Operatori attraverso lo specchio: l’esperienza della supervisione come occasione di cambiamento per operatori e pazienti

di Giampaolo Carotenuto e Rosaria Ponticiello “Può accadere che al vissuto di disorientamento e di abbandono dei  piccoli, alla rabbia e all’ angoscia di frantumazione rispetto alla perdita della continuità del legame, agli esercizi di prova del legame, faccia eco negli operatori un bisogno di riparazione di aspetti feriti di un sè bambino”lasciato in silenzio , oppure l’attivazione di modalità genitoriali “buone” competitive rispetto a quelle delle famiglie di origine, o ancora l’adesione rigida a regole di funzionamento che definiscono argini di contenimento rispetto all’angoscia e impotenza esperita delle storie dei propri piccoli.” Rosaria Ponticiello Premessa In questo lavoro descriveremo come l’esperienza gruppale di supervisione dell’ equipe di una comunità educativa per minori, diventa luogo privilegiato nel quale lavorare per riconnettere la trama interrotta di percorsi di vita dei piccoli ospiti, ma allo stesso tempo una preziosa opportunità per gli operatori di rivedere aspetti di sé attraverso lo specchio della relazione con il minore, amplificata dal lavoro di gruppo. Partendo dal resoconto della supervisione clinica indiretta di una operatrice dell’equipe, si delineerà il percorso di acquisizione progressiva di diversi gradi di consapevolezza delle dinamiche intrapsichiche e interpersonali che si attivano a contatto con l’utenza. L’obiettivo ultimo, resta quello di promuovere un modus operandi da interiorizzare, per lavorare al meglio coi minori accolti nelle comunità. Ogni bambino che entra è una storia a sé I bambini accolti in comunità si trovano spesso collocati in maniera coatta e, senza che gli sia spiegato nulla, si trovano a dover cambiare radicalmente la propria vita. Il tempo di permanenza favorisce lo sviluppo della relazione di fiducia tra il bambino e gli operatori, mentre la stabilità d’equipe operante favorisce la familiarizzazione che riduce il senso di precarietà e di estraneità. Il bambino, che chiameremo Giulio, accede in struttura insieme al fratello, di due anni più piccolo, all’età di 11 anni. Vissuto in un contesto senza regole e accudimento, in una casa abusiva molto fatiscente, il bambino aveva l’autogestione totale della propria giornata, potendo decidere se e cosa fare senza  che nessuno adulto decidesse al suo posto. Il padre per lavoro era sempre fuori casa, la madre con disturbo paranoideo di personalità con aspetti depressivi, si occupava poco fattivamente dei figli. Oltre loro c’è un fratello di 17 anni che dà l’allarme contattando il  telefono azzurro. Giulio, perciò, entra in un contesto nuovo, fatto di regole da rispettare e nuove figure di accudimento. Giulio e suor Margherita allo specchio Il lavoro di supervisione, si focalizza sulla difficoltà di interazione tra un’educatrice e il nostro bambino. L’operatrice di riferimento di Giulio, Suor Margherita racconta la sua storia, ovvero entra in convento sin da piccola. La chiesa diventa il mondo che l’accoglie: orfana in fasce per un incidente che vede coinvolti i genitori e affidata a una zia, quest’ultima la inserisce in convento, l’unico luogo che le offre un tetto, dei legami di accudimento, dopo un duplice abbandono. Con l’ingresso in comunità, Giulio porta con sé il suo messaggio relazionale: “faccio ciò che voglio! non riconosco nessuno, perché comando io!”. Questa definizione relazionale si scontra con quello della comunità, espresso dalla suora: “qui ci siamo noi, le regole vanno seguite e rispettate!”. Il bambino con il suo fare aggressivo, anche violento verbalmente, mette l’equipe a dura prova e nel tentativo di contenerne l’angoscia, traduce il suo comportamento come prova del legame di fiducia, restituendo allo stesso una comprensione di ciò che gli accade. Cerca cioè di lavorare per favorire la mentalizzazione delle emozioni per prevenire l’acting. Allo stesso tempo questa modalità lavorativa, mette gli operatori nella condizione di dovere lavorare sulla consapevolezza della propria emotività, ovvero sulla capacità di gestire la provocazione e le paure legate alla propria storia personale. La supervisione clinica La supervisione dell’equipe accoglie la difficoltà vissuta da Suor Margherita nella relazione con Giulio. Da quanto emerso nel corso dell’incontro, tra i due si stabilisce una relazione simmetrica caratterizzata da oppositività, provocazione e rifiuto del rispetto delle regole imposte da Suon Margherita, che dal canto suo sente la frustrazione di non riuscire a “consolare” un bambino che le ricorda a tratti la sua di storia vita. La rabbia dell’educatrice si innesta sull’idea che al bambino “non manca niente” e il suo comportamento oppositivo non è motivato, seguendo così la logica e il copione delle cure e delle modalità di contenimento da lei ricevute da ragazzina dalla stessa congregazione. Quando il supervisore le fa notare che probabilmente anche Giulio protesta e pretende un accudimento da parte dei suoi genitori, e che verosimilmente per quanti sforzi gli educatori possano fare, la casa famiglia non potrà mai sostituire. Suor Margherita scoppia in un pianto liberatorio e si ricorda della sua protesta silenziosa e dispettosa messa in atto durante la sua infanzia. Le lacrime di suor Margherita, accolte dal supervisore e dall’intera equipe, sono quelle che “sciolgono” il nodo irrisolto dell’educatrice, il dolore negato di una storia difficile che la vede orfana affidata ad estranei che se ne prendono cura. Questa storia la porta a identificarsi particolarmente col dolore di Giulio, che risponde ai suoi tentativi di contenimento con sgarbo e dispetti, atteggiamenti oppositivi significativi di una rabbia che non può essere verbalizzata. Accade quindi che l’operatore porti con sé il proprio modello familiare e che lo stesso vissuto possa influenzare il lavoro coi bambini, creando intrecci biografici originali che diventano gravidi di risvolti anche riparativi reciproci. Il tentativo di Suor Margherita di curare la ferita di Giulio, è un estremo tentativo di trovare un rimedio al suo dolore, ma Giulio, con i suoi comportamenti da “ingrato”, si oppone alla speranza personale che la suora veicola col suo fare, ovvero che   quel dolore è risolvibile. Giulio è come se sottolineasse che niente e nessuno può davvero alleviare il dolore di una perdita così grande, e che la vera elaborazione passa per l’accettazione di una ferita che deve essere vista nella sua “durezza” per poter essere riparata. Conclusioni La supervisione di gruppo funge, non solo da strumento meta, di deutero apprendimento, ma anche da sostegno mostrando accoglienza al vissuto

ONLINE DISINIBITION EFFECT: LA VIOLENZA VERBALE IN RETE

Il termine Disinhibition effect fa riferimento a quel fenomeno che determina “un allentamento o un totale abbandono delle restrizioni sociali quando comunichiamo con altri individui online.”  Da questa definizione si evince dunque come la Disinhibition effect si riferisca alla trasgressione delle restrizioni sociali, quando ci troviamo a comunicare con gli altri, tramite dispositivi tecnologici. Questo effetto è stato ampiamente studiato in ambito psicologico: a tal proposito, è stato dimostrato quanto il mondo online porti il soggetto a sentirsi “meno vincolato” da tutta una serie di vincoli sociali imposti e che sono ancora presenti nel mondo offline. Ma perché ci sentiamo più disinibiti online? Quando siamo sul web funzioniamo in modo diverso, rispetto a quando siamo offline. I primi studi su cervello e tecnologia mettono in evidenza, oltre all’iperstimolazione della corteccia visiva, uditiva e somato-sensoriale, anche un cambiamento del profilo cognitivo delle persone che usano quotidianamente la tecnologia digitale. Per esempio, cambiano modi e tempi di lettura degli ipertesti, emerge la tendenza a delegare i processi della propria memoria di lavoro alla tecnologia digitale ecc. e per quanto riguarda l’effetto di disinibizione online, è interessante sottolineare che appare diminuire la capacità di attendere e di mentalizzare le assenze, cioè di rappresentarsele internamente, mentre aumenta la tendenza ad agire compulsivamente, cioè in modo impulsivo, non controllato.  Suler (2004) ha cercato di rispondere alla domanda, individuando sei fattori che, interagendo tra loro, potrebbero spiegare l’effetto della disinibizione online. Oggi, potrebbero sembrare fattori legati a modalità di stare online ormai del tutto o in parte superate, ma questi sei fattori potrebbero conservare alcuni aspetti, che sono centrali nella comunicazione umana e, pertanto, potrebbero ancora contribuire all’effetto di disinibizione quando siamo online. Anonimato dissociativo. Questo tipo di anonimato è uno dei principali fattori che creano l’effetto di disinibizione. Quando le persone hanno l’opportunità di separare le azioni online dal loro stile di vita e dalla loro identità personale, si sentono meno vulnerabili nel rivelare sé stessi e nell’agire. In un processo di dissociazione, il Sé virtuale diventa un Sé separato. Nel caso di ostilità espressiva o altre azioni devianti, la persona, attraverso il meccanismo del moral disengagement(disimpegno morale), può evitare la responsabilità di quei comportamenti, quasi come se le restrizioni morali del Sè fossero state temporaneamente sospese nella psiche online. Invisibilità. In molti ambienti virtuali, specialmente quelli che sono basati sulle chat, le persone non possono vedersi tra di loro. Questa invisibilità dà alla gente il coraggio di navigare in siti web e fare cose che altrimenti non farebbero. L’anonimato è l’occultamento dell’identità, che è diverso dal non essere visti. Nella comunicazione tramite email, chat, messaggistica istantanea e blog, la gente può sapere molto delle identità e delle vite degli altri. Tuttavia, non possono vedersi o sentirsi. Anche se l’identità di tutti è nota, l’opportunità di essere fisicamente invisibili amplifica l’effetto della disinibizione. Asincronicità. Nella posta elettronica, nelle chat e nelle bacheche, la comunicazione è asincrona. Le persone non interagiscono tra loro in tempo reale e il non dover far fronte alla reazione immediata di qualcuno, disinibisce le persone. Alcune possono anche sperimentare la comunicazione asincrona come “fuga” dopo un messaggio personale, emotivo o ostile. Ci si sente sicuri a metterlo “là fuori” dove può essere lasciato da parte. Immaginazione dissociativa. Consciamente o inconsciamente, gli utenti possono esperire che il proprio Sé virtuale viva in una dimensione fittizia, separata dalle richieste e dalle responsabilità del mondo reale. Essi dividono le attività online dai fatti offline. Emily Finch (2002), autrice e avvocato penalista che studia il furto d’identità nel cyberspazio, ha suggerito che alcune persone vedono la loro vita nel mondo virtuale come una specie di gioco con regole e norme che non si applicano alla vita quotidiana. Le persone, una volta che spengono il computer e tornano alla loro routine, credono di potersi lasciare alle spalle il ‘gioco’ e l’identità virtuale, abbandonando la responsabilità di ciò che accade in un mondo considerato fittizio. Di per sé, non si tratta di qualcosa di completamente negativo, anzi, questo effetto potrebbe rendere più semplice – per persone con un temperamento introverso – stringere nuove relazioni, o anche solo scambiare opinioni con altri videogiocatori. Tuttavia, Lo scienziato descrive alcune tipologie di disinibizione potenzialmente pericolose, e cerca di analizzarne i fattori: • Benign Disinhibition: le persone possono condividere informazioni personali, come segreti, emozioni, paure, desideri o mettere in atto gesti di gentilezza o generosità esagerati. • Toxic Disinhibition: il lato opposto di quello che possiamo immaginare come un continuum è rappresentato da comportamenti violenti, aggressivi, minacciosi che difficilmente sarebbero attuati nella vita di tutti i giorni. Questo tipo di disinibizione ci aiuta a comprendere il funzionamento di alcune community di giocatori online, in cui è “normale” insultare pesantemente gli avversari o prendere di mira compagni di squadra meno esperti, considerati responsabili del cattivo andamento di una partita. L’obiettivo della condivisione di questo modello non è quello di trasmettere l’idea che le interazioni online siano pericolose; al contrario, la miglior difesa contro i potenziali rischi derivanti da questi fattori sta proprio nella consapevolezza della loro esistenza: nella maggior parte dei casi, ricordarsi che al di là dello schermo o dietro il viso di un avatar ci sono delle persone come noi, è sufficiente per relazionarsi con il normale livello di cautela che farà si che l’interazione con gli altri sia un’esperienza piacevole e nello stesso tempo sicura.

ONLINE DATING vs INCONTRI DAL VIVO

Online dating

Da qualche anno, sta sempre più prendendo piede il fenomeno dell’online dating. Esistono, infatti, numerosi siti/app online che permettono alle persone di incontrare nuove persone.  Questo fenomeno ha suscitato l’interesse degli psicologi sociali e in particolar modo di chi si occupa di relazioni interpersonali. In particolare, è interessante come questi siti di dating abbinano le persone tra di loro. La maggior parte dei siti di online dating sostiene di usare alcune teorie psicologiche per creare i loro abbinamenti. Solitamente, infatti, alle persone vengono somministrati dei questionari che indagano aspetti diversi (come la personalità, le abilità relazionali, i valori e le credenze, gli interessi…) e poi vengono usati alcuni algoritmi matematici per abbinarle. Le teorie psicologiche che i siti affermano di usare più spesso sono quelle legate alla similarità e/o alla complementarietà. Il principio più usato è quello della somiglianza, secondo cui si viene abbinati a persone più simili a se’. Spesso questo principio viene seguito e/o associato a quello della complementarietà, che indica il grado in cui due persone in relazione si completano vicendevolmente. Entrando più nello specifico, alcuni studiosi si sono chiesti se l’online dating avesse delle caratteristiche specifiche rispetto agli incontri dal vivo e se portassero a esiti diversi per quanto riguarda le relazioni sentimentali. Sicuramente esistono delle differenze con gli incontri vis-a-vis.  Ad esempio, negli incontri tradizionali le persone iniziano la conoscenza attraverso un incontro faccia a faccia dove si creano un’impressione generale dei potenziali partner e solo successivamente approfondiscono la conoscenza dei vari aspetti della persona. Negli incontri online, questo processo si inverte. Si inizia, infatti, con un’esplorazione approfondita delle caratteristiche del partner e solamente dopo avviene l’incontro dal vivo. Per quanto riguarda gli esiti, invece, non ci sono dei risultati univoci. Sicuramente nell’online dating il numero di potenziali partner a cui si ha accesso è più elevato rispetto a quanto è possibile nella vita quotidiana; questo, però, non porta necessariamente a esiti migliori dal punto di vista delle relazioni sentimentali. Questo può essere dovuto a numerosi fattori. Ad esempio, per il fatto che la comunicazione avviene sempre attraverso scambi verbali scritti, i quali non permettono alla persona di valutare il potenziale partner a 360 gradi.  Inoltre, non è detto che gli online dating siano migliori rispetto agli incontri dal vivo solo perché abbinano persone tra loro simili. È importante, infatti, che tale abbinamento funzioni nel lungo periodo e non solamente nel breve. A questo scopo, alcuni studiosi hanno cercato di capire se fosse possibile costruire in algoritmo che permetta di ottenere tali esiti.  Ciò che è emerso è che il funzionamento delle relazioni interpersonali è basato su come le persone interagiscono tra di loro e come affrontano gli eventi che capitano nella relazione e nel contesto sociale più ampio. Queste variabili non possono essere prese in considerazione da un algoritmo basato solo sulle caratteristiche personali di due partner presi isolatamente. Dunque, l’unico servizio che i siti online potrebbero offrire è quello di uno screening relativo a quali persone in generale siano più adeguate a rapportarsi a un’altra persona in una relazione intima. Essi, però, non riusciranno mai a trovare l’abbinamento perfetto tra due persone basandosi solamente sulle loro caratteristiche individuali perché non esistono teorie psicologiche che supportano scientificamente questo approccio. BIBLIOGRAFIA Myers, D.G., & Twenge, J. (2013). Psicologia sociale. Milano: McGraw Hill Education

Oncologia: la psicologia alleata della forza di vita

Resoconto di una esperienza di tirocinio Poco più di due anni fa, decido di svolgere il mio tirocinio pre-laurea all’UOC di oncologia medica. Durante i miei incontri con la psico-oncologa del reparto, decidiamo di fare delle simulate: per restare in luogo sicuro, io sono l’utente. Dopo aver impersonato un’eterogeneità di ruoli d’utenza, arriva Marica, di 45 anni, con tre figli, appena operata di cancro al seno. A inizio seduta, sentivo di non sapere nulla di una donna di circa 20 anni più grande di me, con delle figlie adolescenti, operata di una malattia di cui credo di poter capire ancora poco. L’incontro successivo, mentre già mi preparo a protestare per un ruolo che non mi appartiene, la dottoressa mi avvisa che stavolta sarò io la psicologa. Nonostante trovi difficoltoso partire da un secondo colloquio, accetto, e cominciamo la simulata. Mi sembra di essere inondata da un flusso caotico di informazioni. Marica porta la mia costante attenzione sulla gestione della vita in famiglia: mostra una forte rabbia nei confronti delle due figlie, che sono sempre chiuse in camera, e del marito che non sembra darle una mano. Parla della malattia, dell’infermiera, dell’oncologa che non riesce a contattare, del disagio di non sapere come dovrà proseguire e quando questa storia finirà. Dice di continuare a provare sintomi d’ansia, di dormire male la notte e fare anche degli incubi. Chiede continuamente << ma è normale?>>, ed io cerco di recuperare alla mente quelle nozioni di psicologia dello sviluppo per cercare di giustificare in parte il comportamento dei figli. Consiglio di poter aprire uno spazio di conversazione sul dolore e sulla paura che queste ragazze hanno potuto provare. Marica lo rigetterà con diverse scuse e motivazioni: “ma ci ho già provato” “ma tanto è inutile” “si ma mica è colpa mia”. Dopo 50 minuti di conversazione agguerrita mi libero, quasi in un lamentoso sfogo, del caos da cui mi sono sentita investita nelle parti iniziali del colloquio. In oncologia è sempre così. Al disagio che un utente può provare sulla base della propria storia personale, subentra improvvisamente ed in modo dirompente la malattia. Il timore di morte, il dolore del percorso di cure, accompagna la co-narrazione in modo più o meno latente. La tutor mi dirà poi di essersi sorpresa della notizia di una tirocinante molto giovane in un contesto oncologico, temendo potesse essere pesante e spaventoso per la mia carriera. La mia scelta è stata dettata dalla notizia di un incidente fatale di una mia coetanea, che mi ha portato alla necessità di “riappacificarmi con l’idea di morte”. Un tirocinio in cui si sfiora la morte in ambito protetto, credevo potesse essere un primo passo in questa direzione. <<Con la morte non ci puoi far pace>> mi risponde la tutor. La forza della terapia in oncologia sta proprio nel sostenere il paziente a schierarsi, con tutte le proprie forze, con il desiderio di vita. Terminiamo la supervisione con questa immagine che vorrei tenermi stretta e che mi rassicura molto: la psicologia eterna alleata, nel suo percorso, della forza di vita.

Oltre la Seduta: un Processo Terapeutico Spesso Invisibile

Nella pratica clinica, spesso ci concentriamo su ciò che accade durante la seduta, ponendo sullo sfondo il fatto che una parte essenziale del processo terapeutico si giochi dopo l’incontro, nel tempo “inter-seduta”, dove si attivano fenomeni complessi e spesso sottovalutati. E’ proprio in questo tempo, infatti, che l’esperienza si trasforma in cambiamento. Il tempo inter-seduta come spazio psichico Il lavoro psicoterapeutico è, per sua natura, un processo non lineare. La seduta rappresenta un “momento”, ma ciò che viene evocato, risuonato e mobilitato ha spesso bisogno di tempo per essere elaborato. In tal senso, dunque, la mente del paziente continua a lavorare anche al di fuori del Setting Clinico. Molti pazienti riferiscono di avere insight o nuove prospettive dopo l’incontro con il terapeuta. Alcune intuizioni emergono immediatamente, altre si manifestano nei giorni successivi, in maniera indiretta, attraverso sogni, scelte quotidiane o anche emozioni. E’ come se qualcosa cominciasse a “fermentare” non appena terminato il tempo dell’incontro. Uno degli aspetti clinici rilevanti da legittimare è l’esperienza post-seduta, ovvero renderla pensabile e condivisibile. Da un punto di vista clinico è utile considerare strategie che aiutino il paziente a mantenere vivo il lavoro svolto anche al di fuori delle sedute. E’ possibile alimentare nel paziente la capacità di coltivare riflessioni, un invito esplicito a “stare con ciò che è emerso” senza fuggire nella dimenticanza. Emozioni post-seduta: ricadute cliniche Dopo una seduta, infatti, le emozioni provate possono diventare via via più intense e ciò che nella stanza del terapeuta è stato solo sfiorato può riecheggiare con forza nel quotidiano. Le emozioni provate possono essere varie e vanno attenzionate al fine di poter essere raccolte nelle sedute successive. Spesso è utile che il paziente impari a comprendere che queste reazioni fanno parte del processo e che l’incontro è un momento fertile in cui ciò che è stato condiviso può essere integrato in modo più personale e profondo. La psicoterapia non è solo ciò che accade durante l’ora condivisa col paziente, bensì ciò che si muove nel tempo “inter-seduta”. E’ proprio lì che l’esperienza si trasforma in cambiamento ed è per questo che sarebbe utile permettere al paziente di avere del tempo per scrivere, riflettere o semplicemente stare con ciò che è emerso. Conclusioni La seduta di psicoterapia non è un contenitore chiuso, a compartimenti stagni, ma un attivatore di processi che si dipanano nel tempo. Per noi psicologi e psicoterapeuti riflettere su “cosa accade dopo” significa riconoscere l’importanza del tempo post seduta e inter seduta come parte integrante di tutto il processo di cura. E’ proprio attraverso i piccoli cambiamenti, difatti, che possiamo evidenziare il vero e proprio “riposizionamento interiore”. Dopo le sedute il viaggio continua ed è attraverso di esso che si scopre che la psicoterapia permette di spingersi “oltre confini”.

Oltre la patologia: non siamo i nostri sintomi.

Come, la presenza della patologia, contribuisce ad accentuare l’immutabilità dell’immagine che abbiamo dell’altro? <<Io ti conosco>>. Le tre parole più pericolose in una relazione, le definiva la prof. del corso di filosofia morale, che chiudono il mondo del possibile e incasellano, rendendo immutabile, l’evolvere della relazione. Ma cosa succede quando siamo in presenza di una patologia?  Ne ho fatto sorprendentemente esperienza durante un turno notturno in casa famiglia. Sono le 22.00 ed è ora di andare a letto per i più piccoli che, come sempre, dopo un po’ di proteste si avviano nelle proprie camere. Tutti tranne P. P. dopo l’ultima visita dal neuropsichiatra ha da pochissimo cambiato terapia. Ora prende un antipsicotico a basso dosaggio che viene utilizzato, nei bambini, per trattare i disturbi della condotta. L’introduzione del nuovo farmaco è stata accolta con sorpresa ma anche legittimazione da parte di noi educatori. Quella sera, come quasi tutte, P. non vuole andare a letto per continuare a guardare la televisione. Noto distrattamente che stava guardando dei video Youtube su due uomini che costruiscono case in un villaggio, con il susseguirsi del giorno e della notte. <<Ci risiamo>>, penso tra me e me; così mi armo di pazienza mentre la accompagno verso la cameretta. P. fa meno storie del solito e, dopo qualche versetto di lamento, mi segue sbuffando. Quando arriviamo in stanza salta sul letto e, indicando la parete di fronte a lei, sguardo serio, dice <<guarda! Ci sono le stelle!>>. Automaticamente mi giro di scatto e, sbarrando gli occhi, dico:<<cosa?!>>. Il mio pensiero vola già al peggio: sta avendo delle allucinazioni?. P. esita alla vista della mia preoccupazione, e timidamente ripete:<< lì, guarda, ci sono le stelle! Si è fatta notte. E lì, stanno costruendo una casa>>. Comincia a percorrere con il suo piccolo indice ogni crepa e la rende stella, le macchie di pastello sul muro diventano casette. Ricostruisce le scene viste poco prima in tv come strategia di autocontenimento per tollerare la frustrazione! Interrompe la narrazione in attesa di una mia reazione, accennando ad un sorriso che attende conferma. Mi sento una sciocca e scoppio in un’allegra risata. Così presa dal sintomo che non ho lasciato spazio alla più semplice e pura delle ipotesi: il gioco spontaneo di un bambino! Mi siedo sul letto e la faccio accoccolare sulle mie gambe: << e poi?>>. Continuiamo a ripercorrere difetto dopo difetto rendendolo soggetto, oggetto, storia. Arricchiamo insieme la narrazione di nuovi particolari tra sorrisi e carezze, in un gioco magico perché privo di preconcetti. Noi non siamo i nostri sintomi.

Oltre l’immagine. Il coraggio di essere sé stessi

“Se essere è la vita, perché ne abbiamo così paura? Perché ci è così difficile ‘lasciarci andare ed essere soltanto’?” (A. Lowen). La società in cui viviamo attribuisce all’immagine un ruolo centrale nell’affermazione di ogni individuo. Sin da piccoli impariamo a sacrificare ciò che siamo per ricevere approvazione. E, così, finiamo con il perdere contatto con noi stessi, per vestire i panni di un personaggio e indossare una maschera. La perdita di autenticità Il bambino, nell’entrare in relazione con le persone significative della sua vita, baratta il proprio essere autentico in cambio di attenzione e riconoscimento. In base ai messaggi che riceve, verbali e non verbali, su come deve e non deve essere, inizia ad escludere le parti di sé indesiderate. Ed apprende a manipolare l’ambiente, in modo da ottenere ciò che gli occorre per sopravvivere. Se per esempio riceve come messaggio “devi essere il migliore”, impara che per essere amato deve superare gli altri. Che non è accettato così com’è, ma in funzione di una riuscita. Inevitabilmente il senso di sé ne sarà condizionato. Potrà costruirsi una immagine di sé “vincente” e grandiosa, con una esclusione dei propri limiti e delle proprie carenze. Oppure una immagine di persona “perdente”, non all’altezza delle situazioni e della vita. La prima riempirà il vuoto interiore, gli darà l’illusione di autonomia e totale controllo. La seconda, invece, lo farà sentire mancante, non degno, impotente. In entrambi i casi, vi sarà una svalutazione di qualche aspetto, con una perdita di sé. L’immagine come inganno, per sé stessi e per gli altri Ciò che durante l’infanzia ha rappresentato il miglior adattamento possibile, in epoche successive diventa una struttura limitante. L’adulto che non ha sviluppato una adeguata autonomia, per attirare l’altro a sé, ricorre alle stesse modalità manipolative acquisite durante l’infanzia. Ma poiché l’amore è una espressione di calore e affetto spontanea, non può essere estorto, né ottenuto con l’inganno. Questo circolo vizioso che si crea, non fa che confermare la convinzione di non poter essere amati e renderla reale. L’identificazione con l’immagine costruita ostacola la consapevolezza e la realizzazione di sé. Quando la persona non si riconosce, adotta scelte e comportamenti che non rispondono ai suoi bisogni autentici. Questa scissione dalla propria natura fa sì che l’immagine venga assunta come un riferimento assoluto, senza il quale ci si sentirebbe persi e persino niente. Allora la perdita dell’immagine viene vissuta con terrore, equiparabile a un “non esistere”. La protezione del limite e il rischio del coraggio Il confronto con il limite è necessario. Scoprire che non è possibile realizzare i propri desideri attraverso la manipolazione dell’altro manda in crisi l’immagine che si ha di sé stessi. Un passaggio evolutivo necessario, sebbene doloroso, in quanto consente un’esperienza esistenziale meno onnipotente e, quindi, più vera. D’altra parte, occorre maturare un permesso interno, laddove invece ci sono divieti e impedimenti, ad essere come si è. Il “sii te stesso” libera dall’immagine ma confronta con gli aspetti propri percepiti come negativi, con la responsabilità verso di sé, gli altri e la vita. Fa paura. Tuttavia, crescere implica il lasciar andare l’identità rigida, con i suoi aspetti fissi e immutabili, e la protezione, illusoria, che offre la dipendenza. Ci vuole coraggio, per essere sé stessi. L’importanza di riconnettersi al corpo e il ritorno a sé L’immagine è l’opposto dell’esperienza corporea. Per riappropriarsi di tutto il proprio essere, riconnettersi al corpo risulta fondamentale e non solo: assume un significato profondo. E’ trovare la strada di casa per tornare a sé. Risvegliare la propria natura. Corpo non come culto dell’immagine, né come oggetto altro da sé. Corpo in quanto parte di sé autentica, luogo del sentire e dell’esserci. Quando ci si accetta pienamente, il sé può essere vissuto come un insieme armonico, in continuo dialogo e adattamento creativo con il proprio ambiente. Ogni percorso di crescita o guarigione ha questo fine. Perché, sebbene sia convinzione diffusa che cambiare significhi diventare altro da ciò che si è, il vero cambiamento consiste, al contrario, nel ‘diventare sé stessi’.

Oltre il giocattolo: la Doll Therapy nella demenza

La demenza, considerata una priorità di salute pubblica dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e da Alzheimer Disease International, continua a crescere in modo preoccupante nella popolazione globale. Secondo il rapporto dell’OMS “Global status report on the public health response to dementia 2017-2025”, attualmente oltre 55 milioni di persone vivono con la demenza, con previsioni che stimano 75 milioni entro il 2030 e 132 milioni entro il 2050 affetti da Alzheimer o altre forme di demenza. Poiché non esiste una cura per la demenza, diventa cruciale concentrarsi su interventi personalizzati per ridurre i disturbi comportamentali e migliorare il benessere generale degli anziani. Tra le terapie che stimolano funzioni emotive e cognitive, la Doll Therapy emerge come un approccio notevole. Cos’è la Doll Therapy? La Doll Therapy, o terapia della bambola, è un approccio non farmacologico utilizzato nel trattamento dei pazienti affetti da demenza. Britt Marie Egedius Jakobsson, psicoterapeuta svedese ideatrice della terapia, sviluppò la prima bambola negli anni ’90 per il figlio autistico. Questa pratica prevede l’uso di bambole dalle caratteristiche antropomorfe per gestire e attenuare i disturbi comportamentali, nonché per migliorare l’umore nelle persone affette da gravi problemi cognitivi. Questo intervento personalizzato riattiva emozioni positive e comportamenti legati alla cura materna nelle persone anziane affette da demenza grave, contribuendo a tranquillizzarle e a promuovere il benessere psicofisico. Questa metodologia si inserisce nel quadro del Modello di Cura Centrato sulla Persona (PCC) di Tom Kitwood. Egli teorizza la demenza ed i suoi sintomi non solo come risultato di danni neuropatologici, ma come espressione di varie variabili interconnesse, tra cui la storia di vita, la personalità e l’ambiente circostante. L’approccio sotteso a questa filosofia ritiene che un ambiente di vita positivo, arricchito da stimoli adatti alle capacità residue e in grado di recuperare memorie sensoriali, possa influenzare positivamente il comportamento, andando così a soddisfare i bisogni primari. La bambola terapeutica può contribuire a tale obiettivo evocando dinamiche relazionali tipiche dell’infanzia e diventando, specialmente nel caso di persone con demenza grave, uno strumento simbolico, un bambino a cui manifestare affetto.  La teoria alla base della Doll Therapy La Doll Therapy si basa sui principi della teoria dell’attaccamento, elaborata dallo psicologo infantile inglese John Bowlby. Egli sostenne per la prima volta che la ricerca di un legame continuo tra genitore e bambino è una diretta espressione di un istinto primordiale. Il genitore sperimenta infatti un impulso fisiologico a prendersi cura del proprio figlio. A sua volta il bambino, nei primi anni di vita, è naturalmente incline a cercare protezione e cure da parte del genitore. L’attaccamento rappresenta dunque il complesso di dinamiche attraverso le quali genitori e figli stabiliscono un legame istintivo, fondamentale per la crescita stabile e sicura. Nel contesto della Doll Therapy, la bambola assume la funzione di oggetto transazionale, in grado di richiamare profondamente la dinamica primordiale di cura, offrendo un senso di protezione e, di conseguenza, tranquillità agli anziani, soprattutto quando si trovano in situazioni di stress. La bambola consente così di riproporre la dinamica della cura, andando a soddisfare il bisogno di vicinanza, conforto e rassicurazione. La Doll Therapy può essere adottata per pazienti di entrambi i sessi, in quanto le dinamiche sottese sono universali. Le caratteristiche della bambola Le bambole impiegate in questa forma di terapia sono caratterizzate da una consistenza morbida e gradevole al tatto. Sebbene replichino le dimensioni e il peso di un bambino piccolo, le fattezze del viso e i dettagli anatomici sono quelli di un giocattolo. Questa scelta mira a favorire l’identificazione senza suscitare reazioni di spavento o respingimento da parte degli anziani. Il peso della bambola è distribuito in modo tale che, quando viene cullata, ricordi la sensazione di tenere tra le braccia un vero neonato. È possibile poi posizionare la bambola in modo seduto, consentendo di simulare diverse modalità di cura e ampliare le opportunità di interazione. Le braccia e le gambe, inoltre, sono progettate in modo aperto per agevolare l’abbraccio. Gli obiettivi della Doll Therapy All’interno di questo approccio terapeutico, lo scopo primario è offrire agli anziani un’esperienza fondata sul rilassamento e sulla stimolazione sensoriale ed emotiva. Al tempo stesso, la terapia della bambola, vuole focalizzarsi anche sul miglioramento della capacità di relazionarsi con l’ambiente circostante. Andando ad indagare gli obiettivi più specifici che la terapia cerca di ottenere, si possono citare i seguenti: La diminuzione dei disturbi comportamentali associati alla demenza con un incremento del rilassamento e della tranquillità, contribuendo al controllo del fenomeno del wandering (vagabondaggio); Il miglioramento del tono dell’umore e una riduzione gli stati di isolamento sociale, puntando alla creazione di un contesto emotivamente ricco e socialmente coinvolgente; La stimolazione delle abilità cognitive, incentrando il lavoro sull’incremento delle capacità attentive e sulla memoria procedurale; L’infondere esperienze emotive e sensoriali positive, rispondendo ai bisogni affettivi dell’anziano attraverso l’attivazione dei sistemi di accudimento e di esplorazione; La stimolazione della comunicazione puntando a mantenere e potenziare il contatto visivo, incentivare il linguaggio corporeo e favorire l’iniziativa verbale spontanea. Conclusioni In conclusione, la Doll Therapy è un approccio unico che ha dimostrato di avere benefici emotivi e comportamentali per le persone affette da demenza. Tuttavia, è fondamentale considerare le preferenze individuali del paziente e rispettare la loro dignità durante l’implementazione di questa terapia. Nonostante la Doll Therapy potrebbe non essere adatta a tutti, per alcuni potrebbe rappresentare un modo significativo di affrontare le sfide della demenza, migliorando la qualità della vita e promuovendo un benessere emotivo duraturo. Come con qualsiasi intervento terapeutico, la chiave del successo sta nell’approccio personalizzato e nell’attenzione alle esigenze specifiche di ogni individuo. Bibliografia Ellingford, J., Mackenzie, L., & Marsland, L. (2007). Using dolls to alter behaviour in patients with dementia. Nursing times, 103(5), 36-37. Kitwood, T. M. (1997). Dementia reconsidered: The person comes first. (No Title). Miesen, B. (2014). Attachment theory and dementia. In Care-giving in Dementia (pp. 38-56). Routledge. Moyle, W., Murfield, J., Jones, C., Beattie, E., Draper, B., & Ownsworth, T. (2019). Can lifelike baby dolls reduce symptoms of anxiety, agitation, or aggression for people with dementia in long-term care? Findings from a pilot randomised controlled trial. Aging & mental health, 23(10),

Olimpiadi: dentro la mente degli atleti

Le Olimpiadi Invernali Milano-Cortina 2026 non sono solo una competizione di élite. Esse sono un grande teatro delle emozioni umane, un evento che mette in scena le dinamiche psicologiche universali, dalla gestione dell’ansia alla resilienza, dalla costruzione dell’identità personale alla coesione sociale. Ogni atleta olimpico porta con sé non solo anni di allenamento fisico, ma anche un intenso lavoro psicologico che riguarda la gestione dell’ansia e della pressione. Dietro a tutti i risultati ci sono strategie di gestione dello stress, capacità di concentrazione e mentalità da “qui e ora”. La prestazione diventa così un laboratorio di psicologia pratica. L’atleta non combatte solo contro gli avversari, ma contro le proprie insicurezze, dubbi e paure di fallire. La capacità di tenere alta la concentrazione in un contesto così carico di aspettative è, in sé, una forma di allenamento mentale. Le Olimpiadi sono un evento che costruisce narrazioni collettive. Nel cuore di ogni tifoso, l’Italia non è solo un paese sul medagliere ma un simbolo di appartenenza. Gli ori e le emozioni condivise rinsaldano legami sociali e identitari. Quando l’Italia vince un oro non si tratta solo di sport: si tratta di un’esperienza condivisa di orgoglio e presenza emotiva nella comunità. Allo stesso tempo, lo sport può portare a sentimenti ambivalenti: delusione per risultati mancati, stress per aspettative troppo alte, o ansia da prestazione. In quest’ottica, gli eventi olimpici diventano un “esercizio sociale” di equilibrio emotivo collettivo. Le Olimpiadi coinvolgono milioni di spettatori in tutto il mondo – un’esperienza che favorisce una sorta di “identificazione vicaria”. Anche senza partecipare fisicamente, ci sentiamo parte della storia quando seguimo un evento, tifiamo per un atleta o celebriamo un record. Questo fenomeno ci ricorda quanto la psicologia di massa e le emozioni condivise siano elementi chiave nella costruzione del senso di comunità, spesso più potenti di discorsi politici o narrativi quotidiani. Infine, Milano-Cortina 2026 ci invita a riflettere sul significato profondo degli eventi sportivi nella società contemporanea: sono un’occasione per celebrare valori come l’impegno, la cooperazione, l’accettazione delle diversità e la capacità di superare barriere individuali e collettive. Non è solo competizione: è una narrativa psicologica globale, che intreccia storie individuali e collettive, emozioni intense e significati profondi.

Ok Boomer! : Pregiudizio generazionale o accusa reale?

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L’espressione Boomer è utilizzata da molti giovani come sinonimo di vecchio, anziano. I Boomer, infatti, sono la generazione cresciuta in pieno boom economico. Lo sviluppo dell’economia post-bellico, la guerra fredda, le lotte sociali sono alcuni degli scenari di crescita e formazione degli attuali over 50. Agli occhi delle generazioni successive, i boomers sono considerati dei privilegiati. Essi hanno goduto di un progressivo benessere economico, sociale e sanitario, che gli ha permesso di trovare lavoro facilmente, soprattutto nel settore pubblico. Hanno avuto la possibilità di accumulare denaro e di beneficiare di cure mediche a costi ridotti. Sono i pensionati o quelli che lo diventeranno a breve: essi hanno vissuto nell’agio e nelle comodità, creato una società consumistica, per nulla conservatrice e soprattutto egoista riguardo al futuro. La principale accusa degli zoomers e dei millennials alla generazione precedente è riferibile ai cambiamenti climatici e alla crisi economica, di cui sono costretti a pagarne le conseguenze. Il conflitto generazionale si evidenzia anche nell’utilizzo degli apparati tecnologici: spesso i giovani li considerano, per così dire, fuori dal mondo, perché non si adeguano ai repentini cambiamenti. Considerano, ad esempio, ormai passate, le lettere e le cartoline, che invece conservano un fascino romantico. D’altro canto, i boomer accusano i giovani di essere troppo concentrati sui loro telefoni, a discapito delle relazioni umane. Pongono troppo l’attenzione sulla tecnologia e poco sulla manualità, con conseguente perdita di creatività e fantasia. Come ogni cosa che evolve nel tempo, bisogna anche qui, considerare che ogni generazione porta con se aspetti positivi e negativi. Essi saranno sempre oggetto di discussione tra le parti.