediche. Il caregiver, in ambito pediatrico, è spesso rappresentato dalla madre e lo scopo è sempre il medesimo: attirare compassione ed attenzioni sulla propria persona. La malattia che la madre porta al personale sanitario può essere totalmente simulata attraverso, ad esempio, un termometro scaldato, l’invenzione della storia clinica del figlio con annesse falsificazioni di referti clinici o l’alterazione delle urine o delle feci del bambino attraverso l’aggiunta di sangue o di differenti sostanze come il glucosio. In altri casi, più gravi, la madre può provocare egli stessa alcuni sintomi somministrando al bambino lassativi o altri farmaci, riducendo la sua alimentazione allo scopo di farlo apparire deperito o iniettandogli materiale infetto. Le difficoltà nella diagnosi della Sindrome di Münchausen per procura Risulta evidente la difficoltà nel diagnosticare tale patologia, in quanto saper riconoscere i sintomi fittizi da quelli reali richiede generalmente molto tempo e, spesso, l’ausilio di innumerevoli accertamenti sanitari anche invasivi per escludere eventuali malattie rare. Le madri, per giunta, tendono a consultare svariati medici e differenti ospedali, in modo da sfavorire una continuità che possa consentire al medico di scoprire l’inganno. Inoltre, il caregiver appare spesso attento ed affettuoso, focalizzato sul benessere del proprio figlio e sul voler risolvere la sua condizione medica, in realtà inesistente, dando la propria disponibilità al personale medico; ciò rende ancora più difficoltoso diagnosticare la sindrome. Spesso si avvalgono anche dell’utilizzo dei social media rendendo pubblica la storia del proprio figlio per ottenere maggior consenso ed attenzione altrui. Possibili cause dei comportamenti del caregiver Le cause per tali comportamenti sono incerte e, come enunciato da Meadow nel 1982, “sarebbe ingenuo cercare una sola causa per il comportamento lesivo di queste madri”. Alcune situazioni potrebbero dipendere da un disturbo della personalità del caregiver, da traumi passati, specialmente in età infantile, o dalla volontà di cercare un allontanamento da situazioni personali stressanti nel presente. In alcuni casi, può essere presente un conflitto tra il caregiver e il coniuge e il comportamento adottato verso il figlio “inguaribilmente malato” può rappresentare, per tale persona, un mezzo per mantenere un legame ed evitare un’eventuale separazione. Conclusione In conclusione, non emerge una singola ed unica causa per la Sindrome di Münchausen per procura, ciò che è necessario, quindi, per elaborare un processo terapeutico che possa essere efficace, è andare ad esplorare le ragioni del comportamento attuato di ogni singolo individuo che ne soffre. Va, infine, ricordato che la priorità assoluta è salvaguardare il minore da un simile abuso perciò, se si dovesse sospettare un’invenzione della sintomatologia del bambino da parte del caregiver, è necessario separare temporaneamente il figlio dal genitore, in modo da verificare se i sintomi scompaiono in assenza dell’adulto, indagare l’attendibilità e la veridicità della versione del genitore confrontandosi con altre persone vicine al bambino, quali altri familiari, chiedere un aiuto psicologico per il caregiver ed, infine, valutare, laddove se ne ravvedi l’esigenza, un possibile allontanamento dai genitori. Bibliografia Asher, R. (1951). Münchhausen syndrome. Lancet, 1(6650), 339-41. Boum, R. (2014). La Sindrome di Munchausen per procura. Malerba: storia di una infanzia lacerata:Malerba: storia di una infanzia lacerata. FrancoAngeli. Ford, C.V. (1982). Munchausen syndrome. In Extraordinary disorders of human behavior (pp. 15-27). Boston, MA: Springer US. Gilbert, J. (2014). Munchausen Syndrome by Proxy and the Implications for Childbirth Educators. International Journal of Childbirth Education, 29(3). Meadow, R. (1982). Munchausen syndrome by proxy. Archives of disease in childhood, 57(2), 92-98. Meadow, R. (1995). What is, and what is not, ‘Munchausen syndrome by proxy’?. Archives of disease inchildhood, 72(6), 534. Schreier, H. A., & Libow, J. A. (1993). Hurting for love: Munchausen by proxy syndrome.
Sindrome dell’impostore: quando il successo sembra un’ingannevole illusione

Nel precedente articolo è stato esplorato un fenomeno psicologico in cui un individuo può avere una visione alterata di sé stesso e delle sue abilità, sovrastimandosi rispetto alla realtà empirica: l’effetto Dunning-Kruger. Tuttavia, nell’articolo odierno, verrà esaminato un fenomeno diametralmente opposto, noto come sindrome dell’impostore. La sindrome dell’impostore, infatti, rappresenta è un fenomeno psicologico che colpisce molte persone di successo, ma spesso rimane poco compreso e sottovalutato. Può manifestarsi come un persistente senso di auto-dubbio e di sentirsi inadeguati nonostante i successi e i riconoscimenti ottenuti. Che cos’è la sindrome dell’impostore? Nella strada verso il successo e l’auto-realizzazione, molti individui si trovano a lottare con una sensazione insidiosa e debilitante: la sindrome dell’impostore. Questo fenomeno psicologico, noto anche come “impostor syndrome“, è stato originariamente descritto nel 1978 dalle psicologhe Pauline Clance e Suzanne Imes. Questo si manifesta quando una persona non riesce a internalizzare i propri successi, credendo erroneamente di essere un impostore destinato a essere scoperto e giudicato inadeguato. Nonostante i traguardi raggiunti e il riconoscimento esterno, chi soffre di questa sindrome vive in costante paura di essere esposto come un “truffatore”. Da dove emerge? La sindrome dell’impostore può colpire individui di qualsiasi età, genere o livello di successo professionale. Può insinuarsi nelle menti anche delle persone più brillanti e realizzate, portandole a mettere in discussione le proprie capacità e ad attribuire il loro successo a fattori esterni, come la fortuna o le circostanze. Uno dei tratti distintivi di questa sindrome è la discrepanza tra il successo oggettivo di una persona e la sua percezione di sé. Anche se le prove del successo sono tangibili, l’impostore interiore persiste nel convincere l’individuo che non è all’altezza e che presto sarà smascherato come un truffatore. Le cause della sindrome dell’impostore possono essere molteplici e complesse. Spesso si radicano in esperienze passate di fallimento o critiche severe ricevute in giovane età. Ad esempio, un bambino costantemente confrontato con standard irrealistici dai genitori potrebbe crescere credendo di non essere mai abbastanza bravo. Inoltre, ambienti competitivi o situazioni di lavoro stressanti possono alimentare il senso di inadeguatezza e il timore del giudizio altrui. Conseguenze e come affrontare la sindrome dell’impostore Le conseguenze della sindrome dell’impostore possono essere significative per la salute mentale e il benessere emotivo di un individuo. Chi ne soffre è spesso soggetto ad ansia, depressione, bassa autostima e stress cronico. Questo ciclo negativo può anche influenzare le prestazioni lavorative e relazionali, impedendo alla persona di raggiungere il proprio pieno potenziale. Fortunatamente, esistono strategie e tecniche efficaci per affrontare e superare la sindrome dell’impostore. La consapevolezza è il primo passo: riconoscere e accettare i propri sentimenti di inadeguatezza è fondamentale per iniziare il percorso di guarigione. È importante anche sfidare i pensieri distorti e autocritici, sostituendoli con affermazioni positive e realistiche sulle proprie capacità. La ricerca di sostegno sociale è un altro elemento chiave nel superare la sindrome dell’impostore. Parlarne con amici, familiari o un professionista della salute mentale può aiutare a mettere in prospettiva i propri pensieri e a sviluppare strategie per affrontarli in modo costruttivo. Infine, è importante ricordare che il successo non è sempre lineare e che tutti sperimentano dubbi e incertezze lungo il percorso. Accettare che il fallimento e il dubbio siano parte integrante del processo di crescita può aiutare a ridimensionare le aspettative e a sviluppare una mentalità più compassionevole verso sé stessi. Conclusioni In conclusione, la sindrome dell’impostore è un fenomeno diffuso e insidioso che può influenzare negativamente la vita e la carriera di chi ne soffre. Tuttavia, con consapevolezza, supporto e self-care, è possibile superare questa sfida e realizzare il proprio pieno potenziale senza essere ostacolati da sensi di inadeguatezza e auto-dubbio.
Sindrome da ripresa: tra ansia e nuove sfide

Settembre per molti è sinonimo di nuovi inizi o di ritorno alla routine, spesso però affrontati con non poca ansia. La fine delle vacanze, le nuove sfide, il non sapere a cosa si va incontro o la ripresa della quotidianità possono generare emozioni tra loro contrastanti. Spesso si parte con i migliori propositi per una ripresa piena di rinnovato entusiasmo, per poi dovere fare i conti con l’ansia e lo stress da rientro, che blocca od ostacola questa nuova prospettiva positiva. Perché si prova così tanta difficoltà nel riprendere i ritmi o iniziare nuove sfide dopo un momento di pausa e relax? Il rientro dalle ferie o da una lunga pausa può provocare quella che viene comunemente definita “sindrome da rientro“. Questa non è una vera e propria patologia, bensì una condizione transitoria e momentanea legata al momento specifico del rientro dalle vacanze. Quali sono le principali cause e i sintomi della sindrome da rientro? Una delle cause principali dell’ansia da rientro è la rottura della routine. In seguito ai tempi rilassati delle vacanze, riprendere i ritmi frenetici della vita quotidiana può essere vissuto come una limitazione della libertà, generando un senso di frustrazione e di ansia. Il rientro dalle vacanze può significare il ritorno a doveri e responsabilità che erano stati messi da parte, per cui doverli riprendere può causare ansia e stress. Altre cause dell’ansia da rientro posso essere riscontrate in un possibile sovraccarico di lavoro, paura del giudizio e quindi di non essere all’altezza delle proprie e altrui aspettative, non performare come ci si aspetterebbe, paura dell’ignoto, difficoltà ad affrontare le difficoltà che si dovranno affrontare durante l’anno, timore di sbagliare, paura di perdere il controllo e non riuscire a gestire tutto nel modo adeguato. Come accennato, i principali sintomi della sindrome da rientro sono legati principalmente all’ansia, allo stress, a fluttuazioni del tono dell’umore e a sintomi depressivi. Sintomi fisici e psicologici correlati all’ansia da rientro dalle vacanze possono essere tristezza, stanchezza e irritabilità, instabilità o fluttuazione dell’umore. Inoltre, si possono esperire ansia da prestazione, difficoltà a riprendere i ritmi, senso di colpa per non aver fatto molto durante il periodo di pausa, sensazione di vuoto relativa alla difficoltà di riconnettersi con i propri obiettivi lavorativi e di vita. Come affrontare la sindrome da rientro? Primo fra tutti, è necessario riconoscere queste emozioni e sensazioni, vederle ed accoglierle. Provare ansia e stress per l’imminente ripresa è normale. Non essere in una continua lotta con le nostre emozioni ma anzi riconoscerle è il primo passo per non incolparsi e affrontare la ripresa con meno tensione e preoccupazioni. Parlando più praticamente, si può gestire lo stress da rientro mettendo in atto delle tecniche di rilassamento, come lo yoga e la meditazione, oppure dedicarsi ad attività piacevoli per ridurre la tensione. Continuare a prendersi del tempo per sé e per la cura della propria persona è fondamentale durante tutto l’anno e particolarmente in momenti di transizione come il rientro dalle vacanze, trovare il tempo per fare ciò che ci piace ci permette di ricaricarci e affrontare le giornate con una rinnovata energia. Si può, inoltre, iniziare gradualmente ad organizzare e pianificare attività e priorità, sempre poco per volta. Aiutare se stessi a riprendere sempre gradualmente i ritmi quotidiani, attraverso l’attività fisica e ricalibrando i tempi veglia-sonno. Questo porterebbe a riabituarci gradualmente al cambiamento, permettendo di rientrare nella routine in modo più rilassato. In ambito lavorativo, sarebbe utile non sovraccaricarsi da subito di compiti e attività da svolgere; allo stesso tempo, ritagliarsi all’inizio dei momenti di pausa un po’ più lunghi consentirebbe a mente e corpo di riabituarsi ai ritmi precedenti. Ascoltarsi per riprendere L’ansia può così trasformarsi in energia positiva. Il rientro e i nuovi inizi spesso possono essere opportunità di cambiamento e un’occasione per crescere ed imparare. In questo senso, acquisire un atteggiamento proattivo aiuterà ad affrontare le difficoltà e le sfide che il rientro porta con sé. Prendersi cura di sé, riconoscere le emozioni che si provano, ascoltarle ed accoglierle è un passo fondamentale per affrontare il rientro con più consapevolezza e meno angoscia. L’ansia da rientro è un’esperienza comune che può influenzare il nostro benessere psicologico. Comprendere le cause profonde di questo disagio è il primo passo per affrontarlo. Mettere in pratica tecniche di rilassamento, organizzare il lavoro in modo efficace e prendersi cura di sé sono alcuni strumenti preziosi per ridurre l’ansia e migliorare la qualità della nostra vita. Il benessere psicologico è un obiettivo raggiungibile, a portata di tutti. Buona ripresa!
Simona Abate

Cartolina da Roma
Si fa presto ad “agire” violenza: il fenomeno delle baby gang…

Con il termine “baby gang”si intende un fenomeno di microcriminalità organizzata. Si tratta di una forma di devianza che negli ultimi mesi è oggetto di una crescente attenzione mediatica. Il concetto di devianza, introdotto negli Stati Uniti all’inizio degli anni ’30 dello scorso secolo, si inscrive all’interno della tradizione culturale del funzionalismo che, assumendo un consenso su un sistema normativo e valoriale riconosciuto come fondante in uno specificomomento storico-culturale, indica le condotte che violano tali norme. Con delinquenza ci si riferisce invece, nello specifico, alla messa in atto di condotte penalmente rilevanti, in cui ad essere infrante sono norme giuridiche.Lo studio delle relazioni tra comunità e delinquenza minorile ha conosciuto un notevole incremento in questi anni, con particolare interesse per l’influenza delle caratteristiche del vicinato o quartiere, inteso come neighbourhood, sullo sviluppo degli adolescenti (Leventhal& Brooks-Gunn, 2004). Come si misurano gli effetti? Per studiare gli effetti del funzionamento del vicinato sul coinvolgimento degli adolescenti in attività devianti o criminose, numerosi sono i ricercatori che operano una distinzione tra struttura del vicinato e processi sociali del vicinato. La struttura del vicinato fa riferimento a caratteristiche sociodemografiche o compositive delle comunità (ad esempio, tasso di occupazione, disponibilità di parchi e aree ricreative, densità di negozi, etc.); i processi sociali di vicinato si riferiscono, invece, all’organizzazione sociale della comunità (es. connessioni sociali tra vicini) evengono generalmente valutati sulla base della percezione dei residenti del funzionamento delle comunità. Negli ultimi anni, molti studi hanno iniziato ad indagare i potenziali meccanismi attraverso i quali le comunità influirebbero sulla delinquenza giovanile. Tali studi sono stati condotti allo scopo di colmare il gap presente in letteratura in ragione di ricerche che hanno mostrato che le caratteristiche del quartiere sono in grado di spiegare solo una piccola parte della varianza complessiva dei comportamenti delinquenziali in adolescenza. Due sono i set di modelli che nell’ultimo periodo hanno ricevuto un’attenzione significativa: il primo, tributario delle teorie dello stress familiare (Conger, Ge, Elder, Lorenz, &Simons, 1994; McLoyd, 1990),suggerisce che il legame tra caratteristiche svantaggiose del vicinato ed esiti delinquenziali nei giovani è mediato dai comportamenti dei genitori (es. supervisione) e dalle caratteristiche dell’ambiente familiare (es. difficoltà economiche); il secondo ipotizza che la relazione è ampiamente mediata da norme e attività del gruppo dei pari (es.livello di atteggiamenti e attività devianti). Il fenomeno nell’hinterland napoletano Il fenomeno delle “baby gang” a Napoli rappresenta negli ultimi tempi un argomento ampiamente dibattuto ma per poterlo affrontare in maniera corretta è opportuno considerare il fatto che non sia così recente tanto quanto così il dibattito sulle misure da adottare per prevenirlo e contrastarlo. L’elemento che potremmo definire in aumento è quello delle aggressioni compiute senza un apparente motivo ed è proprio l’imprevedibilità che ne rende difficile la circoscrizione. Inoltre, attualmente non esiste una zona o un quartiere particolarmente a rischio rispetto ad altri e non esiste un disegno criminale organizzato alle spalle. Infatti, per affrontare il tema delle baby gang è di fondamentale importanza, distinguere tra gruppi di ragazzini autonomi e quelli che invece fanno capo alla criminalità organizzata. Volendo analizzare quelli che potrebbero essere i retroscena, il terreno fertile in cui nascono e si sviluppano questi gruppi di “violenti ragazzini”, indubbiamente bisogna considerare l’ambiente familiare e scolastico. Si tratta quasi sempre di giovanissimi con particolari vissuti o carenze affettive, con condotta deviante che quindi godono di maggiori libertà e minori restrizioni; parliamo perciò di inadeguatezza della vita familiare, ovvero la noncuranza e di fallimento dei valori. La causa non è mai unica, ma una base comune è sicuramente rappresentatadall’assenza delle funzioni genitoriali. Non è necessario appartenere ad una famiglia “malavitosa”, basta essere esposti ad altre forme di violenza o di deprivazione precoce. A ciò va aggiunta l’aggravante della dispersione scolastica, dell’abbandono in giovanissima età della scuola da parte di questi ragazzi. Bibliografia Beyers JM, Bates JE, Petit GS, Dodge KA. Neighborhood structure, parenting processes, and the development of youths’ externalizing behaviors: A multilevel analysis. American Journal of Community Psychology2003;31:33–53. Brown, B. Adolescents’ relationships with peers. In: Lerner, R.; Steinberg, L., editors. Handbook of Adolescent psychology. Neighborhood influences. In: Lerner, RM.; Steinberg, L., editors. Handbook of adolescent psychology. Vol. 2. Hoboken, NJ: Wiley; 2004. Palmonari A, Psicologia dell’Adolescenza, 2011. Sitografia https://www.vice.com/it/article/j5v9dy/baby-gang-di-napoli
She can be everything. L’attuale condizione delle bambine e delle ragazze, tra ostacoli e salute mentale

Le bambine, le ragazze e le donne possono essere tutto, “she’s everything”, ce lo ha ricordato a gran voce anche Barbie nel film di recente uscita. Dobbiamo essere fiere e orgogliose di quello che siamo e non dobbiamo porre limiti al nostro potenziale e alle nostre aspirazioni. Tutto vero e con una grande carica motivazionale, ma l’attuazione di queste convinzioni si scontra quotidianamente con una realtà che tiene poco conto delle ragazze e delle donne, che continua a perpetrare violenza e isolamento, che fatica a raggiungere la parità di genere, che rafforza sistematicamente gli stereotipi e i pregiudizi di genere, che non lotta abbastanza per l’emancipazione e l’empowerment femminile. A pochi giorni dalla Giornata mondiale delle bambine e delle ragazze dell’11 Ottobre istituita dall’ONU è fondamentale capire a che punto siamo, cosa stiamo facendo e cosa è necessario fare per abbattere questi ostacoli, sia psicologici che culturali che sociali, che impediscono alle ragazze e alle donne di sfruttare il loro vero potenziale. A che punto siamo? Report InDifesa 2023 “Il mondo sta deludendo le donne e le ragazze”, è quanto scritto nel report dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i diritti delle donne UnWoman¹, che dettaglia le differenze di genere lungo il percorso per raggiungere gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile fissati per il 2030. In occasione della Giornata mondiale delle bambine e delle donne, la fondazione Terre Des Hommes ha pubblicato la XII edizione del report InDifesa, che descrive l’attuale condizione delle bambine e delle ragazze nel mondo. Il report riporta quali sono i principali ostacoli che ritardano la piena parità di genere in vari ambiti e nei vari continenti; l’obiettivo è quello di creare consapevolezza al fine di implementare interventi per la promozione dei diritti delle bambine e delle ragazze nel mondo, per difendere il loro diritto alla vita, alla libertà, all’istruzione, all’uguaglianza e alla protezione. Il quadro riportato mostra quanto ancora siamo lontani dal raggiungere l’uguaglianza di genere ed emancipare tutte le donne e le ragazze, obiettivo dell’Agenda 2030. Come riportato, “se i trend attuali continueranno, infatti, più di 340 milioni di donne e ragazze vivranno ancora in estrema povertà entro il 2030. […] Molto è stato fatto dal 2015 a oggi per garantire l’istruzione femminile, ma nel 2030 saranno ancora 110 milioni le bambine e ragazze che non potranno andare a scuola perché costrette a sposarsi, perché rimaste incinte, perché nel loro Paese è in corso un conflitto e le strade non sono sicure, perché la loro famiglia è molto povera e preferisce investire sull’istruzione dei loro fratelli, perché la mamma ha molti figli, per questo devono occuparsi anche delle faccende domestiche. […] Ne serviranno invece 286 [anni] per rimuovere tutte le leggi che discriminano donne e ragazze in tutti i Paesi del mondo.” Negli ultimi 10 anni, In Italia le violenze sessuali sono aumentate del 44%. Nel 2022, sono stati registrati 1603 abusi e nell’88% dei casi le vittime sono bambine e ragazze. La violenza di genere è un’emergenza reale. É una violenza sistemica e non si può più ignorare né trovare giustificazioni. “Il 31% delle donne tra i 15 e i 49 anni ha subìto almeno una volta nella vita violenza fisica o sessuale. Tra le adolescenti che sono in una relazione, emerge che 1 su 4 è stata vittima almeno una volta di violenze e abusi da parte del partner. Poco meno della metà delle vittime chiede aiuto per timore di non essere creduta o dello stigma sociale”. E la salute mentale? Il report di Terres des Hommes dedica un intero capitolo alla salute mentale delle bambine e delle ragazze. La loro salute mentale è in crisi: da anni gli esperti rilevano un peggioramento preoccupante, aggravato dagli anni di pandemia e isolamento sociale. I dati riportati sono allarmanti. Secondo una ricerca² sviluppata negli Stati Uniti nel 2021, “tre ragazze adolescenti su cinque hanno dichiarato di sentirsi “tristi o senza speranza” quasi ogni giorno per almeno due settimane di fila, al punto da dover interrompere le proprie attività quotidiane. Una percentuale doppia rispetto a quella dei coetanei maschi e la più alta negli ultimi 10 anni”. In queste condizioni aumentano pericolosamente anche gli atti di autolesionismo, ideazione suicidaria e tentativi di suicidio: “un terzo delle studentesse delle scuole superiori ha dichiarato di aver “preso seriamente in considerazione l’idea di togliersi la vita”[…] mentre il 24% ha proprio elaborato un piano per farlo. Poco più del 13% ha tentato il suicidio e il 4% ha richiesto cure mediche a seguito del proprio gesto”. Quella del suicidio è a livello mondiale la terza causa di morte tra le adolescenti che hanno tra i 15 e i 19 anni. Anche l’Italia riporta un grave peggioramento della salute mentale delle ragazze, soprattutto per quanto riguarda le adolescenti. Secondo quanto riportato dal report dell’Istituto Superiore di Sanità³, “una ragazza su 2 ha dichiarato di aver risentito negativamente della pandemia di Covid-19 per quel che riguarda la propria salute mentale, a fronte di un ragazzo su 3. […] Meno della metà (43%) delle tredicenni e solo una su 3 (32%) tra le 15enni pensa di avere un buon benessere psicologico, a fronte del 73% e 64% dei coetanei maschi. Il 74% delle ragazze intervistate riferisce di avere avuto almeno due sintomi di malessere (mal di testa, di stomaco, di schiena, sentirsi giù di morale, irritabilità, nervosismo, giramenti di testa e difficoltà nell’addormentamento) più di una volta a settimana negli ultimi sei mesi, dato in crescita rispetto ai dati 2017/2018. Per i ragazzi il dato si ferma al 49%. Le ragazze, inoltre, riferiscono più sintomi rispetto ai coetanei maschi con un andamento crescente per età”. Sviluppare conoscenza per generare consapevolezza Come numerosi studi hanno ampiamente dimostrato, la pandemia ha incrementato il disagio psicologico e le donne, soprattutto adolescenti e giovani adulte, sono coloro che stanno pagando il prezzo più alto. Le ragazze tendono maggiormente ad interiorizzare il conflitto, l’ansia, lo stress e la paura e risultano più vulnerabili agli standard irrealistici di bellezza e perfezione imposti dalla società, che generano sofferenza psicologica,
Sfide sociali nei contesti educativi

L’istruzione è un elemento fondamentale e necessario nella nostra società, inoltre, è molto importante per lo sviluppo della persona. Tuttavia nel mondo dell’istruzione si inseriscono varie sfide sociali, che si presentano ogni giorno con una “scena” diversa. Queste sfide sociali hanno un impatto significativo sul processo educativo, in alcuni casi, limitano il benessere psicofisico e la riuscita negli apprendimenti.
Sfatiamo un falso mito: i vaccini non causano l’autismo!

Vaccini e autismo: uno studio sulle convinzioni delle madri Secondo il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-5®), i disturbi dello spettro autistico (ASD) sono un disturbo dello sviluppo neurologico caratterizzato da deficit persistenti nella comunicazione sociale e nell’interazione sociale (p. es., deficit nella reciprocità socio-emotiva, comportamenti comunicativi non verbali , e lo sviluppo, il mantenimento e la comprensione delle relazioni) che causano una menomazione clinicamente significativa in aree sociali, occupazionali o di altro tipo (American Psychiatric Association, 2013). Inoltre, nell’ASD sono generalmente presenti modelli di comportamento, interessi o attività limitati e ripetitivi (es. semplici stereotipie motorie, ecolalia, schemi di pensiero rigidi). L’autismo è noto come disturbo dello “spettro” perché esiste un’ampia variazione nel tipo e nella gravità dei sintomi che le persone sperimentano. Sebbene l’ASD possa essere un disturbo permanente, i trattamenti e i servizi possono migliorare i sintomi e la capacità di funzionamento della persona. L’insorgenza dei segni comportamentali dell’ASD è solitamente concettualizzata in due modi: uno schema ad esordio precoce, in cui i bambini dimostrano ritardi e deviazioni nello sviluppo sociale e della comunicazione all’inizio della vita, e uno schema regressivo, in cui i bambini si sviluppano principalmente come previsto per un certo periodo per poi andare incontro ad un sostanziale declino o perdita di competenze precedentemente sviluppate. Studi recenti hanno anche notato che la regressione nei bambini con ASD potrebbe essere sottostimata. Sebbene i fattori che contribuiscono all’insorgenza di tale disturbo non siano affatto chiari, (Benvenuto et al., 2009; Istituto Nazionale di Salute Mentale, 2019), le convinzioni sulle cause dell’ASD tra i genitori di bambini affetti sono particolarmente importanti per comprendere il modo in cui essi comunicano con gli operatori sanitari e le decisioni di questi ultimi in merito alle pratiche di trattamento, alle pratiche di vaccinazione e all’assistenza sanitaria (Anziano, 1994; Mercer et al.,2006; Mire et al. 2017). Ad esempio, molti genitori mantengono solida la credenza che i vaccini contribuiscano allo sviluppo di disturbo dello spettro autistico interrompendo, quindi, o modificato le pratiche vaccinali (Bazzano et al.,2012). L’origine delle convinzioni sul legame tra vaccinazioni e autismo Negli ultimi anni c’è stata una grande preoccupazione per quanto riguarda i potenziali legami tra le vaccinazioni infantili e lo sviluppo dell’ASD, malgrado la storia dell’opposizione ai vaccini sia abbastanza datata (Fischbach et al.,2016; Mendel-Van Alstyne et al., 2018 Yaqub, Castle-Clarke, Sevdalis e Chataway, 2014). Le vaccinazioni che sono state al centro della maggiore attenzione sono quelle contro il morbillo-parotite-rosolia (MMR). Un ruolo fondamentale è stato svolto dalla pubblicazione dello studio di Wakefield del 1998 nel La lancetta sostenendo che esiste un legame tra la somministrazione del vaccino MMR polivalente e la comparsa di autismo e malattie intestinali. Successivamente, lo studio è stato completamente screditato e La lancetta ha ritrattato l’articolo nel 2010, sottolineando che elementi del manoscritto erano stati falsificati. In risposta a questa convinzione, una serie di studi rigorosi su campioni di grandi dimensioni ha prodotto un corpo sostanziale di prove che dimostrano che la somministrazione del vaccino MMR non era associata a un aumento del rischio di ASD (Goin-Kochel et al.,2016; Hviid, Hansen, Frish e Melbye, 2019). Nonostante questi studi, le convinzioni sul legame tra vaccini e autismo si sono diffuse in molte parti del mondo, in particolare nell’Europa occidentale e nel Nord America. Per di più internet è diventata un’importante fonte di informazioni sanitarie per il pubblico e ha offerto un’opportunità senza precedenti per gli attivisti dell’antivaccinazione di diffondere i loro messaggi a un pubblico più ampio e reclutare nuovi membri (Hobson-West, 2007; Kitta, 2012). I ricercatori hanno documentato una ridotta fiducia nei medici da parte dei genitori e un aumento delle preoccupazioni sui vaccini. ( Brown et al., 2010; Hussein et al. 2018; Smith et al.,2011). Titubanza vaccinale Tra il pubblico in generale, il grado di fiducia nel collegamento vaccino-autismo è stato riscontrato come il principale fattore associato a un ritardo o all’omissione di uno o più vaccini tra quelle famiglie (Rosenberg et al.,2013). Per quanto riguarda i genitori di bambini con ASD, gli studi hanno dimostrato che alcuni di loro continuano ad attribuire l’autismo del loro bambino alle vaccinazioni (Chaidez et al.,2018; Fischbach et al.,2016; Hebert & Koulouglioti, 2010; Toméni et al.,2017). Le convinzioni dei genitori sulle cause dell’ASD variavano in termini di tipo di esordio: congenito o regressivo. I genitori hanno più spesso sostenuto la genetica come causa dell’autismo quando i loro figli hanno mostrato il tipo congenito, mentre hanno sostenuto i meccanismi esterni ( es., vaccinazioni) quando i loro figli hanno presentato il tipo regressivo. Anche se un ampio corpus di letteratura ha escluso qualsiasi legame tra vaccini infantili e autismo, questa convinzione è ancora presente nelle rappresentazioni delle madri. I genitori sono preoccupati per la salute dei propri figli e fanno regolarmente scelte sanitarie per essi (Poltorak et al., 2005). Sospetto e cospirazione sono stati trovati nel nucleo centrale delle rappresentazioni sociali della vaccinazione da parte dei genitori. Essi hanno sperimentato la paura intorno all’ipotesi che i vaccini potessero far parte di una cospirazione per diminuire la popolazione mondiale al fine di ristabilire l’equilibrio tra la popolazione e le risorse mondiali disponibili (Arhiri, 2014). Di conseguenza, è fondamentale esaminare ed approfondire gli attuali sistemi di credenze materne riguardo alle cause dell’autismo.
Sexting tra Adolescenti

Con il termine sexting, si può definire quella pratica che prevede l’invio, la ricezione o la condivisione di messaggi di testo, foto o video sessualmente espliciti o comunque riguardanti la sfera sessuale, il tutto avviene tramite l’utilizzo dello smartphone, del pc o di qualsiasi altro dispositivo elettronico. È un fenomeno comune tra gli/le adolescenti di oggi, in quanto data la disponibilità delle nuove tecnologie, vivono in maniera inedita la fase di scoperta della propria identità e, in particolare, della propria sessualità. Il fenomeno si verifica più frequentemente tra i ragazzi delle scuole superiori e proprio per questo è importante la prevenzione durante gli anni della scuola. Diffondere un’immagine “provocante” di sé stessi può rappresentare un “regalo” molto intimo per un fidanzato o una fidanzata; può anche rappresentare un modo per dimostrarsi “adulti” o “più maturi” non solo agli occhi degli altri, ma anche verso sé stessi e può aiutare per gestire, a livello inconsapevole, le tante insicurezze tipiche dell’età adolescenziale. Perché spesso il sexting diventa un problema L’aspetto preoccupante del sexting in età adolescenziale riguarda la mancata consapevolezza dei rischi associati all’utilizzo improprio del web e la difficoltà di comprendere quali possano essere le conseguenze per sé stessi nel momento in cui ci si relaziona con persone potenzialmente pericolose. Ad esempio, in alcuni casi la perdita di controllo del materialesessuale nel web, può comportare diversi rischi. I più comuni e conosciuti sono il revenge porn e il cyberbullismo. Per evitare di giungere a conseguenze negative dovute al sexting, è indispensabile non la negazione della sessualità nei minori, cosa impossibile poiché è normale il processo di consapevolezza sessuale in quei determinati anni, ma piuttosto l’incremento di educazione sessuale e quindi di consapevolezza di cosa è il sesso e di come si caratterizza, si sperimenta e si vive nel rapporto tra pari. È questo un modo sano e utile per prevenire più il possibile condotte pericolose e dannose per sé stessi e per gli altri.
Settembre e i Buoni Propositi

Una delle consuetudini di inizio anno più diffuse è quella di stilare una lista di buoni propositi. Spesso hanno a che fare con abitudini che vogliamo cambiare, obiettivi che desideriamo raggiungere e nuovi progetti che vogliamo realizzare. Altrettanto spesso, però, con il passare delle settimane, l’impegno a mantenere fede ai buoni propositi comincia ad affievolirsi, mettiamo da parte la lista e pian piano abbandoniamo ogni buon proposito fatto a inizio anno. Ma perché questo accade? Il buon proposito è un’ambizione rispetto a se stessi: più che una decisione, si tratta di un progetto per il futuro, legato al concetto di ideale dell’io che riflette le aspirazioni e le aspettative che abbiamo su noi stessi. Il buon proposito è differente però da un obiettivo, perché è qualcosa che ha a che fare con l’esame di realtà: un’analisi delle nostre capacità oggettive e delle nostre potenzialità che ci fa creare un piano concreto e oggettivo per realizzare quello che abbiamo pensato per noi stessi, nella concretezza. Senza dubbio, fare tanti buoni propositi ci dà una spinta molto positiva e accende il motore della motivazione. Del resto, sono i sogni e le aspirazioni a mantenerci vivi! Va bene anche avere delle aspirazioni ambiziose, un po’ sopra le righe o che ci mettono alla prova e ci possono far realizzare qualcosa di inaspettato. Proprio perché si tratta di spinte, però, bisognerebbe viverle come tali, dando loro il giusto peso. Quando non riusciamo a fare ciò che ci siamo proposti, rischiamo infatti di provare ansia e avere paura di non essere abbastanza (atelofobia). È qui che può nascere il problema! Anche se siamo spinti da una forte motivazione, capita di non riuscire a realizzare un buon proposito. Questo accade perché possiamo avere ambizioni che non rispecchiano chi siamo veramente. Se non conosciamo bene noi stessi, facciamo buoni propositi partendo da aspirazioni che non ci appartengono e che sono piuttosto della società o del nucleo familiare. Capita così di fallire la realizzazione di un buon proposito proprio perché, nel profondo, non ci appartiene. Questo ci fa sentire inadeguati e non all’altezza, facendoci pensare di voler raggiungere degli standard che, però, non rispecchiano i nostri reali obiettivi. Ognuno di noi raggiunge gli obiettivi che si è posto nel momento in cui può farlo. Se non ce la facciamo, forse c’è un problema che non conosciamo: ignorarlo senza andare alla radice ci porterà sempre al fallimento. In quest’ottica, una terapia psicologica può esserci di grande aiuto perché ci condurrà a scoprire cosa vogliamo davvero e le ragioni profonde per cui non riusciamo ad ottenerlo.