Sindrome da ripresa: tra ansia e nuove sfide

Settembre per molti è sinonimo di nuovi inizi o di ritorno alla routine, spesso però affrontati con non poca ansia. La fine delle vacanze, le nuove sfide, il non sapere a cosa si va incontro o la ripresa della quotidianità possono generare emozioni tra loro contrastanti. Spesso si parte con i migliori propositi per una ripresa piena di rinnovato entusiasmo, per poi dovere fare i conti con l’ansia e lo stress da rientro, che blocca od ostacola questa nuova prospettiva positiva. Perché si prova così tanta difficoltà nel riprendere i ritmi o iniziare nuove sfide dopo un momento di pausa e relax? Il rientro dalle ferie o da una lunga pausa può provocare quella che viene comunemente definita “sindrome da rientro“. Questa non è una vera e propria patologia, bensì una condizione transitoria e momentanea legata al momento specifico del rientro dalle vacanze. Quali sono le principali cause e i sintomi della sindrome da rientro? Una delle cause principali dell’ansia da rientro è la rottura della routine. In seguito ai tempi rilassati delle vacanze, riprendere i ritmi frenetici della vita quotidiana può essere vissuto come una limitazione della libertà, generando un senso di frustrazione e di ansia. Il rientro dalle vacanze può significare il ritorno a doveri e responsabilità che erano stati messi da parte, per cui doverli riprendere può causare ansia e stress. Altre cause dell’ansia da rientro posso essere riscontrate in un possibile sovraccarico di lavoro, paura del giudizio e quindi di non essere all’altezza delle proprie e altrui aspettative, non performare come ci si aspetterebbe, paura dell’ignoto, difficoltà ad affrontare le difficoltà che si dovranno affrontare durante l’anno, timore di sbagliare, paura di perdere il controllo e non riuscire a gestire tutto nel modo adeguato. Come accennato, i principali sintomi della sindrome da rientro sono legati principalmente all’ansia, allo stress, a fluttuazioni del tono dell’umore e a sintomi depressivi. Sintomi fisici e psicologici correlati all’ansia da rientro dalle vacanze possono essere tristezza, stanchezza e irritabilità, instabilità o fluttuazione dell’umore. Inoltre, si possono esperire ansia da prestazione, difficoltà a riprendere i ritmi, senso di colpa per non aver fatto molto durante il periodo di pausa, sensazione di vuoto relativa alla difficoltà di riconnettersi con i propri obiettivi lavorativi e di vita. Come affrontare la sindrome da rientro? Primo fra tutti, è necessario riconoscere queste emozioni e sensazioni, vederle ed accoglierle. Provare ansia e stress per l’imminente ripresa è normale. Non essere in una continua lotta con le nostre emozioni ma anzi riconoscerle è il primo passo per non incolparsi e affrontare la ripresa con meno tensione e preoccupazioni. Parlando più praticamente, si può gestire lo stress da rientro mettendo in atto delle tecniche di rilassamento, come lo yoga e la meditazione, oppure dedicarsi ad attività piacevoli per ridurre la tensione. Continuare a prendersi del tempo per sé e per la cura della propria persona è fondamentale durante tutto l’anno e particolarmente in momenti di transizione come il rientro dalle vacanze, trovare il tempo per fare ciò che ci piace ci permette di ricaricarci e affrontare le giornate con una rinnovata energia. Si può, inoltre, iniziare gradualmente ad organizzare e pianificare attività e priorità, sempre poco per volta. Aiutare se stessi a riprendere sempre gradualmente i ritmi quotidiani, attraverso l’attività fisica e ricalibrando i tempi veglia-sonno. Questo porterebbe a riabituarci gradualmente al cambiamento, permettendo di rientrare nella routine in modo più rilassato. In ambito lavorativo, sarebbe utile non sovraccaricarsi da subito di compiti e attività da svolgere; allo stesso tempo, ritagliarsi all’inizio dei momenti di pausa un po’ più lunghi consentirebbe a mente e corpo di riabituarsi ai ritmi precedenti. Ascoltarsi per riprendere L’ansia può così trasformarsi in energia positiva. Il rientro e i nuovi inizi spesso possono essere opportunità di cambiamento e un’occasione per crescere ed imparare. In questo senso, acquisire un atteggiamento proattivo aiuterà ad affrontare le difficoltà e le sfide che il rientro porta con sé. Prendersi cura di sé, riconoscere le emozioni che si provano, ascoltarle ed accoglierle è un passo fondamentale per affrontare il rientro con più consapevolezza e meno angoscia. L’ansia da rientro è un’esperienza comune che può influenzare il nostro benessere psicologico. Comprendere le cause profonde di questo disagio è il primo passo per affrontarlo. Mettere in pratica tecniche di rilassamento, organizzare il lavoro in modo efficace e prendersi cura di sé sono alcuni strumenti preziosi per ridurre l’ansia e migliorare la qualità della nostra vita. Il benessere psicologico è un obiettivo raggiungibile, a portata di tutti. Buona ripresa!

Si fa presto ad “agire” violenza: il fenomeno delle baby gang…

Con il termine “baby gang”si intende un fenomeno di microcriminalità organizzata. Si tratta di una forma di devianza che negli ultimi mesi è oggetto di una crescente attenzione mediatica. Il concetto di devianza, introdotto negli Stati Uniti all’inizio degli anni ’30 dello scorso secolo, si inscrive all’interno della tradizione culturale del funzionalismo che, assumendo un consenso su un sistema normativo e valoriale riconosciuto come fondante in uno specificomomento storico-culturale, indica le condotte che violano tali norme. Con delinquenza ci si riferisce invece, nello specifico, alla messa in atto di condotte penalmente rilevanti, in cui ad essere infrante sono norme giuridiche.Lo studio delle relazioni tra comunità e delinquenza minorile ha conosciuto un notevole incremento in questi anni, con particolare interesse per l’influenza delle caratteristiche del vicinato o quartiere, inteso come neighbourhood, sullo sviluppo degli adolescenti (Leventhal& Brooks-Gunn, 2004). Come si misurano gli effetti? Per studiare gli effetti del funzionamento del vicinato sul coinvolgimento degli adolescenti in attività devianti o criminose, numerosi sono i ricercatori che operano una distinzione tra struttura del vicinato e processi sociali del vicinato. La struttura del vicinato fa riferimento a caratteristiche sociodemografiche o compositive delle comunità (ad esempio, tasso di occupazione, disponibilità di parchi e aree ricreative, densità di negozi, etc.); i processi sociali di vicinato si riferiscono, invece, all’organizzazione sociale della comunità (es. connessioni sociali tra vicini) evengono generalmente valutati sulla base della percezione dei residenti del funzionamento delle comunità. Negli ultimi anni, molti studi hanno iniziato ad indagare i potenziali meccanismi attraverso i quali le comunità influirebbero sulla delinquenza giovanile. Tali studi sono stati condotti allo scopo di colmare il gap presente in letteratura in ragione di ricerche che hanno mostrato che le caratteristiche del quartiere sono in grado di spiegare solo una piccola parte della varianza complessiva dei comportamenti delinquenziali in adolescenza. Due sono i set di modelli che nell’ultimo periodo hanno ricevuto un’attenzione significativa: il primo, tributario delle teorie dello stress familiare (Conger, Ge, Elder, Lorenz, &Simons, 1994; McLoyd, 1990),suggerisce che il legame tra caratteristiche svantaggiose del vicinato ed esiti delinquenziali nei giovani è mediato dai comportamenti dei genitori (es. supervisione) e dalle caratteristiche dell’ambiente familiare (es. difficoltà economiche); il secondo ipotizza che la relazione è ampiamente mediata da norme e attività del gruppo dei pari (es.livello di atteggiamenti e attività devianti). Il fenomeno nell’hinterland napoletano Il fenomeno delle “baby gang” a Napoli rappresenta negli ultimi tempi un argomento ampiamente dibattuto ma per poterlo affrontare in maniera corretta è opportuno considerare il fatto che non sia così recente tanto quanto così il dibattito sulle misure da adottare per prevenirlo e contrastarlo. L’elemento che potremmo definire in aumento è quello delle aggressioni compiute senza un apparente motivo ed è proprio l’imprevedibilità che ne rende difficile la circoscrizione. Inoltre, attualmente non esiste una zona o un quartiere particolarmente a rischio rispetto ad altri e non esiste un disegno criminale organizzato alle spalle. Infatti, per affrontare il tema delle baby gang è di fondamentale importanza, distinguere tra gruppi di ragazzini autonomi e quelli che invece fanno capo alla criminalità organizzata. Volendo analizzare quelli che potrebbero essere i retroscena, il terreno fertile in cui nascono e si sviluppano questi gruppi di “violenti ragazzini”, indubbiamente bisogna considerare l’ambiente familiare e scolastico. Si tratta quasi sempre di giovanissimi con particolari vissuti o carenze affettive, con condotta deviante che quindi godono di maggiori libertà e minori restrizioni; parliamo perciò di inadeguatezza della vita familiare, ovvero la noncuranza e di fallimento dei valori. La causa non è mai unica, ma una base comune è sicuramente rappresentatadall’assenza delle funzioni genitoriali. Non è necessario appartenere ad una famiglia “malavitosa”, basta essere esposti ad altre forme di violenza o di deprivazione precoce. A ciò va aggiunta l’aggravante della dispersione scolastica, dell’abbandono in giovanissima età della scuola da parte di questi ragazzi. Bibliografia Beyers JM, Bates JE, Petit GS, Dodge KA. Neighborhood structure, parenting processes, and the development of youths’ externalizing behaviors: A multilevel analysis. American Journal of Community Psychology2003;31:33–53. Brown, B. Adolescents’ relationships with peers. In: Lerner, R.; Steinberg, L., editors. Handbook of Adolescent psychology. Neighborhood influences. In: Lerner, RM.; Steinberg, L., editors. Handbook of adolescent psychology. Vol. 2. Hoboken, NJ: Wiley; 2004. Palmonari A, Psicologia dell’Adolescenza, 2011. Sitografia https://www.vice.com/it/article/j5v9dy/baby-gang-di-napoli

She can be everything. L’attuale condizione delle bambine e delle ragazze, tra ostacoli e salute mentale

Le bambine, le ragazze e le donne possono essere tutto, “she’s everything”, ce lo ha ricordato a gran voce anche Barbie nel film di recente uscita. Dobbiamo essere fiere e orgogliose di quello che siamo e non dobbiamo porre limiti al nostro potenziale e alle nostre aspirazioni. Tutto vero e con una grande carica motivazionale, ma l’attuazione di queste convinzioni si scontra quotidianamente con una realtà che tiene poco conto delle ragazze e delle donne, che continua a perpetrare violenza e isolamento, che fatica a raggiungere la parità di genere, che rafforza sistematicamente gli stereotipi e i pregiudizi di genere, che non lotta abbastanza per l’emancipazione e l’empowerment femminile. A pochi giorni dalla Giornata mondiale delle bambine e delle ragazze dell’11 Ottobre istituita dall’ONU è fondamentale capire a che punto siamo, cosa stiamo facendo e cosa è necessario fare per abbattere questi ostacoli, sia psicologici che culturali che sociali, che impediscono alle ragazze e alle donne di sfruttare il loro vero potenziale.  A che punto siamo? Report InDifesa 2023 “Il mondo sta deludendo le donne e le ragazze”, è quanto scritto nel report dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i diritti delle donne UnWoman¹, che dettaglia le differenze di genere lungo il percorso per raggiungere gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile fissati per il 2030. In occasione della Giornata mondiale delle bambine e delle donne, la fondazione Terre Des Hommes ha pubblicato la XII edizione del report InDifesa, che descrive l’attuale condizione delle bambine e delle ragazze nel mondo. Il report riporta quali sono i principali ostacoli che ritardano la piena parità di genere in vari ambiti e nei vari continenti; l’obiettivo è quello di creare consapevolezza al fine di implementare interventi per la promozione dei diritti delle bambine e delle ragazze nel mondo, per difendere il loro diritto alla vita, alla libertà, all’istruzione, all’uguaglianza e alla protezione.  Il quadro riportato mostra quanto ancora siamo lontani dal raggiungere  l’uguaglianza di genere ed emancipare tutte le donne e le ragazze, obiettivo dell’Agenda 2030. Come riportato, “se i trend attuali continueranno, infatti, più di 340 milioni di donne e ragazze vivranno ancora in estrema povertà entro il 2030. […] Molto è stato fatto dal 2015 a oggi per garantire l’istruzione femminile, ma nel 2030 saranno ancora 110 milioni le bambine e ragazze che non potranno andare a scuola perché costrette a sposarsi, perché rimaste incinte, perché nel loro Paese è in corso un conflitto e le strade non sono sicure, perché la loro famiglia è molto povera e preferisce investire sull’istruzione dei loro fratelli, perché la mamma ha molti figli, per questo devono occuparsi anche delle faccende domestiche. […] Ne serviranno invece 286 [anni] per rimuovere tutte le leggi che discriminano donne e ragazze in tutti i Paesi del mondo.” Negli ultimi 10 anni, In Italia le violenze sessuali sono aumentate del 44%. Nel 2022, sono stati registrati 1603 abusi e nell’88% dei casi le vittime sono bambine e ragazze. La violenza di genere è un’emergenza reale. É una violenza sistemica e non si può più ignorare né trovare giustificazioni. “Il 31% delle donne tra i 15 e i 49 anni ha subìto almeno una volta nella vita violenza fisica o sessuale. Tra le adolescenti che sono in una relazione, emerge che 1 su 4 è stata vittima almeno una volta di violenze e abusi da parte del partner. Poco meno della metà delle vittime chiede aiuto per timore di non essere creduta o dello stigma sociale”. E la salute mentale? Il report di Terres des Hommes dedica un intero capitolo alla salute mentale delle bambine e delle ragazze. La loro salute mentale è in crisi: da anni gli esperti rilevano un peggioramento preoccupante, aggravato dagli anni di pandemia e isolamento sociale. I dati riportati sono allarmanti. Secondo una ricerca² sviluppata negli Stati Uniti nel 2021, “tre ragazze adolescenti su cinque hanno dichiarato di sentirsi “tristi o senza speranza” quasi ogni giorno per almeno due settimane di fila, al punto da dover interrompere le proprie attività quotidiane. Una percentuale doppia rispetto a quella dei coetanei maschi e la più alta negli ultimi 10 anni”. In queste condizioni aumentano pericolosamente anche gli atti di autolesionismo, ideazione suicidaria e tentativi di suicidio: “un terzo delle studentesse delle scuole superiori ha dichiarato di aver “preso seriamente in considerazione l’idea di togliersi la vita”[…] mentre il 24% ha proprio elaborato un piano per farlo. Poco più del 13% ha tentato il suicidio e il 4% ha richiesto cure mediche a seguito del proprio gesto”. Quella del suicidio è a livello mondiale la terza causa di morte tra le adolescenti che hanno tra i 15 e i 19 anni. Anche l’Italia riporta un grave peggioramento della salute mentale delle ragazze, soprattutto per quanto riguarda le adolescenti. Secondo quanto riportato dal report dell’Istituto Superiore di Sanità³, “una ragazza su 2 ha dichiarato di aver risentito negativamente della pandemia di Covid-19 per quel che riguarda la propria salute mentale, a fronte di un ragazzo su 3. […] Meno della metà (43%) delle tredicenni e solo una su 3 (32%) tra le 15enni pensa di avere un buon benessere psicologico, a fronte del 73% e 64% dei coetanei maschi. Il 74% delle ragazze intervistate riferisce di avere avuto almeno due sintomi di malessere (mal di testa, di stomaco, di schiena, sentirsi giù di morale, irritabilità, nervosismo, giramenti di testa e difficoltà nell’addormentamento) più di una volta a settimana negli ultimi sei mesi, dato in crescita rispetto ai dati 2017/2018. Per i ragazzi il dato si ferma al 49%. Le ragazze, inoltre, riferiscono più sintomi rispetto ai coetanei maschi con un andamento crescente per età”. Sviluppare conoscenza per generare consapevolezza Come numerosi studi hanno ampiamente dimostrato, la pandemia ha incrementato il disagio psicologico e le donne, soprattutto adolescenti e giovani adulte, sono coloro che stanno pagando il prezzo più alto. Le ragazze tendono maggiormente ad interiorizzare il conflitto, l’ansia, lo stress e la paura e risultano più vulnerabili agli standard irrealistici di bellezza e perfezione imposti dalla società, che generano sofferenza psicologica,

Sfide sociali nei contesti educativi

L’istruzione è un elemento fondamentale e necessario nella nostra società, inoltre, è molto importante per lo sviluppo della persona. Tuttavia nel mondo dell’istruzione si inseriscono varie sfide sociali, che si presentano ogni giorno con una “scena” diversa. Queste sfide sociali hanno un impatto significativo sul processo educativo, in alcuni casi, limitano il benessere psicofisico e la riuscita negli apprendimenti.

Sfatiamo un falso mito: i vaccini non causano l’autismo!

Vaccini e autismo: uno studio sulle convinzioni delle madri Secondo il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-5®), i disturbi dello spettro autistico (ASD) sono un disturbo dello sviluppo neurologico caratterizzato da deficit persistenti nella comunicazione sociale e nell’interazione sociale (p. es., deficit nella reciprocità socio-emotiva, comportamenti comunicativi non verbali , e lo sviluppo, il mantenimento e la comprensione delle relazioni) che causano una menomazione clinicamente significativa in aree sociali, occupazionali o di altro tipo (American Psychiatric Association, 2013). Inoltre, nell’ASD sono generalmente presenti modelli di comportamento, interessi o attività limitati e ripetitivi (es. semplici stereotipie motorie, ecolalia, schemi di pensiero rigidi). L’autismo è noto come disturbo dello “spettro” perché esiste un’ampia variazione nel tipo e nella gravità dei sintomi che le persone sperimentano. Sebbene l’ASD possa essere un disturbo permanente, i trattamenti e i servizi possono migliorare i sintomi e la capacità di funzionamento della persona. L’insorgenza dei segni comportamentali dell’ASD è solitamente concettualizzata in due modi: uno schema ad esordio precoce, in cui i bambini dimostrano ritardi e deviazioni nello sviluppo sociale e della comunicazione all’inizio della vita, e uno schema regressivo, in cui i bambini si sviluppano principalmente come previsto per un certo periodo per poi andare incontro ad un sostanziale declino o perdita di competenze precedentemente sviluppate.  Studi recenti hanno anche notato che la regressione nei bambini con ASD potrebbe essere sottostimata. Sebbene i fattori che contribuiscono all’insorgenza di tale disturbo non siano affatto chiari, (Benvenuto et al., 2009; Istituto Nazionale di Salute Mentale, 2019), le convinzioni sulle cause dell’ASD tra i genitori di bambini affetti sono particolarmente importanti per comprendere il modo in cui essi comunicano con gli operatori sanitari e le decisioni di questi ultimi in merito alle pratiche di trattamento, alle pratiche di vaccinazione e all’assistenza sanitaria (Anziano, 1994; Mercer et al.,2006; Mire et al. 2017). Ad esempio, molti genitori mantengono solida la credenza  che i vaccini contribuiscano allo sviluppo di disturbo dello spettro autistico interrompendo, quindi, o modificato le pratiche vaccinali (Bazzano et al.,2012). L’origine delle convinzioni sul legame tra vaccinazioni e autismo Negli ultimi anni c’è stata una grande preoccupazione per quanto riguarda i potenziali legami tra le vaccinazioni infantili e lo sviluppo dell’ASD, malgrado la storia dell’opposizione ai vaccini sia abbastanza datata (Fischbach et al.,2016; Mendel-Van Alstyne et al., 2018 Yaqub, Castle-Clarke, Sevdalis e Chataway, 2014).  Le vaccinazioni che sono state al centro della maggiore attenzione sono quelle contro il morbillo-parotite-rosolia (MMR). Un ruolo fondamentale è stato svolto dalla pubblicazione dello studio di Wakefield del 1998 nel La lancetta sostenendo che esiste un legame tra la somministrazione del vaccino MMR polivalente e la comparsa di autismo e malattie intestinali. Successivamente, lo studio è stato completamente screditato e La lancetta ha ritrattato l’articolo nel 2010, sottolineando che elementi del manoscritto erano stati falsificati. In risposta a questa convinzione, una serie di studi rigorosi su campioni di grandi dimensioni ha prodotto un corpo sostanziale di prove che dimostrano che la somministrazione del vaccino MMR non era associata a un aumento del rischio di ASD (Goin-Kochel et al.,2016; Hviid, Hansen, Frish e Melbye, 2019). Nonostante questi studi, le convinzioni sul legame tra vaccini e autismo si sono diffuse in molte parti del mondo, in particolare nell’Europa occidentale e nel Nord America. Per di più internet è diventata un’importante fonte di informazioni sanitarie per il pubblico e ha offerto un’opportunità senza precedenti per gli attivisti dell’antivaccinazione di diffondere i loro messaggi a un pubblico più ampio e reclutare nuovi membri (Hobson-West, 2007; Kitta, 2012).  I ricercatori hanno documentato una ridotta fiducia nei medici da parte dei genitori e un aumento delle preoccupazioni sui vaccini. ( Brown et al., 2010; Hussein et al. 2018; Smith et al.,2011). Titubanza vaccinale Tra il pubblico in generale, il grado di fiducia nel collegamento vaccino-autismo è stato riscontrato come il principale fattore associato a un ritardo o all’omissione di uno o più vaccini tra quelle famiglie (Rosenberg et al.,2013). Per quanto riguarda i genitori di bambini con ASD, gli studi hanno dimostrato che alcuni di loro continuano ad attribuire l’autismo del loro bambino alle vaccinazioni (Chaidez et al.,2018; Fischbach et al.,2016; Hebert & Koulouglioti, 2010; Toméni et al.,2017). Le convinzioni dei genitori sulle cause dell’ASD variavano in termini di tipo di esordio: congenito o regressivo. I genitori hanno più spesso sostenuto la genetica come causa dell’autismo quando i loro figli hanno mostrato il tipo congenito, mentre hanno sostenuto i meccanismi esterni ( es., vaccinazioni) quando i loro figli hanno presentato il tipo regressivo. Anche se un ampio corpus di letteratura ha escluso qualsiasi legame tra vaccini infantili e autismo, questa convinzione è ancora presente nelle rappresentazioni delle madri. I genitori sono preoccupati per la salute dei propri figli e fanno regolarmente scelte sanitarie per essi (Poltorak et al., 2005).  Sospetto e cospirazione sono stati trovati nel nucleo centrale delle rappresentazioni sociali della vaccinazione da parte dei genitori. Essi hanno sperimentato la paura intorno all’ipotesi che i vaccini potessero far parte di una cospirazione per diminuire la popolazione mondiale al fine di ristabilire l’equilibrio tra la popolazione e le risorse mondiali disponibili (Arhiri, 2014). Di conseguenza, è fondamentale esaminare ed approfondire gli attuali sistemi di credenze materne riguardo alle cause dell’autismo.

Sexting tra Adolescenti

Con il termine sexting, si può definire quella pratica che prevede l’invio, la ricezione o la condivisione di messaggi di testo, foto o video sessualmente espliciti o comunque riguardanti la sfera sessuale, il tutto avviene tramite l’utilizzo dello smartphone, del pc o di qualsiasi altro dispositivo elettronico. È un fenomeno comune tra gli/le adolescenti di oggi, in quanto data la disponibilità delle nuove tecnologie, vivono in maniera inedita la fase di scoperta della propria identità e, in particolare, della propria sessualità. Il fenomeno si verifica più frequentemente tra i ragazzi delle scuole superiori e proprio per questo è importante la prevenzione durante gli anni della scuola.  Diffondere un’immagine “provocante” di sé stessi può rappresentare un “regalo” molto intimo per un fidanzato o una fidanzata; può anche rappresentare un modo per dimostrarsi “adulti” o “più maturi” non solo agli occhi degli altri, ma anche verso sé stessi e può aiutare per gestire, a livello inconsapevole, le tante insicurezze tipiche dell’età adolescenziale. Perché spesso il sexting diventa un problema L’aspetto preoccupante del sexting in età adolescenziale riguarda la mancata consapevolezza dei rischi associati all’utilizzo improprio del web e la difficoltà di comprendere quali possano essere le conseguenze per sé stessi nel momento in cui ci si relaziona con persone potenzialmente pericolose. Ad esempio, in alcuni casi la perdita di controllo del materialesessuale nel web, può comportare diversi rischi. I più comuni e conosciuti sono il revenge porn e il cyberbullismo. Per evitare di giungere a conseguenze negative dovute al sexting, è indispensabile non la negazione della sessualità nei minori, cosa impossibile poiché è normale il processo di consapevolezza sessuale in quei determinati anni, ma piuttosto l’incremento di educazione sessuale e quindi di consapevolezza di cosa è il sesso e di come si caratterizza, si sperimenta e si vive nel rapporto tra pari. È questo un modo sano e utile per prevenire più il possibile condotte pericolose e dannose per sé stessi e per gli altri.

Settembre e i Buoni Propositi

Una delle consuetudini di inizio anno più diffuse è quella di stilare una lista di buoni propositi. Spesso hanno a che fare con abitudini che vogliamo cambiare, obiettivi che desideriamo raggiungere e nuovi progetti che vogliamo realizzare. Altrettanto spesso, però, con il passare delle settimane, l’impegno a mantenere fede ai buoni propositi comincia ad affievolirsi, mettiamo da parte la lista e pian piano abbandoniamo ogni buon proposito fatto a inizio anno. Ma perché questo accade?  Il buon proposito è un’ambizione rispetto a se stessi: più che una decisione, si tratta di un progetto per il futuro, legato al concetto di ideale dell’io che riflette le aspirazioni e le aspettative che abbiamo su noi stessi. Il buon proposito è differente però da un obiettivo, perché è qualcosa che ha a che fare con l’esame di realtà: un’analisi delle nostre capacità oggettive e delle nostre potenzialità che ci fa creare un piano concreto e oggettivo per realizzare quello che abbiamo pensato per noi stessi, nella concretezza.  Senza dubbio, fare tanti buoni propositi ci dà una spinta molto positiva e accende il motore della motivazione. Del resto, sono i sogni e le aspirazioni a mantenerci vivi! Va bene anche avere delle aspirazioni ambiziose, un po’ sopra le righe o che ci mettono alla prova e ci possono far realizzare qualcosa di inaspettato.  Proprio perché si tratta di spinte, però, bisognerebbe viverle come tali, dando loro il giusto peso. Quando non riusciamo a fare ciò che ci siamo proposti, rischiamo infatti di provare ansia e avere paura di non essere abbastanza (atelofobia). È qui che può nascere il problema!  Anche se siamo spinti da una forte motivazione, capita di non riuscire a realizzare un buon proposito. Questo accade perché possiamo avere ambizioni che non rispecchiano chi siamo veramente. Se non conosciamo bene noi stessi, facciamo buoni propositi partendo da aspirazioni che non ci appartengono e che sono piuttosto della società o del nucleo familiare. Capita così di fallire la realizzazione di un buon proposito proprio perché, nel profondo, non ci appartiene. Questo ci fa sentire inadeguati e non all’altezza, facendoci pensare di voler raggiungere degli standard che, però, non rispecchiano i nostri reali obiettivi. Ognuno di noi raggiunge gli obiettivi che si è posto nel momento in cui può farlo. Se non ce la facciamo, forse c’è un problema che non conosciamo: ignorarlo senza andare alla radice ci porterà sempre al fallimento.  In quest’ottica, una terapia psicologica può esserci di grande aiuto perché ci condurrà a scoprire cosa vogliamo davvero e le ragioni profonde per cui non riusciamo ad ottenerlo.

Settembre e buoni propositi: la gestione del rientro

Settembre è spesso visto come il “vero inizio dell’anno” per molti di noi. Le vacanze estive si sono concluse e ci troviamo a tornare alla routine quotidiana, al lavoro, alla scuola, o alle nostre attività abituali. Questo mese rappresenta un periodo di transizione, di ripresa, ma anche di riflessione su ciò che vogliamo migliorare o cambiare. I buoni propositi di settembre sono un’occasione per ridefinire i nostri obiettivi, ma spesso questa transizione non è priva di difficoltà, specialmente dal punto di vista psicologico. La transizione del rientro Il rientro dalle ferie può essere accompagnato da un mix di emozioni contrastanti. Da un lato, possiamo sentire nostalgia per il periodo di relax appena concluso; dall’altro, ci può essere entusiasmo per riprendere progetti e obiettivi messi in pausa. È importante riconoscere che questa fase di transizione può essere impegnativa. Uno degli aspetti principali è il cosiddetto “post-vacation blues”, un senso di malinconia che può manifestarsi nei primi giorni o settimane dopo il rientro. È una risposta normale al cambiamento improvviso tra il ritmo rilassato delle vacanze e la ripresa delle attività quotidiane, e può essere accentuato da una routine troppo rigida o dalla mancanza di spazi per il benessere personale. Per affrontare questa fase in modo efficace, è utile prendersi del tempo per riflettere sull’esperienza estiva. Piuttosto che vivere il rientro come una cesura netta, possiamo cercare di portare con noi alcuni aspetti positivi delle vacanze, come ad esempio il tempo dedicato a noi stessi, alle relazioni sociali o a nuove attività. Ciò potrebbe tradursi, nella quotidianità, in brevi pause durante la giornata, passeggiate, o anche la riscoperta di hobby che ci fanno stare bene. Le opportunità di settembre Settembre rappresenta simbolicamente un nuovo inizio, un po’ come il mese di gennaio con il nuovo anno. È un momento in cui le persone si sentono spesso più motivate a intraprendere nuovi percorsi e a fissare nuovi obiettivi. Tuttavia, è importante approcciare i buoni propositi in maniera equilibrata, evitando la trappola del “tutto e subito”. Molte persone tendono a sovraccaricarsi di aspettative irrealistiche, come voler cambiare radicalmente la propria routine o raggiungere risultati in tempi brevi. Questo tipo di approccio può portare facilmente a frustrazione e senso di fallimento. Dal punto di vista psicologico, è molto più utile fissare obiettivi realistici e progressivi. Piuttosto che stravolgere la propria vita, è preferibile lavorare su piccoli cambiamenti sostenibili nel tempo. Ad esempio, se l’obiettivo è migliorare la propria forma fisica, si potrebbe iniziare con l’inserimento di una breve attività fisica quotidiana, piuttosto che un piano di allenamento intenso e irrealizzabile a lungo termine. Buoni propositi e motivazione intrinseca Un aspetto cruciale per la riuscita dei buoni propositi è la motivazione. Esistono due tipi principali di motivazione: quella estrinseca e quella intrinseca. La motivazione estrinseca riguarda i premi esterni, come l’approvazione degli altri o il raggiungimento di un risultato concreto. La motivazione intrinseca, invece, è quella che proviene da dentro di noi, dal piacere e dalla soddisfazione che traiamo dall’attività stessa. Le ricerche psicologiche dimostrano che la motivazione intrinseca è quella più duratura e soddisfacente. Per questo motivo, quando definiamo i nostri obiettivi per settembre, è importante chiedersi: “Cosa mi fa sentire davvero bene?”, “Quali attività mi arricchiscono e mi danno energia?” Focalizzarsi su ciò che ci entusiasma e ci fa sentire realizzati è essenziale per mantenere costante la motivazione e il piacere nel portare avanti i nostri obiettivi. Settembre e la gestione del tempo Uno dei fattori che spesso ostacola la realizzazione dei buoni propositi è la cattiva gestione del tempo. Settembre porta con sé un aumento delle responsabilità e dei compiti da svolgere. È facile sentirsi sopraffatti, soprattutto se non si pianifica correttamente il proprio tempo. Una strategia efficace è quella di suddividere gli obiettivi in piccole azioni quotidiane, creando un piano graduale e realistico.  Inoltre, è fondamentale imparare a gestire l’ansia da prestazione. L’idea di dover subito tornare al massimo delle nostre capacità può generare stress, che a sua volta può minare la nostra motivazione. È importante ricordare che il rientro dalle ferie non deve essere vissuto come una corsa contro il tempo, ma come un periodo di adattamento progressivo. Concedersi del tempo per riadattarsi al ritmo quotidiano è essenziale per mantenere un equilibrio psicofisico. Conclusione Il rientro dalle ferie non deve essere percepito come una fine, ma piuttosto come un’opportunità per un nuovo inizio. Settembre può essere un mese di grande crescita personale se approcciato con consapevolezza e realismo. Pianificare i buoni propositi in modo equilibrato, gestire le proprie emozioni e prendersi cura di sé sono elementi chiave per affrontare questo periodo di transizione con successo. Attraverso piccoli passi e una visione a lungo termine, possiamo trasformare il rientro in una fase positiva, ricca di nuove opportunità e di crescita personale.

Sessualità alternativa e Financial Domination

di Greta Monica Del Taglia Le pratiche di BDSM sono pratiche sessuali alternative che includono giochi di ruolo, vincoli fisici, scambi di potere e, talvolta, l’induzione del dolore. L’acronimo BDSM è la combinazione delle abbreviazioni B/D (bondage e discipline), D/S (dominanza e sottomissione) e S/M (sadismo e masochismo). I practitioners possono avere ruoli diversi durante una pratica di BDSM come, ad esempio, il ruolo del padrone (Dom, la persona che esercita il controllo), il ruolo del sottomesso (Sub, la persona che si lascia dominare), oppure, a seconda della situazione, ci può essere l’inversione dei ruoli (Switch). Il sadismo e il masochismo sessuale sono comportamenti che rientrano nella categoria delle “parafilie”, e sono spesso accettati come variazioni di comportamenti sessuali “tipici”. Il feticismo viene anch’esso considerato parte della comunità BDSM e può essere spiegato come un “forte interesse in” o una “preferenza per” attività, strumenti, tessuti o indumenti; un interesse erotico deviato e concentrato solo su parti del corpo o del vestiario. Nel complesso, ci si può riferire alle pratiche di BDSM con il termine “perversione”(kinky). Le pratiche di BDSM comprendono un uso consenziente di stimolazione fisica o psicologica, sono spesso associate al dolore e/o al potere per produrre eccitazione e soddisfazione sessuale. In passato, attività di questo tipo venivano associate alla psicopatologia, ma studi recenti dimostrano che interessi e comportamenti sessuali atipici non sono da considerarsi in termini di disturbo mentale, e se vengono praticati in modo consenziente e senza creare stress negativo non si rende necessaria diagnosi clinica. Tuttavia, nel DSM-V (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali), il sadismo e il masochismo sono tuttora considerati disturbi parafilici. Parafilia e Disturbo Parafilico Il termine parafilia indica qualsiasi intenso e persistente interesse sessuale diverso dall’interesse sessuale per la stimolazione genitale o i preliminari sessuali con partner umani fenotipicamente normali, fisicamente maturi e consenzienti. Un disturbo parafilico è una parafilia che, nel momento presente, causa disagio o compromissione nell’individuo o una parafilia la cui soddisfazione ha arrecato, o rischiato di arrecare danno o a se stessi o agli altri. Una parafilia è una condizione necessaria, ma non sufficiente per avere un disturbo parafilico, una parafilia, di per sé, non giustifica o richiede necessariamente intervento clinico. Nei set di criteri diagnostici per ciascuno dei disturbi parafilici, il Criterio A specifica la natura qualitativa della parafilia e il Criterio B precisa le conseguenze negative della parafilia (cioè disagio, compromissione o danno ad altri). Se un individuo soddisfa il Criterio A ma non il Criterio B per una particolare parafilia, allora si potrebbe dire che l’individuo ha quella parafilia, ma non un disturbo parafilico. Disturbo da Masochismo Sessuale A.Eccitazione sessuale ricorrente e intensa, manifestata attraverso  fantasie, desideri o comportamenti, per un periodo di almeno 6 mesi, derivante dall’atto di essere umiliato, percosso, legato o fatto soffrire in altro modo. B. Le fantasie, i desideri o i comportamenti sessuali causano disagio clinicamente significativo o compromissione del funzionamento in ambito sociale, lavorativo o in altre aree importanti. Specificare se: Con asfissiofilia: Se lindividuo è attratto dalla pratica  di raggiungere l’eccitazione sessuale connessa con la limitazione della respirazione. Disturbo da Sadismo Sessuale A.Eccitazione sessuale ricorrente e intensa, manifestata attraverso fantasie, desideri o comportamenti, per un periodo di almeno 6 mesi, derivante dalla sofferenza fisica o psicologica di un’altra persona. B.L’individuo ha messo in atto questi desideri sessuali a discapito di un’altra persona non consenziente oppure i desideri o le fantasie sessuali causano disagio clinicamente significativo o compromissione del funzionamento in ambito sociale, lavorativo o in altre aree importanti. Nonostante la crescente visibilità di queste pratiche sessuali strane ed inusuali, vi è ancora disinformazione, stigma e discriminazione nei confronti dei “practitioners”, sia tra la popolazione sia tra chi si occupa di salute mentale. Molti clinici, infatti, hanno informazioni confuse riguardo le pratiche di BDSM, tendono a concepirle come non etiche e a patologizzare chi  possiede un’identità sessuale diversa, dimostrando di avere scarsa empatia verso queste minoranze. Caratteristiche psicologiche di chi pratica il BDSM Recenti studi hanno dimostrato che le pratiche di BDSM potrebbero essere considerate “un’attività ricreativa”, piuttosto che l’espressione di processi psicopatologici. Oggi, la maggior parte delle esperienze di BDSM rappresentano un passatempo piacevole e puramente casuale. Tra coloro che praticano queste attività sessuali di tipo parafilico, alcuni hanno riferito che (“la maggior parte del tempo” o “quasi sempre”) le pratiche sono associate a: Senso di libertà; Piacere o godimento; Senso dell’avventura; Utilizzo di capacità personali; Rilassamento o diminuzione dello stress; Estroversione/esplorazione; Emozioni positive. In uno studio che ha coinvolto 902 praticanti BDSM e 434 controlli (definiti “normali”), che si è basato sulla compilazione di questionari online (Neo Five-Factor Inventory; Attachment Styles Questionnaire; Rejection Sensitivity Questionnaire; Five Well-being Index) le caratteristiche psicologiche dei practitioners sono risultate maggiormente positive in confronto a quelle del gruppo dei “normali”. Chi pratica attività sessuali “strane” è risultato: Meno nevrotico; Più estroverso; Più aperto a nuove esprienze; Meno sensibile al giudizio sociale; Con livelli maggiori di benessere personale. Queste persone sono risultate adeguate dal punto di vista sociale e psicologico. La Financial Domination (Findom): una relazione di tipo finanziario. La “Findom” o “Financial Domination”, invece, è una forma di umiliazione psicologica che consiste nel lasciare il completo dominio delle proprie finanze nelle mani di un’altra persona. Fra tutti i feticismi sessuali esistenti a questo mondo, è forse una delle pratiche psicosessuali più insolite ed avvilenti. Coinvolge, di solito, donne bellissime che vengono pagate e omaggiate con regali costosi da certi uomini, i quali intendono avvicinarsi alla donna senza ricevere nulla in cambio – al di là dell’aspetto economico, l’uomo desidera sottomettersi ad una donna ed abbandonarsi al suo controllo. La Financial Domination consiste in un completo lasciarsi andare al potere di un’altra persona, un potere che brama sempre più di crescere. Ma nella maggior parte dei casi, la dominatrice (Domme) e il sottomesso (Submissive) non si incontrano mai – tutto può avvenire online o comunque a distanza. Alcune relazioni “di tipo finanziario” si esauriscono dopo un unico pagamento, altre sono invece regolamentate con trasferimenti di denaro periodici e, certi uomini rivelano