La disabilità intellettiva

La disabilità intellettiva è una diagnosi sempre più diffusa in età prescolare. Che differenza c’è tra disabilità lieve-moderata-grave?è possibile intervenire per migliorare la condizione di vita del paziente e della propria famiglia? Per disabilità intellettiva si intende un funzionamento intellettuale generale significativamente sotto la media, presente contemporaneamente a carenze del comportamento adattivo. Tale condizione si manifesta in età evolutiva. Per funzionamento sotto la media si intende un quoziente intellettivo (QI) pari o inferiore a 70. Tale condizione si definisce in base al livello di gravità come: lieve, moderata, grave, estrema. Quando la disabilità intellettiva è estrema coinvolge in modo uniforme tutte le aree del funzionamento intellettivo. In genere, invece, gli individui con disabilità intellettiva mostrano relativi punti forza e punti deboli nelle abilità cognitive specifiche, che interagiscono coinvolgendo tutto il funzionamento cognitivo. I disturbi del neurosviluppo possono comportare alterazioni in uno o più di uno dei seguenti aspetti: attenzione, memoria, percezione, linguaggio oppure relazioni sociali. In presenza di disabilità intellettiva, almeno due aree devono essere significativamente compromesse. Le cause riconosciute della disabilità intellettiva La disabilità intellettiva può essere causata da qualsiasi condizione che impedisca il normale sviluppo del cervello prima, durante, dopo la nascita o nel periodo dell’infanzia. Si possono distinguere fattori genetici e fattori acquisiti. Nel 50% dei casi però non è possibile individuare una causa precisa. Una disabilità intellettiva grave si verifica in famiglie di tutte le fasce socioeconomiche e livelli di istruzione. Le disabilità intellettive meno gravi (richiedenti supporto limitato o intermittente) si manifestano il più delle volte tra le classi socioeconomiche più disagiate, in linea con le osservazioni che il QI è meglio correlato al grado di successo nella scuola e con il livello socioeconomico, piuttosto che con specifici fattori organici. Tuttavia, studi recenti suggeriscono che fattori genetici hanno un ruolo anche nelle disabilità lievi. Le manifestazioni principali Le manifestazioni principali della disabilità intellettiva sono Acquisizione rallentata di nuove conoscenze e competenze Comportamento immaturo Limitate capacità di prendersi cura di se stessi Il trattamento della disabilità intellettiva La disabilità intellettiva necessita spesso di un trattamento medico, perché è frequentemente associato ad alterazioni neurologiche e somatiche. La riabilitazione cognitiva, invece, favorisce il rafforzamento e in alcuni casi l’introduzione di quelle abilità che a causa dell’handicap non si sono sviluppate e consolidate spontaneamente. Gli obiettivi della riabilitazione della disabilità intellettiva sono lo sviluppo delle capacità attentive, del linguaggio, delle abilità visuo-spaziali e di percezione del significato del tempo e dello spazio, dell’apprendimento della lettura, scrittura e calcolo. Un’attenzione particolare è data ad insegnare abilità che favoriscano l’autonomia e l’integrazione sociale del paziente, le abilità domestiche e di cura del luogo di vita, le abilità sociali e interpersonali, le capacità prelavorative e lavorative. Conclusioni La condizione di disabilità intellettiva sta prendendo sempre più piede. Una diagnosi precoce consente di ridurre i danni e garantire al bambino ed alle rispettive famiglie una qualità di vita migliore. Necessario in questi casi è anche il supporto psicologico, affiancato a quello medico, al fine di sostenere l’intero nucleo familiare.
Gestalt play therapy: il lavoro di terapia con i bambini

Sempre più spesso arrivano in terapia bambini che portano disagi di origine psicologica. La pediatria di base è diventata nel tempo più sensibile rispetto alla salute psicologica dei bambini, questo lo dico perché sempre più spesso ad inviare il bambino ad un consulto è proprio il pediatra di libera scelta.Nel tempo la professione e l’opera dello psicologo con gli adulti è stata sdoganata probabilmente anche dalla necessità di sostegno che le persone hanno potuto riconoscere di avere a causa del Covid-19 e dell’isolamento ad esso conseguente. Le conseguenze dell’isolamento sociale hanno richiesto una massiccia opera da parte degli psicologi.Trovo tuttavia ancora delle resistenze e delle perplessità quando si parla della psicoterapia per i bambini.Le perplessità dei genitori rispetto alla psicoterapia rivolta al bambino riguardano il fatto che il bambino non possa essere in grado di trarre benefici dalla psicoterapia perché piccolo o che essa sia semplicemente un momento di gioco fine a se stesso. I sintomi che il bambino porta con sé hanno un significato e quando esso viene ‘letto’ e svelato essi svaniscono. Il bambino che viene in terapia non parla o gioca semplicemente come farebbe in un contesto della sua vita. In terapia il bambino disegna, gioca o parla con le sue ‘paure’ con i suoi ‘mostri’ con i suoi ‘sintomi’ e questa conoscenza ‘accompagnata’ diventa la terapia stessa. Dietro la pratica clinica ci sono le teorie psicoevolutive e le ricerche scientifiche ben chiare e che fanno da guida nella mente del terapeuta. Il terapeuta che lavora con i bambini ha da imparare a volte molto dai suoi piccoli pazienti e deve essere disposto a ‘scendere’ dalle scarpe e abbassarsi fino al pavimento e a giocare. A diventare un po’ bambino con il bambino. In questo modo si stabilisce un ponte tra il corpo, le emozioni e la volontà, come per esempio nel caso dei bambini iperattivi quando lavorando con l’esperienza tattile ci si concentra nel ‘qui ed ora’ dell’esperienza e il bambino diventa più consapevole dell’esperienza interna, nominandola ed esplorandola. Nel mio approccio il sintomo non serve a ‘diagnosticare’ il disturbo, esso diventa un atto creativo per mezzo del quale il bambino sta affrontando un disagio. Il terapeuta diventa come un alchimista alle prese di pozioni ed incantesimi immerso nel mondo un po’ magico del bambino.
Reale-Virtuale-Reale-Virtuale-Reale-Virtuale

Quando affrontiamo il tema di cosa sia reale e cosa sia virtuale, fermo restando che reale e virtuale sono due cose ben diverse, in realtà dal punto di vista concettuale ci troviamo davanti ad una differenziazione non così semplice. Se facciamo una breve riflessione infatti, nella nostra attività di pensiero e di utilizzazione di qualunque forma di linguaggio, noi facciamo un’esperienza virtuale. Facciamo un semplice esempio: nel momento in cui io dico “penna” e voi capite “penna”, ho evocato qualcosa di virtuale, qualcosa non nuova alla storia dell’arte se pensiamo ai pittori surrealisti con Renè Magritte con la sua famosa Ceci n’est pas une pipe. Qualunque tipo di linguaggio è una forma di esperienza virtuale. La differenza tra reale e virtuale dicevamo non è così netta, soprattutto dal punto di vista percettivo, quello che cambia è il fatto che le informazioni ci giungono da più canali percettivi: canale olfattivo, canale tattile, canale visivo, canale uditivo ed è tutto questo insieme che rende la comunicazione qualcosa di molto complesso. L’altra considerazione da fare tra reale e virtuale è che il corpo reale possiede tutta una serie di meravigliosi sistemi di consapevolezza riguardante la comunicazione non verbale tra i corpi. Quando ad esempio in un branco di mammiferi ci sono scontri per mettere in discussione la gerarchia all’interno del branco non ci scappa mai il morto. Se due cervi si scontrano, uno dei due manda dei segnali non verbali di accettazione di resa l’altro accetta la resa e lo scontro termina. Però per far sì che ciò avvenga occorrono dei contatti corporei che nella realtà virtuale mancano ed è anche per questo che essa diventa sempre più aggressiva. Quando la realtà è solo virtuale non c’è un coinvolgimento del corpo quindi non ti puoi basare su tutta una serie di segnali inibitori, soprattutto dell’aggressività, che provengono dal linguaggio non verbale. Cosa c’entra questo con l’arteterapia? Nel momento in cui io disegno con una persona, ma non solo, tengo conto anche del corpo di chi mi sta nei paraggi, visto che il nostro schema corporeo è sempre relazionale. Il nostro corpo frutto delle interazioni arcaiche di chi e con chi si è preso cura di noi nelle prime fasi della nostra vita, è in continua relazione con quello degli altri, così anche il nostro funzionamento cognitivo. Per noi la questione dell’arteterapia è importante in questo contesto perché vuol dire ampliare la percezione, cioè armonizzarla con tutto quello che ci riguarda, considerando che la cosa virtuale è anche reale così come la cosa reale ha una componente virtuale. Affrontando il tema del reale e del virtuale in riferimento alle nuove tecnologie, dobbiamo stare attenti a non farci travolgere dall’assurdità che queste ultime possano essere eliminate o peggio ancora, farsi prendere dalla nostalgia per il passato. Tutte le volte che è stata introdotta una nuova tecnologia è chiaro che si perde qualche cosa, ma si guadagna qualcos’ altro. Possiamo concludere questa riflessione su reale e virtuale dicendo che il linguaggio s’ invera e si conferma attraverso la relazione e l’appartenenza alle radici.
L’amicizia: come si trasforma nel tempo?

La bellezza dell’amicizia è la sua natura volontaria. Due persone si scelgono e hanno una libertà a doppio senso: la facoltà di legarsi e di sciogliere il legame; una scelta non caratterizzata da impegni formalizzati, che la rende maggiormente libera, ma allo stesso tempo più soggetta ai cambiamenti della vita, a differenza delle relazioni familiari e formali. Lavoro, cambio di città o di paese, famiglia, bambini e relative mutate circostanze quotidiane: sono proprio le amicizie le relazioni che hanno più probabilità di subire il colpo quando intervengono le esigenze dell’età adulta. Secondo William Rawlins, docente di Comunicazione Interpersonale all’Università dell’Ohio, tre sono le caratteristiche che riconosciamo come importanti e fondanti per l’amicizia, sia che siamo adolescenti sia che abbiamo 90 anni e oltre. Le aspettative si possono riassumere così: qualcuno con cui parlare, qualcuno su cui contare e qualcuno con cui divertirsi. Per tutta la vita, dalla scuola elementare alla terza – e ormai quarta! – età, l’amicizia continua a produrre benefici per la nostra salute mentale e fisica. Un’età molto sensibile è la giovane età adulta: le amicizie diventano più complesse e significative rispetto all’infanzia e anche all’adolescenza, in cui esiste già il sostegno tra amici e molta comunicazione su sé stessi: gli adolescenti scoprono e definiscono la propria identità attraverso i legami più importanti di amicizia. Ma, secondo Rawlins, è nella giovane età adulta che le persone in genere diventano più sicure di sé e più orientate a cercare amici che condividano i loro valori sulle cose importanti. Molte ricerche in questo campo – che rimane però poco esplorato in termini longitudinali – hanno rilevato che le persone di età compresa tra 20 e 24 anni sono il gruppo di età che dedica il maggior tempo a socializzare e in cui, anche per condivisione di scuole e luoghi di ritrovo, le amicizie sono più strette: ovviamente, si tratta anche del gruppo che ha meno probabilità di avere le responsabilità esistenziali che tolgono tempo agli amici, come il matrimonio o la cura dei bambini o l’assistenza ai genitori anziani. In età adulta, le persone tendono ad avere più impegni e meno tempo da dedicare all’amicizia: è più facile rimandare un’uscita con un’amica o un amico, piuttosto che rimandare un incontro di lavoro o saltare il saggio di ginnastica di tua figlia. Paradossalmente, l’amicizia in giovane età adulta è il veicolo principe della conoscenza di sé stessi, della condivisione di aspettative sul futuro e della costruzione dei pilastri della propria esistenza; e quando sei adulto non hai tempo per le stesse persone che hanno partecipato insieme te alla tua crescita e ti hanno supportato nel prendere molte decisioni. In un interessante articolo di Julie Beck, supervisore della sezione Family e creatrice di “The Friendship Files” per la rivista The Atlantic, l’autrice esplora come le persone creino e mantengano le amicizie in modi diversi: gli indipendenti fanno amicizia ovunque vadano e possono avere molte conoscenze amicali, più che sperimentare profonde amicizie; gli esigenti hanno alcuni migliori amici che li accompagnano nel corso degli anni, con un investimento così profondo che li può esporre a emozioni devastanti in caso di perdita o fine di un’amicizia. Infine, ci sono i cosiddetti “acquisitivi”: si tratta delle persone che rimangono in contatto con i vecchi amici, ma continuano a farsene di nuovi mentre si muovono nel mondo. Quest’ultima categoria è la più flessibile e ha molte occasioni di trarre vantaggi e benessere psico-fisico dalle proprie esperienze di amicizia. Tornando al tema delle trasformazioni nel tempo: le persone anziane, che sono tornate socialmente disponibili, perché hanno meno impegni lavorativi e familiari, danno maggiore priorità alle esperienze che le renderanno più felici in quel momento presente: incluso passare il proprio tempo con gli amici più cari. Gli amici non hanno necessariamente bisogno di comunicare spesso, o in modo complesso: molte persone, intorno ai 40 anni, hanno probabilmente accumulato diversi amici provenienti da città e attività diverse, che non si conoscono tra loro. Queste amicizie rientrano in tre categorie: attive, dormienti e commemorative. Le amicizie sono attive se esiste un contatto regolare, si conosce la quotidianità dell’altro e ci si può chiamare per un supporto emotivo senza che la cosa appaia strana. Le amicizie dormienti hanno una storia: magari si è lontani fisicamente, con poche occasioni di parlarsi, ma entrambe le persone coinvolte pensano ancora all’altra come a un amico e si è felici di avere notizie o di frequentarsi quando si ha la possibilità di trovarsi nello stesso luogo, magari al mare o in vacanza, anche dopo anni. Un’amicizia commemorativa definisce invece il caso di una persona che non ci si aspetta di sentire o di rivedere, ma che è stata importante in un momento precedente della vita; e si si pensa a lei con affetto, considerandola ancora come un’amica. Non affrontiamo qui il tema e le sfumature delle amicizie online, capitolo a parte; l’argomento dell’amicizia “in presenza”, come abbiamo poco elegantemente imparato a dire durante il Covid, per rendere l’idea, è già sufficientemente vasto e complesso e ci fermiamo qui, magari per riprenderlo in altra occasione. Con una considerazione finale: l’amicizia è una relazione straordinaria, anche perché consente di imparare ad essere più tolleranti nel tempo. La sua natura di scelta libera, continuamente da rinnovare, la rende viva anche in periodi di dormienza: pronta a risvegliarsi più in là, senza aspettative rigide. Una morbidezza di attese che spesso ci fa dire: “mi sembra di averti visto ieri”; qualsiasi periodo sia passato dall’ultimo incontro.
La cronostesia e la percezione del tempo

Agli inizi degli anni 2000, lo scienziato Tulving, introduce il concetto di cronostesia, inteso proprio come abilità cognitiva per poter viaggiare nel tempo. Il nostro cervello, secondo i suoi studi, ha la capacità non solo di riflettere e riguardare il proprio passato, ma anche di pre-immaginare il futuro. Mediante la cronostesia, ognuno di noi si crea uno spazio interiore in cui poter agire con la consapevolezza delle proprie risorse e abilità. Il nostro passato è fondato su ricordi piacevoli che aiutano il rilascio della dopamina e quindi dell’ormone del benessere. Ci sono però anche situazioni che aprono a sentimenti come il rimorso o il rimpianto. Spesso si dà la colpa agli altri o al destino avverso, quando le circostanze non sono favorevoli e creano un’ombra spiacevole nel nostro umore. D’altro canto, ci proiettiamo anche al futuro, immaginandocelo e augurandocelo che sia il più roseo e prosperoso possibile. Creiamo così aspettative importanti e positive, affidando, però, sempre alla casualità l’evolversi degli eventi. Come se noi fossimo spettatori e non protagonisti delle azioni che ci riguardano. Costruiamo un futuro immaginario in cui ci osserviamo realizzare i nostri sogni e viviamo felicemente la nostra vita. In effetti, Tulving analizza la cronostesia come un’opportunità che ci viene offerta del presente. Si potrebbe definirla una macchina del tempo motivazionale. Attraverso il nostro presente, le nostre capacità mnemoniche e cognitive riflettono su cosa sia realmente importante nella nostra vita. Si parla proprio di uno spazio del presente in cui possiamo tranquillamente analizzare il passato, senza essere condizionati dalla sfera emotiva. La cronostesia è l’opportunità, inoltre, di costruire un futuro realistico, in cui grazie all’immaginazione di esso, abbiamo già preso decisioni consapevoli. Non è nelle stelle che è conservato il nostro destino, ma in noi stessi. (William Shakespeare)
Il Training Autogeno: Una Via verso il Benessere Mentale e Fisico

Di Viviana Loffredo Il Training Autogeno è una tecnica di rilassamento e autosuggestione sviluppata dal medico tedesco Johannes Heinrich Schultz nel XX secolo. Questo metodo, basato sulla consapevolezza del corpo e della mente, ha dimostrato di avere numerosi benefici per la salute mentale e fisica. In questo articolo, esploreremo i principi fondamentali del Training Autogeno e come può contribuire al benessere complessivo di un individuo.I fondamenti del Training Autogeno:Il Training Autogeno si basa sull’idea che la mente abbia un potere significativo sull’equilibrio del corpo. Attraverso la pratica regolare, si insegna alle persone a raggiungere uno stato di rilassamento profondo e a influenzare consapevolmente i processi fisiologici del proprio organismo. Il metodo si concentra su sette formule standard, chiamate “formule di autosuggestione”, che vengono ripetute mentalmente per indurre uno stato di calma e tranquillità.Le sette formule di autosuggestione:Le formule di autosuggestione nel Training Autogeno includono affermazioni semplici come “Sono calmo e rilassato”, “Il mio respiro è calmo e regolare” e “Le mie braccia e le mie gambe sono pesanti e rilassate”. Queste frasi vengono ripetute mentalmente mentre ci si concentra su diverse parti del corpo, promuovendo la consapevolezza delle sensazioni fisiche e il rilassamento progressivo.Benefici del Training Autogeno:1. Riduzione dello stress: Il Training Autogeno aiuta a ridurre lo stress e l’ansia, consentendo al corpo e alla mente di rilassarsi profondamente. Questo può portare a una maggiore resilienza nei confronti delle sfide quotidiane e a una migliore gestione delle emozioni.2. Miglioramento del sonno: La pratica regolare del Training Autogeno può favorire un sonno più riposante e di qualità, aiutando a ridurre l’insonnia e i disturbi del sonno.3. Sollievo dal dolore: L’autosuggestione nel Training Autogeno può contribuire a ridurre la percezione del dolore e a migliorare la gestione delle condizioni dolorose croniche.4. Miglioramento della concentrazione: Attraverso la consapevolezza del proprio corpo e delle proprie sensazioni, il Training Autogeno può favorire una maggiore concentrazione e chiarezza mentale.5. Promozione del benessere generale: Il Training Autogeno può avere un impatto positivo sul benessere generale, aiutando a promuovere una maggiore consapevolezza di sé, una migliore autoregolazione emotiva e una maggiore armonia tra corpo e mente.Come iniziare con il Training Autogeno:Per iniziare con il Training Autogeno, è consigliabile cercare la guida di un professionista esperto o partecipare a corsi specifici.Un insegnante qualificato può fornire le istruzioni necessarie per imparare le formule di autosuggestione e guidarti attraverso le diverse fasi del processo. Tuttavia, è possibile avvicinarsi anche al Training Autogeno attraverso risorse come libri, registrazioni audio o applicazioni mobili che offrono sessioni guidate.Ecco alcuni passi di base per iniziare con il Training Autogeno:1. Trova un luogo tranquillo: Scegli un ambiente tranquillo e silenzioso in cui puoi rilassarti senza distrazioni.2. Assumi una posizione comoda: Siediti o sdraiati in una posizione che ti consenta di sentirsi a proprio agio e rilassato. Puoi utilizzare cuscini o coperte per aumentare il comfort.3. Concentrati sulla respirazione: Inizia a prendere consapevolezza del tuo respiro, osservando l’inspirazione e l’espirazione in modo naturale. Respira profondamente e lentamente, permettendo al corpo di rilassarsi gradualmente.4. Ripeti le formule di autosuggestione: Inizia a ripetere mentalmente le formule di autosuggestione, concentrandoti su una formula alla volta. Ripeti ogni frase lentamente e con calma, immaginando le sensazioni descritte. Focalizzati sulla sensazione di rilassamento e tranquillità che desideri raggiungere.5. Visualizza il rilassamento progressivo: Mentre ripeti le formule di autosuggestione, immagina il rilassamento che si diffonde nel tuo corpo. Puoi immaginare una sensazione di calma che si espande dalle punte delle dita dei piedi fino alla cima della testa. Concentrati su ogni parte del corpo e immagina che diventi pesante e completamente rilassata.6. Ripeti regolarmente: Pratica il Training Autogeno regolarmente per ottenere i massimi benefici. Puoi dedicare alcuni minuti ogni giorno o programmare sessioni più lunghe a seconda delle tue esigenze e disponibilità.È importante ricordare che il Training Autogeno richiede pratica costante e pazienza. I benefici possono variare da persona a persona, quindi è essenziale essere aperti e adattarsi alle proprie esperienze individuali.Il Training Autogeno è un metodo efficace per raggiungere uno stato di rilassamento profondo, ridurre lo stress e migliorare il benessere generale. Attraverso le formule di autosuggestione e la consapevolezza del corpo, è possibile influenzare positivamente la propria mente e il proprio corpo. Con la pratica regolare, il Training Autogeno può diventare un prezioso strumento per gestire lo stress, migliorare il sonno e promuovere una maggiore consapevolezza di sé. Se sei interessato a esplorare questa tecnica, ricorda di consultare un professionista esperto o utilizzare risorse affidabili per guidarti lungo il percorso del Training Autogeno.
PATIENT ENGAGEMENT MODEL: IL TEAM DI CURA

Negli articoli precedenti, è stato affrontato il Patient Engagement Model e le sue relative conseguenze nell’engagement del malato e dei caregiver nei percorsi di cura e di assistenza. Come già visto, le persone sono solite scegliere il ruolo (più o meno attivo) che vogliono ricoprire nel loro percorso di cura e di assistenza. Queste possono variare in base alla condizione della malattia, ma anche da una serie di fattori socio-anagrafici specifici dell’individuo. Affinchè tutto ciò si realizzi, è fondamentale che anche i professionisti sanitari siano adeguatamente formati a riconoscere i bisogni di coinvolgimento delle persone. Il Patient Engagement Model riconosce l’esistenza di quattro diverse fasi con caratteristiche specifiche per quanto riguarda il livello di coinvolgimento sia da parte del malato nel suo percorso di cura sia da parte dei caregiver nel loro percorso di assistenza. Queste fasi determinano anche specifiche dinamiche di potere tra l’operatore sanitario e il suo assistito. 1.POSIZIONE DI BLACKOUT E ALLERTA: in questa fase le persone sono sopraffatte da emozioni negative e hanno difficoltà a metabolizzare nuove informazioni sul proprio stato clinico. Alla luce di questo, il professionista si dovrebbe presentare come guida nel percorso sanitario. Il paziente, infatti, tende ad affidarsi al clinico e a considerarlo come un esperto tecnico della malattia e della sua gestione. Allo stesso tempo, è fondamentale comunicare le informazioni volta per volta, a piccole dosi, in modo tale che l’assistito abbia il tempo di metabolizzare. Dunque, in questa fase si predilige uno stile direttivo in quanto il paziente non è in grado di gestire autonomamente i sintomi e le terapie e necessita una guida esperta che lo aiuti. 2.POSIZIONE DI CONSAPEVOLEZZA: in questa fase, le persone iniziano diventare più autonomi nella gestione della cura e ad accettare la loro condizione di salute. Tuttavia, necessitano ancora la presenza di una figura di riferimento che sappia rispondere ai loro dubbi. In questa prospettiva, si suggerisce al professionista sanitario di adottare uno stile collaborativo e di mettere il paziente nelle condizioni di poter testare le proprie abilità nel percorso di cura. 3.PROGETTO EUDAIMONICO: in questa fase, il paziente è ormai autonomo e consapevole del suo stato di salute ed è un membro attivo del team di cura. Si tratta di persone capaci di orientarsi efficacemente nella fruizione dei servizi offerti dal sistema sanitario Nel relazionarsi con queste persone, si suggerisce di adottare uno stile relazionale partenariale fondato sul dialogo e su una relazione collaborativa nel lungo termine. In conclusione, oltre a lavorare con il paziente e con i caregiver, il Patient Engagement Model mostra quanto sia importante formare i professionisti sanitari in modo tale che sviluppino ottime competenze di diagnosi e di promozione dell’engagement. BIBLIOGRAFIA: Graffigna, G., & Barello, S. (2017). Engagement: un nuovo modello di partecipazione in sanità. Roma: Il Pensiero Scientifico Editore
L’importanza del percorso Pre-Adottivo

Tutte le coppie che decidono di intraprendere il meraviglioso viaggio dell’adozione, secondo la normativa Italiana, devono partecipare ad un percorso di sostegno e formazione che permette loro di avere tutte le informazioni adeguate per poter diventare genitori adottivi. Durante questo percorso oltre ad avere nuove nozioni in merito l’adozione, saranno anche valutate le coppie, al fine di stilare delle relazioni che verrano poi valutate dal Tribunale per i Minori, per poi quindi rilasciare o meno l’idoneità per poter adottare. Uno dei punti che viene maggiormente sottolineato è il concetto stesso che si ha dell’adozione. Infatti l’adozione va intesa non come il diritto di una coppia di genitori ad avere un figlio, ma ciò che viene riconosciuto è il diritto di un bambino ad avere una famiglia. Tutto quindi il procedimento adottivo tiene conto e salvaguarda il benessere del minore, informando le coppie dei vari tipi di adozioni a cui possono accedere. Durante questo percorso le coppie vengono poste difronte alla loro ferita, ovvero l’elaborazione del lutto di un bambino biologico mai nato, al fine quindi di far comprendere loro che la richiesta adottiva non è una cura dal dolore e quindi non riempie i buchi. L’adozione nasce quindi da un dolore che deve essere elaborato per dare spazio ad una nuova fase di vita, il bambino ideale deve lasciare spazio all’incontro con il bambino reale, e nessuno più di un bambino adottato necessita di essere accolto e accettato. Alla base quindi dell’adozione, c’è quindi il Patto adottivo, ovvero una doppia mancanza, la mancanza da parte della coppia della realizzazione del bisogno di maternità – paternità, e la mancanza da parte del bambino di una famiglia. L’adozione ha successo quando entrambe le mancanze sono stata elaborate ed incanalate da un comune impegno a generare legami. Il patto adottivo è il progetto e l’impegno che nasce dall’incastro dei bisogni di due generazioni: dal riconoscimento della differenza genetica si costruisce una comune appartenenza familiare. Questi sono solo alcuni dei punti che vengono affrontati durante il percorso pre-adottivo, ma si evince la grande importanza di tali tematiche al fine di poter evitare i tanti fallimenti adottivi in cui i minori vengono allontanati ancora una volta da famiglie che avrebbero dovuto proteggerli.
Come parlare ai ragazzi senza perdere autorevolezza?

Il linguaggio ha un grande potere sulla mente dei ragazzi. È una vera e propria ginnastica mentale che favorisce Il discorso, le emozioni, la socializzazione di gruppo e lo sviluppo dell’identità personale. Ma come possiamo parlare ai ragazzi senza perdere l’ autorevolezza?
L’IMMAGINARIO COME TECNICA DI ELABORAZIONE DEL PROFONDO NEL SOSTEGNO E CURA INTEGRATA AI METODI COGNITIVO-COMPORTAMENTALI

Di Federico Rossi “L’immaginazione è più importante della conoscenza. La conoscenza è limitata, l’immaginazione abbraccia il mondo, stimolando il progresso, facendo nascere l’evoluzione,” così disse il fisico tedesco Albert Einstein. Le capacità immaginative rappresentano le modalità tramite cui gli esseri umani registrano ed elaborano i contenuti intollerabili dall’Io. L’assenza di una soluzione ad un quesito crea angoscia, il cervello s’impegna ad applicare la propria curiosità creativa e a completare gli elementi mancanti del quesito grazie all’immaginario. Dagli archetipi e dai primi traumi, fino ai casi più conclamati di sintomatologia psicotica (quali confabulazioni, dissociazioni, e/o distorsioni percettive), l’utilizzo dell’immaginazione e del linguaggio metaforico dell’immaginario ci assiste per elaborare la realtà che ci circonda, contenendo le nostre più forti angosce. Immaginare è una capacità che ha preceduto la cognizione nell’evoluzione filogenetica degli esseri umani. È emersa presto come abilità, consentendo ai primi uomini di formare immagini mentali, simulare scenari ed impegnarsi nella risoluzione creativa dei problemi. L’immaginazione, radicata nel corpo e nelle emozioni, ha svolto un ruolo fondamentale nell’adattamento,per poi evolversi successivamente con il linguaggio ed il pensiero simbolico, rimanendoinfluente negli sforzi creativi dell’uomocome nella poesia e nelle altre arti. Lo psicoanalista Sigmund Freud sosteneva che:“La creatività èun tentativo di risolvere un conflitto generato da pulsioni istintive biologiche non scaricate, perciò i desideriinsoddisfatti sono la forza motrice della fantasia ed alimentano i sogninotturni e quelli ad occhi aperti.” Le fasi evolutive dell’immaginazione riflettono lo sviluppo delle capacità immaginative umane nel corso del tempo. In una prima fase, presumibilmente all’epoca del Pliocene (circa 3-5 milioni di anni fa) ci fu un’immaginazione involontaria, simile alle libere associazioni nei sogni. I nostri antenati potevano ovviamente percepire un leone nella savana, ma potevano anche far affiorare in modo imprevedibile immagini casuali di leoni mentre si trovavano impegnati in lavori quotidiani. Successivamente nell’epoca del Pleistocene (circa tra i 2,58 milioni ed i 11.700 anni fa), si sviluppò un’immaginazione semi-volontaria, che coinvolseuna cognizione a caldo in tempo reale (hot cognition) eduna creatività improvvisata. Possiamo ipotizzaread esempio che i comportamenti ritualizzati, guidati dagli sciamani, avrebbero portato alla coscienzaesseri immaginari (quali ad esempio i leoni) attraverso azioni e gesti abituali. Infine si sviluppò l’immaginazione volontaria, dal Paleolitico Superiore (40.000 – 10.000anni fa) all’Olocene (12000 – 9000 mila anni fa), che incorporò processi cognitivi controllati e deliberati. Se si pensa alle pitture rupestri de “l’uomo leone” a Hohlenstein-Stadel in Germania e “l’uomo bisonte” nella Grotte de Gabillou in Francia, esse potrebbero essere le prime manovre trasgressive e trasformative di logica immaginativa, quali mescolanze tra forme animali ed umane all’interno delle arti visive. Queste fasi evolutive ci portano alla distinzione tra immaginazione ed immaginario, dove l’immaginazione rappresenta una forma di pensieroche non segue regole fisse né legami logici, ma si presenta come elaborazione libera di contenuto di un’esperienza sensoriale, legata a un determinato stato affettivo.D’altra parte l’immaginario è la rappresentazione metaforica del singolo che, tramite la metafora simbolica,elabora i contenuti della psiche a metà tra il conscio e l’inconscio. Per citare lo psicoanalista Carl G. Jung: “La scarpa che sta bene ad una persona sta stretta a un’altra. Non c’è una ricetta di vita che vada bene per tutti.” La progressione evolutiva dell’immaginario, nei singoli e nei gruppi, rappresenta oggi, come nella storia, un valido strumento progressivo e funzionale al superamento dei limiti imposti dalla logica e dalla ragione. Il suo sviluppo nel tempo rappresenta quanto le capacità dell’immaginario si siano ampliate ed affinate, denotando un sempre maggiore sviluppo sociale, culturale ed umano e rappresentando uno degli strumenti atavicamente più efficaci per portar luce ai pensieri “non pensabili” dell’inconscio. Come gli animali utilizzano immagini (ricordi visivi, uditivi, olfattivi) per adattarsi a nuovi territori e problematiche, così l’uomo genera informazioni per poi dipingerne rappresentazioni immaginifiche. E’ nell’assenza di sicurezza, di certezze, che l’uomo crea e riempie tale vuoto con il proprio immaginario. Nel corso degli anni certi simboli e metafore entrano nella memoria semantica dell’uomo, divenendo “certezze” ipotetiche dei misteri della vita e della morte e permettendo, grazie ad una traslazione immaginifica, la trasformazione di pensieri ‘instabili’ in pensieri ‘stabili’. Il lavoro di cura e sostegno, tramite l’immaginario del paziente, permette l’elaborazione attiva del profondo mediato dalla simbologia interiorizzata dell’individuo,favorendone l’evoluzione internae promuovendonela cura. L’introduzione di tecniche cognitivo-comportamentali nasceper identificare e modificare modelli di pensiero e comportamenti disadattivi. Queste tecniche comportano un esame consapevole, una sfidaalle proprie credenze sul mondo, bias e distorsioni, proponendo una loro possibile sostituzione con schemi più adattivi e positivi. Il loro approccio “evidence-based” segue un percorso top-down, un’elaborazione di tipo induttivo, basata su dati comportamentali e sulle loro conseguenze. Nei disturbi di personalità ad esempio, grazie all’approccio cognitivo-comportamentale, si agisce sui pensieri e sulle credenze consce, elaborando verbalmente la propria psiche in maniera lucida e razionale. Questo si contrappone ad un percorso analitico Immaginario, di stampo psicodinamico e di tipo deduttivo-simbolico, che utilizza il materiale inconscio immaginifico, come l’imagérie, i sogni, le associazioni libere ed intuitive, unitamente alla teoria ed alla tecnica psicoanalitica, per favorire l’insight. Come disse il fisico Albert Einstein:”La logica ti porta da A a B. L’immaginazione ti porta ovunque.”Per stabilire un cambiamento radicale e duraturo è necessario che la struttura di significato del paziente venga attivata anche a livello emotivo (Greenberg& Malcolm, 2002; Holmes e Mathew, 2005). Qualora le tecniche di elaborazione verbale CBT non fossero in grado di modificare il nucleo delle patologie (come in alcuni disturbi di personalità), l’integrazione di tecniche esperienziali, specie quelle immaginative, acquisisce un ruolo centrale per l’elaborazione delle emozioni (Lang, 1987).Le immagini rappresentano una via d’accesso diretta alle emozioni ed al loro utilizzo, risultano più efficaci dell’elaborazione verbale ed attivano le stesse aree cerebrali coinvolte nella percezione (Holmes e Matthews, 2006; 2010). Dove l’approccio CBT permette un’elaborazione top-down, il lavoro svolto in parallelo a livello bottom-up da immaginazione ed immaginario, promuove un effetto sinergico e diffuso di varie reti neurali associate alla cognizione, alla memoria, all’emozione, ed al comportamento. Quando elaboriamo i pensieri usiamo il cognitivo e la razionalità, quando interagiamo con le immagini mentaliutilizziamo la nostra intuizione. Quando immaginiamo volutamente mescoliamo immagini, proposte di azione, ricordi, esperienze in tempo reale, nonché suoni, storie e sentimenti. La nostra mente diventa un processore multimediale che si sposta lateralmente tra le connotazioni,