Il pettegolezzo dalle comare di paese ai social

pettegolezzo

Il pettegolezzo è uno strumento di conversazione, il cui contenuto di solito ha a che fare con la vita privata e specialmente sessuale di qualcuno. In genere, è un’attività comunicativa eseguita spesso alle spalle del malcapitato, diffondendo notizie più o meno vere, ovviamente a sua insaputa. Antropologicamente parlando, il pettegolezzo ha avuto in passato, una funzione protettiva nei confronti di se stessi e del gruppo sociale di appartenenza. Attraverso di esso, l’individuo imparava a capire su chi riporre la fiducia e rafforzava i legami di solidarietà. La vittima del pettegolezzo quindi non apparteneva gruppo, diventando così bersaglio facile di dicerie. Dal punto di vista psicologico, invece, chi si abbandona al pettegolezzo, lo fa per diversi motivi: Sensazione di appartenenza: condividere delle informazioni con altri, rende intimi ed alleati, contribuendo a sentirsi più sicuri in quel gruppo; senso di autostima rafforzata, perché screditando qualcun altro il nostro se si mette in una posizione superiore; stato di piacevolezza: la percezione di semplici chiacchiere tra amici, rilascia l’ormone della felicità, creando gratificazione; canalizzazione dell’aggressività e dell’invidia, spostando l’attenzione sugli aspetti negativi di altri . In effetti, il passaggio dalla conversazione fine a se stessa e il pettegolezzo con accezione negativa, nasce quando c’è l’intento di screditare agli occhi degli altri la vittima. Infatti, con l’avvento dei social, la situazione non solo è peggiorata, ma è anche sfuggita di mano. Esso ha, inoltre, portato a conseguenze molto gravi come il bullismo di gruppo, o il revenge porn. Si è passati quindi dalla chiacchierata che due massaie di paese facevano sedute fuori l’uscio di casa, ad un tam tam di inoltro di notizie, oltretutto spesso false. Quindi, chi mette in giro un pettegolezzo, non solo gongola, perchè la notizia divulgata ha preso piede, ma si bea e si gratifica perchè è stato capace nel suo intento.

CONOSCI LA TUA ENERGIA

di Aquilina Dario e Sannino Viviana Il Teatro dell’Anima ha creato una serie di strumenti che hanno la funzione di approfondire le tematiche relative alla personalità umana. Fra questi strumenti c’è il Theogramma in cui gli dei prestano il nome ad aspetti della personalità. Il cuore di questi strumenti è l’idea che quando alcuni tratti del carattere diventano troppo invadenti o al contrario negati possono favorire la nascita di problemi psicologici. Questa invadenza, o mancata presenza, può essere osservata in termini di investimento energetico e viene analizzata con diversi strumenti di cui “Conosci le tue energie” è il più agile, mentre il Theogramma è quello più articolato e rivolto alla conoscenza della personalità. “Conosci la tua energia” ha l’obiettivo di aiutare chi lo utilizza a capire in che modo utilizziamo la nostra energia e in che modo investiamo la realtà con la nostra carica positiva o negativa. Proviamo ad immaginare ognuno di noi come una stella. A ben pensare una stella, come ognuno di noi, è qualcosa che vive: ha una coerenza di struttura che le consente di gestire l’energia di cui è dotata, che non è infinita; la mancanza di energia la trasforma fino ad implodere; l’eccesso di energia determina tempeste devastanti nella galassia intorno a sé. Stelle di grandezza e energia intermedia, simili al Sole, invece gestiscono sistemi con il loro contesto di equilibrio. Se sostituiamo la parola stella con “essere umano” possiamo coglierne le affinità: un essere umano dotato di pochissima energia implode, uno dotato di grandissima energia produce effetti devastanti, un essere umano dotato di un’energia più equilibrata partecipa di sistemi che cercano un equilibrio nella vita, nell’amore, nelle relazioni, nel lavoro. Trai due estremi c’è la vita con le sue modulazioni ed articolazioni dipendenti dalle nostre esperienze, dalla nostra natura e dal contesto in cui ci troviamo. Questo test molto elementare, ma molto predittivo ci aiuta a capire come gestiamo la nostra energia e il suo rapporto con alcuni contesti di vita. Nel theogramma questo aspetto sarà ulteriormente sviluppato, ma è molto utile cominciare a confrontarsi con questo modo di pensare alla nostra personalità come un equilibrio fra funzioni oppositive ugualmente dannose quando sono estreme: pervasive o rimosse Ora, se non l’abbiamo già fatto, proviamo a compilare il test riempendo le caselle di ogni item. Vanno sommati i risultati del test sull’energia. Il calcolo dei risultati presenta alcuni aspetti interessanti. Cominciamo con il calcolare il risultato generale ( Dario per esempio ha totalizzato 22).  da 8 a 10 energia pervasiva  da 11 a 15 autocommiserativa  da 16 a 19 espansiva  20 bilanciata  da 21 a 24 attenta  da 25 a 29 autocritica  da 30 a 32 negata, autoinibitoria Il risultato definisce l’energia personale in generale, facilmente quella che gli altri percepiscono o quella che percepiamo di noi stessi (quella degli altri dipende molto dal contesto in cui ci incontrano). Il test è organizzato su due sottoaree che ci aiutano ad andare più in profondità, perché ciascuno di noi non usa la propria energia potenziale in tutte le situazioni. Abbiamo strutturato il test su due linee, quella del rilassamento (item 1,3, 5, 6, ) e quella del controllo (item 2, 4, 7,8). Riportiamo il significato dei risultati raggiungibili in ciascuna area:  da 4 e 5 energia pervasiva  da 6 e 7 autocommiserativa  8 e 9 espansiva  10 bilanciata  da 11 e 12 attenta  13 a 14 autocritica  da 15 a 16, negata/autoinibitoria. I punteggi sono influenzati dallo stato dell’esaminato nel momento della compilazione.. Vanno rivisti in altri suoi momenti per essere più affidabile (considero normale un’oscillazione di +/- 2 dal proprio punteggio di partenza); Una variazione nel tempo di +/-3 o più è un’importante anomalia del proprio comportamento pulsionale; I punteggi minimo e massimo sono un segnale di controllo pulsionale fuori scala e segnalano un problema di controllo pulsionale per eccesso o per difetto: le parti più pericolose per noi stessi, le chiamiamo assassini, sono fuori dal controllo della persona. A titolo esemplificativo i punteggi di Dario sono stati 9 alla scala del relax e 13 alla scala del controllo. Questo potrebbe significare che sia una persona espansiva che ha un livello di controllo abbastanza alto e che, in contesti non protetti, può anche farlo essere molto cauto. Ma la tonalità generale che ne emerge, quella che facilmente gli altri percepiscono, è espansiva (22). Verificheremo che difficilmente le due aree sono allineate nel punteggio e poiché la scala è molto stretta, la differenza di ogni punto è significativa. Facilmente saremo più esuberanti nella scala del relax e più controllati nella scala del controllo. Maggiore è lo scarto fra le due aree, maggiore è il conflitto interno, mentre i due punteggi in testa e coda potrebbero indicare una difficoltà a sentirsi in contatto con gli altri. Oltre a indicare la nostra energia impiegata nel mondo esterno e nelle relazioni, il test ci segnala la difficoltà al contatto interumano nei suoi punteggi persuasivi ed autoinibitori, e quindi la maggiore reattività quando il nostro assassino è operativo, la sua caratteristica è proprio quella di entrare in funzione senza cercare punti di contatto nelle nostre relazioni e nelle nostre azioni. Il Teatro dell’Anima è un progetto di ricerca antropologica e di psicologia transpersonale che utilizza il teatro e lo strumento artistico per accrescere capacità espressive e creative proprie di ciascuno. Il Teatro dell’Anima aiuta ad essere autore regista attore e spettatore, a “mettersi in scena nella vita, utilizzando i media che gli sono più propri: il gesto, il corpo, la parola, il movimento, il suono, le immagini, la materia. Esplica la propria attività in progetti istituzionali rivolti all’infanzia, alla salute mentale, in situazioni di marginalità e in contesti di coaching e stress da lavoro correlato. Ha una sua propria produzione teatrale rivolta a non attori, si interessa formazione in area clinica, aziendale, pedagogica; gestisce una scuola di TeatroArteTerapia.

IL MODELLO DEI BIG FIVE E LE SUE APPLICAZIONI

il modello dei big five

Il modello dei Big Five è largamente utilizzato nei contesti in cui è importante fare delle previsioni rispetto al comportamento delle persone in diversi ambiti di vita. Questo modello sostiene che la personalità sia costituita da cinque fattori di base. Essi sono: Estroversione: riflette il grado in cui una persona è socievole, assertiva, e orientata verso gli altri Nevroticismo: si riferisce a come le persone reagiscono di fronte alle situazioni stressanti Amicalità: riflette la capacità di stabilire relazioni con gli altri Coscienziosità: identifica la tendenza alla pianificazione, alla persistenza e allo sforzo per raggiungere degli obiettivi Apertura mentale: riflette l’apertura mentale di una persona a nuove idee, esperienze e culture VEDIAMO ORA ALCUNE APPLICAZIONI DEL MODELLO DEI BIG FIVE Il modello dei Cinque fattori è largamente usato come strumento predittivo del livello di prestazione lavorativa degli individui. Un elevato livello di coscienziosità e un basso livello di nevroticismo sono i tratti che sembrano essere più predittivi di una prestazione lavorativa positiva. Alcuni studi suggeriscono anche che il livello di estroversione sia connesso positivamente al grado di coinvolgimento e partecipazione in quelle posizioni in cui è richiesta una grande interazione sociale. Ad esempio è il caso delle posizioni commerciali e del management. 2. Un altro ambito di studi molto sviluppato è quello relativo al legame tra i cinque fattori e la salute. Emerge che le persone con un elevato livello di coscienziosità sono coloro che vivono più a lungo. Questo perché tendono a mettere in atto una serie di comportamenti che promuovono e salvaguardano la propria salute, evitando di incorrere in comportamenti nocivi e lesivi. Ad esempio: tendono a seguire una dieta sana, a fare esercizio fisico… 3. Infine, un’altra particolare modalità attraverso cui il modello dei Big Five trova applicazione è il marketing. I cinque fattori possono anche essere usati per identificare le caratteristiche che definiscono una marca o un prodotto e, dunque, ottenere un profilo della personalità del brand. In questo caso, l’intento è indagare le reazioni e i legami che stanno alla base del rapporto tra prodotti e consumatori. Una marca percepita positivamente aumenta la propensione all’acquisto da parte degli stessi consumatori. La percezione che i consumatori hanno di una marca è un elemento molto importante perché fornisce a chi si occupa di pubblicità alcune indicazioni preziose relative alle caratteristiche su cui far leva nelle proprie pubblicità. BIBLIOGRAFIA Carver, C.S., Scheier, M.F., Giampietro, M., & Iannello, P. (2019). Psicologia della personalità: prospettive teoriche, strumenti e contesti applicativi. Milano-Torino: Pearson Italia

Iperprotezione Genitoriale

Negli ultimi decenni i cambiamenti sociali hanno influito molto sulle dinamiche relazionali familiari, infatti il rapporto tra genitori e figli senza distinzione di età è sempre più basato sull’iperprotezione. Un comportamento genitoriale è definito iperprotettivo quando si presentano una serie di comportamenti ad esempio: i genitori hanno un eccessivo contatto fisico e psicologico con il bambino sottraendolo dall’esplorazione autonoma, quando esercitano un controllo troppo stretto e quindi sono intrusivi, oppure prolungano i tempi delle cure infantili e si sostituiscono nella risoluzione dei problemi e delle difficoltà inibendo inoltre i comportamenti di indipendenza e di socialità con i pari.  Al giorno d’oggi infatti si registra sempre più la tendenza da parte dei genitori a rendere semplice ed agiata la vita dei figli, proteggendoli il più possibile dalle difficoltà, infatti si sente sempre più spesso parlare di: Genitori Spazzaneve, che come uno spazzaneve eliminano qualsiasi difficoltà o ostacolo che si presenta nel percorso di vita del figlio. Sono disposti a tutto pur di risparmiargli fatiche, dolori e ferite.  Genitori chioccia: iperpresenti e dediti all’accudimento tendenzialmente amano i figli piccoli, molto pericoloso è l’invischiamento nella vita dei figli nelle amicizie e nelle passioni. Questi tipi di genitore fanno fatica ad immaginare le tappe di crescita dei figli, considerando i figli indifesi e fragili. Genitori elicottero sono invece ossessionati dal controllo dall’alto, sempre preoccupati a risolvere tutti i problemi dei figli, come se volassero sopra i figli e sono subito pronti ad intervenire con un operazione di salvataggio.  Infine ci sono i Genitori Tigre che improntano l’educazione dei figli sul rigore e sulla performance, puntando al successo scolastico e lavorativo. Sono genitori che tendono a programmare il futuro di successo dei figli e sono assertivi e impositivi e desiderano ad ogni costo che i figli primeggino. Quali sono le cause di questa iperprotezione? A volte la paura dei genitori sono giustificate da condizioni particolari come malattie fisiche o mentali dei figli, esperienze luttuose di figli precedenti, modelli educativi basati sull’iperprotezione passati di generazione in generazione. Gli psicologi dello sviluppo hanno osservato i comportamenti iperprotettivi da parte dei genitori ed hanno rilevato che conducono quasi sempre ad uno sviluppo psicologico meno sano dei figli. A volte si presentano dei veri blocchi psicologici evolutivi che i figli si portano dietro nelle varie tappe  della vita e che impediscono loro di andare avanti oppure che li portano a delegare ad altri la responsabilità di scelte personali, lavorative o relazionali, i genitori iperprotettivi presentano anche la tendenza ad innescare dinamiche dipendenti nelle relazioni familiari.

Soft Skills: cosa sono le competenze trasversali

Per Soft skills o Competenze trasversali si intende una combinazione di abilità sociali, competenze comunicative, emotive e relazionali. Attraversano i vari campi di vita dell’individuo, come quello familiare, sociale, relazionale. Vengono apprese principalmente attraverso il vissuto e le esperienze personali, sebbene, recentemente, la crescente attenzione rivolta alle competenze trasversali abbia portato a integrarle anche nel contesto scolastico e formativo. L’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) le ha definite come “competenze di vita” ovvero ciò che serve per affrontare la vita in maniera efficace. Sono suddivise in 10 punti: consapevolezza di sé, gestione delle emozioni, gestione dello stress, comunicazione efficace, relazioni efficaci, empatia, pensiero creativo, pensiero critico, prendere decisioni, risolvere problemi.  Possono, inoltre, essere raggruppate in 3 aree:  emotive (consapevolezza di sè, gestione delle emozioni, gestione dello stress); relazionali (empatia, comunicazione efficace, relazioni efficaci); cognitive (risolvere i problemi, prendere decisioni, pensiero critico, pensiero creativo). Le soft skills ricoprono un ruolo sempre più centrale all’interno del bagaglio di competenze richieste in vari ambiti, in particolare nel mondo del lavoro. Esse hanno a che fare con il “saper essere”, con il cosiddetto “fattore umano”, riguardano ciò che ci rende efficaci ed efficienti nel lavoro e anche in altri contesti della nostra vita. Riguardano le nostre capacità e competenze relazionali, gestionali, cognitive e di efficacia personale. Ultimamente, particolare attenzione viene posta alle “competenze emotive”, che sono alla base della nostra capacità di gestire efficacemente le relazioni interpersonali. Il termine competenze emotive racchiude al suo interno la consapevolezza di sé, ovvero la conoscenza di noi stessi, delle nostre emozioni, del nostro corpo e dei nostri pensieri, gestione delle emozioni e gestione dello stress. Non è semplice acquisire o sviluppare le soft skills, alcune volte sono capacità innate, ma si accrescono e si affinano nell’ambiente di vita. Sicuramente la scuola, e in generale ambienti di formazione, è un laboratorio privilegiato per far emergere e sviluppare le competenze trasversali. Nonostante questo anche le esperienze quotidiane sono fondamentali per acquisire e sviluppare le soft skills. Può essere utile identificare le soft skills che fanno già parte del nostro bagaglio personale, diverso per ognuno di noi, così da poter implementare quello che già c’è e riflettere su come spenderle nella vita quotidiana e non solo. Fatto questo, si potrà iniziare ad agire per colmare eventuali lacune e allenare nuove abilità utili per vivere meglio.

Diniego e violenza di genere: la sfida comunitaria della psicologia clinica

di Angelo Capasso, Psicoterapeuta a orientamento sistemico-relazionale e Manager Clinico del servizio di psicologia online Unobravo È difficile parlare di violenza, e in particolar modo di violenza di genere, senza usare parole violente, senza correre il rischio di essere violenti verso una delle parti coinvolte, tanto il perpetrator quanto la vittima, la quale spesso finisce con l’essere nuovamente schiacciata ed esposta a processi di vittimizzazione secondaria ad opera di chi dovrebbe tutelarla. Ne sono testimonianza le cronache dei media negli ultimi mesi che hanno raccontato gli stupri di gruppo a Palermo e Caivano e numerosi femminicidi: il dossier Viminale del 15 agosto 2023 contava 71 omicidi di donne dal 1 gennaio al 31 luglio 2023, numero ampiamente superato tra Agosto e Novembre, purtroppo con l’aggiunta di più di trenta ulteriori femminicidi, ultimi dei quali quelli di Francesca Romeo e Giulia Cecchettin. Senza contare le oltre 8.600 denunce per stalking e tutte le situazioni non mappate, in quanto sfuggono ai radar di servizi socio-sanitari e autorità.  Siamo stati bombardati da narrazioni, che spesso avevano toni da thriller, tinte di un horror, intrise di commenti agli episodi talvolta forieri di pregiudizi e stereotipi. Quando questi episodi non sono inquadrati all’interno di una cornice che tiene conto della complessità del fenomeno, si corre il rischio di fare una lettura, e conseguentemente una narrazione, appiattita.  Avere cura delle parole per descrivere queste storie violente, che sono storie di grave disagio e sofferenza, ma anche di asimmetria di potere e di disparità di genere, è importante quanto avere cura dei processi di pensiero messi in moto per leggere, decodificare e scegliere strategie per contrastare il fenomeno. A soli quattro anni dalla sua entrata in vigore, in Italia si è sentita la necessità di ripensare e modificare la legge n. 69 del 19 luglio 2019, ribattezzata “codice rosso”, che era stata istituita per rafforzare la tutela di coloro che subiscono violenze, per atti persecutori e maltrattamenti con procedure più snelle e repentine mirate alla messa in sicurezza delle vittime. Il 15 ottobre 2013 è stata approvata la Legge 119/2013 (in vigore dal 16 ottobre 2013) “Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 14 agosto 2013, n. 93, che reca disposizioni urgenti in materia di sicurezza e per il contrasto della violenza di genere”. Occorre tuttavia che i tavoli di discussione – politici, accademici, operativi – predisposti per contrastare il fenomeno siano sempre aperti in modo da agire su più fronti, non soltanto sul piano giudiziario con azione repressive o rieducative, ma anche su quello sociale, culturale, educativo affinché siano continui e incessanti il lavoro e il dialogo sulle matrici culturali della violenza di genere.  Nel saggio Soffro dunque siamo. Il disagio psichico nella società degli individui, pubblicato di recente dai tipi di Minimum Fax, Marco Novelli indaga ed esplora le forme di disagio psichico con il più elevato tasso di diffusione nel XXI secolo. Dal confronto dell’autore con psichiatri, psicologi e psicoterapeuti non solo emerge che i più diffusi sono depressione, attacchi di panico, disturbi di personalità borderline, disturbi dell’alimentazione, fenomeni di ritiro sociale – psicopatologie che non erano altrettanto rilevanti nel Novecento – ma anche che sussiste un aspetto comune a questa costellazione di disagi psichici, ovvero  la connessione tra le forme di malessere psicologico  e quella che Novelli definisce “società degli individui” permeata dal’imperativo della prestazione e della competizione. Uno spunto molto interessante dell’autore è il focus sull’influenza che la dimensione psicosociale ha sulla sofferenza mentale, ma che ha anche sulle possibilità di cura. Il titolo, che riprende e amplia il concetto cartesiano del “Cogito Ergo Sum”, rimarca che la sofferenza psichica non è mai una questione meramente individuale, ma che è sempre implicata anche una dimensione collettiva. Da questa prospettiva la lettura che Novelli fa della dimensione collettiva della sofferenza è perfettamente applicabile, oltre che alle psicopatologie, anche a tutte le forme di violenza (non solo quella fisica, ma anche quella sessuale, psicologica, economica, assistita). Sembra che le cose inizino ad esistere in quanto tali quando iniziano ad avere un nome e, nonostante sia un fenomeno antico quanto la cultura patriarcale in cui affonda le radici, solo da alcuni anni la violenza di genere è stata riconosciuta come tale e inquadrata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità come problema sistemico, la cui eziopatogenesi è multidimensionale. Tale intreccio di fattori rende il fenomeno di difficile misurazione e collocazione, sia perché sono implicati più livelli (psicologico, relazionale, familiare, culturale, sociale), sia perché in larga parte sommerso. Il parziale sommergimento diventa un disconoscimento del fenomeno agito in forma inconsapevole a opera di tutte le parti in gioco, dal perpetrator alla vittima, dai media alle istituzioni coinvolte, ed è il risultato di uno dei meccanismi psichici maggiormente implicati nel negare, camuffare, mistificare la violenza. Intuito e teorizzato già da Freud, poi ripreso da vari psicoanalisti, il concetto di diniego è uno dei meccanismi difensivi più potenti e arcaici. Melanie Klein lo descrive come un tentativo della psiche di difendersi dall’angoscia più abissale e soffocante dei propri persecutori interiorizzati, suggerendo che la prima forma di diniego coinvolge la propria realtà psichica e, solo a seguire, anche aspetti della realtà esterna vengono denegati dalla persona. Tali operazioni inconsce non sono semplicemente menzogne o dissimulazioni, bensì il risultato di una reale angoscia che spinge il perpetrator a rimaneggiare, selezionare, ricostruire, totalmente o in parte, i ricordi degli eventi in cui ha commesso violenza. È un modo di rinarrarsi per preservare l’immagine di sé perché riconoscere e ammettere la violenza delle proprie azioni implicherebbe per il perpetrator di mettere in discussione il proprio costrutto identitario; in poche parole è un modo per restare integri, agli occhi di sé stessi prima ancora di quelli altrui. Da anni impegnato nella ricerca sulla violenza di genere, che diventa strumento di conoscenza per comprendere il fenomeno e quindi meglio contrastarlo, Marco Deriu riprende la teorizzazione kleiniana di diniego osservando che c’è una relazione reciproca e circolare tra la realtà esterna e quella interna che si influenzano reciprocamente: “si negano realtà esterne per non affrontare le emozioni

Disparità di genere e rivoluzione linguistica

Disparità di genere e rivoluzione linguistica: partiamo da qui. Disparità di genere nella lingua italiana Di disparità di genere nella lingua italiana se ne parla ormai da qualche anno. è a partire dagli anni ’80 che le prime femministe cominciano a definire la lingua italiana una lingua “sessista” (Sebini Alma, 1987). Da successivi movimenti studenteschi sono arrivate proposte volutamente provocatorie, come quella di sostituire al neutro maschile un “femminile universale”. Il maschile è, nella lingua italiana, la norma, il neutro. Ciò che è diverso dalla norma, e richiede una specifica, è il femminile. Ben presto tale rivoluzione linguistica ha smesso di ambire al solo superamento del patriarcato. Basti pensare alla diffusione dello schwa, che trae spunto dalle precedenti riflessioni per introdurre il più generale tema del Gender Equality, e comunicare la necessità del superamento del binarismo di genere. Questi ambiziosi cambiamenti creano scalpore e preoccupazione da parte dei più tradizionalisti, che si mostrano scettici di fronte a tali rivendicazioni che talvolta acquisiscono comprensibilmente la forma di tentativi elitari, isolati o provocatori. È altrettanto vero che tali tentativi si scontrano ancora con molte difficoltà radicate da superare. E ne è testimone il fatto che, nonostante l’utilizzo dello schwa, i pronomi personali dinanzi al nome seguano ancora un chiaro binarismo di genere. Partiamo dalla rivoluzione linguistica Durante i miei studi, e il mio percorso post laurea, ho assistito e partecipato a diversi incontri sulla rivoluzione linguistica nel femminismo. Le posizioni più marcate (spesso da parte di uomini ma non solo) contro tali cambiamenti, riguardano il fatto che ci sono temi più importanti per cui dover combattere. Le disparità salariali, ad esempio. La disparità di potere che passa per ogni forma di dominio economico. Giustificando, per giunta, il neutrale maschile come prodotto storico. Come se la storia fosse un costrutto naturale, e non un prodotto socio-culturale. Eppure, nonostante siamo consapevoli del fatto che il movimento di stampo femminista debba agire contemporaneamente su più livelli, il dominio linguistico è imprescindibile per il progresso del movimento. La disparità di genere nella lingua, infatti, rientra a far parte di quella che viene definita “violenza simbolica”. La violenza simbolica è: “Una forma di potere che si esercita sui corpi, direttamente, e come per magia, in assenza di ogni costrizione fisica. Ma questa magia opera solo appoggiandosi su disposizioni depositate, vere e proprie molle. Nel più profondo dei corpi” (Bourdieu, 2014) La violenza simbolica La violenza simbolica, è quel tipo di violenza tacita che viene veicolata su un piano non direttamente aggressivo. Essa è veicolata da storie, cultura, etnie, miti familiari, finanche sguardi. Si impregna nel corpo. In ultima analisi, la violenza simbolica è ciò che fa sì che il dominato (in questo caso le donne) si adatti al suo ruolo di sottomesso. Non dobbiamo guardare lontano per trovare degli esempi di ciò che stiamo dicendo. Basti pensare al genere legato ai mestieri. Esiste cioè il femminile di alcuni tipi di mestieri (psicologa, maestra, infermiera, ecc) tipicamente legati alla cura, mentre non esiste di altri (avvocato, medico, notaio, ingegnere, ecc). Alcuni autori hanno avanzato l’ipotesi che il femminile non sia solo in qualche modo prescritto ad una funzione di cura, ma anche escluso da quei mestieri che sono socialmente valutati come più “prestigiosi”. Nessuno dice in modo chiaro che una donna non può diventare ingegnere, ad esempio. è un messaggio tacito, più difficile da cambiare e da superare. è un’assenza di parola, quindi di pensiero. Lungi dall’esaurire un argomento così complesso nel presente articolo, si ribadisce l’importanza di continuare a lottare a partire da quei livelli di comunicazione nascosti, che imprimono la disuguaglianza nel corpo: il livello del simbolico.

Attenzione: problematiche e interventi riabilitativi

Quali sono le problematiche più comuni che coinvolgono l’attenzione in età evolutiva e gli interventi riabilitativi consigliati. Il termine attenzione non ha una definizione univoca e condivisa, ma si può pensare a una funzione di base necessaria per eseguire tutte le comuni attività cognitive, emotive e comportamentali. Quali sono le problematiche più comuni in età evolutiva? In età evolutiva una delle patologie più frequenti che riguarda l’attenzione è il Disturbo da deficit attentivo (DDAI). In questo caso, il bambino, con un Q.I. nella norma, non riuscirà a mantenere l’attenzione a lungo, spesso può essere irrequieto, lavorare in modo disorganizzato soprattutto in compiti che richiedono un notevole sforzo. Esistono poi deficit di attenzione nel Disturbo dello Spettro Autistico o nel Ritardo Mentale. Cosa è importante fare in questi casi? Le metodologie di intervento in età evolutiva avvengono a tre livelli: individuale, su bambini; familiare; scolastico. Ad ogni livello è opportuno intervenire sia con metodologie cognitivo-comportamentali sia con metodologie che servano a rendere più funzionali le emozioni. La cosa più importante da fare è creare un contesto pulito, ben organizzato, con regole chiare e condivise da tutti i caregivers. Le regole, ad esempio, sono fondamentali per il processo di adattamento. E’ come se rappresentassero i binari entro cui canalizzare le energie, senza i binari il treno può deragliare. Vediamo insieme alcuni modi per rendere più efficace la proposta delle regole: esprimere le regole al positivo; parlare poco senza troppe ripetizioni; le regole devono essere concrete; vanno date nel momento giusto; le regole devono essere poche. Altre procedure cognitivo-comportamentali che possono essere utilizzate sono: i rinforzi, eventi che aumentano la probabilità di emissione di un comportamento; la token economy (vedi questo articolo); l’estinzione, che consiste nell’ignorare un comportamento che solitamente richiede attenzione; lo shaping o modellaggio, che consiste nel rinforzare ogni approssimazione sempre più simile al comportamento che si vuole raggiungere; l’imitazione affinchè il caregiver si ponga come modello costante e coerente del comportamento da seguire.

Lausanne Trilogue Play: il dietro le quinte del gioco

In passato, la psicologia dello sviluppo concentrava la sua attenzione principalmente sulla relazione diadica madre-bambino. Tuttavia, oggi è evidente che la diade padre-bambino, la relazione triadica tra entrambi i genitori e il figlio, così come il contesto più ampio delle relazioni familiari e delle relative dinamiche, rivestono un’importanza paritaria. Un metodo efficace per esplorare lo stato di salute delle relazioni familiari consiste nell’utilizzare il gioco come indicatore, e a tale scopo si rivela utile il Lausanne Trilogue Play (LTP). Il contesto del Lausanne Trilogue Play L’uso dell’LTP può estendersi a diversi contesti, tra cui quello clinico, integrandolo in terapie familiari e interventi per sostenere la genitorialità. Tuttavia, non è insolito che questo strumento venga adottato in situazioni di conflitto tra genitori, che possono culminare in separazioni o divorzi. In alcune circostanze, infatti, il Giudice può incaricare un Consulente Tecnico d’Ufficio (CTU) per valutare diverse aree legate alle capacità genitoriali. Il percorso del CTU per rispondere alle domande del Giudice è complesso e coinvolge molteplici strumenti e procedure di valutazione. Tuttavia, nell’indagare le interazioni legate alle relazioni familiari, il CTU può anche avvalersi dell’LTP. In questi casi, il gioco può rivelare aspetti significativi sulle capacità delle figure coinvolte di riorganizzarsi in modo funzionale dopo l’evento separativo. In che cosa consiste? Le diverse versioni dell’LTP presentano variazioni, ma condividono tutte l’elemento centrale in cui il bambino interagisce con i genitori, e viceversa, attraverso un’attività piacevole, ossia il gioco. Le modifiche si manifestano in base alla fase di sviluppo del bambino e coinvolgono principalmente la disposizione del mobilio e il compito da svolgere. Ad esempio, si potrebbero utilizzare i Lego per i più piccoli, incoraggiandoli a costruire insieme, mentre per i più grandi potrebbe essere assegnato un compito di narrativa, chiedendo loro di inventare una storia. La famiglia partecipa al gioco seguendo regole specifiche, chiaramente spiegate durante l’introduzione del compito. Questa interazione ludica viene registrata su video e successivamente analizzata. La struttura del Lausanne Trilogue Play L’organizzazione strutturata delle attività familiari si sviluppa attraverso diverse fasi, offrendo un quadro dinamico per la partecipazione di genitori e figli:  Nella fase iniziale, denominata “due + uno”, un genitore coinvolge attivamente il figlio nel gioco, mentre l’altro assume il ruolo di osservatore partecipante. Questo approccio consente al genitore attivo di stabilire un legame diretto con il bambino, mentre l’osservatore partecipante può osservare gli elementi della dinamica familiare in modo più distante ma coinvolto; Successivamente, nella seconda fase, i ruoli dei genitori si invertono, promuovendo una variazione nell’interazione e consentendo ad entrambi di sperimentare il coinvolgimento attivo e l’osservazione partecipante; La terza fase, chiamata “tre insieme”, vede entrambi i genitori collaborare attivamente con il figlio nella costruzione del gioco, sottolineando l’importanza della cooperazione familiare; Infine, nella quarta fase, di nuovo in modalità “due + uno”, entrambi i genitori discutono dell’attività svolta mentre, questa volta, è il figlio a svolgere il ruolo di osservatore. Questa struttura ben definita permette di esplorare varie dinamiche relazionali, offrendo un’opportunità completa per il coinvolgimento attivo e la riflessione all’interno del contesto familiare. Cosa si osserva La valutazione della dinamica familiare durante l’attività ludica è suddivisa in quattro componenti chiave, ciascuna essenziale per comprendere le relazioni all’interno del nucleo familiare: La partecipazione: si concentra sull’inclusione di tutti i membri, enfatizzando il coinvolgimento attivo nell’attività; L’organizzazione: esamina la chiarezza dei ruoli familiari; L’attenzione focale: valuta il grado di concentrazione sul gioco e sugli altri partecipanti;  Il contatto affettivo: esamina il clima emotivo, valutando le connessioni tra i membri. Questi elementi offrono un quadro per analizzare le dinamiche relazionali durante l’attività ludica, considerando inclusività, organizzazione, attenzione e contatto affettivo. Conclusione Il compito proposto, centrato sul gioco, è basato sulla competenza naturale del minore in questa attività. La dimensione ludica assume un significato simbolico, agevolando la transizione tra mondi fantastici e realtà. In questo contesto giocoso, il minore acquisisce un senso di controllo sulla situazione, permettendo la discesa delle barriere difensive e l’emersione dei suoi vissuti. La natura non stressante dell’ambiente sperimentale crea uno spazio sicuro, consentendo al minore di esplorare e comunicare liberamente, senza sentirsi obbligato a esprimere pareri o opinioni. Questo approccio si dimostra altamente efficace nel rivelare le dinamiche delle relazioni familiari attraverso l’osservazione delle interazioni durante il gioco, fornendo un’opportunità unica per comprendere in modo approfondito il modo in cui il minore si relaziona con i genitori. In sintesi, l’utilizzo di questa metodologia ludica si configura come un valido strumento per esplorare e analizzare le dinamiche familiari in modo approfondito. Bibliografia Fivaz-Depeursinge, E., Corboz-Warnery, A., & Riva Crugnola, C. (2000). Il triangolo primario: le prime interazioni triadiche tra padre, madre e bambino. R. Cortina. Malagoli Togliatti, M., & Mazzoni, S. (2006). Osservare, valutare e sostenere la relazione genitori-figli. Margolin, G., Gordis, E. B., & John, R. S. (2001). Coparenting: a link between marital conflict and parenting in two-parent families. Journal of family Psychology, 15(1), 3. McHale, J. P. (2007). When infants grow up in multiperson relationship systems. Infant mental health journal, 28(4), 370-392.

Overthinking : un flusso inarrestabile di pensieri

overthinking

Capita spesso a ciascuno di noi di pensare troppo, di essere vittima di un susseguirsi di pensieri. Questo è il fenomeno, tipico di questa società, chiamato overthinking. La sensazione che ne scaturisce è quella di un fiume in piena, di un flusso inarrestabile che può bloccare le strategie di problem solving. Nello specifico, l’overthinkung è un’analisi della situazione che però non porta a nessuna soluzione. In effetti, è uno stato di empasse cognitivo, di tipo invadente che causa disagio r frustrazione. Ovviamente, ciascuno di noi attraversa momenti, nella propria vita che necessitano delle scelte ben ponderate. Questo atteggiamento determinaquindi il focalizzare la propria attenzione e i propri pensieri su specifiche situazioni. L’aspetto negativo dell’overthinking è caratterizzato dal continuo e persistente rimurginio, con conseguente stato di malessere. Il contenuto dei pensieri ricorrenti può essere dettato da tre aspetti: passato, presente e futuro. Nel primo caso, alcuni momenti della propria vita passata possono invadere i nostri pensieri con l’intento di produrre rimorsi e rimpianti per decisioni prese che hanno portato alla nostra attuale situazione. Nel caso in cui il presente sia l’elemento costante dell’overthinking, l’individuo concentra troppo l’attenzione sul suo stato mentale. Si interroga spesso sul suo comportamento e decisioni, se sta facendo la cosa giusta. Se invece il futuro è il focus cognitivo, allora nasce l’ansia per delle aspettative circa le proprie decisioni e incertezze. Stress, insonnia, vita frenetica e ansia sono, allo stesso tempo, sintomi e stimoli per alimentare il circolo vizioso di questo disturbo. Di conseguenza , ci troviamo di fronte ad un ulteriore espressione di infelicità che monopolizza e disorienta i nostri pensieri. Affidiamoci quindi al nostro buon senso. La nostra attenzione possiamo focalizzarla sul miglioramento della nostra autostima. Concediamoci pause e carezze, trasformiamo l’ansia negativa in miglioramento della qualità della vita e costruiamo ogni giorno la nostra felicità.